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Categoria: favole

Lo zucchero filato 🍭

Tra magia e zucchero filato: la storia di un’amicizia e di una lezione indimenticabile.

Nel silenzio di un boschetto incantato, Alfio, sente una vocina flebile chiedere aiuto.

Guardando tra gli arbusti, scopre una piccola fata in difficoltà e, con un gesto gentile, la libera. Lei in cambio gli da un dono magico: tre desideri da far esprimere alla persona a cui teneva di più.

Emozionato, Alfio corre a condividere questa magia con Serena, la sua migliore amica.
Ma cosa accade quando Serena pronuncia il primo desiderio?

Scopri come Alfio e Serena impararono che la felicità spesso si nasconde nelle cose più semplici.

Questa simpatica fiaba è la rielaborazione di fabulinis di un racconto popolare di Perrault “I desideri ridicoli”


Alla fine del racconto troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Lo zucchero filato 🍭“!


Guarda la videofiaba

Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da Silvia!

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Lo zucchero filato 🍭


C’era una volta Alfio, un bimbo curioso e un po’ monello, che un giorno stava gironzolando per il boschetto dietro casa.
Era alla ricerca di nuovi sassolini per la sua collezione, quando ad un tratto sentì una vocina che chiedeva aiuto.
Alfio drizzò le orecchie ma non riusciva a capire da dove provenisse quella vocina.

– Devi guardare più in basso! E stai attento a non calpestarmi! – disse la vocina
Alfio, che fino a quel momento stava cercando tra gli arbusti e sui rami degli alberi, abbassò lo sguardo, e quello che vide lo colse di sorpresa.
C’era una piccola fata che aveva un piede bloccato sotto un ramoscello. Per lei era come fosse un tronco, e non riusciva più a volare.

Alfio si chinò per vedere meglio, non aveva mai visto una fata prima di allora, ne aveva sentito parlare solo nelle fiabe.
– Aiutami bimbo, e ti sarò riconoscente – disse la fata.
Senza pensarci Alfio prese il ramoscello e lo scostò, lasciando così finalmente libera la fata.
– Grazie mille bimbo mio, per sdebitarmi ti farò un dono. La persona a cui vuoi bene potrà esprimere tre desideri e vederli realizzati.
– Grazie mille signora fata!
La fata sorrise e sparì volando via nel bosco.

Alfio, tutto contento, corse verso casa, dove incontrò Serena, la sua inseparabile amica che abitava lì vicino.
– Serena, Serena! Non sai cosa mi è capitato!
Serena lo guardò stupita e chiese:
– E cosa ti è capitato Alfio?
– Ero nel boschetto qua dietro e ho incontrato una fata con un piede bloccato da un ramoscello. Io l’ho liberata ed in cambio lei ha promesso che realizzerà tre desideri di una persona a cui voglio bene!

– Ma è bellissimo! – esclamò Serena – chissà cosa desidererà quella persona… se fossi io adesso vorrei un sacco di zucchero filato!
E come per magia Serena si ritrovò in mano uno stecco con una montagna di zucchero filato sopra.
Alfio, come anche Serena, rimase sbalordito.

– Ma no Serena! Hai sprecato uno dei desideri per dello zucchero filato! Potevi almeno chiedere una cassa di cioccolato!
E arrabbiato come non mai Alfio cercò di strappare lo zucchero filato di mano a Serena, ma per la foga inciampò e si ritrovò per terra con tutto lo zucchero filato tra i capelli.

– Ecco così impari a fare il monello, adesso hai tutto lo zucchero filato appiccicato ai capelli e non si può più mangiare! Ti meriteresti solo zucchero filato al posto dei capelli per punizione!
E come per magia i capelli di Alfio si trasformarono tutti in zucchero filato!
Serena, sempre più stupita e meravigliate, non perse l’occasione: prese una ciocca di zucchero filato e se lo mangiò.

– Ahi! – gridò Alfio – Mi strappi i capelli!
– Ti ho solo strappato dello zucchero filato… ed è pure buono! – si mise a ridere Serena.
– Noo che vergogna! Non posso rimanere così, chissà come mi sgriderà la mamma!
Serena intanto cercava di avvicinarsi per prendere un altro po’ di zucchero filato, ma Alfio scappava.

– Ti prego Serena fammi tornare i capelli come prima!
– Ma così sprechiamo l’ultimo desiderio!
– Ti prego Serena… – Alfio stava per mettersi a piangere.
– E va bene, però mi prometti che dopo mi compri dello zucchero filato!?
Alfio fece di si con la testa.

– Allora, vorrei che ti tornassero i capelli come prima!
E come per magia ad Alfio tornarono tutti i capelli.
Alfio capì che aveva sbagliato a comportarsi così con Serena. Lei desiderava del semplice zucchero filato, e quello le bastava per essere felice.
Così corse in casa a prendere i soldini e poi, mano nella mano, andarono al mercato a prendere lo zucchero filato.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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L’Uovo un fuga 🥚🏃‍➡️

La fuga di un Uovo di Pasqua: come un piccolo gesto può accendere la magia nel cuore delle persone.

Non tutti i tesori restano fermi ad aspettare. Alcuni scelgono di muoversi, di cercare, di trovare.
Un Uovo di Pasqua fugge nel mondo, seminando sorrisi e lasciando scie di profumato cioccolato.

Ma dove sta andando? E soprattutto… perché?

Scopri come l’Uovo di Pasqua ha trovato il suo vero scopo… ai piedi di chi ne aveva più bisogno.


Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “L’Uovo un fuga 🥚🏃‍➡️“!

“L’Uovo un fuga 🥚🏃‍➡️“

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L’audiofiaba te la racconto io!

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L’Uovo un fuga 🥚🏃‍➡️


C’era una volta, in un paese lontano lontano, un Uovo di Pasqua di cioccolato che non voleva stare fermo.

L’avevano appena decorato con riccioli dorati e stelline di zucchero, lo avevano avvolto in carta crespa che frusciava sotto le dita.

Ma proprio mentre lo stavano sistemando su uno scaffale insieme a tante altre uova di Pasqua, lui sentì qualcosa vibrare dentro di sé.
E così, con un piccolo sobbalzo che nessuno notò, rotolò giù dallo scaffale e scappò via dal negozio!

L’Uovo rotolava veloce per le vie del paese lasciandosi dietro una scia profumata di cioccolato al latte.
Per lui il mondo era enorme e meraviglioso.

Rotolò accanto a una panchina, dove un vecchio signore leggeva il giornale con la fronte corrucciata. L’Uovo gli passò così vicino che la sua carta brillante, riflettendo i raggi del sole, gli fece stringere gli occhi. il signore allora, abbassando il giornale, guardò il buffo Uovo di Pasqua che rotolava via veloce, e sorrise.

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Vess e Bess e la tana del T-Rex 🦖

Tesoro o trappola? Cosa si nasconde davvero nella tana del T-Rex?

Nella verdeggiante Valle di Rocciaverde, un piano perfetto sta per essere messo in atto.
Due fratelli Velociraptor, spinti dal sogno di avere una ricchezza sfacciata, si apprestano a razziare la tana del terrore assoluto: il T-Rex!

Ma ciò che li aspetta nell’oscurità della grotta non è il feroce dinosauro che immaginavano.
È qualcosa di molto, molto più pericoloso e… colorato.

Riusciranno Vess e Bess a sopravvivere all’incontro con il più terribile degli artisti preistorici?


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“Vess e Bess e la tana del T-Rex 🦖“

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Vess e Bess e la tana del T-Rex 🦖


Nella Valle di Rocciaverde, dove le felci crescevano alte come grattacieli e le libellule avevano l’apertura alare di un deltaplano, vivevano due fratelli Velociraptor.

Vess, il più piccolo, stava cercando di catturare una lucertola, c’era solo un problema: stava guardando nella direzione completamente opposta.
– Vess, la lucertola è dall’altra parte – disse Bess, il fratello maggiore, mentre si limava gli artigli appoggiato ad un albero.
– Lo so benissimo! – rispose Vess, continuando a fissare un cespuglio vuoto con la concentrazione di un monaco zen.
La lucertola nel frattempo gli stava passando davanti alle zampe posteriori.

Bess era il tipo di dinosauro che diceva “tranqui” anche durante l’attacco di uno stormo di pterodattili.
– Comunque, fratellino, oggi è il tuo giorno fortunato.
Vess si girò di scatto – Perché? – disse incuriosito.

Bess si stiracchiò la coda con studiata nonchalance.
– Perché la mia nuova fiamma, la Bronty, mi ha fatto una soffiata clamorosa – disse sogghignando dietro gli occhiali da sole.
– Che tipo di soffiata?
– Un TESORO, baby! Il T-Rex nasconde un tesoro nella sua tana: ossa luccicanti come diamanti, roba da diventare ricchi sfondati!

Vess sgranò gli occhi – un tesoro?! – disse con voce emozionata.
Avrebbe potuto finalmente comprarsi quella bellissima e morbidissima pietra piatta che aveva visto al mercato! Sarebbe stata perfetta per sedersi a guardare le nuvole mentre si dimenticava cosa stesse facendo!

– Esattamente – annuì Bess, lisciandosi la cresta sulla testa – che dici, andiamo ad aumentare la mia popolarità?
Vess stava già scodinzolando dall’emozione, così partirono inoltrandosi nel folto della foresta.

Dopo aver attraversato ruscelli profondi 10 centimetri, saltato canyon larghi 20 centimetri e scalato rocce alte 30 centimetri arrivarono finalmente all’ingresso della grotta del T-Rex.

I due si bloccarono di colpo quando iniziarono a sentire degli strani rumori provenienti dall’interno.

Bess mise una zampa sulla spalla del fratello:
– Ehi fra’, è giunta l’ora dell’eroe, adesso tu entri, prendi il tesoro e poi esci, 60 secondi e passa la paura!
– Cosa?! Io entro e tu…? – disse con voce tremante Vess.
– Ma stai chill, che io ti guardo le spalle! Il T-Rex a quest’ora sarà a caccia di galline qui intorno, qualcuno deve pur restare qui fuori ad avvisarti se ritorna, no?! – disse in modo convincente Bess mentre si abbassava gli occhiali da sole e faceva l’occhiolino a Vess.

Vess, gocciolante di sudore, si avviò dentro la tana del T-Rex, cercava di fare i passi più leggeri che poteva, per non fare il benché minimo rumore.
Poi arrivò al centro della grotta.

Sotto un fascio di luce che filtrava da un buco nel soffitto c’era lui, il T-Rex.
Alto come una casa a due piani.
Denti lunghi come pugnali.
Braccine corte come… come… come le braccine di un T-Rex.

E stava dipingendo, aveva un osso davanti a sé, appoggiato su un sasso piatto, e lo stava decorando con argilla colorata: rosso, giallo, blu.
Usava un lungo pennello tenuto dalle piccole “manine” con una delicatezza che non ci si sarebbe aspettati da un feroce T-Rex.

Il T-Rex diede ancora qualche pennellata, fece un passo indietro per ammirare compiaciuto la sua creazione ma poi, si girò di scatto verso Vess, i suoi piccoli occhi lo fissarono.
– Chi osa disturbare il maestro durante la sua sessione creativa?!
La voce del T-Rex fece tremare le stalattiti sul soffitto, una di loro cadde e mancò Vess di tre centimetri.

– Ehm, io stavo solo… – iniziò Vess.
– Solo cosa?! Volevi criticare la mia arte?! – ruggì il T-Rex.
– No no, anzi, molto bello l’oss… l’osso rosso lì – tentò Vess, indicando a caso.

Il T-Rex guardò l’osso rosso.
– Quella è “Passione n.47: Tramonto sul Cretaceo”. Ci ho messo sette giorni per farla, sai quanto è difficile sfumare l’argilla usando il mignolo?
Il T-Rex agitò il suo braccino, oggettivamente era difficile sfumare i colori con quelle manine così piccoline.

Il T-Rex iniziò a fare dei passi verso Vess, che stava già prendendo la rincorsa per evaporare via dalla grotta, e poi disse:
– Tutti mi vedono solo come il T-Rex feroce cacciatore! Ma nessuno sa dell’artista che sono dentro!

– Eh sì… – disse Vess timoroso, cercando di indietreggiare verso l’uscita.
– Fermo! – Il T-Rex bloccò l’uscita con una zampa – Non sei curioso di vedere tutta la mia collezione d’arte? – disse inarcando un sopracciglio.

– Assolutamente sì – rispose Vess d’impulso.
– Perfetto! – disse felicissimo il T-Rex battendo le sue “manine”.

Il T-Rex mostrò a Vess ogni singolo osso da lui dipinto.
– Ecco “Melancolia Blu n.3” – diceva, e poi – “La Gioia del Giallo” – che era un osso tutto giallo e poi – “Fusione Cromatica Sperimentale” – che era un osso con tutti i colori buttati a caso.

– Bellissimi… – commentava Vess a denti stretti.
Il T-Rex lo guardò con occhi compiaciuti.
– Bravo, tu sì che ne capisci di arte! – gli disse.

Poi il T-Rex accompagnò Vess all’uscio della grotta dicendogli:
– Va’, e diffondi la mia arte nel mondo! Sennò… ti mangio!
– Mi mangi!? – disse Vess sbiancando in viso.
– Si, ti mangio.
– Ok, vado e diffondo! – Vess sorrise e si allontanò con passo spedito dalla caverna.

Bess lo stava aspettando limandosi gli artigli appoggiato al tronco di un albero.
– Uè fra’, dove sono le ossa di diamanti?! – gli urlò contro.
Vess, che stava ancora correndo come un missile per la paura, gli saltò al collo e, con una mossa di wrestling, lo atterrò.
– Il tesoro era finto! – urlò Vess, tenendo Bess schiacciato a terra – erano solo ossa dipinte! E il T-Rex mi ha quasi mangiato!
– Ehi ehi, tranqui bro’, almeno sei vivo no? – disse Bess cercando di divincolarsi.
– Tranqui?! Tranqui un corno!

In quel momento si udì un ruggito dalla grotta.
Il T-Rex uscì dall’ingresso con due secchi di argilla colorata.
– Aspettate piccoli velociraptor! – urlò – ho avuto un’ispirazione! Voi due sarete la mia nuova opera d’arte!

Bess sbiancò.
– Corri! – disse Vess.
– Corro! – disse Bess.
I due corsero, ma il T-Rex li inseguì con i secchi di argilla, canticchiando felice.
Dieci minuti dopo, Vess e Bess tornavano alla Valle di Rocciaverde completamente dipinti: Vess era tutto giallo a pois rossi, Bess era blu a righe verdi.

– Questa – disse il T-Rex soddisfatto, ammirandoli da lontano – si chiamerà “Fratelli Cromatici: Studio sui Velociraptor!”.

Bess cercò di togliersi l’argilla dalla cresta.
– L’argilla colorata non se ne va via… – disse disperato.
– Bene – disse Vess, sorridendo per la prima volta – così tutti sapranno che sei una testa di rapa patentata…

Il colore impiegò tre giorni per andarsene via.
La Bronty lasciò Bess il giorno dopo perché “non era più trendy”.
Vess scoprì per caso che, dietro casa sua, c’era una bellissima e morbidissima pietra piatta dove poter sedersi a guardare le nuvole, e dimenticarsi di cosa stesse facendo.

Il T-Rex invece vinse il premio “Artista dell’Anno” nella categoria “Arte Viva”.

Morale della storia:
Il vero tesoro non è quello che cerchi, ma l’argilla appiccicosa che ti ritrovi addosso lungo la strada. E se l’argilla non se ne va per tre giorni, pazienza: almeno sei diventato un’opera d’arte vivente.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Vess e Tartagino che illumina la notte 💥

Il mal di pancia di Tartagino può davvero salvare un’intera valle dai dinosauri?

Immaginate di dover salvare il mondo, ma il vostro alleato più fidato ha appena esagerato con la cena a base di felci…

Questa è la sfida di Vess il Velociraptor, il suo piano è semplice: lui vede il pericolo, pizzica la coda del suo amico Tartagino, e lo Stegosauro con un fischio potentissimo mette in allarme l’intera valle.

Un piano infallibile.

Almeno fino a quando il T-Rex non fa la sua comparsa e Tartagino, con il pancino pieno di gas di felci fermentate, scopre di avere un problema ben più urgente da risolvere…


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“Vess e Tartagino che illumina la notte 💥“

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Vess e Tartagino che illumina la notte 💥


C’era una volta, tanto, ma tanto tempo fa, la Valle di Rocciaverde.
Era una valle bellissima, piena di felci, alberi giganteschi e dinosauri che vivevano in relativa pace, e quella notte la luna piena illuminava la valle con la sua luce argentata.

Vess il Velociraptor aveva un incarico importantissimo: doveva fare la guardia e avvisare tutti gli altri dinosauri se il T-Rex avesse deciso di venire a fare il gradasso nei paraggi.
Così si preparò, piazzando molte torce fiammeggianti vicino a sé per illuminare la notte che stava sopraggiungendo.

A fare compagnia a Vess quella sera c’era Tartagino lo Stegosauro.
– Ho un’idea geniale! – disse Vess, saltellando verso Tartagino.
Tartagino stava masticando felci con l’espressione beata di chi ha appena trovato il cibo più delizioso del mondo, poi diede uno sguardo a Vess che gli si stava avvicinando.

– Tartagino! Tu sarai la mia campanella d’allarme! – annunciò Vess, solenne come un generale che annuncia una strategia militare rivoluzionaria.
– Mmmmh? – fece Tartagino, mentre ruminava con la bocca piena.

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Tito e il pacco sbagliato 📦

Consegnare o non consegnare? Il dilemma preistorico di Tito di fronte al sonno pesante di Tonko.

Un pacco consegnato all’indirizzo sbagliato, Tito il triceratopo è determinato a fare la cosa giusta: consegnarlo al suo legittimo proprietario.

Ma Tonko dorme come un sasso e Tito non vuole assolutamente svegliarlo!
L’ostinazione di Tito lo porterà a escogitare i piani più improbabili, più cerca di essere delicato, più il disastro sembra inevitabile.

E quando tutto sembra perduto, la soluzione arriva dall’unica cosa che non aveva considerato: il contenuto del pacco stesso…

Scopri come un gesto di pura cortesia possa innescare una reazione a catena di risate!


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“Tito e il pacco sbagliato 📦“

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Tito e il pacco sbagliato 📦


C’era tanto tanto tempo fa la valle di Rocciaverde, dove quella mattina regnava la tranquillità. Tito il triceratopo stava facendo colazione con foglie di felce, di cui la valle era piena, quando all’improvviso sentì un tonfo davanti alla sua grotta.
Era un pacco.

Un pacco bello grande, avvolto in corteccia di sequoia, con su scritto “Per Tonko, Via delle Pietre 45”
Grattandosi la testa con la zampa Tito borbottò:
– Quel postino pterodattilo ha sbagliato di nuovo!

Sospirò, avrebbe portato lui il pacco a Tonko, il suo vicino anchilosauro abitava solo cinque grotte più in là, sarebbe stata una cortesia da buon vicinato facile facile.

O forse no.

Tito arrivò davanti alla grotta di Tonko trascinando il pacco, mise la testa dentro ma non vide nulla perché c’era il buio più totale.

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Tartagino e la zuppa dello chef 🍲

Zuppe di felci e amicizia preistorica: come si supera una “puzzolente” prova di fedeltà?

Nella turbolenta Valle di Rocciaverde, un cuoco improvvisato e il suo migliore amico stanno per sedersi a tavola.
Il menù? Sette zuppe, sei sono immangiabili, ma l’ultima, la “Zuppa di Felci Fresche”, è buonissima.

Peccato che a Tartagino le felci facciano degli scherzetti al pancino…

Un gorgoglio, poi un tremore, poi… una puzzetta silenziosa capace di piempire un’intera caverna in pochi secondi.

Riuscirà la loro amicizia a sopravvivere ad un odore simile ai calzini bagnati di un mammut?
Preparate le mollette per il naso, sta per iniziare una storia… “aromatica”.


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“Tartagino e la zuppa dello chef 🍲“

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Tartagino e la zuppa dello chef 🍲


Tanto tanto tempo fa, nella Valle di Rocciaverde, dove i vulcani eruttavano un giorno sì e l’altro anche, vivevano due grandi amici: Tartagino e Tonko.

Tartagino era uno stegosauro, con le placche sulla schiena e un sorriso sempre stampato sul muso. Aveva un solo, piccolissimo difetto: se mangiava troppe felci il suo pancino produceva peti così potenti da far tremare le montagne.

Tonko, invece, era un anchilosauro con la coda a mazza chiodata e un carattere buono ma brontolone. Passava le giornate a lamentarsi del caldo, del freddo, della luce, del buio e soprattutto del fatto che non riusciva mai a dormire abbastanza.

Un pomeriggio però Tonko ebbe un’idea grandiosa: decise che sarebbe diventato un grande chef stellato!
Così iniziò a preparare tutta una serie di zuppe seguendo ricette di sua invenzione.
Una volta che furono pronte andò dal suo amico Tartagino e lo invitò ad assaggiarle tutte.

E così Tartagino, pensando che fosse sempre il momento buono per mangiare qualcosa, si incamminò verso la caverna di Tonko.

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La grande caccia al tesoro di Rocciaverde 🐝

Dalla tana del T-Rex al ponte pericolante: riusciranno i tre amici a trovare il Tesoro Perduto di Rocciaverde?

Cosa succede quando affidi una mappa del tesoro al velociraptor più distratto della preistoria?
Semplice: ti ritrovi a testa in giù appeso a una liana, inseguito da un tirannosauro con le braccia corte e con un dirupo di lava incandescente ad aspettarti.

Questa è l’epopea di Volas, Tito e Vess, tre dinosauri, un obiettivo e zero senso dell’orientamento.

La loro avventura vi dimostrerà che a volte il vero tesoro è la capacità di ridere delle disavventure mentre delle api giganti vi rincorrono minacciose.


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“La grande caccia al tesoro di Rocciaverde 🐝“

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La grande caccia al tesoro di Rocciaverde 🐝


C’era una volta, tanto tanto tempo fa, una valle chiamata Rocciaverde. Era verde e aveva tante rocce, come il nome faceva intuire.

In quella valle viveva Volas, uno pterodattilo, e quella mattina stava facendo il giro della morte sopra il laghetto davanti casa quando atterrò (malamente) davanti alla grotta del suo amico Tito.

Volas, senza nemmeno bussare entrò nella grotta dell’amico e gli parlò tutto emozionato:
– Guarda qua Tito! Secondo me ho trovato una mappa del tesoro! – urlò sventolandogli davanti al naso una foglia gigante tutta scarabocchiata.

Tito il triceratopo alzò un sopracciglio.
– Volas, l’ultima volta che hai trovato qualcosa di “fantastico” era un sasso che secondo te era una pizza appena sfornata…

– E sembrava davvero una pizza! – si difese Volas – comunque questa volta è diversa, guarda, ci sono disegnate delle montagne, degli alberi e… credo… una torta gigante!

– È un vulcano – aggiunse con tono pacato Tito, che alla vista della mappa iniziava ad incuriosirsi.
– Ah, questo spiega le fiammelle – continuò Volas avvicinando la mappa agli occhi per guardarla meglio.

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La leggenda di Re Carnevale 👑

Cosa succede quando Re Carnevale e Regina Quaresima si incontrano sul trono?

In un regno sospeso fuori dal tempo, l’eccesso festoso di Re Carnevale sta per infrangersi contro la fredda realtà di chi sta arrivando dalle colline.

La Regina della Quaresima avanza per riportare ordine, silenzio e grigio, mettendo fine alla magia delle festa di Carnevale.

Ma una piccola maschera colorata caduta da una tasca, rivelerà la verità sulla Regina…


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“La leggenda di Re Carnevale 👑“

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La leggenda di Re Carnevale 👑


C’era una volta, in un tempo che non si può segnare sul calendario, un regno dove regnava
Re Carnevale.

Re Carnevale era grasso come una botte e rosso in viso come il vino che traboccava dal suo calice d’oro, era vestito con stoffe che urlavano tutti i colori dell’arcobaleno insieme. Sulla sua corona pendevano campanelli che tintinnavano ad ogni movimento, e dalle sue tasche cadevano caramelle e dolci come fossero bucate.

– Oggi è festa! Domani è festa! Dopodomani… ancora festa! – urlava alle folle che festeggiavano sotto il suo castello fatto di carta pesta e coriandoli.

Il suo regno era un caos perfetto. I giorni non avevano orari, le notti non avevano fine.
Le strade erano fiumi di musica dove sfilavano i carri allegorici: c’era il Carro del Sole Stanco, con girasoli grandi come ombrelli che ridevano a crepapelle; c’era la Nave dei Sogni Storti, tutta storta per davvero, che navigava nell’aria portando pescatori che pescavano nuvole; c’era il Drago Mangianuvole, che sputava fumo colorato profumato di zucchero filato; c’era il Castello Ambulante, con torri che si piegavano per salutare i bambini.

E poi, oh, c’era il Carro della Samba Selvaggia, arrivato da terre lontane dove il carnevale non finiva mai. Era una esplosione di piume fucsia, azzurre, dorate, che sembravano ali di uccelli impossibili. Le ballerine danzavano come se i loro piedi non toccassero terra, e la musica faceva ballare tutto il regno.

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Il Carnevale di Venezia, la Maschera del Leone Alato 🎭

La Maschera del Leone Alato è Scomparsa: Chi sarà il Ladro Misterioso?

Durante il Carnevale di Venezia, dove ogni volto è nascosto da una maschera misteriosa e ogni sussurro si perde nei canali, un tesoro inestimabile svanisce nel nulla.

C’è una sola traccia da seguire: un biglietto firmato con un piccolo indizio.

Marina, per amore del nonno, intraprende la caccia al ladro usando il silenzio come un’arma per smascherare il colpevole, ma deve fare in fretta, prima che il Carnevale finisca…


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“Il Carnevale di Venezia, la Maschera del Leone Alato 🎭“

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Il Carnevale di Venezia, la Maschera del Leone Alato 🎭


I

Le luci esplodevano specchiandosi sull’acqua come stelle cadute dal cielo.
Una folla mascherata correva, rideva, vociava, mentre un’orchestra invisibile suonava da qualche parte tra i palazzi.

Sotto i veloci passi di Marina il ponte vibrava. Era un tremore impercettibile, che solo chi conosce Venezia sa riconoscere

Indossava la maschera de la Moretta, in velluto nero a ovale perfetto, per reggerla doveva stringere tra i denti un bottone d’avorio, che così non le permetteva di parlare, ma i suoi occhi, visibili attraverso le fessure a mandorla, parlavano per lei.
Dietro il velluto nero della maschera, Marina era diventata puro sguardo, pura osservazione.

Il suo ventaglio si aprì con un fruscio leggero, Marina lo agitò tre volte, un gesto preciso come una formula magica, e il gondoliere che remava vicino al ponte iniziò a parlare.

– Strano, strano davvero! – esclamò l’uomo senza sapere perché – Stanotte ho visto una barca ferma sotto il Ponte delle Maravegie, era una barca nera, senza lanterna, e ho visto un’ombra che portava qualcosa avvolto in un telo.

Marina annuì impercettibilmente, il ventaglio si richiuse velocemente e i suoi occhi guardarono inquieti la laguna.

Era iniziato tutto tre giorni prima.

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Il Carnevale degli animali 🦁🦘🐢🐓🦢

Cosa succede nel Boschetto della Luna? E perché gli animali hanno iniziato a ballare tutti insieme?

Ci sono inviti che arrivano per posta. E poi ci sono quelli che trovi per caso, scritti su una foglia d’oro, destinati solo a chi ha il coraggio di credere nella propria fantasia.

E quella notte, il bosco non era più fatto di soli alberi, era diventato una gran sala da ballo pronta a fare da palcoscenico ad una incredibile festa!


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Il Carnevale degli animali 🦁🦘🐢🐓🦢


Quella sera io ero lì, nascosto dietro un cespuglio di more, quando vidi quella cosa brillare per terra. Era una foglia dorata, (una vera foglia d’oro!) con delle parole scritte sopra.

“Questa notte, gran ballo nel Boschetto della Luna. Tutti gli animali sono invitati.”

Io non sono un animale, sono solo un bambino. Ma decisi che sarei andato lo stesso, perché le notti magiche non aspettano nessuno.

Quando arrivai nel boschetto, il leone era già lì. Camminava piano piano, con quella sua criniera che sembrava fatta di sole arrotolato. Ogni suo passo faceva tremare l’erba, ma non per paura, per rispetto. Era come quando entra in classe la maestra e tutti, zitti zitti, si siedono al loro posto.

Poi arrivarono le galline e i galli. Mamma mia, che confusione! Beccavano di qua, beccavano di là, parlavano tutti insieme senza mai smettere.

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Pulcinella e le nozze di Teresina 😜

Cosa succede quando un ragazzo dal cuore d’oro, un amico con un’idea pessima e una ragazza innamorata si incontrano?

In una Napoli vibrante e rumorosa, due mondi si scontrano, da una parte, la ricchezza senza cuore del Magnifico Dottore, dall’altra, una fame senza fine e la smisurata generosità di Pulcinella.

Preparati a una storia dove gli spaghetti volano e a un banchetto che diventerà campo di battaglia, perché a volte per vincere, bisogna osare tutto… e mangiare come non si è mai mangiato prima!


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Pulcinella e le nozze di Teresina 😜


C’era una volta, a Napoli, un ragazzo chiamato Pulcinella.
Aveva sempre fame, ma proprio sempre, e la sua pancia brontolava più forte di un tuono nella tempesta. Indossava un camicione bianco così largo che sembrava una vela di barca, e i pantaloni erano pieni di rattoppi come la coperta della nonna.

Dall’altra parte della città viveva il Magnifico Dottore, un signore ricchissimo che contava le monete d’oro prima di andare a dormire, per essere sicuro che nessuno gliele avesse rubate. Aveva più soldi di quanti ne potesse spendere in cento vite, ma non voleva regalarne nemmeno uno.

Il Magnifico Dottore aveva una nipotina, la Teresina, una ragazza che aveva visto Pulcinella al mercato, mentre rubava un pesce da una bancarella, ma poi, impietosito da un gattino affamato, l’aveva dato al gatto invece di mangiarlo lui.

Da quel giorno, Teresina pensava sempre a quel ragazzo buffo con il camicione bianco e il cuore grande.

– Voglio sposare Pulcinella! – aveva dichiarato un giorno a suo zio.
Il Magnifico Dottore quasi soffocò con il caffè.
– Pulcinella?! Quello straccione senza una lira? Mai! Tu sposerai Don Pancrazio, il mercante più ricco del porto!

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Arlecchino e il vestito dai mille colori 🟥🟨🟩🟦🟪

Cosa Si Nasconde Dietro la Maschera di Arlecchino? Scopri la sua storia!

In una città antica arrampicata sui colli, un bambino di nome Arlecchino osserva il mondo da dietro una finestra della sua povera casa. Ma oltre il vetro, si avvicina il più grande evento dell’anno: la festa di Carnevale.

Mentre tutti i bambini del quartiere mostrano i loro costumi sfarzosi, lui stringe i pugni in silenzio, convinto che non potrà mai avere un costume bello come il loro.

Fino a quando una notte, un gesto inaspettato cambierà tutto…


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Arlecchino e il vestito dai mille colori 🟥🟨🟩🟦🟪


A Bergamo, tanti e tanti anni fa, tra le vie che arrampicavano sul colle, viveva un bambino di nome Arlecchino.

Aveva otto anni, e passava le giornate osservando il mondo da dietro le tende della finestra di casa sua, perché si vergognava ad andare in giro per i vicoli con i suoi vestiti tutti usurati e rattoppati.

La sua mamma lavorava dall’alba al tramonto per mettere insieme una minestra e un tozzo di pane. Ma c’era sempre un sorriso sul suo viso, e questo, pensava Arlecchino, valeva più di qualsiasi tesoro.

Quel febbraio, però, tutti i bambini del quartiere parlavano di una cosa sola: la grande festa di Carnevale dove la piazza della città si sarebbe riempita di maschere e colori, di risate e di musica.

Tutti i bambini raccontavano come sarebbero stati belli i vestiti che avrebbero indossato alla sfilata di Carnevale:
– Quest’anno ho un mantello blu con le stelle dorate! – gridava Marco, il figlio del fornaio.
– E io avrò un cappello con tre piume di pavone! – rispondeva Giulia, gonfiando il petto.

Arlecchino che li ascoltava da dietro la finestra, invece, stringeva forte le mani dietro la schiena, si nascondeva in un angolo e non diceva niente.

Un pomeriggio, arrivò a casa sua Colombina, la sua unica vera amica, lei non lo guardava mai storto per i suoi vestiti rattoppati.
– Arlecchino, domani proviamo tutti i costumi di Carnevale in piazza! Vieni anche tu? – gli disse con entusiasmo.

Il bambino guardò i suoi piedi scalzi, poi alzò lo sguardo verso le nuvole che correvano veloci sopra i tetti.
– Non posso, devo… devo aiutare la mamma – rispose senza molta convinzione.
– Ma dopo averla aiutata? – ribatté subito Colombina.
– Dopo… dopo devo andare al mercato – continuò Arlecchino evitando di guardarla in viso.
– E poi? – lo incalzò ancora Colombina.

Arlecchino si morse il labbro, dire bugie gli pesava sulla lingua come sassi.
– E poi… poi devo sistemare casa – le disse con un filo di voce.

Colombina inclinò la testa, ma non disse nulla, gli prese solo una mano e gliela strinse forte, prima di correre via tra i vicoli.

Quando sua mamma tornò a casa, trovò Arlecchino seduto sul gradino della porta d’ingresso. Non piangeva, i bambini come lui avevano imparato presto che le lacrime non riempiono le pance vuote, ma i suoi occhi parlavano lo stesso.

– Cosa c’è, piccolo mio? – disse dolcemente lei.
– Niente, mamma – rispose lui con lo sguardo basso dando un piccolo calcio ad un sassolino.

Ma la mamma di Arlecchino aveva un cuore che vedeva oltre le parole.
Quella sera, mentre il bambino dormiva, uscì sul pianerottolo e trovò la signora Margherita, la sua vicina, che rammendava un lenzuolo alla luce d’una candela.

– Arlecchino non andrà alla festa di Carnevale – disse piano la mamma di Arlecchino con la voce malinconica – sa che non ho stoffa per fargli un costume e si è inventato mille scuse per non andare, ma io ho visto la vergogna nei suoi occhi…

La signora Margherita posò l’ago e alzò lo sguardo.
– Ma tutti i bambini devono festeggiare Carnevale…! – esclamò sottovoce.

Le due donne si guardarono in silenzio. Poi la signora Margherita sorrise, e quel sorriso aveva dentro il calore di un abbraccio amico.

Il giorno dopo, qualcosa di strano accadde nella casa di Arlecchino. La signora Margherita bussò alla porta, entrò e lasciò sul tavolo di casa un pacchettino avvolto in carta di giornale. Dentro c’era un quadrato di stoffa rossa, morbida come una carezza.
– È uno scampolo che non mi serve più – disse alla mamma di Arlecchino mentre, sorridendo, usciva dalla porta.

Nel pomeriggio arrivò la signora Teresa con un triangolo di velluto verde. Poi venne la vecchia Rosa con un nastro giallo come il sole. La signora Agnese portò una striscia di tessuto viola, la giovane Elena un quadrato blu di velluto.

La mamma di Arlecchino all’inizio non capiva come mai tutte le donne del vicinato portassero un pezzettino di stoffa, poi mentre guardava quel tesoro crescere sul tavolo, intuì finalmente il loro scopo, e quasi si mise a piangere dalla felicità per la generosità che tutte loro le stavano dimostrando.

Quando il giorno finì e Arlecchino andò a dormire, sua mamma radunò tutte le stoffe e si mise all’opera. Lavorò tutta la notte, le dita che si muovevano veloci con ago e filo e cuciva insieme rosso e verde, giallo e viola, blu e arancione, confezionando un vestito che nessuno ancora aveva immaginato.

All’alba, quando il primo raggio di sole entrò dalla finestra, il vestito era pronto.

Arlecchino si svegliò e, stropicciandosi gli occhi, vide un meraviglioso vestito di Carnevale appeso vicino al camino.
Per un momento pensò di sognare ancora, poi guardò sua mamma che aveva gli occhi stanchi per la nottata passata senza mai fermarsi, ma felici per aver fatto qualcosa di straordinario per il suo bimbo.

– È… è per me? – sussurrò ancora incredulo Arlecchino.
Sua mamma si limitò ad annuire sorridendo, allora Arlecchino corse da lei e l’abbracciò così forte che pensò di non lasciarla mai più.

– È fatto grazie alla generosità di tutto il vicinato. Sei amato, piccolo mio, anche quando pensi di essere invisibile.

Arlecchino indossò subito il vestito, e si ammirò: ogni pezza di colore diverso che indossava raccontava quanto amore si poteva dare grazie a un piccolo pezzettino di stoffa.

Quando arrivò in piazza, tutti i bambini si girarono verso di lui e si zittirono di colpo nel vederlo.
Arlecchino, sorpreso dalla loro reazione, sentì le ginocchia tremare e stava per scappare via quando sentì una vocina vicino a lui.
– Ma è bellissimo! – era Colombina che gli prendeva la mano sorridendo.

Poi accadde qualcosa di inaspettato, gli altri bambini si avvicinarono, uno dopo l’altro, per toccare tutti i colori del suo vestito, lo circondarono come in un abbraccio.
– Ma come brilla! – disse uno.
– Guarda quanti colori! – esclamò un altro.
– Non ho mai visto niente di simile! – gridò un altro ancora.
E tutti guardavano Arlecchino e il suo vestito con meraviglia ed ammirazione.

Poco dopo iniziò la sfilata di Carnevale e Arlecchino camminò per le strade di Bergamo tenendo la mano di Colombina.
Il suo vestito splendeva sotto il sole, e ogni passo era meno timido del precedente.
Il cuore gli batteva forte, ma non più di paura: batteva di gioia.

E quando il giudice della festa dovette scegliere il costume più bello, non ebbe dubbi, chiamò Arlecchino sul palco e gli mise in testa una corona di carta dorata.

Arlecchino guardò la folla e vide tutte le mamme del vicinato sorridere.
Vide sua madre con gli occhi lucidi.
Vide Colombina che saltava dalla felicità.

E per la prima volta nella sua vita, Arlecchino non abbassò lo sguardo, perché grazie alla generosità di tante persone e all’amore della sua mamma, un semplice vestitino fatto di tanti scampoli diversi cuciti assieme, lo aveva fatto diventare l’eroe della sfilata di Carnevale.

Quella sera Arlecchino si addormentò nel suo letto stringendo il suo vestito multicolore.
E nei suoi sogni, non c’era più grigia vergogna, ma solo arcobaleni che brillavano colorati e felici.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Il grande pasticcio degli Elfi di Natale 🎁

Scopri come Grufoldo cerca di rovinare il Natale ma 4 elfi pasticcioni lo salvano!

Era quasi Natale, mentre la neve avvolgeva il Polo Nord, un’ombra sinistra si muoveva tra i giocattoli del laboratorio di Babbo Natale.
Zeffirino e la sua squadra di Elfi “Speciali” improvvisamente scopriranno che la vigilia di Natale sarebbe stata diversa.
Ma non potevano immaginare quanto.

Un grugnito nell’oscurità, regali mischiati con perfidia e una creatura di fuliggine e frustrazione che si nasconde nel camino, decisa a cancellare la magia del Natale.

Come possono degli Elfi pasticcioni sconfiggere la minaccia più grande che il Natale abbia mai affrontato?


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Il grande pasticcio degli Elfi di Natale 🎁


Capitolo Uno: In cui tutto comincia (male)

Mi chiamo Zeffirino Scarpafina, e devo dirvi subito una cosa importante: non sono un elfo normale.

Nessuno di noi lo è, a dire il vero.
C’è Pasqualina Bislacca, che ha le orecchie così appuntite che quando si gira troppo veloce buca i sacchi dei regali.
C’è Gedeone Sbilenco, che cammina sempre storto verso sinistra e quando deve andare dritto fa cerchi concentrici intorno al laboratorio.
E poi c’è Priscilla Capovolti, che vede tutto al contrario e per questo legge le letterine dei bambini partendo dalla firma.

Insieme, siamo la “Squadra Speciale Impacchettamento Regali”, Babbo Natale ci ha dato questo nome importante perché suona meglio di “Quelli Che Hanno Rotto Più Cose Anche Quest’Anno…”

Era la sera del 23 dicembre, nella Grande Fabbrica dei Giocattoli noi quattro eravamo impegnati nell’importantissima missione di impacchettare gli ultimi regali.

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Eira la principessa dei ghiacci ⛓️‍💥

Scopri il Segreto per Sconfiggere il Krampus e Spezzare le Sue Catene!

In un regno incantato, avvolto da neve e profumi natalizi, un’ombra si risveglia. È il Krampus, un demone fatto di pura rabbia e catene, che spezza la pace del villaggio per rapire la principessa Eira.

Contro di lui non servirà un esercito, ma un’alleanza impensabile: un bambino coraggioso e un grande orso bianco.
La loro missione li condurrà oltre la foresta, per affrontare non una creatura, ma l’antico dolore che l’ha generata.
La vera battaglia si combatterà nell’oscurità più profonda: il cuore pieno di dolore del Krampus stesso.


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Eira la principessa dei ghiacci ⛓️‍💥


C’era una volta, in un regno dove la neve copriva tutta la valle, una principessa di nome Eira.

La sua pelle aveva il colore dell’ambra e i suoi capelli bianchi scintillavano come se qualcuno avesse intrappolato cristalli lucenti dentro ogni ciocca.

Eira viveva in un castello dalle torri alte e slanciate come abeti, e ogni mattina si svegliava con il canto degli uccelli che venivano a posarsi sulla sua finestra. Lei sussurrava loro parole dolci, e gli uccellini la comprendevano, perché Eira possedeva un dono raro: sapeva parlare al cuore di tutte le creature.

Nel regno di Eira, il Natale era vicino, le vie del villaggio profumavano di cannella e mele cotte, e nelle piazze si accendevano falò intorno ai quali la gente si radunava a cantare e fare balli.

Ma quella sera, mentre la luna saliva nel cielo, qualcosa di oscuro si mosse tra le ombre degli alberi.

Catene ferrose tintinnarono nell’aria gelida.

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Lyra la Stella Cometa 💫

La vera magia del Natale è aiutare chi ne ha più bisogno

In una notte di Natale, mentre il mondo festeggia, una stella cometa di nome Lyra avverte un’ondata di fredda tristezza salire dalla Terra. Il suo sguardo cade su una piccola casa buia, dove una bambina veglia la madre malata in una stanza senza fuoco né speranza.

Lyra tenta di scaldare quel cuore spezzato con la sua luce, ma non basta.
Serve un miracolo più grande, un miracolo che solo il cuore di un bambino può aiutare a compiersi.

Riuscirà Lyra a trovare qualcuno, laggiù, abbastanza coraggioso da ascoltare un sussurro magico?


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“Lyra la Stella Cometa 💫“

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Lyra la Stella Cometa 💫


Lyra era una stella cometa, vagava nel cielo e la sua coda brillava di una magia luminosa. Quella sera, la notte prima di natale, mentre attraversava il buio con la sua coda d’argento sentì salire verso di lei una tristezza strana e fredda.

Guardò giù, verso un villaggio addormentato tra le colline dove dai comignoli delle case illuminate a festa, usciva il fumo dei camini accesi.
Poi notò una casetta piccola piccola, dove dal comignolo non usciva un filo di fumo, e dentro vi era solo una debole candela che illuminava una finestra quasi completamente buia.

Fu allora che la vide: era una bambina piccina piccina, seduta accanto a un letto dove dormiva sua madre. La stanza era gelida, non c’era fuoco nel camino, non c’era pane sulla tavola, solo il respiro pesante della madre della bimba riempiva l’aria.
La donna era gravemente malata, e forse non avrebbe superato la notte.

Ada, così si chiamava la bambina, teneva stretta la mano della madre ma non piangeva, forse perché aveva già consumato tutte le sue lacrime.

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La valle dei colori perduti: Perché i fiori sono colorati 🌺

La leggenda perduta: perché i fiori hanno così tanti colori?

In un mondo avvolto in una coltre di grigio, dove la natura aveva smarrito la sua essenza più vibrante, due giovani bambini fanno una scoperta che avrebbe cambiato tutto.
Uno spirito antico svelerà loro un segreto dimenticato, l’unica speranza per ridare vita a una valle grigia e triste.

Ma la magia da sola non bastava.
Per compiere il miracolo, Susy e Teo dovranno offrire qualcosa di profondamente umano: i loro desideri più belli.
Riusciranno i due bambini a ridipingere il mondo, un sogno alla volta?


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La valle dei colori perduti: Perché i fiori sono colorati 🌺


Tanto tempo fa, quando il mondo era ancora giovane e le stagioni si rincorrevano come bambini in un prato, c’era una valle in cui i fiori erano tutti dello stesso colore: un pallido grigio chiaro.
Le pianure e le colline, pur ricche di profumi, sembravano coperte da una triste coperta grigiastra, anche sotto il gentile sole primaverile.

In un piccolo villaggio ai piedi della valle, vivevano due fratellini: Susy e Teo. Erano vispi e curiosi e amavano esplorare i boschi.

Un giorno, mentre raccoglievano erbe selvatiche per la nonna, si imbatterono in una creatura mai vista prima: era alta poco più di un cespuglio e aveva un mantello fatto di petali di fiori.

– Chi sei? – chiese Susy, senza paura.
– Sono Flòrien, lo spirito antico dei fiori, e voi? – rispose la creatura, inclinando il capo curioso.
– Io sono Susy e lui è Teo – disse la bambina.
– Ma se tu sei lo spirito antico dei fiori, ci puoi spiegare perché tutti i fiori sono grigi? – domandò Teo, osservando i campi grigi tutt’intorno.

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Le perle del cielo: Perché piove 🌧️

Scopri perché piove grazie al magico viaggio di una goccia d’acqua!

In un regno sospeso tra cielo e terra, dove le nuvole sono case soffici, una piccola goccia di nome Plic sogna l’avventura.
Il mondo sottostante la chiama con i suoi colori e i suoi misteri.
Ma quale magia può trasformare un sogno in un volo?

Un calore improvviso, un peso che cambia… e il cielo si prepara a riproporre un antico miracolo.
Plic sta per compiere il suo destino, un viaggio che nutre la vita stessa sulla terra.
Prova a seguirla per scoprire il segreto più prezioso: perché piove?


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Le perle del cielo: Perché piove 🌧️


C’era una volta, in un regno di nuvole soffici nel cielo terso, una piccola goccia di nome Plic. Plic era curiosa e vivace, sempre con gli occhi rivolti verso il basso, ad ammirare il mondo che si estendeva sotto di lei.

Un giorno, chiese alla sua mamma Nuvola:
– Mamma, perché non possiamo scendere giù sulla terra? Vorrei tanto vedere da vicino quei fiori colorati e quegli animali buffi che vedo laggiù!

Mamma Nuvola sorrise e rispose:
– Cara Plic, per le goccioline d’acqua come te il viaggio verso la terra è parte di un ciclo magico, che inizia con il sole. Devi sapere che i suoi caldi raggi accarezzano l’acqua facendola evaporare in piccole goccioline di vapore leggero proprio come te. Le gocciole poi salgono su nel cielo e si riuniscono una vicina all’altra per formare le grandi nuvole bianche, proprio come me.

– E poi cosa succede? – chiese Plic molto incuriosita.
– Quando una nuvola bianca diventa troppo pesante e grigia, ecco che avviene la magia: le gocce si trasformano di nuovo in acqua e scendono sulla terra sotto forma di pioggia. È un momento di gioia, perché la pioggia porta nutrimento alle piante, disseta gli animali e rinfresca la terra.
Plic non vedeva l’ora di vivere questa avventura.

Un giorno che l’aria diventò più fresca infatti, la nuvola si fece pesante e grigia e Plic capì che era arrivato il momento. Si lasciò cadere, insieme alle altre sue amiche gocce, in una danza vorticosa e gioiosa.
Scendendo sentiva il vento accarezzarla, e guardandosi intorno vedeva tante altre gocce di pioggia come lei, scendere felici.

Quando finalmente toccò terra, Plic si unì a tante altre gocce formando un piccolo ruscello che scorreva tra i prati, donando vita e freschezza a tutto ciò che incontrava.

Plic era felice. Aveva finalmente realizzato il suo sogno e ora poteva esplorare il mondo da vicino. Incontrò fiori che sbocciavano, animali che si rinfrescavano sotto la pioggia e bambini che giocavano felici nelle pozzanghere d’acqua.

Ma mentre il sole tornava a splendere, Plic sentì un calore delicato avvolgerla. A poco a poco, il suo corpo leggero cominciò a salire, trasformandosi di nuovo in vapore. Volteggiò dolcemente verso l’alto, sempre più su, fino a quando non riconobbe la morbida forma della mamma Nuvola che l’aspettava a braccia aperte.

– Bentornata, piccola mia – sussurrò Mamma Nuvola, accogliendola assieme alle altre goccioline. – Ora riposerai con me, finché non sarà di nuovo tempo di tornare sulla terra.

E così Plic, felice e serena, si preparò per la prossima avventura, sapendo che il ciclo della pioggia non finiva mai, ma si rinnovava in un’eterna magia tra cielo e terra.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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La Magia delle Foglie Cadenti: Perché alcune piante perdono le foglie in inverno 🍂

Perché gli alberi perdono le foglie in inverno?

In un mondo dove ogni autunno dipinge il bosco di rosso e oro, una giovane quercia di nome Lina custodiva un unico, tormentoso interrogativo. Perché, quando l’aria si faceva fredda, gli alberi come lei lasciavano cadere per terra ciò che avevano di più bello?

Guidata da un saggio abete, Lina varcherà la soglia di un regno segreto.
Qui, incontrerà le Stagioni in persona, pronte a svelarle l’antico, vitale segreto che si nasconde dietro ogni foglia che cade cullata dall vento.


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La Magia delle Foglie Cadenti: Perché alcune piante perdono le foglie in inverno 🍂


In un tempo lontano, nella verde Valle dei Boschi, viveva una giovane piantina di quercia di nome Lina.

Lina era curiosa e vivace, con foglie larghe e lucenti che vibravano al vento. Amava sentire il calore del sole e osservare le altre creature del bosco.

Ma c’era una domanda che la tormentava: perché alcune piante perdevano le foglie in inverno, mentre altre no?

Ogni autunno, Lina osservava le querce adulte della valle. Una dopo l’altra, le loro foglie si tingevano di rosso, arancio e oro prima di cadere dolcemente al suolo.

– Perché abbandonano le loro foglie? – si chiedeva – Io non voglio mai perderle, sono parte di me!

Un giorno, mentre rifletteva, Lina sentì un fruscio vicino a lei. Era un vecchio saggio del bosco, un abete maestoso di nome Nonno Verde. Lui non perdeva mai le sue foglie aghiformi, e le sue storie erano leggendarie.

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La danza gelata: Perché viene la pelle d’oca 🪶

Perché viene la pelle d’oca? Scopri lo stratagemma del nostro corpo per difendersi dal freddo!

In un bosco silenzioso, avvolto dal gelo, una bambina scopre un antico rituale. Un gruppo di oche danza sulle acque ghiacciate, un movimento elegante che sfida il freddo pungente.
È un segreto che la natura custodisce da millenni.

Ma quella danza non appartiene solo a loro.
È un linguaggio universale del corpo, un mistero che si svela sulla nostra stessa pelle. Perché quelle piccole protuberanze che compaiono quando un brivido di freddo ci attraversa sono molto più di un semplice segnale di freddo: sono una magia biologica.


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La danza gelata: Perché viene la pelle d’oca 🪶


In un piccolo villaggio circondato da montagne innevate e foreste rigogliose, viveva una bambina di nome Livia che amava esplorare la natura e chiacchierare con gli animali del bosco. Un giorno, mentre camminava lungo un sentiero innevato, incontrò una famiglia di oche che si raccoglieva intorno a un laghetto ghiacciato.

– Buongiorno signore oche! – disse Livia con un sorriso – che ci fate qui?

Le oche guardarono Livia con occhi curiosi e una di loro, l’oca più anziana, rispose:
– Ciao, piccola amica! Stiamo preparando una danza speciale per il freddo.

Livia si avvicinò con interesse – Una danza speciale? Cosa significa?

L’oca sorrise e le spiegò:
– Quando fa freddo, noi oche eseguiamo una danza che ci aiuta a tenere caldo il nostro piumaggio e il nostro cuore.

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L’abbraccio invisibile: Perché non c’è gravità nello spazio 🚀

Perché non c’è gravità nello spazio? La verità dietro l’“abbraccio invisibile” della Terra

In un silenzio profondo, rotto solo dal respiro, un bambino galleggia.
Lontano, un pianeta azzurro brilla nel vuoto.
È qui che ogni legge che conosciamo sembra infrangersi, in un luogo dove il più semplice dei gesti, come lanciare un oggetto, diventa magia.

Una domanda brucia nella mente di Dario: perché?
Perché qui non c’è un alto né un basso?
La risposta arriverà da una guida inaspettata, pronta a svelare il segreto più affascinante dell’universo: la verità sull’abbraccio invisibile che ci lega alla Terra.


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L’abbraccio invisibile: Perché non c’è gravità nello spazio 🚀


C’era una volta, in un futuro non troppo lontano, un bambino di nome Dario che abitava su una stazione spaziale chiamata Aurora 9, sospesa tra le stelle come una lucina nel buio.

Dario era curioso, pieno di domande e sempre pronto a scoprire cose nuove. Ogni mattina si svegliava galleggiando, e si divertiva a fluttuare da una parte all’altra della stanza, come un piccolo pesce nello spazio.

Un giorno, mentre cercava il suo calzino (che era volato via galleggiando), sentì una voce dolce e vibrante:
– Hai perso qualcosa? –

Dario si guardò intorno e vide una figura luminosa e trasparente, che brillava di colori mai visti prima. Aveva la forma di una stella con occhi curiosi e una lunga scia che si muoveva come una danza.
– Chi sei?! – esclamò Dario.
– Sono Halo, spirito antico dei cieli, custode dei segreti dell’universo – rispose la creatura con un sorriso. – Sono venuta a rispondere alla tua domanda non detta.

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Il viaggio di Cloe: Perché i pianeti girano intorno al sole ☀️

Perché il Sole è il centro del viaggio di ogni pianeta?

In un angolo scintillante dell’universo, la cometa Cloe, con la sua scia luminosa, incontra il razzo Rocket. Insieme, partono per un’avventura cosmica verso il Sole, spinti da una grande curiosità: scoprire il segreto che lega i pianeti alla nostra stella.

Attraverso galassie e costellazioni, Rocket svelerà a Cloe il mistero di una forza invisibile e gentile. Scoprirai come la gravità crea un equilibrio magico che fa muovere tutti i pianeti intorno al Sole in un girotondo senza fine.


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Il viaggio di Cloe: Perché i pianeti girano intorno al sole ☀️


In un vasto universo dove le stelle brillavano come diamanti nel cielo, viveva una cometa curiosa di nome Cloe. Cloe amava vagare tra le galassie, esplorando gli angoli più remoti dell’universo con la sua scia luminosa.

Un giorno, durante uno dei suoi viaggi cosmici, Cloe incontrò un razzo spaziale chiamato Rocket, che viaggiava attraverso lo spazio alla ricerca di avventure. Rocket, con i suoi motori ruggenti e il suo cuore di metallo, era il compagno perfetto per un’avventura intergalattica.

– Ciao! Io sono la cometa Cloe! – esclamò lei con entusiasmo – Dove stai andando di bello?

Rocket le sorrise e disse:
– Ciao! Io sono il razzo Rocket e sto viaggiando verso il sole per scoprire il segreto dei pianeti che girano intorno ad esso. Vuoi venire con me?
– Certamente! Sono sempre pronta per una nuova avventura! – rispose Cloe eccitata.
E così, insieme, Cloe e Rocket si diressero verso il sole, seguendo il percorso delle stelle e dei pianeti che giravano intorno a lui.

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Il vento magico: Perché gli elefanti hanno la proboscide 🐘

Ti sei mai chiesto perché gli elefanti hanno una proboscide? La risposta è un soffio di magia.

In un tempo remoto, dove la magia fluiva tra l’erba alta della savana, viveva Madu, il primo elefante. Madu aveva un piccolo desiderio che gli abitava dentro al cuore: assaggiare i frutti dorati che luccicavano sui rami più alti, irraggiungibili per il suo nasino corto.

La sua pazienza verrà premiata da un evento straordinario: l’arrivo di un Vento Magico. Scopri come un semplice desiderio, unito a una forza misteriosa, possa cambiare per sempre il destino di una specie, donando a Madu un dono meraviglioso: la prima proboscide.


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Il vento magico: Perché gli elefanti hanno la proboscide 🐘


Quando il mondo era ancora giovane e la natura viveva in armonia, nella savana dell’africa c’era una creatura gentile chiamata Madu, il primo elefante.

Madu era grande, silenzioso, con pelle rugosa come corteccia antica. Il suo corpo era forte, le zampe come colonne di pietra… ma il naso, piccolo e tondo, sembrava quello di un cucciolo.

Non era un errore. Era semplicemente il modo in cui gli elefanti erano fatti a quel tempo.
Ogni mattina, quando il sole usciva da dietro la collina, le foglie più fresche si aprivano in cima agli alberi. I frutti dorati luccicavano sui rami alti e gli uccelli cantavano da lassù.

Madu li guardava, li desiderava… ma non riusciva a raggiungerli. Né con le zampe, né con il naso, che rimaneva sempre all’insù ad ammirarli.
A volte col suo naso riusciva a sfiorare a fatica alcune delle foglie più basse, ma poi doveva arrendersi e sedersi per terra.

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Il tesoro dell’orso: perché agli orsi piace il miele 🍯

Cosa si nasconde dietro la dolce magia dorata che incanta gli orsi da secoli?

Segui le orme di Bork, un giovane orso bruno dalla grande curiosità, diverso da tutti gli altri. La sua storia inizia con un mistero: la sparizione delle api e la comparsa di una sostanza dorata dal profumo inebriante.

Un assaggio cambierà per sempre il suo destino, scatenando una ricerca che lo porterà a scoprire l’antica verità sul legame speciale che lega gli orsi e il miele, un tesoro della natura che parla di energia, rispetto e gentilezza.


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Il tesoro dell’orso: perché agli orsi piace il miele 🍯


Tanto, tanto tempo fa, quando nei boschi gli animali parlavano tra loro, viveva un giovane orso bruno di nome Bork.

Non era come gli altri orsi: invece di passare le giornate a grattarsi contro i tronchi o a pescare nei fiumi, Bork passava il tempo a osservare.
Era curioso, attento, e aveva sempre il naso all’insù, come se cercasse qualcosa che ancora non conosceva.

Un giorno, durante l’autunno, mentre le foglie danzavano leggere verso il suolo e i rami cominciavano a svuotarsi, accadde qualcosa di strano.
Uno scoiattolo scese di corsa da un pino, gli occhi sgranati.

– Bork! Bork! È successa una cosa incredibile nella Pianura Fiorita! – strillò.
– Calmati, raccontami con calma.
– Le api… sono sparite! – sussurrò lo scoiattolo – e dove prima c’era un grande alveare, ora c’è solo una sostanza dorata e appiccicosa. E profuma… profuma di qualcosa che non so spiegare!

Bork sentì un formicolio al naso, era un profumo nuovo, dolce, quasi ipnotico, doveva andare a vedere.
Giunto nella Pianura Fiorita, trovò ciò che lo scoiattolo aveva descritto: niente api, ma un liquido denso e dorato che brillava alla luce del sole.
Gli uccelli lo osservavano da lontano e nessuno osava avvicinarsi.

Bork invece si chinò sulla sostanza dorata, annusò… e poi assaggiò.
E fu come se il mondo si fermasse per un istante.

Un’esplosione di sapori dolci e floreali gli riempì la bocca. Era miele.
Il suo cuore accelerò.
– Che magia è mai questa? – mormorò incredulo.
Ma non era magia, nei giorni successivi Bork decise di scoprire il mistero del liquido denso e appiccicoso.

Si mise quindi in viaggio per raggiungere la vecchia Tartaruga saggia e antica, che conosceva tutta la storia della valle.

Bork la trovò sotto un salice, con il guscio coperto di muschio.
– Saggia Tartaruga – disse Bork – ho assaggiato una sostanza dorata dolce come la primavera. Voglio sapere cos’è, e perché mi ha fatto sentire… felice.

La tartaruga aprì lentamente gli occhi.
– Ciò che hai assaggiato è il miele. Le api lo creano a partire dal nettare dei fiori, lo trasformano dentro di sé e lo conservano per l’inverno.
– Ma perché mi piace così tanto?

La tartaruga sorrise.
– Gli orsi, come te, hanno un olfatto potente. Sentite gli zuccheri naturali anche da molto lontano. Il miele è ricco di energia, perfetto per prepararvi al lungo letargo invernale. È la natura che vi guida. E non sei il primo a scoprirlo.

– Non sono il primo?
– No. Migliaia di anni fa, i tuoi antenati già cercavano il miele. Alcuni osavano arrampicarsi sugli alberi per raggiungerlo, altri scavavano nei tronchi.
Era un premio raro, ma chi lo trovava… lo ricordava per sempre.

Bork rimase in silenzio, ora tutto aveva un senso.
Tornò alla Pianura Fiorita. Le api erano tornate, indaffarate a ricostruire l’alveare.
Ma qualcosa era cambiato: Bork ora sapeva che quel dolce non era magia, ma frutto del lavoro delle api, alleate del bosco.

Così, ogni autunno, Bork si avvicinava con rispetto agli alveari. Le api, riconoscendolo, lasciavano sempre una piccola porzione di miele sul bordo del loro nido, come dono per il curioso orso che aveva risolto il mistero.

E da quel giorno, ogni orso del bosco imparò due cose: che il miele è un tesoro da meritare, e che la natura rivela i suoi segreti solo a chi ha il coraggio di cercare con gentilezza.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Accarezzando il vento: perché la mongolfiera vola 🔥

Come Vola una Mongolfiera? La magia dell’Aria Calda Spiegata ai Bambini

Hai mai sognato di volare tra le nuvole a bordo di una colorata mongolfiera? In questa fiaba magica, due fratellini curiosi scoprono il meraviglioso segreto che permette alle mongolfiere di sollevarsi in cielo.

Luca e Sofia ti porteranno in un’avventura incantata tra prati fioriti e cieli azzurri, dove un vecchio pilota svelerà loro come l’aria calda possa far volare una mongolfiera. Una storia che unisce la magia delle fiabe alla scoperta scientifica.


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Accarezzando il vento: perché la mongolfiera vola 🔥


C’era una volta un piccolo villaggio ai piedi delle montagne dove vivevano due fratellini, Luca e Sofia, che amavano esplorare la loro piccola valle insieme. Un giorno, mentre vagavano per i prati fioriti, Luca guardò il cielo e vide una strana e colorata mongolfiera.

– Guarda, Sofia! – esclamò Luca puntando il dito verso il cielo – una mongolfiera!
Sofia sorrise con entusiasmo e si mise a saltellare dalla felicità, poi disse:
– Ma come fanno a volare le mongolfiere?
– Non lo so Sofia, ma mi piacerebbe scoprirlo! – rispose Luca.

Luca e Sofia seguirono con gli occhi la mongolfiera e aspettarono che atterrasse. Poi si avvicinarono al vecchio pilota della mongolfiera che la stava preparando per riprendere il viaggio.

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Il segreto del fresco: perché si suda 💦

Perché il sudore è il nostro superpotere segreto contro il caldo?

Segui le avventure di Tito, un bambino vivace, e della sua fedele maglietta Dinetta, in una calda giornata estiva che si trasforma in una straordinaria lezione di scienza.

Scoprirai il segreto del fresco e perché sudare non è affatto una cosa “schifosa”, ma un meccanismo perfetto che ci protegge e ci tiene al sicuro mentre giochiamo e corriamo.


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Il segreto del fresco: perché si suda 💦


C’era una volta un bambino di cinque anni di nome Tito. Tito era energico come un canguro impazzito: saltava, correva, girava su sé stesso e rideva anche quando cadeva seduto sul pavimento.

Un giorno d’estate, Tito uscì in giardino con la sua maglietta preferita: una maglietta blu con un dinosauro che ballava. La chiamava affettuosamente Dinetta.

Dopo mezz’ora di corsa sotto il sole, Tito rientrò in casa, accaldato come un toast appena sfornato.
– Mammaaaa! La mia maglietta è bagnata! – gridò, guardando con disgusto Dinetta, ormai appiccicosa e umida.

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Il Mistero degli Occhi Arcobaleno: perché gli occhi delle persone hanno diversi colori 👀

Perché i nostri occhi hanno colori così diversi? Un mistero antico tra magia e natura.

In un regno di luce e meraviglia, dove la curiosità prende il volo, viveva Lùmen, uno spirito fatto di domande.
La sua più grande curiosità? Scoprire l’origine dei molteplici colori degli occhi umani, un arcobaleno di sfumature che nascondeva un segreto profondo.

La sua ricerca lo porterà a scoprire che il colore dei tuoi occhi non è un caso, ma una storia antica e magica, un dono prezioso che parla di viaggi, di amori e di mondi lontani.


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“Il Mistero degli Occhi Arcobaleno: perché gli occhi delle persone hanno diversi colori 👀“

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Il Mistero degli Occhi Arcobaleno: perché gli occhi delle persone hanno diversi colori 👀


Tanto tempo fa, quando la Terra era ancora giovane e le stelle chiacchieravano con i fiori, c’era un regno nascosto tra le pieghe del cielo chiamato Iridea.
In quel regno viveva una piccola entità fatta di luce e curiosità: si chiamava Lùmen.

Lùmen non aveva un corpo come il nostro. Era un soffio luminoso, un pensiero che volava, una domanda con le ali. E proprio perché era fatto di domande, ne portava sempre una nel cuore:
– Perché gli occhi degli umani non sono tutti dello stesso colore?

Aveva visto occhi verdi come foglie bagnate, occhi azzurri come cieli d’inverno, occhi marroni come il miele scuro, e persino occhi grigi come la pioggia tra le montagne. Ma nessuno, nemmeno il Vento Saggio, sapeva la risposta.

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Scheletrino e la carota scomparsa 💀🥕

Risolviamo un mistero di Halloween: chi ha rubato la carota magica?!

Nel cuore della notte, tra lapidi illuminate dalla luna e amici un po’ strampalati, Scheletrino scopre che perfino in un cimitero possono nascere avventure incredibili.

Un vampiro pasticcione, uno spaventapasseri volante e una carota scomparsa vi porteranno in un viaggio pieno di magia, risate e mistero… pronti a scoprire che fine ha fatto la carota magica?


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“Scheletrino e la carota scomparsa 💀🥕“

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Scheletrino e la carota scomparsa 💀🥕


La luna, piena e gialla come un formaggio stagionato, illuminava le lapidi del piccolo cimitero di montagna dove Scheletrino viveva.

Era una di quelle notti buie buie, ma non per questo meno noiose.
Una noia mortale, per l’esattezza.

Scheletrino stava contando le lucciole per la terza volta.
– Centotré, centoquattro… ah, chi se ne importa! – borbottò, lasciandosi cadere su una tomba muschiata con un tintinnio di vertebre stanche.

I suoi genitori erano impegnati in una partita a domino con le zie bisbetiche, che ogni tanto si lamentavano dei reumatismi alle falangi.

Proprio quando stava per mettersi a contare i fili d’erba, un’ombra scivolò silenziosa davanti alla luna, l’ombra poi scese a spirale e atterrò in modo piuttosto sgangherato dietro una lapide mezza rotta.

– Psst… Scheletrino! Sei lì?! – sussurrò una voce familiare.
– Draculino? – disse sorpreso Scheletrino che si raddrizzò di colpo – Cosa ci fai qui? Non è la notte del pigiama-party con il Conte Barbanera?

Draculino, un vampiretto paffutello con un mantello un po’ troppo lungo su cui inciampava continuamente, emerse dal buio.
– Ho saltato il pigiama-party! C’è un’emergenza di massima… urgenza! – annunciò, gonfiando il petto per sembrare più importante.

– Un’emergenza? – chiese Scheletrino con le orbite spalancate dalla curiosità.
– Sì! La Nonnina Lupus, ha un problema terribile! – continuò Draculino, drammatizzando al massimo la sua voce – la sua amatissima carota magica, quella che usa per far la zuppa ai suoi amati gattini, è scomparsa! Senza di quella, i suoi gatti miagoleranno affamati per l’eternità! È una tragedia!

Scheletrino, grattandosi il teschio, sentì un’ondata di eccitazione percorrergli ogni singola costola. Finalmente un’avventura! Una missione!
– Dobbiamo aiutarla! – esclamò – Ma… la sua casa nel bosco è così lontana… e i miei genitori non vogliono che io mi allontani dal cimitero…

– I tuoi genitori sono impegnati a battere le tue zie a domino, non si accorgeranno di nulla! – tentò di rassicurarlo Draculino – E per spostarci, ho già un’idea geniale!

Con un gesto teatrale, Draculino fischiò. Dopo qualche istante d’attesa, dal cielo scese sbandando un grosso… spaventapasseri!
Ma non uno spaventapasseri qualunque. Questo era gigante e, soprattutto, aveva due enormi scope di saggina legate incrociate sulla schiena che lo facevano volare!

– Scheletrino, ti presento Spaventibus! – disse Draculino – è Il mio amico spaventapasseri volante!
Scheletrino fissò il buffo essere di paglia con aria perplessa

– Dai, salta su! Aggrappati alle sue scope di saggina! – gli urlò Draculino mentre con un balzo era già sopra la schiena di Spaventibus.

Dopo un attimo di esitazione, Scheletrino salì anche lui e poco dopo Spaventibus si lanciò giù dal dirupo che costeggiava il cimitero, planando goffamente nel buio.

Il vento fischiava tra le costole di Scheletrino e faceva sbattere il mantello di Draculino. Volavano sopra i tetti dei villaggi addormentati, dove tutte le luci erano ormai spente.

– Guarda laggiù! – indicò Draculino a un certo punto – la Casa degli Specchi Storti! Si dice che il fantasma di un clown pasticciere vi sia rimasto intrappolato e non riesca più a uscirne!

Mentre lo diceva, Spaventibus, forse per la distrazione, forse per la sua goffaggine, sbandò bruscamente e andò a schiantarsi contro un albero, ridistribuendo la sua paglia su tutto il terreno circostante.

Scheletrino e Draculino si ritrovarono per terra dentro a un cumulo di foglie secche, mentre Spaventibus, con l’espressione un po’ triste, era rimasto appeso penzolante da un ramo dell’albero.

– Tutto a posto? – chiese Draculino a Scheletrino, sputando una foglia secca.
– Tutto a posto… – borbottò Scheletrino, rimettendosi qualche osso a posto – ma dove siamo?

Si guardarono intorno, erano ai margini di un bosco sconosciuto. Gli alberi erano alti e nodosi, e le loro foglie sussurravano mosse dal vento.

Decisero di camminare seguendo il sentiero a piedi, poi, ad un tratto, un’ombra enorme e pelosa balzò da dietro un cespuglio, emettendo un ringhio basso e minaccioso.

– Un orso! – urlò Draculino, afferrando Scheletrino per un omero.
– Un lupo Mannaro! – gridò Scheletrino, cercando di nascondersi dietro il mantello di Draculino.

La creatura ringhiò ancora, poi fece dei passi pesanti verso di loro.
Scheletrino e Draculino erano paralizzati dal terrore.

La gigantesca creatura pelosa avanzava lentamente, finchè fu illuminata dalla luce della luna che filtrava tra i rami.
Non era né un orso né un lupo, era peggio, molto peggio.
Era un coniglio.
Un coniglio enorme, ma pur sempre un coniglio.

E teneva in bocca una carota enorme, luccicante di una luce dorata e magica.

Il coniglio li fissò con occhi spiritati. Poi, realizzando di avere di fronte uno scheletro e un vampiro, fece ciò che qualsiasi coniglio rispettabile avrebbe fatto: lasciò cadere la carota e scappò via a zampe levate, emettendo un urlo acuto e terrorizzato. “AAAAH!”

Scheletrino e Draculino si guardarono perplessi.
– Cos’è che era quella cosa?! – chiese Scheletrino dubbioso.
– Un coniglio… Mannaro?! – provò a ipotizzare Draculino lisciandosi il mantello – Comunque, guarda lì… la carota magica!

Il mistero forse era risolto. Il coniglio gigante aveva rubato la carota solo per rosicchiarla un po’.

Raccolsero il prezioso ortaggio e, pieni di orgoglio, arrivarono alla capanna della Nonnina Lupus.
La vecchietta li accolse con i bigodini in testa e una vestaglia a fiori e li ringraziò con mille baciotti sulle guance, poi offrì loro una tisana di carota per sdebitarsi.
Draculino declinò educatamente, controllando con ansia l’orologio: mancava poco all’alba.

Scheletrino e Draculino si affrettarono a fare il viaggio di ritorno.
Spaventibus era ancora appeso all’albero, quindi dovettero tirarlo giù, raccattare tutta la paglia che aveva perso in giro e riempirlo alla bell’e meglio per farlo volare di nuovo.

Il volo fu uno sballottamento unico fino a quando planarono verso il cimitero, dove si schiantarono dolcemente nel fosso che stava davanti al cancello d’entrata.

Pieno di paglia fino alle ossa, Scheletrino riuscì a rientrare proprio mentre il cielo a est iniziava a tingersi di un rosa chiaro.

– È stata una bella serata! – sussurrò Scheletrino.
– Altroché! – disse Draculino mentre si trasformava in un pipistrello e volava veloce verso casa sua.

Scheletrino sorrise e lo salutò con la mano finché non lo vide scomparire nel cielo, poi si voltò e chiuse il più dolcemente possibile la porta del cancello dietro di sè.
Si udì appena un “clik” impercettibile.

Proprio in quel momento una voce che non ammetteva repliche ruggì:
– Scheletrinooooooooooo…

Era la voce di sua mamma, chissà che scusa avrà inventato questa volta Scheletrino 😉

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Scheletrino e la palla di pelo della saggezza 💀🐈‍⬛

Cosa nasconde davvero la Palla di Pelo dell’Infinita Saggezza?

Nel cuore di un cimitero di montagna, Scheletrino e Fantasmino vivono avventure notturne fatte di risate, brividi e incontri inaspettati. Ma quando un furbo e misterioso gatto nero chiede il loro aiuto, la notte prende una piega davvero sorprendente.

Tra soffitte polverose, streghe addormentate e strane scoperte, i due amici dovranno affrontare un compito che non avrebbero mai immaginato… e che li renderà protagonisti di un’avventura piena di mistero…


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Scheletrino e la palla di pelo della saggezza 💀🐈‍⬛


Era una notte buia buia, dove la luna sembrava un’unghia sporca che faticava a illuminare le lapidi del piccolo cimitero di montagna.

Su una di queste sedeva Scheletrino con il mento appoggiato a un metacarpo. Faceva rimbalzare una rotula contro la pietra tombale, producendo un toc-toc-toc che era l’unico suono a rompere il silenzio della monotona notte.

– Che noia mortale – borbottò, tamburellando le falangi sulla lapide – spaventare i pipistrelli, contare i lombrichi… sempre le stesse cose.

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Il fantasma inesperto 👻

Un fantasma pasticcione può diventare amico di un bambino?

Nella penombra di un’antica casa, tra scricchiolii e ombre fluttuanti, si nasconde una storia che intreccia mistero e dolcezza.
Clayton, un bambino curioso, incontra un fantasma che non sa spaventare nessuno.

Questa fiaba, scritta in originale da H. G. Wells, accende la magia dell’amicizia nei luoghi più inaspettati. Preparatevi a seguire i passi di Clayton in un racconto che mescola brividi e meraviglia.


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Il fantasma inesperto 👻


C’era una volta, in una grande casa piena di ombre fluttuanti e sinistri scricchiolii, un bimbo di nome Clayton.

Quel tardo pomeriggio, Clayton e i suoi amici erano radunati nel salone di casa sua dove era acceso il caminetto. Il fuoco scoppiettava e disegnava animali di luce sulle pareti di legno scuro.
Quel giorno l’aria sapeva di storie, e infatti Clayton, che era il bimbo più curioso di tutti, decise di raccontarne una.

Si sistemò nell’angolo, vicino al fuoco. Guardò i compagni con occhi brillanti, come fanno i bambini quando stanno per rivelare un segreto importante.
– Sentite questa – disse Clayton, abbassando la voce come quando si confida un segreto – ieri notte, qui tutto solo… ho catturato un fantasma.

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Barbablù 🗝️

Cosa si nasconde dietro la porta proibita di Barbablù?

In un’atmosfera sospesa tra il lusso e l’incubo, si dipana la storia di Isabella e Barbablù. Tra feste sfarzose e promesse d’amore, si insinua l’ombra di un mistero: che fine hanno fatto le sue precedenti mogli?

La magnifica villa di Barbablù nasconde un segreto in una stanza vietata, ma Isabella, vinta dalla curiosità, varca quella soglia.
Riuscirà a sfuggire al terribile destino che Barbablù le ha preparato?

⚠️ Questo è tra i racconti più “paurosi” fra quelli pubblicati fino ad adesso su fabulinis, tenete quindi ben abbracciati i vostri bimbi più piccoli! 😉


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“Barbablù 🗝️“

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Barbablù 🗝️


C’era una volta un uomo molto ricco la cui particolarità era quella di avere una lunga barba nera con delle sfumature bluastre.
Questa cosa lo rendeva un po’ spaventoso agli occhi della gente, e di solito donne e ragazze cercavano di stargli lontano, perché avevano paura di lui.

Tutti in paese lo chiamavano “Barbablù”

Fra le sue vicine di casa c’era una signora, anch’essa molto ricca, che aveva due splendide figlie: Anna e Isabella.
Barbablù aveva in mente di chiedere in sposa la bella Isabella, ma sapeva bene che la ragazza non aveva nessuna intenzione di sposarsi con lui.

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Il bambino delle stelle: perché la luna mostra sempre la stessa faccia 🌖

Perché la Luna mostra sempre la stessa faccia?

Nelle città sospese tra le nuvole e nei giardini fioriti nello spazio vive Elian, un piccolo sognatore che ogni notte alza gli occhi verso la Luna. La sua navicella a forma di fiore lo culla, mentre il cielo si riempie di luci che sembrano lucciole cosmiche.

Ma c’è una domanda che non lo lascia mai in pace: perché la Luna mostra sempre lo stesso volto?
Da questa curiosità nasce un viaggio tra meraviglia e scoperta, dove scienza e magia si intrecciano come fili d’oro nell’universo.


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“Il bambino delle stelle: perché la luna mostra sempre la stessa faccia 🌖“

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Il bambino delle stelle: perché la luna mostra sempre la stessa faccia 🌖


In un futuro non troppo lontano, dove le città galleggiano leggere tra le nuvole e i giardini fioriscono su cupole di vetro sospese nello spazio, viveva un bambino di nome Elian.

Ogni sera, prima di addormentarsi nella sua piccola navicella a forma di fiore, Elian guardava la Luna. Notava sempre la stessa cosa: non importava dove si trovasse o quanto il mondo cambiasse, la Luna sembrava mostrare sempre la stessa faccia, come una vecchia amica che non si voltava mai.

– Perché? – si chiedeva Elian, mentre le luci delle stelle gli danzavano attorno come lucciole cosmiche.

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Il Cuore di Fuoco: perché esistono i vulcani 🌋

Cosa nasconde il fuoco della Terra? Il viaggio di un bambino ai piedi dell’Etna.

Elio è un bambino curioso che vive ai piedi di un vulcano misterioso. Non si accontenta delle leggende su draghi e giganti: vuole scoprire la verità sul fuoco che brucia sotto la terra.

Una notte, seguendo una stella speciale, si avventura in un viaggio magico tra boschi, grotte e spiriti antichi. Lì troverà risposte che cambieranno per sempre il suo sguardo sul mondo.


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“Il Cuore di Fuoco: perché esistono i vulcani 🌋“

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Il Cuore di Fuoco: perché esistono i vulcani 🌋


Tanto, tanto tempo fa, quando le montagne erano ancora giovani, viveva un bambino di nome Elio. Aveva occhi curiosi sempre alla ricerca di cose da scoprire, e una domanda che gli batteva in testa, forte come un tamburo:
– Perché la Terra a volte sputa lava e fuoco?

Elio viveva in un piccolo villaggio ai piedi del monte Etna, quando ancora nessuno lo chiamava così. Gli anziani raccontavano storie di draghi e giganti, ma lui non ci credeva del tutto. Voleva una risposta vera.

Una notte, Elio sedeva sulla soglia della sua casa con il mento tra le mani e la testa piena di pensieri. Il cielo era limpido, e le stelle brillavano sopra di lui, ma ce n’era una che sembrava diversa dalle altre.

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Airys e la discesa invisibile: Perché i sottomarini stanno sott’acqua 🛟

Cosa tiene in equilibrio un sottomarino tra le onde del mare?

Segui le bolle argentate di Airys, un giovane sottomarino coraggioso che deve risolvere un mistero che attende nel silenzio degli oceani: un vecchio sommergibile, il Nautilus, è bloccato in un equilibrio perfetto e inspiegabile.

Scoprirai insieme ad Airys il segreto che regola il galleggiamento, proverai la gioia di una scoperta che unisce magia e principio scientifico!


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“Airys e la discesa invisibile: Perché i sottomarini stanno sott’acqua 🛟“

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Airys e la discesa invisibile: Perché i sottomarini stanno sott’acqua 🛟


Nel futuro non troppo lontano, in una base marina segreta nell’Artico, viveva un giovane e curioso sottomarino di nome Airys.

Airys trascorreva le sue giornate tra missioni di esplorazione, giochi con i delfini e chiacchierate con la dottoressa Lina Galilei, la scienziata che lo aveva progettato.

Un giorno, però, successe qualcosa di strano. Un vecchio sommergibile abbandonato, il Nautilus, fu trovato a metà strada tra la superficie e il fondale. Sospeso, immobile, né scendeva, né risaliva e la dottoressa Lina Galilei non capiva il perché.

– Dottoressa Galilei, posso andare io? – chiese Airys, con le eliche che tremolavano dall’entusiasmo. – Voglio scoprire cosa è successo!

La dottoressa gli sorrise, e caricò nel suo sistema i dati e la posizione del Nautilus, poi gli disse:
– Attento là fuori, Airys. Ricorda: ciò che ti fa scendere o salire è il controllo del peso e dell’aria, studia bene il Nautilus e capirai.

Con una scia di bolle argentee, Airys partì per la missione.

Il mare lo avvolse in un abbraccio blu profondo. Navigò accanto a foreste di alghe e canyon marini pieni di luminescenze. Quando finalmente vide il Nautilus, provò un brivido: era lì, immobile, come se fosse intrappolato da una forza invisibile.

Airys si avvicinò al Nautilus e attivò i suoi scanner per capire quale fosse il guasto.
Non c’erano danni esterni, le eliche erano intatte, ma le sue camere di zavorra, i grandi serbatoi che contengono acqua o aria per far salire o scendere il sottomarino, erano tutte… piene d’acqua.
E non si svuotavano.

– Ah-ha! – esclamò Ayris. – È questo il problema!

Si ricordò delle parole della dottoressa: “Quando le camere di zavorra si riempiono d’acqua, il sottomarino diventa più pesante dell’acqua attorno a sé e scende. Quando invece si riempiono d’aria, diventa più leggero e risale.”

Allora si collegò con il sistema del Nautilus. Dopo qualche tentativo, trovò un’interfaccia elettronica antica, polverosa e piena di dati dimenticati. Ayris inviò un impulso e… psshhh! una delle camere di zavorra del Nautilus iniziò a svuotarsi!

Poco dopo, il vecchio sommergibile fece un lieve movimento verso l’alto.

– Funziona! – disse Airys, facendo una giravolta d’entusiasmo. – Ma perché non riusciva più a farlo da solo?

Ispezionando il software, trovò la risposta: un virus digitale, vecchio di chissà quanti anni, aveva bloccato i comandi automatici del Nautilus, che non riusciva più a “decidere” se salire o scendere.
Era come bloccato tra due pesi: quello dell’acqua e quello dell’aria.

Airys si mise al lavoro. Usò i suoi strumenti per ripulire il sistema operativo del Nautilus, ricalibrò le pompe d’aria e inserì un programma di emergenza scritto proprio dalla dottoressa Galilei.

Dopo un po’, il Nautilus sembrò… svegliarsi. Le luci si accesero, il sonar emise un ping, e le camere di zavorra iniziarono a rispondere ai comandi. Lentamente, il sommergibile iniziò a risalire, accompagnato da Airys come un piccolo fratello che lo guidava verso casa.

Quando emersero insieme, la dottoressa li accolse sulla piattaforma galleggiante con le braccia aperte.

– Ce l’hai fatta! – esclamò. – Hai risolto il mistero da solo, bravo!.
– Ho solo usato la scienza… e un po’ di curiosità – rispose Airys.

Da quel giorno, tutti i giovani sommergibili impararono, grazie alla storia di Airys, che per andare in profondità bisogna aumentare il proprio peso incamerando acqua, e per risalire serve invece alleggerirsi riempiendosi d’aria.

E il vecchio Nautilus? Fu trasformato in una scuola per piccoli sottomarini, che insieme a lui potevano iniziare a scoprire i segreti dell’oceano.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Il manto azzurro: Perché esistono i mari e gli oceani 🌊

Come sono nati i mari e gli oceani? Scoprilo con Plinny!

In un tempo lontanissimo, quando il nostro pianeta era un luogo fumante e avventuroso, una piccola gocciolina di nome Plinny custodiva un grande segreto. La sua curiosità la spinse a intraprendere un viaggio magico tra vulcani impetuosi e comete scintillanti.

Attraverso questa fiaba educativa, assisterai alla nascita delle prime piogge e seguirai il percorso dell’acqua fino alla formazione dei grandi oceani, in una storia che unisce magia e scienza.


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Il manto azzurro: Perché esistono i mari e gli oceani 🌊


Tanto tanto tempo fa, quando la Terra era ancora giovane e caldissima, viveva una coraggiosa gocciolina d’acqua di nome Plinny. A differenza delle sue sorelle che volavano libere nell’atmosfera, Plinny era molto curiosa e si faceva sempre un sacco di domande.

Un giorno, mentre fluttuava tra le nuvole bollenti del pianeta primordiale, incontrò il vecchio e saggio Vapore Antico, che le raccontò di come una volta tutta l’acqua della Terra fosse intrappolata nelle profondità del pianeta, mescolata assieme alle rocce fuse.

– Ma allora come siamo arrivate qui nell’atmosfera? – chiese Plinny incuriosita.

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Becco e Baffo gli appiccicaticci: Perché la colla è appiccicosa 🐈🦜

Riusciranno un pappagallo e un gatto a risolvere un mistero… appiccicoso?!

In un angolo magico del giardino scolastico, vivono due inseparabili amici: Becco, un pappagallo chiacchierone, e Baffo, un gatto pensatore. Le loro giornate sono un turbinio di scoperte e risate, all’ombra delle altalene.

Ma una semplice domanda cambierà tutto: perché la colla è così appiccicosa? Una curiosità che li spingerà a iniziare la loro indagine più scientifica e divertente. Pronti a seguirli in questa avventura?


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Becco e Baffo gli appiccicaticci: Perché la colla è appiccicosa 🐈🦜


Nel giardino della scuola, proprio dietro la siepe vicino all’altalena, vivevano due amici molto, molto curiosi: Becco, un pappagallo chiacchierone, e Baffo, un gatto curioso con la passione per i misteri scientifici.

Becco passava le giornate ripetendo le frasi che sentiva dai bambini:
– La colla è una magia!
– Non si stacca più!
– Aiutooo, ho incollato il quaderno al naso!

Ma un giorno, mentre spiavano la lezione di arte dalla finestra aperta, Becco chiese:
– Ma perché la colla è così appiccicosa?
Baffo si fermò, arricciò i baffi e fece il suo classico “Mmmmh” da pensatore.
– È il mistero perfetto per noi, Becco, scopriamo perché la colla appiccica!

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Il cuore pulsante della Terra: Perché ci sono i terremoti 🫨

Cosa si nasconde nel cuore pulsante del nostro pianeta?

Scopri un’avventura dove la curiosità di un bambino incontra la saggezza antica della Terra. Segui Nino, un piccolo esploratore coraggioso, mentre si inoltra nelle viscere della montagna per scoprire il mistero più grande: perché il suolo sotto i nostri piedi a volte trema e brontola.

Questa fiaba moderna svela, con poesia e meraviglia, i segreti delle forze della natura. Un viaggio emozionante che trasforma la paura in comprensione e rispetto, insegnando a vedere la bellezza e la vita in ogni pulsazione del nostro mondo.


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Il cuore pulsante della Terra: Perché ci sono i terremoti 🫨


C’era una volta un piccolo villaggio di nome Pietraviva, arroccato sulle pendici di una montagna che sembrava dormire da secoli. Tra i suoi abitanti c’era Nino, un ragazzino curioso e pieno di domande.

Amava esplorare le grotte della montagna, raccogliere pietre e ascoltare le storie che il nonno gli raccontava davanti al fuoco. Una delle storie preferite di Nino parlava del – Cuore della Terra– , un’antica forza che pulsava sotto di loro e che, a volte, si faceva sentire con un brontolio o un tremore.

– Nonno, perché la terra trema? – chiedeva spesso Nino. Il nonno gli rispondeva che era il modo della Terra di ricordare agli uomini che lei era viva, ma il bambino voleva sapere di più.

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La forza di Gaia: Perché esiste la gravità terrestre 🌍

Dove nasce il misterioso richiamo che ci tiene con i piedi per terra?

In un mondo primordiale dove tutto fluttuava nel caos, viveva Gaia, la Fata Custode dell’Equilibrio. I suoi capelli erano fiumi e i suoi occhi grotte di cristallo, ma nel suo cuore sentiva che mancava qualcosa di fondamentale per portare armonia.

Scopri la sua magica avventura fatta di frammenti di stelle, antichi spiriti e una missione che cambierà l’universo per sempre. Una fiaba che racconta un tenero segreto dietro alla forza che ci tiene con i piedi per terra.


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La forza di Gaia: Perché esiste la gravità terrestre 🌍


Tanto tempo fa, quando il mondo era ancora giovane e il cielo non aveva ancora scelto il suo colore definitivo, viveva una fata chiamata Gaia. Aveva i capelli lunghi come i fiumi e gli occhi profondi come grotte di cristallo.

Non era una fata qualunque: era la Custode dell’Equilibrio.

In quel tempo, tutto galleggiava nell’aria.
Le montagne si spostavano come nuvole, i mari volavano sopra le foreste, e gli animali saltellavano da una stella all’altra come se fossero sassi in uno stagno celeste.

Ma erano un po’ tutti stanchi di questa confusione…

Ogni volta che un bambino costruiva una capanna tra gli alberi, questa prendeva il volo. Ogni volta che una mamma posava un bacio sulla fronte del suo piccolo, il bacio scappava verso il cielo e non tornava più giù.

Gaia lo vedeva, e nel suo cuore sentiva che mancava qualcosa.
Un giorno, mentre camminava sul crinale fluttuante del Monte Dondolo, trovò un piccolo frammento di stella caduto a terra.

E incredibilmente se ne stava lì, fermo per terra.
Non era luminoso come gli altri, ma aveva una strana forza: attirava le foglie, i sassolini e persino le sue ali trasparenti.

Gaia lo prese tra le mani e capì:
– Questo è il nucleo di una legge che ancora non esiste – sussurrò.
Decise allora di cercare gli Antichi, spiriti sapienti che abitavano nel Cuore del Cosmo.

Gli Antichi la ascoltarono in silenzio, poi dissero:
– Ogni cosa ha un desiderio: quello di tornare vicina a ciò da cui è nata. Tu hai trovato il frammento del Desiderio Universale della Gravità. Dovrai portarlo nel cuore della Terra, e allora tutto troverà il proprio posto.

Gaia allora tornò indietro,cercò la caverna più profonda del mondo e vi entrò. Alla fine della caverna incontrò una enorme palla di fuoco, il nucleo della Terra, e lì poggiò il frammento e disse:
– Terra, tieni stretti a te i sogni, le pietre, le onde… fa’ che ogni cosa senta il richiamo del tuo abbraccio.

Il frammento vibrò e si fuse con il nucleo del pianeta, e da quel giorno cominciò la Forza della Gravità.
Le montagne si posarono con grazia. I mari tornarono a formare enormi conchiglie blu.
I bambini saltavano, ma tornavano sempre a terra ridendo. E i baci, oh sì, i baci rimasero sulle fronti per sempre.

Gaia guardava dall’alto, sorrideva e spiegava ad alcuni piccoli elfi curiosi:
– La Forza di Gravità non ci lega come una corda invisibile. È un amore silenzioso, una carezza che ogni cosa o essere vivente sente verso la Terra.
Non tira: invita. Non costringe: accompagna.

E da allora, quando lasci cadere una mela o salti verso il cielo, ricorda: è Gaia che ti sussurra “torna” con voce dolce come un canto melodioso.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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La lanterna della luna: Perché la luna cresce e cala 🌛

Perché la Luna cambia forma ogni notte?

In un villaggio incantato dove la magia è di casa, vive Mira, una bambina dal cuore curioso e dagli occhi capaci di vedere l’invisibile. Le sue serate sono dedicate a un misterioso dialogo con la Luna, un’amica luminosa che nasconde un segreto millenario.

La scoperta di una grotta magica e l’incontro con il suo misterioso Custode sveleranno a Mira, e a tutti noi, la meravigliosa verità. Una danza celeste di luce e ombre, che racconta di cicli, rinascite e della magia che governa il cielo notturno.


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La lanterna della luna: Perché la luna cresce e cala 🌛


Tanto tempo fa, quando le stelle ancora sussurravano i segreti del cielo agli uomini, esisteva un piccolo villaggio chiamato Lunaria, incastonato tra colline d’argento e boschi profumati di mirto. In quel villaggio, viveva una bambina dai capelli scuri e lucenti come il cielo notturno. Si chiamava Mira, ed era nata in una notte in cui la Luna si mostrava piena e rotonda come un frutto maturo.

Mira aveva un dono raro: riusciva a vedere cose che gli altri non vedevano. Non fantasmi o draghi – che pure avrebbe amato incontrare – ma piccole verità del mondo, come il respiro degli alberi o il sonno delle pietre.

Ogni sera, si arrampicava sulla collina più alta per parlare con la Luna.

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La tessitrice della terra: Perché esistono le montagne ⛰️

Cosa ha modellato le vette e le valli delle nostre montagne?

In un tempo remoto, dove la terra era un morbido tessuto disteso, viveva un’entità gentile e potente. Lithia, la Tessitrice, lavorava in segreto nelle profondità, plasmandone le fondamenta con infinita pazienza.

Le sue dita, grandi come continenti, intrecciavano il calore e il tempo. Cuciva placche di terra in un silenzio magico, dando vita a meraviglie senza che nessuno se ne accorgesse. Scopri la magica origine delle montagne in questa fiaba che intreccia geologia e fantasia.


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La tessitrice della terra: Perché esistono le montagne ⛰️


Tanto, tanto tempo fa, quando il mondo era ancora giovane e i continenti sembravano lenzuola stese al vento, lisci e morbidamente piatti, esisteva un’entità invisibile e antichissima: Lithia, la Tessitrice della Terra.

Lithia non aveva corpo né volto, ma si diceva che la sua voce fosse fatta di pietra e respiro, e che le sue dita fossero così grandi da poter accarezzare un intero continente senza svegliare neanche un granello di sabbia.

Ogni notte, mentre il Sole dormiva e la Luna sorvegliava il mondo, Lithia si muoveva nel silenzio profondo del sottosuolo. Là, dove nessuno poteva vederla, intesseva con calma le trame della crosta terrestre. Usava i fili del calore e i gomitoli del tempo, cucendo insieme enormi placche di terra come fossero tessere di un gigantesco puzzle.

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La spinta di Archimede: Perché le barche galleggiano ⛵

Perché le barche, anche se molto pesanti, non affondano?

In un villaggio dove il profumo di salsedine si mescola alle risate dei bambini, due fratellini curiosi scoprono il più grande segreto del mare. Guidati dal saggio nonno pescatore, si immergono in un mondo di semplici magie, dove un secchiello bucato e un pezzo di legno racchiudono una verità straordinaria.

Attraverso un esperimento pratico e indimenticabile, scopriranno il potere invisibile dell’acqua e la forma magica che permette alle barche di solcare le onde, in un’avventura che unisce la meraviglia alla scoperta.


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La spinta di Archimede: Perché le barche galleggiano ⛵


C’era una volta, in un piccolo villaggio di pescatori, due fratellini curiosi di nome Giulio e Sara. Ogni mattina, dal loro terrazzo, guardavano il mare scintillante e le barche che ondeggiavano leggere sull’acqua.
Un giorno, mentre il sole cominciava a dorare le onde, corsero dal nonno Pietro, il pescatore più esperto del villaggio.

– Nonno, – chiese Giulio – perché le barche non affondano?
– Sì! Sono così pesanti! – aggiunse Sara, spalancando gli occhi.

Nonno Pietro rise piano, sistemando la rete da pesca sulle spalle.
– Venite con me, vi farò vedere – disse, e insieme si incamminarono verso il molo.

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La sfera magica: Perché si formano le bolle di sapone 🫧

Hai mai pensato a quanta magia si nasconde in una semplice bolla di sapone?

In un villaggio incantato dove i fiori brillano al chiaro di luna, vive Milo, un bambino curioso con una grande passione. Il suo sogno è svelare il mistero più affascinante: come nascono le scintillanti bolle di sapone che danzano nel vento?

La sua vita cambia quando una bolla speciale, di nome Cròma, prende vita spiegandogli come funzionano le bolle di sapone. Attraverso un viaggio magico tra acqua, sapone e molecole che si abbracciano, Milo scoprirà la meravigliosa vita di una bolla di sapone.


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La sfera magica: Perché si formano le bolle di sapone 🫧


C’era una volta, in un paese lontano dove le case avevano tetti tondi come le lune e i fiori brillavano anche di notte, un bambino di nome Milo.
Milo aveva sei anni e un’incredibile passione per l’acqua, le bolle e i misteri. Ogni pomeriggio, dopo la merenda, Milo soffiava bolle di sapone nel cortile, cercando di capire un enigma che lo affascinava da sempre:

– Ma come si formano le bolle di sapone?
Un giorno, mentre soffiava con attenzione da una cannuccia con l’anello intinto di acqua saponata, accadde una cosa strana.
Una bolla non volò via come le altre, ma si fermò a mezz’aria, tremolando leggera, poi, con una vocina cristallina, disse:

– Finalmente qualcuno che si fa la domanda giusta.
Milo trasalì e lasciò cadere la cannuccia.
– Tu… tu parli?
– Certo – disse la bolla. – Sono Cròma, una bolla speciale. E oggi ti svelerò come si formano le bolle di sapone.

Milo si avvicinò curioso. Cròma era trasparente, con riflessi d’oro e azzurro, e dentro pareva brillare una luce liquida.
– Ma sei vera?
– Sono vera quanto un sogno in cui credi davvero. E sai perché sono rotonda?

Milo scosse la testa. Cròma allora iniziò a girare su se stessa, lentamente, mentre parlava come se danzasse tra le parole.
– Ogni bolla nasce da un abbraccio tra acqua e sapone, l’acqua ha tante sorelline invisibili chiamate molecole, che si tengono per mano molto forte. Sono così unite che non lascerebbero mai entrare l’aria.

– E allora il sapone cosa fa?
– Il sapone è un gran combinaguai – rise Cròma. – Ma utile! Si infila tra quelle manine, le fa scivolare un po’… e l’acqua diventa più elastica!
– Quindi l’acqua diventa morbida?
– Esatto! Così, quando tu soffi, l’aria entra e viene avvolta da una pellicola sottilissima, fatta di acqua e sapone. Ma attenzione: quella pellicola ha tre strati. Fuori c’è il sapone, dentro un sottile strato d’acqua, e poi ancora sapone.

– Come un panino?
– Precisamente! Un panino liquido. Ed ecco che nasco io, la bolla – disse Cròma.

– Ma… perché proprio rotonde?
– Ah! – esclamò Cròma, allargando le sue pareti lucenti. – Quando la pellicola si chiude intorno all’aria, cerca la forma che richiede meno fatica per stare insieme. E indovina qual è?
– La sfera?
– Esatto! – trillò Cròma. – La natura ama fare le cose con il minimo sforzo. E la sfera è la forma perfetta: nessun angolo, niente spigoli, così ogni parte di me è ugualmente felice e distesa!

Milo sorrise. Aveva immaginato mille risposte: magie, formule, creature segrete. Ma quella verità gli pareva ancora più magica.
– Ma allora quando una bolla si rompe… cosa succede?
– Quando esplodiamo – e succede spesso – non scompariamo davvero. Torniamo acqua e sapone, e magari ci trasformiamo in nuove bolle…

– Sei bellissima, Cròma.
– Anche tu, Milo, e hai una mente curiosa, che è la chiave per capire ogni mistero del mondo.

Il sole stava tramontando, e una leggera brezza fece vorticare Cròma nell’aria. Lei rise, con un suono simile a un tintinnio di campanelli d’argento.

– Ora devo andare, ma ogni volta che vedrai una bolla, ricorda: è un abbraccio tra acqua, sapone e una forma perfetta.
Milo provò a salutarla, ma Cròma era già volata via, dissolvendosi in una gocciolina leggera.

Quel giorno, Milo non soffiò altre bolle, si sdraiò sull’erba a guardare il cielo, felice e pensieroso.
Da quel giorno, ogni volta che una bolla di sapone fluttuava nell’aria, Milo sorrideva, perché sapeva che quello era il modo più bello, per l’acqua ed il sapone, di stare insieme.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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La palla Inarrestabile: Perché le palle di gomma rimbalzano 🏀

Qual è quella magia che si nasconde in ogni rimbalzo di una palla di gomma? Scoprila con Bolli!

In un regno dove ogni rimbalzo è magia, viveva Bolli, una piccola palla piena di curiosità. Il suo più grande desiderio era scoprire il mistero che la faceva saltare così in alto.

La sua avventura la condurrà nella Valle delle Leggi Invisibili, dove comprenderà il magico segreto dell’energia, dell’elasticità e della forza che si nasconde in ogni rimbalzo.


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La palla Inarrestabile: Perché le palle di gomma rimbalzano 🏀


C’era una volta, nel Regno Rimbalzone, una piccola palla di gomma di nome Bolli. Non era una palla qualunque: era elastica, vivace e con un’insaziabile voglia di scoprire il mondo.

Bolli viveva in una bottega di giochi insieme a trottole, bambole e costruzioni, ma lei sognava qualcosa di più: voleva capire perché riusciva a rimbalzare così in alto ogni volta che cadeva a terra. Era un mistero che nessun altro giocattolo sapeva spiegare.

– Dev’essere magia – diceva la Trottola Giravolta.
– È il destino delle palle! – grugniva l’Orso di Stoffa.
Ma Bolli non si accontentava.

Un giorno, approfittando della finestra aperta, si lanciò fuori dalla bottega e… “BOING!”, iniziò il suo viaggio. Rimbalzava tra marciapiedi, strade e prati, finché non arrivò all’ingresso della Valle delle Leggi Invisibili, un luogo leggendario dove, si diceva, ogni fenomeno aveva la sua spiegazione.

Ad accoglierla c’era Sir Newtonius, un vecchio gufo con occhiali spessi e una libreria al posto del nido.
– Salve signor Newtonius! – disse Bolli – Perché rimbalzo? Cosa c’è dentro di me che mi fa sempre rimbalzare verso l’alto?

Il gufo lo guardò pensieroso, poi, sistemandosi gli occhiali sul becco, disse:
– Ah, mia piccola palla di gomma, vieni con me, è tempo che tu incontri il Consiglio degli Elementi.

Guidata da Newtonius, Bolli arrivò a un grande anfiteatro naturale, dove sedevano quattro creature magiche:
Elastica, una fata dai capelli lunghi e molleggianti, Moleculon, un gigante trasparente fatto di minuscole sfere danzanti, Energetico, una scintilla che fluttuava a ritmo di tamburo e Terrina, una tartaruga di pietra che rappresentava il Suolo.

Newtonius disse loro:
– Vi presento Bolli, una palla di gomma che vuole scoprire perché rimbalza sempre, voi sapete dargli una risposta?

Elastica parlò per prima:
– Bolli, tu rimbalzi grazie a me, l’elasticità! Sei fatta di gomma, e la gomma è elastica: quando ti schiacci contro il suolo, ti deformi, ma poi torni subito alla tua forma. E nel farlo… salti!

Moleculon intervenne:
– Dentro di te ci sono miliardi di molecole di gomma che si stirano e si comprimono come molle. Quando tocchi il suolo, ti schiacci, ma le molecole si ribellano e vogliono tornare al loro posto. Così… BOING! ti sollevano!

Energetico svolazzava attorno a Bolli:
– E non dimenticare me! Quando cadi, accumuli energia cinetica. Il suolo ti ferma, ma tu sei elastica, quindi quell’energia non si perde: si trasforma in un salto! Se fossi di pongo, tutta quell’energia si trasformerebbe in calore e ti appiccicheresti per terra!

Terrina, lenta ma saggia, concluse:
– Ma senza di me, il suolo, non rimbalzeresti affatto. Serve una superficie che ti fermi abbastanza in fretta, altrimenti… puff, rotoleresti e basta.

Bolli restò a bocca aperta.
– Allora… io rimbalzo perché sono fatta di una gomma con molecole elastiche che si comprimono e poi si distendono di nuovo, restituendo l’energia accumulata cadendo in un rimbalzo?
– Esatto! – dissero in coro i quattro.

Newtonius sorrise:
– Ecco svelato il mistero. Non è magia… o forse sì, la scienza è una magia che sa spiegare come funziona il mondo.

Soddisfatta e piena di nuova energia, Bolli ringraziò tutti e rimbalzò via. Ma questa volta, ogni “BOING!” le sembrava un piccolo applauso delle molecole dentro di lei.

Tornò alla bottega e raccontò tutto agli altri giocattoli. E quando qualcuno, come l’Orso di Stoffa, provava a dire che era solo questione di destino, lei rideva e diceva:

– No, amici miei. È questione di elasticità, energia e un po’ di curiosità.
E da quel giorno, ogni volta che un bambino faceva rimbalzare Bolli, lei era felice. Non solo perché volava in alto, ma perché conosceva il segreto che la faceva saltare.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Il richiamo dei petali: perché esistono i fiori 🌷

Cosa nascondeva il mondo prima che i primi colori sbocciassero all’alba dei tempi?

>Tanto tempo fa il mondo era un luogo silenzioso e tutto verde. Non esistevano ancora i fiori, né i loro splendidi colori, e le piante custodivano un profondo segreto dentro di loro.

Questa è la storia di Lina, una lucciola che vive un’avventura luminosa sulla nascita della bellezza dei fiori, scoprendo motivo per cui richiamano a sé alcuni insetti grazie ai loro petali colorati.


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“Il richiamo dei petali: perché esistono i fiori 🌷“

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Il richiamo dei petali: perché esistono i fiori 🌷


Tanto, tanto tempo fa, quando il mondo era ancora giovane e le montagne si stavano stiracchiando verso il cielo, esisteva un regno incantato nascosto tra le nuvole basse e le radici degli alberi. Si chiamava Fioraterra, ma allora nessuno la chiamava così… perché i fiori, semplicemente, non esistevano ancora.

I prati erano verdi e le piante crescevano alte e forti, ma tutte avevano un aspetto semplice e silenzioso. Nessun profumo, nessun colore, solo foglie e rami.

In quel tempo viveva Lina, una lucciola spensierata, con un cuore grande e una curiosità ancora più grande. Volava ogni notte sopra le piante per ascoltarle bisbigliare tra loro con le foglie mosse dal vento.

– Perché ci guardi così, Lina? – chiedeva un cespuglio.
– Perché siete belle… ma vi manca un po’ di magia – rispondeva lei, con un sorriso luminoso.

Una sera, mentre sorvolava il bosco, Lina incontrò una creatura che non aveva mai visto prima: una figura fatta di nebbia e luce, con occhi pieni di stelle e capelli lunghi come i rami dei salici. Si chiamava Setaluna, ed era l’Entità della Trasformazione, nata insieme ai primi giorni della Terra.

– Cosa cerchi, piccola lucciola? – chiese Setaluna con una voce dolce e gentile.
– Cerco il motivo per cui le piante sembrano così… incomplete. Hanno bisogno di qualcosa che non so spiegare – rispose Lina.
Setaluna sorrise. – e cosa pensi che manchi loro? – disse.
– Non saprei… sono tutte così belle, ma anche così uguali, tutte verdi… se solo avessero qualche altro colore…

Setaluna annuì socchiudendo gli occhi – colori… – disse sussurrando tra sè e sè – direi che è un’ottima idea! – esclamò infine.
Allora Setaluna si inginocchiò e posò la mano sul terreno. Dal suo palmo si sprigionarono piccole luci colorate che si tuffarono nel suolo.
– Ho deciso di esaudire il tuo desiderio, da oggi le piante che lo vorranno, potranno avere degli splendidi colori – disse Setaluna

– Ora dentro ogni pianta dorme un piccolo sogno – disse – un sogno fatto di colore, forma e profumo. e questo sogno attirerà a loro chi può aiutarle a crescere e a vivere ancora più belle.
– Chi? – chiese Lina, incantata.
– Gli insetti come te. Le api, i bombi, le farfalle. Le piante non possono muoversi, ma possono chiamare. Solo che non sanno ancora come.

Setaluna raccolse la luce nel suo respiro e la soffiò dolcemente sul prato. E in un istante… successe qualcosa di meraviglioso.

Dal terreno iniziarono a spuntare corolle delicate, petali danzanti, colori che il cielo non aveva mai visto. Rosa come il primo abbraccio, giallo come il sole felice, blu come i pensieri del mare.

Le piante si svegliarono con un brivido: avevano fiori! E quei fiori erano come bocche gentili che dicevano: “Vieni da me, piccola ape!”, “Posati qui, dolce farfalla!”

– Ma questi fiori sono bellissimi… – sussurrò Lina.
Lina allora volò di fiore in fiore, portando il loro polline in giro come una promessa di nuova vita. Le piante cominciarono a scambiarsi il loro segreto, e ovunque lei passava, nasceva un giardino.

Da quel giorno, le piante non furono mai più tristi.

Setaluna, con un ultimo sorriso, svanì nella nebbia del mattino, lasciando dietro di sé solo un leggero profumo di gelsomino. E Lina, la piccola lucciola, capì di aver visto qualcosa di straordinario: il primo fiore del mondo.

E così, ogni volta che vedi un fiore, ricorda che è nato da un sogno.
Un sogno che dormiva sotto terra, e che aspettava solo un po’ di luce per diventare poesia.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Gina e il collo da eroina: Perché le giraffe hanno il collo lungo 🦒

Perché le giraffe sono gli unici animali della savana ad avere un collo così lungo?

Immergiti nel cuore dell’Antica Savana, tra atmosfere magiche e segui Gina, una giovane giraffa molto speciale, nel suo viaggio straordinario verso un sogno apparentemente impossibile.

Riuscirà la sua determinazione a superare ogni ostacolo? Quale segreto custodisce il misterioso Albero della Crescita?
Una fiaba sull’amicizia e la scoperta che la più grande magia, in fondo, è nascosta dentro di noi.


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“Gina e il collo da eroina: Perché le giraffe hanno il collo lungo 🦒“

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Gina e il collo da eroina: Perché le giraffe hanno il collo lungo 🦒


Tanto, tanto tempo fa, nel cuore verde dell’Antica Savana, viveva una giovane giraffa di nome Gina. Ma non una giraffa qualunque! No, Gina parlava, cantava canzoni inventate e sognava di diventare… una super eroina.

Il problema era che, a quel tempo, le giraffe non avevano il collo lungo. Anzi, lo avevano cortissimo, quasi come un cavallo! Gina passava ore davanti allo specchio d’acqua a immaginarsi con un bel collo slanciato, pronto a salvare il mondo dall’alto dei suoi due metri.

– Uffa! – sbuffava – Come faccio a vedere oltre gli alberi? A prendere le foglie alte? A fare le capriole aeree con stile?
I suoi amici, il pavone Pino, lo gnù Cecco e la scimmia Lina, la prendevano un po’ in giro.
– Dai Gina, non serve un collo lungo per essere speciale! – dicevano.

Ma Gina era testarda e curiosa. E quando, un giorno, si sparse la voce che l’Albero della Crescita stava sbocciando nella Valle delle Nebbie, Gina vide la sua occasione.

– Quell’albero è magico! – disse Lina – Ma nessuno ci arriva: è in cima a una collina ripidissima, e piena di vento!
– Allora io ci andrò! – disse Gina con sguardo fiero – Magari mi aiuterà a… allungarmi un pochino!
E così, iniziò il suo viaggio da eroina.

Nel primo tratto, Gina incontrò un branco di antilopi che non riuscivano a vedere oltre l’erba alta per trovare l’acqua. Lei si mise sulle zampe posteriori (come aveva visto fare dai cavalli in un vecchio affresco rupestre) e gridò:
– È di là! Seguite me!

Le antilopi la ringraziarono, e Gina si sentì… un po’ più alta. Letteralmente! Era come se il suo collo si fosse allungato di un millimetro.
Nel secondo tratto, una piccola aquila cadde da un nido, proprio davanti a lei.
– Aiuto! Aiuto! – strillava il pulcino piumato.

Gina, con grande sforzo, si arrampicò su una roccia e, tenendo l’equilibrio con la coda, riuscì a rimetterlo nel nido. L’aquila mamma le regalò una piuma dorata e, non appena la sfiorò… ZAC! Un altro pezzettino di collo si allungò.
– Forse, più aiuto gli altri… più cresco! – pensò Gina, emozionata.

Infine, giunse alla Valle delle Nebbie, dove l’Albero della Crescita svettava con i suoi rami intrecciati di luce. Ma proprio mentre si avvicinava, una raffica di vento soffiò fortissimo, spingendola indietro.
– Non ce la farò mai da sola… – mormorò Gina.

Fu allora che, da dietro le rocce, comparvero tutti gli animali che aveva aiutato: le antilopi, l’aquila, persino uno scarabeo che aveva schivato per non calpestarlo. Tutti insieme formarono un piccolo muro di protezione, rompendo il vento.

Gina si avvicinò all’albero, lo toccò con la fronte e disse:
– Non voglio un collo lungo per essere più bella… lo voglio per aiutare meglio gli altri.

L’albero brillò. Si sentì un suono “CRICK-CROCK”, come di bastoncini che si stiracchiano… e Gina cominciò a crescere. Il suo collo si allungò, lento e gentile, come un ramo che cerca il sole.

Da quel giorno, tutte le giraffe iniziarono ad avere il collo lungo. Non per vanità, ma per vedere oltre, prendere il meglio e dare una mano quando serve.

E così, ancora oggi, se vedi una giraffa che guarda l’orizzonte con dolcezza, sappi che porta nel cuore il sogno di Gina, la giraffa che scoprì che a volte per arrivare più in alto, basta allungare il cuore prima del collo.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Il grande sonno: Perché alcuni animali vanno in letargo 🦔

Perché gli animali del bosco, quando arriva il freddo, sembrano scomparire?

Segui le avventure di Rusty, un riccio coraggioso e curiosissimo, tormentato da un grande mistero: perché tanti suoi amici scompaiono in un sonno profondissimo quando arriva il freddo?

La sua ricerca di risposte lo condurrà fino alla magica Grotta dell’Inverno, dove incontrerà un guardiano maestoso che gli parlerà del più affascinante segreto della natura.
Riuscirà il piccolo Rusty a svelare l’incantesimo del letargo?


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“Il grande sonno: Perché alcuni animali vanno in letargo 🦔“

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Il grande sonno: Perché alcuni animali vanno in letargo 🦔


C’era una volta un riccio di nome Rusty, che abitava ai margini di un bosco vicino a un piccolo villaggio.

Rusty era noto per la sua curiosità e il suo spirito avventuroso: non c’era caverna che non avesse esplorato, né sentiero che non avesse percorso. Tuttavia, c’era una domanda che lo tormentava: “Perché alcuni animali dormono per tutto l’inverno?”

Un giorno, mentre raccoglieva bacche per la sua dispensa, Rusty incontrò una volpe anziana dal manto argentato. Si diceva che fosse una maga e che conoscesse i segreti del bosco. Deciso a trovare una risposta, Rusty le si avvicinò.

– Saggia Volpe – disse con rispetto – potresti dirmi perché alcuni animali vanno in letargo?
La volpe sorrise con un lampo di mistero nei suoi occhi.
– Se vuoi davvero scoprirlo, dovrai intraprendere un viaggio. Vai alla Grande Quercia al centro del bosco, e troverai un sentiero che ti condurrà alla Grotta dell’Inverno. Lì troverai le risposte che cerchi.

Senza esitare, Rusty si incamminò. Attraversò ruscelli scintillanti e superò colline avvolte dalla nebbia, finché non raggiunse la maestosa Grande Quercia. Proprio come aveva detto la volpe, un sentiero nascosto si aprì tra le radici, illuminato da una luce soffusa.

Seguendo il percorso, Rusty arrivò alla Grotta dell’Inverno. All’ingresso lo attendeva una gigantesca porta di ghiaccio, decorata con incisioni che raffiguravano animali addormentati: orsi, scoiattoli, pipistrelli. Una voce profonda risuonò nell’aria.

– Chi osa avvicinarsi?!
– Sono Rusty il Riccio – rispose con fermezza – e desidero sapere perché alcuni animali vanno in letargo.
La porta si aprì lentamente, rivelando un grande salone di cristallo, dove il tempo sembrava essersi fermato.
Al centro della stanza c’era una figura maestosa: l’Inverno in persona, avvolto in un mantello di neve e con occhi che scintillavano come ghiaccio.

– Benvenuto, piccolo Rusty – disse l’Inverno – Il letargo è il mio dono per proteggere gli animali durante il mio regno. Quando il freddo arriva e il cibo scarseggia, li avvolgo in un sonno profondo per tenerli al sicuro. Ma per comprendere davvero il letargo, devi comprendere il mio potere.

Con un gesto, l’Inverno toccò Rusty con un soffio gelido, e all’improvviso, il piccolo riccio si sentì avvolto da una dolce stanchezza. Chiuse gli occhi e cadde in un sogno magico, dove vide gli animali prepararsi per il lungo sonno.

Nel sogno, Rusty scoprì che il letargo era un incantesimo della natura: quando i giorni si accorciano e l’aria diventa pungente, il corpo degli animali cambia. Il loro respiro rallenta, il cuore batte più piano e la loro temperatura scende, come se fossero avvolti in una morbida coperta di ghiaccio. In questo modo, consumano pochissima energia, vivendo delle riserve di grasso accumulate durante l’autunno.

Vide l’orso rannicchiarsi nella sua tana, il suo corpo trasformarsi in una macchina lenta e silenziosa, capace di dormire per mesi senza bisogno di cibo. Osservò gli scoiattoli, che pur non dormendo profondamente come l’orso, si risvegliavano solo di rado per mangiare le provviste nascoste.

Comprese che il letargo era un trucco meraviglioso per sopravvivere al freddo, quando il mondo sembra addormentato e il cibo è troppo scarso per sfamarsi.

Quando Rusty si svegliò, l’Inverno gli sorrise e disse: – Vedi, piccolo riccio? Il mio sonno non è abbandono, ma pazienza. Gli animali che vanno in letargo aspettano in silenzio, finché il sole non tornerà a scaldare la terra e il bosco non si risveglierà insieme a loro.

Rusty tornò al villaggio con il cuore pieno di meraviglia e raccontò agli altri animali ciò che aveva imparato.
– Il letargo non è solo dormire – spiegò – è un modo per resistere, per conservare le forze quando il mondo è troppo duro. È come chiudere gli occhi un attimo, sapendo che al risveglio ci sarà di nuovo cibo in abbondanza.

Da quel giorno, Rusty non temette più l’inverno, ma lo rispettò come un saggio guardiano del bosco. E quando le prime nevi caddero, anche lui, pur non dormendo a lungo come l’orso, imparò ad apprezzare il riposo silenzioso, in attesa della primavera.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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La fata Morgana 🪄

C’è qualcosa di più avventuroso che rubare una bacchetta magica, sfidare una fata potente e salvare il proprio destino con l’aiuto di un vecchietto misterioso?

Immaginate un ragazzo sveglio e vanitoso, due fratelli gelosi, un re credulone e una fata davvero irascibile. Cosa succede quando tutti questi elementi si incontrano?

Un’avventura piena di colpi di scena, trappole impreviste e soluzioni geniali!

Una fiaba che mescola incanto e astuzia, tratta da un racconto popolare del Lazio.


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Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da William!

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La fata Morgana 🪄



C’era una volta un papà con tre figli. Quando diventò anziano, decise di sistemarli tutti e tre alla corte del re.

Il più piccolo, Pietrolino, era un ragazzo carino, sveglio e capace. Il re lo notò subito e, non avendo figli maschi ma solo una figlia, prese Pietrolino a cuore come se fosse uno di famiglia. Il ragazzo mangiava con loro, usciva a cavallo, suonava il liuto: una vita da favola.
Ma gli altri suoi fratelli bruciavano di invidia.

Pietrolino, che era un po’ vanitoso, raccontava in giro quanto il re fosse gentile con lui, e diceva anche che la principessa era innamorata di lui.

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Orietta alla ricerca di Fortuna 🐐

Cosa succede quando una bambina coraggiosa decide di cercare Fortuna?

Orietta, spinta dal desiderio di incontrare Fortunaù, un giorno parte alla sua ricerca.

Attraverserà luoghi oscuri e incontrerà personaggi burberi, imparando che la magia non sempre si mostra con un abito luccicante; a volte, si nasconde in un gesto gentile, in una fiaba sussurrata al vento, o negli occhi misteriosi di una bambina chiamata Mira.

Scopri la fiaba di Orietta e i suoi agnellini, un viaggio magico ispirato ad un racconto popolare dell’Umbria


Alla fine del racconto troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Orietta alla ricerca di Fortuna 🐐“!

Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da William!

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Orietta alla ricerca di Fortuna 🐐



C’era una volta, nel cuore verde di un bosco, una bambina di nome Orietta.
Aveva tre agnellini bianchi come la neve e viveva in una capanna fatta di rami e foglie. Sul suo volto non mancava mai il sorriso.

I taglialegna del villaggio le portavano pane, polenta e latte fresco, e quando arrivava la stagione delle fragole, delle more e delle nocciole, Orietta ne faceva scorpacciate.

Ogni inverno, Orietta scendeva al villaggio, il maniscalco sistemava gli zoccoli degli agnellini e le donne rammendavano il suo vestito. In cambio, lei portava erbe profumate: camomilla, finocchio, spighetta… e raccontava storie. Fiabe, favole e profacole, come le chiamava lei. Quando si sedeva vicino al camino e iniziava con un “C’era una volta…” tutti i bambini le si stringevano attorno, incantati.

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Furion, Lenora e la Gara dei Sorrisi 🐲

Quando un sorriso accende il cielo: riuscirà Furion a vincere la sua permalosità?

Cosa succede quando un draghetto permaloso scopre che le risate degli altri non sempre fanno male… ma possono far nascere meraviglie nel cielo?

Nel cuore di Dragonaria, dove i fiori brillano e i draghi volano tra le nuvole, una gara molto speciale metterà alla prova non solo il coraggio, ma anche il cuore.

Furion è convinto che tutti lo stiano prendendo in giro… finché l’affetto e la dolcezza della draghetta Lenora non gli faranno vedere le cose da un’altra prospettiva.

Chi vincerà la Grande Gara dei Draghi? E, soprattutto, cosa succede quando impariamo a ridere… insiemcoprilo in una storia che fa sorridere i bambini, riflettere i grandi e riempire il cielo di magia!

Scopri una fiaba colorata e tenera, che ci ricorda quanto può essere bello imparare a ridere… anche di se stessi.


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Furion, Lenora e la Gara dei Sorrisi 🐲


Tanto tempo fa, nel magnifico Regno di Dragonaria, dove le montagne toccavano le nuvole e i fiori brillavano come stelle, vivevano due giovani draghi: Furion, un draghetto dalle squame rosse come il tramonto, e Lenora, una draghetta simpatica e dal cuore dolce come il miele.

Furion era conosciuto in tutta Dragonaria per essere molto permaloso.
Se qualcuno gli diceva che il suo fuoco era un po’ debole, lui si imbronciava per giorni interi.
Se un uccellino osava posarsi sul suo naso, si nascondeva nella sua caverna per una settimana.
E se qualcuno rideva per qualcosa, era sicuro che stesse ridendo di lui!

Lenora, invece, era diversa; le sue squame violette brillavano come il cielo in primavera, e il suo sorriso era così luminoso da far sbocciare i fiori.
Lei sapeva sempre come far sentire meglio gli altri draghi quando erano tristi.

Un giorno, a Dragonaria fu organizzata la Grande Gara dei Draghi.
Tutti i draghi dovevano mostrare le loro abilità nel volo e nel soffio infuocato.
Furion si allenò per giorni, sicuro di essere il migliore.

Durante la gara, mentre Furion stava volando, un piccolo unicorno nel pubblico starnutì, facendo un rumore buffo.
Alcuni draghi risero divertiti, e Furion, convinto che stessero ridendo di lui, si arrabbiò così tanto che il suo fuoco divenne tutto verde dalla rabbia!
Si fermò a mezz’aria con le lacrime agli occhi, pronto a scappare via come sempre.

Ma Lenora, comprendendo al volo cosa era successo al suo amico, gli volò accanto in un batter d’ali:
– Guarda, Furion – gli disse dolcemente – il tuo fuoco verde è meraviglioso! Non ho mai visto niente di così bello!

Furion la guardò sorpreso.
– Davvero lo pensi?
– Certo! E guarda, tutti lo stanno ammirando!

Era vero. Tutti i draghi e le creature di Dragonaria stavano guardando meravigliati il suo fuoco verde, che ora disegnava bellissime scie iridescenti nel cielo.

Per la prima volta, Furion non scappò via.
Invece, sorrise. E quando sorrise, il suo fuoco divenne ancora più bello, creando figure danzanti nel cielo che fecero fare grida di stupore a tutti i presenti.

Da quel giorno, Furion imparò che lui non era sempre al centro dell’attenzione della gente, e che le risate degli altri non erano sempre dirette a lui, ma erano semplici risate di felicità.
E grazie all’amicizia di Lenora, scoprì che essere un po’ meno permaloso rendeva la vita molto più divertente.

E così, ogni volta che qualcuno ride nel Regno di Dragonaria, Furion è il primo a unirsi alle risate, creando meravigliosi spettacoli di fuoco verde nel cielo turchese.

Morale: Non prendere tutto sul personale; a volte un sorriso può trasformare ciò che pensiamo sia un difetto in qualcosa di speciale.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Furion, Lenora e la Grotta del Buio 🐲

Cosa succede quando un piccolo drago deve affrontare la sua paura più grande?

Nel magico Regno di Dragonaria, tra montagne scintillanti e cieli dorati, vive Furion, un draghetto dalle squame rosse che però nasconde un segreto: ha paura del buio.

Ogni notte, mentre le stelle iniziano a brillare, lui si rannicchia sotto le sue ali, sperando che l’alba arrivi presto. Ma tutto cambia quando la sua migliore amica, Lenora, una draghetta coraggiosa, gli fa una rivelazione inaspettata: “Essere coraggiosi non significa non avere paure, ma affrontarle un passo alla volta.”

E proprio quando sembra impossibile superare la propria paura, un pianto disperato risuona dalla Grotta del Buio: un piccolo unicorno si è perduto nell’oscurità.
Furion e Lenora dovranno unire le loro forze per aiutarlo, scoprendo che la luce più brillante può nascere proprio dove meno te l’aspetti.

Riuscirà Furion a vincere la sua paura? E cosa accadrà quando il suo fuoco inizierà a brillare di mille colori?

Una fiaba tenera e avventurosa che parla di amicizia, coraggio e crescita, perfetta per bambini e adulti che credono ancora nella magia delle piccole grandi sfide.


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Furion, Lenora e la Grotta del Buio 🐲


Nel Regno di Dragonaria, viveva un piccolo drago di nome Furion che aveva una grande paura del buio.
Ogni sera, quando il sole andava a dormire, il draghetto dalle squame rosse si nascondeva sotto le sue grandi ali, aspettando che arrivasse il giorno seguente.

La sua amica Lenora, la draghetta dalle squame violette, notò che Furion era sempre più triste al tramonto.
– Che succede, amico mio? – chiese un giorno, sedendosi accanto a lui sulla cima della montagna più alta di Dragonaria.

Furion, un po’ imbarazzato, sussurrò:
– Ho paura del buio, Lenora. So che è una sciocchezza per un drago…
– Le paure non sono mai sciocche – rispose dolcemente Lenora – Sai, anche io ho paura dei tuoni forti durante i temporali.

Furion la guardò sorpreso:
– Tu? Ma sei la draghetta più coraggiosa che conosco!
– Essere coraggiosi non significa non avere paure – spiegò Lenora dopo un momento di riflessione – Significa affrontarle un piccolo passo alla volta.

Proprio in quel momento, sentirono un pianto provenire da una grotta vicina. Sembrava il pianto di un piccolo unicorno, che forse si era perso nel buio della caverna.
Furion tremava, ma sentendo la creaturina in difficoltà, sentì qualcosa muoversi nel suo cuore.
– Dobbiamo aiutarlo – disse, anche se la sua voce tremava un po’.

Lenora sorrise:
– Hai ragione, facciamolo insieme! Tu puoi usare il tuo fuoco speciale per illuminare la strada!

Furion deglutì, ma pensò al piccolo unicorno spaventato. Lentamente, entrò nella grotta con Lenora al suo fianco.
Il suo fuoco, normalmente verde per l’emozione, questa volta invece brillava di mille colori, creando una moltitudine di scintille arcobaleno che illuminavano ogni angolo della grotta.

Mentre camminavano, Furion si accorse che il buio non era poi così spaventoso con tutte quelle luci colorate, e piano piano si sentiva sempre più sicuro di sé.
Trovarono il piccolo unicorno non molto lontano dall’imboccatura della caverna, lo presero e lo riportarono dalla sua famiglia, che ringraziò Furion e Lenora con gioia.

Quella notte, per la prima volta, Furion non si nascose al tramonto. Invece, si sedette sulla sua montagna preferita con Lenora, e insieme guardarono le stelle apparire una ad una nel cielo.

– Sai una cosa? – disse Furion – Forse il buio non è così male. È come una grande tela su cui le stelle possono dipingere i loro sogni.

In quel momento, un tuono risuonò in lontananza e Lenora sussultò leggermente.
Furion aprì gentilmente la sua ala, creando un riparo per la sua amica.
– E tu non preoccuparti dei tuoni – disse sorridendo – Sono solo dei draghi anziani che litigano tra le nuvole!

Lenora rise, e insieme scoprirono che le paure, quando le si affronta con un amico al proprio fianco, diventano molto più piccole di quanto sembrassero all’inizio.

Morale: Le paure non ci rendono deboli, e affrontarle insieme a chi ci vuole bene le rende più facili da superare.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Lenora e il Mistero del Lago Scomparso 🐲

Cosa accade quando un lago incantato scompare all’improvviso?

Nel cuore del Regno di Dragonaria, dove i draghi danzano tra le nuvole e la magia avvolge ogni angolo, un mistero sconvolge la pace del regno: il bellissimo lago azzurro, fonte di vita per tutti gli animali, si è prosciugato in una notte! Chi o cosa ha rubato l’acqua? E come potranno gli abitanti ritrovare l’armonia perduta?

Tra draghi coraggiosi, impronte misteriose e una diga nascosta, due piccoli eroi, Furion e Lenora, si troveranno di fronte a una scelta: agire d’impulso o fermarsi a riflettere? Con astuzia e gentilezza, scopriranno che la soluzione migliore è quella che rende felici tutti, anche i più inaspettati amici.

Una fiaba avvincente che insegna il valore della calma, dell’osservazione e dell’intelligenza del cuore. Pronto a volare insieme a loro in questa avventura magica?


Alla fine del racconto troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Lenora e il Mistero del Lago Scomparso 🐲“!

Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da William!

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Lenora e il Mistero del Lago Scomparso 🐲


Nel Regno di Dragonaria, dove persino le nuvole sorridevano al passaggio dei draghi, c’era un bellissimo lago azzurro dove tutti gli animali andavano a bere.
Ma un mattino, gli abitanti del regno si svegliarono scoprendo che il loro lago incantato era completamente prosciugato!

Tutti i draghi si riunirono preoccupati. Furion, il draghetto rosso, volava in cerchio agitato:
– Oh no! Che disastro! Che catastrofe! Dobbiamo fare qualcosa!

Lenora, invece di agitarsi, si sedette sulla riva del lago vuoto e cominciò a osservare attentamente. Le sue squame violette brillavano mentre rifletteva sul mistero.

– Che fai ferma lì? – chiese Furion, ancora in preda al panico – Dobbiamo cercare l’acqua!
– Sto pensando – rispose dolcemente Lenora – Guarda qui: ci sono delle piccole impronte che portano verso quella montagna.

Seguendo le tracce, i due amici arrivarono davanti a una grande diga fatta di rami e foglie. Dietro di essa, tutta l’acqua del lago era intrappolata.

– Oh, ma allora è questa diga che ferma tutta l’acqua che arriva al lago! Dobbiamo distruggerla con il nostro fuoco! – propose subito Furion.
– Aspetta! – disse Lenora, studiando la situazione – Vedo qualcosa che si muove…

Lenora si avvicinò con cautela e scoprì una famiglia di castori che tremava di paura.
– Abbiamo costruito la diga perché il Grande Orso ci ha cacciati dalla nostra vecchia casa – spiegò il papà castoro – Non pensavamo che avrebbe creato tanti problemi.

Invece di arrabbiarsi, Lenora si mise di nuovo a riflettere.
Dopo qualche momento, i suoi occhi si illuminarono:
– Ho un’idea! Possiamo creare un nuovo stagno per i castori usando il nostro fuoco per scavare, e poi faremo un canale che colleghi il loro stagno al lago!

Furion, nonostante fosse un po’ titubante, si fidò dell’amica.
Insieme, lavorarono per ore: Lenora progettò il percorso dell’acqua mentre Furion, con il suo fuoco verde, aiutava a scavare il terreno.

Quando tutto fu pronto, i castori spostarono alcuni rami della loro diga e l’acqua cominciò a fluire sia nel lago che nel canale che portava al nuovo stagno.
Presto si formò un bellissimo stagno proprio dove Lenora aveva previsto, e il lago tornò a riempirsi come prima.

– È magnifico! – esclamarono i castori felici – Ora abbiamo una nuova casa ancora più bella!
– E noi abbiamo di nuovo il nostro lago – aggiunse Furion, guardando con ammirazione la sua amica – Lenora, sei stata bravissima! Come hai fatto a capire tutto?
– Ho solo osservato con attenzione e cercato una soluzione che potesse rendere tutti felici – sorrise Lenora – A volte basta fermarsi un momento a pensare invece di agitarsi.

Da quel giorno, quando c’era un problema nel Regno di Dragonaria, tutti sapevano che la cosa migliore da fare era fermarsi un attimo, proprio come aveva fatto Lenora, e pensare prima di agire.
Sicuramente sarebbe uscita un’idea migliore e più giusta per tutti.

Morale: La fretta non è mai una buona consigliera; osservare, riflettere e trovare soluzioni che aiutino tutti è la vera intelligenza.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Lily, Hera e la Grotta dei Cristalli Arcobaleno 🦄

Cosa accade quando due unicorni, che sono l’una l’opposto dell’altra, scoprono che la vera magia è nascosta nella loro amicizia?

In una foresta dove gli alberi brillano come stelle e i cespugli luccicano di rugiada magica, vivono Lily e Hera: due unicorni tanto diversi quanto inseparabili.

Cosa succederà quando Hera convincerà Lily a esplorare la leggendaria Grotta dei Cristalli Arcobaleno, un luogo che promette di esaudire i desideri più profondi?
Riuscirà Lily a trovare il coraggio per guidare l’amica? E cosa si nasconde davvero tra quelle pareti di cristallo iridescente?

È una favola per chi crede che le differenze siano ponti, non muri, e che il tesoro più grande non sia un desiderio realizzato, ma un’amicizia che illumina più di mille cristalli.


Alla fine del racconto troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Lily, Hera e la Grotta dei Cristalli Arcobaleno 🦄“!

Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da Silvia!

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Lily, Hera e la Grotta dei Cristalli Arcobaleno 🦄


C’erano una volta, in una foresta incantata dove gli alberi brillavano di luce propria, due unicorni molto diversi tra loro: Lily, dal manto bianco come la neve e una criniera color rosa pastello, e Hera dalla criniera blu elettrico.

Lily era dolce e intelligente, ma un po’ timorosa. Ogni volta che sentiva un rumore strano, si nascondeva dietro ai cespugli luccicanti. Hera, invece, era coraggiosa e sempre pronta all’avventura, anche se spesso si cacciava nei guai per la sua sbadataggine.

Un giorno, mentre passeggiavano tra gli alberi scintillanti, Hera propose:
– Lily, andiamo a esplorare la Grotta dei Cristalli Arcobaleno! Dicono che chi entra possa realizzare un desiderio!
Lily tremò un pochino.
– Ma… dicono che sia buia e piena di strani rumori…
– Non preoccuparti! – esclamò Hera, facendo brillare il suo corno – Ci sono io con te!

Così le due amiche si incamminarono verso la grotta.
Lungo il sentiero, Hera, distratta da una farfalla luminosa, non vide una grande radice e inciampò, rotolando giù per una piccola collina.
Mentre cercava di rialzarsi Hera si accorse che il suo corno magico aveva smesso di brillare!

Lily, vedendo l’amica in difficoltà, dimenticò tutte le sue paure. Corse giù dalla collina e usò il suo corno per illuminare il cammino.
– Stai bene, Hera?
– Solo qualche graffio… – rispose Hera, un po’ imbarazzata – Ma ora come faccio? Il mio corno non brilla più…
Lily sorrise dolcemente.
– Non preoccuparti, userò il mio! Insieme ce la faremo.

Le due amiche proseguirono il cammino, questa volta più attente, con Lily che illuminava la strada e Hera che controllava che non ci fossero pericoli.
Quando raggiunsero la Grotta dei Cristalli Arcobaleno, furono accolte da uno spettacolo meraviglioso: migliaia di cristalli colorati brillavano sulle pareti.

Al centro della grotta, trovarono un cristallo più grande degli altri che emanava una luce calda e accogliente.
Il cristallo si illuminò ancora di più e una voce gentile disse:
– Non avete bisogno di esprimere un desiderio. Avete già il dono più prezioso: la vostra amicizia. Lily ha superato le sue paure per aiutare Hera, e Hera ha imparato che a volte è importante essere prudenti e accettare l’aiuto degli altri.

Il corno di Hera ricominciò a brillare, ma questa volta di una luce ancora più intensa.
Le due amiche si guardarono sorridendo, consapevoli che insieme erano più forti.

Da quel giorno, Lily diventò un po’ più coraggiosa e Hera un po’ più attenta.
E quando qualcuno chiedeva loro il segreto della loro amicizia, raccontavano sempre l’avventura della Grotta dei Cristalli Arcobaleno, dove avevano scoperto che le differenze tra amici non sono ostacoli, ma doni preziosi.

Morale: La vera amicizia ci aiuta a superare le nostre paure e a diventare persone migliori.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Lily, Hera e gli scherzi di Zeus 🦄

Cosa succede quando la magia viene usata per ridere insieme invece che per far star male gli altri?

In un prato incantato dove i fiori cantano melodie dolci e le farfalle brillano come stelle, vivono Lily e Hera, due unicorni dalle criniere luminose.

Ma un giorno, l’arrivo di Zeus, un vivace unicorno dorato amante degli scherzi, sconvolge l’armonia delle amiche.

Cosa succederà quando la magia di Zeus trasformerà i fiori canterini in rane gracidanti? Perché le api e le fate smettono di sorridere? E riusciranno i tre unicorni a trovare un modo per far ridere tutti, senza lasciare nessuno triste?

Preparatevi a volare in un mondo dove amicizia e magia ci insegneranno una lezione senza tempo.


Alla fine del racconto troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Lily, Hera e gli scherzi di Zeus 🦄“!

Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da Silvia!

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Lily, Hera e gli scherzi di Zeus 🦄


In un prato incantato dove i fiori cantavano dolci melodie, vivevano le due amiche Lily, l’unicorno dal manto bianco, ed Hera, l’unicorno dalla criniera blu elettrico.

Un giorno, mentre giocavano a rincorrere farfalle luminose, incontrarono Zeus, un giovane unicorno dal manto dorato che amava fare scherzi a tutti.

– Guardate cosa so fare! – esclamò Zeus, facendo brillare il suo corno. Con un lampo di luce, trasformò i fiori cantanti in piccole rane saltellanti. – Non è divertente?

Lily, timida come sempre, si nascose dietro Hera, mentre quest’ultima osservava preoccupata i poveri fiori trasformati che gracidavano tristemente invece di cantare.
– Non è molto gentile – disse Hera con decisione – I fiori erano felici di essere fiori!

Zeus scrollò la sua criniera dorata – Oh, andiamo! È solo uno scherzo!
Ma mentre rideva della sua magia, non si accorse che il suo scherzo stava causando altri problemi. Le api che raccoglievano il nettare dai fiori non trovavano più il loro cibo, e le farfalle luminose avevano perso un posto dove riposare.

Lily, vedendo la tristezza degli altri abitanti del prato, trovò il coraggio di parlare.
– Zeus, uno scherzo è divertente solo quando ridono tutti, non solo chi lo fa.

Zeus alzò il muso con aria superiore, ma dentro di sé iniziò a sentirsi a disagio. Soprattutto quando vide una piccola fata dei fiori piangere perché non poteva più danzare con i suoi amati fiori canterini.
Hera, con la sua solita determinazione, si avvicinò a Zeus.
– Invece di trasformare le cose, perché non usi la tua magia per creare qualcosa di nuovo che possa far divertire tutti?

Zeus ci pensò un momento. In fondo, non voleva far star male nessuno. Facendo brillare nuovamente il suo corno, ritrasformò le rane in fiori e poi aggiunse un tocco di magia extra: creò un arcobaleno che, quando i fiori cantavano, danzava a ritmo di musica.

Tutti gli abitanti del prato rimasero incantati dal meraviglioso spettacolo. Le api tornarono felici, le farfalle danzavano attraverso i colori dell’arcobaleno, e la piccola fata batteva le mani dalla gioia.
– Questo sì che è uno scherzo divertente! – esclamò Lily sorridendo.
– E guarda quanto sono tutti più felici – aggiunse Hera.

Zeus guardò il prato pieno di gioia e capì che far ridere gli altri era molto più bello che ridere da solo.
Da quel giorno, usò la sua magia per creare scherzi che portassero felicità a tutti, non solo a se stesso.

E così, tra i fiori canterini e l’arcobaleno danzante, tre unicorni molto diversi diventarono grandi amici, imparando che il divertimento più grande è quello che si condivide con gli altri.

Morale: Uno scherzo è davvero divertente solo quando fa sorridere tutti, non quando fa star male qualcuno.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Lily, Hera e la Gara delle Stelle Danzanti 🦄

Cosa succede quando due unicorni scoprono che la vera magia non è vincere, ma essere sé stessi?

In un prato incantato, dove l’erba luccica come smeraldi e l’aria profuma di fiori magici, vivono Lily e Hera, due unicorni straordinari.

Ma quando la Regina delle Fate annuncia la Gara delle Stelle Danzanti, le due amiche si ritrovano davanti a una sfida inaspettata: come far danzare le stelle con la magia dei loro corni?

Pearl e Grace, le più talentuose ballerine del bosco, si allenano senza sosta per creare coreografie perfette. Lily, però, è insicura, ma Hera sa che la sua amica ha un dono unico: le sue stelle non disegnano spirali impeccabili, ma raccontano storie che fanno sorridere.

Cosa accadrà quando sarà il loro momento di brillare? E cosa deciderà la Regina delle Fate, che osserva ogni dettaglio con occhio saggio?

Una fiaba sulla bellezza dell’unicità, sull’amicizia che incoraggia e sulla magia che nasce quando ci si diverte senza paura di sbagliare. Pronti a lasciarvi incantare?


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Lily, Hera e la Gara delle Stelle Danzanti 🦄


In un prato incantato dove l’erba brillava come smeraldi, vivevano due unicorni molto speciali: Lily dal manto bianco e la criniera rosa ed Hera dalla criniera blu elettrico.

Un giorno, la Regina delle Fate annunciò una gara molto particolare:
– La Gara delle Stelle Danzanti! Gli unicorni dovranno far danzare le stelle cadenti con la magia del loro corno, creando le coreografie più belle!

Mentre Pearl e Grace, le due migliori ballerine del bosco, iniziavano subito ad allenarsi, Lily ed Hera si guardavano indecise.
– Non parteciperò – sussurrò Lily a Hera – Non sono brava come loro a far danzare le stelle.
– Ma tu fai danzare le stelle in un modo tutto speciale! – rispose Hera – quando le fai danzare, sembrano raccontare una storia!
Lily non disse nulla e rimase a guardare Pearl e Grace in silenzio.

Il giorno della gara arrivò. Pearl creò una spettacolare danza di stelle a spirale, mentre Grace fece volteggiare le sue in perfetti cerchi concentrici.
Tutti applaudivano meravigliati.

Quando fu il turno di Lily, tremava così tanto che il suo corno quasi non brillava.
Ma Hera le si avvicinò: – Ti ricordi di quella volta che hai fatto danzare le stelle per quella piccola fata triste? L’hai fatta sorridere!
Lily respirò profondamente e iniziò. Le sue stelle non facevano movimenti perfetti come quelle di Pearl e Grace, ma danzavano dolcemente, come se raccontassero una favola della buonanotte.

Alcune volavano in basso per far ridere i cuccioli di coniglio, altre creavano piccoli arcobaleni sopra i fiori.
Hera fu l’ultima a esibirsi. Nel suo entusiasmo, fece qualche pasticcio e le sue stelle si scontrarono tra loro creando piccoli fuochi d’artificio che fecero ridere tutti.

Alla fine, Pearl vinse il primo premio per la sua danza perfetta. Ma la Regina delle Fate aveva una sorpresa:
– Oggi ho visto qualcosa di speciale in ognuna di voi. Pearl è stata elegante, Grace precisa, Lily ha fatto sorridere tutti con la sua dolcezza, e Hera ci ha fatto ridere con il suo entusiasmo. Meritate tutte una corona di fiori magici!

Lily non poteva credere ai suoi occhi quando la Regina le mise sulla testa una corona di fiori che brillavano come piccole stelle.
– Visto? – disse Hera abbracciando l’amica – l’importante non era vincere, ma portare un po’ di magia a modo nostro!

Da quel giorno, nel prato incantato, si potevano vedere quattro unicorni che facevano danzare le stelle insieme, ognuna a suo modo, creando uno spettacolo ancora più bello.

Morale: In una gara, non è importante essere i migliori, ma dare il meglio di sé e divertirsi partecipando.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Tito il Triceratopo e Vess il Distratto 🦖

Velocità o saggezza?
Tito e Vess affrontano il pericoloso T-Rex, scopri come riescono a salvarsi!

Nella rigogliosa Valle di Rocciaverde vivono due amici inseparabili: Tito il Triceratopo, forte e saggio, e Vess il Velociraptor, velocissimo ma… un po’ distratto!

Quando un gigantesco T-Rex minaccia la loro tranquillità, Vess impara a sue spese che non basta essere veloci per cavarsela: servono attenzione, prudenza e, soprattutto, ascoltare i consigli di chi ti vuole bene.

Un’avventura preistorica piena di emozioni, amicizia e una lezione preziosa per grandi e piccini.


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“Tito il Triceratopo e Vess il Distratto 🦖“

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L’audiofiaba te la racconto io!

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Tito il Triceratopo e Vess il Distratto 🦖


Tanto tempo fa, nella rigogliosa Valle di Rocciaverde, vivevano due amici inseparabili: Tito il Triceratopo e Vess il Distratto, un giovane Velociraptor.

Tito era forte, saggio e paziente. Aveva una pelle color terra bruciata, tre corna affilate e un enorme collare osseo che usava per proteggersi dai pericoli.

Vess, invece, era minuto, veloce come il vento e… terribilmente sbadato. Dimenticava sempre tutto: dove aveva nascosto il pranzo, quale strada portava alla grotta e, soprattutto, i saggi consigli di Tito.

Un giorno, mentre passeggiavano lungo il Sentiero delle Felci Giganti, Tito sospirò:
– Vess, devi fare più attenzione! La giungla è piena di pericoli!
Vess rispose ridacchiando.
– Ma dai, Tito! Io sono il dinosauro più veloce della Valle di Rocciaverde! Se c’è un problema… scappo!

Tito scosse la testa. Conosceva bene il suo amico: sempre troppo sicuro di sé e mai attento a dove metteva le zampe!

Proprio in quel momento, un Tyrannosaurus Rex, enorme e dal respiro pesante, sbucò dagli alberi con un GRAAAAR! spaventoso.

Gli uccelli preistorici volarono via spaventati, mentre il terreno tremò sotto i passi del gigantesco predatore.

Vess spalancò gli occhi e fece quello che sapeva fare meglio: corse via a tutta velocità!
Solo che… corse nella direzione sbagliata!

Con un gran tonfo, finì dritto dentro una pozza di fango, rimanendo impantanato fino al collo.
Scalciò, si agitò, cercò di liberarsi… ma più si muoveva, più affondava!

Il T-Rex avanzava, mostrando i suoi denti affilati. Tito, senza perdere la calma, piantò le zampe nel terreno, abbassò la testa e puntò le sue enormi corna.
– Indietro, dentone! Se vuoi il mio amico, dovrai batterti con me! – ruggì il Triceratopo.

Il T-Rex si fermò osservando Tito. Un Triceratopo ben piazzato non era una preda facile… e nemmeno conveniente!
Il T-Rex grugnì infastidito, poi con un ultimo sguardo minaccioso si voltò e sparì nella foresta.

Tito si avvicinò a Vess e, con una zampata decisa, lo aiutò a uscire dal fango.
Il Velociraptor era sporco da testa a piedi, con una foglia enorme appiccicata sulla testa.

– Vess, hai capito la lezione?
Vess sputò un po’ di fango e annuì:
– Sì, sì… la prossima volta ti ascolterò! Anche perché il fango ha un sapore orribile!

Tito rise e insieme si incamminarono verso casa, mentre il sole tramontava dietro le montagne.

Morale della storia: Essere veloci è utile, ma ascoltare i consigli degli amici, e stare attenti, lo è ancora di più!

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Lo Pterodattilo Volas e Tonko il Brontolone 🦖

Serve sempre la forza per superare un ostacolo… o a volte basta solo cambiare punto di vista?

Tonko, un Anchilosauro grande e corazzato, risolvere tutto… a colpi di coda!
Ma cosa succede quando la sua forza lo mette nei guai e un sasso troppo grosso finisce proprio dove non dovrebbe?

In questa favola colorata e divertente, ritroveremo anche Volas, lo Pterodattilo saggio e curioso, che con il suo spirito riflessivo aiuterà Tonko a vedere le cose in modo diverso.

Tra spruzzi d’acqua, risate e piccoli disastri, nascerà una lezione preziosa: a volte, per andare avanti, non serve spingere più forte… ma pensare un po’ meglio.

Preparatevi a sorridere assieme ai dinosauri e scoprire che anche i più testardi possono imparare a usare la testa!


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Lo Pterodattilo Volas e Tonko il Brontolone 🦖


Nella verdeggiante Valle di Rocciaverde, il sole splendeva alto, e l’aria profumava di felci e bacche dolci.
Volas lo Pterodattilo svolazzava tranquillo nel cielo, godendosi le correnti d’aria. Da lassù, la valle sembrava un enorme tappeto verde, interrotto solo da qualche ruscello scintillante.

Mentre volteggiava, Volas sentì un rumore pesante e arrabbiato.
TUM! TUM! TUM!
Volas abbassò lo sguardo e vide un enorme Anchilosauro che avanzava sbuffando tra i cespugli, scuotendo la coda corazzata.

– Ehi, ciao amico, come ti chiami? – chiese Volas, atterrando su un ramo vicino.
– Sono Tonko! – rispose il dinosauro con voce burbera – E sono stufo di tutti questi sassi fastidiosi!

Volas lo osservò incuriosito.
– Sassi? Ma la valle è piena di sassi! Perché ti danno tanto fastidio?
Tonko sbuffò – Perché sono sempre sul mio cammino! Li calpesto, inciampo e mi fanno cadere! Guarda questo! – e con un colpo di coda, lanciò via un grosso masso che rotolò giù per la collina.

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Vess il Distratto e lo Pterodattilo Volas 🦖

Può un dinosauro imparare a volare… senza ali? Scopri la strampalata lezione di salti acrobatici di Vess il Velociraptor.

E se vi dicessimo che da quell’atterraggio buffo nasce un’amicizia inaspettata e una sfida ancora più grande?
Con l’aiuto di Volas, un simpatico Pterodattilo saggio, Vess scoprirà che correre veloce non basta per imparare qualcosa di nuovo.
Serve pazienza, pratica e… orecchie ben aperte.

Pronti a spiccare un balzo tra le rocce e le nuvole, per seguire una storia di voli mancati, atterraggi acrobatici e piccole grandi lezioni?
Allacciate le cinture… si parte!


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Vess il Distratto e lo Pterodattilo Volas 🦖


Nella rigogliosa Valle di Rocciaverde, tra le alte felci e i tronchi nodosi degli alberi giganti, viveva Vess il Distratto, un velocissimo Velociraptor… ma anche il dinosauro più sbadato della valle!

Un giorno, mentre Vess saltellava tra i sassi lungo il Fiume Serpeggiante, sentì un’ombra passargli sopra la testa.
Alzò lo sguardo e vide un grande Pterodattilo librarsi nel cielo con le sue enormi ali, disegnando cerchi eleganti tra le nuvole.

Vess rimase a bocca aperta.
– Ehi, che bello volare! Deve essere facilissimo! – esclamò, agitando le zampette per l’entusiasmo.

Lo Pterodattilo, che stava cercando un posto per atterrare, lo sentì e ridacchiò. Con un battito d’ali, planò con grazia su una roccia.
– Facile? Ah! Ci vogliono equilibrio, pratica e soprattutto tanta attenzione!

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La leggenda della colomba di Pasqua 🕊️

Scopri cos’hanno in comune un giovane fornaio, un gatto parlante e un dolce misterioso tutto da sfornare…

In un’antica città lombarda, tra vicoli profumati di farina e un forno caldo, viveva Tino, un giovane fornaio in cerca del pane perfetto.
Ma c’era un piccolo dettaglio: il suo gatto parlante, Meo, non era mai soddisfatto.

Un giorno però, il re longobardo Alboino decise di invadere la città, solo il soave profumo e la squisitezza di un dolce mai visto prima lo avrebbe fermato!

Scopri come Tino salva la città in questa fiaba dolce e golosa!


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“La leggenda della colomba di Pasqua 🕊️“

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La leggenda della colomba di Pasqua 🕊️



C’era una volta, in un’antica città lombarda, un giovane fornaio di nome Tino. Tino aveva un problema: ogni volta che sfornava il pane, il suo gatto parlante, Meo, si lamentava.

– Troppo croccante! Troppo molle! Troppo tondo! – miagolava Meo, scuotendo la testa. – E poi manca un po’ di poesia! Il pane dovrebbe raccontare una storia, non solo riempire la pancia!

Tino sospirava e continuava a impastare, sperando di trovare la formula perfetta. Provò ricette segrete, antichi metodi tramandati dai fornai più esperti, persino formule lette su pergamene ingiallite. Ma niente sembrava convincere del tutto il suo esigente assistente felino.

Un giorno, il re longobardo Alboino arrivò con il suo esercito, minacciando di conquistare la città. Gli abitanti erano terrorizzati! Per cercare di ammansire il re, gli offrirono doni di ogni tipo: stoffe pregiate, gioielli, persino un maestoso cavallo bardato d’oro.
Ma niente sembrava placarlo.

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Il drago e le uova di pasqua 🐲🐰

Un drago di cioccolato, un furto misterioso e un’avventura di Pasqua tutta da scoprire!

In una terra dove la magia incontra il cioccolato e i sogni dei bambini diventano realtà, si nasconde un piccolo drago dai colori dell’arcobaleno: Dragomiro.

Ma questa volta, qualcosa di strano è successo… un furto misterioso rischia di rovinare la Pasqua più dolce di sempre!

Se ami le avventure piene di indizi, risate e un pizzico di meraviglia, segui Luca e Dragomiro in una fiaba sorprendente, tra piume spettinate, cioccolata fusa e coniglietti pasticcioni.


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Il drago e le uova di pasqua 🐲🐰


C’era una volta, in una terra selvaggia e bizzarra, un draghetto con squame color arcobaleno chiamato Dragomiro.
Questo drago era un tipo davvero strano: invece di sputare fiammate come tutti gli altri draghi, sputacchiava getti di cioccolato fuso dappertutto!

Dragomiro abitava dentro una montagna, dove faceva la guardia al tesoro più prezioso del mondo: le Uova di Pasqua Magiche.
Non pensate a uova normali! Queste brillavano come per magia e, quando si aprivano, zac! I desideri dei bambini buoni diventavano realtà in un lampo.

Nel villaggio ai piedi della montagna viveva Luca, un bimbo di cinque anni con capelli arruffati e un grande sorriso a cui mancavano un paio di denti. Una mattina, Luca sentì un ruggito così forte che quasi gli fece cadere un’altro dente.
– AIUTOOOOO! Qualcuno mi dia una zampaaa!

Luca, che aveva più coraggio che buon senso, decise di andare subito a sbirciare cosa succedesse sulla montagna.
Si arrampicò, scivolò, si rialzò e finalmente trovò l’entrata della tana di Dragomiro, ma quando vide chi ci abitava dentro, iniziò a tremare tutto.

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Il racconta fiabe 👦

L’avventura di Matteo alla ricerca della fantasia perduta.

C’è un tempo in cui le fiabe sembrano tutte già raccontate e ogni storia è una vecchia melodia.

È quello che accade a Matteo, un giovane narratore un po’ smarrito, che scoprirà come dietro ogni parola possa nascondersi un nuovo incanto, basta saperlo cercare nel posto giusto.

In questa fiaba ritroverete tanti personaggi familiari e un insegnamento: le storie più belle non vengono da un libro, ma dal cuore e dagli occhi di chi ascolta.

Sei pronto a seguir Matteo in questo viaggio tra boschi, incantesimi e fiabe mai sentite prima?

Questa fiaba si ispira al racconto popolare napoletano scritto da Luigi Capuana, noi di fabulinis l’abbiamo rielaborata e un po’ semplificata per essere raccontata anche ai bambini più piccoli


Alla fine del racconto troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Il racconta fiabe 👦“!


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Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da Silvia!

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Il racconta fiabe 👦


C’era una volta Matteo, un giovanotto che aveva cambiato tanti lavori, ma con scarsi risultati.

Un giorno gli venne l’idea di andare in giro a raccontare fiabe ai bambini. Gli sembrava un lavoro facile, perciò andò nella città vicina e cominciò a gridare:
– Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentire le fiabe?
I bambini accorsero da tutte le parti, spinti dalla curiosità.

Lui cominciò:
– C’era una volta un Re e una Regina, che non avevano figli, e non sapevano più…
– Ma questa la sappiamo! – dissero i bambini – E’ “La Bella addormentata nel bosco”. Un’altra! Un’altra!
– Va bene, ve ne dirò un’altra – disse sospirando, e cominciò:
– C’era una volta una bambina, che abitava nel bosco e aveva la nonna malata…
– Ma anche questa la sappiamo: è “Cappuccetto Rosso”! Un’altra! Un’altra!
Matteo, un po’ seccato, ricominciò da capo:
– C’era una volta un signore che aveva una figlia. La moglie era morta e si era risposato con una vedova che aveva due figlie…
– Ma è “Cenerentola”… sappiamo a memoria anche questa!
E visto che Matteo sapeva soltanto fiabe vecchie, i bambini si alzarono e andarono via.

Matteo partì e andò in un’altra città. Appena arrivato, cominciò a gridare:
– Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentire le fiabe?
I bambini accorsero da tutte le parti, spinti dalla curiosità. Ma ogni volta che l’uomo cominciava una fiaba, i bambini gridavano:
– La sappiamo! La sappiamo!
E visto che sapeva soltanto fiabe vecchie, i bambini si alzarono e andarono via.

Cambiò parecchie città, sempre con poco successo, perciò alla fine Matteo si perse d’animo.
Triste e sconfortato, continuò a camminare, e, senza accorgersene, si perse in mezzo a un bosco.
Arrivata la notte, cercò un posto per dormire, ma aveva una gran paura e non riusciva a chiudere occhio.

A mezzanotte in punto vide una gran luce nel bosco: da ogni pianta sbucava gente che rideva, cantava e ballava.
Era capitato in mezzo alla fiera delle Fate!
Gli venne in mente che le Fate potevano vendergli delle fiabe nuove nuove, e così incuriosito, si fece coraggio e si avvicinò.

Si fermò davanti a una Fata che vendeva fiori e domandò:
– Avete fiabe nuove?
– No, fiabe nuove non se ne trovano più… – disse la Fata sollevando le spalle.
Allora Matteo domandò a quella vicina:
– Avete fiabe nuove?
– Fiabe nuove non se ne trovano più! – disse ridendo la seconda Fata.

E andò avanti così con tante altre Fate, finché l’ultima, vedendolo triste e sconsolato, gli disse:
– Sai dove le puoi trovare? Da una vecchia Fata, si chiama Fata Fantasia. Ma attento: non le vuole dare a nessuno! Vive da sola in una grotta, e dovresti andare da lei in compagnia della Bella addormentata nel bosco, di Cappuccetto rosso, di Cenerentola, di Pollicino e gente simile, altrimenti si arrabbia… Tu prova, però sarà un’impresa difficile.
– Non importa, ci proverò. Grazie!

Così iniziò a cercare nel bosco i suoi compagni di viaggio:
– Bella addormentata, ti prego, vieni con me da Fata Fantasia?
– Volentieri!
– Cappuccetto rosso, verresti anche tu con me? Vado da Fata Fantasia…
– Va bene!
– O Cenerentola, ti prego, vieni anche tu!
– Ma certo!
Riuscì a radunarli tutti, e così partirono. Arrivarono alla grotta dove la vecchia Fata Fantasia viveva rinchiusa, e bussarono alla porta.

– Chi è?
– Siamo noi! – dissero tutti insieme.
Fata Fantasia, sentendo quelle voci familiari, venne ad aprire.
– Che bello vedervi! – disse sorridente, ma appena vide Matteo si arrabbiò:
– E tu chi sei? Come osi venire da me!
E voleva cacciarlo via.

Ma gli altri la tranquillizzarono e le raccontarono il motivo della loro visita:
– Matteo è molto triste. È un racconta fiabe, ma i bambini, che già sanno a memoria le nostre storie, ora vogliono delle fiabe nuove! E lui non sa come fare… Fata Fantasia, aiutalo tu!
– Fiabe nuove non ce ne sono più! – sorrise la Fata.
– Fata Fantasia, aiutami, ti prego! – disse Matteo piangendo.
Sentendosi pregare con le lacrime agli occhi, Fata Fantasia s’intenerì:
– Torno subito. – disse.

Rientrò nella grotta, e dopo un po’ si ripresentò con il grembiule pieno di oggetti strani:
– Tieni, queste cose forse ti aiuteranno.
E gli diede un biscotto, un ranocchio, un fiocco di neve… insomma tante cose strane.
– Cosa ci faccio?
– Portali con te e vedrai.
Matteo, anche se poco convinto, ringraziò comunque Fata Fantasia, accompagnò gli altri a casa e, arrivato nella prima città, iniziò a gridare:
– Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentire le fiabe?
I bambini accorsero da tutte le parti.

Lui prese in mano il biscotto e cominciò:
– C’era una volta…
Non sapeva cosa avrebbe raccontato, ma, aperta la bocca, le parole uscirono come se lui le avesse sempre sapute. E raccontò la fiaba de “L’omino di pan pepato”, che fu un successo!
– Un’altra! Un’altra! – gridarono i bimbi.
E Matteo, preso a caso dalla borsa uno dei regali della Fata, cominciò:
– C’era una volta…
Non sapeva cosa avrebbe raccontato, ma, aperta la bocca, le parole uscirono come se lui le avesse sempre sapute. E raccontò la fiaba de “Il Principe ranocchio”, un altro successo!
– Un’altra! Un’altra! – gridarono i bimbi.

Matteo alla fine ne raccontò un sacco, e si divertiva anche più dei bambini.
Poi cambiò città:
– Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentire le fiabe?
E ricominciò da capo. I bambini erano contentissimi.

Ma, passato poco tempo, le fiabe erano sempre le stesse: L’omino di pan pepato, Il Principe ranocchio, Nevina e Solleone… finché i bambini piano piano si stufarono, e appena cominciava:
– C’era una volta… – lo interrompevano:
– La sappiamo, la sappiamo a memoria!
Cosa poteva fare Matteo di quelle fiabe, ora che i bambini non volevano più sentirle?

Triste e sconsolato, pensò di regalarle al Mago Merigio, un mago che collezionava fiabe vecchie che nessuno voleva più sentire.
Decise di andare a trovarlo.
Il Mago Merigio, col suo barbone e gli occhi neri come il carbone, gridò:
– Chi sei? Che vuoi?
– Nulla, Mago; vengo solo a farti un regalo. Queste fiabe sono nuove e tu non le hai. Però i bambini ormai le sanno a memoria e non le vogliono più sentire, perciò ho pensato di regalartele per la tua collezione.

Il mago, stupito, si fece raccontare tutta la storia. Quando Matteo finì, il Mago Merigio gli sorrise con dolcezza e disse:
– Ah, sciocco! Non hai capito cosa ti è successo? Fata Fantasia ti ha aiutato con i suoi regali, ma la magia l’hai fatta tu: le fiabe sono uscite dal tuo cuore e come sono nate queste ne possono nascere altre mille.
– Non capisco… – disse Matteo.
– Vai nella città vicina e ricomincia a raccontare fiabe, ma non dimenticare di guardare bene i bambini negli occhi: la loro magia ti guiderà e andrà tutto bene.

Matteo ringraziò e partì. Arrivato in città iniziò a gridare:
– Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentire le fiabe?
I bambini accorsero da tutte le parti.
Guardandoli bene negli occhi iniziò:
– C’era una volta…
Non sapeva cosa avrebbe raccontato, ma, aperta la bocca, le parole uscirono come se lui le avesse sempre sapute. Aveva ritrovato la sua fantasia di bambino, che da quel momento non lo abbandonò mai più.

Così continuò a fare il racconta fiabe, per molto molto tempo, per la gioia di tanti bambini!

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Il pozzo di Noemi 👧🕳️

Il pozzo di Noemi: una dolcissima fiaba di amicizia, magia e meraviglia

Nel cuore di un bosco dimenticato si nasconde un pozzo speciale, pronto a raccontare una fiaba dolce e avventurosa che farà sognare i più piccoli… e scalderà il cuore dei grandi.

In questa fiaba tenera e delicata, incontrerai Noemi, una bambina curiosa e determinata, e un vecchio pozzo abbandonato che desidera solo un po’ di compagnia.

Insieme vivranno un’avventura inaspettata, tra farfalle sfuggenti, riflessi magici e un viaggio sotterraneo che conduce verso la meraviglia.

Scopri come un piccolo incontro può trasformare un giorno qualunque in un momento indimenticabile.


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Il pozzo di Noemi 👧🕳️


C’era una volta, appena dentro ad un bosco, un pozzo d’acqua. Dopo tanti anni di buon servizio, era stato abbandonato per un altro pozzo molto più grande e comodo, nel centro del paese.
Il povero pozzo cominciò così a sentirsi sempre più triste e, ogni volta che sentiva una voce lontana, sperava sempre che qualcuno andasse a prendere un po’ d’acqua da lui. Ma non arrivava mai nessuno…

Passarono gli anni, le edere rampicanti e gli arbusti crescevano, e lui ormai era ricoperto quasi per intero. C’era solo un piccolo spazio libero dove, ogni tanto, andava a specchiarsi la luna. E quando il pozzo riusciva a vedere la luna, si sentiva un po’ meno solo.

Un giorno di primavera, però, su uno degli arbusti che coprivano il pozzo, si posò una farfalla tutta gialla.
– Ciao farfalla gialla, sono contento di vederti. Cosa ti porta da queste parti? – domandò il pozzo tutto contento per la visita inaspettata.
– Cerco un nascondiglio: è tutto il pomeriggio che sono inseguita da una bimba che vuole catturarmi col suo retino!
– Oh povera farfalla, se mi farai compagnia per un po’, ti aiuterò.
– Va bene, ma fai in fretta! Sento i passi della bambina sempre più vicini.

Così il pozzo comandò all’edera di coprire più che poteva la farfalla. Ma l’edera non è abbastanza veloce: la bimba riuscì comunque a vedere la farfalla in mezzo alle foglie e andò verso di lei.

Noemi, che correva dietro alla farfalla già da un’ora buona, era stanca e sfinita.
– Adesso provo a prenderla per l’ultima volta. Se non ce la faccio, torno a casa che è già ora di merenda.
Così Noemi si avvicinò al pozzo e si sporse per acchiapparla, ma la farfalla con un batter d’ali volò via.
– Uffa! Questa volta l’avevo quasi presa!
Poi Noemi guardò giù in fondo pozzo, dove c’era l’acqua, e vide l’immagine di un’altra bambina, tutta uguale a lei.
– Ciao bambina! – disse Noemi, salutando anche con la manina.

Al pozzo, dopo anni di solitudine, non sembrava vero di aver trovato finalmente qualcuno con cui parlare.
– Ciao! – le risponse il pozzo – io qui mi annoio da morire, mi fai un po’ di compagnia?
– Certamente! Vengo subito da te! – Noemi si sporse per raggiungere l’altra bambina in fondo al pozzo, che in realtà era la sua immagine riflessa nell’acqua, e… ci cadde dentro!

Il pozzo, che non si aspettava una reazione del genere, fu preso dal panico. Alla bimba non doveva accadere nulla di male! Doveva trovare subito una soluzione, prima che diventasse troppo tardi.

Si ricordò che, poco più in profondità sotto terra, dove lui si riforniva di acqua fresca, c’era una piccola grotta dove poteva mettere al sicuro la bimba.
Così fece andare la corrente della sua acqua velocemente in quella direzione, e in un’istante la bimba si ritrovò in salvo nella piccola grotta.
Noemi non sembrava poi così spaventata di essere caduta nel pozzo, piuttosto si chiedeva dove era finita la bimba tutta uguale a lei.

Nella grotta comparve un piccolo bagliore luccicante, fluttuava nell’aria come un fantasmino.
– Ciao, io sono lo spirito del pozzo. Non avere paura, cercavo solo un po’ di compagnia, ma non volevo farti cadere…
– Ciao, io sono Noemi. Ma… dov’è finita l’altra bambina come me?
– In realtà l’altra bambina era la tua immagine riflessa nell’acqua del mio pozzo…
Noemi quasi ci rimase male.

– Sai, so che inseguivi la farfalla gialla, ti piacciono le farfalle? – le chiese lo spirito del pozzo.
– Siiì! A me piacciono le farfalle, volevo prenderla ma mi è sempre sfuggita…
– Ma lo sai che quella povera farfallina aveva tanta paura di venire catturata?
– Ma io volevo solo guardarla da vicino, era così bella. Poi l’avrei lasciata andare…
Lo spirito del pozzo comprese le sue intenzioni. In quel momento sentì però anche un rumorino proveniente dal pancino di Noemi.

– Hai fame?
– Sì, anzi, devo tornare a casa per la merenda, sennò mia mamma mi sgrida perché sono sempre in giro…
Lo spirito del pozzo non sapeva però come aiutarla.
– Posso chiedere a qualche uccellino di recuperare qualche bacca.
– Ma io voglio fare merenda con la marmellata e il succo di frutta!
– Posso chiedere a qualche scoiattolo di portare un frutto.
– Ma io voglio tornare a casa!

Lo spirito del pozzo capì che Noemi stava per mettersi a piangere e cercò subito di tranquillizzarla.
– Va bene, piccola Noemi, adesso troviamo un modo per riportarti a casa.
“Ma come faccio?” si chiese il pozzo. Se, come tanti anni prima, la gente fosse andata a prendere l’acqua da lui, avrebbe fatto in fretta. Bastava aspettare il primo secchio buttato giù nell’acqua e ci avrebbe fatto aggrappare Noemi. Ma, purtroppo, erano anni che nessuno passava più di lì…

Pensa pensa e ripensa, si ricordò che uno dei posti dove lui si riforniva d’acqua era un piccolo laghetto appena fuori del paese.
– Ho avuto un’idea, piccola Noemi. Tu stai qui e non ti preoccupare, torno subito!
E il piccolo bagliore scomparve dalla grotta.
Dopo poco, lo spirito del pozzo tornò.

– Eccomi qua, posso farti tornare al paese, sbucherai nel laghetto dove ci sono le barche dei pescatori. Conosci il posto?
– Sì, ci va sempre mio papà a prendere il pesce.
– Tutto quello che dovrai fare è prendere un bel respiro e aggrapparti alla coda del mio amico pesce – Dall’acqua spuntò una coda di pesce, tutta oro e arancione.
– Va bene.

– Sono contento che tu mi abbia fatto visita sai? Erano anni che nessuno passava più di qui, e io mi sentivo tanto solo.
– Se vuoi posso ritornare a salutarti.
– Ne sarei veramente contento, però mi basta che tu ti affacci dal muretto del mio pozzo, senza caderci dentro…
– La prossima volta starò più attenta, prometto.
I due si sorrisero.

Noemi prese un gran respiro e si aggrappò alla coda del pesce che, come un fulmine, prese a correre per tutti i cunicoli sotterranei che portavano al laghetto. Pochi attimi dopo, Noemi era sulla riva, proprio accanto alle barche dei pescatori.
– Grazie mille pesciolino!
Il pesce fece un gran salto e poi sparì.

Noemi corse a casa. La mamma, vedendola tornare con i vestiti tutti bagnati, la sgridò ma poi l’asciugò per bene e le preparò una fantastica merenda.

Il pozzo tornò a guardare la luna, che ogni tanto veniva a fargli compagnia di notte. Sperava in cuor suo che quella bambina si ricordasse della promessa fatta. Ma i giorni passavano e le stagioni pure, e Noemi non tornava…

Arrivò di nuovo la primavera.
Un’altra farfalla si posò sulle foglie che ricoprivano il pozzo.
Il pozzo stava già per salutarla quando sentì una voce che gli diceva:
– Ciao pozzo, come stai?
Era Noemi, ed il pozzo si sentiva di nuovo felice.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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L’albero delle uova di Pasqua 🌳🥚

La magia dell’albero della Pasqua: quando un abbraccio vale più di mille parole.

Poggio Fiorito, un luogo dove il tempo si ferma e la magia circonda le persone, custodisce un albero straordinario: l’Albero della Pasqua!

Ogni anno, tra i suoi rami, nascono uova di cioccolato, ma cosa accade quando la magia dell’albero di Pasqua svanisce?

Solo un gesto d’amore può ridare vita a una tradizione che rischia di perdersi.

Lasciati trasportare da questo racconto, dove la curiosità di una bambina e la voce di un albero antico ti guideranno in un viaggio ricco di dolcezza e poesia, e scopri come, a volte, la vera magia non sta nei doni che riceviamo, ma nell’amore che sappiamo donare.


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“L’albero delle uova di Pasqua 🌳🥚“

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L’audiofiaba te la racconto io!

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L’albero delle uova di Pasqua 🌳🥚


Nel piccolo villaggio di Poggio Fiorito, ogni anno, a Pasqua, accadeva qualcosa di meraviglioso.

Al centro della piazza cresceva un albero antichissimo, dalle foglie argentate che frusciavano dolcemente al vento. Nessuno sapeva esattamente da quanto tempo fosse lì, ma tutti lo chiamavano l’Albero della Pasqua.

La sua magia era straordinaria: la notte prima della festa, tra i suoi rami spuntavano uova di ogni tipo!
Uova di cioccolato, di zucchero, decorate con colori vivaci o persino con piccoli disegni dorati che brillavano alla luce del sole.

Ogni bambino del villaggio, al mattino, correva a raccogliere la sua parte, ridendo e festeggiando con gli amici.
Ma c’era una regola importante: bisognava aspettare il giorno di Pasqua. Nessuno doveva toccare le uova prima dell’alba, altrimenti la magia sarebbe svanita!
E così, anno dopo anno, l’albero continuava a regalare la sua dolce sorpresa.

Un anno, però, qualcosa andò storto.
Quando la mattina di Pasqua i bambini corsero in piazza per raccogliere le uova… trovarono l’albero completamente spoglio!
Niente uova colorate, niente dolcetti, niente magia.
Solo rami silenziosi e foglie tristi.

– Non è possibile! – esclamò Lia, una bambina curiosa con due lunghe trecce che le scendevano sulle spalle. – Forse l’albero si è dimenticato che è Pasqua?
Gli adulti si guardarono perplessi, il sindaco si grattò la testa, e il fornaio cercò di consolare i bambini distribuendo biscotti appena sfornati.

Ma l’atmosfera era triste: la Pasqua senza l’Albero delle Uova non era la stessa.

Lia però, determinata a capire cosa fosse successo, si avvicinò all’albero e gli sussurrò:
– Albero, perché non ci hai dato le uova quest’anno? Ti senti bene?

Un lieve fruscio attraversò le foglie d’argento. Poi, con un soffio di vento, una vocina sottile rispose:
– Oh, piccola Lia… quest’anno mi sento triste.
Lia spalancò gli occhi.
– Triste? Ma perché?

L’albero sospirò. – Ogni anno offro le mie uova ai bambini, e mi rende felice vederli ridere. Ma ultimamente nessuno mi parla più, nessuno si ferma sotto le mie fronde a raccontare storie o a cantare come una volta. Tutti aspettano solo le uova, senza pensare a me. Ho creduto che forse la mia magia non servisse più…

Lia rimase senza parole. Poi, senza pensarci due volte, aprì le braccia e abbracciò il tronco dell’albero.
– Albero, mi dispiace! Noi ti vogliamo bene! Ti prometto che da oggi in poi passerò qui a salutarti e, ogni anno la sera prima di Pasqua, canteremo per te e racconteremo storie sotto i tuoi rami!

L’albero tremò leggermente, le sue foglie d’argento brillarono… e puff! Dai rami iniziarono a spuntare centinaia di uova colorate!

I bambini urlarono di gioia, gli adulti sorrisero, e il sindaco dichiarò che da quel giorno, ogni vigilia di Pasqua, tutti si sarebbero riuniti attorno all’albero per raccontare storie, cantare e ringraziarlo.

Da quel momento, il villaggio cambiò. Non solo per le uova magiche, ma per la nuova tradizione che Lia aveva iniziato.

La vigilia di Pasqua divenne una festa ancora più speciale, con canti, balli e storie che riscaldavano i cuori di tutti.
L’albero, ora più che mai, era al centro della vita del villaggio, e la sua magia sembrava più forte e luminosa che mai.

Da quel momento ogni anno a Pasqua, l’albero ricambiava l’affetto del villaggio con le sue meravigliose uova magiche, e il legame tra lui e gli abitanti di Poggio Fiorito divenne indissolubile.

La magia non era più solo nelle uova, ma nell’amore e nella gratitudine con cui ora tutti circondavano l’albero, rendendo così ogni Pasqua un momento di vera gioia e felicità.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Le uova di Pasqua del coniglietto 🐰

Ma come sono nate le prime uova di cioccolato? Te lo racconto in questa dolce fiaba!

In un paesino incantato, due bambini si prendono cura di un dolce coniglietto rosso e bianco, ignari della sorpresa che li aspetta.

Deciso a ricambiare il loro affetto, il coniglietto decora due splendide uova, ma una fata misteriosa trasforma il suo dono in qualcosa di ancora più speciale. Così nasce una tradizione amata da tutti i bambini.

Vuoi scoprire come le uova colorate sono diventate di cioccolato? Immergiti in questa fiaba pasquale, ricca di magia, amicizia e dolci sorprese!


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“Le uova di Pasqua del coniglietto 🐰“

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Le uova di Pasqua del coniglietto 🐰


Era il giorno prima della Pasqua, e in tutto il paese si stavano facendo i preparativi per le festa.
In questo piccolo paesino vivevano due bambini, Alfio e Serena, che si volevano tanto bene e stavano sempre insieme.

I due vivevano nello stesso cortile, e da qualche mese avevano iniziato a prendersi cura di un piccolo coniglietto dal pelo tutto rosso e bianco.
Il coniglietto voleva tanto bene ai due bambini, perché lo coccolavano e non gli facevano mai mancare carote e acqua a volontà.

Sapendo che tra poco sarebbe arrivata la Pasqua, il coniglietto voleva regalare ai due bambini qualcosa di speciale.
Andò quindi dalla sua amica gallina, chiedendole se avesse un paio di uova da dargli. Le voleva decorare tutte con righine e fiori per poi darle ad Alfio e Serena.
La gallina gli diede le uova ben volentieri, e il coniglietto iniziò subito a decorarle con mille colori.

Una volta finito di decorare le uova, il coniglietto le guardò tutto soddisfatto, e pensò che sarebbe stata una sorpresa fantastica per i due bimbi!
Però, per fare una sorpresa ad Alfio e Serena, doveva trovare un posto dove tenerle nascoste fino al giorno dopo.
Corse subito nel bosco, lì si ricordava che c’era un piccolo prato fiorito frequentato solo dai piccoli animaletti della foresta.

Quando arrivò al prato sistemò le uova ben riparate in mezzo ai mille fiori colorati che ricoprivano tutto.
Ma su quel prato fiorito stava gustandosi il primo sole di primavera una fata che, vedendo il coniglietto che nascondeva le splendide uova decorate, gli chiese tutta incuriosita cosa stava facendo.
– Sono per i miei due cari amici Alfio e Serena, voglio fare loro una sorpresa per domani che è il giorno di Pasqua – disse il coniglietto.

La fata sorrise – sarà sicuramente una bellissima sorpresa! – e guardò il coniglietto andare via tutto contento verso casa.
Poi la fata andò a rimirare le due meravigliose uova decorate, e le venne un’idea.
Al mattino seguente, il coniglietto corse al prato per prendere le due uova da regalare ad Alfio e Serena, ma quale sorpresa lo attendeva quando arrivò!

Il prato era interamente ricoperto da splendide uova decorate del tutto simili alle sue, e ce n’erano talmente tante da farci un regalo a tutti i bimbi del paese!
La fata si avvicinò al coniglietto con in mano le due uova che aveva lui stesso decorato e gli disse.
– Ecco tieni, portale ai tuoi amici, e spero che il piccolo cambiamento che ho fatto gli piaccia.

– Quale cambiamento, a me sembrano identiche a come le ho fatte io… – rispose il coniglietto.
– Sì, fuori sono uguali, non mi sarei mai permessa di toccare la tua opera d’arte, ma dentro ora sono di dolce cioccolato!
Il coniglietto fu tanto sorpreso quanto contento della magia che aveva fatto la fata che non sapeva più come ringraziarla.

– Se vuoi ringraziarmi, dì ai tuoi amici di portare qui tutti i bimbi del paese per festeggiare assieme, sentire le loro voci piene di gioia sarà per me il migliore dei ringraziamenti.
Così il coniglietto corse via a portare le uova ad Alfio e Serena, che quando scoprirono che erano fatte di cioccolato non sapevano più dove nascondere la felicità.

Ma la vera festa fu vedere tutti i bimbi del paese correre al prato fiorito e sedersi a mangiare il loro uovo di Pasqua, mentre nascosta in un angolino una fata dal cuore d’oro si gustava tutta contenta le loro grida di gioia.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Il coniglietto di Pasqua del Re 🐇🤴

Ma lo sapete che il coniglietto di Pasqua in realtà era una magica gallina dalle uova d’oro?! Ma come ha fatto a diventare un coniglietto? E perchè regala le uova a Pasqua?

Molto tempo fa, prima che il Coniglio di Pasqua portasse uova ai bambini, un re avaro desiderava un regalo speciale. Una povera donna gli donò la sua gallina, ma lui voleva di più.

Grazie alla magia, la gallina iniziò a deporre uova colorate e, di tanto in tanto, persino uova d’oro! Ma l’avidità del re e un piccolo errore del suo mago cambiarono per sempre la storia.

Come ha fatto un semplice coniglio bianco a diventare il simbolo della Pasqua? Scopri con questa incantevole fiaba il segreto nascosto tra le uova colorate!


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“Il coniglietto di Pasqua del Re 🐇🤴“

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Il coniglietto di Pasqua del Re 🐇🤴


Tanto tempo fa, molto prima che il coniglietto di Pasqua portasse le uova ai bambini, c’era un re.

Era il periodo prima della Pasqua, il compleanno del re si stava avvicinando e lui si aspettava che tutte le persone del regno gli facessero un regalo. E più i regali erano costosi, più gli piacevano.

Nel suo regno viveva una donna molto povera, che di prezioso aveva solo una gallina che deponeva molte uova. La donna non aveva soldi per comprare un regalo al re, così decise di regalargli la sua gallina.

L’avido re non fu molto colpito dal regalo, anche se la gallina gli dava tutte le mattine gustose uova da mangiare a colazione. Ma un giorno gli venne un’idea.

Chiamò il suo mago di corte e gli disse che gli sarebbe piaciuto di più se la gallina avesse deposto uova d’oro.
Il mago si mise a lavorare molto duramente per trovare un incantesimo che facesse deporre alla gallina uova d’oro, e alla fine ci riuscì.

L’incantesimo del mago, però, non era perfetto: ogni mattina infatti la gallina deponeva splendide uova tutte colorate, e solo ogni tanto deponeva anche uno splendido uovo d’oro.

Il re ne fu comunque molto felice, perché così diventava sempre più ricco e se ne poteva vantare con tutti.
La gallina dalle uova d’oro, però, attirò le invidie di tutti i nobili del regno, così il re decise di far costruire una solida gabbia per proteggerla.

Il re, poi, pensò furbamente anche ad uno stratagemma per evitare che la gallina venisse rubata: ogni volta che qualcuno fosse venuto a fargli visita al castello, avrebbe detto al mago di nascondere la gallina speciale e sostituirla con una gallina normale.

Un giorno venne a far visita al re una delegazione di nobili di un altro paese e quindi la gallina speciale fu scambiata con una normale.
Come il re aveva previsto, quella notte qualcuno rubò la gallina dalla gabbia.

La mattina dopo, quando il re vide la gabbia vuota, si mise a ridere perché sapeva che la sua gallina speciale era ancora al sicuro.
Il re disse al mago di rimettere nella gabbia la sua gallina dalle uova d’oro e se ne andò a fare una passeggiata.

Quando tornò a controllare la gabbia, però, ci vide dentro solo un coniglio bianco.
– E tu come sei entrato lì? – disse il re.

Pensando ad un buffo scherzo del suo mago, il re chiamò il suo inserviente e gli ordinò di riportare il coniglio nella foresta.
Il re convocò il mago, perché voleva sapere dove fosse la sua gallina speciale.

Il mago rispose che l’aveva rimessa nella gabbia, poi sbiancò in viso e si rese conto di aver dimenticato qualcosa…
– Tutte le volte che qualcuno vi viene a far visita, mio sire, trasformo la gallina in un coniglio bianco per nasconderla meglio, solo che questa volta, quando ho rimesso il coniglio nella gabbia, mi sono dimenticato di ritrasformarlo in gallina! – disse piangendo il mago.

Il re si rese conto che il coniglio che aveva fatto riportare nella foresta era in realtà la sua gallina speciale…
Tutti i suoi soldati perquisirono l’intera foresta, ma ormai del coniglio non c’era più traccia. Il re pianse per molti giorni la perdita della sua gallina dalle uova d’oro, ma alla fine se ne fece una ragione.

Passarono gli anni e il coniglietto non si vide mai più, ma i bambini del regno ancora oggi, proprio nel periodo prima della Pasqua, trovano delle strane ma bellissime uova colorate lasciate nei giardini e nella foresta vicino al paese.

E ogni tanto qualche bambino fortunato, trovava anche un uovo d’oro!

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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La fata del lago ⭐

Il canto perduto della fata del lago: una fiaba di magia e autostima

In una valle nascosta tra le montagne, il canto di una misteriosa fata rendeva le giornate più leggere e felici.
Nessuno l’aveva mai vista, finché due piccoli pastorelli non scoprirono il suo segreto.

Ma la fata del lago, spaventata e insicura per via dei suoi capelli color del mare, smise di cantare, gettando l’intera valle nella tristezza.
Solo i due bambini possono rimediare al loro errore, riusciranno a convincere la fata a tornare a cantare?

Scopri una fiaba magica che parla di bellezza, autostima e dell’importanza di ciò che ci rende unici.

Questa fiaba è tratta da un racconto popolare originario della Val d’Aosta


Alla fine del racconto troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “La fata del lago ⭐“!


Guarda la videofiaba

Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da Silvia!

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La fata del lago ⭐


C’era una volta un lago dove, nascosta dentro una grotta, viveva una splendida fata.
Nessuno degli abitanti della valle però l’aveva mai vista, perché era abilissima a nascondersi e se necessario a trasformarsi in qualche animaletto per sfuggire dalle persone.
Tutti però l’avevano sentita cantare, la sua voce era così bella e armoniosa che, anche le più dure giornate di lavoro, sembravano più leggere ascoltandola.

Un giorno due piccoli pastorelli che stavano controllando le loro pecore, sentirono la voce della fata cantare. Era così vicina che i due si nascosero dietro un albero per paura di essere visti, ed infatti dopo un attimo comparve nel prato la bellissima fata dai capelli color blu come il mare.
Il più piccolo dei due esclamò:
– E’ la fata del lago!

Il più grande non fece in tempo a tappargli la bocca che la fata si girò verso di loro, sorpresa.
La fata, a questo punto fuggì via veloce e si rifugiò dentro al bosco.
I due pastorelli cercarono invano di rincorrerla, ma lei fu troppo veloce e dopo poco non riescirono più a vederla, era sparita.
I due tornarono a casa di corsa, volevano raccontare a tutti dell’incontro con la fata, ma appena entrarono in casa sentirono il papà che diceva alla mamma:

– Oggi ad un certo punto la fata del lago ha smesso di cantare… non l’abbiamo più sentita, arrivare a fine giornata senza il suo canto è proprio dura…
I due pastorelli si guardarono i faccia, forse la fata aveva smesso di cantare proprio per colpa loro, pensarono entrambi, e se ne stettero zitti zitti.

E infatti da quel giorno la fata non cantò più, e tutti gli abitanti della valle si sentivano sempre più tristi e stanchi dal duro lavoro.
Il canto della fata mancava a tutti.
I due pastorelli pensarono di averla combinata proprio grossa, e decisero di rimediare.

Si misero a cercare la grotta della fata per tutto il lago, finché un giorno mentre ne stavano esplorando una, sentirono dei singhiozzi di pianto provenire dal fondo.
– Signora fata del lago? – disse il più grandicello dei due pastorelli.
– Non avvicinatevi! Cosa volete da me?! – rispose piangendo la fata.
– Volevamo solo scusarci per l’altra volta, non era nostra intenzione farle prendere paura…

– Non ho preso paura… è solo che voi mi avete vista!
– Ci scusi se l’abbiamo vista, eravamo solo curiosi e…
– Ma perché non vuole essere vista? Lei è così bella! – interruppe il pastorello più piccolo.
– Non è vero! – rispose la fata, piangendo ancora di più – sono orribile!
I due pastorelli si guardarono in faccia meravigliati.

– No, no signora fata, lei è proprio bella! – continuò il più piccolo.
– Come fai a dire che sono bella con questi orribili capelli blu! Tutte le altre fate hanno i capelli color dell’oro, io invece ho i capelli color del mare… – e scoppiò in un altro pianto.
I due pastorelli rimasero ammutoliti per quella strana spiegazione. Per loro due la fata era la donna più bella che avessero mai visto.

– Mi creda signora fata che per noi lei è bellissima… e poi la sua voce lo è ancora di più, da quando non la sentiamo più cantare, tutti gli abitanti della valle sono più tristi…
La fata pian piano smise di piangere.
– Davvero senza il mio canto tutti gli abitanti della valle sono più tristi?
I due pastorelli annuirono con forza.

La fata stette un attimo in silenzio.
– E davvero nonostante i miei capelli color del mare voi pensate che io sia bella?
I due pastorelli annuirono con ancor più forza.
La fata li guardò negli occhi, non mentivano.
– Se promettete di non dire a nessuno dove sta la mia grotta, tornerò a cantare per tutti gli abitanti della valle.
– Promettiamo! – dissero in coro i due pastorelli.

La fata sorrise, e i due pastorelli pieni di felicità e orgoglio per aver risolto la questione, si misero a saltare e gridare di gioia.
I due salutarono la fata e corsero subito verso casa, e già dopo pochi passi, sentirono alle loro spalle la meravigliosa voce della fata riprendere a cantare.

Tutti gli abitanti della valle, sentendo di nuovo il canto della fata, si fermarono ad ascoltare incantati. Di colpo erano di nuovo tutti felici, e quella sera stessa fecero una gran festa in onore della fata, con canti balli e un gran banchetto.
E i due pastorelli erano i bimbi più felici di tutti.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Il paese senza dolci 🍬

Ma quanto può durare un intero paese senza torte nè biscotti?

In un piccolo paese isolato dal mondo, il rigido Conte aveva imposto un divieto assurdo: niente dolci, né in pasticceria né in casa!
Un evento tragico lo aveva spinto a questa decisione, e nessuno osava ribellarsi.

Ma un giorno un misterioso pellegrino arrivò in città. Nessuno sapeva che fosse un pasticcere e che, con il profumo delle sue creazioni, avrebbe riacceso la voglia di dolcezza nel cuore di tutti gli abitanti.

Riuscirà la magia dei dolci del pellegrino a sciogliere il cuore del Conte?
Una storia di coraggio e bontà che ci insegna come un gesto gentile possa trasformare un intero paese!

Questa simpatica fiaba popolare è originaria della Germania


Alla fine del racconto troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Il paese senza dolci 🍬“!


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Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da Silvia!

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Il paese senza dolci 🍬


C’era una volta, nelle terre lontane lontane, un piccolo paesino isolato dal resto del mondo.
Gli abitanti del paesino erano molto legati alle loro tradizioni, proprio perché non avevano contatti con persone di altri posti.

Il Conte del paese era l’unico nobile che avevano a disposizione, e per questo motivo era stato eletto sindaco.

Purtroppo il Conte qualche anno prima, aveva perso la moglie, e da quando era rimasto solo era diventato una persona molto rigida e severa. Gli abitanti del paese dovevano rispettare tutte le sue decisioni senza fiatare, e guai a chi si comportava diversamente!

Ma la cosa più assurda era che in questo paese erano state vietate le pasticcerie!
Nemmeno in casa propria si potevano fare dolci! Lo aveva proibito il conte dopo la scomparsa della moglie, che era morta per una indigestione di pasticcini alla crema.
Quella terribile vicenda gli aveva fatto perdere la ragione, e gli abitanti non avevano avuto la forza ed il coraggio di ribellarsi alla sua autorità.

Ma un giorno, mentre soffiava fortissimo il vento, giunse in paese un pellegrino, che cercava un posto dove riposarsi per qualche giorno. Il Conte non amava gli stranieri, aveva paura che potessero agitare l’apparente tranquillità della gente del paese. Comunque, per non sembrare troppo cattivo, gli offrì ospitalità.

Ma il Conte non poteva sapere che quell’uomo di mestiere faceva il pasticcere!
Senza conoscere le leggi imposte dal Conte, il pasticcere incominciò a sfornare dolci da dare alla gente del paese per ringraziare dell’ospitalità ricevuta. Purtroppo, quando il conte venne a sapere cosa aveva fatto il pasticcere, andò su tutte le furie e lo cacciò immediatamente dal paese.

Gli abitanti, felici ed entusiasti per avere potuto mangiare dolci e torte dopo anni di forzato digiuno, erano tornati di nuovo tristi.
Decisero che questa volta il Conte aveva esagerato, erano ormai stanchi e stufi delle sue decisioni.

E’ vero che i dolci non sono indispensabili, ma come si poteva pensare di festeggiare un compleanno soffiando sulle candeline di una torta fatta di carote e patate?
I bambini non mangiavano più dolci da così tanto tempo che ormai preferivano saltare la merenda!

Il pasticciere non si diede per vinto e decise di parlare con le persone del paese per trovare una soluzione. Insieme decisero di organizzare una festa a sorpresa per il Conte, una festa tutta a base di torte, dolci e pasticcini. E così fu.
Con una scusa banale, invitarono il Conte nella casa più grande del paese che era stata addobbata con ghirlande e festoni, e quando il Conte entrò dentro la casa e vide tutti quei dolci e una torta fatta solo in suo onore, rimase impietrito, non si aspettava una tale sorpresa!

Il Conte non disse una parola, nessuno gli aveva più fatto una torta da quando la sua amata moglie era volata in cielo.
Ma bastò un applauso, un gesto d’affetto e una canzone per fare tornare il sorriso a quell’uomo, che aveva tanto sofferto…
Guardò commosso i suoi compaesani e li abbracciò con lo sguardo, lo sguardo di un uomo solo che aveva tanto bisogno di affetto.
Da quel giorno il Conte decise di istituire la “Festa del Dolce”.

Ancora oggi i pellegrini di tutto il mondo si fermano in quel paese, per la “Festa del Dolce” e per assaggiare le prelibatezze della pasticceria “Il Pellegrino”.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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L’ombra del cammello 🐫

Tra il sole cocente e una disputa inaspettata: la storia del piccolo cammello che insegnò il valore della giustizia.

Ai piedi delle piramidi d’Egitto, un piccolo cammello viveva felice portando i bambini in groppa.

Un giorno, però, deve trasportare un ometto determinato sotto un sole cocente. Durante una pausa, scoppia una lite tra il cammelliere e l’ometto: chi avrebbe avuto diritto all’ombra del cammello per rinfrescarsi un po’?

Questo racconto popolare, ricco di insegnamenti, è originario dell’Egitto


Alla fine del racconto troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “L’ombra del cammello 🐫“!

Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da William!

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L’ombra del cammello 🐫


C’era una volta un piccolo cammello che viveva tranquillo ai piedi delle piramidi d’Egitto.
Siccome era più piccolo degli altri cammelli suoi compari, il suo padrone di solito lo usava per far fare dei giri sulle dune ai bambini che venivano a visitare le piramidi.

Il piccolo cammello era tutto contento perché così non si affaticava come i suoi amici, che a volte dovevano portare in groppa degli omaccioni grandi e grossi, ma soprattutto si riempiva di gioia il cuore dalle risa e delle esclamazioni di meraviglia dei bimbi.

Un giorno però arrivarono così tante persone in visita alle piramidi, che tutti i cammelli furono noleggiati, e a disposizione rimase solo il piccolo cammello.
Un ometto minuto e piccolino, che voleva a tutti i costi essere portato alle piramidi, si avvicinò al cammelliere, padrone del piccolo cammello, e gli disse:
– Sono una persona molto leggera, sicuramente il suo cammello, anche se adatto ai bambini, potrà portarmi fino alle piramidi.

Il cammelliere guardò l’ometto, e pensò che per una volta, una bella gita fino alle piramidi, il suo piccolo cammello avrebbe potuto anche farla.
– E va bene, salga pure – disse il padrone del piccolo cammello.

Così l’ometto salì in groppa al piccolo cammello, che non fu per niente felice di dover portare quel signore, e fino alle piramidi per giunta!
Ma insieme al suo padrone si incamminò lentamente.

Era una giornata veramente calda e afosa, il sole picchiava come non mai, e a metà del cammino il piccolo cammello stava già dando segni di cedimento.
Il suo padrone se ne era accorto, e propose una piccola pausa all’ometto, per permettere al cammello di bere e riprendersi un poco dal cammino.

L’ometto si convinse, scese dal piccolo cammello e si mise ad aspettare.
Il padrone del cammello, invece che aspettare in piedi sotto il sole cocente, si sedette per terra sotto l’ombra del suo piccolo cammello.
L’ometto quando vide il cammelliere sedersi all’ombra subito lo volle copiare, ma il cammello era piccolino, e di ombra ce n’era soltanto per una persona, e neanche così tanta…

L’ometto e il cammelliere si misero subito a discutere.
– Io ho preso il cammello per farmi portare fino alle piramidi e quindi ho diritto a usare la sua ombra! – disse l’ometto.
– Tu hai noleggiato solo il trasporto sulla groppa del mio piccolo cammello, non la sua ombra! – rispose il cammelliere.

E iniziarono quindi a litigare su chi dovesse riposare sotto quella piccola ombra.
Ma il piccolo cammello, che ormai si sentiva riposato ed era stufo di stare a sentire quei due che litigavano, diede un bello sbuffo e si mise a trottare verso casa.

Il piccolo cammello lasciò così quei due di stucco e a bocca aperta, mentre si portava via l’ombra per cui stavano così animatamente litigando.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Biancaneve e i sette nani 🍎

Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?

C’era una volta una ragazza che trovava la felicità nei ricordi della mamma, anche quando la vita la trattava come una serva. Il suo nome era Biancaneve, e la sua matrigna è disposta a uccidere pur di cancellare il suo sorriso. Ma biancaneve scappa nel bosco, dove il destino la condurrà in una minuscola casetta…

Tra sette nuovi amici, una mela avvelenata e una teca di cristallo, la sua storia sembra destinata a finire.
Ma attenzione, perché nel momento di massima disperazione, un bacio d’amore vero è pronto a risvegliare non solo una principessa, ma la speranza in un futuro da favola.


Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Biancaneve e i sette nani 🍎“!

“Biancaneve e i sette nani 🍎“

aspetta solo di essere ascoltata!
L’audiofiaba te la racconto io!

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Biancaneve e i sette nani 🍎


C’era una volta Biancaneve, una principessa che viveva con suo padre il Re e una matrigna tanto bella quanto cattiva.
Grimilde, la matrigna di Biancaneve, era riuscita a sposare il Re perché era in realtà una strega, e gli aveva fatto un sortilegio.

Da quel giorno, alla corte del castello tutto era diventato più triste.
Grimilde pretendeva di essere servita e riverita in ogni cosa, e aveva fatto in modo che Biancaneve fosse considerata poco più di una serva qualunque.
Ma Biancaneve sopportava anche le peggiori scortesie perché, per tornare felice, le bastava ricordare la sua cara mamma che ora non c’era più.

Grimilde, poi, aveva uno specchio magico, che poteva rispondere a tutte le sua domande, ma lei ne faceva una sola soltanto:
– Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame? – chiedeva ogni mattina appena sveglia.
E lo specchio, che era uno specchio magico serio, le rispondeva la verità.
– Mia signora, voi siete la più bella di tutte.
E Grimilde sorrideva maligna…

Ma Biancaneve diventava ogni giorno più bella e Grimilde era invidiosa, per questo le faceva fare i lavori più umili, sperando che così rimanesse meno bella di lei.
Finché un giorno, dopo la solita domanda di Grimilde, lo specchio rispose:
– Mia signora, è Biancaneve la più bella del reame…
Grimilde iniziò a gridare infuriata e per poco non ruppe lo specchio dall’ira.
Quella notte non chiuse occhio, e pensò ad un piano per far sparire Biancaneve, così da rimanere la più bella del reame.

Al mattino chiamò il cacciatore, suo servitore, e gli ordinò di portare Biancaneve nel bosco e riportarle il suo cuore, come prova per averla uccisa.
Il povero cacciatore a malincuore obbedì.

– Dove mi portate signor cacciatore? – chiedeva Biancaneve, ma il cacciatore rimaneva zitto e con lo sguardo basso.
Quando furono finalmente nel bosco profondo, si fermarono. Il cacciatore avrebbe dovuto prendere il fucile, ma voleva troppo bene a Biancaneve per poterle fare del male.
– Cosa succede signor cacciatore? – chiese Biancaneve?
– Grimilde vuole essere la più bella del reame, e quindi mi ha dato l’ordine di portarti qui nel bosco e…

Ma il cacciatore non riuscì a finire la frase. Pensò che bastava lasciare la ragazza da sola lì nel bosco, al resto ci avrebbero pensato i lupi.
Salutò Biancaneve con un cenno della mano, e con le lacrime agli occhi scappò via.

Biancaneve, che ancora non aveva ben compreso cosa fosse successo e perché fosse stata portata lì, iniziò a guardarsi attorno impaurita, non era mai stata da sola nel profondo bosco.
Iniziò a correre a destra e sinistra, senza riuscire a ritrovare il sentiero che portava al castello, finché non si imbatté in un una piccola casetta.

Impaurita e stanca bussò alla porta, ma nessuno aprì. Scostò lentamente la porta chiedendo il permesso, ma nessuno rispose.
Si ritrovò dentro ad una minuscola cucina, con un piccolo tavolo e sette piccole sedie tutt’intorno.
Sulla tavola c’erano del pane e dell’acqua. Biancaneve ne prese un pochino per placare la fame e la sete, e poi si mise a curiosare per la casetta.

Si ritrovò in una stanza da letto con sette piccoli lettini. Era veramente meravigliata e si sedette su uno di questi, ma per la stanchezza si appisolò.

A svegliarla ci pensò un gran fracasso proveniente dalla cucina. Era già sera e dall’altra stanza arrivavano voci di uomini che si chiedevano chi mai fosse entrato nella loro casa.
Così Biancaneve corse in cucina.
– E tu chi sei?! – Esclamarono i sette piccoli ometti quando la videro arrivare.
– Io sono Biancaneve, dovete scusarmi per essere entrata in casa vostra senza permesso ma… – e Biancaneve raccontò loro tutta la sua triste storia.

Quando ebbe finito, i sette nani si guardarono e sentenziarono all’unanimità:
– Non preoccuparti Biancaneve, rimani pure a casa nostra, sei la benvenuta. Ti offriremo riparo e protezione dalla matrigna cattiva.
– Vi ringrazio miei cari ometti – disse Biancaneve – mi saprò sdebitare, non dubitate! – e prese subito a preparare la cena e sistemare casa.
I sette nani, che si chiamavano Brontolo, Cucciolo, Dotto, Eolo, Gongolo, Mammolo e Pisolo, non potevano essere più felici.

Il giorno dopo Grimilde si alzò tutta felice pensando di essersi liberata di Biancaneve, e chiese al suo specchio:
– Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?
Ma lo specchio rispose:
– Mia signora, è Biancaneve la più bella del reame, e ora vive nel bosco insieme a sette piccoli nani.

– Non è possibile! – gridò Grimilde – l’ho fatta portare nel bosco dal cacciatore, guarda, questo è il suo cuore! – e mostrò un cofanetto di legno.
– Quello nel cofanetto, è il cuore di un capretto! – le rispose lo specchio.
Grimilde gridò furiosa contro lo specchio ed il cacciatore infedele, e decise che avrebbe risolto lei personalmente la questione.
Corse nelle segrete del castello dove nascondeva il suo laboratorio di pozioni magiche e iniziò a fare stregonerie.

Biancaneve intanto era tutta felice che i sette nani la avessero accolta come una sorella. Mentre loro di giorno andavano a lavorare nella vicina miniera, lei preparava il pranzo, rassettava la casa e lavava i panni.
E la sera si divertivano un sacco a raccontarsi storie e filastrocche.

Ma un giorno alla porta della casetta bussò una vecchia signora dai capelli bianchi e vestita di cenci.
– Buongiorno vecchina, cosa posso fare per lei?
– Buongiorno mia cara fanciulla, sono una povera vecchia che vende mele, ne vuoi una? – disse la vecchia.
– Le vostre mele rosse sono bellissime, ma io non ho soldi per pagarvi… – rispose Biancaneve.

La vecchia sorrise e le disse:
– Siete così bella mia giovane fanciulla che ve ne regalo una, tenete, mangiatela pure.
Biancaneve prese la mela e la portò alla bocca…
Ma non appena ne morse un pezzettino, Biancaneve cadde svenuta a terra!

La vecchia allora si mise a ridere, ridere e ridere, e poco dopo in un “puff” si tramutò in Grimilde che si era camuffata da vecchia e aveva avvelenato la mela.
Così, mentre Grimilde spariva nel bosco, Biancaneve giaceva a terra come morta.
La sera i sette nani tornarono a casa, e vedendola così si disperarono e piansero tutta la notte.

Il giorno dopo, non ebbero il coraggio di seppellirla tanto era ancora bella, e prepararono per lei una bara di cristallo che sistemarono in una piccola radura. Piangendo la lasciarono lì in compagnia di scoiattoli e uccellini.
Verso sera passò di lì il principe del reame vicino, Florian, che tornava a casa dalla battuta di caccia.
Incuriosito da quella teca di cristallo con dentro una ragazza si avvicinò, e quando vide la bellezza di Biancaneve se ne innamorò subito.

Lui non sapeva che Biancaneve era stata avvelenata da Grimilde e pensava stesse solo riposando di un sonno profondo.
Così la prese tra le braccia. Ma proprio in quel momento il piccolo pezzo di mela avvelenata che Biancaneve aveva ancora in bocca, cadde a terra.
Il principe Florian la baciò, e Biancaneve che non aveva più il veleno in bocca poco a poco rinvenne e si risvegliò.
Anche Florian era un bel giovane e Biancaneve fu felice di ritrovarsi fra le sue braccia.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Lo Schiaccianoci 💂🥜

Cosa accade quando un dono speciale prende vita in una notte piena di magia?

In una vigilia di Natale a Norimberga, l’atmosfera festosa nella casa Stahlbaum è interrotta dall’arrivo dello zio Drosselmeyer, un misterioso inventore di burattini.

Il suo regalo per la dolce Clara, uno Schiaccianoci di legno, scatena la gelosia del fratello Fritz e un incidente che prelude a qualcosa di straordinario.

In una notte dove i sogni si mescolano alla realtà, Clara inizierà un viaggio incredibile nel Regno dei Dolci, incontrando un Principe e una Fata, in un’avventura che custodirà per sempre nel cuore.


Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Lo Schiaccianoci 💂🥜“!

“Lo Schiaccianoci 💂🥜“

aspetta solo di essere ascoltata!
L’audiofiaba te la racconto io!

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Lo Schiaccianoci 💂🥜


Era la vigilia di un Natale di tanto tempo fa, e nella cittadina di Norimberga il signor Stahlbaum aveva organizzato nella sua grande casa una festa per i suoi amici e per i suoi due bambini.

Clara e Fritz, questo il nome dei due bambini, stavano ballando e cantando intorno al magnifico albero di natale che ornava il salone di casa. Avevano da poco finito di decorarlo ed erano molto emozionati per l’arrivo della notte di Natale.

Fritz era un bravo ragazzo paffuto, birichino, e un po’ presuntuoso, convinto che tutte le cose di questo mondo fossero create per farlo divertire.

Sua sorella Clara, invece, era una bambina gentile e affabile, ed era adorata da tutti quanti in famiglia.

Erano quasi le otto di sera quando, all’improvviso, si sentì bussare alla porta. Era Drosselmeyer, loro zio nonché misterioso mago, capace di realizzare meravigliosi burattini con cui si divertiva a raccontare storie fiabesche.
Aveva con sé una grande borsa che appoggiò per terra.

I due bambini gli corsero incontro abbracciandolo:
– Benvenuto Zio! Che cosa hai portato?! – chiesero emozionati.
– Adesso lo vedrete miei cari.. – disse loro.
Poi salutò tutte le persone della casa e iniziò a preparare il suo spettacolo di magia e burattini.

Rimasero tutti assorti ad ascoltare le sue storie e incantati a vedere le sue magie, finchè con un inchino finì il suo spettacolo tra gli applausi dei bambini e di tutti gli invitati alla festa.

Lo zio Drosselmeyer stava riordinando tutte le sue cose nella grande borsa quando Clara, avvicinandosi, notò una marionetta che spuntava dal bordo, e che non era stata usata durante lo spettacolo.

– Che magnifico soldatino! – esclamò Clara.
Lo zio sorrise – è di più di un soldatino sai? E’ anche uno Schiaccianoci, e sono convinto che abbia un nonsochè di magico… se vuoi puoi prenderlo.
– Davvero?! – disse Clara non credendo alle sue orecchie. Lo zio annuì divertito.

Clara prese lo Schiaccianoci dalla borsa e iniziò a danzare assieme a lui per tutta la sala con gli occhi che le brillavano dalla felicità.

Fritz non tardò ad accorgersi che la sua sorellina aveva in mano qualcosa che lui non aveva mai visto prima, e subito le andò incontro.

– Cos’è quello!? – chiese Fritz con vivo interesse misto ad invidia.
– E’ uno Schiaccianoci, me lo ha regalato lo zio! – rispose raggiante Clara.
– Fammelo vedere! – disse Fritz cercando di strapparglielo dalle mani.
Clara strinse più forte a sé lo Schiaccianoci, ma Fritz non mollò la presa e, con uno strattone molto forte, se ne impossessò.

I due iniziarono a litigare, Clara cercava in tutti i modi di riprendere lo Schiaccianoci mentre Fritz lo teneva in alto con la mano per non farglielo prendere. Clara ad un certo punto lo spintonò e Fritz, per non perdere l’equilibrio, lasciò andare lo Schiaccianoci che, cadendo a terra, si ruppe in due pezzi.

Clara scoppiò in lacrime, Fritz si rese conto del danno che aveva combinato e cercò di rimettere assieme i pezzi, ma non capiva come fare.

Lo zio Drosselmeyer si accorse del pianto disperato di Clara e accorse a vedere cosa era successo. Capì che lo Schiaccianoci si era rotto.
– Non preoccuparti Clara, posso aggiustarlo – disse e, dopo aver preso i pezzi dello Schiaccianoci, aprì la sua grande borsa e iniziò ad armeggiare con degli arnesi sullo Schiaccianoci.

Un attimo dopo lo Schiaccianoci era come nuovo.
– Tieni piccola mia.
Clara si asciugò le lacrime e guardò lo Schiaccianoci, sembrava non si fosse mai rotto, lo abbracciò forte a sé e poi abbracciò lo zio ringraziandolo. Poco dopo Fritz si scusò con Clara.

La grande festa volgeva ormai al termine e i bambini furono mandati a letto. Clara, sotto le coperte, stringeva forte a sé il suo Schiaccianoci, pensando che fosse il regalo più bello che avesse mai ricevuto.
Poi, piano piano, socchiuse gli occhi e si addormentò.

Ad un certo punto, Clara sentì un rumore provenire dal salotto. “Cos’è questo rumore ?” si chiese tra sé e sé. Intimorita ma anche incuriosita decise di andare a vedere. Prese con sé lo Schiaccianoci e scese le scale.

Nel grande salone ardeva ancora il fuoco nel camino, e l’albero di Natale era ancora splendidamente illuminato mentre in un angolo in penombra delle minuscole figure dalla coda lunga e stretta si muovevano di là e di qua: erano decine di topi!

All’improvviso si sentì urlare: “All’attacco!” e un esercito di omini di pan di zenzero si buttò addosso a tutti i topini che ormai stavano infestando il salone.
Ci fu una gran baruffa! Clara rimase a bocca aperta nel vedere quella strana battaglia, e senza accorgersene, si fece scivolare di mano lo Schiaccianoci.

Quando Clara si rese conto di non stringere più tra le mani il suo adorato Schiaccianoci si girò di scatto sgranando gli occhi: lo Schiaccianoci era cresciuto fino ad avere la dimensione di una persona vera.
– Non preoccuparti mia Clara, vi difenderò io dai topi – e lo Schiaccianoci si buttò anche lui nella battaglia al fianco degli omini di pan di zenzero.

Ad un certo punto lo Schiaccianoci fu attaccato da un topo che era più grossi di tutti gli altri, doveva essere sicuramente il Re dei topi. Lo atterrò e iniziò a graffiargli la faccia.
– Noo! – esclamò atterrita Clara e senza pensarci un attimo prese la sua pantofola e la scagliò contro il grande topo.

Il tiro fu così preciso che colpì il topo proprio in faccia, facendolo stramazzare al suolo. Quando il Re dei topi, barcollando, riuscì ad alzarsi ordinò alle sue truppe la ritirata e corsero tutti a nascondersi in un buco dentro al muro.

Clara corse dal suo Schiaccianoci per sincerarsi che stesse bene, ma con sorpresa e meraviglia si accorse che lo Schiaccianoci si era trasformato in un meraviglioso Principe!
– Grazie mia Clara, mi hai salvato e hai fatto scappare quei topacci, te ne sarò eternamente riconoscente.

Clara era quasi imbarazzata per la trasformazione dello Schiaccianoci e stordita da quella situazione surreale che quasi non ci credeva.
Il Principe Schiaccianoci la prese per mano e le disse:
– Vieni, voglio farti vedere il mio regno.
Clara, attonita e sorpresa, lo seguì.

Uscirono di casa, e come per magia tutta la cittadina di Norimberga era come svanita, non una casa , un vicolo o monumento erano rimasti.
Al suo posto era sorta una splendida ed incantata foresta piena di neve luccicante.

Il Principe Schiaccianoci teneva Clara per mano e la accompagnava sempre più all’interno del fitto bosco fatato.
Intorno a loro volavano leggere delle minuscole fatine scintillanti, sembravano comporre la danza di un balletto.

– Devo farti conoscere una persona… – le disse in tono gentile ma misterioso il Principe Schiaccianoci.
Camminarono così finchè non arrivarono al Palazzo Reale del Regno dei Dolci, dove ad attenderli sulla soglia del portone fatto di pan di Spagna c’era una fata vestita di zucchero filato.

– Principe! – esclamò la fata.
– Clara ti presento la Fata Confetto, la mia più cara amica! – disse il Principe Schiaccianoci. Clara e la Fata Confetto si fecero un inchino a vicenda in segno di saluto.

– Mio caro Principe – disse la Fata Confetto – ho saputo della grande battaglia contro i topi!
– Si mia cara, è stata una grande battaglia, ma non avrei mai vinto senza l’aiuto di Clara.
La Fata Confetto sorrise a Clara e l’abbracciò, poi esclamò:
– Ma entrate! Entrate! Stanno per iniziare le danze di Natale!

Si ritrovarono dentro ad un luminosissimo salone pieno di dolci di ogni tipo, con le fate dei fiori intente a danzare sopra a magnifici fiori fatti di zucchero filato e pan di zenzero.

La Fata Confetto invitò il Principe Schiaccianoci a ballare, e iniziarono a danzare in tondo per tutto il salone.
Sembravano così leggeri che pareva non toccassero terra.

Ed infatti mentre giravano insieme tenendosi per mano, stavano come per magia piano piano volteggiando sempre più in alto nella sala.
Salivano e salivano sempre di più, verso la volta del salone illuminata a giorno come se splendesse il sole.

Clara dovette socchiudere gli occhi per continuare a vederli finchè non svanirono abbracciati nella luce abbagliante.

“Svegliati piccola mia…” chiamò una voce.
Clara piano piano aprì gli occhi… era giorno e si trovava nel suo lettino, tra le braccia stringeva il suo Schiaccianoci di legno, che era ritornato delle dimensioni originali. Accanto a lei c’era seduta la mamma, che le sorrideva e le accarezzava la testolina.

Clara sorrise.
Ora capiva. Era stato solo un sogno, ma era stato magnifico e splendido, sicuramente il più bel sogno di tutta la sua vita.

Abbracciò forte il suo Schiaccianoci, poi come ricordandosi d’improvviso di una cosa molto importante, scese dal letto e corse giù nel salone di casa.
Era la mattina di Natale, e c’erano un sacco di regali da scartare!

Ma sicuramente il più bel regalo di tutti era stato il sogno magico che le aveva regalato lo Schiaccianoci!

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Il pifferaio magico 🎼

Come fa il Pifferaio di Hamelin a incantare i topolini?

Hamelin è una città infestata da un esercito di topi, ma un misterioso pifferaio, con il suo flauto incantato, promette di risolvere il problema.

In questa fiaba, nulla è come sembra, e la musica può incantare non solo i topi…

Il pifferaio Magico, anche conosiuto come il pifferaio di Hamelin, è una leggenda tedesca ripresa sia dai fratelli Grimm che da Goethe, e che probabilmente si basa su fatti realmente accaduti nel XVI secolo nella regione della Bassa Sassonia.


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“Il pifferaio magico 🎼“

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Il pifferaio magico 🎼


C’era una volta la piccola cittadina di Hamelin, che da qualche tempo era stata infestata dai topi.

Erano ovunque, nei granai, nelle dispense delle case e nei campi coltivati, e naturalmente divoravano tutto quello che capitava loro sotto i baffi.

Gli abitanti erano disperati, avevano ormai provato di tutto ma senza mai riuscire a cacciarli via:
I gatti, portati a centinaia anche dai paesi vicini, scappavano via a gambe levate perchè i topi erano inferociti; le trappole per topi venivano sempre trovate vuote e spesso erano gli stessi abitanti a rimetterci un dito, toccandole per sbaglio; mentre il veleno per topi sembrava non fare nessun tipo di effetto…

Il borgomastro della città decise allora di proclamare un bando:
– Chiunque sia in grado di liberare Hamelin dalla piaga dei topi, sarà ricompensato con 100 monete d’oro!

Il giorno seguente si presentò alla porta del borgomastro uno strano individuo, tutto vestito di colori sgargianti e con in mano un piffero.

Il borgomastro lo squadrò dalla testa ai piedi, pensando di aver davanti uno di quei saltimbanchi che cercano solo un tozzo di pane per tirar sera, e gli chiese:
– Cosa volete?
– Ho saputo che la città è infestata dai topi e che offrite una lauta ricompensa, io posso liberarvi dai topi – rispose il pifferaio.
– Tu? Liberarci dai topi? E come pensi di fare?! – gli rispose sgarbatamente il borgomastro mettendosi a ridere sonoramente.
– Col mio piffero magico – disse sicuro di sé il pifferaio.
– … ma certo! Col piffero…! – rispose il borgomastro asciugandosi le lacrime dalle risate – va bene va bene, fai pure, se lo dici tu… – e lo liquidò senza minimamente pensare che il pifferaio facesse sul serio.
Il pifferaio allora prese a camminare per la via principale e iniziò a suonare una dolce melodia. La gente del paese incantata uscì per la strada e si affacciò alle finestre per sentirlo.

Quello che videro subito dopo i cittadini di Hamelin aveva dell’incredibile: i topi a poco a poco sbucarono fuori dai loro nascondigli e iniziarono a mettersi tutti in fila ordinatamente dietro al pifferaio.

Il pifferaio si diresse fuori dalle mura, e i topi lo seguirono fino al fiume, dove come per magia si buttarono dentro lasciandosi trasportare via dalla corrente.

Il buffo pifferaio aveva liberato la città dai topi!
Il borgomastro però non era per niente felice, perchè ora avrebbe dovuto pagare 100 monete d’oro allo strambo pifferaio, a cui in realtà non voleva dare neppure un soldo.

– Ho liberato la città dai topi, ora pretendo la mia ricompensa – disse il pifferaio al borgomastro.
– Ma di quale ricompensa vai dicendo, per aver suonato un piffero?! Al massimo posso darti una moneta d’oro per l’esibizione… e fattela bastare! – gli grugnì contro il borgomastro facendo saltare la moneta in mano al pifferaio.

Il pifferaio, anche se evidentemente contrariato, non disse però nulla, si congedò e con passo tranquillo tornò sulla via principale del paese, dove riprese a suonare il suo piffero e la sua dolce melodia.

Questa volta però a mettersi in fila dietro di lui furono tutti i bambini del paese. Sembravano come rapiti da una magia che li ipnotizzava e li faceva marciare educatamente dietro al pifferaio.

A nulla valsero le suppliche e i tentativi dei genitori di trattenerli ed impedire loro di uscire dalla città dietro al pifferaio, loro si divincolavano e continuavano a cantare e camminare felici dietro di lui.

Fu una lunga marcia, prima attraverso i boschi, poi nella foresta fino ai piedi delle montagne, dove il pifferaio si fermò e si mise a suonare una melodia molto differente dalla precedente.

Nella parete della montagna si aprì un varco dove il pifferaio entrò continuando a suonare la sua melodia, e con lui entrarono tutti i bambini. Quando anche quello che sembrava l’ultimo bambino fu entrato, il varco si richiuse.

Ma dei bambini in realtà ne mancava ancora uno, che era zoppo ad una gamba e non era riuscito a tenere il passo dell’allegra comitiva. Quando finalmente anche lui si ritrovò davanti al varco nella roccia e lo trovò chiuso, cominciò a battere i pugni contro le pietre disperato.
– Fatemi entrare! Fatemi entrare! – gridava con tutto il fiato che aveva in corpo, ma nessuno dall’altra parte gli rispondeva.

Tornò quindi triste ed abbattuto ad Hamelin, dove l’intero paese era disperato per la perdita di tutti i suoi bambini. Tutti gli adulti avevano provato invano ad aprire un varco nella roccia della montagna, ma non riuscivano a scalfirne neppure un centimetro, doveva essere sicuramente protetta da una magia.

Al bambino invece non interessava nient’altro che poter anche lui inseguire il pifferaio magico per ricongiungersi con tutti i suoi amici.

Poi un giorno ebbe un’idea: costruì un piffero e iniziò a suonarlo.
Gli ci vollero parecchi giorni per imparare a suonarlo come si deve, e altrettanti per ritrovare la melodia che suonava il pifferaio, ma alla fine ci riuscì.

Camminò quindi più veloce che poteva fino al varco nella montagna e cominciò a suonare la melodia: magicamente il varco si aprì.
Con passo incerto e zoppicante, pieno di emozione mista a paura il bambino entrò.

Dentro lo aspettava il pifferaio che con un gran sorriso gli disse:
– Tu hai trovato dentro di te la magica melodia capace di incantare le persone e gli animali! Tieni ora il mio piffero magico, è tuo.

Il bambino prese tra le mani il meraviglioso piffero di legno, lo guardò con occhi lucenti, e quando rialzò lo sguardo il pifferaio non c’era più, ma tutt’intorno aveva i suoi cari amici bambini!

Il bambino iniziò quindi a suonare il piffero e si incamminò fuori dalla grotta nella montagna. Dietro di lui si formò un’allegra colonna festante che poco dopo entrò trionfalmente in città.

Ci fu una gran festa che durò giorni e giorni per celebrare il bambino eroe. Nessuno però seppe mai che cosa avessero fatto i bambini dentro il varco nella montagna, perché nessuno si ricordava nulla…

Il borgomastro, che con la sua avarizia aveva di fatto creato tutta quella disavventura, fu cacciato dal paese.
Con i soldi della mancata ricompensa fu eretta in piazza del paese una statua in onore del pifferaio magico, che aveva liberato la città dai topi, e portato la magica melodia nelle vite e nei cuori di tutti i cittadini di Hamelin.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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La principessa sul pisello 👸

In un regno lontano lontano viveva un principe determinato a non sposarsi…

Una notte tempestosa, una giovane bussò al castello, affermando di essere una principessa.
La regina, con una prova semplice ma ingegnosa, decise di metterla alla prova: un pisello nascosto sotto una pila di materassi.

Riuscirà Holga a dimostrare la sua nobiltà e a conquistare il cuore del principe Ilario?

“La Principessa sul Pisello”, fiaba classica di Hans Christian Andersen, è una storia che celebra la sensibilità e l’autenticità, ricordandoci che anche i piccoli dettagli possono rivelare grandi verità.


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“La principessa sul pisello 👸“

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La principessa sul pisello 👸


C’era una volta il principe Ilario, spirito libero e selvaggio, a cui piaceva sempre andare in giro per il mondo, far festa e divertirsi.
Sua madre la regina però, visto che il figlio tra un po’ sarebbe dovuto diventare re, voleva che Ilario mettesse la testa a posto e gli ordinò di sposare una bella principessa.

Ilario accettò ma, per allontanare il più possibile il giorno delle nozze, pose una condizione: doveva essere la principessa più principesca tra le principesse.
La regina dovette accettare la richiesta, e indisse il bando reale in cui annunciava la ricerca della futura sposa.

In men che non si dica, alle porte del castello si formò una lunga coda di principesse. La cosa non stupì la regina. Ilario era un bel ragazzo, conosciuto da tutti per il suo animo indipendente, leale e gentile. Ebbe quindi un gran daffare ad esaminare le credenziali di tutte queste principesse.
Ma l’ultima parola spettava sempre ad Ilario, che di sposarsi non aveva nessuna intenzione.

Le principesse venivano ricevute ad una ad una nella grande sala del re, dove Ilario le esaminava. Lui però riusciva sempre a trovare dei difetti e quindi a mandarle via.
Una aveva i capelli troppo lunghi, l’altra troppo corti, una aveva gli occhi troppo scuri, l’altra camminava storta, e così via…
Finché di principesse da esaminare non ce ne furono più. Ilario le aveva scartate tutte senza pietà.

La regina era furiosa, non capiva perché suo figlio avesse rifiutato di sceglierne almeno una.
Arrabbiata come non mai, gli disse:
– Figlio mio, adesso devi dirmi una caratteristica, una soltanto, che deve avere per forza la principessa che sposerai!
Le parole della regina non lasciavano scampo, e Ilario, colpito e impaurito, rispose con un po’ di esitazione:
– Deve essere la più sensibile tra le principesse!
– Bene! – tuonò la regina, e lo lasciò andare.

Passarono un paio di mesi e nessuna principessa si presentò al castello. Ormai Ilario si sentiva tranquillo, aveva quasi dimenticato la questione del matrimonio.

Ma una notte d’autunno, in cui infuriava un forte temporale, qualcuno bussò al portone.
Il maggiordomo andò ad aprire e trovò una ragazza, bagnata fradicia e sporca di fango.
– Sono la principessa Holga, vengo qui per incontrare il principe Ilario – disse la ragazza tremando dal freddo.

Il maggiordomo, vedendola così conciata, la fece entrare subito. La portò in cucina davanti al camino e le diede una zuppa calda e una coperta per scaldarsi. Dopodiché corse ad informare la regina della visita.
La regina, che non vedeva principesse da mesi, accorse subito, ma quando la vide rimase delusa. Così coperta di fango, Holga non sembrava una principessa, e non capiva se potesse piacere a suo figlio Ilario.
Titubante, decise di darle un’opportunità.

– Buonasera, sono la regina madre di Ilario. Con chi ho il piacere di parlare?
– Buona sera maestà, sono la principessa Holga e vengo per incontrare vostro figlio – e mostrò alla regina il diadema che aveva appeso al collo, a dimostrazione di essere una vera principessa.
La regina rimase molto colpita. Chiamò degli altri inservienti e ordinò di farle fare un bagno caldo.
– Purtroppo questa sera il principe Ilario è già a dormire. Potrete incontrarlo domattina, principessa Holga.
– Come desiderate maestà – disse Holga inchinandosi.

In realtà, Ilario si stava divertendo con gli amici in una sala del castello, ma la regina voleva prendere tempo. “Devo inventarmi qualcosa che riesca a dimostrare la sensibilità di questa principessa, ma cosa?” pensava la regina mentre andava ad avvertire Ilario di questa visita.
Appena prima di entrare nella sala dove si trovava il figlio, le venne un’idea.

– Figlio mio, poco fa è venuta a farci visita una principessa. Ho pensato a una prova per vedere se ha la sensibilità di cui tu parli: le metterò un piccolo pisello sotto il materasso. Solo le principesse più sensibili possono accorgersene, che ne dici?
Ilario pensò che nessuno avrebbe mai sentito un pisello sotto il materasso. E così, pur di riprendere al più presto la serata con gli amici, acconsentì alla prova.
La regina, soddisfatta, mise il piccolo pisello sotto il materasso dove avrebbe dormito Holga, e tornò da lei.

Nel frattempo Holga si era lavata e preparata per la notte, e… quale sorpresa per la regina!
Ripulita da tutto il fango, Holga era di una bellezza mai vista prima. La regina si pentì di non aver inventato una prova più facile da superare…
La accompagnò personalmente in camera e le diede la buona notte, dopodiché andò a dormire pure lei.

Il mattino seguente, la regina svegliò di buon’ora Ilario, e gli disse di seguirla per andare a trovare la principessa Holga.
Quando entrarono nella stanza, al principe Ilario quasi venne un colpo per quanto era bella quella ragazza.
Holga, però, aveva un viso molto stanco e due grandi borse sotto gli occhi.
– Principessa Holga, vi vedo molto stanca. Per caso non avete dormito bene questa notte? – chiese la regina.
– Purtroppo no, mia regina. Ho passato la notte in bianco per via di un continuo dolore alla schiena, come se ci fosse un sassolino nel materasso…

La regina sorrise e guardò il figlio, che, ancora colpito dalla bellezza di Holga, non aveva capito cosa fosse successo.
– Ilario, figlio mio, questa principessa è sicuramente la più sensibile di tutte le principesse della terra. Come hai potuto sentire, non ha dormito tutta la notte a causa del pisello che ho messo sotto il materasso.
Holga guardò incuriosita la regina, che continuò dicendo:
– Quindi, figlio mio, in virtù della grande sensibilità dimostrata da questa ragazza, credo che acconsentirai di buon grado a sposarla.

Ilario non ebbe nulla da controbattere, anzi, già innamorato di Holga disse solo: – Certamente!
E fu così che finalmente il principe Ilario mise la testa a posto e sposò la principessa Holga.

E vissero tutti felici e contenti.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Rapunzel 👸💈🤴

Rapunzel e il segreto della torre: come può l’amore fuggire da una prigione senza porte?

Un furto in un giardino porta a siglare un patto terribile che segna il destino di una bambina che deve ancora nascere.

La Dama Gothel nasconde al mondo la bellezza di Rapunzel rinchiudendola in una torre di fredde pietre e silenzi infiniti.

Ma nessuna prigione è abbastanza alta per imprigionare il vero amore, che non teme né il deserto né la cecità.


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“Rapunzel 👸💈🤴“

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Rapunzel 👸💈🤴


C’era una volta in un paese lontano lontano una coppia di giovani sposi, che avevano avuto la sfortuna di prender casa all’ombra delle alte mura del giardino di una strega…
I due all’inizio non se ne preoccuparono, anche perché pare che nessuno negli ultimi anni avesse mai visto la Dama Gothel (così si chiamava la strega) e quindi la davano tutti per morta.

Passarono alcuni mesi e i due sposi ebbero la felice notizia di aspettare un bambino. I due erano le persone più felici del mondo, e il marito cercava di soddisfare in tutto e per tutto le “voglie” della moglie, che fossero di cibi particolari o di fiori bellissimi.
Un giorno la donna, passando vicino alle mura della strega, vide da una apertura nel muro che nel giardino vi erano dei bellissimi raperonzoli, i fiori a forma di campanula dal colore violetto, e se ne innamorò.

Così la sera stessa pregò il marito di andare a prenderne un mazzetto per adornare la casa. L’uomo all’inizio ebbe gran paura della strega, ma poi, rassicurato dal fatto che della strega non c’era più traccia già da un bel pezzo, prese coraggio e scavalcò l’alto muro del giardino e colse un bel mazzetto di raperonzoli.

La donna quando vide i fiori fu felicissima, tanto felice che chiese al marito di prenderne un altro mazzetto. Così l’uomo scavalcò di nuovo il muro, ma questa volta dall’altra parte si ritrovò faccia a faccia con la Dama Gothel.
– Cosa ci fai tu qui nel mio giardino?! – gridò la strega.
L’uomo balbettando rispose – Mi scusi… volevo solo raccoglie un mazzetto di fiori di raperonzolo… sa mia moglie aspetta un bambino e a volte ha delle “voglie” incontrollabili…

La strega strinse gli occhi e si avvicinò all’uomo – Così aspettate un bambino eh… Bene! Se volete aver salva la vita mi dovrete consegnare quel bambino non appena nato, lo tratterò come fosse figlio mio, non preoccupatevi…
L’uomo disperato pensò che era meglio salvare la vita del nascituro, anche a costo di darlo in mano ad una strega, piuttosto che morire tutti quella stessa notte.

Così quando dopo qualche mese nacque una bellissima bimba, la Dama Gothel la prese con sé e le diede il nome di Rapunzel.
Rapunzel crebbe tranquilla e spensierata tra le mura del giardino, e i suoi genitori, guardando attraverso una delle aperture nel muro, potevano vedere che stava crescendo bene ed in salute.

Rapunzel ignorava completamente che la Dama Gothel non fosse la sua vera mamma, ma, come da promessa, la strega la trattava bene e non le faceva mancare nulla. Anzi le stava curando gli splendidi capelli in modo da farle crescere una lunga treccia dorata.
Ma un giorno Rapunzel, ormai stanca di vivere dietro quelle alte mura e curiosa di vedere il mondo, cercò di scappare. Ma non ce la fece e la strega accortasi del tentativo, andò su tutte le furie.

La Dama Gothel rinchiuse così Rapunzel in una torre altissima, senza scale per salirci né porte per entrarci.
L’unico modo per salir fin lassù era far calare la lunga treccia di Rapunzel giù per la torre, in modo da usarla come corda per arrampicarsi.
Così ogni giorno la strega passava per la torre e diceva – Rapunzel, cala la tua treccia, che per salir lassù mi serve quella…
E Rapunzel calava la treccia e la strega saliva per darle cibo e da bere.

L’unico modo che aveva Rapunzel per sfogare tutta la sua solitudine e dolore era cantare tristi melodie per tutto il giorno.
Un giorno un principe, passando vicino alla torre per caso, udì quella bellissima voce cantar quelle tristi melodie, e si avvicinò incuriosito.
Vide così che dall’unica finestra della torre era affacciata una bellissima fanciulla.

Decise di provare a raggiungerla, ma non trovò né porte di entrata né scale per salir sulla torre.
Il principe non si perse d’animo e tornò più e più volte sotto la torre ad ascoltare il canto della dolce ma triste fanciulla.
Finché un giorno il principe, nascosto tra alcune siepi, trovò la Dama Gothel che pronunciava la frase con cui Rapunzel faceva calare la sua lunga e bionda treccia. Vide così qual era l’unico modo con cui si poteva salire fino in cima alla torre.

Aspettò che la strega si allontanasse e dopo poco pronunciò anche lui la frase – Rapunzel, cala la tua treccia, che per salir lassù mi serve quella…
Rapunzel calò la treccia, e lui salì. Quale sorpresa fu per la ragazza vedere il principe invece della Dama Gothel!
Rapunzel all’inizio cercò di gridare per la paura, ma il principe la tranquillizzò, dicendole che era venuto solo per conoscerla e per sapere come mai una così bella fanciulla fosse rinchiusa dentro una così alta torre.

Rapunzel spiegò la sua storia al principe, che dopo averla ascoltata disse:
– Ti salverò io mia bella Rapunzel, troverò un modo per farti fuggire da qui!
– No! – gli rispose la ragazza – se fuggo da qui, sono sicura che la Dama Gothel ci troverà e ci ucciderà entrambi!
Sentendo quelle parole il principe le disse:
– Allora tornerò qui ogni giorno, a farti compagnia.
– Va bene… – disse Rapunzel, che dopo tanta solitudine sentiva il bisogno di aver qualcuno con cui passare del tempo.

Così ogni giorno, per molti giorni, il principe andò a farle compagnia, e la rallegrava con i suoi racconti e le avventure che aveva vissuto girando il mondo.
Piano piano i due si innamorarono.
Ma la cosa non sfuggì alla strega, che vedeva Raperonzolo diventare sempre più felice e cantare melodie sempre più gioiose.
Così un giorno decise di aspettare tutto il giorno sotto la torre, nascosta tra le siepi, per vedere cosa succedeva. Ed infatti vide il principe far calare la treccia e salire su in cima alla torre.

La strega era furente e decise che si sarebbe vendicata.
Aspettò che il principe se ne andasse per tornare da Rapunzel.
– Come mai siete tornata Dama Gothel? – chiese la ragazza.
– Fai pure la finta tonta! – gridò la strega – ma ora io ti punirò!
Con una grossa forbice le tagliò la lunga treccia dorata, e con una magia la trasportò in un deserto lontano lontano, da cui non sarebbe mai più potuta tornare.

La Dama Gothel però voleva punire anche il principe, così il giorno dopo aspettò che arrivasse, e quando lui pronunciò la frase “Rapunzel, cala la tua treccia, che per salir lassù mi serve quella… “ la strega calò la treccia tagliata di Rapunzel.
Che sorpresa per il povero principe trovar in cima alla torre la strega invece di Rapunzel!
La Dama Gothel gli disse che non avrebbe mai più rivisto Rapunzel perché l’aveva confinata in uno dei deserti più lontani del mondo.
E vedendo la disperazione sul volto del principe, la strega si mise a ridere e con una magia lo scaraventò giù dalla torre, dove lo aspettavano dei rovi pieni di spine che gli ferirono gli occhi, togliendogli la vista.

Il principe sentiva ancora l’eco delle risa della strega alle sue spalle, ma senza perdersi d’animo decise di andare a cercare Rapunzel, anche in capo al mondo.
Iniziò a vagare per tutti i deserti della terra. Cieco, poteva fidarsi soltanto del suo udito che diventò allenatissimo a riconoscere anche i più piccoli rumori e sussurri.

Finché un giorno, quando ormai stava per perdere la speranza, udì in lontananza un triste canto melodioso…
– E’ lei, è Rapunzel! Non posso sbagliarmi, riconoscerei quella dolce voce in mezzo a mille altre! – gridò il principe, e corse in quella direzione.
Rapunzel sentendo dei passi che correvano nella sua direzione, alzò lo sguardo e, quando riconobbe il suo principe, gli corse incontro.
I due si abbracciarono forte piangendo dalla gioia, e le lacrime di Rapunzel caddero sugli occhi del principe, che come per magia riacquistò la vista.

I due tornarono a casa, titubanti per la paura che la strega potesse far loro ancora del male.
Ma della Dama Gothel nessuno seppe più nulla. Alcuni pensarono che, impazzita dalla rabbia, rimase rinchiusa dentro la torre per il resto dei suoi giorni.

Così Rapunzel ed il principe poterono sposarsi e vivere per sempre felici e contenti.

️⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Cenerentola 👠

Cenerentola: la fiaba della speranza che trasforma i sogni in realtà

Cenerentola non è solo una storia di scarpette di cristallo e incantesimi che scadono a mezzanotte.

È il racconto senza tempo di una ragazza che, nonostante difficoltà e ingiustizie, non smette mai di credere nei propri sogni.

Grazie alla sua bontà d’animo e un pizzico di magia, scoprirà che la forza della speranza può ribaltare anche il destino più avverso.


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“Cenerentola 👠“

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Cenerentola 👠


C’era una volta una ragazza di nome Lucrezia, ma da tutti veniva ormai chiamata Cenerentola…
Dovete infatti sapere che Cenerentola era stata una bimba molto sfortunata, crebbe senza la mamma fin da quando era molto piccola. Il caro papà per cercare di darle una figura materna sposò una vedova, anche lei con due figlie, con le quali era sempre dolce e benevola, ma si rivelò poi molto severa e ingiusta con Cenerentola.

Il padre cercava sempre di rincuorarla, ma ahimè anche lui poco dopo morì di malattia. E così Cenerentola si ritrovò sola, ma grazie al sorriso del papà che portava sempre nel cuore rimaneva sempre allegra e sorridente.
La matrigna iniziò a trattarla sempre peggio, le faceva fare tutte le faccende domestiche e i lavori più pesanti facendosi servire come se fosse una gran signora. Mentre le sorellastre le facevano ogni tipo di scherzo, visto che erano invidiose della sua naturale bellezza.

Così la sera, stanca ed esausta, Cenerentola si rintanava in un angolo della casa, vicino al caminetto acceso e caldo.
Proprio dal tempo passato vicino al caminetto, sporcandosi i vestiti con la cenere, le sorellastre presero a chiamarla col nomignolo di Cenerentola. Ma a lei non importava, aveva infatti scoperto che dietro al camino c’era la tana di alcuni piccoli topolini che le tenevano compagnia e la rallegravano nei momenti di sconforto.

Un giorno però nel paese accadde un fatto davvero straordinario. Dal castello arrivò un messaggero del Re che proclamò:
“Il figlio del re, il Principe erede al trono, ha indetto un gran ballo nelle sale reali a cui sono invitate tutte le ragazze del regno in età da marito!”

Quando la matrigna lo venne a sapere prese le sue due figlie e iniziò a prepararle come principesse per il gran ballo.
Cenerentola, che stava correndo a destra e sinistra per obbedire agli ordini delle tre donne, sognava ad occhi aperti di quanto sarebbe stato bello poter partecipare a quel gran ballo.

Così prese coraggio e disse alla matrigna:
– Voglio anche io partecipare al ballo! L’invito è aperto a tutte le ragazze del regno in età da marito…
La matrigna e le sue sorellastre, guardandola tutta impolverata e vestita di stracci, si misero a ridere.
– Come pensi di presentarti al castello? Vestita di stracci sporchi?! – e se ne andò via facendole capire che non c’era nessuna possibilità che lei partecipasse al ballo.

Così arrivò la sera del ballo, Cenerentola vide la matrigna e le sorellastre prepararsi, vestirsi con abiti meravigliosi e indossare splendidi gioielli. Aspettò che uscissero di casa, e una volta che si furono allontanate corse a piangere disperata nell’angolino vicino al camino.
I topini suoi amici uscirono dalla tana e cercarono di consolarla strofinando il loro musetto contro le guance bagnate dalle lacrime di Cenerentola.

Le sue lacrime erano così tante che caddero per terra, sopra un piccolo mucchietto di cenere. Ma da quel mucchietto di cenere accadde una cosa inaspettata, piano piano come per magia, una piccola luce iniziò a brillare sempre più forte, finché davanti a Cenerentola non si materializzò una fata!
– Su non fare così piccola Cenerentola mia… – disse la fata Madrina.
– Chi ha parlato!? – esclamò Cenerentola che aveva ancora gli occhi pieni di lacrime e non riusciva a vederci bene.
– Sono io, la tua fata Madrina, e vedrai che adesso sistemeremo un po’ di cose…
– La mia fata Madrina… ? – chiese stupita Cenerentola – … e cosa dovremmo sistemare?
– Beh, tanto per iniziare, ti piacerebbe partecipare al gran ballo di stasera?
– Ma certo! Mi piacerebbe tanto… – rispose Cenerentola che si stava ancora asciugando le lacrime col dorso delle mani – … ma come faccio? Non ho neppure un abito da sera…
– Di questo non ti devi preoccupare, piuttosto portami una zucca e raduna qui i tuoi amici topolini.
– Una zucca? – chiese sorpresa Cenerentola, ma senza chiederle il perché si precipitò nell’orto a prenderne una bella tonda e gliela portò.

Così, la fata Madrina di fronte agli occhi stupefatti di Cenerentola, pronunciò una formula magica e trasformò la zucca in una splendida carrozza, e i topolini in magnifici cavalli bianchi che la trainavano.
Cenerentola rimase a bocca aperta, e non riusciva a pronunciare nemmeno una parola per la meraviglia.

– E ora veniamo a te, mia bella fanciulla – disse la fata che in un colpo di bacchetta magica trasformò l’abito fatto di stracci di Cenerentola in un magnifico vestito da sera color bianco perla, degno di una regina.
– Ma… ma… ma è stupendo! – balbettava Cenerentola – come posso ringraziarti fata Madrina!?
La fata sorrise e disse:
– Piuttosto, ti mancano ancora delle scarpette, degne di questi piedini così piccoli e graziosi – e così ai piedi di Cenerentola comparvero delle magnifiche scarpette di cristallo che le calzavano alla perfezione.

Ora Cenerentola sembrava veramente una principessa.
– E ora vai, corri al ballo ma ricorda solo una cosa, la più importante: questa magia durerà solo fino a mezzanotte, entro il dodicesimo rintocco del campanile tutto ciò che ho fatto sparirà! La carrozza tornerà zucca, i cavalli topolini e il tuo vestito sarà di nuovo di stracci!

Cenerentola, che ancora non credeva a quello che le stava succedendo, non se lo fece ripetere due volte, salì sulla carrozza e partì per il castello.
Al castello era tutto un susseguirsi di musiche e danze, e Cenerentola fu ricevuta con gli omaggi che si fanno ad una principessa.
Le persone presenti al gran ballo iniziarono a chiedersi da dove mai venisse quella fanciulla così bella ma di cui nessuno sapeva il nome.
Il Principe aveva promesso un ballo a tutte le ragazze presenti, ma quando finalmente fu il turno di Cenerentola, non volle più ballare con nessun’altra.

Tutte le altre ragazze diventarono verdi d’invidia, comprese la matrigna e le sorellastre di Cenerentola.
Così il Principe e Cenerentola continuarono a ballare per tutta la serata, tanto che lei si scordò del del tempo che passava…
Ma ci pensò il campanile a ricordarle che ormai era giunta la mezzanotte, e la campana iniziò a fare i primi rintocchi.
Cenerentola fu presa dal panico.

– Mi scusi sua maestà, ma io ora devo proprio andare… – si congedò frettolosamente dal Principe che non capiva il perché di una fuga così improvvisa, così decise di rincorrerla.
Cenerentola correva veloce, ma mentre scendeva la scalinata che portava alla carrozza perse una delle scarpette di cristallo. Fece per voltarsi a riprenderla, ma mancava ancora un solo rintocco di campana e tutta la magia sarebbe svanita, e il Principe avrebbe visto chi era in realtà.
Così saltò sulla carrozza e gridò ai cavalli di correre al galoppo verso casa.

Al Principe non rimase altro da fare che raccogliere la scarpetta di cristallo, e vedere la carrozza di quella fanciulla senza nome che si allontanava a tutta velocità.
Non appena dal campanile arrivò il dodicesimo rintocco, la carrozza svanì, i cavalli ritornarono ad essere topolini e Cenerentola tornò ad essere vestita di stracci. Per fortuna erano ormai abbastanza lontani dal castello e nessuno vide nulla, così a Cenerentola toccò fare l’ultimo tratto di strada a piedi, in compagnia dei topolini.

Il giorno dopo la matrigna e le sorellastre erano furenti, avevano saputo che il Principe aveva ordinato alle sue guardie di cercare la splendida fanciulla senza nome. Per essere certi che la fanciulla fosse quella giusta, avrebbero fatto calzare la scarpetta di cristallo per scoprire quella al cui piede avrebbe calzato alla perfezione.
Dopo qualche giorno dunque le guardie bussarono anche alla porta della casa di cenerentola.
– Vai a nasconderti subito nell’orto – disse la matrigna a Cenerentola – che sennò ci fai fare brutta figura.

Così Cenerentola si mise a fare lavori nell’orto, mentre intanto cercava di origliare cosa stesse succedendo in casa. Ovviamente a nessuna delle due sorellastre, per quanto provassero e riprovassero, la scarpetta di cristallo andava bene.
Così le guardie dopo innumerevoli prove sentenziarono che nessuna delle due era la ragazza del ballo.
Ma quando uscirono di casa, ad una delle guardie cadde l’occhio proprio nell’orto dove stava Cenerentola, e vista la ragazza la chiamarono per farle provare la scarpetta.

– Ma cosa volete far provare la scarpetta a quella ragazza, non vedete che è vestita di stracci? – disse la matrigna quando si accorse delle intenzioni delle guardie – non avrebbe mai potuto partecipare al gran ballo conciata a quel modo!
– Noi abbiamo l’ordine di far provare la scarpetta a tutte le ragazze del regno, nessuna esclusa!
La matrigna dopo quelle parole non ebbe il coraggio di aggiungere nulla.

A Cenerentola batteva forte il cuore, quella era la scarpetta di cristallo che aveva usato al ballo, e il Principe aveva ordinato di cercare per tutto il regno la ragazza che l’aveva indossata!
E questa ragazza era proprio lei!
Mentre la guardia si inchinava per infilarle la scarpetta Cenerentola tremava, e per la paura chiuse gli occhi, finché non sentì la scarpetta perfettamente calzata sul piede e la guardia esclamare a gran voce:
– E’ lei!!!

Cenerentola riaprì gli occhi, la scarpetta era lì sul suo piccolo piedino.
– Non è possibile! – esclamò la matrigna.
– Non è possibile! – ribatterono le due sorellastre.
Le guardie invece chiamarono una carrozza ed invitarono Cenerentola a salirci sopra.
– Sua maestà il Principe la sta aspettando a corte – dissero le guardie facendola salire, e la carrozza partì verso il castello sotto sguardo esterrefatto della matrigna e delle sorellastre.

E così una volta giunta a corte il Principe riconobbe in Cenerentola la bellissima ragazza con cui aveva ballato un’intera sera.
Così le propose di sposarla, Cenerentola felice come non mai accettò, e di lì a poco si sarebbero celebrate le più belle nozze del regno.
E vissero tutti felici e contenti.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Il Gatto con gli stivali 🐈👢

Riuscirà il Gatto con gli stivali ad aiutare Marcello per conquistare Sandra?

Questo astuto felino, con i suoi piani ingegnosi e un pizzico di mistero, trasforma un semplice ragazzo in un nobile signore.

Il Gatto con gli Stivali riesce a tessere una trama di fatta di piccole accortezze e tanta intelligenza, dimostrando che anche i più piccoli possono cambiare il loro destino… se sanno giocare bene le loro carte.


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“Il Gatto con gli stivali 🐈👢“

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Il Gatto con gli stivali 🐈👢


C’era una volta Marcello, un ragazzo che aveva per migliore amico un gatto, ma non uno qualunque. Questo gatto se ne andava sempre in giro con addosso un paio di stivali, perciò Marcello l’aveva chiamato “Gatto con gli Stivali”.

I due erano cresciuti assieme, e il gatto si era sempre dimostrato molto furbo e felice di aiutare Marcello, quando era in difficoltà.
Un giorno parteciparono alla festa del paese, dove Marcello conobbe Sandra, la figlia del ricco Signorotto del posto.
I due si trovarono subito simpatici, ma Sandra già sapeva che non avrebbe potuto frequentare Marcello perché suo padre non l’avrebbe permesso. Infatti, il padre di Sandra non voleva che la figlia avesse amici tra gli abitanti del paese, da lui ritenuti dei sempliciotti.

Marcello quando capì che non avrebbe più potuto vedere Sandra, diventò triste.
– Non abbatterti Marcello, vedrai, ti darò una mano io! – gli disse il Gatto con gli Stivali.
– E come puoi aiutarmi? – chiese perplesso Marcello.
– Tu non ti preoccupare – gli rispose il Gatto dopo avergli fatto l’occhiolino. E sparì nel bosco.
Era andato a caccia, e in breve tempo riuscì a catturare un paio di leprotti. Poi si recò a casa del Signorotto, padre di Sandra, e gli porse le due prede dicendogli:
– Sono il Gatto con gli Stivali e questi leprotti sono un omaggio del Signor di Carabàs – e fece un profondo inchino.

Il Signorotto, tutto contento, ringraziò il Gatto con gli stivali, chiedendosi chi mai fosse questo Signor di Carabàs.
Il Gatto portò dei doni anche il giorno dopo e il giorno dopo ancora.
Il Signorotto era sempre più curioso, perciò quando rivide il Gatto gli chiese:
– Ma quando posso incontrare il vostro signore, per poterlo ringraziare di tutte queste cortesie?
– Lo incontrerete presto, statene certo – rispose il Gatto con gli Stivali inchinandosi. E corse via.

Sandra osservava quell’andirivieni già da un po’ di tempo. Le sembrò di ricordare che quello era il gatto tanto amico di Marcello.
Quel giorno decise di chiamarlo.
– Gatto con gli Stivali! Posso parlarti?

Il Gatto già temeva il peggio, pensando di essere stato scoperto nel suo piano.
– Ma tu non sei il gatto amico di Marcello?
– Sì Sandra, lo sono – rispose il gatto.
– E sei anche amico di questo Signor di Carabàs?
– …sì… – rispose timoroso il gatto, sapendo ormai di essere stato scoperto.
Sandra intuì, e sorrise.

– E per caso io lo conosco il Signor di Carabàs?
– … hem, in qualche modo sì… – il gatto non sapeva più come togliersi dall’imbarazzo.
– Ho capito… – disse Sandra sempre sorridente – Puoi riferire al Signor di Carabàs che domani io e mio padre andremo al paese qui vicino a far compere? Chissà mai che non ci si incontri…

Il Gatto con gli Stivali fu sorpreso da quelle parole, e intuì a sua volta che Sandra aveva sì capito il suo piano, ma anche che stava dalla sua parte.
– Certamente Sandra – il gatto sorrise, fece un inchino e corse via.

Lungo la strada per il paese vicino c’erano molti campi. Il Gatto con gli Stivali portò ai contadini che lavoravano lì un po’ di selvaggina, convincendoli così a dire che quei campi erano proprietà del Signor di Carabàs.
E così, man mano che quel giorno Sandra e suo padre procedevano a cavallo, i contadini li salutavano a nome del Signor di Carabàs.

Il Signorotto pensò non solo che il Signor di Carabàs fosse di una gentilezza mai vista, ma che fosse anche molto ricco.
A quel punto il Gatto con gli Stivali tornò da Marcello e gli disse:
– Sbrigati! Corri al fiume, e quando te lo dico io, buttati dentro gridando che sei il Signor di Carabàs e che ti hanno derubato di tutti i tuoi averi!

Marcello era all’oscuro di tutte le mosse del Gatto e chiese incuriosito:
– E chi sarebbe il Signor di Carabàs? –
– Vuoi incontrare di nuovo Sandra e poterla vedere finalmente quando ti pare?
– Certamente! – rispose Marcello.
– E allora non discutere e fa come ti dico!
Marcello, fidandosi dell’amico Gatto, corse veloce al fiume e si nascose dietro una siepe, in attesa del segnale per buttarsi dentro.

Intanto, il Signorotto e Sandra stavano arrivando al ponte sul fiume.
Il Gatto con gli Stivali fece un fischio, e Marcello capì che era il momento di buttarsi.
Dopo poco si sentì un grido.
– Aiuto! Aiuto! Sono il Signor di Carabàs e sono stato derubato di tutti i miei averi! Aiuto!

Il Signorotto e Sandra accorsero per vedere cosa stava succedendo, e videro Macello uscire tutto bagnato dalle acque del fiume.
– Cosa ti è successo, ragazzo? – disse il Signorotto.
– Sono il Signor di Carabàs, e due furfanti mi hanno derubato di tutti i miei averi e scaraventato nel fiume…
Finalmente il Signorotto aveva l’occasione di conoscere chi, nei giorni scorsi, gli aveva fatto tanti regali.

– Padre, non possiamo lasciarlo così bagnato fradicio. Portiamolo a casa nostra e diamogli dei vestiti! – disse Sandra che aveva riconosciuto Marcello.
– Certamente! – rispose il Signorotto.
E così Marcello fu portato a casa del Signorotto, asciugato e vestito con abiti molto eleganti.

Il Signorotto lo ringraziò per tutti i regali che gli aveva fatto, e anzi, lo invitò a frequentare spesso quella casa: per lui le porte sarebbero sempre state aperte.
E fu così che finalmente Marcello e Sandra poterono vedersi come e quando volevano, e il Gatto Con gli Stivali fu contento di vederli insieme felici e contenti.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Il principe felice 🤴

Può una statua di freddo metallo avere un cuore grande e generoso?

“Il Principe Felice”, la celebre fiaba di Oscar Wilde, racconta la storia di una statua e di una rondine che, insieme, dimostrano come ognuno di noi possa fare la differenza aiutando gli altri.

Questo racconto toccante insegna che il dono più grande è condividere ciò che abbiamo di più prezioso, lasciando un’impronta d’amore e generosità che resta per sempre.

Una storia senza tempo che celebra l’altruismo e il potere dell’amicizia.


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“Il principe felice 🤴“

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Il principe felice 🤴


C’era una volta un principe, ma non un principe qualunque, lui era un Principe felice.

Durante il suo regno ci fu pace e prosperità, tanto che alla sua morte tutta gli abitanti della città decisero di erigere in suo onore una statua tutta d’oro, con zaffiri per occhi e rubini sull’elsa della spada.

Così da quel giorno la statua del Principe felice fece sempre compagnia alla gente della città.

Ma passarono molti anni, talmente tanti che le persone quasi non si ricordavano più del perché quella statua si chiamasse “il Principe felice”.
Una sera di fine estate una rondine, che stava volando verso sud per passare l’inverno al caldo, decise di riposarsi ai piedi della statua.

– Qui troverò un po’ di riparo – pensò la rondine.
Stava per mettere la testolina sotto l’ala per dormire quando una goccia le cadde addosso. Guardò il cielo, ma lo vide tutto stellato e senza una nuvola.
– Che strana cosa, piove col cielo sereno – e rimise la testa sotto l’ala.
Ma un’altra goccia le cadde addosso, alzò la testa e non vide nulla di strano.
– Ma guarda te, questa statua non riesce a ripararmi nemmeno dalla pioggia, disse guardando verso il viso del principe felice, e fu allora che cadde un’altra goccia, proprio sulla sua testa.

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Pinocchio 🤥 Storia di un burattino

Da burattino a bambino vero: il viaggio di Pinocchio tra errori, crescita e magia.

“Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino” di Carlo Collodi è una delle fiabe più celebri al mondo, un capolavoro senza tempo che insegna come, attraverso le esperienze e gli errori, si possa crescere e trasformarsi da burattini in esseri umani maturi e responsabili.

Molti conoscono Pinocchio grazie al celebre cartone animato Disney, ma la storia originale di Collodi è molto più ricca e profonda.

La nostra versione, fedele allo spirito del libro ma più breve e semplificata, è ideale per avvicinare i bambini a questo intramontabile racconto, perfetta per chi cerca una narrazione accessibile senza rinunciare alla magia della fiaba.


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“Pinocchio 🤥 Storia di un burattino“

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Pinocchio 🤥 Storia di un burattino


Indice dei capitoli

  1. Mastro Ciliegia regala a Geppetto un pezzo di legno…
  2. Il grillo parlante.
  3. Mangiafuoco e il teatro dei burattini.
  4. Il gatto e la volpe.
  5. La fata turchina.
  6. Il Campo dei Miracoli.
  7. Pinocchio va a scuola.
  8. Il Paese dei Balocchi.
  9. Pinocchio diventa un bambino.
  10. EXTRA: Curiosità su Pinocchio.

1) Mastro Ciliegia regala a Geppetto un pezzo di legno…


C’era una volta un pezzo di legno. Era tenuto in un angolo della bottega di Mastro Ciliegia, che un giorno si decise di farne una gamba per un tavolino. Lo prese e lo mise sul tavolo per iniziare a tagliarlo, quando sentì una vocina che lo implorava:

– Ti prego, non farmi del male!
Mastro ciliegia si guardò intorno ma non vide nessuno, così riprese a lavorare il legno dandogli un bel colpo.
– Hai! Mi hai fatto male!

Mastro Ciliegia, spaventato dalla voce che proveniva dal pezzo di legno, lasciò cadere gli arnesi, e scivolò per terra dalla paura.

Proprio in quel momento, passava a trovarlo Geppetto, suo amico falegname, che lo trovò disteso a terra. Geppetto gli chiese cosa fosse successo, ma Mastro Ciliegia non voleva fare brutta figura, e come nulla fosse, chiese a Geppetto cosa fosse passato a fare nella sua bottega.

– Mi servirebbe un pezzo di legno, stamattina mi è venuta l’idea di costruirmi un bel burattino.
Mastro Ciliegia alzò un sopracciglio, guardò il pezzo di legno che stava ancora sul banco di lavoro e pensò che fosse un’ottima occasione per disfarsene.

– Guarda guarda, caro mio Geppetto, ho proprio quel che fa per te! – prese il pezzo di legno e glielo mise tra le mani.
Geppetto ringraziò e tornò verso casa. Decise che, una volta finito il burattino, lo avrebbe chiamato Pinocchio e, messo sul tavolo da lavoro il pezzo di legno, iniziò a intagliarlo.

Dopo alcune ore, finalmente, anche gli occhi e il naso erano finiti, mancava solo la bocca e non appena Geppetto si mise a realizzarla, questa iniziò a sghignazzare e a prenderlo in giro.
– Smetti di ridere boccaccia! – esclamò Geppetto, pensando che i morsi della fame gli stessero facendo un brutto scherzo.
La bocca del burattino smise di ridere, ma le sue mani veloci presero la parrucca di Geppetto e se la misero in testa.

– Birba d’un burattino, non sei ancora finito che già manchi di rispetto a tuo padre…
Pinocchio a quel punto saltò giù dal tavolo e cominciò a correre fuori di casa, mentre Geppetto gli correva dietro gridando di fermarsi.

Per fortuna sulla via c’era un carabiniere, che pigliò Pinocchio per il nasone e lo riconsegnò a Geppetto.
– Adesso andiamo a casa, poi faremo i conti! – disse Geppetto.

Pinocchio si buttò a terra e iniziò a piangere e far tanto fracasso da attirare l’attenzione di molte persone.
– Povero burattino – dicevano alcuni – ha ragione a non voler tornare a casa, chissà come lo picchierà Geppetto!…

Il carabiniere poco a poco si convinse che Pinocchio fosse scappato da Geppetto proprio perché lo voleva picchiare, e così lasciò andare Pinocchio e arrestò Geppetto.

– Sciagurato figliolo! E pensare che mi sono impegnato tanto per fare un burattino per bene… ma mi sta bene, dovevo pensarci prima… – disse tra sé Geppetto mentre veniva portato via dal carabiniere.

… continua nel CAPITOLO 2

Curiosità su Pinocchio

● Carlo Lorenzini, vero nome di Carlo Collodi, scrisse Pinocchio in un momento di difficoltà della sua vita.

● In realtà il vero Pinocchio era lui stesso, sempre pronto a far “bambinate” e pieno di debiti al gioco d’azzardo, si mise così a scrivere una storiella per bambini per guadagnare qualche soldo. Ma già dopo pochi capitoli si era stancato e aveva scritto la parola fine del suo racconto più o meno quando i due banditi appendono Pinocchio all’albero.

● Ma ormai Pinocchio aveva iniziato a viver di vita propria dentro l’entusiasmo e l’immaginazione dei bambini tanto che, a furor di popolo, fu costretto a tirar giù Pinocchio dall’albero e rimetterlo di corsa a vagabondare per la sua strada. Una strada piena di avventure e di crescita interiore che lo porterà a diventare finalmente un bambino in carne ed ossa.

● La verità è che dentro le pagine del libro, ognuno di noi può immedesimarsi in Pinocchio, perchè racconta con parole semplici e senza troppi giri di parole, il birbante che si nasconde dentro tutti i bambini.

● Pinocchio è anche stato un racconto da cui poi sono stati ripresi concetti e modi di dire che oggi sono di uso comune, come:

  • “le bugie dal naso lungo o dalle gambe corte” per indicare chi mente;
  • “il paese dei balocchi” per indicare un luogo immaginario e fantastico dove non si fa nulla dalla mattina alla sera;
  • “Sono fritto!” che si riferisce ad un momento non presente nella nostra versione della fiaba, dove Pinocchio rischia di essere messo in padella e mangiato da un pescatore.
  • “Il Gatto e la Volpe” per indicare una coppia di persone poco affidabili

● Il libro divenne talmente famoso in tutto il mondo (è il libro in lingua italiana più venduto nella storia e vanta ben 240 traduzioni in lingua estera) che anche Tolstoj nel 1936, ne scrisse una versione molto simile.

● Di Pinocchio si sono fatti film di animazione (il più famoso è sicuramente quello della Walt Disney) che dal vero (come non ricordare il Pinocchio interpretato da Benigni nel 2002 o, l’ultimo del 2019, con alla regia Garrone in cui sempre lo stesso Benigni interpreta Geppetto?)

● E la canzone di Edoardo Bennato sul Gatto e la Volpe chi può scordarla?
ascoltatela su youtube 😉

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La Sirenetta 🧜‍♀️🌊

Tra amore e sacrificio, scopri il viaggio della Sirenetta per realizzare il suo grande sogno

Ariel, la coraggiosa sirenetta, è pronta a rischiare tutto pur di realizzare i suoi sogni.

“La Sirenetta” di Hans Christian Andersen è una fiaba che parla di trasformazione, crescita interiore e sacrificio, mostrando come a volte sia necessario perdere qualcosa di prezioso per inseguire ciò che si desidera.

Questa storia, tra le più celebri dello scrittore danese, è un viaggio emozionante tra amore, coraggio e il prezzo da pagare per cambiare il proprio destino. Un racconto senza tempo che continua a incantare grandi e piccini.


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“La Sirenetta 🧜‍♀️🌊“

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La Sirenetta 🧜‍♀️🌊


Indice dei capitoli

  1. CAPITOLO 1
  2. CAPITOLO 2
  3. CAPITOLO 3

La Sirenetta 🧜‍♀️🌊 CAPITOLO 1


C’era una volta, in fondo al mare, un regno magico governato dal Re del Mare.

Il Re del Mare era rimasto vedovo, e a curare le sue sei figlie sirene c’era l’anziana nonna, che non faceva mancare loro nulla e le riempiva di amore e attenzioni.

La più piccola delle principesse sirene, Ariel, era anche la più bella di tutte e, oltre alla bellezza, aveva ricevuto in dono anche una voce capace di incantare chiunque la ascoltasse.

Ariel e le sue sorelle giocavano tutto il giorno sul fondo del mare e nei giardini del Castello, pieni di fiori e piante acquatiche, mentre la sera amavano ascoltare le storie degli uomini che vivevano in superficie e solcavano i mari, raccontate dalla loro cara nonna.

Ad Ariel queste storie piacevano molto, e la facevano sognare ad occhi aperti, immaginandosi avventure incredibili ed emozionanti.
Così non smetteva mai di chiedere sempre maggiori particolari all’anziana nonna, che alla fine ripeteva sempre a lei e le sue sorelle:
– Alla vostra maggiore età, potrete nuotare fino alla superficie, e vedere con i vostri occhi il mondo degli esseri umani.
Ariel non vedeva l’ora, ma era la più piccolina tra le sorelle e avrebbe dovuto aspettare a lungo…

Finalmente la più grande delle sorelle giunse alla maggiore età, e con enorme emozione intraprese il suo viaggio verso la superficie. Quando tornò aveva mille cose da raccontare, ma la cosa più bella di tutte era l’esser stata sdraiata al chiaro di luna su una spiaggetta riparata, guardando in lontananza la città piena di luci e rumori degli uomini.

Ariel l’ascoltava rapita, e ne avrebbe voluto sapere sempre di più, ma per ora doveva accontentarsi della sua immaginazione…
L’anno successivo fu il turno della seconda sorella, che al ritorno dal suo viaggio in superficie raccontò del tramonto infuocato e del cielo color oro che le aveva incantato gli occhi.

E poi toccò alla terza sorella, che più coraggiosa di tutte volle risalire il fiume per vedere palazzi, castelli, campi coltivati e vigneti immersi in uno splendido bosco dove cantavano gli uccellini.

La quarta sorella invece non era tanto coraggiosa, e quando toccò a lei risalire in superficie, era rimasta in alto mare a vedere le navi che passavano lontane e a giocare insieme ai delfini.

E l’anno dopo ancora toccò alla quinta sorella, era inverno e quando arrivò in superficie incontrò dei grandi blocchi di ghiaccio, grandi come isole, su cui si poteva passare il tempo ad ammirare i maestosi cieli grigio azzurri invernali.

Mancava solo Ariel, che la sera guardava con un velo di tristezza le sorelle prendersi per mano e nuotare lentamente verso la superficie.

Finalmente arrivò il grande momento anche per Ariel e il giorno della sua maggiore età abbracciò forte le sue sorelle, la nonna e il padre prima di nuotare leggiadra verso la superficie.

Quando uscì dall’acqua il sole stava tramontando e in lontananza c’era una grande nave piena di marinai che andavano e venivano. Decise di andare a guardare più da vicino.

Sul ponte della nave i marinai vociavano e cantavano, mentre attraverso i finestrini della nave si vedevano molte persone vestite elegantemente. Si stavano tutti preparando alla grande festa per il compleanno del Principe che si sarebbe tenuta quella sera stessa.

Non appena fu buio iniziarono i balli e poi, finalmente, il Principe uscì sul ponte. In quel momento furono sparati dei razzi che fecero mille fuochi colorati nel cielo. Ariel non aveva mai visto una cosa simile.

Com’era bello il giovane Principe! Stringeva la mano di tutti i suoi amici, e sorrideva mentre la musica suonava nella notte incantevole. Ariel lo guardava mentre il suo cuore batteva sempre più forte.

Ad un tratto però il vento iniziò a soffiare forte, nere nubi cariche di lampi e fulmini si stavano avvicinando velocemente. Tra non molto sarebbe arrivata una tempesta.

I marinai ammainarono in fretta le vele mentre il mare si ingrossava e le onde si facevano sempre più alte e forti. La nave gemeva e scricchiolava. L’albero maestro si spezzò sotto il forte vento e la nave iniziò velocemente ad imbarcare acqua; in pochi minuti era praticamente già affondata.

Ariel capì che tutto l’equipaggio era in pericolo, anche il giovane Principe!
Iniziò a nuotare cercando di evitare i pericolosi rottami che avrebbero potuto ferirla. Si tuffava giù sotto l’acqua, poi ricompariva in superficie guardandosi velocemente intorno, e poi ancora giù finché non trovò il suo Principe.

Lo prese che era già svenuto e lo portò il più rapidamente possibile fino a riva, dove lo depose sulla sabbia in attesa che rinvenisse e passasse la tempesta. Mentre Ariel lo vegliava e gli carezzava la testa arrivò prima l’alba e poi il giorno.

Non molto distante dalla spiaggia c’era una costruzione che ad Ariel sembrò un luogo di culto, da lì stava pian piano arrivando camminando in silenzio una ragazza col volto coperto da un cappuccio. Ariel che era una sirena, non poteva farsi vedere da lei e, a malincuore, dovette abbandonare il suo Principe.

Gli diede un bacio sulla fronte prima di tuffarsi nell’acqua del mare e nascondersi dietro ad uno scoglio per osservare cosa sarebbe accaduto.

Non appena la ragazza vide il Principe svenuto a terra, gridò e corse in suo soccorso, gli sollevò la testa tra le braccia e lo scosse leggermente. Poco dopo il Principe si risvegliò, Ariel notò che dopo un attimo di smarrimento, sul suo volto si dipinse un sorriso e probabilmente stava ringraziando profondamente la ragazza col cappuccio per averlo salvato da morte certa.

Se solo il Principe avesse saputo chi davvero era stata a salvarlo!

Ariel guardò tra le lacrime il suo Principe allontanarsi camminando aiutato dalla ragazza col cappuccio, e solo quando furono ormai troppo lontani dalla sua vista si rituffò nel mare, dove le sue lacrime non si sarebbero più potute vedere…

…continua nel CAPITOLO 2

Curiosità sulla Sirenetta

● “La Sirenetta” è probabilmente il racconto più autobiografico scritto da Hans Christian Andersen, dove il tema della “diversità” è molto sentito. Dovete sapere che Andersen era omosessuale, e vivendo nella Danimarca del 1800, gli era completamente precluso di poter liberamente amare un altro uomo, cosa che lo rendeva particolarmente infelice.

● “La Sirenetta” è stata il film che a fine anni ’90 ha rilanciato la Disney che, dopo una serie di incredibili flop, era in grande crisi.

● Nel racconto originale di Andersen, nessuno dei personaggi ha un nome proprio, quelli usati nella nostra fiaba sono stati presi in “prestito” dalla versione realizzata dalla Disney, diventata ormai un classico dell’animazione.

● In Danimarca Andersen e il suo racconto “la Sirenetta” sono talmente famosi che all’ingresso del porto di Copenaghen, è stata realizzata una statua in onore della protagonista della fiaba

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Il piccolo principe 💫

Il piccolo principe non è un racconto, ma una poesia che insegna soprattutto una cosa: l’essenziale è invisibile agli occhi.

Il capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry tocca le emozioni più profonde che tutti noi portiamo dentro, fa riflettere sul significato dell’amore, dell’amicizia e della vita.

Il piccolo principe è un viaggio dentro ciascuno di noi, e proprio per questo è diventato un classico della letteratura mondiale, per grandi e piccini.

Qui su fabulinis abbiamo creato la nostra versione del racconto, cercando di interpretare al meglio lo spirito della storia, siamo sicuri che vi piacerà!


Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Il piccolo principe 💫“!

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Il piccolo principe 💫


Indice dei capitoli

Il Piccolo Principe 💫 CAPITOLO 1


Quando avevo sei anni una volta vidi una bella immagine in un libro sulla jungla intitolato “Storie vissute”. Raffigurava un serpente boa che ingoiava un animale.

Ho pensato molto alle avventure della jungla e, a mia volta, sono riuscito con una matita colorata a fare il mio primo disegno e mostravo il mio capolavoro ai grandi.

Ma loro, invece di un serpente boa che digeriva un elefante, vedevano qualcosa di simile a un cappello da uomo.

Poi ho disegnato l’interno del serpente boa, in modo che gli adulti potessero capirlo, ma loro mi consigliavano di lasciar stare i disegni di serpenti boa e di concentrarmi invece su geografia, storia, aritmetica e grammatica.

È così che ho rinunciato, all’età di sei anni, a una magnifica carriera nella pittura.

Ero stato scoraggiato dal fallimento del mio primo e secondo disegno.

I grandi non capiscono mai niente da soli, e per i bambini è stancante dare sempre spiegazioni.

Così ho imparato a pilotare gli aerei. Ho volato in tutto il mondo. E la geografia, è vero, mi è stata molto utile.

Ho conosciuto molte persone nella mia vita. Ho vissuto molto con gli adulti, li ho visti molto da vicino, e non ho per niente migliorato la mia opinione.

Così ho vissuto da solo, senza nessuno con cui parlare veramente, fino a quando ebbi un incidente nel deserto del Sahara, sei anni fa. Qualcosa si era rotto nel motore del mio aereo e, poiché ero solo nel deserto, provai a ripararlo.
Era questione di vita o di morte, perché avevo a malapena acqua da bere per circa una settimana.

La prima sera mi addormentai sulla sabbia, a mille miglia da qualsiasi terra abitata, e quindi potete immaginare la mia sorpresa quando, all’alba, una vocina buffa mi ha svegliato dicendo:

– Per favore… mi disegni una pecora?
– Eh!?
– Disegnami una pecora…

Balzai in piedi come se fossi stato colpito da un fulmine, mi strofinai gli occhi, guardai bene e vidi un ometto piuttosto strano che mi guardava con aria seria.

Lo guardavo con gli occhi sbarrati per lo stupore: quel piccoletto sembrava un bambino, e non mi sembrava né perso, né morto di fatica, di fame, di sete o di paura.
Non assomigliava per niente a un bambino perso in mezzo al deserto.

Quando finalmente riuscii a parlare, gli chiesi:

– Ma che ci fai qui?

Ma lui ignorando la mia domanda, mi ripetè molto seriamente:

– Ti prego… disegnami una pecora…

Non osai disobbedire, premettendo però che non sapevo disegnare. Ma a lui non importava, voleva solo che disegnassi una pecora.

Quando finii, lui la guardò attentamente e disse che non voleva una pecora malata.

In effetti il disegno non era il massimo, così ne feci un’altro, ma mi rispose sorridendo che quella non era una pecora ma un montone perché aveva le corna.

Feci un altro disegno, rifiutato anch’esso perché la pecora era troppo vecchia.

Iniziai però a perdere la pazienza, volevo riparare il motore del mio aereo, e quindi scarabocchiai al volo una scatola con dei buchi:

– Questa è una cassetta, la tua pecora è lì dentro.

Rimasi piuttosto sorpreso nel vedere il suo viso illuminarsi:

– È esattamente come la volevo! Pensi che questa pecora abbia bisogno di molta erba?
– Perché? – chiesi io.
– Perché dove vivo io è tutto molto piccolo…
– Basta sicuramente, ti ho dato una piccola pecorella.

E fu così che conobbi il piccolo principe.

Mi ci è voluto molto tempo per capire da dove venisse.

Il piccolo principe mi fece molte domande, e sembrava non sentire per nulla le mie.

Quando vide il mio aereo mi chiese:

– Cos’è quella cosa?
– Quella cosa vola. È un aeroplano. È il mio aereo.

Ero orgoglioso di fargli sapere che volavo, poi esclamò:

– Ma sei caduto dal cielo!?
– Sì – risposi modestamente.
– Ah! È divertente… – e scoppiò in una grossa risata che mi irritò molto, poi aggiunse:

– Allora anche tu vieni dal cielo! Da che pianeta vieni?
Intravidi una luce nel mistero della sua presenza, e chiesi bruscamente:
– Quindi tu vieni da un altro pianeta?

Non mi rispose. Scosse dolcemente la testa guardando il mio aereo e sprofondò in una lunga meditazione. Poi, tirò fuori dalla tasca i disegni delle mie pecore, e contemplò il suo tesoro.

Cercai di saperne di più:
– Da dove vieni, ometto mio? Dov’è casa tua? Dove vuoi portare le mie pecore?

Mi rispose dopo un silenzio meditativo:
– La scatola che mi hai dato, di notte, farà da casa alla pecora.
– Certo, se vuoi disegno anche una corda per legarla durante la giornata.

La proposta sembrò stupire il piccolo principe:
– Legarla? Che idea divertente!
– Ma se non la leghi, andrà ovunque, e si perderà…

E il mio amico scoppiò di nuovo a ridere:
– Dove vuoi che vada!?
– Ovunque riuscirà a camminare…

Allora il piccolo principe osservò seriamente:
– Non importa, da me è tutto molto piccolo! – e, con un po’ di malinconia, aggiunse:
– Non si può andare molto lontano…

Avevo così capito una seconda cosa molto importante: il suo pianeta d’origine era appena più grande di una casa!

Ho seri motivi per credere che il pianeta da cui proveniva il piccolo principe fosse l’asteroide B 612.

Questo asteroide fu visto una sola volta attraverso un telescopio, nel 1909, da un astronomo turco.

Fece una grande dimostrazione della sua scoperta in un Congresso Astronomico Internazionale, ma nessuno gli credette per via del suo abbigliamento alla turca, bizzarro per gli occidentali.

Gli adulti sono così.

L’astronomo ripeté la sua dimostrazione nel 1920, vestito con un abito occidentale molto elegante. E questa volta tutti gli credettero.

Agli adulti piacciono i numeri.

Non ti chiedono mai l’essenziale, non ti chiedono mai “Come suona la tua voce?”, oppure “Quali sono i giochi che ti piacciono di più?” o anche “Collezioni farfalle?”…

No, ti chiedono “Quanti anni hai?”, “Quanti fratelli hai?”, “Quanto pesi?”… Solo così pensano di conoscerti.

Se ai grandi dici: “Ho visto una bella casa di mattoni rosa, con i gerani alle finestre e le colombe sul tetto…” non possono immaginare questa casa. Devi dire loro: “Ho visto una casa che vale centomila euro”.
Solo allora esclamano: “Che bella!”

Quindi, se dici loro: “La prova che il piccolo principe è esistito è, che era adorabile e che voleva una pecora, e quando vuoi una pecora è la prova che esisti”, ti guarderanno alzando le spalle e ti chiameranno “bambino”!

Ma se dici loro: “Il pianeta da cui è venuto è l’asteroide B 612”, allora saranno convinti e ti lasceranno in pace con le loro domande.

Sono fatti così. Non devi arrabbiarti. I bambini devono essere molto indulgenti con gli adulti.

… continua nel CAPITOLO 2

Note al piccolo principe

La versione del piccolo principe che avete appena letto non è una rielaborazione di una fiaba o racconto classico come di solito facciamo, ma una vera e propria traduzione/riduzione dall’originale francese.

Il piccolo principe in realtà e un’unica lunga, magnifica e immensa poesia, che se fosse stata riassunta in forma di racconto avrebbe perso tutto il significato e la magia che contiene.

Non si può arrivare alla frase “l’essenziale è invisibile agli occhi” senza aver raccontato e descritto tutti i passaggi che sono serviti al piccolo principe per arrivare fin lì…

Il piccolo principe è un’opera abbastanza inscindibile dai dolci acquarelli dello stesso Saint-Exupery, molte parti del racconto originale fanno direttamente riferimento ai disegni che bisogna guardare e “inserire” all’interno della storia. Non potendo inserirli su fabulinis, è qui che abbiamo deciso di rimaneggiare più “pesantemente” il piccolo principe, descrivendo dove possibile i disegni in modo che entrassero a far parte del racconto, facendo in modo di poterli immaginare anche senza poterli vedere.

Speriamo che questo adattamento vi sia piaciuto!

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Tremotino 😈

Tremotino, il nanetto astuto e molto avido, è pronto a tutto pur di ottenere ciò che desidera

Questa famosa fiaba, raccolta dai fratelli Grimm, racconta di come Tremotino aiuti la giovane Elga solo in cambio di doni e promesse, ma il suo piano non andrà come previsto.

Conosciuto anche come antagonista nel film “Shrek – e vissero felici e contenti”, Tremotino incarna l’inganno e l’avidità, ma la storia insegna che la furbizia non sempre vince.

Un racconto senza tempo che unisce magia, astuzia e una morale profonda.


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“Tremotino 😈“

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Tremotino 😈


C’era una volta un povero mugnaio, era vedovo e viveva con la sua figliola che si chiamava Elga.

Un giorno capitò al suo mulino il re e il mugnaio, per ingraziarselo e vantarsi un po’, gli disse:
– Ho una figlia che sa tramutare la paglia in fili d’oro.
Il re, stupito, disse al mugnaio:
– Se tua figlia è veramente capace di trasformare la paglia in fili d’oro, portala al mio castello, e io la metterò alla prova.

Il mugnaio, colto di sorpresa, non si azzardò a contrariare il re e, seppur a malincuore, condusse Elga al castello.
Il re fece rinchiudere la ragazza in una stanza ricolma di paglia e le disse:
– Ora mettiti al lavoro, se non avrai trasformato questa paglia in oro entro domani mattina, ti farò passare a miglior vita.

Elga rimase sola. Non sapeva cosa fare, men che meno come si potesse trasformare la paglia in oro e, per la disperazione, si mise a piangere.

Improvvisamente, da una fessura nel muro della stanza, entrò un ometto che disse:
– Buonasera fanciulla, perché piangi così tanto?
– Devo trasformare la paglia in oro e non so come fare! – disse la ragazza in lacrime.
– Se io ti aiuto, cosa mi darai in cambio?
– La mia collana! – disse Elga senza pensarci.

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La bella addormentata nel bosco 👸

Un incantesimo millenario nasconde il segreto del Castello Addormentato

C’era una volta un regno avvolto nel mistero, dove un castello dormiva da cent’anni, avvolto da una foresta impenetrabile di rovi e leggende.
Nessuno osava avvicinarsi, ma si diceva che dietro quelle mura silenziose giacesse un segreto…

Un incantesimo che ha trasformato il tempo in un sonno profondo e il cuore del regno in un enigma. Solo chi possiede il coraggio di sfidare le tenebre e un cuore puro può tentare di spezzare l’incantesimo.

Preparatevi a scoprire una fiaba ricca di mistero e magia.


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“La bella addormentata nel bosco 👸“

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La bella addormentata nel bosco 👸


C’era una volta un re, che viveva in un magnifico castello insieme alla regina e alla figlia, la piccola Aurora.
La bimba era nata da poco e i due sovrani erano così felici, che decisero di organizzare una grande festa per il suo battesimo.

Invitarono anche le fate che abitavano nel bosco, le quali arrivarono cariche di sorprese speciali per la piccola principessa.
Fu così che Aurora ricevette in dono bellezza, intelligenza, simpatia e tante altri doti che la rendessero una bambina davvero unica.

Purtroppo, però, il re non aveva invitato alla festa la fata più anziana del regno. Da tempo non si avevano sue notizie e tutti credevano che fosse morta.
Non sapevano quanto avrebbero pagato caro questo errore.

La fata venne a sapere della festa e si presentò al castello, più arrabbiata che mai.
– Vedo che state festeggiando senza di me – disse con sarcasmo. – E vedo che la principessa ha già ricevuto molti doni. Nessuno si offenderà se le offrirò anche il mio.
Così dicendo, alzò la sua bacchetta verso la culla di Aurora e tuonò:
– Sarai anche la più bella e la più intelligente di questo reame, ma ciò non ti servirà: prima del tuo diciottesimo compleanno, ti pungerai con l’ago di un fuso per filare e morirai.
E la fata svanì, lasciando il palazzo nello scompiglio più totale.

La regina era disperata, mentre il re dava ordine alle guardie di catturare questa fata malvagia. Ma era tutto inutile: di fronte ad una maledizione non si poteva fare nulla.

Si fece però avanti la fata più giovane, la quale cercò di consolare la regina e poi disse:
– Non posso annullare la maledizione della fata anziana, non ho tanto potere. Ma posso provare a renderla meno terribile, se me lo permettete.
La regina annuì speranzosa, e la fata alzò la bacchetta verso Aurora:
– Piccolina, una brutta maledizione ti ha colpito, un fuso ti pungerà ma non me morirai. Cadrai in un sonno profondo finché un principe, baciandoti, ti risveglierà e diventerà il tuo sposo.
Il Re e la Regina ebbero un piccolo sospiro di sollievo, perlomeno il nuovo incantesimo della giovane fata aveva allontanato lo spettro della morte dalla bambina.

Fu così che Aurora crebbe felice, amata e circondata da persone che le volevano bene.
In tutto il reame però erano stati vietati tutti gli attrezzi per filare: aghi, fusi, arcolai non potevano nemmeno essere nominati, nella speranza che così la maledizione non si avverasse.

Aurora stava ormai per compiere diciotto anni. Mancavano pochi giorni e i suoi genitori avevano deciso di organizzare una sontuosa festa: ormai credevano che il pericolo fosse scampato.

Ma la fata cattiva non poteva permettere che la sua maledizione fallisse. E così, una sera si intrufolò nel castello senza farsi vedere, e fece un piccolo sortilegio che impedì ad Aurora di dormire, rendendola nervosa.
La principessa non riuscendo a chiudere occhio, decise di fare una passeggiata nel castello per provare a rilassarsi. Ma, dal fondo di un corridoio, vide una strana luce azzurrognola filtrare da una porta.

Curiosa, si avvicinò per vedere meglio. Entrò nella stanza e si ritrovò davanti una vecchietta che filava la lana usando un misterioso attrezzo: un fuso. Aurora non ne aveva mai visti, e chiese: – Che cos’è? A cosa serve?
– Toccalo e ti spiegherò tutto – rispose la vecchietta, che era la fata cattiva travestita.
Aurora allungò la mano, toccò il fuso, si punse e… cadde svenuta.

Una risata malefica si levò dalla stanza e svegliò tutti. Il re e la regina accorsero e trovarono solo la loro ragazza svenuta.
Disperati, la portarono nel salone delle feste e chiamarono le fate per chiedere loro di fare qualcosa, ma quelle non potevano più nulla: bisognava solo aspettare che un principe passasse di lì e baciasse la principessa.

La fata che aveva addolcito la maledizione, provava molta pena nel vedere il dolore di quei genitori. Decise, quindi, di fare un incantesimo su tutto il castello: tutti avrebbero dormito fino a quando Aurora non si fosse svegliata.

E così fu, per cento anni. Nel castello tutto si fermò, e il bosco prese il suo posto: gli alberi crescevano dappertutto e tanti animaletti avevano fatto lì la loro tana.

Un giorno un giovane principe, durante una battuta di caccia, passò proprio vicino a quel castello che sembrava ormai in rovina. Incuriosito decise di avventurarsi per scoprire cosa nascondeva al suo interno.
– Magari sono le rovine di cui parla la leggenda… – si disse. Aveva infatti sentito parlare di una principessa bellissima che giaceva addormentata in un bosco, ma pensava fosse solo un racconto di fantasia.

Iniziò ad esplorare sale e corridoi ormai invasi dagli alberi, finché si ritrovò nel salone delle feste e… non credette ai suoi occhi. Distesi a terra giacevano servitori, dame e cavalieri, tutti profondamente addormentati. Riconobbe il re e la regina dalle loro corone e, in mezzo a loro, vide Aurora. Era bellissima, ancora di più di quanto non narrasse la leggenda.
Si avvicinò e pensò: “E’ così bella che non posso resistere: le darò un bacio”, e così fece.

Il principe sobbalzò nell’accorgersi che, dopo il suo bacio, Aurora iniziò a muovere la bocca per poi sbadigliare e aprire gli occhi.
Anche il re e la regina e tutte le persone distese a terra iniziarono a svegliarsi e ad alzarsi. Piano piano anche le rovine del castello si ricomponevano e gli alberi sparivano, mostrando tutto il loro splendore originario.

Il principe era frastornato dall’accaduto, non riusciva a capire cosa stava succedendo finché il re non gli prese le mani e gli disse:
– Grazie cavaliere, hai salvato mia figlia Aurora da un terribile sortilegio che la teneva addormentata da anni. Qualunque cosa tu desideri, la riceverai come dono in cambio di ciò che hai fatto.
Il principe guardò Aurora, già innamorato e disse: – Sono felice di avervi salvato e vorrei tanto poter sposare la principessa Aurora.

Il Re guardò Aurora, che, visti i buoni propositi del principe acconsentì, felice. Le nozze vennero organizzate immediatamente e fu una festa memorabile.

E vissero tutti felici e contenti.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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La guardiana delle oche 🦆

Quale magico segreto nasconde la guardiana delle oche?

Una giovane principessa, costretta a scambiare il proprio ruolo con quello della sua domestica, si ritrova a fare la guardiana delle oche.

Ma dietro il suo silenzio si nasconde un segreto che solo il vento sembra conoscere.

Tra inganni, promesse infrante e l’eco di parole non dette, questa fiaba racconta di una verità che nessuno può nascondere per sempre.

Ispirata dal racconto dei fratelli Grimm, questa fiaba vi accompagnerà nell’avventura di Caterina, principessa derubata del suo ruolo da una perfida e ingrata domestica.


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“La guardiana delle oche 🦆“

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La guardiana delle oche 🦆


C’era una volta una vecchia Regina rimasta vedova. Aveva però una bella figlia, Caterina, che aveva ormai raggiunto l’età per sposarsi. Fu quindi combinato il matrimonio con un principe di un paese lontano.

L’anziana Regina preparò un ricchissimo corredo nuziale per la figlia e, per accompagnarla nel lungo viaggio, la affidò ad una delle sue più fidate domestiche.

Ad entrambe diede un cavallo, ma quello della Principessa era speciale, si chiamava Falada e sapeva parlare.
Prima di salutarle la Regina prese un fazzoletto bianco, con un coltello si ferì il dito e vi versò sopra delle gocce di sangue, poi lo diede a Caterina.
– Tieni figlia mia – le disse – ne avrai bisogno lungo il viaggio – e la salutò.

La Principessa e la domestica si misero quindi in cammino. Dopo circa un’ora di viaggio a Caterina venne sete.
– Avrei sete, potresti andare al ruscello qui vicino e prendermi dell’acqua? – chiese alla domestica.
– Se avete sete, scendete da cavallo e andate voi stessa a prendervi l’acqua! – rispose stizzita la domestica.

Sorpresa dalla risposta e dal tono, la Principessa, che aveva veramente sete, scese da cavallo e si recò al ruscello per bere.
“Se lo sapesse tua madre, il suo cuore si spezzerebbe dal dolore!”, mormorarono le gocce di sangue custodite nel fazzoletto. Caterina, che era di buon cuore ignorò la voce, risalì a cavallo e ripartì con la domestica.

Il viaggio era molto lungo e la giornata era veramente calda. Dopo un po’ a Caterina venne nuovamente sete e poco lontano si intravedeva un fiume.
– Avrei sete, potresti andare al fiume qui vicino e prendermi dell’acqua? – chiese alla domestica.
– Se avete sete, andate voi stessa a prendervi l’acqua, io da serva non vi faccio più! – rispose ancora più stizzita la domestica.

Caterina, con le lacrime agli occhi per il trattamento ricevuto, si incamminò al fiume e bevve.
“Se lo sapesse tua madre, il suo cuore si spezzerebbe dal dolore!”, mormorarono nuovamente le gocce di sangue custodite nel fazzoletto.
La Principessa allora prese tra le mani il fazzoletto per trovare conforto, ma una folata di vento glielo fece cadere tra le correnti del fiume, e il fazzoletto sparì.

La domestica, che era poco distante, vide la scena e se ne rallegrò “ora la Principessa è in mio pieno potere, non c’è più nulla che la protegga!” pensò malignamente.
Quando Caterina tornò indietro trovò la domestica in groppa al suo Falada.
– Ora il tuo cavallo lo prendo io, e dammi i tuoi vestiti, che all’altare col principe ci andrò io. Se dirai a qualcuno dello scambio e non farai come ti dico, ti ucciderò! – e le mostrò un pugnale che teneva nascosto sotto la giubba.

Caterina, temendo per la sua vita, accettò, ma Falada osservò tutto in silenzio. Le due si scambiarono i vestiti e proseguirono il viaggio.

Arrivarono quindi al castello dove il principe accolse la domestica come se fosse la sua promessa sposa. Mentre Caterina, per decisione del vecchio Re, fu messa a fare la guardiana delle oche insieme ad un ragazzetto di nome Corradino.

La falsa principessa, per paura che Falada rivelasse a tutti cosa aveva fatto a Caterina, ordinò di portare il cavallo al macello: – durante il viaggio si è comportato molto male – disse.

Caterina lo venne a sapere e promise al macellaio alcune monete d’oro se avesse salvato il suo Falada. Lo avrebbe dovuto poi nascondere in una cascina lungo la strada che lei percorreva al mattino e alla sera per far passeggiare le sue oche. Il Macellaio, non vedendoci nulla di male, fece come lei chiedeva.

Il mattino seguente Caterina e le sue oche passarono davanti alla cascina, lei si avvicinò a Falada e lo salutò, ricambiata dal cavallo che sottovoce le disse:
– Se sapesse tua madre la Regina cosa ti è accaduto, il suo cuore si spezzerebbe dal dolore!
Ma Caterina continuò silenziosamente il suo lavoro di guardiana, insieme a Corradino.

Arrivata al prato vicino allo stagno, Caterina sciolse dal nastro i suoi capelli d’oro. Corradino ogni giorno la guardava incantato, i capelli di Caterina gli piacevano molto e avrebbe tanto voluto aiutarla a pettinarli e a rifare il nodo col nastro. Stava per avvicinarsi quando Caterina, che si era accorta delle attenzioni del giovane, pronunciò delle parole magiche:

Soffia forte venticello
porta lontano il suo cappello
così che a lungo lui debba cercare
e io da sola possa restare.

E all’improvviso ci fu una folata di vento che strappò dalla testa di Corradino il suo cappello, e lui si mise a rincorrerlo per i campi.
Quando Corradino tornò, Caterina si era già pettinata e aveva rifatto il nodo ai capelli. Il ragazzo ci rimase molto male.

Il giorno seguente, passarono ancora per la cascina, Caterina salutò Falada, che sottovoce diceva: “Se sapesse tua madre la Regina cosa ti è accaduto, il suo cuore si spezzerebbe dal dolore!”. Intanto, Corradino la seguiva in silenzio aspettando il momento in cui sul prato lei si sarebbe sciolta i capelli.

Ma Caterina pronunciò ancora le magiche parole:

Soffia forte venticello
porta lontano il suo cappello
così che a lungo lui debba cercare
e io da sola possa restare.

Ci fu una folata di vento che strappò dalla testa di Corradino il suo cappello, e lui si mise a rincorrerlo per i campi.
Quando Corradino tornò, Caterina si era già pettinata e aveva rifatto il nodo ai capelli. Il ragazzo ci rimase molto male.

E fu così anche il giorno successivo. Corradino, infuriato per via del comportamento di Caterina, andò dal vecchio Re e gli disse che non voleva più custodire le oche insieme a quella ragazza.

Meravigliato, il Re chiese come mai, e Corradino gli raccontò tutto:
– Ogni volta che passiamo per la vecchia cascina lei saluta un cavallo, che le risponde sempre “Se sapesse tua madre la Regina cosa ti è accaduto, il suo cuore si spezzerebbe dal dolore!”, poi arrivati al prato vicino allo stagno si scioglie i capelli d’oro e arriva sempre una folata di vento che mi fa volare via il cappello, così io devo passare la mattinata a rincorrerlo! Non ne posso più!

Il Re, molto incuriosito, chiese al ragazzo di accompagnare Caterina ancora una volta, poi avrebbe provveduto a sistemare le cose.

Il giorno dopo il Re, volendo capire cosa stesse succedendo, si nascose in un angolo riparato della vecchia cascina e aspettò che arrivassero i due ragazzi. Vide Caterina che salutava Falada, e questo che le rispondeva con le parole “Se sapesse tua madre la Regina cosa ti è accaduto, il suo cuore si spezzerebbe dal dolore!”

Insospettito, il Re li seguì a debita distanza fino al prato, dove Caterina si sciolse i capelli. La vide sussurrare delle parole e subito si alzò un forte vento che fece volare via il cappello di Corradino, costringendolo a rincorrerlo.
Infine vide la ragazza pettinarsi i capelli e riannodare il nastro.
Soddisfatto il Re tornò senza essere visto al castello.

Quella sera Caterina fu convocata dal Re. Quando lei si trovò al suo cospetto, il Re le chiese:
– Ragazza mia, come mai parli ad un cavallo che ti risponde “Se sapesse tua madre la Regina cosa ti è accaduto, il suo cuore si spezzerebbe dal dolore!”, e poi pronunci magiche parole che fanno alzare il vento?
Colta di sorpresa Caterina rispose:
– Non posso dirlo a persona alcuna, ho giurato e se non mantengo la promessa perderò la vita…

Il Re la guardò pensieroso, quando gli balenò per la testa un’idea:
– Non puoi dirlo a me nè a nessun’altra persona, ma penso che un forno per il pane potrà ascoltarti volentieri – e condusse la ragazza in cucina dove la invitò a infilare la testa nel forno spento e confidargli tutta la sua storia.

Caterina non sapeva che il forno aveva anche una seconda apertura, dalla quale il Re stava ascoltando ogni parola. Quindi raccontò tutto, dalla partenza del viaggio a come la sua domestica l’aveva trattata e dell’inganno di cui era stata vittima.

Udite quelle parole il Re convocò subito una dama di corte e ordinò di far vestire Caterina come si conviene ad una principessa. Poi chiamò suo figlio e gli rivelò che era stato ingannato anche lui, la sua promessa sposa era solo una domestica, la vera Principessa era Caterina.

Il giovane Principe, affascinato dalla bellezza di Caterina, fu molto felice di non dover sposare quella falsa principessa di una domestica, che oltretutto era antipatica e sempre piena di incredibili richieste.

La domestica fu quindi smascherata e cacciata dal castello, mentre per Caterina e il suo Principe, si preparò la festa per il banchetto nuziale.

E vissero tutti felici e contenti.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Il Soldatino di Piombo 💞

Un soldatino con un cuore immenso: riuscirà a superare ogni sfida per il suo amore?

Il Soldatino di Piombo si innamora perdutamente della graziosa Ballerina, ma il loro amore viene ostacolato da un diavoletto invidioso, deciso a separarli.

Nonostante le avversità, questa toccante fiaba di Hans Christian Andersen celebra la forza dell’amore, capace di superare ogni sfida.

Il nostro adattamento de “Il Soldatino di Stagno” mantiene intatto il messaggio di speranza e il potere delle emozioni autentiche, regalando un finale indimenticabile.


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“Il Soldatino di Piombo 💞“

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Il Soldatino di Piombo 💞


C’erano una volta venticinque soldatini di piombo, tutti uguali. La loro uniforme era rossa e blu, imbracciavano il fucile e guardavano dritto davanti a loro.

Quando fu tolto il coperchio della scatola in cui giacevano, le prime parole che udirono in questo mondo furono:
– Evviva, i soldatini di piombo! – dette da un bambino che batteva le mani.

Tutto felice il bambino cominciò a sistemarli sulla tavola. Ogni soldatino era esattamente uguale all’altro, tutti tranne uno, a cui mancava una gamba; forse era stato fatto per ultimo quando il metallo ormai stava finendo.

Eppure stava fermo su una gamba sola, come gli altri stavano fermi su due, ed è per questo che attirò subito l’attenzione del bambino.

Sul tavolo però c’erano anche altri giocattoli, tra cui un grazioso castello tutto fatto di cartone. Davanti al castello, sempre ritagliati nella carta, c’erano degli alberelli e vicino al portone una Ballerina, che stava con la gamba sollevata così in alto che sembrava anche lei avere una gamba sola.
Ad adornare i suoi capelli di carta c’era una piccola rosellina di metallo dorato.

Una volta fuori dalla scatola il Soldatino di Piombo notò subito la bellissima Ballerina, e se ne innamorò all’istante.
“E’ la donna più bella del mondo!” pensò, “ma è così delicata, e vive in un castello, mentre io possiedo solo una scatola con dentro altri ventiquattro soldati uguali a me… devo comunque conoscerla!”

Si nascose quindi dietro una strana scatoletta di legno tutta intarsiata, che stava anch’essa sul tavolo. Da lì poteva osservare la graziosa Ballerina, che continuava a stare su una gamba sola senza perdere l’equilibrio.

Il Soldatino di Piombo non se ne accorse, ma anche la Ballerina lo guardò di sfuggita, rimanendo colpita dal suo aspetto fiero e dignitoso.

Quando fu notte, e tutte le persone nella casa furono andati a dormire, i giocattoli iniziarono a vivere la loro vita, giocando ballando e combattendo.

I soldatini di piombo fremevano nella loro scatola perché volevano uscire anche loro, ma non riuscivano ad alzare il coperchio, gli schiaccianoci giocavano saltando qua e là, mentre i gessetti correvano su e giù per la lavagna di ardesia.

Gli unici due che non si mossero dai loro posti furono il Soldatino di Piombo e la piccola Ballerina. Lei ferma in punta di piedi, con entrambe le braccia tese, lui fermo su una gamba sola, senza mai distogliere lo sguardo dal suo viso.

Il tempo passò, l’orologio a cucù suonò la mezzanotte e d’improvviso, dalla scatoletta intarsiata poggiata sul tavolo, volò via il coperchio: dal suo interno balzò fuori un piccolo diavoletto che si guardò intorno furtivo e, per primo, vide il Soldatino di Piombo.

– Ciao Soldatino di Piombo! – disse il diavoletto – cosa stai guardando con quella faccia imbambolata? – seguì il suo sguardo e si accorse che guardava la Ballerina.
Ma il Soldatino di Piombo non fece caso al diavoletto e sembrò non sentirlo proprio.

– Ciao Soldatino di Piombo! – ripeté il diavoletto, ma il Soldatino di Piombo ancora rimase immobile e non disse nulla.
– Come osi ignorarmi in questo modo! – disse furioso il diavoletto verso il Soldatino di Piombo – Vedrai domani cosa ti combino, vedrai!
E detto questo se ne ritornò nella sua scatoletta intarsiata.

Quando fu mattina, il bambino giocò un poco col Soldatino di Piombo, poi lo poggiò sul davanzale della finestra. D’un tratto la finestra si spalancò e il Soldatino di Piombo cadde giù sulla strada, infilandosi tra due pietre del selciato e rimanendo così nascosto alla vista.
Una perfida vocina, dentro la scatola di legno intarsiata sul tavolo, ridacchiava felice…

Il bambino scese subito a cercare il Soldatino di Piombo, ma, sebbene gli passò così vicino quasi da calpestarlo, non lo vide.
Presto cominciò a piovere e il bambino tornò dentro casa.

Poco dopo passarono di lì due ragazzini, stavano anche loro correndo a casa per la pioggia e notarono il Soldatino di Piombo.

– Guarda! – gridò uno dei due – un Soldatino di Piombo!
Lo presero, lo guardarono ed ebbero un’idea: visto che, a causa della pioggia, al lato della strada si era formato un rigagnolo d’acqua, decisero di provare a farlo navigare su una barchetta di carta.

Così presero un foglio di giornale e fecero una barchetta, vi misero sopra il Soldatino di Piombo e lo fecero navigare giù per la strada.
La barchetta di carta iniziò a sballottare veloce su e giù in mezzo al ruscello, andava così veloce che il Soldatino di Piombo per la paura tremò. Ma rimase fermo, non mostrò emozione e continuò a guardare dritto davanti a sé, impugnando il fucile, perché lui era un soldato.

Sbandando, la barchetta finì in un canale di scolo dell’acqua, buio e maleodorante.
– Dove mai sarò adesso? – si chiese il Soldatino di Piombo – se almeno fosse qui con me la dolce Ballerina, avrei meno paura, e del buio non m’importerebbe…

La corrente divenne più veloce e forte, la barchetta girò su sé stessa tre, quattro volte, e si riempì d’acqua fino all’orlo: stava per affondare!
Il Soldatino di Piombo era in piedi con l’acqua fino al collo e pensò alla sua bella Ballerina di cui, probabilmente, non avrebbe mai più rivisto il dolce viso.

La barchetta si sfasciò proprio quando il canale di scolo si immetteva nel fiume con una piccola cascatella, e lì il Soldatino di Piombo si inabissò.
Ma proprio in quel momento passò di lì un grosso pesce che pensando di fare un buon pasto, lo inghiottì.

Com’era buio lì dentro, ancora più buio che nel tunnel, ma il tenace Soldatino di Piombo rimase fermo e impettito, con il fucile bene in spalla.

Il pesce nuotò su e giù per il fiume, ma il giorno seguente venne pescato e venduto al mercato. Fu poi portato in una cucina, dove la cuoca lo aprì con un grosso coltello.

La donna, stupita, vi trovò dentro il Soldatino di Piombo, lo prese tra l’indice e il pollice, lo sciacquò e lo portò nella sala da pranzo per farlo vedere al suo bambino.

Lo mise sul tavolo, e… non ci crederete, a volte succedono cose incredibili: il Soldatino di Piombo era nella stessa casa da dove era partito il giorno prima!

Vide lo stesso bambino e gli stessi giocattoli, e c’era ancora lo stesso grande castello con la graziosa Ballerina.
Era ancora lì in piedi su una gamba sola e con l’altra alta in aria.
Lui la guardò e lei ricambiò il suo sguardo; il suo cuore di carta, infranto per averlo perso di vista il giorno precedente, era ora pieno di gioia nel rivederlo.

Dentro la scatola intarsiata invece si sentì un grugnito e delle parole confabulate con rabbia: era il diavoletto, che non poteva sopportare di rivedere ancora il Soldatino di Piombo in quella casa.

– Adesso ti sistemo io… – disse il diavoletto, e pronunciò delle strane e magiche parole.

Improvvisamente e senza nessun motivo il bambino prese il Soldatino di Piombo e lo gettò nella stufa!
Sicuramente era stato il piccolo diavoletto a consigliare quel gesto sconsiderato al bambino…

Il Soldatino di Piombo dentro la stufa sentiva un calore davvero terribile, non sapeva se soffriva di più per il fuoco, o per la perdita della sua dolce Ballerina.
Lui guardò la sua piccola signora, lei guardò lui con le lacrime disegnate sugli occhi.

Il Soldatino di Piombo sentì che si stava sciogliendo, ma rimase saldo e fermo col fucile in spalla.

Il diavoletto voleva vederlo sciogliersi il più rapidamente possibile, così,
con una magia aprì la finestra per far entrare più aria.

Ma con la finestra aperta una folata di vento raggiunse la piccola Ballerina che, essendo fatta di carta iniziò a volare nell’aria, dolce e leggera come solo le ballerine possono fare.

Volò via, verso il suo Soldatino di Piombo fin dentro la stufa, dove divenne un’unica piccola ma scintillante fiamma…
Poco dopo anche il Soldatino di Piombo era ormai sciolto in un piccolo grumo di metallo.

Quando la mattina dopo il papà raccolse le ceneri della stufa, vi trovò dentro una piccola forma di cuore fatta di piombo, con incastonata al centro una minuscola rosa d’oro.

Posò lo strano cuoricino sul tavolo, proprio vicino alla scatoletta di legno intarsiato, dal cui interno una vocina irritata oltre misura non la finiva più di brontolare…

Senza volerlo, il diavoletto, aveva unito per sempre l’amore del fiero Soldatino di Piombo e della dolce Ballerina.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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La Regina delle Nevi ❄️

Kay è stato portato via dalla misteriosa Regina delle Nevi, e solo Gerda, con il suo coraggio e amore, potrà salvarlo.

Segui Gerda in un’avventura emozionante, tra prove difficili e incontri magici, mentre lotta per riportare Kay a casa.

Un racconto profondo che celebra l’amicizia, la determinazione e la forza dell’amore.

Questa fiaba senza tempo di Hans Christian Andersen ha ispirato capolavori come il celebre film Disney “Frozen”.


Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “La Regina delle Nevi ❄️“!

“La Regina delle Nevi ❄️“

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La Regina delle Nevi ❄️


Indice dei capitoli

❄️ CAPITOLO 1 – Lo specchio e le schegge


C’era una volta un perfido folletto che si dilettava a fare il mago e costruì uno specchio magico. Quel giorno era proprio di buon umore perchè aveva creato uno specchio capace di far sparire tutte le cose belle e buone che vi si specchiavano dentro.

Anche il paesaggio più incantevole, dentro lo specchio appariva come abbandonato e privo di bellezza. I volti delle persone venivano deformati e diventavano irriconoscibili, e anche le più belle persone apparivano repellenti.

E se lo specchio rifletteva qualcosa di brutto, lo rendeva persino orribile.

Il perfido folletto si divertiva un mondo a fare scherzi e a spaventare le persone, mostrando loro quello che lo specchio rifletteva.

E lui rideva, rideva così tanto che un giorno, per tenersi la pancia con le mani a causa delle troppe risate, fece scivolare lo specchio, che cadde a terra frantumandosi in mille pezzi.

Il perfido folletto gridò di rabbia. Il suo gioco preferito era ormai andato perduto.

Le schegge dello specchio erano così piccole e leggere che diventarono una piccola nuvola fatta di mille pezzettini scintillanti, grandi non più di un granello di sabbia, e il vento le sparse per tutto il mondo.

La più grande sfortuna era che ogni singola scheggia di specchio frantumato possedeva il medesimo malefico potere che aveva lo specchio intero.

Alcune schegge si conficcarono negli occhi delle persone, facendo sì che vedessero il mondo come un posto triste e insopportabile in cui dover vivere per forza. Altre schegge si posarono dentro i cuori, trasformando quelle povere persone in esseri privi di sentimenti e di amore.

Quando si rese conto di cosa i frammenti del suo specchio erano stati in grado di fare, il malefico folletto rise ancora di più e continuò a ridere per tutta la sua vita, perché sapeva che tutte quelle schegge sarebbero volate per il mondo e avrebbero portato la tristezza nelle persone per chissà quanto tempo ancora.

Ma non poteva immaginare l’avventura che i suoi frammenti di specchio avrebbero fatto affrontare a due bravi e cari bambini, il giovane Kay e la dolce Gerda…

… continua nel CAPITOLO 2: Kay e Gerda

Note alla Regina delle Nevi

La Regina delle Nevi è forse il racconto più lungo e complesso scritto da Hans Christian Andersen.

Racconta la storia di crescita e maturità di due ragazzi, Kay e Gerda, che dovranno affrontare le loro paure più profonde per poter alla fine essere finalmente felici insieme.

Il significato profondo di questa storia lo si intuisce già daslla suddvisione in sette capitoli, che in realtà possono essere letti quasi come storie assolutamente indipendenti tra loro, ma che insieme formano una elaborata storia in cui Gerda dimostrerà di riuscire ad affrontare il mondo contando solo sulle proprie forze, e un pizzico di fortuna (che non guasta mai).
In fondo Gerda ha sempre avuto tutte le capacità di cui aveva bisogno, solo non sapeva ancora di possederle.

Mentre Kay, grazie all’amore di Gerda, solo alla fine si renderà conto di quanto illusorie e pericolose siano state le sue ambizioni.

Questo racconto è stato alla base dell’ispirazione per il famoso film della Disney “Frozen”.

Una precisazione, nel racconto originale di Andersen, Gerda incontra prima la donna di Lapponia e poi la donna di Finlandia, che però è un controsenso in quanto, ipotizzando un viaggio verso nord, si incontra prima la Finlandia e poi la Lapponia (che è una regione della stessa Finlandia).
Per essere il più coerenti possibile con la geografia, abbiamo volutamente scambiato i nomi dei due personaggi.

Speriamo che la nostra versione vi piaccia!

😊

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Jack e il fagiolo magico 🌱

Dove porterà mai il fusto del magico fagiolo gigante cresciuto nel giardino di casa di Jack?

Jack scambia la sua mucca per un fagiolo magico e, incredulo, assiste alla crescita di una pianta gigante che lo porta in un mondo sospeso tra le nuvole.

Qui dovrà sfidare un terribile gigante per salvare sé stesso e la sua mamma.

Un classico senza tempo che parla di coraggio, astuzia e un pizzico di magia, perfetto per far sognare grandi e piccini.


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“Jack e il fagiolo magico 🌱“

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Jack e il fagiolo magico 🌱


C’era una volta una povera vedova che viveva in una casetta sperduta in una valle con il suo unico figlio Jack, uno scavezzacollo dal cuore molto gentile e affettuoso.

Era appena finito un duro inverno e la mamma, che era rimasta malata per molto tempo, mandò Jack a vendere la loro unica mucca al mercato. Contava così di avere un po’ di denaro per andare avanti, in attesa di rimettersi in sesto e poter riprendere a lavorare.

Jack si recò quindi a vendere la mucca al mercato. La sua attenzione fu attirata da un vecchio mercante con una lunga barba bianca, che gli si avvicinò con in mano qualcosa.

Erano degli strani fagioli e raccontò al ragazzo che erano magici:
– Se li pianti oggi, domani avrai una pianta così alta da toccare il cielo! – gli disse, e persuase Jack a scambiare la mucca con quei fagioli.

Quando sua madre, invece dei soldi che si aspettava per la mucca, vide in mano a Jack solo dei fagioli, andò su tutte le furie. Li prese e li gettò in giardino e per punizione mandò Jack a letto senza cena.

All’alba Jack si svegliò e d’istinto uscì in giardino, dove scoprì con stupore che uno dei fagioli era cresciuto durante la notte, ed era così alto che scompariva tra le nuvole!

“Sarebbe facile scalarlo” si disse Jack e, senza pensarci due volte, iniziò immediatamente a salire. Salì finchè persino l’alto campanile della chiesa sembrava piccolo, e ancora non riusciva a vedere la cima della pianta di fagioli!

Finalmente raggiunse la cima della pianta e si ritrovò in un bosco con al centro un grande castello.

Jack decise di entrare. Bussò forte e, poco dopo, la porta fu aperta da una spaventosa Gigantessa che, sorpresa, gli disse:
– E tu da dove sbuchi fuori?

Non appena Jack la vide cercò di scappare, ma lei fulminea lo prese per la collottola e lo trascinò nel castello tutta felice.

– Oh che bello, finalmente ho trovato un nuovo sguattero e io sarò libera da tutte le faccende domestiche! Pulirai la casa, sistemerai il giardino e farai tutto quello che ti dico quando il Gigante mio marito è fuori dal castello – poi si fermò e lo guardò dritto negli occhi – però, quando lui è a casa, devo nasconderti, perché finora ha divorato tutti i miei sguatteri e tu saresti un boccone molto delizioso, ragazzino – e trascinò Jack fino alle cucine.

Il povero ragazzo era spaventato a morte…
– Sono pronto ad aiutarvi e a fare tutto il possibile per servirvi, mia signora – disse – solo vi prego di nascondermi bene da vostro marito, perché non mi piacerebbe affatto essere mangiato…

– Sei un ragazzo molto intelligente – disse la gigantessa, annuendo – ora devo nasconderti, tra poco mio marito arriverà per colazione – e lo rinchiuse in un grande armadio con un’enorme serratura, da cui Jack poteva vedere cosa succedeva nella stanza.

Poco dopo si sentirono dei passi pesanti avvicinarsi alla cucina, e poi una grossa voce tuonare:
– Moglie! Sento profumo di giovanotto nel castello! Fammelo mangiare a colazione!

– Sei invecchiato caro mio – gli rispose la gigantessa a voce alta – È solo il profumo di una bella bistecca di elefante… siediti e fai una buona colazione – e gli mise davanti un piatto enorme di carne saporita e fumante, cosa che gli fece molto piacere e gli fece dimenticare la sua idea di un giovanotto nel castello.

Jack osservava tutto dal buco della serratura.

Finita la colazione ordinò alla moglie di portargli la sua gallina che deponeva le uova d’oro. La Gigantessa tornò presto con una gallinella marrone, che posò sulla tavola davanti al marito che disse:
– Deponi! – e immediatamente la gallina depose un uovo d’oro.

Jack non credeva ai suoi occhi, se avesse avuto una gallina del genere lui e sua madre non avrebbero mai più patito la fame…

Poco dopo il Gigante posò la gallina sul pavimento, e subito dopo si addormentò profondamente, la moglie invece aveva preso alcuni panni ed era andata al fiume per lavarli.

Jack allora aprì l’anta dell’armadio e sgattaiolò fuori con molta cautela, prese in braccio la gallina, e si affrettò a lasciare il castello il più velocemente possibile, scendendo dal gigantesco tronco del fagiolo magico come un fulmine.

Quando sua madre lo vide ritornare pianse di gioia, perché aveva temuto che Jack fosse scappato di casa per colpa della punizione della sera precedente.

Ma Jack posò la gallina marrone davanti a lei e le raccontò della scalata sul fagiolo magico, di come era entrato nel castello del Gigante e tutte le sue avventure. La madre fu molto contenta di vedere la gallina, che li avrebbe certamente tolti dalla povertà.

Passavano i giorni e il fagiolo magico era sempre lì, gigantesco e alto fino al cielo. Jack lo guardava e pensava a quali altri tesori poteva trovare dentro il castello del Gigante, così un giorno ebbe un’idea.

Si tinse i capelli e si travestì, risalì il tronco del fagiolo e bussò alla porta del castello. La Gigantessa non lo riconobbe, lo prese e lo trascinò dentro come aveva fatto la prima volta per farsi aiutare a fare i lavori di casa. Quando arrivò il marito lo nascose nell’armadio, senza pensare che fosse lo stesso ragazzo che aveva rubato la gallina.

Il Gigante entrò dicendo:
– Moglie! Sento profumo di giovanotto nel castello! Fammelo mangiare a pranzo!

– Sei invecchiato caro mio – gli rispose la gigantessa a voce alta – È solo il profumo di un arrosto succulento… siediti e fai un buon pranzo – e gli mise davanti un piatto enorme, pieno di arrosto fumante, cosa che gli fece molto piacere e gli fece dimenticare la sua idea di un giovanotto nel castello.

Jack osservava tutto dal buco della serratura.

Finito il pranzo ordinò alla moglie di portargli i sacchi con i denari, che voleva contarli. La Gigantessa tornò presto con due grandi sacchi, che posò sulla tavola davanti al marito.

– Tieni – disse la Gigantessa – questo è tutto ciò che resta del denaro del barone che viveva nel castello, quando l’avrai speso tutto dovremo andare a prendere il castello di qualcun’altro – e uscì dalla stanza.

Il Gigante scrollò le spalle, tirò fuori mucchi e mucchi di monete d’oro, e iniziò a contarle finché non fu stanco. Poi rimise tutto nei sacchi e, appoggiandosi allo schienale della sedia, si addormentò profondamente.

Jack sgusciò fuori piano piano dall’armadio e, prendendo i sacchi di denaro, corse via. Ridiscese dal fagiolo magico e corse da sua madre.

– Guarda madre, ti ho portato due sacchi pieni d’oro!
– Oh, Jack… tu sei un bravissimo ragazzo, ma non devi più mettere a rischio la tua preziosa vita nel castello del Gigante! Non devi andarci mai più!
Jack annuì per far felice sua madre, ma era deciso a tornare ancora nel castello del Gigante.

Così, qualche giorno dopo, si arrampicò ancora una volta, entrò nel castello senza farsi vedere e si nascose dentro l’armadio.

Poco dopo il Gigante tornò a casa, e appena varcò la soglia ruggì:
– Moglie! Sento profumo di giovanotto nel castello! Fammelo mangiare a cena!

– Sei invecchiato caro mio – gli rispose la gigantessa a voce alta – È solo il profumo di un porcellino grigliato… siediti e fai un buona cena – e gli mise davanti un piatto enorme con sopra un porcellino fumante, cosa che gli fece molto piacere e gli fece dimenticare la sua idea di un giovanotto nel castello.

Quando ebbe mangiato tutto il Gigante disse:
– Moglie, portami la mia arpa farò un po’ di musica mentre tu farai la tua passeggiata.

La Gigantessa obbedì e tornò con una bella arpa tutta scintillante di diamanti e rubini e con le corde d’oro.

Il Gigante disse rivolgendosi all’arpa – suona! – e l’arpa, che era magica, si mise a suonare una dolce melodia che ben presto lo fece addormentare.

Jack sgattaiolò fuori dall’armadio, controllò che la Gigantessa fosse uscita, afferrò l’arpa dalle mani del Gigante e corse via come il vento.
Ma proprio mentre stava per uscire dal castello, l’arpa magica gridò:
– Aiuto! Aiuto!

Il Gigante si svegliò, con un tremendo ruggito balzò dalla sedia e in due passi raggiunse il portone. Voleva acciuffare il ladro che stava cercando di rubargli l’arpa magica.

E stava per riuscirci! Jack, però, era molto agile, sfuggì alle grinfie del Gigante e corse giù dal tronco del fagiolo magico.

Il Gigante cercò di inseguirlo ma, data la sua stazza, si muoveva in modo molto lento e goffo.
Jack fece quindi in tempo ad arrivare a casa e prendere l’ascia, con la quale diede tre colpi ben assestati al tronco del fagiolo magico. La pianta, abbattuta, cadde a terra ma, non appena il tronco del fagiolo magico toccò il terreno, svanì come per magia, e con esso sparirono il Gigante, la Gigantessa e il loro Castello.

Jack e sua madre non credevano ai loro occhi.
Si misero a cantare e ballare dalla gioia di essersi liberati del Gigante cattivo, e grazie alla gallina dalle uova d’oro, i sacchi di denaro e l’arpa magica che gli avevano sottratto, vissero per sempre felici e contenti.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Il Mago di Oz 🌪️🌈

Il Mago di Oz: un viaggio magico alla scoperta delle proprie capacità per credere in sè stessi

Dorothy e il suo fedele cagnolino Toto vengono trasportati in un mondo incantato, dove incontrano uno Spaventapasseri senza cervello, un Boscaiolo di Latta senza cuore e un Leone Codardo in cerca di coraggio.

Insieme, intraprendono un’avventura straordinaria per trovare il Mago di Oz, ma lungo il cammino scopriranno che la vera magia è già dentro di loro.

Una fiaba senza tempo, ricca di meraviglia e insegnamenti, che incanta grandi e piccini.


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“Il Mago di Oz 🌪️🌈“

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Il Mago di Oz 🌪️🌈


Indice dei capitoli

  1. Il tornado
  2. Dorothy incontra lo Spaventapasseri, il Boscaiolo di Latta e il Leone.
  3. Il viaggio verso Oz.
  4. La Città di Smeraldo.
  5. Alla ricerca della Strega Cattiva dell’Ovest.
  6. Il ritorno dal Mago di Oz.
  7. La Strega Buona del Sud.

Il Mago di Oz 🌪️🌈 CAPITOLO 1:
Il tornado


Dorothy viveva in una fattoria nelle grandi praterie del kansas col suo cane Toto, lo zio Henry e la zia Em. La casa era piccola, formata da un’unica stanza che faceva da cucina, soggiorno e camera da letto. Non c’erano né soffitte né cantine, e l’unico posto dove potevano rifugiarsi in caso dell’arrivo di un tornado, era una buca stretta e buia fatta nel terreno a cui si accedeva tramite una botola nel pavimento della casa.

Quando Dorothy guardava fuori casa, poteva vedere solo la sterminata e piatta prateria fatta di terra e sterpaglie, non c’era un solo albero e anche l’erba non era verde, ma di colore quasi grigiastro. Non c’era nulla di gioioso in quel posto.
Solo Toto, il suo cagnolino, riusciva a portare un po’ di sorriso in quel posto grazie alle sue feste e i suoi salti.

Quel giorno zio Henry era seduto fuori dalla porta e guardava preoccupato il cielo più grigio del solito, Dorothy era lì vicino a lui con Toto in braccio. Poco dopo il vento iniziò ad alzarsi e in un attimo l’aria diventò gelida.

– Em! C’è un tornado in arrivo! – gridò zio Henry – vado a sistemare le bestie.
E così corse al capanno dove c’erano le mucche e i cavalli. Zia Em corse fuori casa a vedere.

– Svelta Dorothy, scendi nel rifugio! – gridò alla bambina, ma proprio in quel momento Toto le scappò dalle braccia e si nascose sotto il letto, Dorothy gli corse dietro mentre zia Em corse alla botola sul pavimento, la aprì e vi si calò dentro.

Finalmente Dorothy acchiappò Toto e fece per scendere nel rifugio, ma la casa colpita dalle raffiche di vento iniziò a tremare, Dorothy perse l’equilibrio e si ritrovò seduta sul pavimento.
A quel punto accadde qualcosa di straordinario.

La casa iniziò a girare su sé stessa e poi si alzò lentamente in aria, quasi fosse una mongolfiera. I venti del nord e del sud si erano incontrati proprio sopra casa sua, creando quello che si chiama l’occhio del ciclone.

La casa continuava a fluttuare dolcemente nell’aria, Toto abbaiava e correva per la stanza e quasi cadde giù per quello che era il buco della botola del rifugio, ma Dorothy lo afferrò per un orecchio e lo riportò vicino a sé.

Il tempo passava, la casa continuava a fluttuare dolce al centro del tornado, e lo spavento iniziale piano piano iniziò a passare. Alla fine, stanca e cullata dal dondolio della casa, la bambina si trascinò fino al suo lettino e si addormentò con Toto accanto.

Dorothy fu svegliata da un colpo improvviso, si mise a sedere sul lettino e si accorse che la casa non si muoveva più. Saltò giù dal letto e corse fuori.

La casa era stata depositata con delicatezza dal tornado in mezzo a una campagna con fiori, prati e alberi verdi, come non aveva mai visto.

Mentre contemplava quella meraviglia di paesaggio, si accorse che un gruppetto di persone vestite in modo alquanto bizzarro, le stava venendo incontro.

Erano tre uomini e una donna di bassa statura, alti quasi come lei, vestiti con cappelli a cono da cui pendevano dei campanellini che tintinnavano ad ogni passo. Gli uomini erano vestiti tutti di blu, mentre la donna di un bianco candido. Tutti e quattro parlavano tra di loro sottovoce.

L’anziana donna infine le si avvicinò facendo un inchino, e con voce dolce ed emozionata disse:
– Benvenuta o nobile maga nel paese dei Munchkin, ti siamo infinitamente grati per aver ucciso la Strega Cattiva dell’Est e aver liberato questo popolo dalla schiavitù.

Dorothy ascoltava senza capire e le rispose:
– La ringrazio gentile signora, ma dev’esserci un errore, io non ho ucciso nessuno!
– Ma la tua casa si! – rispose la donna indicando una parte dell’abitazione da cui sbucavano fuori dei piedi calzati da scarpette d’argento.

Dorothy sobbalzò spaventata – Povera me! La casa deve esserle caduta addosso… ma io non ne ho colpa è stato il tornado…
– Non devi preoccuparti, anzi! Te l’ho detto era la Strega Cattiva dell’Est, e tu ci hai fatto un grosso favore liberandoci dalla sua schiavitù!

Dorothy era ancora molto confusa, ma l’anziana signora continuò.
– Io sono la Strega del Nord, ma sono buona e benvoluta dai Munchkin. Purtroppo non sono mai stata potente come la Strega dell’Est e non sono mai riuscita ad aiutarli con i miei poteri…

Dorothy rimase sorpresa.
– Ma io ho sempre creduto che tutte le streghe fossero cattive! – le disse.
– Oh no! In tutto il paese di Oz solo le streghe dell’Est e dell’Ovest sono cattive, io del Nord e la Strega del Sud siamo buone! Adesso grazie a te rimane una sola strega cattiva! – Rispose felice la Strega del Nord.

Dorothy rimase un attimo in silenzio, poi uno dei tre Munchkin gridò indicando là dove spuntavano le gambe della Strega Cattiva dell’Ovest: la strega si era dissolta in una nuvola di fumo ed erano rimaste solo le sue scarpette d’argento!

La Strega del Nord si accovacciò a prendere le scarpette e le pose gentilmente in mano a Dorothy.
– Ora queste scarpette sono tue. – le disse.

Dorothy guardò meravigliata le scarpette e subito le indossò, poi aggiunse quasi sottovoce:
– Devo tornare a casa da zia Em e zio Henry…
– E dove si trova casa tua?
– Nel Kansas…

La Strega del Nord la guardò dispiaciuta piena di tenerezza.
– Non ho idea di dove si trovi il Kansas… non so come aiutarti…
Dorothy stava per scoppiare a piangere, poi la Strega del Nord aggiunse:
– Ma forse il potente Mago di Oz saprà farti tornare a casa! Devi solo andare alla città di Smeraldo, là potrai chiedergli udienza, sono certa che lui saprà aiutarti a ritrovare la strada di casa.

Sul viso di Dorothy si dipinse un sorriso.
– E come faccio ad arrivare alla città di Smeraldo?!
– Devi solo seguire il sentiero di mattoni dorati che inizia proprio dietro quella collinetta.
– Potete accompagnarmi? – chiese speranzosa Dorothy.
– Oh no, purtroppo no, non possiamo venire con te, però posso darti il mio bacio, nessuno oserà mai fare del male a chi ha ricevuto il bacio della Strega del Nord – e così prese la sua testa fra le mani e la baciò sulla fronte.

I tre Munchkin e la strega fecero un profondo inchino salutandola, Dorothy prese in braccio Toto e si incamminò verso il sentiero di mattoni dorati con ai piedi le magiche scarpette argentate della Strega dell’Est.

… continua nel CAPITOLO 2

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Il lupo e i sette capretti 🐺🐐

Mamma capra va il mercato, e i sette capretti l’aspettano sapendo che non dovranno aprire a nessuno, ma…

Un lupo affamato escogita un inganno per divorare sette caprettini indifesi.
Ma non ha fatto i conti con l’astuzia di mamma capra!

Questa celebre fiaba dei fratelli Grimm insegna ai bambini a riconoscere i pericoli, a non fidarsi delle apparenze e a trovare il coraggio di affrontare le difficoltà.

Una storia ricca di colpi di scena, con un lieto fine che premia l’ingegno e l’amore materno.


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“Il lupo e i sette capretti 🐺🐐“

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Il lupo e i sette capretti 🐺🐐


C’era una volta mamma capra con i suoi sette caprettini, a cui voleva tanto bene.

Un giorno disse ai caprettini che sarebbe andata al mercato a far compere e aggiunse di stare molto attenti al lupo, di non farlo entrare in casa per nessun motivo, che sennò li avrebbe mangiati in un sol boccone.

I capretti risposero che avrebbero fatto molta attenzione, la mamma uscì quindi di casa e i capretti chiusero la porta col chiavistello.

Come aveva previsto la mamma, di lì a poco si sentì qualcuno bussare forte. Era il lupo cattivo che gridava con voce roca:

– Apritemi la porta cari figli miei, sono la vostra mammina!

I capretti, però, capirono subito dalla voce che quella non era la loro mamma e risposero prontamente:

– Non ti apriremo la porta! Tu non sei la mamma, sei il lupo cattivo!

Il lupo cattivo capì che doveva presentarsi con una voce più dolce, allora prese due cucchiai di miele e tornò a bussare con voce gentile:

– Apritemi la porta cari figli miei, sono la vostra mammina!

Ma il lupo aveva commesso l’errore di appoggiare la sua zampaccia nera sul davanzale della finestra accanto alla porta. I capretti la videro e risposero prontamente:

– Non ti apriremo la porta! Tu non sei la mamma, sei il lupo cattivo!

Il lupo, accortosi del suo errore, corse dal fornaio e infilò le sue zampe nella bianca farina, facendole diventare candide come quelle di mamma capretta.

Così torno dai caprettini, appoggiò la zampa sul davanzale e disse con voce dolce:

– Apritemi la porta cari figli miei, sono la vostra mammina!

I capretti, vista la zampa imbiancata del lupo, credettero veramente che fosse la loro mamma, e aprirono la porta.

Ma invece della mamma i capretti si trovarono davanti il lupo cattivo!

Corsero tutti a nascondersi dove poterono, chi sotto il tavolo, chi dietro il divano, un altro sotto al letto, uno dentro la stufa, l’altro nell’armadio, uno dietro la tenda e l’ultimo dentro la cassa del grande orologio a pendolo in soggiorno.

Ma il lupo ben presto iniziò a trovarli e, ingordo, li mangiava in un sol boccone.

Solo un capretto non riuscì a mangiare perché non lo trovò, si era nascosto dentro la cassa del grande orologio a pendolo.

Sazio e contento, il lupo andò a riposarsi facendo un sonnellino sotto un albero non troppo distante.

Quando la mamma ritornò dal mercato, trovò la porta aperta… disperata iniziò a chiamare per nome tutti i suoi capretti, ma solo uno le rispose, mentre usciva dalla cassa dell’orologio.

La mamma gli corse incontro abbracciandolo, e il caprettino le raccontò tutto.

La mamma, infuriata col lupo, corse fuori casa alla sua ricerca, finché non lo trovò che ancora dormiva beato sotto l’albero.

Il caprettino osservò che qualcosa dentro l’enorme pancia piena del lupo si muoveva e si dimenava.

– Sono i capretti miei fratelli che si muovono! Il lupo ingordo li ha mangiati in un sol boccone e sono ancora vivi! – esclamò il piccolo.

La mamma capra corse a prendere la sua forbiciona da cucito e tagliò la pancia del lupo. Con un balzo, uscirono ad uno ad uno tutti i suoi caprettini, in perfetta salute.

Poi, mente il lupo ancora dormiva, mamma capra prese dei bei sassi grossi dal fiume vicino e li mise dentro la sua pancia. Ricucì quindi il tutto, senza che il lupo si accorgesse di nulla.

Finalmente mamma capra e i suoi caprettini poterono tornare a casa tutti assieme e gustarsi la golosa merenda che la mamma aveva preso al mercato per i suoi piccoli.

E vissero tutti felici e contenti.

… e il lupo?
Il lupo si svegliò di lì a poco con una forte pesantezza di stomaco e un gran bruciore alla pancia, assolutamente insopportabile.
Da quel giorno non cercò mai più di mangiare capretti, capì che per lui erano indigesti!

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Il brutto anatroccolo 🐣

Scopri l’avventura del Brutto Anatroccolo, la fiaba di crescita, coraggio e autostima

Deriso per il suo aspetto, il brutto anatroccolo affronta difficoltà e rifiuti fino a scoprire la sua vera natura.

Questa celebre fiaba di Hans Christian Andersen insegna ai bambini il valore della pazienza, della fiducia in sé stessi e della bellezza che sboccia col tempo.

Un racconto senza tempo che aiuta a superare le insicurezze e a capire che ciò che conta davvero è ciò che siamo, non come appariamo.


Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Il brutto anatroccolo 🐣“!

“Il brutto anatroccolo 🐣“

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L’audiofiaba te la racconto io!

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Il brutto anatroccolo 🐣


C’era una volta un’anatra che stava aspettando la schiusa delle sue uova, poste nel nido fatto sulla riva di un laghetto all’interno del campo di una fattoria.
Poco a poco le uova si schiusero tutte, e ne uscirono dei bellissimi pulcini tutti dorati. Però mancava ancora un uovo, quello più grande di tutti, lui tardava a schiudersi.

Finalmente l’uovo si aprì e… Che sorpresa! Mamma anatra e i suoi fratellini videro uscire da quell’uovo più grande del normale uno strano anatroccolo, tutto grigio e goffo!
I suoi fratellini lo ribattezzarono subito “Brutto Anatroccolo” e non mancavano mai di prenderlo in giro e fargli gli scherzi.

Mamma anatra cercava di difenderlo come poteva, e quando era triste il Brutto Anatroccolo correva da lei a farsi stringere e coccolare.
Ma purtroppo anche le altre anatre che abitavano il laghetto lo deridevano e lo prendevano in giro, tanto che il poverino tornava sempre a casa con i lacrimoni agli occhi.

Un giorno il Brutto Anatroccolo decise che ne aveva abbastanza di tutte quelle stupide anatre che lo trattavano male.
– Andrò dove troverò delle anatre che mi sapranno apprezzare per quello che sono – si disse, e spiccò un volo incerto con le sue piccole alette.

Non riuscì ad andare molto lontano, e per la stanchezza si fermò in uno stagno lì vicino, dove vide arrivare uno stormo di anatre selvatiche.
– Forse loro mi accetteranno meglio di come mi hanno accettato le anatre della fattoria – pensò.

Il Brutto Anatroccolo si avvicinò piano piano allo stormo che stava riposando sulle acque dello stagno, e quando fu abbastanza vicino si presentò facendo la riverenza.
– Salve a tutte signore anatre selvatiche io sono…

Ma non fece in tempo a finire la frase che già le anatre selvatiche lo stavano additando e deridendo.

– E cosa saresti tu? Un anatroccolo mostriciattolo? – e continuarono a ridere.
Il povero anatroccolo, deluso, amareggiato e pieno di lacrime, scappò via anche da lì, finché stremato dal volo non si fermò sulle rive di un altro stagno non molto lontano.

Lì vide degli splendidi e candidi cigni che nuotavano con grazia ed eleganza sullo specchio d’acqua.
Erano così belli che il Brutto Anatroccolo ne rimase incantato.
Più li guardava e più pensava: “quanto vorrei essere bello come loro…”

Così, senza nemmeno accorgersene, aveva nuotato verso di loro, fino ad arrivare praticamente in mezzo al gruppo.
“Forse mi beccheranno e mi cacceranno anche loro” pensò l’anatroccolo “ma preferisco che siano a farlo loro, che sono bellissimi davvero, piuttosto che quelle stupide anatre vanitose…”

Ma invece che deriderlo e cacciarlo, i cigni gli corsero tutti incontro, salutandolo e abbracciandolo.
Il Brutto Anatroccolo non capiva, e chiese: – come mai non mi deridete e non mi prendete in giro per quanto sono brutto?
Una di loro gli rispose – brutto tu?! Ma se stai per diventare uno splendido cigno!

– Cigno io?! – rispose sbalordito il Brutto Anatroccolo
Tutti i cigni si misero a far di sì con la testa e gli sorrisero con calore.
– Aspetta qualche giorno e vedrai…

E fu così che dopo pochi giorni il Brutto Anatroccolo si svegliò, ed andatosi a specchiare nello stagno vide che tutte le sue piume grigiastre erano diventate bianche come il latte, e la sua goffaggine si era trasformata in un portamento elegante ed aggraziato: era diventato un cigno!

E quanto era bello, il più bello di tutto lo stagno!
– Quando ero ancora un Brutto Anatroccolo, non avrei mai immaginato che un giorno sarei stato così felice!
E spiccò il volo insieme a tutti i suoi nuovi amici.

Morale della favola: solo credendo sempre in sè stessi e nelle proprie capacità alla fine si riesce a diventare grandi accettandosi per quello che si è.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Il principe ranocchio 🐸

Perché la principessina non vuole ringraziare il ranocchio?

Un ranocchio aiuta una principessa, ma lei non vuole ricambiare il favore. Questa antica fiaba, resa celebre dai fratelli Grimm, racconta di un incantesimo che può essere spezzato solo da un bacio.

Tra promesse infrante, magia e colpi di scena, il ranocchio dovrà conquistare la fiducia della principessa per tornare ad essere un principe.

Una storia che insegna il valore della parola data e dell’apparenza che spesso inganna.


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“Il principe ranocchio 🐸“

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Il principe ranocchio 🐸


C’era una volta un re che aveva tre figlie, tutte bellissime, ma la più giovane era la più bella e dolce di tutte.

La principessina passava le sue giornate vicino alla pozza d’acqua fresca che si trovava all’interno delle mura del castello.

Il suo passatempo preferito era giocare con una palla dorata: la lanciava in aria e la riprendeva, e pareva non si stancasse mai di questo divertimento.

Un giorno però la palla le scivolò di mano e finì proprio in mezzo alla pozza d’acqua lì vicino.

La principessina, non riuscendo a recuperarla, cominciò a piangere disperata perché era molto affezionata a quella palla.

Ad un tratto però sentì una voce:
– Come mai piangi, principessina mia?

La principessina si guardò intorno, per vedere da dove provenisse quella voce, ma vide solo la testa di un grosso ranocchio che spuntava dall’acqua.

– Sei tu che mi hai parlato? – chiese la principessina.
Il ranocchio annuì e le disse:
– Se vuoi posso aiutarti a recuperare la tua palla d’oro. Tu in cambio cosa mi dai?
– Tutto quello che vuoi, anche la mia corona d’oro, basta che me la riporti! – rispose la principessina.

– Del tuo oro non me ne faccio nulla, voglio piuttosto essere tuo amico, passare le giornate con te, mangiare alla tua tavola e dormire nella tua stanzetta – propose il ranocchio.
– Va bene! – esclamò la principessina, che però fra sé e sé pensava “che cosa passa per la testa a quel ranocchio? essere mio amico? Starà scherzando!”

Il ranocchio, con un tuffo, raggiunse la palla d’oro e la riportò alla principessina.
La principessina, piena di gioia, prese la palla fra le mani e corse via senza nemmeno ringraziare.

Il ranocchio le gridò:
– Aspettami! Se corri così veloce non riesco a starti dietro! – ma la principessina era ormai talmente lontana che nemmeno lo sentiva più.

Il giorno dopo, mentre la principessina era a tavola col re, la regina e le sue sorelle, si sentì battere forte al portone del palazzo, e una voce disse:
– Principessina, sono il ranocchio che ti ha recuperato la palla d’oro dalla pozza d’acqua, ora devi mantenere la tua promessa!

Il re guardò la figlioletta e le chiese di cosa si trattasse. La principessina raccontò quindi tutta la vicenda del giorno precedente, e alla fine il re sentenziò:
– Le promesse vanno mantenute figlia mia, fate entrare il ranocchio!

Così il ranocchio fu fatto sedere di fianco alla principessina, che lo guardava con disgusto.
– Avvicinami il tuo piattino d’oro, così che io possa mangiare assieme a te – disse il ranocchio, che mangiò tutto con buon appetito.
La principessina, arrabbiata, invece non mangiò nulla.

Dopo il pasto il ranocchio disse che era molto stanco e avrebbe gradito dormire nella stanzetta della principessina.

La principessina all’idea di dover dormire a fianco di un ranocchio freddo e viscido scoppiò a piangere disperata, ma il re la riprese:
– Non si deve disprezzare chi ti ha aiutato nel momento del bisogno!

Con due dita la principessina prese il ranocchio e lo portò in camera, ma quando furono in stanza il ranocchio disse:
– Sono molto stanco e ho deciso di dormire insieme a te. Se non lo farai, lo dirò a tuo padre.

La principessina, al colmo della collera, lo prese per le zampine e lo scagliò con forza contro la parete.
– Adesso tacerai, brutto ranocchio! – urlò.

Il ranocchio cadde a terra privo di sensi. Solo allora la principessina si rese conto di quello che aveva fatto; corse dal ranocchio, lo prese in braccio e lo strinse forte a sè.

– Oh no ranocchio mio, scusami tanto, non volevo… se potessi fare qualcosa per salvarti la vita…

La bocca del ranocchio sussurrò qualcosa, che però la principessina non riuscì ad udire, così accostò meglio l’orecchio alla sua bocca e alla fine riuscì a sentire le parole del ranocchio:
– … un bacio… solo un bacio… – diceva con un filo di voce.

La principessina, spinta dal rimorso di aver fatto del male ad una povera creatura, sconfisse il disgusto per il freddo e viscido rospo, chiuse gli occhi e gli diede un bacio.

Un istante dopo, nella stanza ci fu un caldo bagliore e, quando la principessina riaprì gli occhi, davanti a lei c’era un bel ragazzo che si sfregava un grosso bernoccolo sulla testa.

– E tu chi sei?! – esclamò la principessina.
– Sono il ranocchio, ma il mio vero nome è principe Enrico! Sono stato vittima di un incantesimo di una strega e solo il bacio di una principessa avrebbe potuto spezzarlo… grazie!

La principessina, ancora attonita per lo stupore, gli sorrise e corse a medicargli la ferita.

I due ragazzi iniziarono così una bella amicizia, che nel tempo si tramutò in amore. E un bel giorno si sposarono, proprio di fronte alla pozza d’acqua dove tanto tempo prima si erano incontrati.

E vissero tutti felici e contenti.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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I musicanti di Brema 🐎🐕🐈🐓

I Musicanti di Brema: una fiaba di amicizia, ingegno e coraggio

Un asino, un cane, un gatto e un gallo, stanchi di essere considerati inutili, decidono di partire per Brema e diventare musicanti.
Ma lungo il cammino, si imbattono in un gruppo di briganti e, con astuzia e spirito di squadra, riescono a ribaltare le sorti a loro favore.

Questa fiaba classica dei fratelli Grimm insegna che l’unione fa la forza e che, anche quando tutto sembra perduto, l’ingegno e la collaborazione possono portare a un lieto fine.


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“I musicanti di Brema 🐎🐕🐈🐓“

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I musicanti di Brema 🐎🐕🐈🐓


C’era una volta un vecchio asino che ormai faceva fatica ad alzarsi, camminare e trasportare i sacchi di farina che il suo padrone gli caricava sulla schiena ogni giorno.

– Ormai sei diventato inutile! – disse l’uomo – Domani ti porterò al macello!

Il povero asino pensò tra sè e sè: “che razza di ingrato, dopo tutto il lavoro che ho fatto per te…”
Così gli venne un’idea: non appena il padrone si allontanò, scappò via dalla stalla e si incamminò verso la vicina città di Brema, in cerca di fortuna.

Mentre camminava l’asino pensava a cosa avrebbe fatto una volta arrivato a Brema, e decise che sarebbe entrato a far parte della banda cittadina.
Lungo la strada l’asino incontrò un cane accucciato, che si lamentava borbottando.

– Cos’hai da lamentarti, cane? – chiese l’asino.
– Son vecchio e malandato, così non riesco più ad andare a caccia col mio padrone. Ha pure cercato di accopparmi ma io sono scappato… solo che adesso non so cosa fare…

– Allegro, vecchio mio! Vieni con me a Brema, entreremo nella banda cittadina e vivremo bene! – disse l’asino.
Il cane, trovando l’idea interessante, decise di seguirlo.

Proseguendo per la strada, i due incontrarono un gatto sdraiato per terra, che si lamentava borbottando.

– Cos’hai da lamentarti, gatto? – chiese l’asino.
– Son vecchio e malandato, poi oggi ho graffiato il sofà della mia padrona, e lei ha cercato di tirarmi il collo, quindi sono scappato… solo che adesso non so cosa fare…

– Allegro, vecchio mio! Vieni con noi a Brema, entreremo nella banda cittadina e vivremo bene! – disse l’asino.
Il gatto, trovando l’idea interessante, decise di seguirli.

Poco dopo si trovarono tutti nei pressi di una fattoria, dove incontrarono un gallo che, appollaiato sopra la staccionata, si lamentava cantando a squarciagola.

– Cos’hai da lamentarti, gallo? – chiese l’asino.

– Son vecchio e malandato, poi domani arriveranno ospiti e la mia padrona ha deciso di cucinarmi in brodo, quindi sono scappato… solo che adesso non so cosa fare…

– Allegro, vecchio mio! Vieni con noi a Brema, entreremo nella banda cittadina e vivremo bene! – disse l’asino.
Il gallo, trovando l’idea interessante, decise di seguirli.

Ma Brema era lontana e iniziava a fare buio. La compagnia era ormai stanca e affamata e voleva fermarsi a dormire sotto gli alberi del bosco.

L’asino, scrutando in mezzo agli alberi, vide una casetta con una luce accesa e propose di andare a vedere. Tutti lo seguirono.

Avvicinandosi piano, sbirciarono da una delle finestre, e videro che dentro c’era una banda di briganti seduti attorno ad una tavola riccamente imbandita.
Vedendo tutto quel cibo, ai quattro gli si strinse lo stomaco dalla fame.
– Quanto vorrei anch’io poter mangiare tutto quel ben di Dio… – disse il cane.
– Quella tavola imbandita farebbe proprio al caso nostro – continuò il gatto.
– Già, ma come facciamo a prendere quel cibo? – continuò il gallo.
– Forse mi è venuta un’idea… – concluse l’asino, che si mise a spiegare sottovoce il suo piano.

Dopo che furono tutti d’accordo, l’asino puntò le zampe anteriori sul davanzale della finestra, sul suo dorso salì il cane, sulla groppa del cane salì il gatto e sulla schiena del gatto salì il gallo.

Al segnale dell’asino iniziarono tutti a far rumore a più non posso: l’asino ragliava, il cane abbaiava, il gatto miagolava e il gallo cantava a squarciagola.

L’asino diede un colpo al vetro della finestra, che si frantumò, e con un balzo entrarono in casa.

I briganti, terrorizzati da quel frastuono infernale, credettero che fosse entrato in casa uno spettro maligno e se la diedero a gambe, scappando di corsa nel bosco.

Finalmente l’asino, il cane, il gatto e il gallo avevano di che mangiare a sazietà. Dopo che ebbero riempito per bene le loro pance, decisero che era giunta l’ora di dormire.

Spensero la luce. L’asino si sistemò fuori casa vicino al letamaio, il cane dietro la porta sul retro, il gatto nella calda cenere del camino e il gallo sulla trave più alta del tetto.

Intanto i briganti, nascosti nel bosco, vedendo che nella casa era tutto buio, decisero di tornare a riprendersi il loro bottino nascosto in un baule. Il più fifone tra loro fu estratto a sorte per andare a controllare se nella casa fosse tutto tranquillo.

Il brigante fifone entrò senza far rumore, e volendo accendere una lampada accostò un fiammifero vicino ai carboni ardenti del camino.

Ma quelli che credeva essere carboni ardenti, erano in realtà gli occhi del gatto, sfavillanti al buio!

Il gatto, profondamente infastidito, gli saltò addosso graffiandogli tutta la faccia.

Il brigante si spaventò a morte e cercò di fuggire dalla porta sul retro, dove inciampò nel cane che prontamente lo morse ad una gamba.

Sempre più terrorizzato, cercò allora di attraversare il cortile passando per il letamaio dove, svegliato dal trambusto, lo stava aspettando l’asino, che gli sferrò un bel calcio nel sedere.

Il gallo, svegliato di soprassalto, gridò a squarciagola “chicchirichì!”. Il brigante, sgomento, scappò via di corsa nel bosco e tornò a raccontare ai suoi compari:

– Nella casa c’è un’orribile strega che mi ha graffiato tutta la faccia! E poi sulla porta c’è un uomo col coltello che mi ha ferito alla gamba! E nel cortile c’è un mostro che mi ha colpito con un bastone di legno! E in cima al tetto c’era un giudice che diceva “portatemi quel brigante!”.

Tutti i briganti si guardarono in faccia atterriti, e si dissero che non valeva la pena rischiare la vita per il bottino nascosto nella casa. E così fuggirono via e non si fecero mai più vivi.

Intanto i quattro musicanti di Brema, contenti di aver finalmente trovato un posto tutto per loro, non vollero più andare a Brema a far parte della banda, ma restarono per tutta la vita in quella comoda casetta.

E vissero tutti felici e contenti.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Pollicino 👦⚪⚪⚪

Come farà Pollicino a ritrovare la strada di casa?

Piccolo ma ingegnoso, Pollicino riesce a sfuggire ai pericoli e a salvare i suoi fratelli dall’orco cattivo.

Questa fiaba classica di Charles Perrault, tradotta anche da Carlo Collodi, racconta la difficile avventura di sette fratelli abbandonati nel bosco, costretti ad affrontare insidie e pericoli.

Grazie all’astuzia di Pollicino e agli stivali magici delle sette leghe, i bambini riusciranno a tornare sani e salvi a casa, dimostrando che l’intelligenza è più forte della forza.


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“Pollicino 👦⚪⚪⚪

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Pollicino 👦⚪⚪⚪


C’era una volta, tanto tempo fa, un casotto isolato e vicino alla Foresta Nera, dove vivevano un povero boscaiolo, sua moglie e i loro sette figli, tutti maschi.

Era stato un anno di carestia e ultimamente il boscaiolo non riusciva a guadagnare abbastanza da portare cibo a sufficienza per sfamare tutta la famiglia.

Il boscaiolo era un uomo rude e molto irascibile. Una sera, capendo che il giorno successivo non avrebbe avuto di che sfamare se stesso e di conseguenza tutta la famiglia, prese la moglie e le disse:

– Non abbiamo in casa più cibo nemmeno per arrivare a sera. Ho deciso che domani porteremo nel bosco i bambini e li abbandoneremo, così almeno noi due ce la caveremo.

La moglie inorridita per quella dura e crudele sentenza si mise a piangere disperata, cercò di convincere il marito a non abbandonare i loro figli, ma l’uomo fu irremovibile.

I due non si accorsero però che, sotto al tavolo della misera cucina, stava rannicchiato Pollicino, il più piccolo dei loro figli che era talmente minuscolo da potersi nascondere ovunque senza essere scoperto. Pollicino sentendo discutere animatamente i genitori volle scoprire di cosa stavano parlando.

Nel sentire quelle terribili parole, Pollicino che era tanto piccolo quanto intelligente, capì che doveva fare qualcosa per salvare se stesso e i suoi fratelli.

Corse fuori di casa fino al vicino ruscello e iniziò a prendere tanti piccoli sassolini bianchi fino a riempire il tascapane che portava sempre con sé, poi tornò a casa e si mise a dormire nel suo lettino.

Il mattino seguente il boscaiolo e la moglie, presero tutti i loro bambini e li portarono nel bosco con la scusa di farsi aiutare a raccogliere della legna.

I bambini, che non immaginavano le reali intenzioni dei genitori, partirono entusiasti. Tutti tranne Pollicino, che si mise in coda al gruppo.

Pollicino, senza farsi vedere, ogni tanto lasciava cadere sul sentiero uno dei piccoli sassolini bianchi raccolti sul greto del fiume, certo che l’avrebbero aiutato a ritrovare la strada di casa una volta abbandonati nel bosco.

Dopo una lunga camminata fin dentro il cuore della Foresta Nera, il boscaiolo e la moglie dissero ai bambini di fermarsi a raccogliere tutte le frasche e rametti che potevano, mentre loro sarebbero andati a raccogliere legna lì vicino.

– Non muovetevi da qui – disse con voce ferma il loro padre – noi torneremo presto a prendervi.

E così il boscaiolo e la moglie sparirono tra gli alberi della foresta.
I bambini che non sospettavano nulla iniziarono felici a fare il loro dovere, finchè non arrivò quasi sera, e i loro genitori non si erano ancora fatti vivi…

Tutti i fratellini a poco a poco iniziarono ad avere paura, poi alcuni di loro iniziarono a piangere, finché non intervenne Pollicino:

– Fratelli miei, non preoccupatevi, io so come riportarvi tutti a casa, seguitemi! – e con sicurezza iniziò a camminare spedito nel bosco seguendo la traccia dei sassolini lasciati a terra.

Prima che il buio impedisse loro di vedere il sentiero, furono di nuovo a casa.

La madre, non appena li vide, corse ad abbracciarli tutti, piena di gioia. Il padre invece sbuffò e inventò la scusa che si erano persi pure loro nella foresta, e non erano più riusciti a ritrovarli.

Ma dopo aver aspettato che tutti i bambini fossero a letto a dormire, il boscaiolo riprese la moglie e le disse nuovamente:

– Non possiamo assolutamente permetterci di mantenere tutti quei bambini, domani li porteremo in un’altro punto della foresta, più lontano ancora, e li abbandoneremo!

La donna spense tutta la gioia che aveva provato nel riabbracciare i suoi piccoli e, chinando il capo, cercò di nascondere le lacrime che scendevano sul suo viso.

Pollicino, che aveva sospettato una nuova decisione del genere da parte del padre, era rimasto sveglio e si era messo ad origliare dall’altra parte della stanza.

Sentendo quelle parole, decise di ritornare al fiume a riempire il tascapane di sassolini, ma purtroppo trovò la porta di casa sprangata e non poté uscire. L’unica cosa che trovò fu un piccolo pezzo di pane raffermo, con quello poteva fare piccole briciole per segnare il sentiero.

Il mattino seguente, con un’altra scusa i genitori presero i loro figli e li portarono ancora più in fondo nella Foresta Nera, in un punto in cui anche la luce faceva fatica a passare tra le fronde degli alberi. E li abbandonarono di nuovo.

Come il giorno precedente, i bambini in un primo momento rimasero sereni, ma non ci misero molto a comprendere che erano stati di nuovo lasciati soli.

Pollicino, sicuro di sé, li radunò tutti e li tranquillizzò dicendo che li avrebbe ricondotti a casa, e si mise a cercare le bricioline che aveva lasciato sul sentiero.

Ma non riuscì a trovarle perché gli uccellini si erano mangiati tutte le bricioline di pane!

Impauriti e disperati i sette fratelli iniziarono a vagare per la foresta.
Stava arrivando la sera, quando a Pollicino venne un’idea. Si arrampicò fino in cima ad un albero per vedere meglio la direzione da prendere.

Con sorpresa, vide che poco distante c’era una casa con le luci accese e il comignolo fumante.
– Ho trovato una casa fratelli! Andiamo a chiedere ospitalità per la notte! – esclamò Pollicino.
E così si incamminarono.

Giunti alla casa, Pollicino bussò. Poco dopo aprì la porta un’orchessa che guardandoli con meraviglia chiese:
– Cosa ci fate qui bambini?!

– Ci siamo persi nel bosco, abbiamo freddo e fame e non sappiamo dove passare la notte… – rispose Pollicino.
– Ma questa è la casa di un orco ghiotto di bambini, se vi trova vi mangia! – disse preoccupata l’orchessa.

– Moriremo comunque di stenti qui nel bosco se lei non ci aiuta… a questo punto meglio essere mangiati da un orco… – concluse Pollicino.

L’orchessa, impietosita dagli sguardi spauriti dei bambini disse:
– …e va bene, entrate, svelti, vi darò da mangiare e vi nasconderò – e così fece.

Poco dopo l’orco rientrò a casa annusando l’aria con soddisfazione:
– Senti senti che bell’odorino di bambini paffuti e grassottelli che c’è nell’aria… moglie, volevi farmi una sorpresa? – e si precipitò subito ad aprire la porta del ripostiglio dove erano nascosti tutti i fratellini.

L’orchessa tentennante rispose:
– … sì caro mio, ma li mangerai domani, per stasera ti ho già preparato un’abbondante cena…
L’orco sorrise beffardo e si mise a cenare.

L’orchessa prese Pollicino e i suoi fratelli e li accompagnò a dormire.

Nella camera erano presenti due enormi letti, in uno stavano dormendo le sette figlie degli orchi, nell’altro avrebbero dormito i sette fratelli.

Le piccole figlie degli orchi erano amate dal loro padre come fossero principesse, tanto che ognuna di loro aveva in testa una graziosa coroncina intrecciata. Pollicino notò la cosa e la tenne a mente.

Dopo averli messi tutti a letto l’orchessa chiuse la porta della stanza. Pollicino aveva un brutto presentimento e chiese ai suoi fratelli di scambiare i loro berretti con le coroncine delle piccole orchette.

Le preoccupazioni di Pollicino erano ben fondate perchè, quando ormai stavano tutti dormendo, sentì aprirsi piano la porta della stanza. Era l’orco che nel buio era venuto a prenderli!

L’orco ben sapeva che le sue bimbe portavano una coroncina in testa, quindi nel buio si mise a tastare le testoline dei sette fratelli, e sentendo le coroncine si spostò spedito verso l’altro letto, aprì un sacco e credendo di prendere i bambini, vi gettò dentro invece tutte le sue figlie. Poi uscì dalla stanza.

Pollicino svegliò i suoi fratelli.
– Svelti! Svelti! E’ il momento di scappare!
I bimbi fuggirono via dalla finestra, per fortuna c’era la luna piena ad illuminare il sentiero nella foresta.

Non passò molto tempo che l’orco, aprendo il sacco, si accorse di aver preso per sbaglio le sue bambine. Infuriato come non mai si infilò i magici stivali delle sette leghe e partì all’inseguimento di Pollicino e i suoi fratelli.

Gli stivali delle sette leghe consentivano di fare decine di metri per ogni passo fatto, e in breve l’orco si era avvicinato moltissimo a Pollicino e i suoi fratelli senza però raggiungerli.

Purtroppo gli stivali erano tanto portentosi quanto stancanti e l’orco, dopo aver corso per alcuni minuti, si fermò stremato a riposare appoggiato al tronco di un albero, e siccome era notte fonda, si addormentò.

Pollicino, sentendo russare sonoramente l’orco, decise di rubargli gli enormi stivali e indossarli. Siccome erano stivali magici si adattarono subito ai piccoli piedi di Pollicino.
– Fratelli ho avuto un’idea, aspettatemi qui! – disse, e poi si precipitò a casa dell’orchessa.

– Signora orchessa, è successa una disgrazia! – gridò Pollicino – suo marito l’orco è stato rapito dai banditi, e se non avranno tutto il vostro oro, lo uccideranno!
L’orchessa senza farselo ripetere due volte prese tutto quello che aveva in casa e lo consegnò a Pollicino, che corse di nuovo dai suoi fratelli.

– Con tutto quest’oro e con questi stivali non avremo più preoccupazioni fratelli miei! – disse entusiasta Pollicino. Tutti i suoi fratelli gli fecero festa.

Ripresero il cammino verso casa, dove arrivarono alle prime luci dell’alba.

Entrando Pollicino trovò la loro madre che piangeva disperata.
– Mamma, siamo tornati! – esclamò.
La madre si voltò e corse ad abbracciarli tutti quanti, riempiendoli di baci.

Pollicino chiese dov’era il loro padre e la madre raccontò loro che avevano litigato furiosamente a causa del loro abbandono, così lui aveva deciso di andarsene via per sempre, in cerca di fortuna da qualche altra parte.

I bambini mostrarono alla madre tutto l’oro sottratto agli orchi e Pollicino, il giorno stesso, si presentò dal re, ottenendo un incarico come messaggero privato grazie agli stivali delle sette leghe.

La madre era incredula che le loro sorti potessero essere cambiate così tanto in così poco tempo, ma era felice di poter essere riunita ai suoi bambini, e la loro famiglia visse per sempre felice e contenta.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Cappuccetto Rosso 🐺

Cappuccetto Rosso avrebbe fatto meglio ad ascoltare i consigli della mamma…

C’era una volta una bambina con un mantellino rosso che si avventurò nel bosco, senza sapere che tra gli alberi si nascondeva un astuto lupo in agguato.

Questa fiaba classica, tramandata nei secoli, racconta di scelte, pericoli e insegnamenti preziosi. Cappuccetto Rosso imparerà a sue spese che, ascoltare i consigli di chi ci vuole bene, può fare la differenza.

Una storia senza tempo che ci ricorda come l’astuzia e la prudenza siano alleati preziosi lungo il cammino della vita.

P.S. Siccome ci piacciono tutti gli animali, nella versione di fabulinis il lupo cattivo non fa una brutta fine 😉


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“Cappuccetto Rosso 🐺“

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Cappuccetto Rosso 🐺


C’era una volta una bimba tanto carina. Tutti le volevano bene, specialmente la nonna che la coccolava e passava sempre un sacco di tempo con lei.
Un giorno la nonna le regalò una mantellina di velluto rosso e, siccome i suoi regali erano importantissimi, non voleva mai toglierla.
In paese iniziarono quindi a chiamarla Cappuccetto Rosso.

La nonna però si ammalò, e un giorno la mamma di Cappuccetto Rosso disse alla bimba:
– La nonna è debole e malata. Portale questa focaccia e questa tisana alle erbe, così si rimetterà in forze. Salutala per me, e mi raccomando: segui la strada che attraversa i campi di grano e non entrare nel bosco, altrimenti rischi di finire nei guai.
– Sì, mamma, farò come mi dici – promise la bimba alla mamma, dandole un bacio.

Ma la nonna abitava in una casetta a una mezz’ora buona di cammino dal villaggio, e Cappuccetto rosso sapeva che prendendo la scorciatoia dentro il bosco sarebbe arrivata prima.
“Cosa potrà mai succedermi? Ho fatto tante volte quel sentiero in compagnia del papà” pensò la bimba.
Cappuccetto Rosso, quindi, prese la scorciatoia. Camminava con passo spedito e, man mano che andava avanti, il bosco diventava sempre più fitto e buio.

Finché ad un certo punto, proprio in mezzo alla strada, incontrò un lupo che sembrava quasi la stesse aspettando.
Cappuccetto Rosso non ebbe paura: non sapeva che quella era una bestia tanto cattiva.
– Buon giorno bimba – disse il lupo.
– Buon giorno a te – rispose Cappuccetto Rosso
– Dove vai così di fretta?
– Vado dalla nonna che è malata.
– E che cos’hai nel cestino? – continuò il lupo.
– Una tisana e una focaccia, la aiuteranno a guarire –
– Ma che brava bimba! Ma dimmi, dove abita la tua nonna? –
– Vicino al mulino, dove ci sono gli alberi di noccioli – disse Cappuccetto Rosso.

Il lupo pensò: “Questa bimba è proprio ingenua…” – Se vuoi ti faccio compagnia fino dalla nonna, qui nel bosco si possono fare dei brutti incontri sai?
Cappuccetto Rosso annuì e sorrise felice.
Il lupo iniziò a camminarle a fianco ma sembrava pensieroso, finché all’improvviso sorrise tra sé e sé. Aveva escogitato un diabolico piano.

Aspettò di arrivare appena fuori dal bosco e le disse:
– Ecco bimba mia, da qui in avanti puoi continuare da sola, spero di rivederti presto!
– Grazie mille signor lupo, a presto! – rispose Cappuccetto Rosso.
– Ma guarda quanti bei fiori ci sono laggiù! – disse il lupo – non sarebbe bello raccoglierne un mazzo per la nonna?
Cappuccetto Rosso guardò i fiori: erano stupendi e corse a raccoglierne un bel mazzetto per la nonna.

Il lupo approfittò del momento di distrazione di Cappuccetto Rosso e corse dritto alla casa della nonna.
– Chi è? – chiese la nonna quando sentì bussare alla porta.
– Cappuccetto Rosso, nonna. Aprimi! – disse il lupo con la vocina più dolce che poteva.
– Devi solo spostare il chiavistello – rispose la nonna, – io sono troppo debole per alzarmi.
Il lupo spostò il chiavistello ed entrò, andò dritto verso il letto della nonna e… gnam! se la mangiò in un sol boccone.
Poi indossò i suoi vestiti e la sua cuffia e si nascose sotto le coperte ad attendere.

Cappuccetto Rosso, dopo aver raccolto un bel mazzolino di fiori, corse dalla nonna.
Stranamente trovò la porta spalancata e, entrando piano piano nella stanza, ebbe una sensazione così cupa che pensò: “c’è un silenzio strano qui oggi, mi vien quasi voglia di andare via… davvero strano, di solito sto così volentieri con la nonna…”
Si avvicinò al letto e spostò la coperta: la nonna aveva la cuffia abbassata sulla faccia e aveva un aspetto strano.

– Nonna, che orecchie grandi che hai! – disse la bimba
– Per sentirti meglio, bambina mia! – rispose il lupo
– E che occhi grossi che hai!
– Per vederti meglio, bambina mia!
– Nonna, ma anche le tue mani sono così grandi! – disse Cappuccetto, sempre più spaventata.
– Per afferrarti meglio! – iniziò a ghignare il lupo.
– Ma, nonna, e che bocca spaventosa che hai! – gridò Cappuccetto Rosso.
– Per divorarti meglio! – E dicendo queste parole, il lupo balzò dal letto e… gnam! Mangiò la povera Cappuccetto Rosso in un sol boccone.
Poi, con la pancia bella piena, il lupo si rimise a letto, si addormentò e incominciò a russare sonoramente.

Solo che la nonna e Cappuccetto Rosso, dentro la pancia del lupo, stavano veramente strette.
Cappuccetto Rosso allora iniziò a fare il solletico dentro la pancia del lupo, e subito anche la nonna cominciò a farlo.
Il sonno del lupo iniziò a essere molto disturbato, si girava di qua e di là dal fastidio, finché non si svegliò di soprassalto.
Iniziò a tossire così forte che anche le mura della casa tremavano, finché fece due colpi talmente forti che dalla bocca gli uscirono fuori sia Cappuccetto Rosso che la Nonna!

Caso vuole che proprio il quel momento passasse di lì il cacciatore, il quale, sentito tutto quel trambusto, non poté fare a meno di affacciarsi alla finestra a guardare tutta la scena.
Il lupo, che si teneva la pancia con le mani per il dolore provocatogli dai forti colpi di tosse, quando vide il cacciatore affacciarsi alla finestra, gridò di paura e corse veloce fuori dalla casa della nonna.

Il cacciatore non fece in tempo ad imbracciare il fucile che il lupo era ormai già lontano. Ma andava bene così, lo avrebbe acciuffato un altro giorno. L’importante era che Cappuccetto Rosso e la nonna stessero bene.
Le due, un po’ frastornate per l’accaduto, stavano comunque bene e ringraziarono il cacciatore per aver fatto scappare il lupo.

Poi Cappuccetto Rosso guardò la nonna, e si scusò dicendole:
– Scusami nonnina, è tutta colpa mia se il lupo è entrato in casa tua e ha cercato di mangiarci… sono stata una sciocca ad inoltrarmi nel bosco da sola, e a fidarmi di un lupo cattivo. Prometto che non lo farò mai più!

La nonna, visto che Cappuccetto rosso aveva compreso bene i suoi sbagli, la abbracciò forte forte, la baciò in fronte e le disse di ascoltare sempre quello che diceva la mamma, che era solo per il suo bene.
Così Cappuccetto Rosso tornò a casa, ma per la strada che attraversava i campi di grano, mica attraverso il sentiero del bosco!

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Hänsel e Gretel 👦👧🏡

Riusciranno Hänsel e Gretel a fuggire dalla casetta di marzapane e dalla strega cattiva?

Persi in un fitto bosco, Hänsel e Gretel si ritrovano davanti a una casetta fatta di marzapane, senza sapere che al suo interno si nasconde una strega malvagia.

Grazie all’astuzia, al coraggio e al legame che li unisce, i due fratellini affrontano le insidie, trasformando il pericolo in una straordinaria prova di forza e ingegno.

Questa fiaba classica dei fratelli Grimm ci insegna che, anche nelle situazioni più difficili, la determinazione e la speranza possono aprire la strada verso la salvezza.

Nella fiaba descritta dai fratelli Grimm un ruolo molto importante lo gioca la “cattiva matrigna” dei due bambini. Nella nostra versione di fabulinis abbiamo preferito omettere questo stereotipo tipico della matrigna cattiva.


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“Hänsel e Gretel 👦👧🏡“

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Hänsel e Gretel 👦👧🏡


C’era una volta, ai margini della foresta della Turingia, una piccola casetta dove vivevano due fratellini, Hänsel e Gretel.

Il loro papà faceva il taglialegna e la loro mamma, oltre ad occuparsi di tutte le faccende domestiche, spesso lo aiutava nel lavoro.
Era stato un anno difficile, poche persone avevano avuto bisogno del lavoro del taglialegna, e nelle ultime settimane il cibo sulla loro tavola scarseggiava.

Spesso la sera, Hänsel e Gretel dalla loro cameretta, sentivano il loro povero papà piangere per la paura di non riuscire a guadagnare abbastanza da poter sfamare la sua famiglia.

Hänsel e Gretel si rannicchiavano sotto le coperte, tristi e con gli occhi lucidi.
– Dobbiamo fare qualcosa – mormorò Hänsel.
– Ma cosa possiamo fare noi due piccoli bambini? – rispose Gretel.
Dopo un lungo silenzio di riflessione, Hänsel propose:
– Possiamo andare nel bosco insieme al papà e aiutarlo nel raccogliere la legna.
– E’ una bella idea – rispose entusiasta Gretel.

Così il mattino seguente i due bambini si presentarono pronti per accompagnare nel bosco il loro papà, che li guardò orgoglioso per aver due bambini così volenterosi.
Si incamminarono quindi per il bosco, fino ad arrivare ad una grande catasta di legna. Il papà si fermò e con la sua ascia riprese il lavoro che aveva interrotto il giorno precedente.

Disse ai suoi ragazzi di raccogliere i rami più piccoli e ammucchiarli in un punto lì vicino.
I due piccoli iniziarono subito a correre di qua e di là raccogliendo tutti i rami che trovavano per terra. Il papà taglialegna, con la coda dell’occhio, li guardava felice e allo stesso tempo divertito.

Hänsel e Gretel svolgevano il loro compito in maniera molto diligente, finchè ad un certo punto Hänsel gridò:
– Guardate, una lepre!
Gretel e il loro papà si girarono verso di lui, era proprio una bella lepre che si era fermata sulle due zampe a guardarli incuriosita.
– Posso rincorrerla papà? – chiese Hänsel.
– Anche io! – aggiunse Gretel
Il loro papà li guardò, sorrise e disse:
– Va bene, ma non allontanatevi troppo! – “chissà mai che non la acchiappino così stasera mangiamo un bel leprotto arrosto” pensò rimettendosi al lavoro.

I due scattarono subito verso la lepre che immediatamente si mise a correre a zig zag tra gli alberi. Anche Hänsel e Gretel erano veloci ma ben presto la lepre svanì dalla loro vista.
I due bambini, senza rendersene conto, per qualche tempo credettero pure di starle dietro, cercando di indovinare la strada che aveva percorso, poi di colpo Gretel si fermò.
– Dove siamo Hänsel? – disse con la voce ansimante per la corsa.

Hänsel si fermò anche lui, spaesato, si guardava intorno cercando di ritrovare la direzione da dove erano venuti, ma non riusciva a riconoscere niente intorno a sè, nessun albero, nessun arbusto.
– Siamo… siamo… – Hänsel cercava di dire qualcosa di rassicurante alla sua piccola sorellina mentre con lo sguardo perlustrava i dintorni, quando finalmente gli parve di riconoscere uno scorcio familiare – andiamo di là – disse con convinzione.

I due camminarono tra la fitta vegetazione fino ad un tronco abbattuto a terra, lo scavalcarono e si ritrovarono su un piccolo sentiero battuto. I loro cuori si riempirono di sollievo, certi che quel sentiero li avrebbe riportati a casa.

Camminavano spediti, l’uno accanto all’altra, pensando alla lepre sfuggita e alle risate che si sarebbe fatto il papà quando li avrebbe rivisti tornare a mani vuote, finché non arrivarono ad un bivio.

Si guardarono in faccia incerti, poi decisero per il sentiero di destra. Accelerarono il passo e si presero per mano. La giornata stava volgendo al termine, e la grande foresta silenziosa diventava sempre più buia.

Nell’aria iniziava a spargersi uno strano odore dolciastro e senza accorgersene finirono per seguirlo d’istinto.
Gretel iniziava ad avere paura – ci siamo persi… – mormorava al fratello, ma quando ormai stavano entrambi perdendo la speranza di riuscire a ritornare a casa, intravidero un grande slargo nella foresta.

Al centro di questo slargo c’era una buffa casetta azzurra, dal tetto rosa confetto e la porta e le finestre cicciotte come salsicce.
Hänsel e Gretel si avvicinarono di corsa e quando erano ormai praticamente sulla soglia della porta, si accorsero che l’intera casa era fatta di dolcissimo marzapane!

Presi dai morsi della fame, i due staccarono un piccolo pezzetto dal muro e iniziarono a mangiarlo, piano, con timore. Quando furono certi che il marzapane era vero ed era anche buonissimo, ne presero manciate sempre più grosse.
Ne mangiarono fino a riempirsi le pance e stavano per afferrarne un altro pezzetto quando la porta di cioccolato della casa si aprì.

Una vecchietta con gli occhi socchiusi, probabilmente miope, disse con voce forte e minacciosa:
– Chi siete, cosa volete?!
Hänsel e Gretel spaventati fecero un balzo all’indietro e si abbracciarono forte.
– Ci scusi tanto signora, siamo solo due poveri bambini che si sono persi nella foresta, e spinti dalla fame abbiamo dato qualche morso alla sua casa di marzapane… ci perdoni… – disse Hänsel.

La vecchietta sentendo queste parole cambiò subito espressione, e la sua voce si fece molto dolce – Oh poveri miei bambini, vi siete persi! Potevate bussare, vi avrei offerto una calda zuppa fumante… ma venite, venite vi prego, non vorrete passare la notte qua fuori al freddo… questa sera potrete dormire da me.

I due bambini, immensamente grati per la cortesia della vecchina, entrarono. La casa era piccola ma accogliente e riccamente decorata, piena di suppellettili d’oro e d’argento, e molti altri ornamenti avevano addirittura pietre preziose incastonate.
Si accorsero subito che la vecchietta non ci vedeva molto bene, perchè per trovare e dare loro un pezzo di pane e del latte andava cercando a tastoni per tutta la cucina.

Dopo la cena li accompagnò in una piccola stanzetta con due lettini, dove Hänsel e Gretel si coricarono e la vecchina diede loro la buonanotte. I due bambini, dopo quella lunga e stancante giornata, caddero in un sonno profondo.

Al mattino seguente Hänsel si svegliò, si stiracchiò un poco ma si accorse subito che non riusciva a muoversi bene. Poi, aperti meglio gli occhi, capì che qualcosa non andava: era rinchiuso dentro ad una grossa gabbia appesa sopra la cucina. Subito prese a gridare.
– Gretel! Gretel!

Un istante dopo comparve la vecchietta che spintonava Gretel fin sotto la gabbia di suo fratello.
– Tieni! Dai da mangiare a tuo fratello che deve diventare bello grassottello, così poi potrò farmi un bell’arrosto gustoso! – rise malignamente le vecchia, che uscì dalla stanza.

Gretel si avvicinò alla gabbia di Hänsel e gli passò un piatto con un bel pollo arrosto ancora fumante.
– La vecchietta è in realtà una strega cattiva… – mormorò Gretel – mi ha detto che vuole farti ingrassare per poi mangiarti… – continuò la piccola scoppiando a piangere.
– Non piangere sorellina mia, vedrai che riusciremo a cavarcela in qualche modo – cercò di rincuorarla Hänsel, prendendole e stringendole la mano attraverso le sbarre della gabbia. Poi osservò il pollo e gli venne un’idea…

La vecchia strega passava tutto il giorno a preparare deliziose pietanze da far mangiare ad Hänsel, mentre usava Gretel come sguattera per tenere in ordine la casa.
Ogni sera poi andava sotto la gabbia appesa di Hänsel e gli ordinava di porgerle il dito così da poterlo tastare e sentire se fosse ingrassato abbastanza da infilarlo nel forno e farci un bell’arrosto.

Ma Hänsel sapendo che la vecchia strega era quasi cieca, invece di porgere il suo dito, le porgeva un osso di pollo. La strega tastava l’osso e si rendeva conto che il bambino non era ingrassato per niente.
– Com’è possibile che non ingrassi mai con tutte le leccornie che ti cucino?! Vabbè, vedremo domani… – e se ne andava via sbuffando.

Continuò così quasi per un mese intero, finchè una sera, dopo aver tastato ancora il finto dito di Hänsel, la strega andò su tutte le furie:
– Non è possibile che non ingrassi mai bambino! Ora sono stufa! Ho deciso che ti mangerò lo stesso! – urlò.
E così riempì il forno di legna e lo accese mentre Gretel osservava la scena impietrita e terrorizzata.
– Tu! – gridò la strega rivolta a Gretel – infila la testa nel forno e controlla che sia ben caldo!

Gretel intuì al volo che se solo si fosse avvicinata al forno la strega avrebbe buttato dentro anche lei.
– Non ho capito cosa devo fare… – disse con un filo di voce Gretel.
– Infila la testa nel forno e controlla che sia ben caldo! – tuonò la strega.
– Ma io non so come si fa! – rispose Gretel.

La strega, in un impeto d’ira e al colmo della rabbia, la prese per il vestito, la strattonò fin davanti al forno e le disse:
– Guarda come si fa, incapace! – aprì lo sportello del forno infilandoci la testa.
Gretel come un fulmine diede un forte spintone alla strega, che barcollò e cadde dentro al forno, dopodichè chiuse con forza lo sportello.

Per la strega ormai non c’era più niente da fare.

Gretel corse da suo fratello e lo liberò dalla gabbia.
– Sei stata fantastica Gretel! – i due si abbracciarono forte.
Fecero un fagotto con del cibo e tutto l’oro e l’argento e le pietre preziose che riuscirono a portare via, dopo di che ripresero il sentiero per la foresta.

Camminarono per ore, senza sapere dove andassero realmente, quando all’improvviso sopra le loro teste comparve uno stormo d’anatre disposte a “V” come ad indicare una direzione.
– Guarda Hänsel! – gridò sorpresa Gretel.
– Sembra un segno, forse dovremmo seguirle! – rispose Hänsel.

E così fecero. Camminarono spediti fino ad arrivare ad un fiume.
– Questo fiume lo riconosco! – disse Hänsel.
– E’ vero, è il fiume che passa vicino casa nostra! – esclamò Gretel.

I due iniziarono a correre fino a raggiungere il sentiero che portava dritto a casa loro, dove sulla soglia della porta li stavano già aspettando la mamma e il papà che non avevano mai smesso di pregare per il loro ritorno.

Si abbracciarono tutti felici e pieni di gioia, i due bimbi raccontarono la loro terribile avventura, ma grazie a tutto l’oro e l’argento che avevano sottratto alla strega cattiva, non avrebbero mai più sofferto la fame.

E vissero tutti felici e contenti.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

Note su Hänsel e Gretel

In questa versione di Hänsel e Gretel realizzata da fabulinis, molti di voi avranno notato che è stato completamente omesso il passaggio iniziale in cui i bambini, dopo essere stati abbandonati nella foresta dai genitori, ritrovano la strada di casa grazie ai sassolini lasciati lungo il sentiero da Hänsel.

Questa parte di storia è praticamente identica all’incipit di un’altra famosissima fiaba: “Pollicino” (leggi la nostra versione della fiaba di Pollicino 👈)

Ma mentre la fiaba di Pollicino viene ricordata soprattutto proprio per l’astuzia dei “sassolini” lasciati a segnare il sentiero per tornare a casa, Hänsel e Gretel viene ricordata maggiormente per la “Casetta di Marzapane” della strega cattiva.

Non volendo scrivere due fiabe con l’inizio identico, abbiamo deciso di differenziarle leggermente mantenendone però inalterato lo svolgimento globale.

Speriamo che questa nostra versione vi sia piaciuta!

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Riccioli d’Oro e i tre Orsi 👱‍♀️🐻🐻🐻

Ma cosa ci fa Riccioli d’Oro nella casa dei tre orsi?

Cosa accade quando una bambina curiosa e un po’ birichina entra nella casa di tre orsi senza permesso?

Riccioli d’Oro, attratta da ciò che la circonda, esplora ogni angolo, assaggia il porridge, prova le sedie e si sistema nei letti… fino a quando gli orsi tornano a casa!

Una fiaba classica che insegna ai bambini il valore del rispetto e delle buone maniere, con un pizzico di avventura e tanta dolcezza.


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“Riccioli d’Oro e i tre Orsi 👱‍♀️🐻🐻🐻“

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L’audiofiaba te la racconto io!

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Riccioli d’Oro e i tre Orsi 👱‍♀️🐻🐻🐻


C’era una volta, nel folto di un grande bosco, la casetta della famiglia degli orsi.
Dentro ci vivevano il papà orso, mamma orsa e il piccolo orsetto, che quel giorno erano tutti intenti a fare qualcosa:
Papà orso stava leggendo il giornale, mamma orsa stava preparando la zuppa per il pranzo e il piccolo orsetto stava giocando.

Ad un certo punto la mamma orsa esclamò:
‒ E’ pronta la zuppa!
Tutti si sedettero a tavola e presero la loro scodella, ma non appena l’assaggiarono si accorsero subito che era ancora troppo bollente per essere mangiata.

‒ Mentre aspettiamo che la zuppa si raffreddi, faremo una bella passeggiata nel bosco ‒ disse papà orso.
‒ Bella idea! ‒ rispose mamma orsa.
‒ Siiiii! ‒ esclamò il piccolo orsetto tutto felice.
Così i tre orsi uscirono di casa dimenticandosi di chiudere a chiave la porta.

Poco dopo, arrivò davanti la loro casa una bambina il cui nome era Riccioli d’Oro, per via dei suoi capelli ricci e dorati.
Riccioli d’oro bussò alla porta:
‒ C’è nessuno? ‒ disse, ma non ebbe risposta e, vedendo che la porta era aperta, decise di entrare a curiosare un po’.
Sentì subito un profumo delizioso di zuppa calda nell’aria e vide sul tavolo le tre scodelle. Siccome sentì arrivare un certo languorino allo stomaco, decise di assaggiare la zuppa.

Prese un cucchiaio di zuppa dalla scodella più grande ma si accorse subito che era troppo bollente per i suoi gusti, così assaggiò quella nella scodella media, che invece era troppo fredda! Infine prese la scodella più piccolina e, siccome la zuppa era perfetta, la mangiò tutta.

Poi Riccioli d’Oro, sentendo la pancia piena, decise di riposarsi un pochino su una delle poltrone del salotto. Cercò di salire su quella più grande, ma per lei era troppo alta. Così provò quella media, che però era troppo scomoda. Alla fine si sistemò sulla poltroncina piccolina, che era comodissima, ma Riccioli d’Oro iniziò a dondolarsi avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro… finchè la poltroncina non si ruppe in mille pezzi!

Stanca e infastidita per la poltroncina che si era rotta proprio nel momento in cui si stava divertendo di più, Riccioli d’Oro decise di salire a riposarsi al piano di sopra, dove si trovava la camera da letto dei tre orsi.

Si sdraiò sul letto più grande, che però era troppo alto! Provò allora il letto medio, ma era troppo largo! Alla fine si sdraiò sul lettino piccolino, che era perfetto per lei, e si addormentò.

I tre orsi finalmente tornarono dalla loro passeggiata e con sorpresa trovarono la porta di casa aperta.
Entrati, il papà orso esclamò:
‒ Chi ha assaggiato la mia zuppa?!
E mamma orsa a sua volta esclamò:
‒ Chi ha assaggiato la mia zuppa?!
Mentre il piccolo orsetto, con voce triste disse:
‒ Chi ha mangiato tutta la mia zuppa…?!

Poi papà orso si voltò verso il soggiorno e, notando tutti i cuscini della sua poltrona messi in disordine, disse:
‒ Chi si è seduto sulla mia poltrona?!
Anche mamma orsa disse:
‒ Chi si è seduto sulla mia poltrona?!
Il povero orsetto invece, guardando la sua poltroncina rotta in mille pezzi, disse tristemente:
‒ Chi ha rotto la mia poltroncina…?!

I tre orsi decisero di andare al piano di sopra, da dove sentivano arrivare un sonoro russare…
Papà orso, vedendo il suo letto tutto sottosopra, esclamò:
‒ Chi ha dormito nel mio letto?!
E mamma orsa disse anche lei:
‒ Chi ha dormito nel mio letto?!
Mentre il piccolo orsetto, tutto arrabbiato disse:
‒ Chi sta dormendo nel mio lettino!?

Mamma e papà orsi si girarono a guardare meravigliati la bimba che beatamente dormiva dentro il lettino del loro bambino ed esclamarono tutti all’unisono:
‒ E tu chi sei?!
Solo allora quella monella di Riccioli d’Oro si svegliò di soprassalto, guardando terrorizzata i tre orsi che le stavano attorno e, senza aspettare un attimo di più, prese a correre giù per le scale come un fulmine, infilò la porta di casa e corse via nel bosco senza mai farsi più rivedere.

I tre orsi si guardarono in faccia attoniti e senza parole, grattandosi la testa per l’accaduto.

Presto papà orso sistemò la poltroncina del piccolo orsetto, mentre la mamma prese un po’ della sua zuppa e quella del papà per metterla nella ciotolina del loro cucciolo, così finalmente mangiarono tutti la zuppa felici e contenti!

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Il macinino magico 🌊

Perché il mare è così salato?

Questa antica fiaba, tramandata nei secoli, offre una spiegazione magica e affascinante a questo mistero.

Noi di fabulinis abbiamo rielaborato la storia con un tocco di fantasia, rendendola semplice e coinvolgente per i più piccoli. Un viaggio tra magia e avventura per scoprire il segreto nascosto nelle profondità del mare!

Questo racconto è stato ispirato ad una fiaba popolare originaria della Norvegia


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“Il macinino magico 🌊“

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Il macinino magico 🌊


C’erano una volta due fratelli, Enrico che era ricco ma antipatico, e Nicola che era simpatico, ma senza nemmeno un soldo bucato.
Una sera Nicola, aprendo la dispensa della cucina e vedendola ancora vuota, decise di andare dal fratello per chiedergli qualcosa da mangiare.

– Sempre qui a chiedere qualcosa tu…” – disse sbuffando Enrico – tieni, ti do questo bel pezzo di carne, ma che sia l’ultima volta che vieni qui a chiedere qualcosa, la prossima volta sarà meglio che tu vada al diavolo!

Nicola, prese la carne e si avviò verso casa tutto preoccupato, stava facendo buio, e tutto preso dai suoi pensieri non si accorse di aver sbagliato strada.
– Mi sa che questa volta ho fatto proprio arrabbiare Enrico… la prossima volta che non avrò nulla da mangiare farò meglio ad andare direttamente dal diavolo a chiedere qualcosa.

Caso vuole che proprio nei paraggi c’era un vecchietto con la barba lunga e bianca, che mentre si stava riposando dallo spaccar la legna, aveva ascoltato le parole di Nicola.
– Ho sentito le tue parole ragazzo mio, se vuoi ti posso aiutare e vedrai che non sarà necessario andare dal diavolo – disse il vecchietto.

– Veramente tu mi puoi aiutare? – rispose Nicola, e il vecchietto annuì.
– Dammi quel pezzo di carne e io in cambio ti darò un macinino magico.
– E cosa ci faccio con un macinino magico? – disse Nicola dubbioso.

Il vecchietto sorrise, entrò nella sua casetta e tornò con il mano il macinino.
– Guarda, puoi chiedergli tutto quello che vuoi.

Il vecchietto poggiò il macinino a terra e disse – macina della legna! – batté due volte le mani e il macinino iniziò a sputar fuori pezzi di legna a tutt’andare.
– Smetti di macinare! – batté di nuovo le mani e il macinino si fermò.
– Allora lo vuoi? – chiese il vecchietto a Nicola.

Nicola senza farselo dire due volte diede il pezzo di carne al vecchietto e prese in mano il macinino, ma quando rialzò lo sguardo per ringraziarlo, il vecchietto e la sua casetta non c’erano più.
Nicola corse a casa dalla moglie, che vedendolo rincasare col macinino in mano e senza nulla da mangiare lo rimproverò subito.
– Aspetta cara! – disse Nicola – guarda!

Nicola poggiò sulla tavola il macinino e disse battendo le mani.
– Macina una tavola imbandita piena di cibo! – e il macinino partì ad apparecchiare la tavola con ogni ben di dio.

Quando ebbe finito Nicola batté di nuovo le mani e il macinino si fermò.
Sua moglie era sbalordita, e da quella sera non ebbero più fame, anzi iniziarono ad invitare tutti i loro amici a cena preparando delle feste sempre più grandi e meravigliose.

Enrico, il fratello di Nicola, non riusciva a spiegarsi il motivo di tutta quella improvvisa fortuna. Così durante una delle cene di Nicola, Enrico si nascose in cucina per capire come mai Nicola aveva vietato a tutti di entrarci, e lì vide il macinino in azione.

Non appena Nicola uscì dalla cucina, Enrico prese il macinino e scappò via. Ma Enrico era talmente ricco che di quel macinino non sapeva bene che farsene, lo aveva rubato al fratello solo per fargli un dispetto e perché era invidioso del fatto che era diventato quasi più ricco di lui.

Così, per non farsi scoprire come il ladro che aveva rubato il macinino al fratello, Enrico decise di sbarazzarsene.
– Andrò al porto e lo darò a qualche capitano che se porti via con sé per i sette mari, così Nicola non lo troverà mai più e non saprà a chi dare la colpa.

Così Enrico andò al porto e chiamò vicino a sé il capitano di una nave.
Gli spiegò che con quel macinino avrebbe potuto macinare tutto quello che voleva.
– Macina anche il sale? – chiese il capitano.
– Si si, tutto quello che vi serve – rispose Enrico — funziona così…

Enrico batté le mani e disse macina del sale, il macinino cominciò e il capitano vedendo quel prodigio non capì più nulla, strappò dalle mani di Enrico il macinino e scappò via.

Il macinino continuava a produrre sale, e in men che non si dica il capitano riuscì a riempire la sua barca.
– Così non sarò più costretto a navigare per i mari più pericolosi in cerca del sale! – disse il capitano.

Ma il capitano non aveva aspettato di sapere come fermare il macinino, che continuava imperterrito a produrre sale.
Finché ogni angolo della nave fu piena, tanto che il capitano si ritrovava su una montagna di sale.
Il capitano disperato e preoccupato per la nave che stava per affondare, decise a malincuore di buttare il macinino nel mare.

Il macinino andò a posarsi sul fondo, ed è ancora lì che macina sale senza fermarsi mai.
Ecco perché il mare è salato.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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La Bella e la Bestia 👧🦁

La Bella e la Bestia: mai giudicare dall’aspetto il buon cuore delle persone

Dietro le mura di un castello misterioso si cela una creatura spaventosa, la Bestia, e un incantesimo che solo il vero amore può spezzare.

Bella, giovane e coraggiosa, accetta di affrontare l’ignoto per salvare suo padre.

Ma ciò che trova va oltre ogni immaginazione: un mondo di magia, segreti nascosti e un cuore buono che attende solo di essere riscoperto.


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“La Bella e la Bestia 👧🦁“

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La Bella e la Bestia 👧🦁


C’era una volta un mercante a cui la fortuna aveva girato le spalle, ed era caduto in disgrazia insieme alla figlia dolce e gentile che si chiamava Bella.
Un giorno il mercante decise di andare a tentar fortuna in una lontana città, dove aveva sentito che al porto stavano arrivando delle navi piene di merci esotiche.

Prima di partire chiese a Bella cosa volesse per regalo di ritorno dal suo viaggio.
– A me basta solo una rosa, perché la cosa più importante è il bene che ti voglio, papà – rispose Bella.
Il padre commosso, partì per il lungo viaggio, ma purtroppo quando arrivò al porto non riuscì a combinare nessun affare, e riprese il cammino verso casa ancora più povero di prima.

Ma quando ormai mancava poco per arrivare a casa, il padre di Bella fu preso alla sprovvista da una forte bufera.
Si rifugiò dentro l’unico edificio che riuscì a vedere nelle vicinanze, un castello che pareva abbandonato.
Dentro al castello però c’era una bellissima e rigogliosa serra piena di piante e fiori, tra cui anche un roseto. Il padre di Bella si ricordò della promessa fatta alla figlia, e senza pensarci, prese una rosa da portarle in dono.

Ma non appena la colse si sentì afferrare da delle possenti braccia che lo immobilizzarono e lo legarono come un salame. Era il padrone del castello, e la sua faccia era simile a quella di una bestia feroce, come un leone!
– Come osi raccogliere le mie rose! – ruggì la Bestia.
– Mi scusi signore, mi sono rifugiato nel suo castello per ripararmi dalla bufera, e quando ho visto queste magnifiche rose mi son ricordato della promessa che ho fatto a mia figlia…

– Quale promessa? – ringhiò la Bestia.
– Che di ritorno dal mio lungo viaggio al porto le avrei portato una rosa in dono.
La Bestia grugnì.
– Così tu hai una figlia… dovrei ucciderti, ma se in cambio della tua vita, tu porterai la tua figlia qui, lei vivrà per sempre insieme a me e tu sarai libero!

Lì per lì il mercante, non sapendo cosa fare, disse di sì, ma uscito dal castello e imboccato il sentiero di casa si pentì di quello che aveva fatto:
– Saluterò Bella e le dirò quanto le voglio bene, poi tornerò dalla Bestia e affronterò il mio destino.
Così arrivò a casa, abbracciò la figlia e le diede in dono la rosa, dicendole anche che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrebbe visto.

Bella non capiva ed insisteva per farsi spiegare il perché, finché suo padre non le raccontò tutta la storia.
– Ma allora è tutta colpa mia! – disse Bella tra le lacrime.
– Come colpa tua? – le rispose il padre.
– Se io non ti avessi chiesto in dono questa rosa, tu adesso non saresti in questa situazione… non è giusto!
Bella insistette così tanto che alla fine costrinse suo padre ad accompagnarlo al castello della Bestia.
Quando arrivarono fu la stessa Bestia in persona ad aprire il portone.

– Vedo che hai mantenuto la promessa – disse rivolto al padre di Bella, poi con un gesto fulmineo prese con sé la ragazza e chiuse con forza il portone dietro di sé.
Il padre di Bella cercò con tutte le forze di entrare, batté forte i pugni sul portone, prese un lungo bastone cercando di forzare la serratura, ma niente, il portone non si aprì…
Bella ormai era prigioniera nel castello della Bestia, ma contrariamente a quello che pensava, la Bestia non trattò mai male Bella, anzi.

La bestia era molto premurosa nei suoi confronti, la trattava sempre con gentilezza, aveva sempre un pensiero carino per lei e non le faceva mancare niente.
Ascoltava con attenzione tutte le storie che Bella gli raccontava la sera e poi, con un inchino, si congedava e andava a dormire, per poi farle sempre trovare la colazione pronta al mattino.
Bella amava passeggiare per la stupenda serra fiorita, e la Bestia la accompagnava con piacere. Stare accanto a lei era veramente incantevole, tanto che senza nemmeno accorgersene, se ne innamorò.

Ma a Bella mancavano tanto la sua casa e il suo papà. Una sera la Bestia la vide piangere e le chiese il perché. Quando scoprì il motivo di tanto sconforto le regalò uno specchio magico.
Nello specchio Bella poteva vedere una stanza della sua casa, e di conseguenza come stava suo padre. Ma purtroppo suo padre non stava tanto bene. Si era ammalato e arrivò il giorno in cui Bella nello specchio lo vide immobile a letto.

Bella si disperò e decise di chiedere alla Bestia se poteva tornare a vedere suo padre almeno per l’ultima volta.
– E’ molto malato, vedi? – e fece vedere lo specchio alla Bestia, che grugnì di disappunto.
– E va bene, vai pure, ma se entro una settimana non tornerai, io morirò certamente di crepacuore.
Sentendo quelle parole, Bella capì cosa provava per lei la Bestia.

– Tornerò – disse sorridendo, poi prese le sue cose e uscì dal castello.
Che sorpresa fu per suo padre rivedere Bella, sana e salva e pure ben vestita! La visita di sua figlia gli fece talmente bene che già il giorno dopo stava meglio.
E così fu per tutti i giorni seguenti, tanto che alla fine della settimana il padre di Bella era tornato in piena forma.
– Ora che stai meglio papà, io dovrei tornare al castello.
– Non tornare figlia mia – le disse – se mi sono ammalato è per il dispiacere di non averti qui accanto a me! Rimani qui con me ancora un giorno, così da rimettermi ancora meglio.

Bella esitò un momento, ma non riuscì a lasciare da solo il padre che era così felice di rivederla.
Passò un giorno, poi due e poi tre, e ogni volta suo padre riusciva a trattenerla con la scusa di guarire sempre di più dalla sua malattia.
Ma a Bella la Bestia iniziava a mancare veramente. Solo ora che non era più con lui si era accorta di quanta gentilezza aveva avuto nei suoi confronti e di quanto buono fosse il suo cuore.
E poi il rimorso della promessa non mantenuta era troppo forte, e la sua coscienza non le dava pace. Così quella notte decise di scappare e tornare al castello.

Quando finalmente arrivò, Bella trovò la Bestia per terra agonizzante. Lo prese tra le sue braccia e lo sollevò, ma lui quasi non respirava più.
– Sono tornata! Sono tornata da te! Scusami se ci ho messo così tanto…
La Bestia riuscì ad aprire un poco gli occhi e la guardò con dolcezza.
– Cosa posso fare per aiutarti? – gli chiese con voce tremante Bella.
Bestia fece un lungo sospiro, esitò, finché in un sussurro disse:
– Un bacio… solo un ultimo bacio di addio.

Bella gli prese il viso, lo guardò negli occhi lacrimanti, si avvicinò e lo baciò, chiudendo gli occhi.
Un forte brivido scosse tutto il corpo della Bestia, tanto che Bella si spaventò. Ma la sorpresa fu davvero enorme quando vide che la Bestia si era trasformato in un bellissimo uomo.
– Ma cosa è successo? – domandò Bella incredula ma felice come non mai.
– Col tuo bacio hai spezzato l’incantesimo di una fata malvagia che mi aveva trasformato in Bestia per gelosia… grazie mia Bella…
Bella lo abbracciò forte, lui si sentiva già meglio.

Pochi giorni dopo il Principe che era stato trasformato in Bestia si era rimesso in perfetta salute. Finalmente poteva stare accanto alla sua Bella tenendola per mano senza doversi nascondere per il suo aspetto, e di lì a poco si sarebbero anche sposati.
E vissero tutti felici e contenti.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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L’omino di pan di zenzero 😄

Tra fughe e inseguimenti, come finiranno le avventure dell’omino di pan di zenzero?

“Son l’omino di pan di zenzero, e dal forno son scappato! Ora che sono in libertà, mai nessun mi piglierà!”

Nata come tradizione culinaria alla corte della regina Elisabetta I d’Inghilterra, la storia dell’omino di pan di zenzero è diventata nel tempo una fiaba popolare con molte varianti e finali diversi.

Un racconto che unisce magia, humor e una morale sul valore della libertà e dell’astuzia.


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“L’omino di pan di zenzero 😄“

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L’omino di pan di zenzero 😄


C’erano una volta una vecchina e un vecchietto che non avevano figli, lei badava alla casa mentre lui coltivava i campi.

Un giorno, quasi per gioco, la vecchina decise di preparare un dolcetto di pan di zenzero a forma di omino, forse pensando al bambino che non avevano mai avuto ma che avevano sempre tanto desiderato.

Così prese acqua, farina e spezie, stese la pasta e ritagliò con cura la sagoma dell’omino, lo decorò e finito il lavoro lo mise dentro il forno.

Ma una fatina un po’ maldestra stava sbirciando la scena di nascosto, e decise di esaudire il grande desiderio della donna di avere un bimbo. Recitò quindi una magia, di cui però non era molto sicura, e nel forno accadde qualcosa di magico.

Quando la vecchina aprì lo sportello del forno, l’omino di pan di zenzero era vivo!
Lui le sorrise beffardamente e saltò giù correndo via per la porta di casa.

Mentre correva e gridava dalla felicità, l’omino di pan di zenzero fu notato dal vecchino, che smise di coltivare la terra attirato anche dalle urla della moglie che rincorreva il buffo dolcetto.

L’omino di pan di zenzero cantava allegramente:
– Son l’omino di pan di zenzero e dal forno son scappato, ora che sono in libertà mai nessun mi piglierà!

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Le volpi sul fiume 🦊🦊🦊

La favola che insegna come la vanità può portare a conseguenze negative e problemi inaspettati.

“Adesso vi faccio vedere io quanto sono brava!” 🤣
La favola di Esopo “Le Volpi sul Fiume” ci insegna una lezione importante sulla vanità e sulle conseguenze delle azioni impulsive.

In questa storia, una volpe cerca di impressionare le altre, ma finisce solo per cacciarsi nei guai.
Un insegnamento che mostra come l’orgoglio e il desiderio di mettersi in mostra possano portarci a fare scelte sbagliate.


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“Le volpi sul fiume 🦊🦊🦊“

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Le volpi sul fiume 🦊🦊🦊


C’era una volta un branco di volpi che girava allegra per il bosco.
Cammina cammina venne a tutte una gran sete e si misero in cerca di un fiume dove abbeverarsi.

Finalmente lo trovarono, ma purtroppo il fiume era in fondo ad una scarpata molto ripida e piena di rovi da oltrepassare, e nessuna di loro se la sentiva di rischiare a scendere giù.

Iniziarono allora a prendersi in giro:
– Dai vai tu che sei la più agile! – disse una.
– Ma perchè non scendi tu che hai le zampette così forti? – rispose l’altra.
– Ma io ci andrei anche, è che in questo momento non ho poi così tanta sete… – disse un’altra ancora.

Dopo un po’ che andavano avanti così, una di loro che voleva farsi bella e svergognare le compagne (pensandosi anche decisamente più brava delle altre in quanto a intelligenza ed agilità) disse:
– Ci vado io a bere l’acqua, così vi faccio vedere quanto sono brava a discendere dai dirupi e trovare la strada giusta!

E così fece un gran balzo per superare i rovi e si ritrovò direttamente sulla riva del fiume.
Nel girarsi a ridere delle compagne però, fece un passo falso e mise una delle zampette in acqua.
Non trovando appoggio si sbilanciò e finì per ritrovarsi dentro alla corrente del fiume che piano piano la portò via.

Le altre volpi non vedendola più tornare indietro gridarono:
– Non abbandonarci qui cara amica! Torna indietro e facci vedere la strada per raggiungere il fiume!

La povera volpe, che stava a stento col muso sopra il pelo dell’acqua rispose:
– Devo andare a consegnare un messaggio importante a Mileto! Il sentiero ve lo mostro quando torno indietro!
E probabilmente la volpe arrivò veramente a Mileto, ma bagnata e fradicia lungo il fiume, e non per il sentiero…

Morale della favola: chi fa troppo lo spavaldo e ride degli altri, spesso si caccia nei guai da solo.

⚜️ Fine della favola ⚜️

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Il cavallo e l’asino 🐎🫏

Scopri la favola di Esopo sulla collaborazione e l’aiuto reciproco

“L’unione fa la forza” è un proverbio che si applica perfettamente a questa favola di Esopo, che insegna ai bambini il valore della collaborazione e dell’aiuto reciproco.

In questa storia, il cavallo e l’asino comprendono che, condividendo le fatiche, possono alleggerirsi il lavoro e prevenire sforzi più grandi in futuro.
Un’importante lezione per insegnare ai bambini che aiutare gli altri non solo è un bel gesto, ma porta anche benefici pratici.


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“Il cavallo e l’asino 🐎🫏“

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Il cavallo e l’asino 🐎🫏


C’erano una volta un cavallo e un asino che vivevano nella tessa stalla.
Il loro padrone voleva bene ad entrambi, e non mancava mai di attenzioni verso ciascuno di loro.
Però, quando si trattava di portare i sacchi di farina da vendere giù al mercato, sulla groppa del cavallo, fiero ed altezzoso, ne caricava solo un paio, mentre sulla groppa dell’asino buono e mansueto, ne caricava molti di più.

All’asino andava bene così, lui ci era abituato e sapeva che quello era il suo lavoro. In più ammirava veramente la bellezza del cavallo, e quindi si era convinto che fosse giusto preservare il suo splendore non caricandolo di troppi pesi.

Un giorno però, andando al mercato, il loro padrone non si rese conto di aver caricato troppo l’asino, così che dopo pochi chilometri l’asino cominciò a camminare con fatica.

Il padrone purtroppo era tutto preso dal parlare con un suo amico che faceva la stessa strada, e non si rese conto di quanta fatica facesse l’asino, così l’asino si rivolse al cavallo.

– Cavallo, amico mio – disse l’asino – mi potresti dare una mano? Ho il fiato corto e faccio fatica a camminare, prenderesti uno dei miei sacchi di farina?
Il cavallo lo guardò a malapena e fece finta di non aver sentito.

L’asino continuò il suo faticoso cammino sbuffando.
Dopo un po’ però le gambe gli cominciarono a traballare.
– Cavallo, amico mio, ti prego dammi una mano, non ce la faccio a portar tutto questo peso, tra poco cadrò…
– Se il padrone ti ha caricato di tutti quei sacchi è perché sa che li puoi portare – rispose stizzito il cavallo.

L’asino abbassò la testa e continuò a camminare.
Ma non ce la faceva davvero più.

– Cavallo amico mio, ti supplico, prendi almeno uno dei miei sacchi e aiutami.
– No! – rispose secco il cavallo – tieniti i tuoi sacchi e non mi disturbare più!
E, per sottolineare il fatto che non lo avrebbe aiutato, allungò il passo distanziandolo di una decina di metri.

L’asino allora decise che ne aveva abbastanza e si lasciò cadere al suolo con un sordo tonfo.
Solo allora il padrone si accorse di quello che stava succedendo.

– Povera bestia mia, che stupido sono stato a caricarti di così tanti sacchi, aspetta ora te li tolgo di groppa – e così fece.
– Tieni anche un po’ d’acqua e riposati qui all’ombra dell’albero – continuò il padrone.
Finalmente l’asino aveva un po’ di pace e ristoro.

– Cavallo, vieni qua! – ordinò il padrone – ora i sacchi di farina li porterai tutti tu!
Il cavallo spazientito ed infuriato per la cosa non poté che obbedire al padrone che gli caricò sulla groppa tutti i sacchi di farina.
“Che stupido che sono stato” pensò il cavallo “Se avessi ascoltato l’asino e l’avessi aiutato prendendomi uno dei suoi sacchi di farina, adesso non farei tutta questa fatica…”

E proseguirono il viaggio, il cavallo sbuffando dalla fatica e della sua stupidaggine, e l’asino finalmente con la groppa libera e senza pesi godendosi la passeggiata fino al mercato.

Morale della favola: meglio condividere le fatiche con gli altri prima che tutte le fatiche ricadano solo su di noi.

⚜️ Fine della favola ⚜️

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La cornacchia vanitosa 🦚

Se la natura ti ha fatto nascere cornacchia, non ha senso cercare di essere un pavone…

La favola della cornacchia vanitosa ci insegna l’importanza di essere noi stessi e di volerci bene per quello che siamo, senza cercare di somigliare agli altri.

In questa storia di Esopo, conosciuta anche come “La cornacchia e le piume del pavone” nella versione di Fedro, la cornacchia scopre che non ha bisogno di imitare il pavone per sentirsi speciale: è più preziosa quando apprezza le sue qualità uniche.

Un insegnamento senza tempo sull’autenticità di essere sè stessi.


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“La cornacchia vanitosa 🦚“

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La cornacchia vanitosa 🦚


C’era una volta una cornacchia, tutta nera. Un giorno, mentre volava sopra il bosco, vide su un prato dei bellissimi pavoni. Si fermò quindi sopra il ramo di un albero ad ammirarli.

I pavoni si accorsero presto che la cornacchia stava appollaiata lì sul ramo ad osservarli, e, da gran vanitosi che erano, fecero tutti la ruota con la coda.
La cornacchia, abbagliata dalla bellezza della loro coda, volò via.

Andò così a specchiarsi nell’acqua dello stagno, e si vide così brutta che decise di non mostrarsi più in giro per la vergogna.

Invidiosa del magnifico comportamento e delle splendide piume dei pavoni, iniziò a spiarli ogni giorno in gran segreto, da un albero un po’ più nascosto del precedente.
La cornacchia si accorse così che, sparse per il prato, c’erano delle penne cadute dalle code dei pavoni e lasciate lì sul prato. Decise, quindi, di aspettare il tramonto per poterle andare a prendere di nascosto.
Non appena riuscì a raccoglierne cinque, volò via e andò a nascondersi in un posto riparato, dove con un po’ di colla le attaccò alla sua coda.

Il mattino dopo andò ad ammirare nelle acque dello stagno la sua nuova coda di pavone, pensando: “Adesso sono anche io bella come i pavoni. Andrò dalle mie compagne cornacchie e le farò morire di invidia!”.
La cornacchia andò quindi dalle sue compagne, che, vedendola, iniziarono veramente a morir d’invidia. Quella coda con le penne di pavone era davvero bellissima.

Purtroppo, però, l’arroganza della cornacchia non la trattenne dal prendere in giro le sue compagne, dicendo loro che erano brutte e con le penne spelacchiate.
Le compagne cornacchie, arrabbiate come non mai, la cacciarono via a beccate, dicendole di non farsi più vedere.

La cornacchia volò via, e andò a consolarsi sul ramo d’albero da cui guardava di solito i pavoni.
“Le mie compagne cornacchie non mi meritano” pensò, “meglio andare a vivere con i pavoni. Siccome ormai sono bella come loro, non saranno invidiosi”.
E così la cornacchia volò sul prato in mezzo a tutti i pavoni, salutandoli felicemente.

Ma i pavoni, vedendo arrivare in mezzo a loro questa cornacchia spelacchiata, con in più attaccate alla sua coda alcune delle loro bellissime penne, rubate chissà quando, non la presero molto bene.
Iniziarono a correrle dietro per scacciarla dal loro prato e cercavano anche di beccarla. Alla fine la cornacchia dovette prendere il volo ed andare via.

Umiliata e triste, la cornacchia si staccò le penne di pavone dalla coda, e con la testa bassa, tornò dalle sua compagne cornacchie che ridendo e scherzando la accolsero di nuovo tra loro, perché erano le sue amiche di sempre.

Morale: non bisogna cercare di somigliare a qualcun altro ma apprezzarsi per ciò che si è.

⚜️ Fine della favola ⚜️

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Il cervo e il leone 🦌🦁

La favola per imparare che le qualità che ci sembrano fragili, a volte possono salvarci, mentre la forza fisica non sempre aiuta.

Se una tua caratteristica fisica non ti piace, potresti non aver ancora capito come sfruttarla al meglio.

Nella favola di Esopo “Il Cervo alla Fonte e il Leone”, si nasconde una lezione preziosa: la bellezza e la forza fisica non sono sempre la soluzione, mentre alcune qualità che percepiamo come fragili possono, al contrario, salvarci dai pericoli.

Un racconto che ci insegna a valutare correttamente le nostre caratteristiche e a non sottovalutare quelle che sembrano più deboli.


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“Il cervo e il leone 🦌🦁“

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Il cervo e il leone 🦌🦁


C’era una volta, in una grande foresta, un bellissimo cervo, con delle maestose corna tutte ramificate.

Il cervo era talmente orgoglioso delle sue corna, così belle, grandi e ben proporzionate, che andava spesso al laghetto per ammirarle specchiandosi nelle sue acque.
Passava ore e ore a guardare il suo riflesso nell’acqua, ogni giorno sempre più fiero.

Il cervo, però, non poteva proprio sopportare di vedere quelle maestose corna e quel corpo atletico tenuti su da delle zampe così magre e ossute. Faceva veramente fatica ad accettare quel contrasto.

Un giorno però, mentre era al laghetto tutto intento a specchiarsi, sentì un rumore insolito. Alzò lo sguardo e vide a qualche decina di metri da sé, un leone.
Il leone lo stava guardando dritto negli occhi e ad un certo punto ruggì con forza.
Il cervo capì immediatamente che doveva fuggire il più velocemente possibile, altrimenti il leone gli sarebbe saltato addosso con un paio di balzi.

Così il cervo fece uno scatto e si addentrò nella foresta.
Il leone non fu da meno e si diede subito all’inseguimento del cervo.

Il cervo conosceva bene tutti i sentieri del bosco, e sapeva che, se voleva salvarsi, avrebbe dovuto portare il leone verso la montagna, dove un torrente aveva scavato una profonda gola che lui avrebbe potuto saltare, mentre il leone non ci sarebbe mai riuscito.
Ma il leone lo inseguiva con balzi sempre più grandi, e si stava avvicinando sempre di più.

Il cervo capì che, se continuava a correre in quel modo, il leone gli sarebbe stato addosso in pochi balzi. Così iniziò a zigzagare per tutto il bosco, saltando siepi e arbusti grazie alle sue zampe snelle e scattanti.
Il leone iniziò ad essere in difficoltà. Finché si trattava di correre dritto, poteva raggiungere facilmente il cervo. Ma ora la sua preda continuava a saltare a destra e a sinistra ininterrottamente, e lui non riusciva ad avere la stessa agilità.

Il cervo a poco a poco guadagnava terreno sul leone, finché ecco! Vide le prime rocce della montagna!
Il cervo sapeva che poteva mettersi in salvo, doveva solo arrivare al torrente e saltare dall’altra parte della riva.
Il leone intanto iniziava a dare i primi segni di cedimento, ma non si era ancora dato per vinto.
Finché il cervo, arrivato al torrente, raccolse tutte le forze che gli rimanevano e… Hoop! Con le sue agili zampe posteriori spiccò un balzo che lo portò dall’altra parte della riva.
Era in salvo.

Il leone arrivò alla riva del torrente e si fermò bruscamente. Sapeva che non sarebbe mai riuscito a saltare dall’altra parte.
I due si fissarono a lungo negli occhi, sapendo entrambi che la caccia era stata solo rimandata ad un altro giorno. Poi il leone si voltò e andò via lentamente.

Il cervo, col cuore ancora in gola, guardò giù nel torrente. C’era un punto in cui si formava una pozza e l’acqua era più ferma. Il cervo vide la sua immagine, con le esili e snelle zampe che facevano tanto contrasto con le corna grandi e maestose.
Quelle zampe per lui così brutte e tanto denigrate, però, lo avevano appena tratto in salvo dal leone.
Le sue corna erano sicuramente meravigliose, ma le sue zampe, anche se non erano la parte più bella del suo corpo, erano la cosa più utile ed efficace che possedeva.
Decise quindi di non criticarle più, anzi di averne molta cura.

Da quel giorno smise perciò di guardarsi nelle acque del laghetto, e non dimenticò mai la lezione imparata quel giorno.

Morale: le cose che ci sembrano inutili, a volte, si rivelano piu’ utili di quanto si potesse mai immaginare.

⚜️ Fine della favola ⚜️

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Il topo di città e il topo di campagna 🐁🐀

Voler cambiare la propria vita è bello, ma non sempre è la cosa giusta da fare

A volte non siamo mai contenti di ciò che abbiamo, ma chi lascia la via conosciuta per l’ignoto, sa cosa sta lasciando, ma non cosa troverà.

La favola del Topo di Città e il Topo di Campagna di Esopo (e successivamente di Orazio) racconta le avventure di due topini, uno abituato alla frenesia della città e l’altro alla tranquillità della campagna che, stanchi della loro vita, decidono di scambiarsi casa, ma presto scopriranno che ogni scelta comporta dei rischi imprevisti.

Un racconto che invita a riflettere sui cambiamenti e sulla bellezza di apprezzare ciò che si ha.


Alla fine del racconto troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Il topo di città e il topo di campagna 🐁🐀“!

“Il topo di città e il topo di campagna 🐁🐀“

aspetta solo di essere ascoltata!
L’audiofiaba te la racconto io!

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Il topo di città e il topo di campagna 🐁🐀


C’era una volta un topino che viveva in città, e che un giorno decise di fare una gita in campagna.
Era stufo della vita frenetica che faceva ogni giorno e voleva rilassarsi un po’ tra i prati verdi e all’ombra di qualche grande albero.

Mentre riposava tranquillo, passò di lì un topino di campagna.
– Buongiorno – gli disse il topino di campagna.
– Buongiorno a te! – rispose il topino di città. – Sei di queste parti?
– Certamente, abito con la mia famiglia un po’ più in là, vicino a quel boschetto.
– Come ti invidio… – gli disse il topino di città – tu stai qui tranquillo e sereno senza preoccupazioni, io invece devo correre tutto il giorno di qua e di là per non farmi prendere!

– Ma scusa, tu da dove vieni? – chiese incuriosito il topino di campagna.
– Vengo dalla città.
– Ma allora sei tu quello fortunato! Lì in città avete tutte le comodità del mondo e anche cibo in abbondanza! Qui ci sono periodi in cui si fa la fame…

– Guarda amico mio, ti propongo uno scambio. Io vengo a vivere qui in campagna e tu vai a vivere da me in città, ci stai?
– Va bene, ci sto! – rispose tutto contento il topino di campagna.
E così i due si avviarono alle rispettive nuove case.

Al topino di città non sembrava vero di poter finalmente stare tranquillo per un po’, senza dover correre dalla mattina alla sera. Per il topino di campagna, il solo pensiero di avere una dispensa piena di cibo, da poter usare a proprio piacimento, era più di un sogno che si realizzava.
Il topino di città, all’inizio, trovava anche divertente il dover andare a caccia ogni giorno di un piccolo pezzo di formaggio o il doversi ingegnare su come raccattare una briciola di pane. In città aveva messo su grasso in abbondanza e aveva un po’ di pancetta da smaltire.

Invece il topino di campagna, finalmente, non doveva più preoccuparsi di dover ogni giorno trovare un modo per riempirsi la pancia: bastava entrare in cucina e servirsi. L’unico inconveniente era il dover stare attento al padrone di casa, a sua moglie, ai due figli e ai tre terribili gatti che in ogni momento cercavano di fargli la pelle.

I giorni e le settimane passavano. Dopo un mese, il topino di città iniziò a rimpiangere le grandi abbuffate che faceva a tutte le ore del giorno. Adesso era già tanto se raggranellava qualche pezzettino di pane raffermo o una fetta di formaggio ammuffita.
Il topino di campagna, invece, non ne poteva più di rischiare la vita ogni volta che entrava in cucina per rubare un pezzettino di formaggio: il batticuore e la paura erano troppo per lui.

Così decisero entrambi di ritornare indietro da dove erano venuti e si incontrarono a metà strada.
– Ciao amico topo di campagna!
– Ciao amico topo di città!
I due si abbracciarono, e si ringraziarono per le esperienze che avevano potuto fare scambiandosi la casa. Soprattutto, avevano imparato ad apprezzare ciò che possedevano e che era inutile essere invidiosi l’uno dell’altro. Giurarono solennemente che sarebbero rimasti per sempre amici e ciascuno, felice, corse veloce a casa sua.

Morale: meglio una vita più semplice ma serena, che una vita brillante ma piena di pericoli.

⚜️ Fine della favola ⚜️

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