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Carlo impara a non arrabbiarsi 😡

Carlo impara a non arrabbiarsi - favola per bambini

Come mai Carlo si arrabbia sempre!?

Carlo si arrabbia per tutto, per la colazione troppo calda fatta dalla mamma, per gli amici che secondo lui non sanno giocare a pallone, per i sassi che gli entrano nelle scarpe ecc. ecc. senza mai godersi la vita per quella che è. Ma ci penserà un fiore a fargli cambiare punto di vista… vediamo come.

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Carlo impara a non arrabbiarsi 😡


C’era un tempo, al posto dei grandi edifici e delle strade trafficate, una bella e tranquilla campagna adornata da tanti fiori selvatici che ne profumavano l’aria; qui abitava Carlo, un ragazzino che, nonostante avesse per sé tanti docili animali, amici con cui giocare e la fortuna di vivere in quell’incantevole paesaggio bucolico, non riusciva mai ad arrivare a sera senza che qualcuno l’avesse fatto arrabbiare.

Sorse alto il sole in una mattina dal cielo limpido, e baciò tutti i terreni del paesino e infine un raggio, attraverso la finestra, carezzò il volto di Carlo, che piano aprì gli occhi.

Carlo, ancora un po’ intontito, si alzò e si diresse in cucina, dove la sua mamma gli servì la colazione.

“Questo latte scotta, non posso mica berlo!”, esclamò Carlo infastidito.
“Potresti soffiarci un po’ su. O più semplicemente, aspettare che si raffreddi”, gli rispose pacatamente la mamma, che ai capricci di Carlo ormai era abituata.

Ma Carlo non ne volle sapere nulla di aspettare, poiché fermamente convinto che la mamma avrebbe dovuto essere meno sbadata e preparare il latte come piace a lui. Così, con la sua lingua troppo lunga e ora anche bruciata, andò a prepararsi per uscire a giocare.

Durante la sua passeggiata, un cane che giocava in un laghetto, si scosse l’acqua da dosso e schizzò accidentalmente Carlo.

“Che cane stupido!”, ancora una volta, il ragazzino s’innervosì.

Queste cose accadevano proprio sempre a lui che non aveva nessuna colpa, e non ci volle molto prima che la prossima seccatura lo raggiungesse: una volta arrivato dai suoi amici iniziò a giocare con loro a calcio, ma Luca, con un tiro sbagliato, fece finire la palla accidentalmente in testa a Carlo.

“Hai idea di quanto mi sarei potuto far male se l’avessi tirata più forte?”
“Mi dispiace, non l’ho fatto apposta!” Provava a giustificarsi mortificato Luca.
“Se hai una mira così pessima, forse non dovresti proprio giocare col pallone!” Continuava Carlo, infuriato.

Luca provò a farsi perdonare, ma Carlo ormai non ne poteva più, non riusciva mai a trascorrere tranquillamente la sua giornata.

Anche nelle ore successive continuava a sembrargli che tutto gli si ritorcesse contro; durante il tragitto di ritorno un sassolino gli entrò nella scarpa, il vento gli spettinò i capelli, e stava perfino inciampando su un gradino.

“Stupido sasso, stupido vento e stupido gradino!” Carlo ancora non capiva cosa avesse fatto di male per meritarsele tutte.

Carlo tornò a casa spazientito, e inoltre non gradì nemmeno il pranzo: la mamma si ostinava a preparare le verdure, ma lui non le voleva proprio assaggiare.

Carlo riposò, e una volta alzatosi la rabbia per la sua sventurata mattinata era ormai sbollita, ed era deciso, una volta per tutte, ad arrivare al letto col sorriso. Dunque Carlo mise in atto una serie di precauzioni: disse alla mamma cosa avrebbe voluto mangiare a cena, indossò un impermeabile per non bagnarsi o sporcare i propri abiti, un casco per prevenire le pallonate maldestre di Luca e scarpe ben chiuse per evitare che qualche sassolino vi s’intrufolasse all’interno. In più, camminava guardando con la massima attenzione dove metteva i piedi, per evitare di inciampare.

Una volta arrivato dai suoi amici, tutti risero di come Carlo si fosse conciato, ma appena videro che ciò lo stava facendo infuriare per l’ennesima volta, decisero di assecondarlo per evitare inutili litigi.

Carlo, ben protetto, iniziò a giocare con gli altri bambini, ma dopo un po’ dovette fermarsi: faceva troppo caldo per l’impermeabile, il casco era ingombrante e scomodo, le scarpe gli stavano strette e, nel timore d’inciampare, non correva.

Ormai annoiato, Carlo andò via.

Calava uno spettacolare tramonto, ma Carlo non lo notò perché percorreva la strada verso casa a testa bassa e sconsolato, nulla riusciva a distrarlo dal pensare a tutto ciò che lo infastidiva, nemmeno quel bel quadro che i colori della natura stavano dipingendo sulle strade che percorreva.

La spina di una rosa graffiò la caviglia di Carlo, lì dove il suo impermeabile non arrivava.

“Stupida rosa!” Disse Carlo, con tono rassegnato, in quanto aveva constatato accettato di essere un bambino sfortunato.
“Stupida io?” Parlò con voce dolce la rosa. “Potrò non avere occhi e orecchie come le tue ma ci sento, e soprattutto, vedo più di te”

Carlo rimase stupido, ma incuriosito e anche un po’ scettico, si voltò e chiese alla rosa:

“Tu non hai occhi, come potresti vederci meglio di me?” chiese con aria di sfida.
“Sono più saggia di te.” Rispose fieramente la regina dei fiori.
“Io resto qui a testa alta, e accolgo tutto ciò che il cielo mi offre. Lascio che il sole mi scaldi e che la pioggia mi bagni, così ho imparato ad apprezzare il loro ciclico alternarsi e a giovare di entrambi, crescendo forte e bella” continuò la rosa.
“Ma io non ho bisogno ne di bagnarmi ne della luce del sole, non sono un fiore!” Disse un po’ deluso Carlo.
“Certo, ma ti sforzi tanto nel creare tua pace, non sarebbe più facile accettare che gli eventi indesiderate, che tu lo voglia o meno, a volte accadono? E se ti concentri solo su questi aspetti, non ammirerai mai ciò che invece di bello ti viene offerto, hai mai pensato a quanto sei fortunato per la tua mamma, i tuoi amici e l’incanto che ti circonda?

Carlo rimase in silenzio. Guardò il cielo, la rosa, e rimase a pensare.
“Dinanzi a ciò che ti ferisce, la pazienza e l’ottimismo sono disarmanti, e i tuoi problemi così non potranno farti alcun male se non farti crescere più forte, senza che tu abbia bisogno di ripararti tanto” disse per l’ultima volta la rosa, addormentandosi al primo accenno di luna.
Carlo percorse la strada di casa guardando ammaliato ciò che aveva intorno, salì di freneticamente i gradini e baciò la mamma, mangiò con gusto e infine andò a dormire col sorriso, nel suo letto che gli parve per la prima volta il più comodo del mondo.

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Laura per aver condiviso con tutti noi questa fiaba, afficace per tutti quei bambini che molto spesso si arrabbiano per un non nulla.


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