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Categoria: favole

L’omino di pan di zenzero 😄

Son l’omino di pan di zenzero e dal forno son scappato, ora che sono in libertà mai nessun mi piglierà!

La storia del’omino di pan di zenzero risale addirittura al sedicesimo secolo, quando la regina Elisabetta I d’Inghilterra faceva preparare questi biscottini dalle sembianze di un buffo omino per gli ospiti importanti della corte reale.

Col tempo divenne poi una breve storia popolare con molteplici sviluppi e diversi finali.

La versione più famosa è quella che vi raccontiamo qui su fabulinis!

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare dell’omino di pan di zenzero!

🔊 Audiofiaba 😴

Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare l’omino di pan di zenzero raccontata da William!

L’omino di pan di zenzero 😄


C’erano una volta una vecchina e un vecchietto che non avevano figli, lei badava alla casa mentre lui coltivava i campi.

Un giorno, quasi per gioco, la vecchina decise di preparare un dolcetto di pan di zenzero a forma di omino, forse pensando al bambino che non avevano mai avuto ma che avevano sempre tanto desiderato.

Così prese acqua, farina e spezie, stese la pasta e ritagliò con cura la sagoma dell’omino, lo decorò e finito il lavoro lo mise dentro il forno.

Ma una fatina un po’ maldestra stava sbirciando la scena di nascosto, e decise di esaudire il grande desiderio della donna di avere un bimbo. Recitò quindi una magia, di cui però non era molto sicura, e nel forno accadde qualcosa di magico.

Quando la vecchina aprì lo sportello del forno, l’omino di pan di zenzero era vivo!
Lui le sorrise beffardamente e saltò giù correndo via per la porta di casa.

Mentre correva e gridava dalla felicità, l’omino di pan di zenzero fu notato dal vecchino, che smise di coltivare la terra attirato anche dalle urla della moglie che rincorreva il buffo dolcetto.

L’omino di pan di zenzero cantava allegramente:
– Son l’omino di pan di zenzero e dal forno son scappato, ora che sono in libertà mai nessun mi piglierà!

Anche il vecchietto iniziò quindi a rincorrere il buffo omino insieme alla moglie, che gli urlava dietro:
– Dove vai birbante! Sei appena nato e già fai il monello!
Ma l’omino di pan di zenzero rideva allegro e correva più veloce.

I due vecchietti però dopo un po’ furono esausti e non ce la facevano più a correre, così chiesero a un loro amico agricoltore di rincorrerlo per loro.
L’agricoltore iniziò a correre dietro l’omino di pan di zenzero, e dopo un po’ anche lui chiese l’aiuto della mugnaia.

Ma anche la mugnaia dovette arrendersi al piccolo e veloce omino di pan di zenzero, chiese così aiuto al fabbro, che poi lo chiese al lattaio che lo chiese alla sarta…

In men che non si dica l’intero paese correva dietro all’omino di pan di zenzero, che sempre più beffardo continuava a cantar felice:
– Son l’omino di pan di zenzero e dal forno son scappato, ora che sono in libertà mai nessun mi piglierà!

Ad un certo punto però la corsa dell’omino di pan di zenzero si dovette interrompere davanti al letto del fiume.
Il povero omino di pan di zenzero si girò a guardare dietro di sé e vide l’intero paese che stava arrivando di corsa per prenderlo.

L’omino di pan di zenzero pensò quindi di essere spacciato, ma un fischio attirò la sua attenzione: era una volpe che stava sdraiata beata sotto l’ombra di un albero.
– Ti sei cacciato nei guai, eh!? – chiese la volpe all’omino di pan di zenzero.
Lui, disperato e senza via di fuga, disse allora alla volpe:
– Ti prego aiutami!

La volpe sorrise e gli disse:
– Certamente! Salta sul mio dorso, nuoterò fin sull’altra sponda del fiume e ti porterò in salvo.

Senza pensarci l’omino di pan di zenzero saltò in groppa alla volpe che si immerse nelle acque del fiume.
Poco dopo tutti gli abitanti del villaggio, vecchina e vecchino compresi, arrivarono sulla riva del fiume e si fermarono a guardare la scena.

L’omino di pan di zenzero faceva già le linguacce a tutti quando sentì la volpe dirgli:
– Mettiti sopra la mia testa se non vuoi bagnarti!
E l’omino di pan di zenzero si sistemò sulla sua testa.

Erano quasi a metà del fiume quando la volpe disse ancora:
– Se ti metti sulla punta del mio naso sarai ancora più comodo!
E l’omino di pan di zenzero si mise cavalcioni sulla punta del suo naso.

Ma proprio quando ormai erano arrivati a riva, con un fulmineo movimento del muso, la volpe lanciò in aria l’omino di pan di zenzero che, ricadendo andò a finire dritto dritto dentro la sua bocca spalancata!
– Gnammm! – disse la volpe.

E davanti agli attoniti sguardi di tutti i paesani, finiva così l’avventura dell’omino di pan di zenzero, che dalla furba volpe veniva mangiato.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Le volpi sul fiume 🦊🦊🦊

“Adesso vi faccio vedere io quanto sono brava!” 🤣

Questa favola di Esopo delle volpi sul fiume ci insegna che spesso, per farsi belli agli occhi degli altri, si finisce solo per cacciarsi nei guai…

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare delle volpi sul fiume

🔊 Audiofiaba 😴

Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare le volpi sul fiume raccontata da William!

Le volpi sul fiume 🦊🦊🦊


C’era una volta un branco di volpi che girava allegra per il bosco.
Cammina cammina venne a tutte una gran sete e si misero in cerca di un fiume dove abbeverarsi.

Finalmente lo trovarono, ma purtroppo il fiume era in fondo ad una scarpata molto ripida e piena di rovi da oltrepassare, e nessuna di loro se la sentiva di rischiare a scendere giù.

Iniziarono allora a prendersi in giro:
– Dai vai tu che sei la più agile! – disse una.
– Ma perchè non scendi tu che hai le zampette così forti? – rispose l’altra.
– Ma io ci andrei anche, è che in questo momento non ho poi così tanta sete… – disse un’altra ancora.

Dopo un po’ che andavano avanti così, una di loro che voleva farsi bella e svergognare le compagne (pensandosi anche decisamente più brava delle altre in quanto a intelligenza ed agilità) disse:
– Ci vado io a bere l’acqua, così vi faccio vedere quanto sono brava a discendere dai dirupi e trovare la strada giusta!

E così fece un gran balzo per superare i rovi e si ritrovò direttamente sulla riva del fiume.
Nel girarsi a ridere delle compagne però, fece un passo falso e mise una delle zampette in acqua.
Non trovando appoggio si sbilanciò e finì per ritrovarsi dentro alla corrente del fiume che piano piano la portò via.

Le altre volpi non vedendola più tornare indietro gridarono:
– Non abbandonarci qui cara amica! Torna indietro e facci vedere la strada per raggiungere il fiume!

La povera volpe, che stava a stento col muso sopra il pelo dell’acqua rispose:
– Devo andare a consegnare un messaggio importante a Mileto! Il sentiero ve lo mostro quando torno indietro!
E probabilmente la volpe arrivò veramente a Mileto, ma bagnata e fradicia lungo il fiume, e non per il sentiero…

Morale della favola: chi fa troppo lo spavaldo e ride degli altri, spesso si caccia nei guai da solo.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Alice nel Paese delle Meraviglie 🐇🕓🎩🐱🧡

CAPITOLO 9 – Chi ha rubato la torta?

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare di Alice nel Paese delle Meraviglie!

CAPITOLO 9 – Chi ha rubato la torta?.


– Non puoi immaginare quanto sia felice di rivederti mia cara! – disse la Duchessa mentre prendeva affettuosamente il braccio di Alice.
Alice fu molto contenta di trovarla di buon umore, ma non le piaceva molto che la Duchessa le stesse così vicino, anche perchè le appoggiava il mento sulla spalla.

Poi Alice alzò lo sguardo e davanti a loro c’era la regina, con le braccia conserte, accigliata come un temporale.
– Una bella giornata, Maestà! – cominciò la Duchessa con voce bassa e debole.
– Ora vi avverto – gridò la Regina, battendo i piedi per terra mentre parlava – o tu o la tua testa dovete sparire, e in men che non si dica! Scegli!

La Duchessa fece la sua scelta e se ne andò via in un attimo.
– Continuiamo con il gioco – disse la Regina ad Alice, che era troppo spaventata per controbattere e la seguì lentamente fino al campo da croquet.

Per tutto il tempo in cui giocarono, la Regina non smise mai di litigare con gli altri giocatori e di gridare “Tagliagli la testa!”.
I condannati furono presi in custodia dai soldati, i quali ovviamente dovettero smettere di fare gli archi, così che dopo circa mezz’ora non rimasero più archi, e tutti, tranne il re, la regina ed Alice, erano in custodia e condannati a morte.

Allora la Regina si interruppe e disse ad Alice:
– Sei pronta per il Processo?
– Che processo è?! – chiese Alice
– Vieni, tra poco dobbiamo iniziare – disse la Regina.

Mentre si allontanavano insieme, Alice sentì il Re dire a bassa voce, alla compagnia in generale: “Siete tutti perdonati”.

La Regina accompagnò Alice al tribunale, e poi sparì.
Non passarono due minuti che si sentì urlare: “Il processo abbia inizio!”
Alice si girò e vide il Re e la Regina di Cuori seduti sul loro trono, circondati da una grande folla.

Il Fante stava davanti a loro in catene, con un soldato su ciascun lato per proteggerlo, accanto al re c’era il Bianconiglio, con una tromba in una mano e un rotolo di pergamena nell’altra.

Proprio al centro della corte c’era un tavolo, con sopra un grande piatto di crostate: sembravano così buone, che ad Alice venne fame nel guardarle.

Il Bianconiglio gridò: – Silenzio in tribunale! – e il Re si mise gli occhiali e si guardò intorno ansiosamente per vedere chi parlava.

– Araldo, leggi l’accusa! – disse il re.
Il Bianconiglio suonò tre squilli di tromba, poi srotolò il rotolo di pergamena e lesse quanto segue:

“La Regina di Cuori ha preparato le crostate
In un bel giorno d’estate,
Il Fante di Cuori ha rubato le crostate
E tutte le ha mangiate!”

– Date il vostro verdetto – disse il Re alla giuria.
– Non ancora, non ancora! – lo interruppe frettolosamente il Bianconiglio. – C’è ancora molto da fare prima!

– Chiama il primo testimone – disse il Re.
Il Coniglio suonò tre squilli di tromba e gridò – Primo testimone!

Il primo testimone fu il Cappellaio Matto, entrò con una tazza di tè in una mano e un pezzo di pane e burro nell’altra.
– Toglietevi il cappello – disse il Re al Cappellaio Matto.
– Non è mio – disse il Cappellaio Matto.
– Ladro! – esclamò il Re rivolgendosi ai giurati, che subito presero nota.

– Ma il cappello ce l’ho per venderlo! Non è mio, sono un cappellaio! – aggiunse.
A questo punto la Regina si mise gli occhiali e cominciò a fissare intensamente il Cappellaio, che impallidì e si agitò.

In quel momento Alice provò una sensazione molto curiosa, che la lasciò molto perplessa finché non capì di cosa si trattasse: cominciava a diventare di nuovo più grande.

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All’inizio pensò di andarsene, ma ripensandoci decise di restare dov’era finché ci fosse stato posto per lei.

– Dai la tua testimonianza – ripeté con rabbia il Re – o ti farò giustiziare!
il povero Cappellaio Matto tremò tanto che per la confusione addentò un pezzo di tazza da tè al posto del pane e burro.
– Sono un povero uomo, Vostra Maestà – cominciò, con voce tremante – e avevo appena cominciato a prendere il tè… non più di una settimana o giù di lì… e con il pane e burro… e poi la Lepre Marzolina ha detto…
– Non ho detto un bel niente! – lo interruppe in gran fretta la Lepre Marzolina.
– L’hai detto! – disse il Cappellaio Matto.
– Lo nego! – disse la Lepre Marzolina.
– Lui nega – disse il Re – andiamo avanti.

– Bene, in ogni caso, il Ghiro ha detto… – continuò il Cappellaio Matto, guardandosi attorno con ansia per vedere se anche lui avrebbe negato, ma il Ghiro non negò nulla, visto che era profondamente addormentato.

– Ma cosa ha detto il Ghiro? – chiese uno dei giurati.
– Questo non lo ricordo – disse il Cappellaio Matto.
– Devi ricordartelo – osservò il Re – altrimenti ti farò giustiziare.

Il Cappellaio Matto lasciò cadere la tazza di tè e il pane imburrato e cadde in ginocchio – Sono un povero uomo Vostra Maestà…
– Sei un pessimo oratore – disse il Re – se questo è tutto ciò che sai, puoi andare.
Il Cappellaio Matto lasciò più in fretta che potè la corte.

– …tagliategli la testa non appena esce – aggiunse la Regina a uno degli ufficiali, ma il Cappellaio era scomparso prima che l’ufficiale potesse acciuffarlo.

– Il prossimo testimone!” disse il re.
Il testimone successivo fu il cuoco della Duchessa.
– Dai la tua prova”, disse il re.
– No – disse il cuoco.
Il Re guardò il Coniglio Bianco accigliato, poi disse con voce profonda:
– Di che cosa sono fatte le crostate?
– Pepe, soprattutto pepe – disse il cuoco..

– Non importa… – disse il Re – chiamate il prossimo testimone.
Alice osservò il Bianconiglio mentre armeggiava con la lista, immaginate la sua sorpresa, quando il Coniglio Bianco lesse ad alta voce:
– Alice!
– Cosa?! – esclamò Alice, balzando in piedi.

– Cosa sai di questa faccenda? – disse il Re ad Alice.
– Niente – disse Alice.
– Niente di niente? – insistette il Re.
– Niente di niente – ripetè Alice.

In quel momento il Re, che era occupato a scrivere sul suo taccuino, disse:
– Regola Quarantadue, tutte le persone alte più di un kilometro devono lasciare la corte.
Tutti si voltarono a guardare Alice.

– Non sono alta un kilometro – disse Alice.
– Lo sei – disse il Re.
– Quasi due kilometri d’altezza – aggiunse la Regina.

Alice non si era accorta che stava di nuovo crescendo.

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– Non sono d’accordo! – disse Alice.
– Tagliatele la testa! – gridò la Regina a squarciagola. Nessuno si mosse.

Alice, che ormai aveva raggiunto la sua grandezza naturale, fu assalita dall’intero mazzo di carte dei fanti che le piombò addosso coprendola tutta.

Cercò di respingerli con le mani ma si ritrovò distesa sulla riva, con la testa in grembo a sua sorella, che stava delicatamente spazzando via alcune foglie morte che erano cadute dagli alberi sul suo viso.

– Svegliati, Alice cara! – disse sua sorella – ma che lungo sonno hai avuto!

– Ho fatto un sogno così curioso! – disse Alice, e raccontò a sua sorella, per quanto poteva ricordarle, tutte le sue strane avventure.
Sua sorella la baciò e disse:
– Era un sogno curioso, certo, ma ora si sta facendo tardi.
Così Alice si alzò e corse via, e mentre correva pensava al meraviglioso sogno che aveva avuto.

Sua sorella invece rimase immobile a guardarla andare via, pensando a quanto era dolce e spensierata la piccola Alice.
Così rimase seduta e chiuse gli occhi, sperando di poter viaggiare anche lei nel Paese delle Meraviglie, e mentre l’erba alta frusciava dolce ai suoi piedi, un Bianconiglio le passò accanto correndo…

⚜ Fine della fiaba ⚜

Note ad Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel Paese delle Meraviglie è un racconto veramente famoso, forse uno dei più famosi racconti per bambini.

Ne hanno fatto film, cartoni animati ed adattamenti teatrali.

Alice nel Paese delle Meraviglie è anche un racconto molto particolare dal punto di vista dello svolgimento, pieno di situazioni surreali e senza senso (il cui motivo fondamentalmente viene svelato nel finale) e anche soprattutto per i dialoghi tra i personaggi, non sempre semplici o immediatamente comprensibili.

Una delle più grandi sfide infatti, per chi vuole tradurre Alice nel Paese delle meraviglie, è cercare di ricondurre ad un senso molti dei “giochi di parole” e “nonsense” usati da Lewis Carroll, che ben si prestano ad essere usati nella lingua inglese, ma che subiscono un forte “lost in traslation” e perdita totale di significato quando si cerca di adattarli in altre lingue.

E’ per questo motivo che nel nostro adattamento troverete solo una delle tante filastrocche e parti in rima presenti nel testo originale. La storia rimane comunque completamente comprensibile e godibile anche senza quelle parti.

In questa versione sono stati volutamente tralasciati due capitoli (quelli sulla tartaruga ed il grifone) per rendere la storia più scorrevole e non troppo lunga. Nonostante la mancanza di questi due capitoli, la storia non perde la sua magia ed il magnifico significato.

Speriamo che questa nostra versione vi piaccia quanto è piaciuta a noi riscriverla!

P.S. Alice è esistita veramente e si chiamava Alice Liddel, figlia di amici di famiglia di Lewis Carroll

😊

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Alice nel Paese delle Meraviglie 🐇🕓🎩🐱🧡

CAPITOLO 8 – Il campo da croquet della Regina

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare di Alice nel Paese delle Meraviglie!

CAPITOLO 8 – Il campo da croquet della Regina.


All’ingresso del giardino c’era un grande roseto e le rose che vi crescevano erano bianche, ma tre giardinieri a forma di carta da gioco erano intenti a dipingerle di rosso.
Alice si avvicinò incuriosita mentre uno di loro diceva:
– Attento Cinque! Non schizzarmi di vernice in quel modo!
– Non posso farci niente – disse Cinque, in tono imbronciato – Sette mi ha dato un colpo al gomito.

Sette gettò arrabbiato a terra il pennello, stava andando verso Cinque quando il suo sguardo cadde su Alice e si fermò all’improvviso. Anche gli altri la guardarono.

– Mi direste perché dipingete queste rose? – chiese Alice timidamente.
Due disse a bassa voce:
– Il fatto è che… questo avrebbe dovuto essere un roseto rosso, e per sbaglio ne abbiamo piantato uno bianco… se la Regina dovesse scoprirlo ci taglierebbe la testa a tutti…

In quel momento, Cinque, che stava guardando con ansia dall’altra parte del giardino, gridò:
– La regina! La regina! – e i tre giardinieri si gettarono subito con la faccia a terra, mentre Alice si guardò ansiosa di vedere la Regina.

Per primi c’erano i soldati armati di mazze, avevano tutti la forma di carte da gioco, con le mani e i piedi agli angoli. Subito dopo dieci cortigiani ornati di diamanti.
Dopo di loro vennero i figli reali, erano dieci e saltavano allegramente mano nella mano, tutti decorati con il simbolo dei cuori.

Poi vennero gli ospiti, per lo più Re e Regine, e tra loro Alice riconobbe il Bianconiglio che le passò davanti senza accorgersi di lei.

Poi seguiva il Fante di Cuori, che portava la corona del Re su un cuscino di velluto cremisi; e per ultimi arrivarono il Re e la Regina di Cuori.

Quando il corteo arrivò di fronte ad Alice, tutti si fermarono e la guardarono. la Regina chiese al Fante di Cuori:
– Chi è costei?!
Ma il Fante di Cuori si limitò a inchinarsi e sorridere.

La Regina, scuotendo la testa si rivolse direttamente ad Alice:
– Come ti chiami bambina?
– Il mio nome è Alice – disse molto educatamente.

– E chi sono questi? – chiese la Regina ad Alice indicando i tre giardinieri.
– E Come faccio a saperlo? – disse Alice, sorpresa – Non ne ho idea!
La Regina diventò tutta rossa per la rabbia e, dopo averla fissata per un momento, urlò – Tagliatele la testa!

– Ma non ha senso! – disse Alice a voce molto alta e decisa tanto che la Regina rimase in silenzio.
Il Re le posò una mano sul braccio e disse timidamente:
– Considera, mia cara, che è solo una bambina!

La Regina si allontanò con rabbia da lui e disse con voce alta e stridula ai giardinieri:
– Alzatevi!
I tre giardinieri balzarono immediatamente in piedi e cominciarono a inchinarsi al Re, alla Regina, ai figli reali e a tutti gli altri.

– Che cosa stavate combinando qui?!
– Cercavamo di fare un piacere a vostra maestà…
– Vedo… disse la Regina esaminando le rose.

– Tagliate le loro teste! – disse, e tre soldati si mossero verso gli sfortunati giardinieri per giustiziarli, ma loro corsero da Alice in cerca di protezione.

– Non vi decapiteranno – disse Alice nascondendoli in un grande vaso da fiori che stava lì vicino.
I tre soldati li cercarono senza trovarli, poi facendo spallucce se ne tornarono insieme agli altri.

– Sono state tagliate le teste?! – gridò la Regina.
– Le loro teste non ci sono più! – gridarono in risposta i soldati.
– Bene! – gridò la Regina, poi rivolgendosi ad Alice – Sai giocare a croquet?

– SÌ! – rispose Alice.
– Vieni! – ruggì la Regina e Alice si unì al corteo.
– Dov’è la Duchessa? – chiese Alice al Bianconiglio.

– Shhh… – disse il Bianconiglio in tono basso, avvicinò la bocca al suo orecchio e le sussurrò – È stata condannata a morte.
– Per che cosa? – chiese Alice.
– Ha dato uno schiaffo alla Regina…

– Andate ai vostri posti! – gridò la Regina con voce tonante, e la gente cominciò a correre in tutte le direzioni, scontrandosi l’una contro l’altra.

Alice pensava di non aver mai visto in tutta la sua vita un campo da croquet così curioso: era tutto creste e solchi, le palle erano ricci vivi, le mazze erano fenicotteri vivi, e i soldati dovevano piegarsi in due e stare sulle mani e sui piedi per fare gli archi da croquet.

La principale difficoltà che Alice trovò all’inizio fu nel gestire la sua “mazza” fenicottero: proprio quando gli aveva ben raddrizzato il collo e stava per dare un colpo al riccio, il fenicottero si girava e la guardava in faccia, con un’espressione così perplessa che non poteva fare a meno di scoppiare a ridere.
E quando finalmente il fenicottero aveva abbassato la testa, il riccio era scappato via.
Inoltre i soldati che formavano gli archi continuavano a spostarsi di qua e di là.

A complicare le cose, tutti giocavano insieme senza aspettare il proprio turno, litigando continuamente. In brevissimo tempo la Regina iniziò a scalpitare gridando un po’ verso tutti:
– Tagliategli la testa! – o – Tagliatele la testa!

Alice cominciò a sentirsi molto a disagio, quando notò qualcosa di strano nell’aria: un sorriso che si allargava svolazzando.

– Come va? – disse lo Stregatto mentre piano piano iniziava ad apparire tutta la testa.

Alice posò il suo fenicottero sentendosi molto contenta di avere qualcuno con cui parlare.
– Litigano tutti e non seguono nessuna regola…

– Ti piace la Regina? – chiese il Gatto a bassa voce.
– Per niente – disse Alice – è così… – Proprio in quel momento si accorse che la Regina era esattamente dietro di lei in ascolto, così continuò – …probabilmente vincerà, che non vale la pena cercare di batterla.
La Regina sorrise e passò oltre.

– Con chi stai parlando? – disse il Re, avvicinandosi ad Alice, e guardando la testa del Gatto con grande curiosità.
– È un mio amico, uno Stregatto – disse Alice – permettetemi di presentarvelo.

– Non mi piace affatto, bisogna portarlo via – disse il Re e gridò alla regina – Mia cara! Vorrei che tu portassi via questo gatto!
La Regina aveva un solo modo per risolvere tutte le difficoltà, grandi o piccole, disse senza nemmeno voltarsi:
– Tagliategli la testa!
– Vado a chiamare il boia – rispose il re e se ne andò.

Quando il boia arrivò disse che non si poteva tagliare una testa a meno che non ci fosse un corpo da cui tagliarla, e siccome dello Stregatto c’era soltanto la testa lui non avrebbe potuto eseguire gli ordini.

Il re e la Regina guardarono Alice con espressione interrogativa.
– Appartiene alla Duchessa, fareste meglio a chiedere a lei – disse Alice.
– È in prigione – disse la Regina, poi si rivolse al boia – portatela qui – E il boia partì come una freccia.

In quel momento la testa dello Stregatto cominciò a svanire lentamente e quando il boia tornò con la Duchessa, non c’era più.
E mentre il Re e il boia vagavano all’impazzata per cercarlo, il resto della comitiva si rimise a giocare.

… continua nel CAPITOLO 9: Chi ha rubato la torta?.

Note ad Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel Paese delle Meraviglie è un racconto veramente famoso, forse uno dei più famosi racconti per bambini.

Ne hanno fatto film, cartoni animati ed adattamenti teatrali.

Alice nel Paese delle Meraviglie è anche un racconto molto particolare dal punto di vista dello svolgimento, pieno di situazioni surreali e senza senso (il cui motivo fondamentalmente viene svelato nel finale) e anche soprattutto per i dialoghi tra i personaggi, non sempre semplici o immediatamente comprensibili.

Una delle più grandi sfide infatti, per chi vuole tradurre Alice nel Paese delle meraviglie, è cercare di ricondurre ad un senso molti dei “giochi di parole” e “nonsense” usati da Lewis Carroll, che ben si prestano ad essere usati nella lingua inglese, ma che subiscono un forte “lost in traslation” e perdita totale di significato quando si cerca di adattarli in altre lingue.

E’ per questo motivo che nel nostro adattamento troverete solo una delle tante filastrocche e parti in rima presenti nel testo originale. La storia rimane comunque completamente comprensibile e godibile anche senza quelle parti.

In questa versione sono stati volutamente tralasciati due capitoli (quelli sulla tartaruga ed il grifone) per rendere la storia più scorrevole e non troppo lunga. Nonostante la mancanza di questi due capitoli, la storia non perde la sua magia ed il magnifico significato.

Speriamo che questa nostra versione vi piaccia quanto è piaciuta a noi riscriverla!

P.S. Alice è esistita veramente e si chiamava Alice Liddel, figlia di amici di famiglia di Lewis Carroll

😊

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Alice nel Paese delle Meraviglie 🐇🕓🎩🐱🧡

CAPITOLO 7 – Un pazzo party col tè

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CAPITOLO 7 – Un pazzo party col tè.


Alice trovò davanti alla casa un tavolo apparecchiato con la Lepre Marzolina e il Cappellaio Matto che stavano prendendo il tè.
Un Ghiro era seduto in mezzo a loro, profondamente addormentato, mentre gli altri due lo usavano come cuscino per appoggiare il loro gomiti.

Il tavolo era grande, ma i tre erano tutti ammucchiati in un angolo.
– Non c’è posto! Non c’è posto! – gridarono quando videro arrivare Alice.

– C’è un sacco di posto! – disse Alice indignata, e si sedette ad un’estremità del tavolo.

– Prendi del vino – le disse in tono cordiale la Lepre Marzolina.
Alice guardò sulla tavola, ma sopra non vedeva altro che tè.
– Non vedo vino – osservò.

– Non ce n’è – disse la Lepre Marzolina.
– Allora non è stato molto gentile da parte tua offrirmelo – disse Alice arrabbiata.
– Non è stato molto cortese da parte tua sederti senza essere invitata – rispose la Lepre Marzolina.

– I tuoi capelli hanno bisogno di essere tagliati – disse all’improvviso il Cappellaio Matto. Per tutto il tempo aveva guardato Alice con grande curiosità.
– Il taglio dei miei capelli è una cosa che non ti riguarda! – disse Alice con una certa severità.

Il Cappellaio Matto allora spalancò gli occhi e disse:
– Perché un corvo è come una scrivania?
– Credo di poterlo risolvere, questo indovinello – aggiunse Alice ad alta voce.
– Credi davvero di sapere la risposta? – disse la Lepre Marzolina.
– Esattamente – disse Alice.

– Allora dovresti dire quello che pensi – continuò la Lepre Marzolina.
– Certo… – rispose in fretta Alice – almeno… almeno penso quello che dico… è la stessa cosa, sai.

– Non è la stessa cosa! – disse il Cappellaio – potresti anche dire che ‘vedo quello che mangio’ è la stessa cosa di ‘mangio quello che vedo’!

– Si potrebbe anche dire – aggiunse la Lepre Marzolina – che ‘mi piace quello che ottengo’ è la stessa cosa di ‘ottengo quello che mi piace’!
– Si potrebbe anche dire – aggiunse il Ghiro, che sembrava parlare nel sonno – che ‘respiro quando dormo’ è la stessa cosa di ‘dormo quando respiro’!

– Per te è la stessa cosa – disse il Cappellaio, e qui la conversazione si interruppe, e il gruppo rimase in silenzio per un minuto, mentre Alice pensava all’indovinello.

Alice si sentiva terribilmente perplessa.
– Il Ghiro dorme di nuovo – disse il Cappellaio Matto, e gli versò un po’ di tè caldo sul naso.
Il Ghiro scosse la testa con fastidio e disse, senza aprire gli occhi:
– Certo, certo; proprio quello che stavo per dire anche io.

– Hai già risolto l’indovinello? – disse il Cappellaio Matto rivolgendosi di nuovo ad Alice.
– No, ci rinuncio – rispose Alice, – qual è la risposta?
– Non ne ho la minima idea – disse il Cappellaio Matto.
– Nemmeno io – disse la Lepre Marzolina.

Alice sospirò stancamente – Penso che potresti fare qualcosa di meglio che sprecare il tempo facendo enigmi senza senso.
– Se conoscessi il Tempo bene come me, non parleresti di sprecarlo. È lui.
– Non ho capito – disse Alice.

– Certo che non hai capito! – disse il Cappellaio Matto, scuotendo la testa – Immagino che tu non abbia mai parlato con il Tempo!
– Forse no – rispose cautamente Alice – ma so battere il tempo quando ascolto la musica.

– Ah! questo spiega tutto, il Tempo non sopporta di essere battuto, abbiamo litigato lo scorso marzo… poco prima che impazzisse, sai… – (indicando con il cucchiaino la Lepre Marzolina) – era al grande concerto della Regina di Cuori, e dovevo cantare:

“Stella stellina
la notte si avvicina…”

– Conosci quella canzone, vero?
– Ho sentito qualcosa del genere – disse Alice.
– Ma poi continua, sai…

“La fiamma traballa
La mucca è nella stalla…”

Il Ghiro si scosse e cominciò a cantare nel sonno “Stella stellina, la notte si avvicina…” e continuò così a lungo che dovettero pizzicarlo per farlo smettere.

– Ebbene, avevo appena finito la prima strofa, quando la Regina balzò in piedi e gridò: ‘Sta ammazzando il tempo! Tagliategli la testa!’ – disse il Cappellaio Matto
– Che cosa orribile! – esclamò Alice.

– E da allora – continuò il Cappellaio in tono triste – il Tempo non fa più nulla di quello che gli chiedo! Adesso sono sempre le sei…
– È per questo il motivo che è sempre l’ora del tè? – chiese Alice.
– Sì, è così – disse il Cappellaio Matto con un sospiro – è sempre l’ora del tè e non abbiamo tempo per lavare le tazzine nel frattempo.

– Cambiamo argomento… lo interruppe la Lepre Marzolina, sbadigliando – Mi sto annoiando, propongo che Ghiro ci racconti una storia.

– Svegliati, Ghiro! – E lo pizzicarono su entrambi i lati contemporaneamente.

Il Ghiro aprì lentamente gli occhi. – Non dormivo, ho sentito ogni parola che dicevate.”

– Raccontaci una storia! – disse la Lepre di Marzolina.
– Sì per favore fallo! – implorò Alice.
– E fai presto o ti addormenterai di nuovo – aggiunse il Cappellaio Matto.

– C’erano una volta tre sorelline – cominciò in gran fretta il Ghiro – Elsie, Lacie e Tillie, e vivevano in fondo a un pozzo…
– Di cosa vivevano? – disse Alice.
– Vivevano di melassa – disse il Ghiro, dopo averci pensato un minuto o due.

– Ma perché vivevano in fondo a un pozzo? – chiese Alice.
– Prendi ancora un po’ di tè – disse molto seriamente la Lepre Marzolina ad Alice.
Alice si servì un po’ di tè, pane e burro, poi si rivolse al Ghiro e ripeté la sua domanda. – Perché vivevano in fondo a un pozzo?

Il Ghiro si prese ancora un minuto o due per pensarci, e poi disse – Era un pozzo di melassa… – poi iniziò a sbadigliare chiudendo gli occhi e si stava quasi addormentando quando, pizzicato dal Cappellaio Matto, si svegliò di nuovo e continuò: – …hai mai visto il ritratto di una melassa?

– Ora me lo chiedi… non credo… – disse Alice molto confusa.
– Allora non dovresti parlare! – disse il Cappellaio.

Questo gesto di maleducazione fu più di quanto Alice potesse sopportare, si alzò con grande disgusto e se ne andò. il Ghiro si addormentò all’istante, e nessuno degli altri si accorse della sua partenza, anche se lei si voltò un paio di volte, sperando quasi che la chiamassero indietro.
L’ultima volta che li guardò, stavano cercando di mettere il Ghiro nella teiera.

Camminando nel bosco notò che uno degli alberi aveva una porta sul tronco.
– Curioso… – pensò – ma oggi è tutto strano… – così ci entrò.

Si ritrovò quindi nel lungo corridoio di prima, vicino al tavolino di vetro.
– Questa volta me la caverò meglio – si disse, e cominciò col prendere la piccola chiave d’oro e aprire la porta che dava nel giardino.
Poi rosicchiò il fungo finché non fu alta circa 25 centimetri e passò oltre la porta.

Finalmente si ritrovò nel bellissimo giardino tra le luminose aiuole e le fresche fontane.

… continua nel CAPITOLO 8: Il campo da croquet della Regina.

Note ad Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel Paese delle Meraviglie è un racconto veramente famoso, forse uno dei più famosi racconti per bambini.

Ne hanno fatto film, cartoni animati ed adattamenti teatrali.

Alice nel Paese delle Meraviglie è anche un racconto molto particolare dal punto di vista dello svolgimento, pieno di situazioni surreali e senza senso (il cui motivo fondamentalmente viene svelato nel finale) e anche soprattutto per i dialoghi tra i personaggi, non sempre semplici o immediatamente comprensibili.

Una delle più grandi sfide infatti, per chi vuole tradurre Alice nel Paese delle meraviglie, è cercare di ricondurre ad un senso molti dei “giochi di parole” e “nonsense” usati da Lewis Carroll, che ben si prestano ad essere usati nella lingua inglese, ma che subiscono un forte “lost in traslation” e perdita totale di significato quando si cerca di adattarli in altre lingue.

E’ per questo motivo che nel nostro adattamento troverete solo una delle tante filastrocche e parti in rima presenti nel testo originale. La storia rimane comunque completamente comprensibile e godibile anche senza quelle parti.

In questa versione sono stati volutamente tralasciati due capitoli (quelli sulla tartaruga ed il grifone) per rendere la storia più scorrevole e non troppo lunga. Nonostante la mancanza di questi due capitoli, la storia non perde la sua magia ed il magnifico significato.

Speriamo che questa nostra versione vi piaccia quanto è piaciuta a noi riscriverla!

P.S. Alice è esistita veramente e si chiamava Alice Liddel, figlia di amici di famiglia di Lewis Carroll

😊

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CAPITOLO 6 – Maiale e pepe

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CAPITOLO 6 – Maiale e pepe.


Alice rimase nascosta a guardare la casetta quando improvvisamente un valletto in livrea con la faccia da pesce uscì di corsa dal bosco e bussò forte alla porta. Fu aperto da un altro valletto in livrea, con la faccia tonda da rana

Alice era molto curiosa e si mise ad ascoltare.
Il Valletto-Pesce estrasse una grande lettera e la porse all’altro, dicendo in tono solenne:
– Per la Duchessa. Un invito della Regina per giocare a croquet.
Il Valletto-Rana ripeté, con lo stesso tono solenne:
– Dalla Regina. Un invito per la Duchessa a giocare a croquet.
Poi entrambi si inchinarono profondamente.

Il Valletto-Rana si sedette per terra vicino alla porta, fissando stupidamente il cielo.
Alice si avvicinò timidamente, nella casa c’era un rumore incredibile, un continuo ululare e starnutire, e ogni tanto un grande schianto, come se un piatto o una teiera fossero stati fatti a pezzi.

– Posso entrare? – chiese Alice al Valletto-Rana.
– Forse avrebbe senso bussare – disse il Valletto-Rana contemplando il cielo senza guardarla.

In quel preciso momento la porta di casa si aprì, e un grosso piatto volò nell’aria sfiorando la testa del Valletto-Rana ma lui non si mosse, come se nulla fosse successo.

– Ma posso entrare?! – chiese di nuovo Alice a voce più alta.
– Ma devi proprio entrare? – disse il valletto.
“È davvero incredibile” mormorò tra sé Alice, “il modo in cui hanno da discutere su tutto in questo posto. Mi sembra di impazzire!

– Quindi cosa devo fare?! – chiese Alice.
– Tutto quello che vuoi – rispose il Valletto-Rana, e cominciò a fischiettare.

– Oh, è inutile parlare con questo qui – disse Alice disperata, così aprì la porta ed entrò.

Alice si ritrovò in una grande cucina piena di fumo, la Duchessa era seduta al centro mentre allattava un bambino, la cuoca invece era china sul fuoco e mescolava la zuppa.

– C’è sicuramente troppo pepe in quella zuppa! – si disse Alice, mentre iniziava a starnutire.
Anche la Duchessa starnutiva e il bambino starnutiva e urlava. Gli unici che non starnutivano erano la cuoca e un grosso gatto sdraiato vicino al fuoco che sorrideva da un orecchio all’altro.

– Che strano gatto – disse Alice – come fa a sorridere in quel modo?
– È uno Stregatto del Cheshire – disse la Duchessa, – ed è fatto così. Maiale!

Disse l’ultima parola con una violenza così improvvisa che Alice sussultò, ma poi capì che era indirizzata al bambino, e non a lei, allora si fece coraggio, e continuò:

– Non sapevo che gli Stregatti del Cheshire sorridessero, in realtà non sapevo che i gatti potessero sorridere.
– Tutti possono – disse la Duchessa.

– Non conosco nessun gatto che lo faccia – disse Alice molto educatamente, sentendosi piuttosto contenta di aver iniziato una conversazione.
– Non conosci molto – rispose seccata la Duchessa.
Alice pensò che sarebbe stato meglio cambiare argomento.

In quel momento la cuoca tolse dal fuoco il paiolo della zuppa e si mise a lanciare contro la Duchessa e il bambino tutto quello che aveva a portata di mano: ferri da stiro, pentole, piatti e stoviglie.
La Duchessa non reagì per nulla quando venne colpita, mentre il bambino ululava già così tanto che era impossibile dire se i colpi gli facessero male oppure no.

– Ma cosa stai facendo!? – gridò Alice rivolta alla cuoca.
– Se ognuno si facesse gli affari propri – disse la Duchessa con un ringhio rauco – il mondo girerebbe meglio e più velocemente di quanto già non fa.

– Il che non sarebbe un vantaggio, visto che la terra impiega ventiquattr’ore per girare sul suo asse e…
Alice non fece in tempo a finire la frase che la Duchessa immediatamente replicò:
– A proposito di asce, tagliale la testa!

Alice lanciò un’occhiata piuttosto ansiosa alla cuoca, per vedere se intendeva obbedire al comando; ma la cuoca era tutta intenta a mescolare la zuppa, e non sembrava dare ascolto alla Duchessa, così continuò – Ventiquattr’ore, credo, o sono dodici? Io…

– Basta! Non ho mai potuto sopportare le cifre! – disse la Duchessa e ricominciò ad allattare il suo bambino, cantandogli una specie di ninna nanna molto rude. Poi si rivolse ad Alice.
– Ecco! Puoi dargli il biberon, se vuoi! – disse la Duchessa lanciando il bambino ad Alice – devo andare a prepararmi per giocare la partita di croquet con la Regina – e corse fuori dalla stanza.
La cuoca le lanciò dietro una padella ma la mancò di poco.

Alice afferrò il bambino con una certa difficoltà, non appena ebbe capito il modo corretto di dargli il biberon, lo portò fuori all’aria aperta.

Il bambino grugnì, e Alice lo guardò in faccia per vedere cosa avesse. Non c’era dubbio che avesse un naso molto all’insù, molto più simile ad un grugno di maiale che ad un nasino di bambino. Anche i suoi occhi stavano diventando estremamente piccoli.

Alice stava appena iniziando a pensare tra sé: “Ora, cosa devo fare con questa creatura?

Il bambino grugnì di nuovo e così violentemente che questa volta non potevano esserci dubbi: era diventato un maialino.

Alice posò giù la piccola creatura e si sentì piuttosto sollevata nel vederla trotterellare silenziosamente nel bosco, ma fu più sorpresa nel vedere lo Stregatto seduto sul ramo di un albero vicino a lei.

– Signor Stregatto, potrebbe per cortesia indicarmi la strada dove proseguire? – cominciò timidamente Alice.
– Dipende molto da dove vuoi arrivare – disse lo Stregatto
– Non mi interessa molto dove… – rispose Alice.
– Allora non importa da che parte vai – continuò lo Stregatto.
– … basta che io arrivi da qualche parte.. – aggiunse Alice come spiegazione.
– Oh, lo farai sicuramente, se solo cammini abbastanza a lungo – concluse lo Stregatto.

Alice provò allora con un’altra domanda – Cosa trovo qui vicino?
– Da quella parte… – disse lo Stregatto indicando con la zampa destra – …vive un Cappellaio, e da quella parte… – agitando l’altra zampa – …abita una Lepre Marzolina. Vai dove vuoi, tanto sono matti tutti e due.

– Ma non voglio andare dai matti – osservò Alice.
– Oh, non puoi farci niente – disse lo Stregatto – qui siamo tutti matti. Io sono matto, anche tu sei matta.

– Come fai a sapere che sono matta? – chiese Alice.
– Devi esserlo, altrimenti non saresti qui. Giochi a croquet con la regina oggi?
– Mi piacerebbe moltissimo, ma non sono stata invitata – disse Alice.
– Mi vedrai lì – disse lo Stregatto, e poi scomparve nel nulla.

Alice non ne fu molto sorpresa, iniziava ad abituarsi alle cose strane che accadevano in quel posto.
All’improvviso lo Stregatto ricomparve.

– A proposito, che ne è stato del bambino? Mi ero quasi dimenticato di chiedertelo.
– Si è trasformato in un maiale – disse tranquillamente Alice.
– Lo immaginavo – disse lo Stregatto, e scomparve di nuovo svanendo molto lentamente, cominciando dall’estremità della coda e finendo con il sorriso, che rimase come un alone nell’aria per qualche tempo dopo che il resto se n’era svanito.

“Bene! Ho visto spesso un gatto senza sorriso”, pensò Alice, “ma un sorriso senza gatto è la cosa più curiosa che abbia mai visto in tutta la mia vita.”

Non aveva fatto molta strada quando giunse alla casa della Lepre Marzolina, che era un po’ più grande. Sgranocchiò quindi un pezzetto di fungo fino a diventare circa mezzo metro di altezza.

Alice si avvicinò timidamente pensando “Mi sa che forse era meglio andare a trovare il Cappellaio!”

… continua nel CAPITOLO 7: Un pazzo party col tè.

Note ad Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel Paese delle Meraviglie è un racconto veramente famoso, forse uno dei più famosi racconti per bambini.

Ne hanno fatto film, cartoni animati ed adattamenti teatrali.

Alice nel Paese delle Meraviglie è anche un racconto molto particolare dal punto di vista dello svolgimento, pieno di situazioni surreali e senza senso (il cui motivo fondamentalmente viene svelato nel finale) e anche soprattutto per i dialoghi tra i personaggi, non sempre semplici o immediatamente comprensibili.

Una delle più grandi sfide infatti, per chi vuole tradurre Alice nel Paese delle meraviglie, è cercare di ricondurre ad un senso molti dei “giochi di parole” e “nonsense” usati da Lewis Carroll, che ben si prestano ad essere usati nella lingua inglese, ma che subiscono un forte “lost in traslation” e perdita totale di significato quando si cerca di adattarli in altre lingue.

E’ per questo motivo che nel nostro adattamento troverete solo una delle tante filastrocche e parti in rima presenti nel testo originale. La storia rimane comunque completamente comprensibile e godibile anche senza quelle parti.

In questa versione sono stati volutamente tralasciati due capitoli (quelli sulla tartaruga ed il grifone) per rendere la storia più scorrevole e non troppo lunga. Nonostante la mancanza di questi due capitoli, la storia non perde la sua magia ed il magnifico significato.

Speriamo che questa nostra versione vi piaccia quanto è piaciuta a noi riscriverla!

P.S. Alice è esistita veramente e si chiamava Alice Liddel, figlia di amici di famiglia di Lewis Carroll

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CAPITOLO 5 – I consigli del Brucaliffo

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CAPITOLO 5 – I consigli del Brucaliffo.


Il Brucaliffo e Alice si guardarono per qualche tempo in silenzio.
Alla fine il Brucaliffo si tolse il narghilè di bocca e si rivolse a lei con voce languida e assonnata.
– Chi sei?
– Non lo so, signore, so chi ero quando mi sono alzata stamattina, ma penso di essere cambiata più volte da allora – rispose Alice, piuttosto timidamente.

– Cosa intendi? Spiegati! – disse severamente il Brucaliffo.
– Non riesco a spiegarmi signore… – disse Alice – perchè non sono me stessa, vede?!

– Non vedo – disse il Brucaliffo.
– Temo di non riuscire spiegarmi – rispose Alice molto educatamente – perché faccio fatica a capirlo pure io… avere così tante taglie diverse in un giorno mi rende confusa.

– Non lo è – disse il Brucaliffo.
– Beh, forse ora non la pensi così, ma quando dovrai trasformarti in una crisalide, e poi in farfalla, credo sembrerà un po’ strano, vero? – disse Alice

– Neanche un po’ – disse il Brucaliffo.
– Beh, forse lei ha un’altra sensibilità, a me fa tutto molto strano – rispose Alice.

– Tu! – disse il Brucaliffo con disprezzo – Chi sei?
Il che li riportò la conversazione all’inizio. Alice si sentì un po’ seccata e disse:
– Penso che dovresti dirmi tu chi sei, prima.

– Perché? – disse il Brucaliffo.
Alice non riusciva a pensare ad alcuna buona ragione mentre il Bruco sembrava essere molto irritato, quindi si voltò e fece per andarsene.

– Torna! – la chiamò il Brucaliffo – Ho qualcosa di importante da dirti!
Alice si voltò e tornò indietro.

– Mantieni la calma – disse il Brucaliffo.
– È tutto? – chiese Alice, reprimendo la rabbia meglio che poteva.

– No – disse il Brucaliffo – ti credi cambiata, vero?
– Temo di sì – disse Alice – Non riesco a ricordare le cose come prima e non mantengo la stessa statura per più di dieci minuti consecutivi!

– Di che taglia vuoi diventare? – chiese.
– Oh, non sono particolarmente esigente in fatto di dimensioni – rispose Alice – solo che non mi piace cambiare così spesso, sai?

– Non lo so – disse il Brucaliffo.
Alice non disse nulla, non era mai stata così contraddetta in tutta la sua vita, e sentiva che stava per perdere la pazienza.

– Ti senti bene con questa statura? – chiese il Brucaliffo.
– Vorrei essere un po’ più grande, signore, otto centimetri sono un’altezza così miserabile… – disse Alice.

– È davvero un’ottima altezza! – rispose rabbiosamente il Bruco sollevandosi in posizione eretta (era alto esattamente otto centimetri).

– Ma non ci sono abituata! – implorò la povera Alice in tono pietoso, e pensava tra sé “ma perchè qui si offendono tutti così facilmente?!”
– Col tempo ti abituerai – disse il Brucaliffo mettendosi in bocca il narghilè ricominciando a fumare.

Dopo un minuto o due il Brucaliffo sbadigliò un paio di volte e scese dal fungo strisciando via nell’erba, limitandosi a dire: – Un lato ti farà diventare più alta, mentre l’altro ti farà diventare più bassa.

“Un lato di cosa? L’altro lato di cosa?” pensò Alice tra sé.

– Del fungo – disse il Brucaliffo, come se le avesse letto nel pensiero, e un attimo dopo scomparve.

Alice rimase un attimo a guardare pensierosa il fungo, cercando di capire quali fossero le sue due facce ma poiché era perfettamente rotondo, alla fine allungò le braccia il più possibile attorno al fungo e con ciascuna mano prese un pezzetto.

Mordicchiò un po’ il pezzo nella mano destra per provare l’effetto, un attimo dopo sentì un colpo violento sotto il mento: aveva colpito il suo piede!

Era molto spaventata da questo cambiamento così improvviso, e poiché stava rimpicciolendosi rapidamente mangiò subito un po’ del pezzo che aveva nella mano sinistra.

Ora però si allungò a dismisura talmente tanto che la sua testa sbucò sopra le chiome degli alberi.
Alice allora si mise al lavoro con molta attenzione, mordicchiando a turno i pezzi del fungo e diventando ora più alta, ora più bassa, finché non riuscì a raggiungere la sua altezza abituale.

– Bene, ormai metà del mio piano è pronto! Sono tornata della mia giusta dimensione, ora devo entrare in quel bellissimo giardino… ma come faccio?!

Mentre diceva questo, si trovò improvvisamente in uno spazio aperto, dove c’era una graziosa casetta alta circa un metro.
– Chiunque abiti lì si spaventerà nel vedermi di queste dimensioni…
Così mordicchiò un pezzetto di fungo nella mano destra finché non fu venticinque centimetri di altezza.

… continua nel CAPITOLO 6: Maiale e pepe.

Note ad Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel Paese delle Meraviglie è un racconto veramente famoso, forse uno dei più famosi racconti per bambini.

Ne hanno fatto film, cartoni animati ed adattamenti teatrali.

Alice nel Paese delle Meraviglie è anche un racconto molto particolare dal punto di vista dello svolgimento, pieno di situazioni surreali e senza senso (il cui motivo fondamentalmente viene svelato nel finale) e anche soprattutto per i dialoghi tra i personaggi, non sempre semplici o immediatamente comprensibili.

Una delle più grandi sfide infatti, per chi vuole tradurre Alice nel Paese delle meraviglie, è cercare di ricondurre ad un senso molti dei “giochi di parole” e “nonsense” usati da Lewis Carroll, che ben si prestano ad essere usati nella lingua inglese, ma che subiscono un forte “lost in traslation” e perdita totale di significato quando si cerca di adattarli in altre lingue.

E’ per questo motivo che nel nostro adattamento troverete solo una delle tante filastrocche e parti in rima presenti nel testo originale. La storia rimane comunque completamente comprensibile e godibile anche senza quelle parti.

In questa versione sono stati volutamente tralasciati due capitoli (quelli sulla tartaruga ed il grifone) per rendere la storia più scorrevole e non troppo lunga. Nonostante la mancanza di questi due capitoli, la storia non perde la sua magia ed il magnifico significato.

Speriamo che questa nostra versione vi piaccia quanto è piaciuta a noi riscriverla!

P.S. Alice è esistita veramente e si chiamava Alice Liddel, figlia di amici di famiglia di Lewis Carroll

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CAPITOLO 4 – Il Bianconiglio e la brutta fine di Bill

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Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare di Alice nel Paese delle Meraviglie!

CAPITOLO 4 – Il Bianconiglio e la brutta fine di Bill


Invece era il Bianconiglio che si guardava intorno con ansia, come se avesse perso qualcosa, e mormorava tra sé:
– La Duchessa! La Duchessa! Mi farà giustiziare… Dove posso averli lasciati cadere, mi chiedo?

Alice intuì subito che stava cercando il ventaglio e il paio di guanti bianchi persi poco prima, si mise a cercarli ma non li vedeva da nessuna parte. Tutto intorno a lei sembrava essere cambiato, la pozza, il grande salone con il tavolo di vetro e la porticina erano scomparsi.

Il Bianconiglio notò Alice e la chiamò in tono arrabbiato: – Mary Ann! Che cosa fai qui?! Corri subito a casa e prendimi un paio di guanti e un ventaglio! Presto, muoviti!

Alice fu così spaventata che corse subito nella direzione indicata, senza cercare di spiegare al Bianconiglio che lei non era Mary Ann.

Mentre correva Alice si imbatté in una piccola e graziosa casetta, sulla cui porta c’era inciso il nome “BIANCONIGLIO”.
Alice entrò senza bussare e corse su per le scale.

Entrò in una stanzetta ordinata dove sopra a un tavolo c’erano un ventaglio e due o tre paia di minuscoli guanti bianchi. Li prese e fece per uscire, quando il suo sguardo cadde su una bottiglietta che stava vicino allo specchio.

Questa volta non c’era nessuna etichetta con la scritta “BEVIMI”, ma lei la stappò comunque e la bevve.
– So che succederà sicuramente qualcosa di interessante – si disse.

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Così accadde davvero, e molto prima di quanto si aspettasse si ritrovò con la testa appoggiata al soffitto. Posò in fretta la bottiglia sperando di non crescere oltre.

Purtroppo continuò a crescere così tanto che ben presto dovette inginocchiarsi sul pavimento, mettere un braccio fuori dalla finestra e un piede su per il camino.

A quel punto smise di crescere, tuttavia era molto scomoda, e, poiché sembrava non esserci alcuna possibilità di uscire da quella stanza, si sentiva molto demoralizzata.

“Era molto meglio la vita di casa” pensò la povera Alice, “quando non si diventava sempre più piccoli e non si veniva comandati da topi e conigli… eppure… è piuttosto movimentata questo genere di vita!
Quando leggevo le favole, immaginavo che una cosa del genere non potesse mai accadere, e ora eccomi qui, dentro una fiaba!

– Mary Ann! Mary Ann! Portami subito i guanti!
Poi si udì un leggero scalpiccio sulle scale. Alice sapeva che era il Bianconiglio che veniva a cercarla, e tremò tanto da far tremare anche la casa, dimenticandosi che ora era circa mille volte più grande del Bianconiglio e non aveva motivo di averne paura.

Poco dopo il Bianconiglio cercò di aprire la porta, ma il gomito di Alice la bloccava.
– Allora faccio il giro ed entro dalla finestra – lo sentì dire a se stesso.

“Non ci riuscirai…” pensò Alice, e, dopo aver aspettato un po’ le sembrò di sentire il Bianconiglio proprio sotto la finestra. Alice con il braccio fuori dalla finestra allungò la mano aperta e la richiuse velocemente, ma non riuscì ad afferrare nulla.

Sentì invece un piccolo grido, una caduta e poi uno schianto di vetri rotti. Alice pensò che era possibile che il Bianconiglio fosse caduto in una serra, o qualcosa del genere.

La voce arrabbiata del Bianconiglio urlava: – Pat! Pat! Dove sei?!
Alice udì una voce che non aveva mai sentito prima:
– Sono qui!
– Vieni ad aiutarmi! (Rumore di altri vetri rotti)

– Ora dimmi Pat, cos’è quella cosa nella finestra?!
– Sembra un braccio, vostro onore.
– Un braccio?! Chi ha mai visto un braccio di quelle dimensioni?!
– Sì vostro onore… però a me sembra un braccio per davvero.
– Beh, in ogni caso così non va bene… portalo via!

Dopo ci fu un lungo silenzio, Alice poteva sentire solo dei sussurri come: “Certo, non mi piace per niente, vostro onore!” oppure “Fai come ti dico io!”

Alla fine Alice allungò di nuovo il braccio fuori dalla finestra aprendo la mano e richiudendola velocemente. Questa volta ci furono due piccoli strilli e altri suoni di vetri rotti.

Aspettò per un po’ senza udire più nulla, poi sentì più voci che parlavano tutte insieme:
– Dov’è l’altra scala?
– L’ha presa Bill…
– Bill! Vieni qui!
– Non arriviamo nemmeno a metà altezza…
– Tieni, Bill! Afferra questa corda…
– Attento alle tegole e… oh… è andato giù per il camino! (si udì un forte schianto)
– E ora che facciamo? Qualcuno dovrà scendere nel camino… no, non ci vado io! Vacci tu!
– Non ci penso nemmeno!
– Bill! Devi scendere nel camino!

“Oh! Quindi Bill scende nel camino?” pensò Alice tra sé. “Non vorrei essere al posto di Bill per nulla al mondo, questo caminetto è così stretto… però potrei aiutarlo io!

Alice tirò il piede più che poté giù per il camino, e attese finché non sentì qualcosa che grattava vicino al suo piede e pensò: “Questo è Bill”.
Diede quindi un bel calcio secco su per il camino aspettando di sentire cosa succedeva.

La prima cosa che sentì fu un coro generale di “Ecco Bill!”
Poi il silenzio, e dopo ancora un’altra confusione di voci:
– Alzagli la testa… diamogli del Brandy… non soffocarlo… com’è andata vecchio mio? Cosa ti è successo? Raccontaci tutto!

– Dobbiamo bruciare la casa! – disse il Bianconiglio.
Alice allora gridò più forte che poteva: – Se lo fai, ti farò prendere da Dinah!
Ci fu immediatamente un silenzio mortale.
Dopo poco Alice sentì il Bianconiglio dire:
– Una carriola piena andrà bene, per cominciare.

“Una carriola piena di cosa?” pensò Alice. Ma non dovette aspettare a lungo, perché un attimo dopo una pioggia di sassolini entrò dalla finestra e alcuni di essi la colpirono in volto.

Alice notò con una certa sorpresa che i sassolini si stavano trasformando tutti in piccole torte e pensò che forse se ne mangiava qualcuna poteva tornare più piccola.

Così inghiottì una delle torte e fu felice di scoprire che cominciava a rimpicciolirsi.

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Non appena fu abbastanza piccola da poter uscire dalla porta, corse fuori di casa e trovò una folla di animaletti e uccellini ad attenderla.

La povera piccola lucertola Bill era nel mezzo, sorretta da due porcellini d’India, che le davano qualcosa da bere. Tutti si precipitarono addosso ad Alice non appena la videro, ma lei scappò più veloce che poteva, e presto si ritrovò al sicuro nel fitto bosco.

“La prima cosa che devo fare,” disse Alice tra sé e sé, mentre vagava per il bosco, “è tornare alla mia giusta dimensione; la seconda cosa è ritrovare la strada per quel bel giardino, penso sia il piano migliore.”

Sembrava un piano eccellente, senza dubbio. L’unico problema era che non aveva la minima idea di dove cominciare, e non riusciva a vedere nulla che sembrasse la cosa giusta da mangiare o da bere.

Vide però un grosso fungo alto più o meno quanto lei, e, quando ebbe guardato sotto, su entrambi i lati e dietro, le venne in mente che avrebbe potuto anche guardare e vedere cosa c’era sopra.

Si allungò in punta di piedi e sbirciò oltre il bordo del fungo, dove i suoi occhi incontrarono quelli di un grosso bruco azzurro, che sedeva in cima con le braccia conserte, fumando assopito un narghilè.

Poi il Brucaliffo aprì gli occhi e i loro sguardi si incrociarono.

… continua nel CAPITOLO 5: I consigli del Brucaliffo.

Note ad Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel Paese delle Meraviglie è un racconto veramente famoso, forse uno dei più famosi racconti per bambini.

Ne hanno fatto film, cartoni animati ed adattamenti teatrali.

Alice nel Paese delle Meraviglie è anche un racconto molto particolare dal punto di vista dello svolgimento, pieno di situazioni surreali e senza senso (il cui motivo fondamentalmente viene svelato nel finale) e anche soprattutto per i dialoghi tra i personaggi, non sempre semplici o immediatamente comprensibili.

Una delle più grandi sfide infatti, per chi vuole tradurre Alice nel Paese delle meraviglie, è cercare di ricondurre ad un senso molti dei “giochi di parole” e “nonsense” usati da Lewis Carroll, che ben si prestano ad essere usati nella lingua inglese, ma che subiscono un forte “lost in traslation” e perdita totale di significato quando si cerca di adattarli in altre lingue.

E’ per questo motivo che nel nostro adattamento troverete solo una delle tante filastrocche e parti in rima presenti nel testo originale. La storia rimane comunque completamente comprensibile e godibile anche senza quelle parti.

In questa versione sono stati volutamente tralasciati due capitoli (quelli sulla tartaruga ed il grifone) per rendere la storia più scorrevole e non troppo lunga. Nonostante la mancanza di questi due capitoli, la storia non perde la sua magia ed il magnifico significato.

Speriamo che questa nostra versione vi piaccia quanto è piaciuta a noi riscriverla!

P.S. Alice è esistita veramente e si chiamava Alice Liddel, figlia di amici di famiglia di Lewis Carroll

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Alice nel Paese delle Meraviglie 🐇🕓🎩🐱🧡

CAPITOLO 3 – La corsa elettorale

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CAPITOLO 3 – La corsa elettorale


Era davvero un gruppo dall’aspetto strano quello che si era radunato sulla riva, ed erano tutti bagnati, irritati e a disagio.

La prima domanda, ovviamente era: come asciugarsi?
Si consultarono a riguardo e dopo pochi minuti sembrò del tutto naturale ad Alice ritrovarsi a parlare in modo familiare con loro, come se li conoscesse da tutta la vita.

Alla fine il Topo, che sembrava essere una persona di una certa autorità gridò:
– Sedetevi tutti e ascoltatemi! Presto vi farò asciugare! – e si sedettero tutti in un grande cerchio, con il Topo al centro.

– Ehm! – disse il Topo con aria importante – Siete pronti? Adesso vi racconto la cosa più seccante che io conosca: «Guglielmo il Conquistatore, la cui causa era favorita dal papa, fu presto sottomesso dagli inglesi che erano stati negli ultimi tempi molto abituati all’usurpazione e alla conquista. Edwin e Morcar, Conti di Mercia e Northumbria…

– Uh! – disse l’Opossum con un brivido.

Il Topo continuò per un po’, poi rivolgendosi ad Alice le chiese:
– Come stai adesso, mia cara?
– Più bagnata che mai – rispose Alice – non mi sto asciugando affatto.

– In tal caso – disse solennemente il Dodo, alzandosi in piedi – propongo che la riunione venga aggiornata per l’immediata adozione di rimedi più energici… tipo una corsa elettorale!
– Cos’è una corsa elettorale? – chiese Alice.

– Il modo migliore per spiegarlo è farlo, delimitiamo un percorso, una specie di cerchio, e poi uno, due, tre e via!
Cominciarono tutti a correre. Quando uno voleva smettere di correre si fermava, ma in ogni caso, dopo aver corso per circa mezz’ora, erano tutti abbastanza asciutti.

Il Dodo improvvisamente gridò:
– La corsa è finita! – tutti gli si affollarono attorno, ansimando e chiedendo – Ma chi ha vinto?!

A questa domanda il Dodo pensò molto, alla fine disse:
– Tutti hanno vinto e tutti devono avere un premio!
– Ma chi consegna i premi? – chiesero tutti in coro.

– Ma lei, naturalmente – disse il Dodo, indicando Alice con un dito, e subito tutta la comitiva le si fece intorno, gridando confusamente:
– Premi! Premi! Premi!

Alice, che non aveva idea di cosa fare, si mise la mano in tasca, tirò fuori una scatola di confetti (che per fortuna non si era bagnata nell’acqua salata) e li fece girare come premio. C’era esattamente un confetto a testa.

Tutti mangiarono i confetti rumorosamente, poi si sedettero di nuovo in cerchio e pregarono il Topo di dire loro qualcosa di più.

– Mi avevi promesso di raccontarmi la tua storia, lo sai… – disse Alice, – e perché odi… C. e G. – aggiunse in un sussurro, quasi timorosa che si offendesse di nuovo.

– La mia è una coda lunga e triste! – disse il Topo, voltandosi verso Alice e sospirando.
– È una coda lunga, certo – disse Alice, guardando con meraviglia la coda del Topo – ma perché la chiami triste?
Il Topo iniziò quindi a raccontare:

Disse Furia a un Topo
   incontrato per la casa
     “Andiamo subito davanti
         alla legge: io ti accuserò
             e non accetterò che tu
                dica di no, voglio una
                   bella udienza perché
                     ora non niente da
                   fare” disse il Topo,
                “Ma senza giudice
            e nessuna giuria
         si sprecano
      solo parole!”
   “Sarò giudice
    e la giuria”
      disse con
         astuzia
            il Furia,
              “di sicuro
                  troverò
                      la prova
                          e presto
                              sarai
                          giudicato
           e condannato!”

– Non mi stai ascoltando! – disse severamente il Topo ad Alice – Ma a cosa stai pensando?
– Chiedo scusa – disse Alice umilmente – sei arrivato alla terza curva, vero?

– Mi insulti dicendo queste sciocchezze! – disse il Topo alzandosi e allontanandosi.
– Vorrei avere Dinah qui, lo riporterebbe subito indietro! – disse Alice.
– E chi sarebbe Dinah? – chiese l’Opossum.
– Dinah è la mia gatta, è molto brava a prendere i topi, e dovreste vedere con gli uccellini! – rispose Alice.

La frase causò un notevole trambusto nel gruppo, alcuni uccelli volarono subito via e un canarino gridò con voce tremante ai suoi piccoli di venire via. Alla fine se ne andarono via tutti e Alice rimase sola.

“Vorrei non aver menzionato Dinah! Sembra che non piaccia a nessuno quaggiù, eppure sono sicura che sia la migliore gatta del mondo!” pensò
la povera Alice che ricominciò a piangere, perché si sentiva molto sola.

Dopo un po’, però, udì di nuovo un leggero scalpiccio di passi in lontananza, Alice alzò lo sguardo incuriosita sperando fosse il Topo che tornava indietro per finire la sua storia.

… continua nel CAPITOLO 4: Il Bianconiglio e la brutta fine di Bill.

Note ad Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel Paese delle Meraviglie è un racconto veramente famoso, forse uno dei più famosi racconti per bambini.

Ne hanno fatto film, cartoni animati ed adattamenti teatrali.

Alice nel Paese delle Meraviglie è anche un racconto molto particolare dal punto di vista dello svolgimento, pieno di situazioni surreali e senza senso (il cui motivo fondamentalmente viene svelato nel finale) e anche soprattutto per i dialoghi tra i personaggi, non sempre semplici o immediatamente comprensibili.

Una delle più grandi sfide infatti, per chi vuole tradurre Alice nel Paese delle meraviglie, è cercare di ricondurre ad un senso molti dei “giochi di parole” e “nonsense” usati da Lewis Carroll, che ben si prestano ad essere usati nella lingua inglese, ma che subiscono un forte “lost in traslation” e perdita totale di significato quando si cerca di adattarli in altre lingue.

E’ per questo motivo che nel nostro adattamento troverete solo una delle tante filastrocche e parti in rima presenti nel testo originale. La storia rimane comunque completamente comprensibile e godibile anche senza quelle parti.

In questa versione sono stati volutamente tralasciati due capitoli (quelli sulla tartaruga ed il grifone) per rendere la storia più scorrevole e non troppo lunga. Nonostante la mancanza di questi due capitoli, la storia non perde la sua magia ed il magnifico significato.

Speriamo che questa nostra versione vi piaccia quanto è piaciuta a noi riscriverla!

P.S. Alice è esistita veramente e si chiamava Alice Liddel, figlia di amici di famiglia di Lewis Carroll

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Alice nel Paese delle Meraviglie 🐇🕓🎩🐱🧡

“In tutto c’è una morale, se si sa trovarla.”

Alice nel paese delle meraviglie, scritto da Lewis Carroll, è un classico della letteratura per l’infanzia che vi trasporterà in un mondo straordinario e surreale.

La storia inizia quando la curiosa Alice, inseguendo uno strano coniglio bianco si infila in una buca nel terreno, precipitando in un regno fantastico popolato da personaggi eccentrici e situazioni assurde.

Attraverso avventure straordinarie e incontri unici, esplorerete insieme ad Alice questo mondo incantato, affrontando enigmi e scoprendo la sua straordinaria abilità di adattarsi a un regno dalle regole mutevoli e spesso incomprensibili.

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Alice nel Paese delle Meraviglie 🐇🕓🎩🐱🧡 racconto completo


Indice dei capitoli


CAPITOLO 1 – Nella tana del Bianconiglio.


Alice cominciava a stancarsi di stare seduta accanto alla sorella sulla riva del fiume senza fare niente. Una o due volte aveva sbirciato nel libro che sua sorella stava leggendo, ma non c’erano né immagini né fumetti, “e a che serve un libro”, pensò Alice, “senza immagini o fumetti?”

Alice, annoiata e assonnata, stava riflettendo se alzarsi a cogliere delle margherite, quando all’improvviso un coniglio bianco dagli occhi rosa le passò davanti.

Non c’era niente di strano in questo, né Alice trovò così strano sentire il Coniglio dire a se stesso: “Oh cielo! Oh cielo! È tardi!”
Ma quando il Coniglio tirò fuori un orologio dal taschino del panciotto, Alice balzò in piedi, perché le balenò in mente che non aveva mai visto prima un coniglio con un orologio nel taschino del panciotto.

Alice, incuriosita, gli corse dietro attraverso il campo. Fece appena in tempo a vederlo sparire in una grande tana sotto la siepe che, senza rendersene conto, ci cadde dentro anche lei!

La tana del coniglio era molto profonda, oppure lei cadeva molto lentamente, perché aveva tutto il tempo per guardarsi intorno, mentre scendeva.

Poi guardò ai lati del pozzo e notò che le pareti erano piene di armadi e di scaffali per libri, qua e là vedeva appese mappe e quadri.
Mentre scendeva, prese un barattolo da uno degli scaffali. C’era scritto sopra “MARMELLATA DI ARANCE”, ma, con suo grande disappunto, era vuoto. Rimise quindi il barattolo in uno degli armadi mentre ci cadeva accanto.

Giù, giù, giù!
Sarebbe mai finita la discesa?
Non c’era nient’altro da fare, quindi Alice iniziò presto a parlare da sola.

– Dinah mi mancherà molto stasera, immagino! – (Dinah era la sua gatta.) – Spero che si ricordino del suo piattino di latte all’ora del tè. Dinah,vorrei che tu fossi qui con me!

Alice si stava appisolando, quando all’improvviso… BUMP! Si adagiò sopra un mucchio di rami e foglie secche. La discesa era finita.

Alice in un attimo balzò in piedi, alzò lo sguardo ma in alto era tutto buio. Davanti a lei c’era un altro lungo passaggio e il Bianconiglio era là in fondo che lo percorreva di corsa.

Alice cominciò a correre e fece appena in tempo a sentirlo dire:
– Oh, come si è fatto tardi! – che il Bianconiglio svoltò l’angolo e non si vide più.

Alice si ritrovò in un corridoio lungo e basso, tutt’intorno al corridoio c’erano tante porte tutte chiuse. Dopo che Alice ebbe provato ad aprirle tutte senza successo si chiese come avrebbe fatto a uscire di lì.

All’improvviso si imbatté in un tavolino su cui c’era solo una minuscola chiave d’oro. Alice pensò che potesse aprire una delle porte del corridoio ma, o le serrature erano troppo grandi, oppure la chiave era troppo piccola, tanto che non ne apriva nessuna.

Tuttavia questa volta, vide una porticina alta circa quaranta centimetri che prima non c’era. Provò la piccola chiave d’oro nella serratura e, con sua grande gioia, la porta si aprì!

Alice si inginocchiò e guardò attraverso la porta: vide il giardino più bello che avesse mai visto. Purtroppo non riusciva nemmeno a mettere la testa oltre la soglia, tanto era piccola quella porta.
– Oh, come vorrei potermi accorciare come un telescopio! – si disse Alice.

Tornò quindi al tavolo, sperando quasi di trovarvi un’altra chiave. Questa volta però vi trovò sopra una piccola bottiglia (“che certamente prima non c’era”, pensò Alice), sulla quale c’era un’etichetta con su scritto “BEVIMI”.

– No, prima controllerò, e vedrò se c’è scritto ‘veleno’ oppure no – si disse Alice, perché non aveva mai dimenticato che, se si beve da una bottiglia con la scritta ‘veleno’, quasi sicuramente le avrebbe fatto male.

Ma su questa bottiglia non c’era scritto ‘veleno’ così Alice si azzardò ad assaggiare il contenuto, e, trovandolo molto buono (il sapore era un misto di crostata di ciliegie, crema pasticcera, ananas, tacchino arrosto e pane tostato imburrato), lo bevve tutto.

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– Che sensazione curiosa! – disse Alice. – Mi sembra di accorciarmi proprio come un telescopio!

E infatti era così!
Adesso era alta solo 25 centimetri e il suo viso si illuminò al pensiero di avere le dimensioni giuste per varcare la piccola porticina, ma quando ci arrivò davanti la trovò chiusa e si accorse di aver dimenticato la piccola chiave d’oro sopra il tavolino!

Quando tornò al tavolino per prenderla si rese conto che non poteva raggiungerla perché ora era troppo piccola. Alice si sedette sconfortata ai piedi del tavolino piangendo.

Il suo sguardo però cadde su una scatoletta di vetro che giaceva proprio lì sotto, l’aprì e vi trovò una piccolissima torta, sulla quale era scritto “MANGIAMI”.

– Se questa torta mi fa crescere potrò raggiungere la chiave, e se invece mi fa rimpicciolire potrò infilarmi sotto la porta, così in ogni caso riuscirò ad andare nel giardino, non mi importa cosa succederà!

Mangiò un po’ della torta e con ansia si tenne la mano sulla testa per sentire se stava crescendo. Fu piuttosto delusa di scoprire che rimaneva della stessa dimensione.

Così si mise all’opera e in breve tempo finì la torta…

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… continua nel CAPITOLO 2: La pozza delle lacrime.

Note ad Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel Paese delle Meraviglie è un racconto veramente famoso, forse uno dei più famosi racconti per bambini.

Ne hanno fatto film, cartoni animati ed adattamenti teatrali.

Alice nel Paese delle Meraviglie è anche un racconto molto particolare dal punto di vista dello svolgimento, pieno di situazioni surreali e senza senso (il cui motivo fondamentalmente viene svelato nel finale) e anche soprattutto per i dialoghi tra i personaggi, non sempre semplici o immediatamente comprensibili.

Una delle più grandi sfide infatti, per chi vuole tradurre Alice nel Paese delle meraviglie, è cercare di ricondurre ad un senso molti dei “giochi di parole” e “nonsense” usati da Lewis Carroll, che ben si prestano ad essere usati nella lingua inglese, ma che subiscono un forte “lost in traslation” e perdita totale di significato quando si cerca di adattarli in altre lingue.

E’ per questo motivo che nel nostro adattamento troverete solo una delle tante filastrocche e parti in rima presenti nel testo originale. La storia rimane comunque completamente comprensibile e godibile anche senza quelle parti.

In questa versione sono stati volutamente tralasciati due capitoli (quelli sulla tartaruga ed il grifone) per rendere la storia più scorrevole e non troppo lunga. Nonostante la mancanza di questi due capitoli, la storia non perde la sua magia ed il magnifico significato.

Speriamo che questa nostra versione vi piaccia quanto è piaciuta a noi riscriverla!

P.S. Alice è esistita veramente e si chiamava Alice Liddel, figlia di amici di famiglia di Lewis Carroll

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CAPITOLO 2 – La pozza delle lacrime

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CAPITOLO 2 – La pozza delle lacrime


Adesso Alice si stava allungando come il più grande telescopio che sia mai esistito!

La sua testa colpì il soffitto della sala, ora era alta più di tre metri. Alice prese la piccola chiave d’oro sul tavolino e corse verso la porta del giardino.

Ma povera Alice! Tutto quello che poteva fare, sdraiandosi su un lato, era guardare il giardino con un occhio solo, grande com’era le era impossibile passare.
Quindi si sedette e ricominciò a piangere.

Continuò a versare litri e litri di lacrime, finché non si formò una grande pozza tutt’intorno a lei che arrivava fino a metà del corridoio.

Ad un certo punto udì un leggero scalpiccio di piedi in lontananza e si asciugò in fretta gli occhi per vedere cosa stava succedendo. Era il Bianconiglio che tornava indietro e borbottava tra sé:
– Oh! la Duchessa, la Duchessa! Si arrabbierà se la faccio aspettare!

Quando il Bianconiglio le si avvicinò, Alice cercò di parlargli:
– Per favore, signor coniglio…
Ma il Bianconiglio sussultò, la guardò e corse via nell’oscurità più veloce che poteva. Nel correre via però gli caddero di mano un guanto bianco ed un ventaglio.

Alice lo guardò allontanarsi mentre iniziava a sventolarsi col ventaglio caduto al Bianconiglio – Com’è tutto strano oggi! Ieri la solita noia, oggi invece… Ma la vera domanda è: dove diavolo sono…?!

Mentre diceva queste parole si rese conto che si stava rimpicciolendo di nuovo, ora era alta circa mezzo metro e continuava a rimpicciolirsi rapidamente.

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Scoprì presto che la causa era il ventaglio del Bianconiglio e lo lasciò cadere subito subito a terra, giusto in tempo per evitare di rimpicciolirsi del tutto.

– Per un pelo! – disse Alice piuttosto spaventata – ora però posso passare attraverso la porticina e raggiungere il giardino!

Corse verso la porticina, ma la porticina era di nuovo chiusa e la piccola chiave d’oro era posata come prima sul tavolo di vetro!
– Non poteva andarmi peggio…! – pensò Alice

E mentre diceva queste parole scivolò e splash! Si ritrovò immersa fino al collo nell’acqua salata.
All’inizio pensò di essere caduta in mare, poi si rese conto di essere dentro alla pozza di lacrime che aveva pianto quando era alta tre metri.

Poco distante sentì qualcosa che sguazzava nella pozza, era un Topo che era finito dentro l’acqua come lei.

– Scusi signor Topo, conosce il modo per uscire da questa pozza? Sono molto stanca di nuotare…
Il Topo la guardò con una certa curiosità, ma non disse nulla.

“Forse non capisce la mia lingua” pensò Alice, “Magari conosce il francese…” e disse:
– Où est ma chatte? – che era la prima frase che le venne in mente.

Il Topo fece un salto improvviso fuori dall’acqua e sembrò tremare tutto per la paura.
– Oh, chiedo scusa! – esclamò in fretta Alice – Avevo dimenticato che ai topi non piacciono i gatti!

– Se tu fossi in me, ti piacerebbero i gatti?! – gridò il Topo con voce acuta.
– Beh, forse no… però se tu conoscessi la mia gatta Dinah penso che cambieresti idea, è una gattina così cara e tranquilla.
Il Topo aveva una faccia molto offesa.

Alice, che aveva fretta di cambiare argomento, disse
– Ti piacciono i… cani? C’è un cagnolino così carino vicino a casa nostra, vorrei mostrartelo! Da’ la caccia a tutti i topi e… oh, cielo! – esclamò Alice in tono addolorato. – Temo di averlo offeso di nuovo!
Infatti il Topo stava nuotando via da lei più veloce che poteva.

Allora lei gli gridò sottovoce:
– Topo caro! Torna ti prego, e non parleremo né di gatti né di cani se non ti piacciono!
Quando il Topo sentì quelle parole, si voltò e nuotò lentamente verso di lei. Aveva il viso pallido e disse con voce bassa e tremante:
– Andiamo a riva e poi ti racconterò la mia storia e capirai perché odio cani e gatti.

Nel frattempo la pozza d’acqua si stava riempiendo di uccelli e animali, anche loro caduti dentro chissà come… c’erano un’Anatra e un Dodo, un Opossum, un Aquilotto e molte altre creature curiose.
Alice fece strada e l’intero gruppo la seguì fino alla riva.

… continua nel CAPITOLO 3: La corsa elettorale.

Note ad Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel Paese delle Meraviglie è un racconto veramente famoso, forse uno dei più famosi racconti per bambini.

Ne hanno fatto film, cartoni animati ed adattamenti teatrali.

Alice nel Paese delle Meraviglie è anche un racconto molto particolare dal punto di vista dello svolgimento, pieno di situazioni surreali e senza senso (il cui motivo fondamentalmente viene svelato nel finale) e anche soprattutto per i dialoghi tra i personaggi, non sempre semplici o immediatamente comprensibili.

Una delle più grandi sfide infatti, per chi vuole tradurre Alice nel Paese delle meraviglie, è cercare di ricondurre ad un senso molti dei “giochi di parole” e “nonsense” usati da Lewis Carroll, che ben si prestano ad essere usati nella lingua inglese, ma che subiscono un forte “lost in traslation” e perdita totale di significato quando si cerca di adattarli in altre lingue.

E’ per questo motivo che nel nostro adattamento troverete solo una delle tante filastrocche e parti in rima presenti nel testo originale. La storia rimane comunque completamente comprensibile e godibile anche senza quelle parti.

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Lo Schiaccianoci 💂🥜

Lo Schiaccianoci trasforma la magia del Natale in un balletto incantato.

Lo Schiaccianoci è decisamente più famoso per l’omonimo balletto musicato da Pëtr Il’ič Čajkovskij (riconosciuto come uno dei più grandi compositori della musica russa) che per l’originale racconto fiabesco scritto da E.T.A. Hoffmann

Anche Alexandre Dumas (autore de “i tre Moschettieri”) ne ha scritta una sua versione!

Scopriamo quindi insieme come Clara, insieme al suo Principe Schiaccianoci, vivrà una magica e incantata vigilia di Natale!

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Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare dello Schiaccianoci!

🔊 Audiofiaba 😴

Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare Lo Schiaccianoci raccontata da Silvia!

Lo Schiaccianoci 💂🥜 racconto completo


Era la vigilia di un Natale di tanto tempo fa, e nella cittadina di Norimberga il signor Stahlbaum aveva organizzato nella sua grande casa una festa per i suoi amici e per i suoi due bambini.

Clara e Fritz, questo il nome dei due bambini, stavano ballando e cantando intorno al magnifico albero di natale che ornava il salone di casa. Avevano da poco finito di decorarlo ed erano molto emozionati per l’arrivo della notte di Natale.

Fritz era un bravo ragazzo paffuto, birichino, e un po’ presuntuoso, convinto che tutte le cose di questo mondo fossero create per farlo divertire.

Sua sorella Clara, invece, era una bambina gentile e affabile, ed era adorata da tutti quanti in famiglia.

Erano quasi le otto di sera quando, all’improvviso, si sentì bussare alla porta. Era Drosselmeyer, loro zio nonché misterioso mago, capace di realizzare meravigliosi burattini con cui si divertiva a raccontare storie fiabesche.
Aveva con sé una grande borsa che appoggiò per terra.

I due bambini gli corsero incontro abbracciandolo:
– Benvenuto Zio! Che cosa hai portato?! – chiesero emozionati.
– Adesso lo vedrete miei cari.. – disse loro.
Poi salutò tutte le persone della casa e iniziò a preparare il suo spettacolo di magia e burattini.

Rimasero tutti assorti ad ascoltare le sue storie e incantati a vedere le sue magie, finchè con un inchino finì il suo spettacolo tra gli applausi dei bambini e di tutti gli invitati alla festa.

Lo zio Drosselmeyer stava riordinando tutte le sue cose nella grande borsa quando Clara, avvicinandosi, notò una marionetta che spuntava dal bordo, e che non era stata usata durante lo spettacolo.

– Che magnifico soldatino! – esclamò Clara.
Lo zio sorrise – è di più di un soldatino sai? E’ anche uno Schiaccianoci, e sono convinto che abbia un nonsochè di magico… se vuoi puoi prenderlo.
– Davvero?! – disse Clara non credendo alle sue orecchie. Lo zio annuì divertito.

Clara prese lo Schiaccianoci dalla borsa e iniziò a danzare assieme a lui per tutta la sala con gli occhi che le brillavano dalla felicità.

Fritz non tardò ad accorgersi che la sua sorellina aveva in mano qualcosa che lui non aveva mai visto prima, e subito le andò incontro.

– Cos’è quello!? – chiese Fritz con vivo interesse misto ad invidia.
– E’ uno Schiaccianoci, me lo ha regalato lo zio! – rispose raggiante Clara.
– Fammelo vedere! – disse Fritz cercando di strapparglielo dalle mani.
Clara strinse più forte a sé lo Schiaccianoci, ma Fritz non mollò la presa e, con uno strattone molto forte, se ne impossessò.

I due iniziarono a litigare, Clara cercava in tutti i modi di riprendere lo Schiaccianoci mentre Fritz lo teneva in alto con la mano per non farglielo prendere. Clara ad un certo punto lo spintonò e Fritz, per non perdere l’equilibrio, lasciò andare lo Schiaccianoci che, cadendo a terra, si ruppe in due pezzi.

Clara scoppiò in lacrime, Fritz si rese conto del danno che aveva combinato e cercò di rimettere assieme i pezzi, ma non capiva come fare.

Lo zio Drosselmeyer si accorse del pianto disperato di Clara e accorse a vedere cosa era successo. Capì che lo Schiaccianoci si era rotto.
– Non preoccuparti Clara, posso aggiustarlo – disse e, dopo aver preso i pezzi dello Schiaccianoci, aprì la sua grande borsa e iniziò ad armeggiare con degli arnesi sullo Schiaccianoci.

Un attimo dopo lo Schiaccianoci era come nuovo.
– Tieni piccola mia.
Clara si asciugò le lacrime e guardò lo Schiaccianoci, sembrava non si fosse mai rotto, lo abbracciò forte a sé e poi abbracciò lo zio ringraziandolo. Poco dopo Fritz si scusò con Clara.

La grande festa volgeva ormai al termine e i bambini furono mandati a letto. Clara, sotto le coperte, stringeva forte a sé il suo Schiaccianoci, pensando che fosse il regalo più bello che avesse mai ricevuto.
Poi, piano piano, socchiuse gli occhi e si addormentò.

Ad un certo punto, Clara sentì un rumore provenire dal salotto. “Cos’è questo rumore ?” si chiese tra sé e sé. Intimorita ma anche incuriosita decise di andare a vedere. Prese con sé lo Schiaccianoci e scese le scale.

Nel grande salone ardeva ancora il fuoco nel camino, e l’albero di Natale era ancora splendidamente illuminato mentre in un angolo in penombra delle minuscole figure dalla coda lunga e stretta si muovevano di là e di qua: erano decine di topi!

All’improvviso si sentì urlare: “All’attacco!” e un esercito di omini di pan di zenzero si buttò addosso a tutti i topini che ormai stavano infestando il salone.
Ci fu una gran baruffa! Clara rimase a bocca aperta nel vedere quella strana battaglia, e senza accorgersene, si fece scivolare di mano lo Schiaccianoci.

Quando Clara si rese conto di non stringere più tra le mani il suo adorato Schiaccianoci si girò di scatto sgranando gli occhi: lo Schiaccianoci era cresciuto fino ad avere la dimensione di una persona vera.
– Non preoccuparti mia Clara, vi difenderò io dai topi – e lo Schiaccianoci si buttò anche lui nella battaglia al fianco degli omini di pan di zenzero.

Ad un certo punto lo Schiaccianoci fu attaccato da un topo che era più grossi di tutti gli altri, doveva essere sicuramente il Re dei topi. Lo atterrò e iniziò a graffiargli la faccia.
– Noo! – esclamò atterrita Clara e senza pensarci un attimo prese la sua pantofola e la scagliò contro il grande topo.

Il tiro fu così preciso che colpì il topo proprio in faccia, facendolo stramazzare al suolo. Quando il Re dei topi, barcollando, riuscì ad alzarsi ordinò alle sue truppe la ritirata e corsero tutti a nascondersi in un buco dentro al muro.

Clara corse dal suo Schiaccianoci per sincerarsi che stesse bene, ma con sorpresa e meraviglia si accorse che lo Schiaccianoci si era trasformato in un meraviglioso Principe!
– Grazie mia Clara, mi hai salvato e hai fatto scappare quei topacci, te ne sarò eternamente riconoscente.

Clara era quasi imbarazzata per la trasformazione dello Schiaccianoci e stordita da quella situazione surreale che quasi non ci credeva.
Il Principe Schiaccianoci la prese per mano e le disse:
– Vieni, voglio farti vedere il mio regno.
Clara, attonita e sorpresa, lo seguì.

Uscirono di casa, e come per magia tutta la cittadina di Norimberga era come svanita, non una casa , un vicolo o monumento erano rimasti.
Al suo posto era sorta una splendida ed incantata foresta piena di neve luccicante.

Il Principe Schiaccianoci teneva Clara per mano e la accompagnava sempre più all’interno del fitto bosco fatato.
Intorno a loro volavano leggere delle minuscole fatine scintillanti, sembravano comporre la danza di un balletto.

– Devo farti conoscere una persona… – le disse in tono gentile ma misterioso il Principe Schiaccianoci.
Camminarono così finchè non arrivarono al Palazzo Reale del Regno dei Dolci, dove ad attenderli sulla soglia del portone fatto di pan di Spagna c’era una fata vestita di zucchero filato.

– Principe! – esclamò la fata.
– Clara ti presento la Fata Confetto, la mia più cara amica! – disse il Principe Schiaccianoci. Clara e la Fata Confetto si fecero un inchino a vicenda in segno di saluto.

– Mio caro Principe – disse la Fata Confetto – ho saputo della grande battaglia contro i topi!
– Si mia cara, è stata una grande battaglia, ma non avrei mai vinto senza l’aiuto di Clara.
La Fata Confetto sorrise a Clara e l’abbracciò, poi esclamò:
– Ma entrate! Entrate! Stanno per iniziare le danze di Natale!

Si ritrovarono dentro ad un luminosissimo salone pieno di dolci di ogni tipo, con le fate dei fiori intente a danzare sopra a magnifici fiori fatti di zucchero filato e pan di zenzero.

La Fata Confetto invitò il Principe Schiaccianoci a ballare, e iniziarono a danzare in tondo per tutto il salone.
Sembravano così leggeri che pareva non toccassero terra.

Ed infatti mentre giravano insieme tenendosi per mano, stavano come per magia piano piano volteggiando sempre più in alto nella sala.
Salivano e salivano sempre di più, verso la volta del salone illuminata a giorno come se splendesse il sole.

Clara dovette socchiudere gli occhi per continuare a vederli finchè non svanirono abbracciati nella luce abbagliante.

“Svegliati piccola mia…” chiamò una voce.
Clara piano piano aprì gli occhi… era giorno e si trovava nel suo lettino, tra le braccia stringeva il suo Schiaccianoci di legno, che era ritornato delle dimensioni originali. Accanto a lei c’era seduta la mamma, che le sorrideva e le accarezzava la testolina.

Clara sorrise.
Ora capiva. Era stato solo un sogno, ma era stato magnifico e splendido, sicuramente il più bel sogno di tutta la sua vita.

Abbracciò forte il suo Schiaccianoci, poi come ricordandosi d’improvviso di una cosa molto importante, scese dal letto e corse giù nel salone di casa.
Era la mattina di Natale, e c’erano un sacco di regali da scartare!

Ma sicuramente il più bel regalo di tutti era stato il sogno magico che le aveva regalato lo Schiaccianoci!

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Aladino e il Genio della lampada 🧞

Un Viaggio Incantato nel Cuore delle Mille e una Notte

Questo racconto intramontabile, tramandato attraverso i secoli, ci trasporta in un mondo ricco di mistero e meraviglia, dove un giovane ragazzo di strada si trova improvvisamente catapultato in un vortice di eventi straordinari.

Questo racconto incarna il desiderio umano di superare le sfide, di realizzare sogni impossibili e di scoprire il grande potere che solo la magia di un Genio della lampada può fare.

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Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare di Aladino e il Genio della lampada!

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Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare Aladino e il Genio della lampada raccontata da Silvia!

Aladino e il Genio della lampada 🧞 fiaba completa


C’era una volta Mustafà, di professione sarto, che aveva un figlio di nome Aladino.

Purtroppo Mustafà morì quando Aladino era solo un ragazzo, senza avergli potuto insegnare ad essere un sarto come lui. Così Aladino passava le giornate a bighellonare per strada insieme ad altri ragazzi.

Un giorno gli si parò davanti uno sconosciuto, probabilmente straniero, e gli chiese se non fosse il figlio di Mustafà il sarto.
– Lo sono, signore – rispose Aladino – ma è morto molto tempo fa.

Lo straniero gli si gettò al collo e lo abbracciò, dicendo:
– Sono tuo zio Jaffar e ti ho riconosciuto dalla tua somiglianza con mio fratello! Portami da tua madre così che io possa salutarla.

Aladino accompagnò lo zio a casa sua. Sua madre rimase molto colpita nel conoscere Jaffar.
– In effetti mio caro Aladino, tuo padre una volta mi ha accennato di avere un fratello – disse sua madre – ma non l’ho mai conosciuto… sai tuo padre non voleva mai parlare del suo misterioso passato…

Passarono così la serata, dove Jaffar raccontò dei suoi viaggi e i commerci che faceva nella sua città natale, la città dalle mura di fango. Alla fine Jaffar chiese se poteva prendere Aladino con sè per farlo diventare un mercante di stoffe come lui.
La madre acconsentì.

Così il giorno dopo Jaffar condusse Aladino fuori dalle porte della città. Quindi proseguirono il viaggio finché non raggiunsero l’imbocco di una stretta valle ai piedi di due montagne.

– Ci fermeremo qui – disse lo zio – ti mostrerò qualcosa di meraviglioso, intanto raccogli dei rami per accendere un fuoco.

Quando il fuoco fu acceso il mago vi gettò sopra una polvere magica dicendo allo stesso tempo alcune parole sconosciute. La terra ai loro piedi tremò leggermente e si aprì davanti a loro una botola fatta di una pietra piatta e quadrata con al centro un anello di ottone per sollevarla.

– Cosa hai fatto, zio? – chiese meravigliato Aladino.
– Non temere nulla ragazzo, adesso ti spiego una cosa… – Jaffar guardò Aladino intensamente negli occhi – Io non son un mercante di stoffe, sono un mago, come tuo padre Mustafà non era un sarto, ma mago pure lui…

Aladino sgranò gli occhi, poi Jaffar continuò:
– Per un motivo a me sconosciuto aveva deciso di bandire la magia dalla sua vita, ed è fuggito senza lasciare più traccia.
Aladino lo ascoltava con attenzione.

– Così facendo però ti ha privato del suo tesoro, che sta sepolto proprio qui sotto – disse indicando la botola di pietra.
Aladino guardò la botola e spalancò la bocca dallo stupore.

– Solo tu, figlio di Mustafà puoi aprire questo ingresso ed entrare nella Grotta delle Meraviglie, ma devi stare attento e fare esattamente quello che ti dico:

– Afferra l’anello sulla pietra, e tiralo con forza, ti appariranno delle scale, scendile e ai piedi di quei gradini troverai una porta aperta che conduce in tre grandi sale. Mi raccomando! Attraversale senza toccare nulla, o morirai all’istante… Queste sale conducono in un giardino, continua a camminare finché non arrivi a una nicchia nel muro dove c’è una lampada ad olio, prendila e torna subito indietro.

Aladino annuì attonito, poi tirò l’anello e la botola si aprì, scese le scale e fece come aveva detto Jaffar, attraversò le tre sale, poi il giardino e infine trovò la lampada. La prese e corse subito indietro.

Quando fu quasi in cima alle scale suo zio Jaffar lo bloccò gridando:
– Fermati! Prima di uscire passami subito la lampada!
– Perchè non posso uscire e poi dartela?! – rispose contrariato Aladino.
– Tu dammela e basta! – urlò Jaffar.

Aladino intuendo che Jaffar avrebbe preso la lampada e poi avrebbe richiuso la botola, urlò a sua volta – No! – e ridiscese correndo le scale.
– Stupido ragazzo! – sentì gridare alle sue spalle mentre la botola si chiudeva lentamente imprigionandolo nella grotta.

Per due giorni Aladino rimase nell’oscurità, piangendo e disperandosi. Poi non sapendo cos’altro fare prese la lampada e, dopo averla rigirata e rimirata a lungo, la prese tra le mani e la strofinò.

D’improvviso dalla lampada uscì del fumo denso e compatto, che prese le sembianze di una persona che con riverenza fece un inchino ad Aladino dicendo:
– Io sono il Genio della lampada, e sono qui per esaudire ogni tuo desiderio.

Aladino rimase di stucco, quasi spaventato, poi ripresosi chiese con un filo di voce:
– Veramente puoi esaudire ogni mio desiderio…?
Il Genio annuì.
– Allora fammi uscire di qui! – disse Aladino.

Il Genio schioccò le dita e si ritrovarono magicamente all’esterno della grotta, proprio sopra la botola di entrata. Di Jaffar non c’era più l’ombra.
– Come avete desiderato, mio signore – disse il Genio, che facendo un inchino sparì lentamente nella lampada.

Aladino corse come il vento verso casa, dove sua madre lo accolse a braccia aperte. Le raccontò tutta la sua avventura, poi strofinando la lampada fece apparire il Genio e gli chiese di preparare un sontuoso banchetto per entrambi.

Il Genio schioccò le dita e la tavola fu imbandita di ogni prelibatezza presente sulla faccia della terra. Sua madre quasi svenne dallo stupore.

Con l’aiuto del Genio, Aladino divenne il più ricco mercante della città, viveva in una reggia e aveva preso molte persone al suo servizio.

Un giorno il Sultano emanò un ordine molto strano: l’obbligo a tutti i cittadini di restare in casa con le persiane chiuse mentre la principessa sua figlia attraversava la città per andare al fiume a rinfrescarsi.

Aladino, incuriosito, fu preso dal desiderio di vedere la figlia del Sultano in viso, per verificare se fosse così bella come si raccontava. Così si nascose e quando finalmente la vide se ne innamorò all’istante.

In quel preciso momento decise che doveva chiederla in sposa al Sultano.
Così ordinò al Genio di preparare ogni giorno un sacchetto pieno d’oro e gioielli da consegnare al Sultano in segno di omaggio.

Fu così per sei giorni, finché il Sultano incuriosito da tutto quell’oro e quei preziosi decise di dare udienza ad Aladino.
Aladino si presentò al suo cospetto e, dopo le dovute cortesie, gli disse:
– Voglio il permesso di sposare sua figlia, la principessa Yasmin.

Il Sultano, per niente felice di dare sua figlia in sposa ad un mercante invece che ad un principe di lignaggio reale, sperava di prendere in giro Aladino, acconsentendo alle nozze ad una condizione: portargli quaranta forzieri ricolmi di oro e quaranta forzieri ricolmi di gioielli.

Aladino sorrise e disse:
– Come lei ordina.
Tornò quindi nella sua reggia e ordinò al Genio di preparare quanto richiesto. Dopo solo un’ora dall’udienza con Aladino, il sultano si vide consegnare i quaranta forzieri pieni d’oro e i quaranta forzieri pieni di gioielli da altrettanti servitori di Aladino.

Il sultano rimase a bocca aperta e acconsentì alle nozze tra Aladino e Yasmin, che vennero celebrate già il giorno seguente.

La notizia del matrimonio reale si sparse per tutto il medio oriente, e così Jaffar venne a sapere che Aladino non solo non era morto nella grotta, ma aveva addirittura sposato la figlia del Sultano, e tutto questo sicuramente grazie all’aiuto del Genio della lampada.

Jaffar voleva impossessarsi di quella lampada ad ogni costo, così architettò un astuto piano.
Una volta giunto al palazzo reale iniziò a frequentare la servitù di corte, finché non conobbe la signora che provvedeva alla pulizia delle camere reali.

Jaffar, travestito da mendicante, aspettò che Aladino si allontanasse per un viaggio di una settimana, e si avvicinò alla signora delle pulizie dicendole:
– Il principe Aladino non ha forse bisogno di lampade nuove per le sue reali camere? Se mi permette di ritirare le vecchie lampade gliele offro per un prezzo davvero simbolico, mi basta una forma di pane per cenare questa sera – e da una borsa tirò fuori una lampada nuova scintillante.

La signora delle pulizie si rammentò di una vecchia lampada che stava sempre nella camera del principe Aladino e, credendo di fare l’affare, corse subito a prenderla per darla a Jaffar assieme al pezzo di pane.

Jaffar prese la lampada magica e, dopo aver fatto la riverenza, uscì dalle porte della città e si nascose in un luogo solitario, dove rimase fino al calar della notte.
Quando finalmente tirò fuori la lampada e la strofinò, il Genio apparve.
– Io sono il Genio della lampada, e sono qui per esaudire ogni tuo desiderio.

Jaffar sorrise beffardamente e disse:
– Desidero portare via l’intera reggia di Aladino e la principessa Yasmin nella mia città dalle mura di fango, così che nessun suddito del Sultano possa mai trovarci.
Il Genio schioccò le dita e tutta la reggia con all’interno Yasmin e la servitù sparì all’improvviso.

In città si diffuse il panico, nessuno sapeva dove fossero finite la reggia e la principessa. Aladino tornò di fretta indietro dal suo viaggio ed incontrò il sultano che gli disse:
– Che magia è mai questa?! Solo un potente mago può fare questo!
– Lo so mio signore, e so anche chi potrebbe essere stato… – rispose Aladino.
– E allora và e ritorna con mia figlia, altrimenti ti passerò a fil di spada!

Aladino prese un destriero e si mise al galoppo. Aveva intuito che solo suo zio Jaffar era a conoscenza della lampada e dei suoi poteri, e solo lui avrebbe potuto usarla.
Iniziò quindi a viaggiare per il deserto verso la città dalle mura di fango di cui Jaffar gli aveva parlato la sera che lo conobbe.

Aladino cavalcò tutto il giorno e tutta la notte, finché all’alba non intravide la città dalle mura di fango e la sua reggia.
Arrivò fin sotto il palazzo, dove Yasmin lo stava aspettando sulla soglia della porta d’entrata.

I due si abbracciarono, poi Aladino chiese dove fosse Jaffar e dove fosse la sua lampada.
– Adesso non è qui, ma porta la lampada sempre con sé appesa al collo. Ha detto che se non acconsento a sposarlo mi ucciderà!

Aladino pensò a cosa fare, poi ebbe un’idea:
– Questa sera a cena indossa il tuo vestito più bello – le disse – e accogli il mago con un gran sorriso facendogli credere che mi hai finalmente dimenticato. Invitalo a bere il vino e digli che vuoi assaggiare il più prezioso delle sue riserve, andrà a prenderne un po’, e mentre se ne sarà andato ti dirò cosa fare…

Yasmin ascoltò Aladino e fece come lui aveva detto. Quella sera mise il suo vestito più bello ed invitò Jaffar a portarle il migliore tra i suoi vini, Jaffar andò quindi a prendere il vino.
In quel momento Aladino, uscì dal suo nascondiglio e diede una polverina a Yasmin:
– Versala tutta nella tua coppa, quando brinderete porgigliela in segno di pacificazione.

Yasmin versò la polverina nella sua coppa, poi Jaffar tornò col vino e brindarono. Yasmin porse la sua coppa a Jaffar che, lusingato dal gesto, la prese e bevve. Quasi all’istante Jaffar cadde svenuto sul pavimento.

Aladino ricomparve e velocemente prese la lampada che Jaffar portava appesa al collo, la strofinò e il Genio comparì al loro cospetto.
– Facci subito tornare a casa, reggia compresa, ma lascia qui Jaffar nella sua terra!
Il Genio schioccò le dita e in un battibaleno Aladino e Yasmin furono nuovamente a casa loro.

Il sultano fu immensamente felice di rivedere entrambi e indisse una festa che durò tre giorni e tre notti.

E Aladino e Yasmin vissero per sempre felici e contenti.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Il cavallo e l’asino 🐎

“L’unione fa la forza” dice il proverbio, e condividere le fatiche con qualcun altro è sicuramente un vantaggio per tutti…

E’ difficile che i bambini collaborino tra di loro (e soprattutto con noi genitori) per fare qualcosa di faticoso, ma questa favola di Esopo aiuta a spiegare ai bambini che dare una mano a chi è in difficoltà non solo è un bel gesto, ma potrebbe forse evitare a tutti di fare uno sforzo più grande in futuro.

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

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Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare del cavallo e l’asino!

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Il cavallo e l’asino 🐎 storia completa


C’erano una volta un cavallo e un asino che vivevano nella tessa stalla.
Il loro padrone voleva bene ad entrambi, e non mancava mai di attenzioni verso ciascuno di loro.
Però, quando si trattava di portare i sacchi di farina da vendere giù al mercato, sulla groppa del cavallo, fiero ed altezzoso, ne caricava solo un paio, mentre sulla groppa dell’asino buono e mansueto, ne caricava molti di più.

All’asino andava bene così, lui ci era abituato e sapeva che quello era il suo lavoro. In più ammirava veramente la bellezza del cavallo, e quindi si era convinto che fosse giusto preservare il suo splendore non caricandolo di troppi pesi.

Un giorno però, andando al mercato, il loro padrone non si rese conto di aver caricato troppo l’asino, così che dopo pochi chilometri l’asino cominciò a camminare con fatica.

Il padrone purtroppo era tutto preso dal parlare con un suo amico che faceva la stessa strada, e non si rese conto di quanta fatica facesse l’asino, così l’asino si rivolse al cavallo.

– Cavallo, amico mio – disse l’asino – mi potresti dare una mano? Ho il fiato corto e faccio fatica a camminare, prenderesti uno dei miei sacchi di farina?
Il cavallo lo guardò a malapena e fece finta di non aver sentito.

L’asino continuò il suo faticoso cammino sbuffando.
Dopo un po’ però le gambe gli cominciarono a traballare.
– Cavallo, amico mio, ti prego dammi una mano, non ce la faccio a portar tutto questo peso, tra poco cadrò…
– Se il padrone ti ha caricato di tutti quei sacchi è perché sa che li puoi portare – rispose stizzito il cavallo.

L’asino abbassò la testa e continuò a camminare.
Ma non ce la faceva davvero più.

– Cavallo amico mio, ti supplico, prendi almeno uno dei miei sacchi e aiutami.
– No! – rispose secco il cavallo – tieniti i tuoi sacchi e non mi disturbare più!
E, per sottolineare il fatto che non lo avrebbe aiutato, allungò il passo distanziandolo di una decina di metri.

L’asino allora decise che ne aveva abbastanza e si lasciò cadere al suolo con un sordo tonfo.
Solo allora il padrone si accorse di quello che stava succedendo.

– Povera bestia mia, che stupido sono stato a caricarti di così tanti sacchi, aspetta ora te li tolgo di groppa – e così fece.
– Tieni anche un po’ d’acqua e riposati qui all’ombra dell’albero – continuò il padrone.
Finalmente l’asino aveva un po’ di pace e ristoro.

– Cavallo, vieni qua! – ordinò il padrone – ora i sacchi di farina li porterai tutti tu!
Il cavallo spazientito ed infuriato per la cosa non poté che obbedire al padrone che gli caricò sulla groppa tutti i sacchi di farina.
“Che stupido che sono stato” pensò il cavallo “Se avessi ascoltato l’asino e l’avessi aiutato prendendomi uno dei suoi sacchi di farina, adesso non farei tutta questa fatica…”

E proseguirono il viaggio, il cavallo sbuffando dalla fatica e della sua stupidaggine, e l’asino finalmente con la groppa libera e senza pesi godendosi la passeggiata fino al mercato.

Morale della favola: meglio condividere le fatiche con gli altri prima che tutte le fatiche ricadano solo su di noi.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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La cornacchia vanitosa 🐦

Se la natura ti ha fatto nascere cornacchia, è inutile che cerchi di essere un pavone… meglio essere sé stessi e volersi bene per quello che si è.

La cornacchia vanitosa spiega come sia inutile cercare di somigliare a qualcun altro, anche se ci piacerebbe tantissimo, ma è meglio imparare ad apprezzare se stessi e le caratteristiche che ci contraddistinguono.

E’ una delle più famose favole di Esopo, conosciuta anche con il titolo “La cornacchia e le piume del pavone” nella versione di Fedro.

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La cornacchia vanitosa 🐦 storia completa


C’era una volta una cornacchia, tutta nera. Un giorno, mentre volava sopra il bosco, vide su un prato dei bellissimi pavoni. Si fermò quindi sopra il ramo di un albero ad ammirarli.

I pavoni si accorsero presto che la cornacchia stava appollaiata lì sul ramo ad osservarli, e, da gran vanitosi che erano, fecero tutti la ruota con la coda.
La cornacchia, abbagliata dalla bellezza della loro coda, volò via.

Andò così a specchiarsi nell’acqua dello stagno, e si vide così brutta che decise di non mostrarsi più in giro per la vergogna.

Invidiosa del magnifico comportamento e delle splendide piume dei pavoni, iniziò a spiarli ogni giorno in gran segreto, da un albero un po’ più nascosto del precedente.
La cornacchia si accorse così che, sparse per il prato, c’erano delle penne cadute dalle code dei pavoni e lasciate lì sul prato. Decise, quindi, di aspettare il tramonto per poterle andare a prendere di nascosto.
Non appena riuscì a raccoglierne cinque, volò via e andò a nascondersi in un posto riparato, dove con un po’ di colla le attaccò alla sua coda.

Il mattino dopo andò ad ammirare nelle acque dello stagno la sua nuova coda di pavone, pensando: “Adesso sono anche io bella come i pavoni. Andrò dalle mie compagne cornacchie e le farò morire di invidia!”.
La cornacchia andò quindi dalle sue compagne, che, vedendola, iniziarono veramente a morir d’invidia. Quella coda con le penne di pavone era davvero bellissima.

Purtroppo, però, l’arroganza della cornacchia non la trattenne dal prendere in giro le sue compagne, dicendo loro che erano brutte e con le penne spelacchiate.
Le compagne cornacchie, arrabbiate come non mai, la cacciarono via a beccate, dicendole di non farsi più vedere.

La cornacchia volò via, e andò a consolarsi sul ramo d’albero da cui guardava di solito i pavoni.
“Le mie compagne cornacchie non mi meritano” pensò, “meglio andare a vivere con i pavoni. Siccome ormai sono bella come loro, non saranno invidiosi”.
E così la cornacchia volò sul prato in mezzo a tutti i pavoni, salutandoli felicemente.

Ma i pavoni, vedendo arrivare in mezzo a loro questa cornacchia spelacchiata, con in più attaccate alla sua coda alcune delle loro bellissime penne, rubate chissà quando, non la presero molto bene.
Iniziarono a correrle dietro per scacciarla dal loro prato e cercavano anche di beccarla. Alla fine la cornacchia dovette prendere il volo ed andare via.

Umiliata e triste, la cornacchia si staccò le penne di pavone dalla coda, e con la testa bassa, tornò dalle sua compagne cornacchie che ridendo e scherzando la accolsero di nuovo tra loro, perché erano le sue amiche di sempre.

Morale: non bisogna cercare di somigliare a qualcun altro ma apprezzarsi per ciò che si è.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Il cervo e il leone 🦌🦁

Se una tua caratteristica fisica proprio non ti piace, forse non hai ancora capito come sfruttarla al meglio.

Questa favola di Esopo è più nota come “Il cervo alla fonte e il leone”, e dà una lezione importante: la bellezza e la forza fisica non sempre ci aiutano, mentre alcune nostre caratteristiche che ci sembrano più fragili possono addirittura salvarci la vita dai pericoli. Noi di fabulinis abbiamo cercato di rendere questa favola il più possibile adatta per tutti i bambini.

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Il cervo e il leone 🦌🦁 storia completa


C’era una volta, in una grande foresta, un bellissimo cervo, con delle maestose corna tutte ramificate.

Il cervo era talmente orgoglioso delle sue corna, così belle, grandi e ben proporzionate, che andava spesso al laghetto per ammirarle specchiandosi nelle sue acque.
Passava ore e ore a guardare il suo riflesso nell’acqua, ogni giorno sempre più fiero.

Il cervo, però, non poteva proprio sopportare di vedere quelle maestose corna e quel corpo atletico tenuti su da delle zampe così magre e ossute. Faceva veramente fatica ad accettare quel contrasto.

Un giorno però, mentre era al laghetto tutto intento a specchiarsi, sentì un rumore insolito. Alzò lo sguardo e vide a qualche decina di metri da sé, un leone.
Il leone lo stava guardando dritto negli occhi e ad un certo punto ruggì con forza.
Il cervo capì immediatamente che doveva fuggire il più velocemente possibile, altrimenti il leone gli sarebbe saltato addosso con un paio di balzi.

Così il cervo fece uno scatto e si addentrò nella foresta.
Il leone non fu da meno e si diede subito all’inseguimento del cervo.

Il cervo conosceva bene tutti i sentieri del bosco, e sapeva che, se voleva salvarsi, avrebbe dovuto portare il leone verso la montagna, dove un torrente aveva scavato una profonda gola che lui avrebbe potuto saltare, mentre il leone non ci sarebbe mai riuscito.
Ma il leone lo inseguiva con balzi sempre più grandi, e si stava avvicinando sempre di più.

Il cervo capì che, se continuava a correre in quel modo, il leone gli sarebbe stato addosso in pochi balzi. Così iniziò a zigzagare per tutto il bosco, saltando siepi e arbusti grazie alle sue zampe snelle e scattanti.
Il leone iniziò ad essere in difficoltà. Finché si trattava di correre dritto, poteva raggiungere facilmente il cervo. Ma ora la sua preda continuava a saltare a destra e a sinistra ininterrottamente, e lui non riusciva ad avere la stessa agilità.

Il cervo a poco a poco guadagnava terreno sul leone, finché ecco! Vide le prime rocce della montagna!
Il cervo sapeva che poteva mettersi in salvo, doveva solo arrivare al torrente e saltare dall’altra parte della riva.
Il leone intanto iniziava a dare i primi segni di cedimento, ma non si era ancora dato per vinto.
Finché il cervo, arrivato al torrente, raccolse tutte le forze che gli rimanevano e… Hoop! Con le sue agili zampe posteriori spiccò un balzo che lo portò dall’altra parte della riva.
Era in salvo.

Il leone arrivò alla riva del torrente e si fermò bruscamente. Sapeva che non sarebbe mai riuscito a saltare dall’altra parte.
I due si fissarono a lungo negli occhi, sapendo entrambi che la caccia era stata solo rimandata ad un altro giorno. Poi il leone si voltò e andò via lentamente.

Il cervo, col cuore ancora in gola, guardò giù nel torrente. C’era un punto in cui si formava una pozza e l’acqua era più ferma. Il cervo vide la sua immagine, con le esili e snelle zampe che facevano tanto contrasto con le corna grandi e maestose.
Quelle zampe per lui così brutte e tanto denigrate, però, lo avevano appena tratto in salvo dal leone.
Le sue corna erano sicuramente meravigliose, ma le sue zampe, anche se non erano la parte più bella del suo corpo, erano la cosa più utile ed efficace che possedeva.
Decise quindi di non criticarle più, anzi di averne molta cura.

Da quel giorno smise perciò di guardarsi nelle acque del laghetto, e non dimenticò mai la lezione imparata quel giorno.

Morale: le cose che ci sembrano inutili, a volte, si rivelano piu’ utili di quanto si potesse mai immaginare.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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La lepre e la tartaruga 🐇🐢

“Chi va piano va sano e va lontano” dice il proverbio…

La lepre e la tartaruga è una favola che ci dà due importanti insegnamenti: il primo è che non bisogna mai sottovalutare gli altri avendo la presunzione di essere migliori, il secondo è che con calma e pazienza si possono raggiungere molti traguardi.

Questa favola l’ha scritta Esopo secoli fa, ma il suo insegnamento è molto valido ancora oggi.

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La lepre e la tartaruga 🐇🐢 storia completa


C’era una volta una lepre che si vantava di correre più veloce di tutti quanti, e ogni volta che poteva prendeva in giro la povera tartaruga, che invece camminava sempre piano piano.
– Guarda come sei lenta! – le gridava – nel tempo in cui tu fai un passo, io sono già dall’altra parte del bosco!
La tartaruga non faceva troppo caso alle parole della lepre, e continuava tranquilla per la sua strada.

Un giorno la lepre era più antipatica del solito, e anche la buona e brava tartaruga alla fine si decise a risponderle.
– Non vantarti troppo, anche la lepre più veloce del mondo può essere battuta, sai?
– Ah sì? E da chi mai potrei essere battuta? Vuoi provare a battermi tu?
– Perché no?! – rispose la tartaruga.
– Allora ti sfido! – disse la lepre mettendosi a ridere di gusto.

Il giorno dopo, al mattino presto, i due si incontrano, si misero d’accordo sul percorso da fare e, dopo uno sguardo di sfida, partirono come due missili verso il traguardo.
Solo che la lepre, dopo un paio di balzi, si rese conto di essere talmente avanti rispetto alla tartaruga che decise di fermarsi: la tartaruga aveva fatto solo pochi centimetri.
La lepre quindi, vedendo quanto era lenta la sua avversaria, decise di fare un sonnellino, tanto in un paio di balzi l’avrebbe sicuramente ripresa.

Dopo un po’ si risvegliò di soprassalto: aveva sognato che la tartaruga era già al traguardo! Cercò subito con lo sguardo la sua avversaria ma la vide pochi metri più in là, nemmeno a un terzo del percorso. La lepre si rilassò subito e, certa ormai che la tartaruga non avrebbe mai potuto vincere vista la sua lentezza, pensò di andare a fare uno spuntino.
Ogni tanto seguiva con lo sguardo la tartaruga, ma era già mezzogiorno e la tartaruga era a poco più di metà del percorso.

La lepre decise, quindi, di andare a pranzare da alcuni suoi amici. Mangiò e si divertì a parlare con loro del più e del meno senza preoccuparsi: la tartaruga era ancora molto lontana dall’arrivo…
Dopo mangiato, e tranquillizzata dalla grande lentezza dell’avversario, la lepre decise di fare un altro sonnellino, decisamente più tranquillo del precedente.

Anche fin troppo tranquillo, perché quando si svegliò stiracchiandosi, era già il tramonto!
Venne presa dal panico. Cercò disperata la tartaruga, ed eccola là: era a pochi centimetri dal traguardo!
La lepre partì come una furia, correndo disperata per riagguantare la tartaruga, ma ormai era troppo tardi: quando arrivò al traguardo la tartaruga era già lì ad aspettarla.

La lepre capì di aver sottovalutato quella sfida, e che in realtà avrebbe dovuto impegnarsi di più. Per essere davvero sicura di vincere, avrebbe dovuto arrivare subito al traguardo, così poi poteva andarsene dove voleva.
– Non essere triste amica mia – le disse la tartaruga – tutti possiamo perdere una volta nella vita, e comunque ricordati che chi va piano, va sano e va lontano!

Morale: se si è troppo presuntuosi e si crede di essere migliori degli altri, si rischia di restare senza niente in mano… ma c’è un altro insegnamento: a volte ci vuole molta calma per ottenere ciò che si desidera.

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Il topo di città e il topo di campagna 🐁🐀

Non si è mai contenti di quel che si ha e di dove si vive, ma chi lascia la via conosciuta per la nuova, sa quel che lascia ma non sa quel che trova…

Il topo di città e il topo di campagna, nella sua versione originale di Esopo (e poi di Orazio), racconta le avventure di due topini, uno di città e l’altro di campagna che, entrambi stufi della loro vita, stressante per uno, noiosa per l’altro, decidono di fare scambio di casa. Ma non sanno a che guai vanno incontro e quanto sia difficile vivere in un posto di cui non si conosce nulla!

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Il topo di città e il topo di campagna 🐁🐀 storia completa


C’era una volta un topino che viveva in città, e che un giorno decise di fare una gita in campagna.
Era stufo della vita frenetica che faceva ogni giorno e voleva rilassarsi un po’ tra i prati verdi e all’ombra di qualche grande albero.

Mentre riposava tranquillo, passò di lì un topino di campagna.
– Buongiorno – gli disse il topino di campagna.
– Buongiorno a te! – rispose il topino di città. – Sei di queste parti?
– Certamente, abito con la mia famiglia un po’ più in là, vicino a quel boschetto.
– Come ti invidio… – gli disse il topino di città – tu stai qui tranquillo e sereno senza preoccupazioni, io invece devo correre tutto il giorno di qua e di là per non farmi prendere!

– Ma scusa, tu da dove vieni? – chiese incuriosito il topino di campagna.
– Vengo dalla città.
– Ma allora sei tu quello fortunato! Lì in città avete tutte le comodità del mondo e anche cibo in abbondanza! Qui ci sono periodi in cui si fa la fame…

– Guarda amico mio, ti propongo uno scambio. Io vengo a vivere qui in campagna e tu vai a vivere da me in città, ci stai?
– Va bene, ci sto! – rispose tutto contento il topino di campagna.
E così i due si avviarono alle rispettive nuove case.

Al topino di città non sembrava vero di poter finalmente stare tranquillo per un po’, senza dover correre dalla mattina alla sera. Per il topino di campagna, il solo pensiero di avere una dispensa piena di cibo, da poter usare a proprio piacimento, era più di un sogno che si realizzava.
Il topino di città, all’inizio, trovava anche divertente il dover andare a caccia ogni giorno di un piccolo pezzo di formaggio o il doversi ingegnare su come raccattare una briciola di pane. In città aveva messo su grasso in abbondanza e aveva un po’ di pancetta da smaltire.

Invece il topino di campagna, finalmente, non doveva più preoccuparsi di dover ogni giorno trovare un modo per riempirsi la pancia: bastava entrare in cucina e servirsi. L’unico inconveniente era il dover stare attento al padrone di casa, a sua moglie, ai due figli e ai tre terribili gatti che in ogni momento cercavano di fargli la pelle.

I giorni e le settimane passavano. Dopo un mese, il topino di città iniziò a rimpiangere le grandi abbuffate che faceva a tutte le ore del giorno. Adesso era già tanto se raggranellava qualche pezzettino di pane raffermo o una fetta di formaggio ammuffita.
Il topino di campagna, invece, non ne poteva più di rischiare la vita ogni volta che entrava in cucina per rubare un pezzettino di formaggio: il batticuore e la paura erano troppo per lui.

Così decisero entrambi di ritornare indietro da dove erano venuti e si incontrarono a metà strada.
– Ciao amico topo di campagna!
– Ciao amico topo di città!
I due si abbracciarono, e si ringraziarono per le esperienze che avevano potuto fare scambiandosi la casa. Soprattutto, avevano imparato ad apprezzare ciò che possedevano e che era inutile essere invidiosi l’uno dell’altro. Giurarono solennemente che sarebbero rimasti per sempre amici e ciascuno, felice, corse veloce a casa sua.

Morale: meglio una vita più semplice ma serena, che una vita brillante ma piena di pericoli.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Al lupo! Al lupo! 🐺

Gli scherzi sono una cosa bellissima, ma non bisogna esagerare, sennò alla fine nessuno ti prende più sul serio e si rischia di fare una brutta fine…

Come insegna la morale della favola Al lupo al lupo, conosciuta anche come Lo scherzo del pastore, a forza di dire le bugie non si viene più creduti neanche quando dice la verità.

E’ una delle favole di Esopo più famose, noi di fabulinis abbiamo preparato una versione perfetta da raccontare ai bambini a cui scappa qualche piccola bugia di troppo…

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Al lupo! Al lupo! 🐺 Storia completa


C’era una volta, in un piccolo paesello in mezzo alla campagna, Loris, un pastorello un po’ monello. Lui si divertiva sempre a fare un sacco di scherzi.

Da qualche giorno, però, alcuni cacciatori avevano avvistato nel bosco vicino al paese un grosso lupo, che si aggirava in cerca di cibo. Quella notte, infatti, dal gregge di un vicino erano sparite delle pecore, molto probabilmente prese e mangiate dal lupo.

Il giorno seguente, suo papà decise che per Loris era giunto il momento di dare una mano al lavoro in fattoria. Gli disse quindi di fare la guardia al suo gregge di dieci pecore, durante la notte.
Non doveva far altro che stare nella parte alta del fienile, dove nessun lupo sarebbe potuto arrivare. Se per caso avesse sentito dei rumori strani o addirittura fosse riuscito a vederlo, avrebbe dovuto correre in strada e gridare “Al lupo! Al lupo!”. Così anche i vicini sarebbero accorsi e avrebbero dato una mano ad acciuffarlo.

Loris, da bravo ragazzo, quella sera si mise a guardia delle pecore, ma il tempo passava e non succedeva niente.
– Uffa! Io qui mi annoio…
Una pecora lo guardò belando: Beee…
Loris le fece la linguaccia, e continuò a sorvegliarle.

Le ore sembravano non passare mai, le pecore dormivano tranquille, ma del lupo non c’era nessuna traccia.
La noia era talmente tanta che si stava per addormentare, quando gli venne in mente uno scherzo che avrebbe divertito tutto il paese.

Scese giù dal fienile e corse in strada gridando – Al lupo! Al Lupo! – e in men che non si dica mezzo paese era già uscito dalle proprie case col forcone in mano, pronto a dar la caccia al lupo.
Suo papà gli corse incontro e gli chiese:
– Dimmi ragazzo mio, dove hai visto il lupo?
Loris, sorpreso da tanto trambusto, non sapeva cosa rispondere.
– Scusatemi tutti, mi stavo annoiando tanto a far la guardia alle pecore che ho pensato di farvi uno scherzo…

Gli abitanti del paese, un po’ arrabbiati per essere stati tirati giù dal letto a quell’ora della notte, ma sollevati dal sapere che non c’era il lupo, tornarono borbottando nelle loro case.
E Loris tornò a far la guardia alle pecore, tutto contento e divertito per lo scherzo ben riuscito.

La notte seguente fu uguale. Loris si annoiava talmente tanto che, ad un certo punto, decise di replicare lo scherzo della notte precedente. Corse di nuovo in strada gridando – Al lupo! Al Lupo! – e in men che non si dica mezzo paese era già uscito dalle proprie case col forcone in mano, pronto a dar la caccia al lupo.
– Dimmi ragazzo mio, dove hai visto il lupo? – gli chiese suo papà.
– Scusatemi tutti, mi stavo annoiando tanto a far la guardia alle pecore che ho pensato di farvi uno scherzo…

Questa volta gli abitanti del paese la presero meno bene, e il suo papà, dopo averlo sgridato sonoramente, lo rimandò di corsa a far la guardia al fienile.
Ma per Loris era troppo divertente veder uscire di casa in pigiama tutti i suoi vicini, così decise di continuare a fare lo scherzo ogni santa notte.

Solo che dopo un po’ la gente, stufa di questo stupido scherzo, non lo stava più ad ascoltare. Si girava nel letto e continuava a dormire.

Finché, una notte, Loris corse ancora in strada gridando – Al lupo! Al lupo! – ma nessuno si degnò di uscire di casa.
Così rimase triste e solo in mezzo alla strada, il suo scherzo ormai non funzionava più. Ritornò quindi al suo fienile e si mise comodo sulla paglia a far la guardia alle pecore.

Ma poco dopo sentì uno strano rumore provenire da fuori, si alzò per guardare meglio verso la porta e cosa vide? Il lupo! Era entrato nel suo fienile!

Loris finalmente poteva dare dimostrazione della sua bravura e del suo coraggio, scese dall’altra parte del fienile e corse in strada gridando – Al lupo! Al lupo! – con tutta l’aria che aveva nei polmoni, ma nessuno, anche stavolta, si degnò di uscire di casa.
– Al lupo! Al lupo! – continuò a gridare il povero Loris. Ma nessuno ormai credeva più alle sue parole.
– Al lupo! Al lupo! – si sgolò Loris.
– Loris, piantala! – gli gridò uno dei vicini.
Fu allora che Loris capì che nessuno lo avrebbe ascoltato, proprio ora che invece stava dicendo la verità.

Loris sapeva di averla fatta grossa questa volta, perché infatti quando tornò a controllare il fienile, le pecore non c’erano più! Il lupo le aveva portate via tutte!
E adesso chi lo sentiva il papà?!

La sgridata per Loris fu esemplare. Loris promise solennemente di non dire mai più bugie e di smetterla di fare scherzi di cattivo gusto come quello, perché, quando ci sono in giro i lupi, non si scherza!

Morale della favola: a forza di dire le bugie non si viene più creduti neanche quando dice la verità.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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La leggenda di Sleepy Hollow 🐎

A Sleepy Hollow circolano strane leggende su un nero Cavaliere senza testa che spaventa l’intera valle…

Questo racconto, originariamente scritto da Washington Irving, è forse più famoso per il film di Tim Burton con protagonisti Johnny Depp e Christina Ricci.

E’ forse anche il più “pauroso” tra tutti i racconti di Halloween pubblicati fino ad adesso su fabulinis, tenete quindi ben abbracciati i vostri bimbi più piccoli! 😉

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La leggenda di Sleepy Hollow 🐎


C’era una volta, in una di quelle ampie insenature sulla sponda orientale del fiume Hudson, una piccola valle conosciuta con il nome di Sleepy Hollow.

Le leggende narrano che l’intera valle sia stata un tempo stregata da un vecchio sciamano indiano, che teneva lì i suoi riti magici. Così nel tempo la valle si riempì di storie e leggende, tutte che parlavano di spiriti e fantasmi non proprio amichevoli…

La più famosa parlava del “Cavaliere senza testa di Sleepy Hollow”, un nero cavaliere in sella al suo cavallo la cui particolarità era quella di essere senza testa.

Alcuni dicevano che fosse il fantasma di un soldato dell’Assia, la cui testa era stata portata via da una palla di cannone, e affermavano che il suo fantasma, ogni tanto soprattutto la notte di Halloween, uscisse alla furiosa ricerca della sua testa perduta.

A Sleepy Hollow un giorno capitò anche Ichabod Crane, un giovane insegnante inviato da New York allo scopo di istruire i bambini della zona.

Ichabod Crane era un bravo maestro, e di tanto in tanto aiutava i contadini del paese a fare il fieno, riparare le staccionate o portare i cavalli al fiume, mentre la sera si deliziava a raccontare storie fantastiche agli stessi figli dei contadini, suoi alunni.

Una di queste sere nella fattoria dei Van Tassel, Katrina, la figlia del buon contadino Baltus, gli raccontò la bizzarra leggenda del Cavaliere senza testa di Sleepy Hollow.

Ichabod rimase molto affascinato sia dalla bella Katrina, che dalla misteriosa storia del fantasma del Cavaliere senza testa.

Quella notte Ichabod fece sogni molto strani tra cui un incubo dove il Cavaliere senza testa gli portava via dalle braccia Katrina, la ragazza di cui si era appena innamorato.
Si svegliò di soprassalto, per fortuna era soltanto un brutto sogno.

Quella mattina, camminando verso la scuola e passando di fronte alla fattoria dei Van Tassel, Ichabod scoprì forse il significato del brutto sogno di quella notte.

Vide in lontananza Katrina che sorrideva a Brom Van Brunt, il ragazzo più in vista, famoso e muscoloso di Sleepy Hollow; anche Brom sorrideva a Katrina e la salutava con affetto.
Forse a portare via Katrina dalle sue braccia non sarebbe stato il Cavaliere senza testa, ma Brom…

Ichabod non si perse d’animo e decise comunque di corteggiare la bella ragazza, anche se questo avrebbe voluto dire rivaleggiare con il bello e forte Brom Van Brunt.

Dopo l’estate arrivò presto l’autunno e un bel giorno Ichabod si fece prestare un cavallo da un contadino e uscì a farsi una trottata per la valle.
Da tutte le parti vedeva una vasta distesa di grandi campi pieni di zucche gialle e arancioni pronte per la festa di Halloween.

Mentre osservava tutte quelle belle zucche fu colpito da una zucca già intagliata posta su un muretto vicino al sentiero: sembrava guardarlo sorridendogli in modo beffardo, quasi che la risata si sentisse per davvero echeggiando per la valle.

Ichabod scosse la testa e spronò il cavallo allontanandosi dal campo di zucche. Era così bello vagare per la valle che non si accorse nemmeno che il sole stava ormai tramontando.

Ritornò indietro che ormai era sera e al paese si stava già celebrando la festa per Halloween.

Canti, balli, risa e un sacco di leccornie accompagnarono la lieta serata dei compaesani. E alla fine, quando era ormai già notte fonda in molti si radunarono intorno al falò a raccontar storie e leggende.

Come potete immaginare la storia principale riguardava lo spettro preferito di Sleepy Hollow, il Cavaliere senza testa, che negli ultimi tempi era stato visto diverse volte pattugliare il paese e, si diceva, legare il suo cavallo di notte tra le tombe del cimitero vicino alla chiesetta del bosco.

Questa chiesetta, proprio perché appartata nel bosco, sembrava il posto ideale per diventare il ritrovo preferito degli spiriti. Quello era anche il ritrovo preferito del Cavaliere senza testa e il luogo in cui lo si incontrava più di frequente.

Tutti questi racconti colpirono profondamente i pensieri di Ichabod, che li ascoltava assorto e rapito. Ma mentre ascoltava una delle storie raccontate delle anziane donne del paese, vide con la coda dell’occhio Katrina che, seduta dall’altra parte del falò, stringeva dolcemente la mano a Brom, entrambi anche loro assorti dal racconto di una nonna.

A Ichabod gli si spezzò il cuore, in quel momento capì che non avrebbe mai conquistato il cuore di Katrina, così decise di ritornare a casa sua prima che la festa finisse.

Ichabod, col cuore infranto e le lacrime che a stento tratteneva dagli occhi, cavalcava piano col suo cavallo verso casa. Sull’intera valle aleggiava una densa foschia intervallata qua e là da qualche casa o fattoria. Nel silenzio della notte, si sentivano solo i versi delle civette e degli allocchi.

Tutte le storie di fantasmi e folletti che aveva sentito quella sera ora si affollavano nella sua testa. La notte diventava sempre più buia; le stelle sembravano sprofondare nel cielo nascoste da nere nubi.

Non si era mai sentito così triste e solo. E nel suo vagabondare con la testa piena di pensieri, non si era accorto di aver imboccato il sentiero che portava proprio alla chiesetta nel bosco, il luogo in cui erano state ambientate molte delle storie di fantasmi che aveva appena ascoltato.

Ichabod, sovrappensiero, alzò lo sguardo e si ritrovò di colpo davanti alla chiesetta, si guardò sperduto attorno e iniziò a fischiettare per farsi coraggio. Il suo cuore cominciò a battere forte, raccolse tuttavia tutto il suo coraggio, diede due colpi al cavallo e cercò di oltrepassare la chiesetta il più rapidamente possibile.

Ma il cavallo si imbizzarrì e si impennò, non ne voleva sapere di andare oltre. Quando finalmente Ichabod riuscì a domare il cavallo, si accorse che non era solo.

Nel buio dall’altra parte del ponte, sembrava esserci un cavaliere di grandi dimensioni avvolto in un grande mantello nero, montato su un cavallo nero di corporatura possente.

Ichabod spronò forte il cavallo e iniziò la fuga per tornare verso il paese, ma il cavaliere lo seguì.
Mentre cavalcava veloce Ichabod si girò per vedere meglio chi lo inseguiva, e ne ebbe la conferma: era proprio lui, il Cavaliere senza testa!

Ichabod spronò ancor di più il suo cavallo, ma sentì qualcosa di molto caldo colpirgli la testa, e poi ci fu un lampo accecante. In quel momento il suo cavallo inciampò e capitombolò a terra portando con sé anche Ichabod…

La mattina seguente il cavallo fu trovato che mangiava serenamente il fieno nella fattoria del suo padrone.

Ichabod invece non fece la sua comparsa né a colazione né a pranzo, e anche quando venne l’ora di cena, di Ichabod non c’era ancora nessuna traccia.

Tutti nel paese iniziarono allora a cercarlo, nel tratto di strada che portava alla chiesetta vennero ritrovate le tracce degli zoccoli del cavallo e, cosa curiosa, fu ritrovato il cappello dello sfortunato Ichabod, sopra una grande zucca intagliata di Halloween…

Di Ichabod non si ebbe mai più nessuna notizia.

Il misterioso evento causò molti mormorii nel paese, e fiorirono quindi numerose nuove leggende sul Cavaliere senza testa e su Ichabod, l’insegnante scomparso.

Anni dopo il buon contadino Baltus Van Tassel si recò a New York per condurre degli affari, e mentre passeggiava per il grande Central Park, fu avvicinato da un distinto signore che lo salutò con affetto.

Baltus guardò meglio il signore e sgranò gli occhi quando riconobbe che si trattava di Ichabod Crane!
Quasi avesse visto un fantasma Baltus fece un balzo all’indietro.

Ichabod sorrise e lo calmò, Baltus ancora incredulo gli chiese che fine avesse fatto e come mai sparì così all’improvviso da Sleepy Hollow.
Ichabod allora gli raccontò di come quella sera di Halloween il suo cuore infranto dalla sua bella figlia Katrina lo avesse ridotto quasi alla pazzia, ma poi non sapeva aggiungere più nulla.

Di quella notte aveva solo ricordi confusi e poco chiari. si ricordava solo che, il mattino seguente, senza sapere come, si risvegliò sopra ad un battello che ormai stava già ormeggiando a New York, con un gran bel mal di testa e senza il suo cappello.

Ah, e anche che stranamente era avvolto in un grande mantello nero che non aveva la minima idea da dove arrivasse…

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Il pifferaio magico 🎼

Riuscirà uno strano ragazzo a liberare la cittadina di Hamelin dall’invasione dei topi solo grazie alla melodia di un magico piffero?

Il pifferaio Magico, anche conosiuto come il pifferaio di Hamelin, è una leggenda tedesca ripresa sia dai fratelli Grimm che da Goethe, e che probabilmente si basa su fatti realmente accaduti nel XVI secolo nella regione della Bassa Sassonia.

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Il pifferaio magico 🎼


C’era una volta la piccola cittadina di Hamelin, che da qualche tempo era stata infestata dai topi.

Erano ovunque, nei granai, nelle dispense delle case e nei campi coltivati, e naturalmente divoravano tutto quello che capitava loro sotto i baffi.

Gli abitanti erano disperati, avevano ormai provato di tutto ma senza mai riuscire a cacciarli via:
I gatti, portati a centinaia anche dai paesi vicini, scappavano via a gambe levate perchè i topi erano inferociti; le trappole per topi venivano sempre trovate vuote e spesso erano gli stessi abitanti a rimetterci un dito, toccandole per sbaglio; mentre il veleno per topi sembrava non fare nessun tipo di effetto…

Il borgomastro della città decise allora di proclamare un bando:
– Chiunque sia in grado di liberare Hamelin dalla piaga dei topi, sarà ricompensato con 100 monete d’oro!

Il giorno seguente si presentò alla porta del borgomastro uno strano individuo, tutto vestito di colori sgargianti e con in mano un piffero.

Il borgomastro lo squadrò dalla testa ai piedi, pensando di aver davanti uno di quei saltimbanchi che cercano solo un tozzo di pane per tirar sera, e gli chiese:
– Cosa volete?
– Ho saputo che la città è infestata dai topi e che offrite una lauta ricompensa, io posso liberarvi dai topi – rispose il pifferaio.
– Tu? Liberarci dai topi? E come pensi di fare?! – gli rispose sgarbatamente il borgomastro mettendosi a ridere sonoramente.
– Col mio piffero magico – disse sicuro di sé il pifferaio.
– … ma certo! Col piffero…! – rispose il borgomastro asciugandosi le lacrime dalle risate – va bene va bene, fai pure, se lo dici tu… – e lo liquidò senza minimamente pensare che il pifferaio facesse sul serio.
Il pifferaio allora prese a camminare per la via principale e iniziò a suonare una dolce melodia. La gente del paese incantata uscì per la strada e si affacciò alle finestre per sentirlo.

Quello che videro subito dopo i cittadini di Hamelin aveva dell’incredibile: i topi a poco a poco sbucarono fuori dai loro nascondigli e iniziarono a mettersi tutti in fila ordinatamente dietro al pifferaio.

Il pifferaio si diresse fuori dalle mura, e i topi lo seguirono fino al fiume, dove come per magia si buttarono dentro lasciandosi trasportare via dalla corrente.

Il buffo pifferaio aveva liberato la città dai topi!
Il borgomastro però non era per niente felice, perchè ora avrebbe dovuto pagare 100 monete d’oro allo strambo pifferaio, a cui in realtà non voleva dare neppure un soldo.

– Ho liberato la città dai topi, ora pretendo la mia ricompensa – disse il pifferaio al borgomastro.
– Ma di quale ricompensa vai dicendo, per aver suonato un piffero?! Al massimo posso darti una moneta d’oro per l’esibizione… e fattela bastare! – gli grugnì contro il borgomastro facendo saltare la moneta in mano al pifferaio.

Il pifferaio, anche se evidentemente contrariato, non disse però nulla, si congedò e con passo tranquillo tornò sulla via principale del paese, dove riprese a suonare il suo piffero e la sua dolce melodia.

Questa volta però a mettersi in fila dietro di lui furono tutti i bambini del paese. Sembravano come rapiti da una magia che li ipnotizzava e li faceva marciare educatamente dietro al pifferaio.

A nulla valsero le suppliche e i tentativi dei genitori di trattenerli ed impedire loro di uscire dalla città dietro al pifferaio, loro si divincolavano e continuavano a cantare e camminare felici dietro di lui.

Fu una lunga marcia, prima attraverso i boschi, poi nella foresta fino ai piedi delle montagne, dove il pifferaio si fermò e si mise a suonare una melodia molto differente dalla precedente.

Nella parete della montagna si aprì un varco dove il pifferaio entrò continuando a suonare la sua melodia, e con lui entrarono tutti i bambini. Quando anche quello che sembrava l’ultimo bambino fu entrato, il varco si richiuse.

Ma dei bambini in realtà ne mancava ancora uno, che era zoppo ad una gamba e non era riuscito a tenere il passo dell’allegra comitiva. Quando finalmente anche lui si ritrovò davanti al varco nella roccia e lo trovò chiuso, cominciò a battere i pugni contro le pietre disperato.
– Fatemi entrare! Fatemi entrare! – gridava con tutto il fiato che aveva in corpo, ma nessuno dall’altra parte gli rispondeva.

Tornò quindi triste ed abbattuto ad Hamelin, dove l’intero paese era disperato per la perdita di tutti i suoi bambini. Tutti gli adulti avevano provato invano ad aprire un varco nella roccia della montagna, ma non riuscivano a scalfirne neppure un centimetro, doveva essere sicuramente protetta da una magia.

Al bambino invece non interessava nient’altro che poter anche lui inseguire il pifferaio magico per ricongiungersi con tutti i suoi amici.

Poi un giorno ebbe un’idea: costruì un piffero e iniziò a suonarlo.
Gli ci vollero parecchi giorni per imparare a suonarlo come si deve, e altrettanti per ritrovare la melodia che suonava il pifferaio, ma alla fine ci riuscì.

Camminò quindi più veloce che poteva fino al varco nella montagna e cominciò a suonare la melodia: magicamente il varco si aprì.
Con passo incerto e zoppicante, pieno di emozione mista a paura il bambino entrò.

Dentro lo aspettava il pifferaio che con un gran sorriso gli disse:
– Tu hai trovato dentro di te la magica melodia capace di incantare le persone e gli animali! Tieni ora il mio piffero magico, è tuo.

Il bambino prese tra le mani il meraviglioso piffero di legno, lo guardò con occhi lucenti, e quando rialzò lo sguardo il pifferaio non c’era più, ma tutt’intorno aveva i suoi cari amici bambini!

Il bambino iniziò quindi a suonare il piffero e si incamminò fuori dalla grotta nella montagna. Dietro di lui si formò un’allegra colonna festante che poco dopo entrò trionfalmente in città.

Ci fu una gran festa che durò giorni e giorni per celebrare il bambino eroe. Nessuno però seppe mai che cosa avessero fatto i bambini dentro il varco nella montagna, perché nessuno si ricordava nulla…

Il borgomastro, che con la sua avarizia aveva di fatto creato tutta quella disavventura, fu cacciato dal paese.
Con i soldi della mancata ricompensa fu eretta in piazza del paese una statua in onore del pifferaio magico, che aveva liberato la città dai topi, e portato la magica melodia nelle vite e nei cuori di tutti i cittadini di Hamelin.

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La volpe con la pancia piena 🦊

La volpe affamata ha trovato del pane e del formaggio abbandonati dentro uno stretto tronco cavo, riuscirà a raggiungerli e mangiarseli?

Questa favola di Esopo della volpe con la pancia piena ci insegna che, quando nessuno può venirci in aiuto, solo il “tempo” potrà risolvere alcuni dei nostri problemi

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La volpe con la pancia piena 🦊


C’era una volta una volpe che aveva molta fame ed era in cerca di un leprotto da mangiare per il bosco.

Dopo un po’ sentì un buon odorino nell’aria, cominciò a cercare tra le foglie e i cespugli finché non vide un bel tronco cavo con all’interno del pane e del formaggio.

“Deve averli lasciato lì il cacciatore pensò” e con circospezione si avvicinò. Accertatasi che non c’era il cacciatore nei paraggi, decise di infilarsi dentro per mangiare tutto.

Il tronco del legno era molto stretto, ma con un paio di giuste contorsioni riuscì a raggiungere il pane e divorarlo insieme al formaggio.

Quando la volpe ebbe la pancia piena per il bel pasto, cercò di uscire dal tronco cavo, ma purtroppo la sua pancia era talmente gonfia che si era incastrata!

La povera volpe iniziò a sospirare e sbuffare, ma niente, non riusciva a liberarsi.

Poco tempo dopo passò di lì una sua amica volpe, la volpe incastrata la chiamò:
– Ti prego, sono incastrata qua dentro e non riesco più ad uscire!
– E come mai non riesci più ad uscire? – chiese l’altra.
– Perchè dopo aver mangiato del pane e del formaggio la pancia mi si è riempita tanto…

L’amica volpe la guardò con compassione, non potendola aiutare in nessun modo alla fine le disse:
– Cara amica, ma se ti sei incastrata per aver mangiato a sazietà, basta aspettare che dopo aver digerito la tua pancia ritorni come prima!

E detto questo l’amica volpe se ne andò via lasciando la volpe incastrata a sospirare e sbuffare.

Morale: lo scorrere del tempo spesso risolve molte difficoltà.

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La principessa sul pisello 👸

Essere delle persone molto sensibili non è un difetto, anzi, a volte è una caratteristica che permette di affrontare meglio le difficoltà!

Il principe Ilario di sposarsi proprio non ne vuole sapere, finché una principessa molto sensibile non riuscirà a far breccia nel suo cuore…

Questa è una fiaba scritta originariamente da Hans Christian Andersen, che si è ispirato ad una storia che gli avevano raccontato quando lui era piccolo, e grazie alla sua trascrizione è diventata un classico tra le fiabe per bambini.

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La principessa sul pisello 👸 storia completa


C’era una volta il principe Ilario, spirito libero e selvaggio, a cui piaceva sempre andare in giro per il mondo, far festa e divertirsi.
Sua madre la regina però, visto che il figlio tra un po’ sarebbe dovuto diventare re, voleva che Ilario mettesse la testa a posto e gli ordinò di sposare una bella principessa.

Ilario accettò ma, per allontanare il più possibile il giorno delle nozze, pose una condizione: doveva essere la principessa più principesca tra le principesse.
La regina dovette accettare la richiesta, e indisse il bando reale in cui annunciava la ricerca della futura sposa.

In men che non si dica, alle porte del castello si formò una lunga coda di principesse. La cosa non stupì la regina. Ilario era un bel ragazzo, conosciuto da tutti per il suo animo indipendente, leale e gentile. Ebbe quindi un gran daffare ad esaminare le credenziali di tutte queste principesse.
Ma l’ultima parola spettava sempre ad Ilario, che di sposarsi non aveva nessuna intenzione.

Le principesse venivano ricevute ad una ad una nella grande sala del re, dove Ilario le esaminava. Lui però riusciva sempre a trovare dei difetti e quindi a mandarle via.
Una aveva i capelli troppo lunghi, l’altra troppo corti, una aveva gli occhi troppo scuri, l’altra camminava storta, e così via…
Finché di principesse da esaminare non ce ne furono più. Ilario le aveva scartate tutte senza pietà.

La regina era furiosa, non capiva perché suo figlio avesse rifiutato di sceglierne almeno una.
Arrabbiata come non mai, gli disse:
– Figlio mio, adesso devi dirmi una caratteristica, una soltanto, che deve avere per forza la principessa che sposerai!
Le parole della regina non lasciavano scampo, e Ilario, colpito e impaurito, rispose con un po’ di esitazione:
– Deve essere la più sensibile tra le principesse!
– Bene! – tuonò la regina, e lo lasciò andare.

Passarono un paio di mesi e nessuna principessa si presentò al castello. Ormai Ilario si sentiva tranquillo, aveva quasi dimenticato la questione del matrimonio.

Ma una notte d’autunno, in cui infuriava un forte temporale, qualcuno bussò al portone.
Il maggiordomo andò ad aprire e trovò una ragazza, bagnata fradicia e sporca di fango.
– Sono la principessa Holga, vengo qui per incontrare il principe Ilario – disse la ragazza tremando dal freddo.

Il maggiordomo, vedendola così conciata, la fece entrare subito. La portò in cucina davanti al camino e le diede una zuppa calda e una coperta per scaldarsi. Dopodiché corse ad informare la regina della visita.
La regina, che non vedeva principesse da mesi, accorse subito, ma quando la vide rimase delusa. Così coperta di fango, Holga non sembrava una principessa, e non capiva se potesse piacere a suo figlio Ilario.
Titubante, decise di darle un’opportunità.

– Buonasera, sono la regina madre di Ilario. Con chi ho il piacere di parlare?
– Buona sera maestà, sono la principessa Holga e vengo per incontrare vostro figlio – e mostrò alla regina il diadema che aveva appeso al collo, a dimostrazione di essere una vera principessa.
La regina rimase molto colpita. Chiamò degli altri inservienti e ordinò di farle fare un bagno caldo.
– Purtroppo questa sera il principe Ilario è già a dormire. Potrete incontrarlo domattina, principessa Holga.
– Come desiderate maestà – disse Holga inchinandosi.

In realtà, Ilario si stava divertendo con gli amici in una sala del castello, ma la regina voleva prendere tempo. “Devo inventarmi qualcosa che riesca a dimostrare la sensibilità di questa principessa, ma cosa?” pensava la regina mentre andava ad avvertire Ilario di questa visita.
Appena prima di entrare nella sala dove si trovava il figlio, le venne un’idea.

– Figlio mio, poco fa è venuta a farci visita una principessa. Ho pensato a una prova per vedere se ha la sensibilità di cui tu parli: le metterò un piccolo pisello sotto il materasso. Solo le principesse più sensibili possono accorgersene, che ne dici?
Ilario pensò che nessuno avrebbe mai sentito un pisello sotto il materasso. E così, pur di riprendere al più presto la serata con gli amici, acconsentì alla prova.
La regina, soddisfatta, mise il piccolo pisello sotto il materasso dove avrebbe dormito Holga, e tornò da lei.

Nel frattempo Holga si era lavata e preparata per la notte, e… quale sorpresa per la regina!
Ripulita da tutto il fango, Holga era di una bellezza mai vista prima. La regina si pentì di non aver inventato una prova più facile da superare…
La accompagnò personalmente in camera e le diede la buona notte, dopodiché andò a dormire pure lei.

Il mattino seguente, la regina svegliò di buon’ora Ilario, e gli disse di seguirla per andare a trovare la principessa Holga.
Quando entrarono nella stanza, al principe Ilario quasi venne un colpo per quanto era bella quella ragazza.
Holga, però, aveva un viso molto stanco e due grandi borse sotto gli occhi.
– Principessa Holga, vi vedo molto stanca. Per caso non avete dormito bene questa notte? – chiese la regina.
– Purtroppo no, mia regina. Ho passato la notte in bianco per via di un continuo dolore alla schiena, come se ci fosse un sassolino nel materasso…

La regina sorrise e guardò il figlio, che, ancora colpito dalla bellezza di Holga, non aveva capito cosa fosse successo.
– Ilario, figlio mio, questa principessa è sicuramente la più sensibile di tutte le principesse della terra. Come hai potuto sentire, non ha dormito tutta la notte a causa del pisello che ho messo sotto il materasso.
Holga guardò incuriosita la regina, che continuò dicendo:
– Quindi, figlio mio, in virtù della grande sensibilità dimostrata da questa ragazza, credo che acconsentirai di buon grado a sposarla.

Ilario non ebbe nulla da controbattere, anzi, già innamorato di Holga disse solo: – Certamente!
E fu così che finalmente il principe Ilario mise la testa a posto e sposò la principessa Holga.

E vissero tutti felici e contenti.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Raperonzolo (Rapunzel) 👸💈🤴

Per raggiungere l’amore della propria vita si è pronti a scalare alte torri e anche a vagare per i deserti…

Rapunzel è stata rinchiusa da Dama Gothel dentro un’alta torre inaccessibile a chiunque, ma un principe coraggioso si innamorerà di lei e farà di tutto per raggiungerla.

Rapunzel, meglio conosciuta in italiano come Raperonzolo, è stata scritta originariamente dai fratelli Grimm, ma molto probabilmente anche loro si sono ispirati ad alcuni racconti tradizionali dell’epoca, tra cui il mito di Danae (risalente all’antica Grecia) e il racconto “Petrosinella” di Giovan Battista Basile, antecedente di quasi 200 anni l’edizione dei Grimm.

Anche Italo Calvino ne ha fatto una sua versione intitolata “Il Principe Canarino”.
Questa è la versione di fabulinis, buon racconto!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

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Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare di Rapunzel!

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Rapunzel 👸💈🤴 storia completa


C’era una volta in un paese lontano lontano una coppia di giovani sposi, che avevano avuto la sfortuna di prender casa all’ombra delle alte mura del giardino di una strega…
I due all’inizio non se ne preoccuparono, anche perché pare che nessuno negli ultimi anni avesse mai visto la Dama Gothel (così si chiamava la strega) e quindi la davano tutti per morta.

Passarono alcuni mesi e i due sposi ebbero la felice notizia di aspettare un bambino. I due erano le persone più felici del mondo, e il marito cercava di soddisfare in tutto e per tutto le “voglie” della moglie, che fossero di cibi particolari o di fiori bellissimi.
Un giorno la donna, passando vicino alle mura della strega, vide da una apertura nel muro che nel giardino vi erano dei bellissimi raperonzoli, i fiori a forma di campanula dal colore violetto, e se ne innamorò.

Così la sera stessa pregò il marito di andare a prenderne un mazzetto per adornare la casa. L’uomo all’inizio ebbe gran paura della strega, ma poi, rassicurato dal fatto che della strega non c’era più traccia già da un bel pezzo, prese coraggio e scavalcò l’alto muro del giardino e colse un bel mazzetto di raperonzoli.

La donna quando vide i fiori fu felicissima, tanto felice che chiese al marito di prenderne un altro mazzetto. Così l’uomo scavalcò di nuovo il muro, ma questa volta dall’altra parte si ritrovò faccia a faccia con la Dama Gothel.
– Cosa ci fai tu qui nel mio giardino?! – gridò la strega.
L’uomo balbettando rispose – Mi scusi… volevo solo raccoglie un mazzetto di fiori di raperonzolo… sa mia moglie aspetta un bambino e a volte ha delle “voglie” incontrollabili…

La strega strinse gli occhi e si avvicinò all’uomo – Così aspettate un bambino eh… Bene! Se volete aver salva la vita mi dovrete consegnare quel bambino non appena nato, lo tratterò come fosse figlio mio, non preoccupatevi…
L’uomo disperato pensò che era meglio salvare la vita del nascituro, anche a costo di darlo in mano ad una strega, piuttosto che morire tutti quella stessa notte.

Così quando dopo qualche mese nacque una bellissima bimba, la Dama Gothel la prese con sé e le diede il nome di Rapunzel.
Rapunzel crebbe tranquilla e spensierata tra le mura del giardino, e i suoi genitori, guardando attraverso una delle aperture nel muro, potevano vedere che stava crescendo bene ed in salute.

Rapunzel ignorava completamente che la Dama Gothel non fosse la sua vera mamma, ma, come da promessa, la strega la trattava bene e non le faceva mancare nulla. Anzi le stava curando gli splendidi capelli in modo da farle crescere una lunga treccia dorata.
Ma un giorno Rapunzel, ormai stanca di vivere dietro quelle alte mura e curiosa di vedere il mondo, cercò di scappare. Ma non ce la fece e la strega accortasi del tentativo, andò su tutte le furie.

La Dama Gothel rinchiuse così Rapunzel in una torre altissima, senza scale per salirci né porte per entrarci.
L’unico modo per salir fin lassù era far calare la lunga treccia di Rapunzel giù per la torre, in modo da usarla come corda per arrampicarsi.
Così ogni giorno la strega passava per la torre e diceva – Rapunzel, cala la tua treccia, che per salir lassù mi serve quella…
E Rapunzel calava la treccia e la strega saliva per darle cibo e da bere.

L’unico modo che aveva Rapunzel per sfogare tutta la sua solitudine e dolore era cantare tristi melodie per tutto il giorno.
Un giorno un principe, passando vicino alla torre per caso, udì quella bellissima voce cantar quelle tristi melodie, e si avvicinò incuriosito.
Vide così che dall’unica finestra della torre era affacciata una bellissima fanciulla.

Decise di provare a raggiungerla, ma non trovò né porte di entrata né scale per salir sulla torre.
Il principe non si perse d’animo e tornò più e più volte sotto la torre ad ascoltare il canto della dolce ma triste fanciulla.
Finché un giorno il principe, nascosto tra alcune siepi, trovò la Dama Gothel che pronunciava la frase con cui Rapunzel faceva calare la sua lunga e bionda treccia. Vide così qual era l’unico modo con cui si poteva salire fino in cima alla torre.

Aspettò che la strega si allontanasse e dopo poco pronunciò anche lui la frase – Rapunzel, cala la tua treccia, che per salir lassù mi serve quella…
Rapunzel calò la treccia, e lui salì. Quale sorpresa fu per la ragazza vedere il principe invece della Dama Gothel!
Rapunzel all’inizio cercò di gridare per la paura, ma il principe la tranquillizzò, dicendole che era venuto solo per conoscerla e per sapere come mai una così bella fanciulla fosse rinchiusa dentro una così alta torre.

Rapunzel spiegò la sua storia al principe, che dopo averla ascoltata disse:
– Ti salverò io mia bella Rapunzel, troverò un modo per farti fuggire da qui!
– No! – gli rispose la ragazza – se fuggo da qui, sono sicura che la Dama Gothel ci troverà e ci ucciderà entrambi!
Sentendo quelle parole il principe le disse:
– Allora tornerò qui ogni giorno, a farti compagnia.
– Va bene… – disse Rapunzel, che dopo tanta solitudine sentiva il bisogno di aver qualcuno con cui passare del tempo.

Così ogni giorno, per molti giorni, il principe andò a farle compagnia, e la rallegrava con i suoi racconti e le avventure che aveva vissuto girando il mondo.
Piano piano i due si innamorarono.
Ma la cosa non sfuggì alla strega, che vedeva Raperonzolo diventare sempre più felice e cantare melodie sempre più gioiose.
Così un giorno decise di aspettare tutto il giorno sotto la torre, nascosta tra le siepi, per vedere cosa succedeva. Ed infatti vide il principe far calare la treccia e salire su in cima alla torre.

La strega era furente e decise che si sarebbe vendicata.
Aspettò che il principe se ne andasse per tornare da Rapunzel.
– Come mai siete tornata Dama Gothel? – chiese la ragazza.
– Fai pure la finta tonta! – gridò la strega – ma ora io ti punirò!
Con una grossa forbice le tagliò la lunga treccia dorata, e con una magia la trasportò in un deserto lontano lontano, da cui non sarebbe mai più potuta tornare.

La Dama Gothel però voleva punire anche il principe, così il giorno dopo aspettò che arrivasse, e quando lui pronunciò la frase “Rapunzel, cala la tua treccia, che per salir lassù mi serve quella… “ la strega calò la treccia tagliata di Rapunzel.
Che sorpresa per il povero principe trovar in cima alla torre la strega invece di Rapunzel!
La Dama Gothel gli disse che non avrebbe mai più rivisto Rapunzel perché l’aveva confinata in uno dei deserti più lontani del mondo.
E vedendo la disperazione sul volto del principe, la strega si mise a ridere e con una magia lo scaraventò giù dalla torre, dove lo aspettavano dei rovi pieni di spine che gli ferirono gli occhi, togliendogli la vista.

Il principe sentiva ancora l’eco delle risa della strega alle sue spalle, ma senza perdersi d’animo decise di andare a cercare Rapunzel, anche in capo al mondo.
Iniziò a vagare per tutti i deserti della terra. Cieco, poteva fidarsi soltanto del suo udito che diventò allenatissimo a riconoscere anche i più piccoli rumori e sussurri.

Finché un giorno, quando ormai stava per perdere la speranza, udì in lontananza un triste canto melodioso…
– E’ lei, è Rapunzel! Non posso sbagliarmi, riconoscerei quella dolce voce in mezzo a mille altre! – gridò il principe, e corse in quella direzione.
Rapunzel sentendo dei passi che correvano nella sua direzione, alzò lo sguardo e, quando riconobbe il suo principe, gli corse incontro.
I due si abbracciarono forte piangendo dalla gioia, e le lacrime di Rapunzel caddero sugli occhi del principe, che come per magia riacquistò la vista.

I due tornarono a casa, titubanti per la paura che la strega potesse far loro ancora del male.
Ma della Dama Gothel nessuno seppe più nulla. Alcuni pensarono che, impazzita dalla rabbia, rimase rinchiusa dentro la torre per il resto dei suoi giorni.
Così Rapunzel ed il principe poterono sposarsi e vivere per sempre felici e contenti.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Cenerentola 👠

Chi è di buon cuore e ha l’animo gentile, prima o poi viene sempre ricompensato

Cenerentola, grazie al magico aiuto della fata madrina, parteciperà al gran ballo indetto dal Principe, e perdendo una scarpetta di cristallo riuscirà a coronare il suo sogno!

Le origini di Cenerentola si perdono nella notte dei tempi, la prima versione moderna però è di Giambattista Basile col titolo di La gatta Cenerentola, poi verranno Charles Perrault, i fratelli Grimm ed infine Walt Disney col suo famoso cartone animato del 1950, che ci ha regalato Cenerentola per come la conosciamo oggi.

Nel 2015 la Disney ha realizzato anche un film diretto da Kenneth Branagh.

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Cenerentola 👠 storia completa


C’era una volta una ragazza di nome Lucrezia, ma da tutti veniva ormai chiamata Cenerentola…
Dovete infatti sapere che Cenerentola era stata una bimba molto sfortunata, crebbe senza la mamma fin da quando era molto piccola. Il caro papà per cercare di darle una figura materna sposò una vedova, anche lei con due figlie, con le quali era sempre dolce e benevola, ma si rivelò poi molto severa e ingiusta con Cenerentola.

Il padre cercava sempre di rincuorarla, ma ahimè anche lui poco dopo morì di malattia. E così Cenerentola si ritrovò sola, ma grazie al sorriso del papà che portava sempre nel cuore rimaneva sempre allegra e sorridente.
La matrigna iniziò a trattarla sempre peggio, le faceva fare tutte le faccende domestiche e i lavori più pesanti facendosi servire come se fosse una gran signora. Mentre le sorellastre le facevano ogni tipo di scherzo, visto che erano invidiose della sua naturale bellezza.

Così la sera, stanca ed esausta, Cenerentola si rintanava in un angolo della casa, vicino al caminetto acceso e caldo.
Proprio dal tempo passato vicino al caminetto, sporcandosi i vestiti con la cenere, le sorellastre presero a chiamarla col nomignolo di Cenerentola. Ma a lei non importava, aveva infatti scoperto che dietro al camino c’era la tana di alcuni piccoli topolini che le tenevano compagnia e la rallegravano nei momenti di sconforto.

Un giorno però nel paese accadde un fatto davvero straordinario. Dal castello arrivò un messaggero del Re che proclamò:
“Il figlio del re, il Principe erede al trono, ha indetto un gran ballo nelle sale reali a cui sono invitate tutte le ragazze del regno in età da marito!”

Quando la matrigna lo venne a sapere prese le sue due figlie e iniziò a prepararle come principesse per il gran ballo.
Cenerentola, che stava correndo a destra e sinistra per obbedire agli ordini delle tre donne, sognava ad occhi aperti di quanto sarebbe stato bello poter partecipare a quel gran ballo.

Così prese coraggio e disse alla matrigna:
– Voglio anche io partecipare al ballo! L’invito è aperto a tutte le ragazze del regno in età da marito…
La matrigna e le sue sorellastre, guardandola tutta impolverata e vestita di stracci, si misero a ridere.
– Come pensi di presentarti al castello? Vestita di stracci sporchi?! – e se ne andò via facendole capire che non c’era nessuna possibilità che lei partecipasse al ballo.

Così arrivò la sera del ballo, Cenerentola vide la matrigna e le sorellastre prepararsi, vestirsi con abiti meravigliosi e indossare splendidi gioielli. Aspettò che uscissero di casa, e una volta che si furono allontanate corse a piangere disperata nell’angolino vicino al camino.
I topini suoi amici uscirono dalla tana e cercarono di consolarla strofinando il loro musetto contro le guance bagnate dalle lacrime di Cenerentola.

Le sue lacrime erano così tante che caddero per terra, sopra un piccolo mucchietto di cenere. Ma da quel mucchietto di cenere accadde una cosa inaspettata, piano piano come per magia, una piccola luce iniziò a brillare sempre più forte, finché davanti a Cenerentola non si materializzò una fata!
– Su non fare così piccola Cenerentola mia… – disse la fata Madrina.
– Chi ha parlato!? – esclamò Cenerentola che aveva ancora gli occhi pieni di lacrime e non riusciva a vederci bene.
– Sono io, la tua fata Madrina, e vedrai che adesso sistemeremo un po’ di cose…
– La mia fata Madrina… ? – chiese stupita Cenerentola – … e cosa dovremmo sistemare?
– Beh, tanto per iniziare, ti piacerebbe partecipare al gran ballo di stasera?
– Ma certo! Mi piacerebbe tanto… – rispose Cenerentola che si stava ancora asciugando le lacrime col dorso delle mani – … ma come faccio? Non ho neppure un abito da sera…
– Di questo non ti devi preoccupare, piuttosto portami una zucca e raduna qui i tuoi amici topolini.
– Una zucca? – chiese sorpresa Cenerentola, ma senza chiederle il perché si precipitò nell’orto a prenderne una bella tonda e gliela portò.

Così, la fata Madrina di fronte agli occhi stupefatti di Cenerentola, pronunciò una formula magica e trasformò la zucca in una splendida carrozza, e i topolini in magnifici cavalli bianchi che la trainavano.
Cenerentola rimase a bocca aperta, e non riusciva a pronunciare nemmeno una parola per la meraviglia.

– E ora veniamo a te, mia bella fanciulla – disse la fata che in un colpo di bacchetta magica trasformò l’abito fatto di stracci di Cenerentola in un magnifico vestito da sera color bianco perla, degno di una regina.
– Ma… ma… ma è stupendo! – balbettava Cenerentola – come posso ringraziarti fata Madrina!?
La fata sorrise e disse:
– Piuttosto, ti mancano ancora delle scarpette, degne di questi piedini così piccoli e graziosi – e così ai piedi di Cenerentola comparvero delle magnifiche scarpette di cristallo che le calzavano alla perfezione.

Ora Cenerentola sembrava veramente una principessa.
– E ora vai, corri al ballo ma ricorda solo una cosa, la più importante: questa magia durerà solo fino a mezzanotte, entro il dodicesimo rintocco del campanile tutto ciò che ho fatto sparirà! La carrozza tornerà zucca, i cavalli topolini e il tuo vestito sarà di nuovo di stracci!

Cenerentola, che ancora non credeva a quello che le stava succedendo, non se lo fece ripetere due volte, salì sulla carrozza e partì per il castello.
Al castello era tutto un susseguirsi di musiche e danze, e Cenerentola fu ricevuta con gli omaggi che si fanno ad una principessa.
Le persone presenti al gran ballo iniziarono a chiedersi da dove mai venisse quella fanciulla così bella ma di cui nessuno sapeva il nome.
Il Principe aveva promesso un ballo a tutte le ragazze presenti, ma quando finalmente fu il turno di Cenerentola, non volle più ballare con nessun’altra.

Tutte le altre ragazze diventarono verdi d’invidia, comprese la matrigna e le sorellastre di Cenerentola.
Così il Principe e Cenerentola continuarono a ballare per tutta la serata, tanto che lei si scordò del del tempo che passava…
Ma ci pensò il campanile a ricordarle che ormai era giunta la mezzanotte, e la campana iniziò a fare i primi rintocchi.
Cenerentola fu presa dal panico.

– Mi scusi sua maestà, ma io ora devo proprio andare… – si congedò frettolosamente dal Principe che non capiva il perché di una fuga così improvvisa, così decise di rincorrerla.
Cenerentola correva veloce, ma mentre scendeva la scalinata che portava alla carrozza perse una delle scarpette di cristallo. Fece per voltarsi a riprenderla, ma mancava ancora un solo rintocco di campana e tutta la magia sarebbe svanita, e il Principe avrebbe visto chi era in realtà.
Così saltò sulla carrozza e gridò ai cavalli di correre al galoppo verso casa.

Al Principe non rimase altro da fare che raccogliere la scarpetta di cristallo, e vedere la carrozza di quella fanciulla senza nome che si allontanava a tutta velocità.
Non appena dal campanile arrivò il dodicesimo rintocco, la carrozza svanì, i cavalli ritornarono ad essere topolini e Cenerentola tornò ad essere vestita di stracci. Per fortuna erano ormai abbastanza lontani dal castello e nessuno vide nulla, così a Cenerentola toccò fare l’ultimo tratto di strada a piedi, in compagnia dei topolini.

Il giorno dopo la matrigna e le sorellastre erano furenti, avevano saputo che il Principe aveva ordinato alle sue guardie di cercare la splendida fanciulla senza nome. Per essere certi che la fanciulla fosse quella giusta, avrebbero fatto calzare la scarpetta di cristallo per scoprire quella al cui piede avrebbe calzato alla perfezione.
Dopo qualche giorno dunque le guardie bussarono anche alla porta della casa di cenerentola.
– Vai a nasconderti subito nell’orto – disse la matrigna a Cenerentola – che sennò ci fai fare brutta figura.

Così Cenerentola si mise a fare lavori nell’orto, mentre intanto cercava di origliare cosa stesse succedendo in casa. Ovviamente a nessuna delle due sorellastre, per quanto provassero e riprovassero, la scarpetta di cristallo andava bene.
Così le guardie dopo innumerevoli prove sentenziarono che nessuna delle due era la ragazza del ballo.
Ma quando uscirono di casa, ad una delle guardie cadde l’occhio proprio nell’orto dove stava Cenerentola, e vista la ragazza la chiamarono per farle provare la scarpetta.

– Ma cosa volete far provare la scarpetta a quella ragazza, non vedete che è vestita di stracci? – disse la matrigna quando si accorse delle intenzioni delle guardie – non avrebbe mai potuto partecipare al gran ballo conciata a quel modo!
– Noi abbiamo l’ordine di far provare la scarpetta a tutte le ragazze del regno, nessuna esclusa!
La matrigna dopo quelle parole non ebbe il coraggio di aggiungere nulla.

A Cenerentola batteva forte il cuore, quella era la scarpetta di cristallo che aveva usato al ballo, e il Principe aveva ordinato di cercare per tutto il regno la ragazza che l’aveva indossata!
E questa ragazza era proprio lei!
Mentre la guardia si inchinava per infilarle la scarpetta Cenerentola tremava, e per la paura chiuse gli occhi, finché non sentì la scarpetta perfettamente calzata sul piede e la guardia esclamare a gran voce:
– E’ lei!!!

Cenerentola riaprì gli occhi, la scarpetta era lì sul suo piccolo piedino.
– Non è possibile! – esclamò la matrigna.
– Non è possibile! – ribatterono le due sorellastre.
Le guardie invece chiamarono una carrozza ed invitarono Cenerentola a salirci sopra.
– Sua maestà il Principe la sta aspettando a corte – dissero le guardie facendola salire, e la carrozza partì verso il castello sotto sguardo esterrefatto della matrigna e delle sorellastre.

E così una volta giunta a corte il Principe riconobbe in Cenerentola la bellissima ragazza con cui aveva ballato un’intera sera.
Così le propose di sposarla, Cenerentola felice come non mai accettò, e di lì a poco si sarebbero celebrate le più belle nozze del regno.
E vissero tutti felici e contenti.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Il Gatto con gli stivali 🐈👢

Per far sì che la fortuna ci sorrida, bisogna anche saper usare anche un po’ di furbizia ed ingegno!

“Il Gatto con gli stivali” è una famosa fiaba popolare della tradizione europea.

Il messaggio insegnato dalla favola è questo: bisogna impegnarsi e ingegnarsi per ottenere la fortuna che si desidera, anche se all’inizio tutto sembra impossibile.

E anche che non bisogna mai sottovalutare le apparenze, perchè un gatto che all’apparenza sembra solo in grado di miagolare, può rivelarsi un amico fidato e astuto che può dare prezioso aiuto.

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Il Gatto con gli stivali 🐈👢 storia completa


C’era una volta Marcello, un ragazzo che aveva per migliore amico un gatto, ma non uno qualunque. Questo gatto se ne andava sempre in giro con addosso un paio di stivali, perciò Marcello l’aveva chiamato “Gatto con gli Stivali”.

I due erano cresciuti assieme, e il gatto si era sempre dimostrato molto furbo e felice di aiutare Marcello, quando era in difficoltà.
Un giorno parteciparono alla festa del paese, dove Marcello conobbe Sandra, la figlia del ricco Signorotto del posto.
I due si trovarono subito simpatici, ma Sandra già sapeva che non avrebbe potuto frequentare Marcello perché suo padre non l’avrebbe permesso. Infatti, il padre di Sandra non voleva che la figlia avesse amici tra gli abitanti del paese, da lui ritenuti dei sempliciotti.

Marcello quando capì che non avrebbe più potuto vedere Sandra, diventò triste.
– Non abbatterti Marcello, vedrai, ti darò una mano io! – gli disse il Gatto con gli Stivali.
– E come puoi aiutarmi? – chiese perplesso Marcello.
– Tu non ti preoccupare – gli rispose il Gatto dopo avergli fatto l’occhiolino. E sparì nel bosco.
Era andato a caccia, e in breve tempo riuscì a catturare un paio di leprotti. Poi si recò a casa del Signorotto, padre di Sandra, e gli porse le due prede dicendogli:
– Sono il Gatto con gli Stivali e questi leprotti sono un omaggio del Signor di Carabàs – e fece un profondo inchino.

Il Signorotto, tutto contento, ringraziò il Gatto con gli stivali, chiedendosi chi mai fosse questo Signor di Carabàs.
Il Gatto portò dei doni anche il giorno dopo e il giorno dopo ancora.
Il Signorotto era sempre più curioso, perciò quando rivide il Gatto gli chiese:
– Ma quando posso incontrare il vostro signore, per poterlo ringraziare di tutte queste cortesie?
– Lo incontrerete presto, statene certo – rispose il Gatto con gli Stivali inchinandosi. E corse via.

Sandra osservava quell’andirivieni già da un po’ di tempo. Le sembrò di ricordare che quello era il gatto tanto amico di Marcello.
Quel giorno decise di chiamarlo.
– Gatto con gli Stivali! Posso parlarti?

Il Gatto già temeva il peggio, pensando di essere stato scoperto nel suo piano.
– Ma tu non sei il gatto amico di Marcello?
– Sì Sandra, lo sono – rispose il gatto.
– E sei anche amico di questo Signor di Carabàs?
– …sì… – rispose timoroso il gatto, sapendo ormai di essere stato scoperto.
Sandra intuì, e sorrise.

– E per caso io lo conosco il Signor di Carabàs?
– … hem, in qualche modo sì… – il gatto non sapeva più come togliersi dall’imbarazzo.
– Ho capito… – disse Sandra sempre sorridente – Puoi riferire al Signor di Carabàs che domani io e mio padre andremo al paese qui vicino a far compere? Chissà mai che non ci si incontri…

Il Gatto con gli Stivali fu sorpreso da quelle parole, e intuì a sua volta che Sandra aveva sì capito il suo piano, ma anche che stava dalla sua parte.
– Certamente Sandra – il gatto sorrise, fece un inchino e corse via.

Lungo la strada per il paese vicino c’erano molti campi. Il Gatto con gli Stivali portò ai contadini che lavoravano lì un po’ di selvaggina, convincendoli così a dire che quei campi erano proprietà del Signor di Carabàs.
E così, man mano che quel giorno Sandra e suo padre procedevano a cavallo, i contadini li salutavano a nome del Signor di Carabàs.

Il Signorotto pensò non solo che il Signor di Carabàs fosse di una gentilezza mai vista, ma che fosse anche molto ricco.
A quel punto il Gatto con gli Stivali tornò da Marcello e gli disse:
– Sbrigati! Corri al fiume, e quando te lo dico io, buttati dentro gridando che sei il Signor di Carabàs e che ti hanno derubato di tutti i tuoi averi!

Marcello era all’oscuro di tutte le mosse del Gatto e chiese incuriosito:
– E chi sarebbe il Signor di Carabàs? –
– Vuoi incontrare di nuovo Sandra e poterla vedere finalmente quando ti pare?
– Certamente! – rispose Marcello.
– E allora non discutere e fa come ti dico!
Marcello, fidandosi dell’amico Gatto, corse veloce al fiume e si nascose dietro una siepe, in attesa del segnale per buttarsi dentro.

Intanto, il Signorotto e Sandra stavano arrivando al ponte sul fiume.
Il Gatto con gli Stivali fece un fischio, e Marcello capì che era il momento di buttarsi.
Dopo poco si sentì un grido.
– Aiuto! Aiuto! Sono il Signor di Carabàs e sono stato derubato di tutti i miei averi! Aiuto!

Il Signorotto e Sandra accorsero per vedere cosa stava succedendo, e videro Macello uscire tutto bagnato dalle acque del fiume.
– Cosa ti è successo, ragazzo? – disse il Signorotto.
– Sono il Signor di Carabàs, e due furfanti mi hanno derubato di tutti i miei averi e scaraventato nel fiume…
Finalmente il Signorotto aveva l’occasione di conoscere chi, nei giorni scorsi, gli aveva fatto tanti regali.

– Padre, non possiamo lasciarlo così bagnato fradicio. Portiamolo a casa nostra e diamogli dei vestiti! – disse Sandra che aveva riconosciuto Marcello.
– Certamente! – rispose il Signorotto.
E così Marcello fu portato a casa del Signorotto, asciugato e vestito con abiti molto eleganti.

Il Signorotto lo ringraziò per tutti i regali che gli aveva fatto, e anzi, lo invitò a frequentare spesso quella casa: per lui le porte sarebbero sempre state aperte.
E fu così che finalmente Marcello e Sandra poterono vedersi come e quando volevano, e il Gatto Con gli Stivali fu contento di vederli insieme felici e contenti.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Il principe felice 🤴

Un grande cuore può nascondersi ovunque, anche dentro una fredda statua di metallo.

Tutti possiamo fare molto per aiutare gli altri, e il racconto Il principe felice mostra che perfino una statua ci può riuscire grazie all’aiuto di un valido amico.

Questa fiaba originariamente scritta da Oscar Wilde, ci insegna che la cosa migliore che si possa fare è donare quanto si ha di più prezioso agli altri, così da essere amati e ricordati per sempre.

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

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Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare del principe felice!

🔊 Audiofiaba 😴

Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare il principe felice raccontata da Silvia!

Il principe felice 🤴 storia completa


C’era una volta un principe, ma non un principe qualunque, lui era un Principe felice.
Durante il suo regno ci fu pace e prosperità, tanto che alla sua morte tutta gli abitanti della città decisero di erigere in suo onore una statua tutta d’oro, con zaffiri per occhi e rubini sull’elsa della spada.
Così da quel giorno la statua del Principe felice fece sempre compagnia alla gente della città.

Ma passarono molti anni, talmente tanti che le persone quasi non si ricordavano più del perché quella statua si chiamasse “il Principe felice”.
Una sera di fine estate una rondine, che stava volando verso sud per passare l’inverno al caldo, decise di riposarsi ai piedi della statua.

– Qui troverò un po’ di riparo – pensò la rondine.
Stava per mettere la testolina sotto l’ala per dormire quando una goccia le cadde addosso. Guardò il cielo, ma lo vide tutto stellato e senza una nuvola.
– Che strana cosa, piove col cielo sereno – e rimise la testa sotto l’ala.
Ma un’altra goccia le cadde addosso, alzò la testa e non vide nulla di strano.
– Ma guarda te, questa statua non riesce a ripararmi nemmeno dalla pioggia, disse guardando verso il viso del principe felice, e fu allora che cadde un’altra goccia, proprio sulla sua testa.

La rondine capì: quelle non erano gocce di pioggia, erano lacrime che cadevano dagli occhi della statua. Spiccò il volo e andò a vedere meglio.
– Cosa ti succede statua, perché piangi? – chiese la rondine.
– Sono il Principe felice, e piango perché da qui posso vedere tutte le miserie del mio popolo, e il mio cuore anche se di piombo, è molto triste.

– Mi spiace molto – disse la rondine, colpita dall’espressione addolorata della statua.
– Cara rondine, tu potresti aiutarmi. Giù in quella casa c’è una donna molto povera, il suo lavoro di ricamatrice non le permette di guadagnare abbastanza soldi per curare il suo bambino malato. Le porteresti il rubino che ho incastonato nella spada? – disse il Principe felice.
– Ma io devo volare verso sud… – replicò la rondine.
Ma lo sguardo pieno di lacrime del principe la commosse.
– Va bene, solo per questa notte rimarrò qui e ti aiuterò.

La rondine prese il rubino e lo portò alla donna, e quando vide suo figlio a letto con la febbre alta si fermò un attimo sopra il suo viso a rinfrescarlo col suo battito d’ali.
Poi tornò dal Principe felice e riposò.
La sera seguente la rondine disse al principe che sarebbe partita.

– Rondine mia, resta ancora una notte. Vedo un giovane che è affamato e vive al freddo in quella casa, prendi uno degli zaffiri che mi fanno da occhi e portaglielo.
La rondine sul momento protestò, ma il principe insistette, e il buon cuore della rondine lo accontentò e portò lo zaffiro al giovane.
Il giorno dopo la rondine cercò di salutare il Principe, ma lui le chiese di rimanere un’ultima notte: c’era una piccola fiammiferaia da aiutare, non aveva venduto nemmeno un fiammifero, e di certo non avrebbe passato una bella notte se non avesse ricevuto aiuto.

– Portale l’altro zaffiro che ho per occhio – la disse il Principe felice.
– Ma così rimarrai cieco! – esclamò la rondine.
– Non importa.
Così la rondine prese lo zaffiro e lo portò alla piccola fiammiferaia, che non sapeva come ringraziarla dalla gioia.
La rondine tornò dal principe, e notò che il suo viso era più sereno. Ma ora era cieco e non poteva lasciarlo così da solo.

– Tu ora non puoi più vedere la gente della tua città… rimarrò io al tuo fianco, e sarò i tuoi occhi – gli disse.
– Ma rondine mia, tu devi andare al caldo verso sud!
Ma la rondine non volle lasciarlo e iniziò a volare per tutta la città e raccontargli tutto quello che vedeva. Quando incontrava un mendicante, un povero o un bisognoso, prendeva una fogliolina d’oro dal corpo della statua del Principe felice e andava a portargliela.

Finché la statua del Principe felice divenne tutta grigia e spoglia, senza più neanche una fogliolina d’oro sopra.
Ma nonostante questo, ora gli abitanti della città erano tutti un po’ più felici.
Finalmente sul viso del Principe c’era un gran sorriso, e la rondine non smise mai di fargli compagnia.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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La Sirenetta 🧜‍♀️🌊

Ariel la sirenetta, per realizzare il proprio sogno è disposta a rischiare il tutto per tutto…

La Sirenetta è la fiaba del “cambiamento” per raggiungere i propri desideri, una sorta di crescita interiore, dove bisogna prima perdere qualcosa di molto importante prima di a provare ad inseguire i propri sogni.

E’ forse la fiaba più conosciuta scritta da Hans Christian Andersen, e in essa sono contenute tutte le emozioni che il grande scrittore ha saputo regalarci con i suoi racconti.

⚠️ ATTENZIONE!
Questa è la versione rielaborata da fabulinis, NON c’entra quasi nulla col famoso film della Disney, ma ricalca abbastanza fedelmente la versione originale di Andersen, discostandosene solo per il finale.

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare della Sirenetta!

Indice dei capitoli

  1. CAPITOLO 1
  2. CAPITOLO 2
  3. CAPITOLO 3

La Sirenetta 🧜‍♀️🌊 CAPITOLO 1


C’era una volta, in fondo al mare, un regno magico governato dal Re del Mare.

Il Re del Mare era rimasto vedovo, e a curare le sue sei figlie sirene c’era l’anziana nonna, che non faceva mancare loro nulla e le riempiva di amore e attenzioni.

La più piccola delle principesse sirene, Ariel, era anche la più bella di tutte e, oltre alla bellezza, aveva ricevuto in dono anche una voce capace di incantare chiunque la ascoltasse.

Ariel e le sue sorelle giocavano tutto il giorno sul fondo del mare e nei giardini del Castello, pieni di fiori e piante acquatiche, mentre la sera amavano ascoltare le storie degli uomini che vivevano in superficie e solcavano i mari, raccontate dalla loro cara nonna.

Ad Ariel queste storie piacevano molto, e la facevano sognare ad occhi aperti, immaginandosi avventure incredibili ed emozionanti.
Così non smetteva mai di chiedere sempre maggiori particolari all’anziana nonna, che alla fine ripeteva sempre a lei e le sue sorelle:
– Alla vostra maggiore età, potrete nuotare fino alla superficie, e vedere con i vostri occhi il mondo degli esseri umani.
Ariel non vedeva l’ora, ma era la più piccolina tra le sorelle e avrebbe dovuto aspettare a lungo…

Finalmente la più grande delle sorelle giunse alla maggiore età, e con enorme emozione intraprese il suo viaggio verso la superficie. Quando tornò aveva mille cose da raccontare, ma la cosa più bella di tutte era l’esser stata sdraiata al chiaro di luna su una spiaggetta riparata, guardando in lontananza la città piena di luci e rumori degli uomini.

Ariel l’ascoltava rapita, e ne avrebbe voluto sapere sempre di più, ma per ora doveva accontentarsi della sua immaginazione…
L’anno successivo fu il turno della seconda sorella, che al ritorno dal suo viaggio in superficie raccontò del tramonto infuocato e del cielo color oro che le aveva incantato gli occhi.

E poi toccò alla terza sorella, che più coraggiosa di tutte volle risalire il fiume per vedere palazzi, castelli, campi coltivati e vigneti immersi in uno splendido bosco dove cantavano gli uccellini.

La quarta sorella invece non era tanto coraggiosa, e quando toccò a lei risalire in superficie, era rimasta in alto mare a vedere le navi che passavano lontane e a giocare insieme ai delfini.

E l’anno dopo ancora toccò alla quinta sorella, era inverno e quando arrivò in superficie incontrò dei grandi blocchi di ghiaccio, grandi come isole, su cui si poteva passare il tempo ad ammirare i maestosi cieli grigio azzurri invernali.

Mancava solo Ariel, che la sera guardava con un velo di tristezza le sorelle prendersi per mano e nuotare lentamente verso la superficie.

Finalmente arrivò il grande momento anche per Ariel e il giorno della sua maggiore età abbracciò forte le sue sorelle, la nonna e il padre prima di nuotare leggiadra verso la superficie.

Quando uscì dall’acqua il sole stava tramontando e in lontananza c’era una grande nave piena di marinai che andavano e venivano. Decise di andare a guardare più da vicino.

Sul ponte della nave i marinai vociavano e cantavano, mentre attraverso i finestrini della nave si vedevano molte persone vestite elegantemente. Si stavano tutti preparando alla grande festa per il compleanno del Principe che si sarebbe tenuta quella sera stessa.

Non appena fu buio iniziarono i balli e poi, finalmente, il Principe uscì sul ponte. In quel momento furono sparati dei razzi che fecero mille fuochi colorati nel cielo. Ariel non aveva mai visto una cosa simile.

Com’era bello il giovane Principe! Stringeva la mano di tutti i suoi amici, e sorrideva mentre la musica suonava nella notte incantevole. Ariel lo guardava mentre il suo cuore batteva sempre più forte.

Ad un tratto però il vento iniziò a soffiare forte, nere nubi cariche di lampi e fulmini si stavano avvicinando velocemente. Tra non molto sarebbe arrivata una tempesta.

I marinai ammainarono in fretta le vele mentre il mare si ingrossava e le onde si facevano sempre più alte e forti. La nave gemeva e scricchiolava. L’albero maestro si spezzò sotto il forte vento e la nave iniziò velocemente ad imbarcare acqua; in pochi minuti era praticamente già affondata.

Ariel capì che tutto l’equipaggio era in pericolo, anche il giovane Principe!
Iniziò a nuotare cercando di evitare i pericolosi rottami che avrebbero potuto ferirla. Si tuffava giù sotto l’acqua, poi ricompariva in superficie guardandosi velocemente intorno, e poi ancora giù finché non trovò il suo Principe.

Lo prese che era già svenuto e lo portò il più rapidamente possibile fino a riva, dove lo depose sulla sabbia in attesa che rinvenisse e passasse la tempesta. Mentre Ariel lo vegliava e gli carezzava la testa arrivò prima l’alba e poi il giorno.

Non molto distante dalla spiaggia c’era una costruzione che ad Ariel sembrò un luogo di culto, da lì stava pian piano arrivando camminando in silenzio una ragazza col volto coperto da un cappuccio. Ariel che era una sirena, non poteva farsi vedere da lei e, a malincuore, dovette abbandonare il suo Principe.

Gli diede un bacio sulla fronte prima di tuffarsi nell’acqua del mare e nascondersi dietro ad uno scoglio per osservare cosa sarebbe accaduto.

Non appena la ragazza vide il Principe svenuto a terra, gridò e corse in suo soccorso, gli sollevò la testa tra le braccia e lo scosse leggermente. Poco dopo il Principe si risvegliò, Ariel notò che dopo un attimo di smarrimento, sul suo volto si dipinse un sorriso e probabilmente stava ringraziando profondamente la ragazza col cappuccio per averlo salvato da morte certa.

Se solo il Principe avesse saputo chi davvero era stata a salvarlo!

Ariel guardò tra le lacrime il suo Principe allontanarsi camminando aiutato dalla ragazza col cappuccio, e solo quando furono ormai troppo lontani dalla sua vista si rituffò nel mare, dove le sue lacrime non si sarebbero più potute vedere…

…continua nel CAPITOLO 2

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Curiosità sulla Sirenetta

● “La Sirenetta” è probabilmente il racconto più autobiografico scritto da Hans Christian Andersen, dove il tema della “diversità” è molto sentito. Dovete sapere che Andersen era omosessuale, e vivendo nella Danimarca del 1800, gli era completamente precluso di poter liberamente amare un altro uomo, cosa che lo rendeva particolarmente infelice.

● “La Sirenetta” è stata il film che a fine anni ’90 ha rilanciato la Disney che, dopo una serie di incredibili flop, era in grande crisi.

● Nel racconto originale di Andersen, nessuno dei personaggi ha un nome proprio, quelli usati nella nostra fiaba sono stati presi in “prestito” dalla versione realizzata dalla Disney, diventata ormai un classico dell’animazione.

● In Danimarca Andersen e il suo racconto “la Sirenetta” sono talmente famosi che all’ingresso del porto di Copenaghen, è stata realizzata una statua in onore della protagonista della fiaba

Pinocchio 🤥 Storia di un burattino

“Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino” di Carlo Collodi, è una delle favole per bambini più famose al mondo, e ci parla di come ognuno di noi, crescendo, possa diventare un meraviglioso essere umano e non essere più un burattino che si lascia trasportare dagli eventi.

Chi non conosce Pinocchio? Ma siete sicuri di conoscerlo davvero? Eh sì, perché spesso, quando pensiamo a Pinocchio, ci viene in mente il cartone animato che Walt Disney ci regalò molti anni fa, ma che ha davvero poco in comune con il libro originale di Collodi…

Anche noi di fabulinis abbiamo deciso di proporre una nostra versione di questo meraviglioso racconto, ma il più fedele possibile alla versione di Collodi.

La nostra versione è più breve dell’originale e un po’ semplificata, perfetta quindi se vuoi avvicinare i tuoi bimbi a questo capolavoro o se la versione originale ti sembra troppo lunga o complicata…

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Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare di Pinocchio!

Guarda la playlist completa della videofiaba raccontata da Silvia

Pinocchio 🤥 favola completa


Indice dei capitoli

  1. Mastro Ciliegia regala a Geppetto un pezzo di legno…
  2. Il grillo parlante.
  3. Mangiafuoco e il teatro dei burattini.
  4. Il gatto e la volpe.
  5. La fata turchina.
  6. Il Campo dei Miracoli.
  7. Pinocchio va a scuola.
  8. Il Paese dei Balocchi.
  9. Pinocchio diventa un bambino.
  10. EXTRA: Curiosità su Pinocchio.

1) Mastro Ciliegia regala a Geppetto un pezzo di legno…


C’era una volta un pezzo di legno. Era tenuto in un angolo della bottega di Mastro Ciliegia, che un giorno si decise di farne una gamba per un tavolino. Lo prese e lo mise sul tavolo per iniziare a tagliarlo, quando sentì una vocina che lo implorava:

– Ti prego, non farmi del male!
Mastro ciliegia si guardò intorno ma non vide nessuno, così riprese a lavorare il legno dandogli un bel colpo.
– Hai! Mi hai fatto male!

Mastro Ciliegia, spaventato dalla voce che proveniva dal pezzo di legno, lasciò cadere gli arnesi, e scivolò per terra dalla paura.

Proprio in quel momento, passava a trovarlo Geppetto, suo amico falegname, che lo trovò disteso a terra. Geppetto gli chiese cosa fosse successo, ma Mastro Ciliegia non voleva fare brutta figura, e come nulla fosse, chiese a Geppetto cosa fosse passato a fare nella sua bottega.

– Mi servirebbe un pezzo di legno, stamattina mi è venuta l’idea di costruirmi un bel burattino.
Mastro Ciliegia alzò un sopracciglio, guardò il pezzo di legno che stava ancora sul banco di lavoro e pensò che fosse un’ottima occasione per disfarsene.

– Guarda guarda, caro mio Geppetto, ho proprio quel che fa per te! – prese il pezzo di legno e glielo mise tra le mani.
Geppetto ringraziò e tornò verso casa. Decise che, una volta finito il burattino, lo avrebbe chiamato Pinocchio e, messo sul tavolo da lavoro il pezzo di legno, iniziò a intagliarlo.

Dopo alcune ore, finalmente, anche gli occhi e il naso erano finiti, mancava solo la bocca e non appena Geppetto si mise a realizzarla, questa iniziò a sghignazzare e a prenderlo in giro.
– Smetti di ridere boccaccia! – esclamò Geppetto, pensando che i morsi della fame gli stessero facendo un brutto scherzo.
La bocca del burattino smise di ridere, ma le sue mani veloci presero la parrucca di Geppetto e se la misero in testa.

– Birba d’un burattino, non sei ancora finito che già manchi di rispetto a tuo padre…
Pinocchio a quel punto saltò giù dal tavolo e cominciò a correre fuori di casa, mentre Geppetto gli correva dietro gridando di fermarsi.

Per fortuna sulla via c’era un carabiniere, che pigliò Pinocchio per il nasone e lo riconsegnò a Geppetto.
– Adesso andiamo a casa, poi faremo i conti! – disse Geppetto.

Pinocchio si buttò a terra e iniziò a piangere e far tanto fracasso da attirare l’attenzione di molte persone.
– Povero burattino – dicevano alcuni – ha ragione a non voler tornare a casa, chissà come lo picchierà Geppetto!…

Il carabiniere poco a poco si convinse che Pinocchio fosse scappato da Geppetto proprio perché lo voleva picchiare, e così lasciò andare Pinocchio e arrestò Geppetto.

– Sciagurato figliolo! E pensare che mi sono impegnato tanto per fare un burattino per bene… ma mi sta bene, dovevo pensarci prima… – disse tra sé Geppetto mentre veniva portato via dal carabiniere.

… continua nel CAPITOLO 2

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Curiosità su Pinocchio

● Carlo Lorenzini, vero nome di Carlo Collodi, scrisse Pinocchio in un momento di difficoltà della sua vita.

● In realtà il vero Pinocchio era lui stesso, sempre pronto a far “bambinate” e pieno di debiti al gioco d’azzardo, si mise così a scrivere una storiella per bambini per guadagnare qualche soldo. Ma già dopo pochi capitoli si era stancato e aveva scritto la parola fine del suo racconto più o meno quando i due banditi appendono Pinocchio all’albero.

● Ma ormai Pinocchio aveva iniziato a viver di vita propria dentro l’entusiasmo e l’immaginazione dei bambini tanto che, a furor di popolo, fu costretto a tirar giù Pinocchio dall’albero e rimetterlo di corsa a vagabondare per la sua strada. Una strada piena di avventure e di crescita interiore che lo porterà a diventare finalmente un bambino in carne ed ossa.

● La verità è che dentro le pagine del libro, ognuno di noi può immedesimarsi in Pinocchio, perchè racconta con parole semplici e senza troppi giri di parole, il birbante che si nasconde dentro tutti i bambini.

● Pinocchio è anche stato un racconto da cui poi sono stati ripresi concetti e modi di dire che oggi sono di uso comune, come:

  • “le bugie dal naso lungo o dalle gambe corte” per indicare chi mente;
  • “il paese dei balocchi” per indicare un luogo immaginario e fantastico dove non si fa nulla dalla mattina alla sera;
  • “Sono fritto!” che si riferisce ad un momento non presente nella nostra versione della fiaba, dove Pinocchio rischia di essere messo in padella e mangiato da un pescatore.
  • “Il Gatto e la Volpe” per indicare una coppia di persone poco affidabili

● Il libro divenne talmente famoso in tutto il mondo (è il libro in lingua italiana più venduto nella storia e vanta ben 240 traduzioni in lingua estera) che anche Tolstoj nel 1936, ne scrisse una versione molto simile.

● Di Pinocchio si sono fatti film di animazione (il più famoso è sicuramente quello della Walt Disney) che dal vero (come non ricordare il Pinocchio interpretato da Benigni nel 2002 o, l’ultimo del 2019, con alla regia Garrone in cui sempre lo stesso Benigni interpreta Geppetto?)

● E la canzone di Edoardo Bennato sul Gatto e la Volpe chi può scordarla?
ascoltatela su youtube 😉

Il piccolo principe 💫

Il piccolo principe non è un racconto, ma una poesia che insegna soprattutto una cosa: l’essenziale è invisibile agli occhi.

Il capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry tocca le emozioni più profonde che tutti noi portiamo dentro, fa riflettere sul significato dell’amore, dell’amicizia e della vita.

Il piccolo principe è un viaggio dentro ciascuno di noi, e proprio per questo è diventato un classico della letteratura mondiale, per grandi e piccini.

Qui su fabulinis abbiamo creato la nostra versione del racconto, cercando di interpretare al meglio lo spirito della storia, siamo sicuri che vi piacerà!

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare del piccolo principe!

Il piccolo principe 💫 racconto completo


Indice dei capitoli


Il Piccolo Principe 💫 CAPITOLO 1

Quando avevo sei anni una volta vidi una bella immagine in un libro sulla jungla intitolato “Storie vissute”. Raffigurava un serpente boa che ingoiava un animale.

Ho pensato molto alle avventure della jungla e, a mia volta, sono riuscito con una matita colorata a fare il mio primo disegno e mostravo il mio capolavoro ai grandi.

Ma loro, invece di un serpente boa che digeriva un elefante, vedevano qualcosa di simile a un cappello da uomo.

Poi ho disegnato l’interno del serpente boa, in modo che gli adulti potessero capirlo, ma loro mi consigliavano di lasciar stare i disegni di serpenti boa e di concentrarmi invece su geografia, storia, aritmetica e grammatica.

È così che ho rinunciato, all’età di sei anni, a una magnifica carriera nella pittura.

Ero stato scoraggiato dal fallimento del mio primo e secondo disegno.

I grandi non capiscono mai niente da soli, e per i bambini è stancante dare sempre spiegazioni.

Così ho imparato a pilotare gli aerei. Ho volato in tutto il mondo. E la geografia, è vero, mi è stata molto utile.

Ho conosciuto molte persone nella mia vita. Ho vissuto molto con gli adulti, li ho visti molto da vicino, e non ho per niente migliorato la mia opinione.

Così ho vissuto da solo, senza nessuno con cui parlare veramente, fino a quando ebbi un incidente nel deserto del Sahara, sei anni fa. Qualcosa si era rotto nel motore del mio aereo e, poiché ero solo nel deserto, provai a ripararlo.
Era questione di vita o di morte, perché avevo a malapena acqua da bere per circa una settimana.

La prima sera mi addormentai sulla sabbia, a mille miglia da qualsiasi terra abitata, e quindi potete immaginare la mia sorpresa quando, all’alba, una vocina buffa mi ha svegliato dicendo:

– Per favore… mi disegni una pecora?
– Eh!?
– Disegnami una pecora…

Balzai in piedi come se fossi stato colpito da un fulmine, mi strofinai gli occhi, guardai bene e vidi un ometto piuttosto strano che mi guardava con aria seria.

Lo guardavo con gli occhi sbarrati per lo stupore: quel piccoletto sembrava un bambino, e non mi sembrava né perso, né morto di fatica, di fame, di sete o di paura.
Non assomigliava per niente a un bambino perso in mezzo al deserto.

Quando finalmente riuscii a parlare, gli chiesi:

– Ma che ci fai qui?

Ma lui ignorando la mia domanda, mi ripetè molto seriamente:

– Ti prego… disegnami una pecora…

Non osai disobbedire, premettendo però che non sapevo disegnare. Ma a lui non importava, voleva solo che disegnassi una pecora.

Quando finii, lui la guardò attentamente e disse che non voleva una pecora malata.

In effetti il disegno non era il massimo, così ne feci un’altro, ma mi rispose sorridendo che quella non era una pecora ma un montone perché aveva le corna.

Feci un altro disegno, rifiutato anch’esso perché la pecora era troppo vecchia.

Iniziai però a perdere la pazienza, volevo riparare il motore del mio aereo, e quindi scarabocchiai al volo una scatola con dei buchi:

– Questa è una cassetta, la tua pecora è lì dentro.

Rimasi piuttosto sorpreso nel vedere il suo viso illuminarsi:

– È esattamente come la volevo! Pensi che questa pecora abbia bisogno di molta erba?
– Perché? – chiesi io.
– Perché dove vivo io è tutto molto piccolo…
– Basta sicuramente, ti ho dato una piccola pecorella.

E fu così che conobbi il piccolo principe.

Mi ci è voluto molto tempo per capire da dove venisse.

Il piccolo principe mi fece molte domande, e sembrava non sentire per nulla le mie.

Quando vide il mio aereo mi chiese:

– Cos’è quella cosa?
– Quella cosa vola. È un aeroplano. È il mio aereo.

Ero orgoglioso di fargli sapere che volavo, poi esclamò:

– Ma sei caduto dal cielo!?
– Sì – risposi modestamente.
– Ah! È divertente… – e scoppiò in una grossa risata che mi irritò molto, poi aggiunse:

– Allora anche tu vieni dal cielo! Da che pianeta vieni?
Intravidi una luce nel mistero della sua presenza, e chiesi bruscamente:
– Quindi tu vieni da un altro pianeta?

Non mi rispose. Scosse dolcemente la testa guardando il mio aereo e sprofondò in una lunga meditazione. Poi, tirò fuori dalla tasca i disegni delle mie pecore, e contemplò il suo tesoro.

Cercai di saperne di più:
– Da dove vieni, ometto mio? Dov’è casa tua? Dove vuoi portare le mie pecore?

Mi rispose dopo un silenzio meditativo:
– La scatola che mi hai dato, di notte, farà da casa alla pecora.
– Certo, se vuoi disegno anche una corda per legarla durante la giornata.

La proposta sembrò stupire il piccolo principe:
– Legarla? Che idea divertente!
– Ma se non la leghi, andrà ovunque, e si perderà…

E il mio amico scoppiò di nuovo a ridere:
– Dove vuoi che vada!?
– Ovunque riuscirà a camminare…

Allora il piccolo principe osservò seriamente:
– Non importa, da me è tutto molto piccolo! – e, con un po’ di malinconia, aggiunse:
– Non si può andare molto lontano…

Avevo così capito una seconda cosa molto importante: il suo pianeta d’origine era appena più grande di una casa!

Ho seri motivi per credere che il pianeta da cui proveniva il piccolo principe fosse l’asteroide B 612.

Questo asteroide fu visto una sola volta attraverso un telescopio, nel 1909, da un astronomo turco.

Fece una grande dimostrazione della sua scoperta in un Congresso Astronomico Internazionale, ma nessuno gli credette per via del suo abbigliamento alla turca, bizzarro per gli occidentali.

Gli adulti sono così.

L’astronomo ripeté la sua dimostrazione nel 1920, vestito con un abito occidentale molto elegante. E questa volta tutti gli credettero.

Agli adulti piacciono i numeri.

Non ti chiedono mai l’essenziale, non ti chiedono mai “Come suona la tua voce?”, oppure “Quali sono i giochi che ti piacciono di più?” o anche “Collezioni farfalle?”…

No, ti chiedono “Quanti anni hai?”, “Quanti fratelli hai?”, “Quanto pesi?”… Solo così pensano di conoscerti.

Se ai grandi dici: “Ho visto una bella casa di mattoni rosa, con i gerani alle finestre e le colombe sul tetto…” non possono immaginare questa casa. Devi dire loro: “Ho visto una casa che vale centomila euro”.
Solo allora esclamano: “Che bella!”

Quindi, se dici loro: “La prova che il piccolo principe è esistito è, che era adorabile e che voleva una pecora, e quando vuoi una pecora è la prova che esisti”, ti guarderanno alzando le spalle e ti chiameranno “bambino”!

Ma se dici loro: “Il pianeta da cui è venuto è l’asteroide B 612”, allora saranno convinti e ti lasceranno in pace con le loro domande.

Sono fatti così. Non devi arrabbiarti. I bambini devono essere molto indulgenti con gli adulti.

… continua nel CAPITOLO 2

Note al piccolo principe

La versione del piccolo principe che avete appena letto non è una rielaborazione di una fiaba o racconto classico come di solito facciamo, ma una vera e propria traduzione/riduzione dall’originale francese.

Il piccolo principe in realtà e un’unica lunga, magnifica e immensa poesia, che se fosse stata riassunta in forma di racconto avrebbe perso tutto il significato e la magia che contiene.

Non si può arrivare alla frase “l’essenziale è invisibile agli occhi” senza aver raccontato e descritto tutti i passaggi che sono serviti al piccolo principe per arrivare fin lì…

Il piccolo principe è un’opera abbastanza inscindibile dai dolci acquarelli dello stesso Saint-Exupery, molte parti del racconto originale fanno direttamente riferimento ai disegni che bisogna guardare e “inserire” all’interno della storia. Non potendo inserirli su fabulinis, è qui che abbiamo deciso di rimaneggiare più “pesantemente” il piccolo principe, descrivendo dove possibile i disegni in modo che entrassero a far parte del racconto, facendo in modo di poterli immaginare anche senza poterli vedere.

Speriamo che questo adattamento vi sia piaciuto!

😊

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L’agnellino e il lupo 🐑🐺

L’agnellino dall’alto di un tetto si fa beffe del lupo, ma poi scivola e cade giù! Come farà a salvarsi?

Questa favola di Esopo dell’agnellino e il lupo ci insegna come a volte essere troppo audaci ci fa cadere nel pericolo, ma se si usa l’astuzia si può risolvere la situazione

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare dell’agnellino e il lupo

🔊 Audiofiaba 😴

Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare l’agnellino e il lupo raccontata da William!

L’agnellino e il lupo 🐑🐺


C’era una volta un agnellino che giocava vicino al fienile, era molto furbo e scaltro e si era messo in testa di salire fin sul tetto della stalla.

Dopo vari tentativi e con alcuni accorgimenti, riuscì nella sua impresa.

L’agnellino era al colmo della felicità quando dal vicino bosco sbucò fuori un lupo!

Il lupo lo guardò con occhi famelici e fece un balzo per salire sul tetto, ma non ci riuscì. Prova e riprova al lupo non rimase altro da fare che ululare per le botte prese cadendo nei tentativi falliti.

L’agnellino, dapprima terrorizzato, una volta capito che il lupo non sarebbe riuscito a prenderlo iniziò a deriderlo sonoramente:
– Lupo cattivo, non mi prendi quassù! Sono troppo furbo per te! – e gli faceva pure le linguacce!

Ma mentre rideva a crepapelle, l’agnellino scivolò con una zampetta e ruzzolò giù dal tetto della stalla.

Adesso a ridere era il lupo, che si avvicinava lentamente al suo prossimo pranzo.

L’agnellino, che però era molto furbo, parlò allora al lupo:
– Caro lupo mio, so di essere un bocconcino prelibato per te, e mi scuso per averti deriso… ti chiedo però di morire con onore e prima che tu mi mangi, suona per favore il flauto e fammi danzare.

Il lupo preso da compassione decise di esaudire l’ultimo desiderio del piccolo agnellino e prese a suonare il flauto. L’agnellino iniziò a ballare.

Ma la dolce melodia del flauto fu udita anche dai cani di guardia del gregge, che corsero subito insospettiti a vedere cosa stava succedendo.

Il lupo non appena intravide arrivare i cani lanciati verso di sè, lasciò cadere il flauto e corse via nel bosco dicendo:
– Tutta colpa mia! Perchè mai mi son messo a suonare il flauto per quell’agnellino quando potevo mangiarmelo in un sol boccone?!

E per un bel po’ nessuno vide più il lupo, mentre l’agnellino poteva felicemente tornare a salire sul tetto della stalla tutte le volte che voleva.

Morale della favola: a volte essere troppo audaci ci fa cadere nel pericolo, ma con l’astuzia si può risolvere la situazione.

⚜ Fine della fiaba ⚜

Questa favola in realtà è l’unione di due diverse favole di Esopo, la numero 106 “il capretto sopra il tetto” e la 107 “il capretto e il lupo che suonava il flauto”, che essendo molto brevi ma parlando entrambe di un capretto e di un lupo, si sono prestate bene ad essere unite 😉

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Il coniglietto di Pasqua del Re 🐇🤴

Il coniglietto di Pasqua regala ogni anno tante belle uova colorate ai bambini!

Ma lo sapete che il coniglietto di Pasqua in realtà era una magica gallina dalle uova d’oro?!

Ma come ha fatto a diventare un coniglietto? E perchè regala le uova a Pasqua?

Scopriamolo insieme con questa simpatica fiaba pasquale!

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare del coniglietto di Pasqua del Re!

🔊 Audiofiaba 😴

Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare il coniglietto di Pasqua del Re raccontata da William!

Il coniglietto di Pasqua del Re 🐇🤴 racconto completo


Tanto tempo fa, molto prima che il coniglietto di Pasqua portasse le uova ai bambini, c’era un re.

Era il periodo prima della Pasqua, il compleanno del re si stava avvicinando e lui si aspettava che tutte le persone del regno gli facessero un regalo. E più i regali erano costosi, più gli piacevano.

Nel suo regno viveva una donna molto povera, che di prezioso aveva solo una gallina che deponeva molte uova. La donna non aveva soldi per comprare un regalo al re, così decise di regalargli la sua gallina.

L’avido re non fu molto colpito dal regalo, anche se la gallina gli dava tutte le mattine gustose uova da mangiare a colazione. Ma un giorno gli venne un’idea.

Chiamò il suo mago di corte e gli disse che gli sarebbe piaciuto di più se la gallina avesse deposto uova d’oro.
Il mago si mise a lavorare molto duramente per trovare un incantesimo che facesse deporre alla gallina uova d’oro, e alla fine ci riuscì.

L’incantesimo del mago, però, non era perfetto: ogni mattina infatti la gallina deponeva splendide uova tutte colorate, e solo ogni tanto deponeva anche uno splendido uovo d’oro.

Il re ne fu comunque molto felice, perché così diventava sempre più ricco e se ne poteva vantare con tutti.
La gallina dalle uova d’oro, però, attirò le invidie di tutti i nobili del regno, così il re decise di far costruire una solida gabbia per proteggerla.

Il re, poi, pensò furbamente anche ad uno stratagemma per evitare che la gallina venisse rubata: ogni volta che qualcuno fosse venuto a fargli visita al castello, avrebbe detto al mago di nascondere la gallina speciale e sostituirla con una gallina normale.

Un giorno venne a far visita al re una delegazione di nobili di un altro paese e quindi la gallina speciale fu scambiata con una normale.
Come il re aveva previsto, quella notte qualcuno rubò la gallina dalla gabbia.

La mattina dopo, quando il re vide la gabbia vuota, si mise a ridere perché sapeva che la sua gallina speciale era ancora al sicuro.
Il re disse al mago di rimettere nella gabbia la sua gallina dalle uova d’oro e se ne andò a fare una passeggiata.

Quando tornò a controllare la gabbia, però, ci vide dentro solo un coniglio bianco.
– E tu come sei entrato lì? – disse il re.

Pensando ad un buffo scherzo del suo mago, il re chiamò il suo inserviente e gli ordinò di riportare il coniglio nella foresta.
Il re convocò il mago, perché voleva sapere dove fosse la sua gallina speciale.

Il mago rispose che l’aveva rimessa nella gabbia, poi sbiancò in viso e si rese conto di aver dimenticato qualcosa…
– Tutte le volte che qualcuno vi viene a far visita, mio sire, trasformo la gallina in un coniglio bianco per nasconderla meglio, solo che questa volta, quando ho rimesso il coniglio nella gabbia, mi sono dimenticato di ritrasformarlo in gallina! – disse piangendo il mago.

Il re si rese conto che il coniglio che aveva fatto riportare nella foresta era in realtà la sua gallina speciale…
Tutti i suoi soldati perquisirono l’intera foresta, ma ormai del coniglio non c’era più traccia. Il re pianse per molti giorni la perdita della sua gallina dalle uova d’oro, ma alla fine se ne fece una ragione.

Passarono gli anni e il coniglietto non si vide mai più, ma i bambini del regno ancora oggi, proprio nel periodo prima della Pasqua, trovano delle strane ma bellissime uova colorate lasciate nei giardini e nella foresta vicino al paese.

E ogni tanto qualche bambino fortunato, trovava anche un uovo d’oro!

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Le uova di Pasqua del coniglietto 🐰

Ma come è nata l’idea di usare le uova di Pasqua?

Il coniglietto di Pasqua è una delle tante leggende che narrano di come sia nata l’usanza di regalare le uova di cioccolato per questa festa.

Così, nell’attesa di scartare le uova di cioccolato possiamo raccontare ai bambini una “dolce” storia!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare delle uova di Pasqua del coniglietto!

🔊 Audiofiaba 😴

Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare le uova di Pasqua del coniglietto raccontata da Silvia!

Le uova di Pasqua del coniglietto 🐰 racconto completo


Era il giorno prima della Pasqua, e in tutto il paese si stavano facendo i preparativi per le festa.
In questo piccolo paesino vivevano due bambini, Alfio e Serena, che si volevano tanto bene e stavano sempre insieme.

I due vivevano nello stesso cortile, e da qualche mese avevano iniziato a prendersi cura di un piccolo coniglietto dal pelo tutto rosso e bianco.
Il coniglietto voleva tanto bene ai due bambini, perché lo coccolavano e non gli facevano mai mancare carote e acqua a volontà.

Sapendo che tra poco sarebbe arrivata la Pasqua, il coniglietto voleva regalare ai due bambini qualcosa di speciale.
Andò quindi dalla sua amica gallina, chiedendole se avesse un paio di uova da dargli. Le voleva decorare tutte con righine e fiori per poi darle ad Alfio e Serena.
La gallina gli diede le uova ben volentieri, e il coniglietto iniziò subito a decorarle con mille colori.

Una volta finito di decorare le uova, il coniglietto le guardò tutto soddisfatto, e pensò che sarebbe stata una sorpresa fantastica per i due bimbi!
Però, per fare una sorpresa ad Alfio e Serena, doveva trovare un posto dove tenerle nascoste fino al giorno dopo.
Corse subito nel bosco, lì si ricordava che c’era un piccolo prato fiorito frequentato solo dai piccoli animaletti della foresta.

Quando arrivò al prato sistemò le uova ben riparate in mezzo ai mille fiori colorati che ricoprivano tutto.
Ma su quel prato fiorito stava gustandosi il primo sole di primavera una fata che, vedendo il coniglietto che nascondeva le splendide uova decorate, gli chiese tutta incuriosita cosa stava facendo.
– Sono per i miei due cari amici Alfio e Serena, voglio fare loro una sorpresa per domani che è il giorno di Pasqua – disse il coniglietto.

La fata sorrise – sarà sicuramente una bellissima sorpresa! – e guardò il coniglietto andare via tutto contento verso casa.
Poi la fata andò a rimirare le due meravigliose uova decorate, e le venne un’idea.
Al mattino seguente, il coniglietto corse al prato per prendere le due uova da regalare ad Alfio e Serena, ma quale sorpresa lo attendeva quando arrivò!

Il prato era interamente ricoperto da splendide uova decorate del tutto simili alle sue, e ce n’erano talmente tante da farci un regalo a tutti i bimbi del paese!
La fata si avvicinò al coniglietto con in mano le due uova che aveva lui stesso decorato e gli disse.
– Ecco tieni, portale ai tuoi amici, e spero che il piccolo cambiamento che ho fatto gli piaccia.

– Quale cambiamento, a me sembrano identiche a come le ho fatte io… – rispose il coniglietto.
– Sì, fuori sono uguali, non mi sarei mai permessa di toccare la tua opera d’arte, ma dentro ora sono di dolce cioccolato!
Il coniglietto fu tanto sorpreso quanto contento della magia che aveva fatto la fata che non sapeva più come ringraziarla.

– Se vuoi ringraziarmi, dì ai tuoi amici di portare qui tutti i bimbi del paese per festeggiare assieme, sentire le loro voci piene di gioia sarà per me il migliore dei ringraziamenti.
Così il coniglietto corse via a portare le uova ad Alfio e Serena, che quando scoprirono che erano fatte di cioccolato non sapevano più dove nascondere la felicità.

Ma la vera festa fu vedere tutti i bimbi del paese correre al prato fiorito e sedersi a mangiare il loro uovo di Pasqua, mentre nascosta in un angolino una fata dal cuore d’oro si gustava tutta contenta le loro grida di gioia.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Tremotino 😈

Si può essere più avidi e infidi del nanetto Tremotino? Forse no…

Tremotino è una famosa fiaba raccolta in diverse versioni dai fratelli Grimm, e lo strano ometto è presente anche nel film “Shrek – e vissero felici e contenti” come uno dei cattivi antagonisti.

Questa fiaba narra di come l’avido Tremotino aiuterà la povera Elga solo in cambio di continui doni e promesse. Ma non tutto andrà come lui avrebbe voluto…

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Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare di Tremotino!

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Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare Tremotino raccontata da William!

Tremotino 😈 fiaba completa


C’era una volta un povero mugnaio, era vedovo e viveva con la sua figliola che si chiamava Elga.

Un giorno capitò al suo mulino il re e il mugnaio, per ingraziarselo e vantarsi un po’, gli disse:
– Ho una figlia che sa tramutare la paglia in fili d’oro.
Il re, stupito, disse al mugnaio:
– Se tua figlia è veramente capace di trasformare la paglia in fili d’oro, portala al mio castello, e io la metterò alla prova.

Il mugnaio, colto di sorpresa, non si azzardò a contrariare il re e, seppur a malincuore, condusse Elga al castello.
Il re fece rinchiudere la ragazza in una stanza ricolma di paglia e le disse:
– Ora mettiti al lavoro, se non avrai trasformato questa paglia in oro entro domani mattina, ti farò passare a miglior vita.

Elga rimase sola. Non sapeva cosa fare, men che meno come si potesse trasformare la paglia in oro e, per la disperazione, si mise a piangere.

Improvvisamente, da una fessura nel muro della stanza, entrò un ometto che disse:
– Buonasera fanciulla, perché piangi così tanto?
– Devo trasformare la paglia in oro e non so come fare! – disse la ragazza in lacrime.
– Se io ti aiuto, cosa mi darai in cambio?
– La mia collana! – disse Elga senza pensarci.

L’omino prese la collana e se la mise in tasca. Dopodiché prese tra le mani alcune manciate di paglia, le sfregò ben bene e ripose per terra un mucchietto d’oro.

Elga non credeva ai propri occhi. Il piccolo ometto andò avanti così per tutta la notte, finché all’alba tutta la paglia fu tramutata in oro. L’omino fece quindi un inchino a Elga e, come era apparso, scomparì nella fessura del muro.

Poco dopo arrivò il re e, quando vide tutta la paglia trasformata, ne rimase stupito e deliziato, ma il suo cuore divenne ancora più avido di oro.
Fece portare Elga in un’altra stanza piena di paglia, molto più grande della precedente, e le ordinò di trasformarla tutta in oro entro il giorno seguente, se ci teneva alla vita.

La ragazza non riuscì a trattenersi dal piangere. Poi come la notte precedente, da un’altra fessura del muro riapparve l’omino che le disse:
– Se io ti aiuto, cosa mi darai in cambio?
– Il mio anello! – rispose Elga disperata.

L’omino prese l’anello, iniziò a canticchiare e si mise al lavoro. Alle prime luci del mattino aveva trasformato tutta la paglia in oro scintillante.
Finito il lavoro l’omino fece un inchino a Elga e sparì di nuovo.

Il re fu felicissimo di trovare ancora tutta quella paglia trasformata in oro, ma non era ancora soddisfatto, ne voleva ancora di più.
Fece portare la figlia del mugnaio in una stanza ancora più grande con ancora più paglia e disse a Elga:
– Se tramuterai anche tutta questa paglia in oro, allora ti sposerò e diventerai regina! – “anche se è la figlia di un mugnaio”, pensò, “non troverò una donna al mondo che mi possa rendere più ricco.”

Quando la ragazza fu sola, l’ometto tornò per la terza volta e le disse:
– Se ti aiuto anche questa volta, cosa mi darai in cambio?
– Non ho più nulla da darti… – rispose in lacrime Elga.
– Allora promettimi che, quando sarai regina, mi affiderai il tuo primo figlio! – disse l’ometto.
Elga, non sapendo che altro fare, promise che avrebbe rispettato il patto.

L’omino allora trasformò di nuovo tutta la paglia in oro, e quando il re al mattino dopo trovò tutto come aveva desiderato, mantenne la sua promessa: sposò la bella figlia del mugnaio e Elga divenne regina.

Un anno dopo Elga partorì un bel bambino. Si era completamente dimenticata della promessa fatta all’omino, ma, il giorno successivo, lui le si presentò davanti dicendo:
– Ora dammi ciò che mi hai promesso! – e cercò di afferrare il piccolo.

Elga si spaventò – ti offro tutte le ricchezze del regno, ma lasciami il mio bambino!
– No! Un bambino è uno dei tesori più importanti al mondo.

Elga si mise a piangere disperata stringendo forte a sé il piccolo.
A quella scena l’omino ebbe un moto di compassione e le disse:
– Ti darò tre giorni per stare con tuo figlio e ti do una possibilità: se per allora indovinerai il mio nome, potrai tenerlo con te – e svanì nel nulla.

Per tutta la notte Elga non dormì tentando di ricordare tutti i nomi sentiti nella sua vita. Mandò anche un messaggero in tutto il reame, per chiedere in lungo e in largo se qualcuno conoscesse l’omino e quale fosse il suo nome. Purtroppo nessuno lo sapeva…

Ma il terzo giorno il messaggero tornò e le disse:
– Mia regina, non riuscivo a trovare nessuno che conoscesse il nome di questo omino, finché non sono arrivato su un’alta montagna. Nel folto della foresta ho visto un fuoco ardere davanti all’uscio di una casetta, e intorno al fuoco danzava un ometto bizzarro che cantava così:

“Oggi preparo frittelle e bignè
che domani c’è qui il figlio del re
perchè non lo sa nemmeno l’indovino
che il mio nome è Tremotino!”

Potete solo immaginare la felicità della regina quando udì quel nome, e quando l’ometto si ripresentò chiedendo:
– Ebbene, mia signora Regina, come mi chiamo?
Lei rispose sicura:
– Il tuo nome è Tremotino!

– Com’è possibile che tu lo sappia?! Te l’ha detto il diavolo, te l’ha detto il diavolo! – esclamò l’ometto, e per la rabbia pestò i piedi per terra con tanta forza che si formò una crepa sul pavimento.
Senza accorgersene Tremotino cadde dentro la fessura nel terreno, sparendo laggiù, e da quel giorno nessuno lo vide mai più.

La regina Elga e il suo figlioletto invece vissero per sempre felici e contenti.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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La bella addormentata nel bosco 👸

Se non si abbandona la speranza, la felicità arriva sempre!

La bella addormentata nel bosco è una fiaba antichissima e la sua origine si perde nella notte dei tempi…

E’ arrivata fino a noi attraverso tutti questi secoli grazie a Charles Perrault e i fratelli Grimm che ne hanno scritto una loro versione, e persino Walt Disney col suo film animato del 1959 ne ha voluto dare una sua interpretazione.

Scopriamo insieme come Aurora abbia dovuto aspettare per 100 anni il bacio del suo principe azzurro!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare della Bella addormentata nel bosco!

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Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare la Bella addormentata nel bosco raccontata da Silvia!

La bella addormentata nel bosco 👸 storia completa


C’era una volta un re, che viveva in un magnifico castello insieme alla regina e alla figlia, la piccola Aurora.
La bimba era nata da poco e i due sovrani erano così felici, che decisero di organizzare una grande festa per il suo battesimo.

Invitarono anche le fate che abitavano nel bosco, le quali arrivarono cariche di sorprese speciali per la piccola principessa.
Fu così che Aurora ricevette in dono bellezza, intelligenza, simpatia e tante altri doti che la rendessero una bambina davvero unica.

Purtroppo, però, il re non aveva invitato alla festa la fata più anziana del regno. Da tempo non si avevano sue notizie e tutti credevano che fosse morta.
Non sapevano quanto avrebbero pagato caro questo errore.

La fata venne a sapere della festa e si presentò al castello, più arrabbiata che mai.
– Vedo che state festeggiando senza di me – disse con sarcasmo. – E vedo che la principessa ha già ricevuto molti doni. Nessuno si offenderà se le offrirò anche il mio.
Così dicendo, alzò la sua bacchetta verso la culla di Aurora e tuonò:
– Sarai anche la più bella e la più intelligente di questo reame, ma ciò non ti servirà: prima del tuo diciottesimo compleanno, ti pungerai con l’ago di un fuso per filare e morirai.
E la fata svanì, lasciando il palazzo nello scompiglio più totale.

La regina era disperata, mentre il re dava ordine alle guardie di catturare questa fata malvagia. Ma era tutto inutile: di fronte ad una maledizione non si poteva fare nulla.

Si fece però avanti la fata più giovane, la quale cercò di consolare la regina e poi disse:
– Non posso annullare la maledizione della fata anziana, non ho tanto potere. Ma posso provare a renderla meno terribile, se me lo permettete.
La regina annuì speranzosa, e la fata alzò la bacchetta verso Aurora:
– Piccolina, una brutta maledizione ti ha colpito, un fuso ti pungerà ma non me morirai. Cadrai in un sonno profondo finché un principe, baciandoti, ti risveglierà e diventerà il tuo sposo.
Il Re e la Regina ebbero un piccolo sospiro di sollievo, perlomeno il nuovo incantesimo della giovane fata aveva allontanato lo spettro della morte dalla bambina.

Fu così che Aurora crebbe felice, amata e circondata da persone che le volevano bene.
In tutto il reame però erano stati vietati tutti gli attrezzi per filare: aghi, fusi, arcolai non potevano nemmeno essere nominati, nella speranza che così la maledizione non si avverasse.

Aurora stava ormai per compiere diciotto anni. Mancavano pochi giorni e i suoi genitori avevano deciso di organizzare una sontuosa festa: ormai credevano che il pericolo fosse scampato.

Ma la fata cattiva non poteva permettere che la sua maledizione fallisse. E così, una sera si intrufolò nel castello senza farsi vedere, e fece un piccolo sortilegio che impedì ad Aurora di dormire, rendendola nervosa.
La principessa non riuscendo a chiudere occhio, decise di fare una passeggiata nel castello per provare a rilassarsi. Ma, dal fondo di un corridoio, vide una strana luce azzurrognola filtrare da una porta.

Curiosa, si avvicinò per vedere meglio. Entrò nella stanza e si ritrovò davanti una vecchietta che filava la lana usando un misterioso attrezzo: un fuso. Aurora non ne aveva mai visti, e chiese: – Che cos’è? A cosa serve?
– Toccalo e ti spiegherò tutto – rispose la vecchietta, che era la fata cattiva travestita.
Aurora allungò la mano, toccò il fuso, si punse e… cadde svenuta.

Una risata malefica si levò dalla stanza e svegliò tutti. Il re e la regina accorsero e trovarono solo la loro ragazza svenuta.
Disperati, la portarono nel salone delle feste e chiamarono le fate per chiedere loro di fare qualcosa, ma quelle non potevano più nulla: bisognava solo aspettare che un principe passasse di lì e baciasse la principessa.

La fata che aveva addolcito la maledizione, provava molta pena nel vedere il dolore di quei genitori. Decise, quindi, di fare un incantesimo su tutto il castello: tutti avrebbero dormito fino a quando Aurora non si fosse svegliata.

E così fu, per cento anni. Nel castello tutto si fermò, e il bosco prese il suo posto: gli alberi crescevano dappertutto e tanti animaletti avevano fatto lì la loro tana.

Un giorno un giovane principe, durante una battuta di caccia, passò proprio vicino a quel castello che sembrava ormai in rovina. Incuriosito decise di avventurarsi per scoprire cosa nascondeva al suo interno.
– Magari sono le rovine di cui parla la leggenda… – si disse. Aveva infatti sentito parlare di una principessa bellissima che giaceva addormentata in un bosco, ma pensava fosse solo un racconto di fantasia.

Iniziò ad esplorare sale e corridoi ormai invasi dagli alberi, finché si ritrovò nel salone delle feste e… non credette ai suoi occhi. Distesi a terra giacevano servitori, dame e cavalieri, tutti profondamente addormentati. Riconobbe il re e la regina dalle loro corone e, in mezzo a loro, vide Aurora. Era bellissima, ancora di più di quanto non narrasse la leggenda.
Si avvicinò e pensò: “E’ così bella che non posso resistere: le darò un bacio”, e così fece.

Il principe sobbalzò nell’accorgersi che, dopo il suo bacio, Aurora iniziò a muovere la bocca per poi sbadigliare e aprire gli occhi.
Anche il re e la regina e tutte le persone distese a terra iniziarono a svegliarsi e ad alzarsi. Piano piano anche le rovine del castello si ricomponevano e gli alberi sparivano, mostrando tutto il loro splendore originario.

Il principe era frastornato dall’accaduto, non riusciva a capire cosa stava succedendo finché il re non gli prese le mani e gli disse:
– Grazie cavaliere, hai salvato mia figlia Aurora da un terribile sortilegio che la teneva addormentata da anni. Qualunque cosa tu desideri, la riceverai come dono in cambio di ciò che hai fatto.
Il principe guardò Aurora, già innamorato e disse: – Sono felice di avervi salvato e vorrei tanto poter sposare la principessa Aurora.

Il Re guardò Aurora, che, visti i buoni propositi del principe acconsentì, felice. Le nozze vennero organizzate immediatamente e fu una festa memorabile.

E vissero tutti felici e contenti.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Il vento e il sole 💨☀

Il vento sfida il sole a chi dei due è il più forte, chi vincerà?

La favola di Esopo de il vento e il sole ci insegna una cosa molto semplice:
Non sempre con la forza si ottiene quello che si vuole…

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Il vento e il sole 💨☀


C’erano una volta il Vento e il Sole che iniziarono a litigare su chi dei due fosse il più forte.
– Il più forte sono io, che con il mio soffio spazzo via le chiome degli alberi! – esclamava il Vento
– No! Il più forte sono io che coi miei raggi brucio le sabbie del deserto! – rispondeva il Sole

Decisero allora di fare una gara per stabilire chi fosse realmente il più forte dei due.
– Facciamo così mio caro Sole, vediamo chi per primo riesce a togliere i vestiti a quel viandante – disse il Vento.
– Ci sto! – rispose il Sole.

Il vento allora prese a soffiare impetuosamente contro un povero viandante che passava vicino a loro. Ma l’uomo si strinse più forte nelle sue vesti.

Il Vento allora soffiò ancora più forte e più freddo, ma il viandante tirò fuori dalla sua bisaccia un mantello e si coprì ulteriormente.
Prova e riprova per il Vento non ci fu nulla da fare…

– Ora, se permetti, vorrei provare io… – disse il Sole mentre il Vento gli cedeva di malavoglia il posto.
Il Sole iniziò a splendere timidamente, il viandante sentendo i tiepidi raggi del sole risplendere sul suo viso si tolse la mantella e la ripose nella bisaccia.

Il Sole sorrise e piano piano aumentò l’intensità dei suoi dolci raggi. Il viandante dapprima si allargò il collo della giacca, poi tolse anche quella iniziando a sudare.
Il Vento che si vedeva ormai sconfitto, non era per nulla contento.

Il Sole continuò a scaldare il viandante finché questo non si tolse tutti i vestiti, e non appena scorse un fiume lì vicino vi si buttò dentro per rinfrescarsi.

Il Sole fece un largo sorriso nei confronti del Vento, che indispettito per aver perso la scommessa, se ne andò via senza farsi più vedere per mesi e mesi.

Morale: è più efficace convincere le persone con la persuasione e la dolcezza che con la forza.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Pollicino 👦⚪⚪⚪ favola della buonanotte breve 🤏

Pollicino è tanto piccolo quanto furbo, e riuscirà a salvarsi dall’orco cattivo insieme a tutti i suoi fratelli!

Pollicino è una famosa fiaba di Charles Perrault, questa è la nostra versione breve e semplificata del racconto, adatta anche ai più piccoli!

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Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare di Pollicino

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🌟 Favola completa 💗

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Pollicino 👦⚪⚪⚪ fiaba della buona notte breve 🤏


Pollicino era l’ultimo di sette fratelli. La sua famiglia era poverissima e, una sera, sentì che il padre voleva abbandonare i bambini nel bosco perchè non avevano abbastanza cibo per tutti.

Allora corse al ruscello e raccolse tanti sassolini, poi tornò a letto.

Il mattino seguente i genitori portarono i bambini nel bosco, ma Pollicino, senza farsi vedere, lasciava cadere i sassolini, segnando la strada di casa.

Dopo un po’, il boscaiolo disse ai bambini di fermarsi e di aspettare i genitori.
Ma, quando arrivò la sera, i genitori ancora non erano tornati e i bambini avevano molta paura.
Ma Pollicino, seguendo la scia dei sassolini, riportò tutti a casa.

Quella sera però sentì che il padre li avrebbe abbandonati di nuovo, e decise di raccogliere altri sassolini. Purtroppo la porta di casa era chiusa e al posto dei sassolini prese un pezzetto di pane per farne briciole da lasciare sul sentiero.

Il mattino seguente i genitori portarono i bambini ancora più lontano nel bosco, e li abbandonarono di nuovo.
Pollicino, però, non riuscì a riportarli a casa perché gli uccellini avevano mangiato tutte le briciole lasciate sul sentiero!

I bambini erano disperati, ma Pollicino, arrampicatosi su un albero vide una casa.
– Andiamo a chiedere ospitalità! – esclamò.

Lì incontrarono un’orchessa, che non voleva accoglierli perché suo marito l’orco era ghiotto di bambini.
Ma alla fine, impietosita, li sfamò e li nascose.

Quando l’orco arrivò, annusando l’aria e sentendo odore di bambini, aprì subito il ripostiglio e trovò i fratellini dicendo di volerli mangiare.

Ma l’orchessa disse:
– Li cucinerò domani! – servì la cena all’orco e accompagnò i bambini a dormire.
Nella camera c’erano due letti, uno era per le sette figlie degli orchi, ognuna con in testa una coroncina, nell’altro avrebbero dormito i sette fratelli.

Non appena l’orchessa se ne andò, Pollicino scambiò i berretti con le coroncine delle orchette.

Poco dopo la porta della stanza si aprì: era l’orco, venuto a prenderli!

L’orco tastò le testoline dei fratelli ma, sentendo le coroncine, li lasciò lì e gettò in un sacco le sue figlie. Poi uscì.

– Scappiamo! – disse Pollicino e i bimbi fuggirono.

Quando l’orco si accorse di aver sbagliato, infilò gli stivali delle sette leghe e partì all’inseguimento dei bambini.

Con quegli stivali poteva fare passi lunghissimi e stava raggiungendo Pollicino e i suoi fratelli. Però era anche molto stanco, si fermò per riposare un attimo ma si addormentò.

Pollicino indossò gli stivali e tornò dall’orchessa.
– l’orco è stato rapito dai banditi! – gridò – se non riceveranno oro, lo uccideranno!
L’orchessa consegnò tutto quello che aveva a Pollicino, che tornò dai fratelli e li riportò a casa.

Quando la madre li vide, li abbracciò tutti.
I bambini mostrarono l’oro e Pollicino divenne messaggero del re, grazie agli stivali delle sette leghe.

Da quel momento la loro famiglia visse per sempre felice e contenta.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Jack e il fagiolo magico 🌱 favola della buonanotte breve 🤏

Jack ha trovato un fagiolo magico, ma ancora non sa quali avventure gli toccherà affrontare!

Jack e il fagiolo magico è un racconto popolare di origine inglese, questa è la nostra versione breve e semplificata del racconto, adatta anche ai più piccoli!

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🔊 Audiofiaba 😴

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Jack e il fagiolo magico 🌱 fiaba della buona notte breve 🤏


C’erano una volta una vedova e suo figlio Jack. Erano poveri, perciò la donna decise di vendere la loro mucca.
Mandò Jack al mercato, ma lui scambiò la mucca con dei fagioli: gli avevano detto che erano magici, e se li avesse piantati quella sera, il giorno dopo la pianta sarebbe cresciuta fino al cielo.

La madre, arrabbiata, gettò i fagioli in giardino, all’alba, però, uno era cresciuto fin sopra le nuvole!

Subito Jack scalò la pianta. Giunto in cima, trovò un castello.

Bussò e una spaventosa Gigantessa gli aprì.

Jack cercò di scappare, ma lei lo acciuffò e lo trascinò nel castello, felice di aver trovato un servo.

– Però, quando mio marito il Gigante rincasa, ti nasconderò, o ti mangerà… –

– Farò tutto quello che volete – disse Jack spaventato – ma non fatemi mangiare…

La gigantessa annuì – ora devo nasconderti, sta arrivando – e lo rinchiuse in un grande armadio.

Poco dopo un vocione tuonò:
– Sento profumo di giovanotto! Lo voglio a colazione!

– Ma no – rispose la gigantessa – È la bistecca di elefante… siediti e mangia – e gli mise davanti un piatto enorme che gli fece dimenticare il giovanotto.

Jack osservava tutto dalla serratura dell’armadio.

Dopo colazione, il Gigante si fece portare la sua gallina, che depose un uovo d’oro. Poi si addormentò.

Allora Jack, incredulo, sgattaiolò fuori dall’armadio, prese la gallina e fuggì, portandola a casa.

Dopo qualche giorno, Jack si travestì, risalì il tronco del fagiolo e bussò alla porta del castello. La Gigantessa non lo riconobbe e lo trascinò dentro come la prima volta. Quando arrivò il marito, lo nascose nell’armadio.

Il Gigante tuonò:
– Sento profumo di giovanotto, lo voglio per pranzo!

– Ma no – rispose la gigantessa – È l’arrosto… siediti e mangia – e gli mise davanti un piatto enorme, che gli fece dimenticare il giovanotto.

Poi il Gigante si fece portare i suoi sacchi di denaro, contò le monete e si addormentò.

Jack allora sgusciò fuori dall’armadio, prese i sacchi di denaro e tornò a casa.

Qualche giorno dopo, Jack si arrampicò di nuovo, entrò nel castello di nascosto e si infilò nell’armadio.

Poco dopo il Gigante ruggì:
– Sento profumo di giovanotto, lo voglio a cena!

– Ma no – rispose la gigantessa – È il porcellino grigliato… siediti e mangia – e gli mise davanti un piatto enorme, che gli fece dimenticare il giovanotto.

Poi il Gigante si fece portare l’arpa magica fatta d’oro e diamanti e, mentre l’arpa suonava, si addormentò.

Jack sgattaiolò fuori dall’armadio, afferrò l’arpa e scappò.
Ma l’arpa gridò:
– Aiuto! Aiuto!

Il Gigante si svegliò e, infuriato, inseguì Jack. Stava per prenderlo, ma Jack riuscì a scendere dal fagiolo magico, prese l’ascia e tagliò il tronco. La pianta, come per magia, svanì e con lei sparirono il Gigante, la Gigantessa e il castello.

Jack e sua madre non credevano ai loro occhi.
Si erano liberati del Gigante e, grazie ai tesori, potevano vivere felici e contenti.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Il principe ranocchio 🐸 favola della buonanotte breve 🤏

Il principe ranocchio ha aiutato la principessina, ma lei non lo ringrazia nemmeno…

Riuscirà il principe ranocchio ad avere un bacio dalla principessina? Questa è la nostra versione breve e semplificata del racconto, adatta anche ai più piccoli!

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Il principe ranocchio 🐸 fiaba della buona notte breve 🤏


C’era una volta una principessina che amava giocare con la sua palla vicino alla pozza d’acqua in giardino, e si divertiva a lanciarla e riprenderla.

Un giorno però la palla cadde nell’acqua e la principessina cominciò a piangere disperata perché non riusciva a recuperarla.

– Se vuoi posso recuperare la palla. Tu in cambio cosa mi dai?
– Hai parlato tu? – chiese la principessina guardando un grosso ranocchio spuntato dallo stagno. Il ranocchio annuì.

– Ti do tutto quello che vuoi!
– Voglio essere tuo amico, mangiare, dormire e stare con te.
– Va bene! – esclamò la principessina, che però pensava “ma cosa dice? Starà scherzando!”

Il ranocchio recuperò la palla dandola alla principessina, che però corse via, senza aspettarlo.

Il giorno dopo si sentì battere forte al portone del castello del re e una voce disse:
– Principessina, sono il ranocchio, devi mantenere la promessa!

Il re chiese di cosa si trattasse e la principessina raccontò tutta la storia. Alla fine il re disse:
– Le promesse vanno mantenute, fate entrare il ranocchio!

Così il ranocchio sedette a tavola vicino alla principessina, e mangiò con appetito dal piatto della bambina.
Poi disse di voler dormire nella stanzetta della principessina.

Lei pregò il re di non acconsentire, ma il re la riprese:
– Non si deve disprezzare chi ti ha aiutato nel momento del bisogno!

Arrivati nella stanza il ranocchio disse:
– Dormirò con te. Se non lo farai, lo dirò a tuo padre.

La principessina, arrabbiatissima, lo scagliò con forza contro la parete.

Il ranocchio cadde privo di sensi e lei, in preda ai sensi di colpa, lo prese in braccio e lo strinse forte a sé.
– Oh no ranocchio, scusami… se potessi fare qualcosa per salvarti…

Con un filo di voce, il ranocchio sussurrò:
– … un bacio… solo un bacio… –

Anche se controvoglia, la principessina chiuse gli occhi e gli diede un bacio. Ma quando li riaprì, trovò davanti a sè un bel ragazzo.

– E tu chi sei?! – esclamò stupita.
– Sono il ranocchio, ma il mio vero nome è principe Enrico! Ero vittima di un incantesimo di una strega che solo il bacio di una principessa avrebbe potuto spezzare… grazie!

I due ragazzi divennero amici, poi si innamorarono e infine si sposarono, proprio di fronte alla pozza d’acqua dove si erano conosciuti.

E vissero tutti felici e contenti.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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I tre porcellini 🐷🐷🐷 favola della buonanotte breve 🤏

Per salvarsi dal lupo cattivo non bisogna essere pigri, ma bisogna impegnarsi e rimboccarsi le maniche!

I 3 porcellini è una fiaba classica che insegna a stare attenti al lupo cattivo e a fare le cose per bene e senza fretta, questa è la nostra versione breve e semplificata del racconto, adatta anche ai più piccoli!

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I tre porcellini 🐷🐷🐷 fiaba della buona notte breve 🤏


C’erano una volta tre porcellini, Timmy, Tommy e Gimmy che abitavano con la mamma.
Un giorno la mamma disse – ormai siete grandi, è ora che ciascuno costruisca la propria casetta!
I porcellini, a malincuore, prepararono i bagagli e partirono.

Timmy prese il suo flauto.
Tommy raccolse il suo violino.
Gimmy invece prese la sua cassetta degli attrezzi.
Salutarono la mamma e si incamminarono allegri.
– Fate attenzione al lupo cattivo! – si raccomandò la mamma mentre li salutava.

E infatti, nascosto sulla collina, qualcuno stava osservando la scena… era il Lupo Cattivo!

Dopo aver camminato un po’, Gimmy disse:
– Io mi fermerò qui per costruire la mia casetta di mattoni.

Poco dopo anche Tommy decise di fermarsi:
– io costruirò la mia casetta qui, con questo legno!
E iniziò a inchiodare le assi di legno alla bell’è meglio, finito il lavoro prese il violino e cominciò a suonare.

Timmy proseguì, finché non trovò dei gran covoni di paglia con cui in fretta e furia costruì la sua casetta e uscì subito a suonare il flauto.

Gimmy invece lavorò a lungo, ma alla fine costruì una robusta casetta di mattoni. Ci fece persino un camino, per non avere freddo d’inverno.
Solo allora si prese il meritato riposo.

Il giorno seguente, il Lupo Cattivo si presentò alla casetta di paglia di Timmy e disse:
– Mi fai entrare, porcellino?
Ma Timmy, ricordando le parole della mamma, rispose:
– Fossi matto! Tu sei il Lupo Cattivo! – e chiuse la finestra.

Ma il Lupo, preso un gran respiro, soffiò così forte che la casetta di paglia volò via e Timmy scappò veloce da Tommy che lo accolse nella sua casetta di legno.

Ma poco dopo il Lupo bussò anche lì:
– Mi fai entrare, porcellino?

I due gridarono:
– Fossimo matti! Tu sei il Lupo Cattivo!
Ma il Lupo, preso un gran respiro, soffiò così forte che la casetta di legno volò via e Timmy e Tommy fuggirono veloci da Gimmy che li accolse
nella sua solida casa di mattoni.

Poco dopo arrivò il Lupo Cattivo.
– Mi fai entrare, porcellino?
– No! – risposero i tre in coro.
Ma il Lupo, preso un gran respiro, soffiò così forte che… non successe nulla.
La casetta di mattoni era ancora lì.

Il lupo provò e riprovò, ma niente.
Il Lupo allora provò a entrare dal camino, ma Gimmy aveva messo un pentolone d’acqua a bollire sul fuoco e il Lupo scendendo giù ci cadde dentro!

Il Lupo scappò via urlando dal dolore e nessuno lo vide mai più. Anche Timmy e Tommy costruirono una casa di mattoni e tutti e tre suonavano e ballavano insieme:

“Siam tre piccoli porcellini
siamo tre fratellini.
Mai nessuno ci dividerà
tra-lalla-la-là”

⚜ Fine della fiaba ⚜

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I musicanti di Brema 🐎🐕🐈🐓 favola della buonanotte breve 🤏

I musicanti di Brema voglio entrare a far parte della banda cittadina, ma sul loro cammino incontreranno una banda di briganti!

Un asino, un cane, un gatto ed un gallo vogliono andare fino a Brema a far parte della banda cittadina, questa è la nostra versione breve e semplificata del racconto, adatta anche ai più piccoli!

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I musicanti di Brema 🐎🐕🐈🐓 fiaba della buona notte breve 🤏


C’era una volta un asino troppo vecchio per lavorare.

Siccome il padrone voleva liberarsi di lui, decise di scappare e andare a Brema in cerca di fortuna: avrebbe suonato nella banda cittadina.

Lungo la strada incontrò un cane.

Il cane era troppo vecchio per andare a caccia, e il padrone voleva liberarsene.

– Vieni con me a Brema, entreremo nella banda! – disse l’asino.
E il cane lo seguì.

Lungo la strada i due incontrarono un gatto

Il gatto era molto vecchio, e quel giorno aveva pure graffiato il sofà di casa. La sua padrona voleva liberarsene.
– Vieni con noi a Brema, entreremo nella banda! – disse l’asino.
E il gatto li seguì.

Poco dopo incontrarono un gallo.
Siccome era vecchio, la padrona voleva cucinarlo.

– Vieni con noi a Brema, entreremo nella banda! – disse l’asino.
E il gallo li seguì.

Ma Brema era lontana, si avvicinava la sera e i nostri amici erano stanchi e affamati.

L’asino notò una casetta nel bosco e decisero di andare a vedere.

Sbirciando da una finestra videro una banda di briganti, seduti ad una tavola riccamente imbandita.
I quattro volevano mangiare e prepararono un piano per cacciare via i briganti.

Sulla groppa dell’asino salì il cane, sulla groppa del cane salì il gatto e sulla groppa del gatto salì il gallo.

Iniziarono a fare un gran baccano: l’asino ragliava, il cane abbaiava, il gatto miagolava e il gallo cantava a squarciagola.

Poi, con un balzo, entrarono in casa.

I briganti, terrorizzati, scapparono nel bosco.

I nostri amici mangiarono a sazietà e poi andarono a dormire, sistemandosi in giro per la casa.

I briganti, però, volevano riprendersi il bottino e mandarono uno di loro a controllare la situazione.

Ma una volta dentro il brigante venne graffiato dal gatto, morso dal cane e prese un calcio dall’asino mentre il gallo gridava “chicchirichi!!

Allora fuggì e raccontò ai compari di aver incontrato una strega, un assassino, un mostro e un giudice! I briganti decisero quindi di andarsene per sempre.

Alla fine i quattro amici non andarono più a Brema ma decisero di vivere in quella casa per il resto dei loro giorni, felici e contenti.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Hänsel e Gretel 👦👧🏡 favola della buonanotte breve 🤏

Hänsel e Gretel, con l’astuzia e un pizzico di furbizia, vincono anche contro la strega cattiva!

La fiaba di Hänsel e Gretel è la fiaba della “Casetta di Marzapane”, questa è la nostra versione breve e semplificata del racconto, adatta anche ai più piccoli!

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Hänsel e Gretel 👦👧🏡 fiaba della buona notte breve 🤏


C’era una volta, in una foresta, una casetta dove vivevano due fratellini, Hänsel e Gretel.
Il papà era un povero taglialegna e i bimbi un giorno lo accompagnarono nel bosco per aiutarlo col suo lavoro.

Mentre ammucchiavano dei rami, Hänsel gridò:
– Guardate, una lepre! Rincorriamola!
I bambini la inseguirono ma si allontanarono troppo e si persero nel bosco.

I due si ritrovarono su un sentiero pensando fosse quello di casa e accelerarono il passo perché ormai si era fatta sera.
Ma non era la strada giusta e giunsero ad uno slargo con al centro una buffa casetta azzurra, dal tetto rosa e la porta e le finestre cicciotte come salsicce.
Hänsel e Gretel si avvicinarono e videro che la casa era fatta di goloso marzapane!

Affamati, iniziarono a mangiare pezzetti di casa, ma ad un certo punto la porta di cioccolato si aprì e una vecchietta evidentemente miope chiese con voce forte e minacciosa chi fossero.
– Siamo due bambini – risposero – ci siamo persi nella foresta e spinti dalla fame abbiamo dato qualche morso alla sua casa… ci perdoni… –

La vecchietta cambiò espressione, e la voce si addolcì – Oh poverini! Entrate, non vorrete passare la notte lì fuori! – e i bambini, grati, entrarono.
La casa era piccola ma accogliente e piena di oggetti preziosi. I bimbi cenarono e la vecchietta li accompagnò in una stanzetta con due lettini dove Hänsel e Gretel si addormentarono.

Ma al mattino seguente ebbero un’amara sorpresa: Hänsel si svegliò rinchiuso in una grossa gabbia e Gretel era costretta a fare da serva alla vecchietta.
– Dai da mangiare a tuo fratello che deve ingrassare, così potrò farne un gustoso arrosto! – disse malignamente la vecchia a Gretel uscendo dalla stanza.
– La vecchietta è una strega cattiva… – mormorò in lacrime Gretel passando del pollo ad Hänsel.
– Non piangere Gretel, ce la caveremo – rispose Hänsel. Poi osservò il pollo e gli venne un’idea…

La vecchia strega miope ogni sera ordinava ad Hänsel di porgerle il dito per tastarlo e sentire se fosse ingrassato abbastanza per cucinarlo.
Ma Hänsel, invece del dito, le porgeva un osso di pollo. La strega tastava l’osso e pensava che il bambino fosse ancora troppo magro.

Continuò così quasi per un mese, finchè la strega si infuriò:
– Non è possibile che non ingrassi mai! Sono stufa, ti mangerò lo stesso! – urlò.

Accese il forno e quando lo aprì infilandoci la testa per controllare se fosse caldo, Gretel le diede uno spintone facendola cadere dentro, poi chiuse lo sportello e liberò Hänsel.

I due raccolsero tutto il cibo e gli oggetti preziosi che poterono e, scappando nella foresta, finalmente ritrovarono il sentiero che portava a casa, dove c’erano la mamma e il papà che li stavano aspettando a braccia aperte.

E grazie a tutto l’oro e l’argento che avevano sottratto alla strega cattiva, non soffrirono mai più la fame.

E vissero tutti felici e contenti.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Riccioli d’oro e i tre orsi 👱‍♀️🐻🐻🐻 favola della buonanotte breve 🤏

Riccioli d’oro è una bimba un po’ monella e combinerà un sacco di guai nella casa dei tre orsi…

La fiaba di Riccioli d’oro e i tre orsi è molto divertente, questa è la nostra versione breve e semplificata del racconto, adatta anche ai più piccoli!

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Riccioli d’oro e i tre orsi 👱‍♀️🐻🐻🐻 fiaba della buona notte breve 🤏


C’erano una volta papà orso, mamma orsa e il piccolo orsetto che vivevano in una casetta.

Un giorno mamma orsa preparò la zuppa, e mentre aspettavano che si raffreddasse, uscirono a fare una passeggiata, dimenticando la porta aperta.

Poco dopo, arrivò una bambina di nome Riccioli d’Oro, per via dei capelli ricci e dorati.
Riccioli d’Oro bussò, ma non ebbe risposta.
Vedendo la porta aperta, entrò a curiosare.
Sentì il profumo di zuppa, e la assaggiò.

La zuppa nella scodella più grande era troppo bollente, quella nella scodella media invece era troppo fredda.
Quindi mangiò tutta la zuppa nella scodella piccola, perché era perfetta.

Poi Riccioli d’Oro decise di riposarsi un po’.
La poltrona più grande era troppo alta, quella media troppo scomoda.
La poltroncina piccolina, invece, era comodissima, e Riccioli d’Oro si dondolò finché… la ruppe!

Riccioli d’Oro decise di andare nella camera da letto degli orsi.

Il letto più grande era troppo alto, quello medio era troppo largo!
Il lettino piccolino, invece, era perfetto, e lei si addormentò.

I tre orsi tornarono a casa.
Entrati, papà orso esclamò:
‒ Chi ha assaggiato la mia zuppa?!
Mamma orsa esclamò:
‒ Chi ha assaggiato la mia zuppa?!
Il piccolo orsetto singhiozzò:
‒ Chi ha mangiato tutta la mia zuppa…?!

Papà orso vide le poltrone in disordine, e disse:
‒ Chi si è seduto sulla mia poltrona?!
Mamma orsa disse:
‒ Chi si è seduto sulla mia poltrona?!
Il povero orsetto invece pianse:
‒ Chi ha rotto la mia poltroncina…?!

I tre orsi andarono in camera da letto.
Papà orso, vedendo i letti sottosopra, esclamò:
‒ Chi ha dormito nel mio letto?!
Mamma orsa disse:
‒ Chi ha dormito nel mio letto?!
Il piccolo orsetto ringhiò:
‒ Chi sta dormendo nel mio lettino!!?

I tre orsi, guardando la bimba, gridarono:
‒ E tu chi sei?!
Riccioli d’Oro si svegliò di soprassalto, vide i tre orsi e corse via terrorizzata senza farsi mai più rivedere.

I tre orsi rimasero senza parole, poi però papà orso aggiustò la poltroncina, la mamma diede un po’ di zuppa al piccolo orsetto e finalmente mangiarono tutti la zuppa felici e contenti!

⚜ Fine della fiaba ⚜

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La guardiana delle oche 🦆

La principessa Caterina è vittima di un brutto raggiro, ma la buona sorte sarà comunque dalla sua parte.

Questa fiaba ispirata dai fratelli Grimm ci accompagnerà nell’avventura di Caterina, principessa derubata del suo ruolo da una perfida e ingrata domestica.

Ma con un pizzico di fortuna e di buon senso, verrà aiutata a smascherare l’imbrogliona che aveva persino preso il suo posto a fianco del principe suo promesso sposo.

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La guardiana delle oche 🦆


C’era una volta una vecchia Regina rimasta vedova. Aveva però una bella figlia, Caterina, che aveva ormai raggiunto l’età per sposarsi. Fu quindi combinato il matrimonio con un principe di un paese lontano.

L’anziana Regina preparò un ricchissimo corredo nuziale per la figlia e, per accompagnarla nel lungo viaggio, la affidò ad una delle sue più fidate domestiche.

Ad entrambe diede un cavallo, ma quello della Principessa era speciale, si chiamava Falada e sapeva parlare.
Prima di salutarle la Regina prese un fazzoletto bianco, con un coltello si ferì il dito e vi versò sopra delle gocce di sangue, poi lo diede a Caterina.
– Tieni figlia mia – le disse – ne avrai bisogno lungo il viaggio – e la salutò.

La Principessa e la domestica si misero quindi in cammino. Dopo circa un’ora di viaggio a Caterina venne sete.
– Avrei sete, potresti andare al ruscello qui vicino e prendermi dell’acqua? – chiese alla domestica.
– Se avete sete, scendete da cavallo e andate voi stessa a prendervi l’acqua! – rispose stizzita la domestica.

Sorpresa dalla risposta e dal tono, la Principessa, che aveva veramente sete, scese da cavallo e si recò al ruscello per bere.
“Se lo sapesse tua madre, il suo cuore si spezzerebbe dal dolore!”, mormorarono le gocce di sangue custodite nel fazzoletto. Caterina, che era di buon cuore ignorò la voce, risalì a cavallo e ripartì con la domestica.

Il viaggio era molto lungo e la giornata era veramente calda. Dopo un po’ a Caterina venne nuovamente sete e poco lontano si intravedeva un fiume.
– Avrei sete, potresti andare al fiume qui vicino e prendermi dell’acqua? – chiese alla domestica.
– Se avete sete, andate voi stessa a prendervi l’acqua, io da serva non vi faccio più! – rispose ancora più stizzita la domestica.

Caterina, con le lacrime agli occhi per il trattamento ricevuto, si incamminò al fiume e bevve.
“Se lo sapesse tua madre, il suo cuore si spezzerebbe dal dolore!”, mormorarono nuovamente le gocce di sangue custodite nel fazzoletto.
La Principessa allora prese tra le mani il fazzoletto per trovare conforto, ma una folata di vento glielo fece cadere tra le correnti del fiume, e il fazzoletto sparì.

La domestica, che era poco distante, vide la scena e se ne rallegrò “ora la Principessa è in mio pieno potere, non c’è più nulla che la protegga!” pensò malignamente.
Quando Caterina tornò indietro trovò la domestica in groppa al suo Falada.
– Ora il tuo cavallo lo prendo io, e dammi i tuoi vestiti, che all’altare col principe ci andrò io. Se dirai a qualcuno dello scambio e non farai come ti dico, ti ucciderò! – e le mostrò un pugnale che teneva nascosto sotto la giubba.

Caterina, temendo per la sua vita, accettò, ma Falada osservò tutto in silenzio. Le due si scambiarono i vestiti e proseguirono il viaggio.

Arrivarono quindi al castello dove il principe accolse la domestica come se fosse la sua promessa sposa. Mentre Caterina, per decisione del vecchio Re, fu messa a fare la guardiana delle oche insieme ad un ragazzetto di nome Corradino.

La falsa principessa, per paura che Falada rivelasse a tutti cosa aveva fatto a Caterina, ordinò di portare il cavallo al macello: – durante il viaggio si è comportato molto male – disse.

Caterina lo venne a sapere e promise al macellaio alcune monete d’oro se avesse salvato il suo Falada. Lo avrebbe dovuto poi nascondere in una cascina lungo la strada che lei percorreva al mattino e alla sera per far passeggiare le sue oche. Il Macellaio, non vedendoci nulla di male, fece come lei chiedeva.

Il mattino seguente Caterina e le sue oche passarono davanti alla cascina, lei si avvicinò a Falada e lo salutò, ricambiata dal cavallo che sottovoce le disse:
– Se sapesse tua madre la Regina cosa ti è accaduto, il suo cuore si spezzerebbe dal dolore!
Ma Caterina continuò silenziosamente il suo lavoro di guardiana, insieme a Corradino.

Arrivata al prato vicino allo stagno, Caterina sciolse dal nastro i suoi capelli d’oro. Corradino ogni giorno la guardava incantato, i capelli di Caterina gli piacevano molto e avrebbe tanto voluto aiutarla a pettinarli e a rifare il nodo col nastro. Stava per avvicinarsi quando Caterina, che si era accorta delle attenzioni del giovane, pronunciò delle parole magiche:

Soffia forte venticello
porta lontano il suo cappello
così che a lungo lui debba cercare
e io da sola possa restare.

E all’improvviso ci fu una folata di vento che strappò dalla testa di Corradino il suo cappello, e lui si mise a rincorrerlo per i campi.
Quando Corradino tornò, Caterina si era già pettinata e aveva rifatto il nodo ai capelli. Il ragazzo ci rimase molto male.

Il giorno seguente, passarono ancora per la cascina, Caterina salutò Falada, che sottovoce diceva: “Se sapesse tua madre la Regina cosa ti è accaduto, il suo cuore si spezzerebbe dal dolore!”. Intanto, Corradino la seguiva in silenzio aspettando il momento in cui sul prato lei si sarebbe sciolta i capelli.

Ma Caterina pronunciò ancora le magiche parole:

Soffia forte venticello
porta lontano il suo cappello
così che a lungo lui debba cercare
e io da sola possa restare.

Ci fu una folata di vento che strappò dalla testa di Corradino il suo cappello, e lui si mise a rincorrerlo per i campi.
Quando Corradino tornò, Caterina si era già pettinata e aveva rifatto il nodo ai capelli. Il ragazzo ci rimase molto male.

E fu così anche il giorno successivo. Corradino, infuriato per via del comportamento di Caterina, andò dal vecchio Re e gli disse che non voleva più custodire le oche insieme a quella ragazza.

Meravigliato, il Re chiese come mai, e Corradino gli raccontò tutto:
– Ogni volta che passiamo per la vecchia cascina lei saluta un cavallo, che le risponde sempre “Se sapesse tua madre la Regina cosa ti è accaduto, il suo cuore si spezzerebbe dal dolore!”, poi arrivati al prato vicino allo stagno si scioglie i capelli d’oro e arriva sempre una folata di vento che mi fa volare via il cappello, così io devo passare la mattinata a rincorrerlo! Non ne posso più!

Il Re, molto incuriosito, chiese al ragazzo di accompagnare Caterina ancora una volta, poi avrebbe provveduto a sistemare le cose.

Il giorno dopo il Re, volendo capire cosa stesse succedendo, si nascose in un angolo riparato della vecchia cascina e aspettò che arrivassero i due ragazzi. Vide Caterina che salutava Falada, e questo che le rispondeva con le parole “Se sapesse tua madre la Regina cosa ti è accaduto, il suo cuore si spezzerebbe dal dolore!”

Insospettito, il Re li seguì a debita distanza fino al prato, dove Caterina si sciolse i capelli. La vide sussurrare delle parole e subito si alzò un forte vento che fece volare via il cappello di Corradino, costringendolo a rincorrerlo.
Infine vide la ragazza pettinarsi i capelli e riannodare il nastro.
Soddisfatto il Re tornò senza essere visto al castello.

Quella sera Caterina fu convocata dal Re. Quando lei si trovò al suo cospetto, il Re le chiese:
– Ragazza mia, come mai parli ad un cavallo che ti risponde “Se sapesse tua madre la Regina cosa ti è accaduto, il suo cuore si spezzerebbe dal dolore!”, e poi pronunci magiche parole che fanno alzare il vento?
Colta di sorpresa Caterina rispose:
– Non posso dirlo a persona alcuna, ho giurato e se non mantengo la promessa perderò la vita…

Il Re la guardò pensieroso, quando gli balenò per la testa un’idea:
– Non puoi dirlo a me nè a nessun’altra persona, ma penso che un forno per il pane potrà ascoltarti volentieri – e condusse la ragazza in cucina dove la invitò a infilare la testa nel forno spento e confidargli tutta la sua storia.

Caterina non sapeva che il forno aveva anche una seconda apertura, dalla quale il Re stava ascoltando ogni parola. Quindi raccontò tutto, dalla partenza del viaggio a come la sua domestica l’aveva trattata e dell’inganno di cui era stata vittima.

Udite quelle parole il Re convocò subito una dama di corte e ordinò di far vestire Caterina come si conviene ad una principessa. Poi chiamò suo figlio e gli rivelò che era stato ingannato anche lui, la sua promessa sposa era solo una domestica, la vera Principessa era Caterina.

Il giovane Principe, affascinato dalla bellezza di Caterina, fu molto felice di non dover sposare quella falsa principessa di una domestica, che oltretutto era antipatica e sempre piena di incredibili richieste.

La domestica fu quindi smascherata e cacciata dal castello, mentre per Caterina e il suo Principe, si preparò la festa per il banchetto nuziale.

E vissero tutti felici e contenti.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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La piccola guardiana di oche

La piccola guardiana di oche

Il Soldatino di Piombo 💞

Il Soldatino di Piombo si è innamorato della dolce Ballerina ma…

Il perfido diavoletto è molto geloso del rapporto che si sta formando tra due e fa di tutto pur di impedire che il loro sogno d’amore si realizzi, ma dovrà arrendersi al fatto che l’amore trionfa sempre su tutto!

Questo è il nostro adattamento della famosa fiaba “Il soldatino di stagno” di Hans Christian Andersen, in cui lo struggente finale racchiude in sè un bellissimo messaggio di speranza e amore.

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare del Soldatino di Piombo

🔊 Audiofiaba 😴

Nella pagina delle Audiofiabe classiche, puoi ascoltare il Soldatino di Piombo raccontata da Silvia!

Il Soldatino di Piombo 💞


C’erano una volta venticinque soldatini di piombo, tutti uguali. La loro uniforme era rossa e blu, imbracciavano il fucile e guardavano dritto davanti a loro.

Quando fu tolto il coperchio della scatola in cui giacevano, le prime parole che udirono in questo mondo furono:
– Evviva, i soldatini di piombo! – dette da un bambino che batteva le mani.

Tutto felice il bambino cominciò a sistemarli sulla tavola. Ogni soldatino era esattamente uguale all’altro, tutti tranne uno, a cui mancava una gamba; forse era stato fatto per ultimo quando il metallo ormai stava finendo.

Eppure stava fermo su una gamba sola, come gli altri stavano fermi su due, ed è per questo che attirò subito l’attenzione del bambino.

Sul tavolo però c’erano anche altri giocattoli, tra cui un grazioso castello tutto fatto di cartone. Davanti al castello, sempre ritagliati nella carta, c’erano degli alberelli e vicino al portone una Ballerina, che stava con la gamba sollevata così in alto che sembrava anche lei avere una gamba sola.
Ad adornare i suoi capelli di carta c’era una piccola rosellina di metallo dorato.

Una volta fuori dalla scatola il Soldatino di Piombo notò subito la bellissima Ballerina, e se ne innamorò all’istante.
“E’ la donna più bella del mondo!” pensò, “ma è così delicata, e vive in un castello, mentre io possiedo solo una scatola con dentro altri ventiquattro soldati uguali a me… devo comunque conoscerla!”

Si nascose quindi dietro una strana scatoletta di legno tutta intarsiata, che stava anch’essa sul tavolo. Da lì poteva osservare la graziosa Ballerina, che continuava a stare su una gamba sola senza perdere l’equilibrio.

Il Soldatino di Piombo non se ne accorse, ma anche la Ballerina lo guardò di sfuggita, rimanendo colpita dal suo aspetto fiero e dignitoso.

Quando fu notte, e tutte le persone nella casa furono andati a dormire, i giocattoli iniziarono a vivere la loro vita, giocando ballando e combattendo.

I soldatini di piombo fremevano nella loro scatola perché volevano uscire anche loro, ma non riuscivano ad alzare il coperchio, gli schiaccianoci giocavano saltando qua e là, mentre i gessetti correvano su e giù per la lavagna di ardesia.

Gli unici due che non si mossero dai loro posti furono il Soldatino di Piombo e la piccola Ballerina. Lei ferma in punta di piedi, con entrambe le braccia tese, lui fermo su una gamba sola, senza mai distogliere lo sguardo dal suo viso.

Il tempo passò, l’orologio a cucù suonò la mezzanotte e d’improvviso, dalla scatoletta intarsiata poggiata sul tavolo, volò via il coperchio: dal suo interno balzò fuori un piccolo diavoletto che si guardò intorno furtivo e, per primo, vide il Soldatino di Piombo.

– Ciao Soldatino di Piombo! – disse il diavoletto – cosa stai guardando con quella faccia imbambolata? – seguì il suo sguardo e si accorse che guardava la Ballerina.
Ma il Soldatino di Piombo non fece caso al diavoletto e sembrò non sentirlo proprio.

– Ciao Soldatino di Piombo! – ripeté il diavoletto, ma il Soldatino di Piombo ancora rimase immobile e non disse nulla.
– Come osi ignorarmi in questo modo! – disse furioso il diavoletto verso il Soldatino di Piombo – Vedrai domani cosa ti combino, vedrai!
E detto questo se ne ritornò nella sua scatoletta intarsiata.

Quando fu mattina, il bambino giocò un poco col Soldatino di Piombo, poi lo poggiò sul davanzale della finestra. D’un tratto la finestra si spalancò e il Soldatino di Piombo cadde giù sulla strada, infilandosi tra due pietre del selciato e rimanendo così nascosto alla vista.
Una perfida vocina, dentro la scatola di legno intarsiata sul tavolo, ridacchiava felice…

Il bambino scese subito a cercare il Soldatino di Piombo, ma, sebbene gli passò così vicino quasi da calpestarlo, non lo vide.
Presto cominciò a piovere e il bambino tornò dentro casa.

Poco dopo passarono di lì due ragazzini, stavano anche loro correndo a casa per la pioggia e notarono il Soldatino di Piombo.

– Guarda! – gridò uno dei due – un Soldatino di Piombo!
Lo presero, lo guardarono ed ebbero un’idea: visto che, a causa della pioggia, al lato della strada si era formato un rigagnolo d’acqua, decisero di provare a farlo navigare su una barchetta di carta.

Così presero un foglio di giornale e fecero una barchetta, vi misero sopra il Soldatino di Piombo e lo fecero navigare giù per la strada.
La barchetta di carta iniziò a sballottare veloce su e giù in mezzo al ruscello, andava così veloce che il Soldatino di Piombo per la paura tremò. Ma rimase fermo, non mostrò emozione e continuò a guardare dritto davanti a sé, impugnando il fucile, perché lui era un soldato.

Sbandando, la barchetta finì in un canale di scolo dell’acqua, buio e maleodorante.
– Dove mai sarò adesso? – si chiese il Soldatino di Piombo – se almeno fosse qui con me la dolce Ballerina, avrei meno paura, e del buio non m’importerebbe…

La corrente divenne più veloce e forte, la barchetta girò su sé stessa tre, quattro volte, e si riempì d’acqua fino all’orlo: stava per affondare!
Il Soldatino di Piombo era in piedi con l’acqua fino al collo e pensò alla sua bella Ballerina di cui, probabilmente, non avrebbe mai più rivisto il dolce viso.

La barchetta si sfasciò proprio quando il canale di scolo si immetteva nel fiume con una piccola cascatella, e lì il Soldatino di Piombo si inabissò.
Ma proprio in quel momento passò di lì un grosso pesce che pensando di fare un buon pasto, lo inghiottì.

Com’era buio lì dentro, ancora più buio che nel tunnel, ma il tenace Soldatino di Piombo rimase fermo e impettito, con il fucile bene in spalla.

Il pesce nuotò su e giù per il fiume, ma il giorno seguente venne pescato e venduto al mercato. Fu poi portato in una cucina, dove la cuoca lo aprì con un grosso coltello.

La donna, stupita, vi trovò dentro il Soldatino di Piombo, lo prese tra l’indice e il pollice, lo sciacquò e lo portò nella sala da pranzo per farlo vedere al suo bambino.

Lo mise sul tavolo, e… non ci crederete, a volte succedono cose incredibili: il Soldatino di Piombo era nella stessa casa da dove era partito il giorno prima!

Vide lo stesso bambino e gli stessi giocattoli, e c’era ancora lo stesso grande castello con la graziosa Ballerina.
Era ancora lì in piedi su una gamba sola e con l’altra alta in aria.
Lui la guardò e lei ricambiò il suo sguardo; il suo cuore di carta, infranto per averlo perso di vista il giorno precedente, era ora pieno di gioia nel rivederlo.

Dentro la scatola intarsiata invece si sentì un grugnito e delle parole confabulate con rabbia: era il diavoletto, che non poteva sopportare di rivedere ancora il Soldatino di Piombo in quella casa.

– Adesso ti sistemo io… – disse il diavoletto, e pronunciò delle strane e magiche parole.

Improvvisamente e senza nessun motivo il bambino prese il Soldatino di Piombo e lo gettò nella stufa!
Sicuramente era stato il piccolo diavoletto a consigliare quel gesto sconsiderato al bambino…

Il Soldatino di Piombo dentro la stufa sentiva un calore davvero terribile, non sapeva se soffriva di più per il fuoco, o per la perdita della sua dolce Ballerina.
Lui guardò la sua piccola signora, lei guardò lui con le lacrime disegnate sugli occhi.

Il Soldatino di Piombo sentì che si stava sciogliendo, ma rimase saldo e fermo col fucile in spalla.

Il diavoletto voleva vederlo sciogliersi il più rapidamente possibile, così,
con una magia aprì la finestra per far entrare più aria.

Ma con la finestra aperta una folata di vento raggiunse la piccola Ballerina che, essendo fatta di carta iniziò a volare nell’aria, dolce e leggera come solo le ballerine possono fare.

Volò via, verso il suo Soldatino di Piombo fin dentro la stufa, dove divenne un’unica piccola ma scintillante fiamma…
Poco dopo anche il Soldatino di Piombo era ormai sciolto in un piccolo grumo di metallo.

Quando la mattina dopo il papà raccolse le ceneri della stufa, vi trovò dentro una piccola forma di cuore fatta di piombo, con incastonata al centro una minuscola rosa d’oro.

Posò lo strano cuoricino sul tavolo, proprio vicino alla scatoletta di legno intarsiato, dal cui interno una vocina irritata oltre misura non la finiva più di brontolare…

Senza volerlo, il diavoletto, aveva unito per sempre l’amore del fiero Soldatino di Piombo e della dolce Ballerina.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 7 – Nel castello della Regina delle Nevi

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Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare della Regina delle Nevi!

La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 7 – Nel castello della Regina delle Nevi.


Nessuno stava di guardia al cancello d’entrata del castello. Avvicinandosi, Gerda vide che le pareti erano fatte di neve pressata e ghiaccio. Salì i gradini che portavano alla porta d’entrata, che era spalancata, ed entrò.

Un lugubre silenzio aleggiava in tutte le gelide stanze che formavano il castello. Erano più di cento stanze fatte di ghiaccio e neve, tutte illuminate dall’aurora boreale.

Il salone principale sembrava infinito, al suo centro c’era addirittura un lago ghiacciato. Appena oltre il lago svettava l’imponente trono di ghiaccio della Regina delle Nevi, alto decine di metri, vuoto e ricoperto di neve fresca. Sembrava che il palazzo fosse completamente deserto.

Gerda camminava con passo lento ma deciso, al suo passaggio il lago ghiacciato si crepava leggermente, ma non cedeva e solo dopo averlo attraversato tutto, guardando ai piedi del maestoso trono, vide qualcosa rannicchiato alla sua base.
Era Kay, inginocchiato per terra che cercava di ricomporre alcuni pezzi di ghiaccio come se fossero un puzzle, ma non ci riusciva.
Era completamente blu in viso per via del freddo, ma non se ne accorgeva minimamente perché la Regina delle nevi aveva steso su di lui un incantesimo che gli impediva di sentire freddo.

Gerda cominciò a correre più veloce che poteva, quasi cadde, ma continuò finchè non arrivò da lui e lo abbracciò più forte che poteva. Era ghiacciato.

– Kay! Kay! Mio piccolo Kay finalmente ti ho ritrovato! – singhiozzava tra le lacrime Gerda.
Gli occhi di Kay la guardavano vuoti e privi di qualunque emozione.

Gerda lo abbracciò ancora più forte, i loro visi erano così vicini che le sue lacrime si posarono sulle guance di Kay ghiacciando all’istante. Ma una di queste lacrime, come per miracolo, cadde nei suoi occhi.

Gli occhi di Kay ebbero un barlume di vita, quasi sembravano aver riconosciuto Gerda, la guardarono, si inumidirono e finalmente piansero. Piansero così tanto che le sue lacrime riuscirono a portare via la scheggia di vetro che ancora aveva negli occhi.

Per l’emozione Gerda strinse ancora più forte Kay e pianse ancora di più. Un’altra sua lacrima cadde sul suo cuore di ghiaccio e portò via l’altra scheggia di vetro che vi albergava dentro.

Kay poco a poco diventava sempre meno freddo, le sue guance riprendevano colore e cominciava a muoversi finché alla fine, con la poca energia che aveva in corpo, abbracciò Gerda.
Fu in quel momento che la riconobbe.

– Gerda… – disse Kay con un filo di voce.
– Kay… – rispose Gerda sorridendo e accarezzandogli il viso.
– … perdonami, ti ho fatto soffrire… – continuò il ragazzo.
– Non importa, ora siamo di nuovo insieme…

Kay stava ritornando il ragazzo gentile e spensierato che era sempre stato. Iniziò a raccontare a Gerda di come, quando era stato rapito dalla Regina delle Nevi, non riuscisse a ribellarsi a lei nè a contrariarla, anzi gli sembrava che quel gelido e tetro castello dove lo aveva portato fosse il posto più bello del mondo.

Spiegò alla ragazza che la Regina delle Nevi erano ormai giorni che era andata via dal castello, e non sapeva nemmeno lui dove. Forse era andata a cercare divertimento portando il gelo nel cuore di altre persone…

Gerda e Kay si presero per mano e, fianco a fianco, uscirono dal castello. Ai piedi della scalinata d’entrata li stava aspettando la renna, che li fece salire in groppa e li portò dalla donna della Lapponia.

La donna della Lapponia li sfamò e li fece riposare. Il giorno successivo, sempre in groppa alla renna, viaggiarono fino alla donna di Finlandia, che li abbracciò e diede loro tutte le provviste per tornare a casa. Gerda e Kay salutarono lei e la renna e s’incamminarono.

Giunsero nella foresta, dove su un maestoso destriero incontrarono una ragazza: era Paska, la figlia della brigantessa. Aveva deciso di viaggiare il mondo da sola alla ricerca delle avventure che aveva sempre sognato, e li accompagnò ai confini del regno.

Gerda e Kay furono accolti dalla Principessa e dal Principe, che li vestirono riccamente e diedero loro due cavalli per tornare a casa.
Lungo il viaggio di ritorno incontrarono la piccola casetta della Maga dei Fiori, che li abbracciò e li benedisse.

Finalmente, dopo tanto viaggiare, ritornarono nella loro città, nelle loro case.
Gerda e Kay si tenevano mano nella mano.
Lì ritrovarono la nonna e tutto il resto, esattamente come lo avevano lasciato, come se il tempo non fosse passato mai.

Ma invece per loro il tempo era passato, perché quando entrarono dalla porta, scoprirono di essere cresciuti.
Scoprirono di volersi ancora più bene di quando tutta la loro avventura era iniziata, e scoprirono che non potevano più fare a meno l’una dell’altro.

Nel cortile di casa ritrovarono le loro piccole seggioline, e si sedettero tenendosi per mano. Erano diventati adulti, eppure sembravano ancora due bambini, bambini nel cuore,

C’erano le rose sui davanzali delle finestre ed era già estate, una calda e splendida estate.

⚜ Fine della fiaba ⚜

Note alla Regina delle Nevi

La Regina delle Nevi è forse il racconto più lungo e complesso scritto da Hans Christian Andersen.

Racconta la storia di crescita e maturità di due ragazzi, Kay e Gerda, che dovranno affrontare le loro paure più profonde per poter alla fine essere finalmente felici insieme.

Il significato profondo di questa storia lo si intuisce già daslla suddvisione in sette capitoli, che in realtà possono essere letti quasi come storie assolutamente indipendenti tra loro, ma che insieme formano una elaborata storia in cui Gerda dimostrerà di riuscire ad affrontare il mondo contando solo sulle proprie forze, e un pizzico di fortuna (che non guasta mai).
In fondo Gerda ha sempre avuto tutte le capacità di cui aveva bisogno, solo non sapeva ancora di possederle.

Mentre Kay, grazie all’amore di Gerda, solo alla fine si renderà conto di quanto illusorie e pericolose siano state le sue ambizioni.

Questo racconto è stato alla base dell’ispirazione per il famoso film della Disney “Frozen”.

Una precisazione, nel racconto originale di Andersen, Gerda incontra prima la donna di Lapponia e poi la donna di Finlandia, che però è un controsenso in quanto, ipotizzando un viaggio verso nord, si incontra prima la Finlandia e poi la Lapponia (che è una regione della stessa Finlandia).
Per essere il più coerenti possibile con la geografia, abbiamo volutamente scambiato i nomi dei due personaggi.

Speriamo che la nostra versione vi piaccia!

😊

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 6 – La donna di Finlandia e la donna di Lapponia

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 6 – La donna di Finlandia e la donna di Lapponia


La renna, con in groppa Gerda, correva così veloce che sembrava letteralmente volare in mezzo alla foresta. In lontananza si sentivano gli ululati dei lupo, sopra di loro un’aurora boreale di fuoco illuminava la strada.

Si fermarono solo quando giunsero presso una piccola casetta in Finlandia, così piccola che per entrarci bisognava accucciarsi.

Dentro c’era solo una vecchia donna della Finlandia, che stava cucinando del pesce sul fuoco. La donna le accolse e le invitò ad accomodarsi. Dentro la casetta faceva così freddo che Gerda batteva i denti e non riusciva a parlare.

Fu la renna a raccontare tutta la loro storia alla vecchia, che la ascoltò con attenzione.
– Povere creature! – esclamò la vecchietta dopo aver sentito tutta la storia di Gerda e Kay – avete ancora molta strada da fare, dovete arrivare fino in Lapponia, è lì che vive la Regina delle Nevi nel suo castello di ghiaccio, e ogni notte accende il cielo con i suoi magici fuochi azzurri.

La vecchina porse del cibo a Gerda, che mangiò tutto.
– Vi mando da una mia amica, vive in Lapponia e troverete la sua casa proprio lungo il cammino, dovete portarle un messaggio da parte mia!
Detto questo la donna di Finlandia, che non aveva carta su cui scrivere, prese un pesce essiccato sotto sale e vi incise sopra un messaggio, poi lo diede a Gerda – Ora andate!

Gerda e la renna ringraziarono la vecchina e partirono di corsa alla volta della donna di Lapponia.
Trovarono la sua casetta dopo molte ore di viaggio. Bussarono alla porta e, una volta entrate, videro una vecchietta con indosso giusto una vestaglia leggera; dentro la casa faceva effettivamente un caldo infernale.

Gerda si tolse praticamente tutti i vestiti, mentre la renna poverina faceva fatica a stare in piedi per l’eccessivo caldo, tanto che la vecchina le posò un pezzo di ghiaccio sulla fronte.

Gerda diede poi il pesce secco alla donna che lo lesse attentamente fino ad impararlo a memoria. Poi lo gettò nella pentola a cuocere perché il cibo non andava sprecato.

Ascoltò anche lei la storia di Gerda narrata dalla renna, poi diede del cibo alla ragazza e con un cenno della testa indicò alla renna di seguirla in un’altra stanza.

Quando furono sole la renna disse:
– Tu sei una maga vero? Potresti dare una pozione magica a Gerda che le infonda la forza di dodici uomini così che possa sconfiggere la Regina delle Nevi?
– La forza di dodici uomini non le sarebbe di grande aiuto, cara mia… il piccolo Kay vive ormai da molto tempo con la Regina delle Nevi, e pensa di essere nel posto più bello del mondo, ma solo perché nel suo cuore e nei suoi occhi ci sono delle schegge di vetro magiche. Se non togliamo quelle, non sarà mai libero e la Regina delle Nevi lo avrà sempre in suo potere…

La renna ascoltò, poi aggiunse:
– Non puoi darle qualcosa che dia a Gerda del potere su di lei?
– Non posso darle più potere di quanto già ne abbia! Non vedi quanto è grande? Non vedi come tutti quelli che incontra la aiutano, e quanto ha camminato nel mondo con le sue sole gambe? Il potere si trova nel suo cuore innocente. Solo lei può togliere le schegge di vetro dal piccolo Kay, noi non possiamo aiutarla!
Tornarono quindi da Gerda.

– Il giardino della Regina delle Nevi è a pochi chilometri da qui, porta Gerda fino al grande cespuglio di bacche rosse che cresce in mezzo alla neve nel giardino del castello. Poi devi tornare qui più in fretta che puoi! – disse la donna rivolgendosi alla renna.
La donna della Lapponia aiutò Gerda a risalire sulla renna, si salutarono e la renna corse via più veloce che poteva. In breve tempo lo scintillante castello di ghiaccio della Regina delle Nevi fu all’orizzonte.

Il freddo era insopportabile e stava per iniziare anche una tormenta di neve. Riuscirono a raggiungere il cespuglio di bacche rosse, dove la renna fece scendere Gerda dal suo dorso.
Gerda abbracciò al collo la renna, si salutarono con le lacrime agli occhi, poi la renna si girò e corse più veloce che poteva per tornare indietro dalla donna della Lapponia.

Gerda era rimasta sola nella fredda e gelida tormenta di neve.
Di fronte a lei si stagliava in tutta la sua maestosità il castello di ghiaccio.
Facendosi coraggio Gerda decise di entrare.

… continua nel CAPITOLO 7: Nel castello della Regina delle Nevi

Note alla Regina delle Nevi

La Regina delle Nevi è forse il racconto più lungo e complesso scritto da Hans Christian Andersen.

Racconta la storia di crescita e maturità di due ragazzi, Kay e Gerda, che dovranno affrontare le loro paure più profonde per poter alla fine essere finalmente felici insieme.

Il significato profondo di questa storia lo si intuisce già daslla suddvisione in sette capitoli, che in realtà possono essere letti quasi come storie assolutamente indipendenti tra loro, ma che insieme formano una elaborata storia in cui Gerda dimostrerà di riuscire ad affrontare il mondo contando solo sulle proprie forze, e un pizzico di fortuna (che non guasta mai).
In fondo Gerda ha sempre avuto tutte le capacità di cui aveva bisogno, solo non sapeva ancora di possederle.

Mentre Kay, grazie all’amore di Gerda, solo alla fine si renderà conto di quanto illusorie e pericolose siano state le sue ambizioni.

Questo racconto è stato alla base dell’ispirazione per il famoso film della Disney “Frozen”.

Una precisazione, nel racconto originale di Andersen, Gerda incontra prima la donna di Lapponia e poi la donna di Finlandia, che però è un controsenso in quanto, ipotizzando un viaggio verso nord, si incontra prima la Finlandia e poi la Lapponia (che è una regione della stessa Finlandia).
Per essere il più coerenti possibile con la geografia, abbiamo volutamente scambiato i nomi dei due personaggi.

Speriamo che la nostra versione vi piaccia!

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 5 – La figlia del brigante

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 5 – La figlia del brigante


Gerda stava attraversando la foresta buia, la sua carrozza sfavillava e brillava, e non ci volle molto prima che attirasse l’attenzione dei banditi.

L’attesero in un punto in cui la strada era stretta, e assalirono la carrozza gridando:
– Oro! Oro!
Afferrarono i cavalli e legarono il cocchiere, poi aprirono la carrozza e tirarono fuori Gerda.

– Guarda guarda che bel bocconcino! – esclamò la Regina dei Briganti sguainando la spada.
– No mamma! Non farle del male – gridò una ragazza che stava in mezzo ai banditi – voglio che diventi la mia compagna di giochi, e che mi dia tutti i suoi vestiti!

Era Paska, la figlia della Regina dei Briganti. Tutti si misero a ridere, e sua madre fece fatica a nascondere l’imbarazzo, ma alla fine acconsentì perfino a regalarle la carrozza.

Portarono Gerda al loro accampamento nei boschi, Paska la prese e la condusse in disparte.
– Sei una principessa? – le chiese.
– No, non lo sono… – rispose Gerda.
– E cosa ci facevi tutta sola su una carrozza ricoperta d’oro?!
Gerda tra le lacrime iniziò a raccontare la sua storia.

Paska la ascoltava in silenzio, poi alla fine le asciugò le lacrime.
– Questa notte dormirai con me, ho un sacco di animaletti da farti conoscere – le disse indicando alcuni colombi appollaiati su un albero lì vicino.

Andarono nella tenda di Paska e, mentre entravano, Gerda notò un coltello appeso alla sua cintola.
– Tieni il coltello con te anche quando dormi? – le chiese guardandola un po’ impaurita.
– Dormo sempre col coltello, non si sa mai quello che può succedere… rispose Paska.

Gerda si coricò accanto a Paska. Faceva fatica ad addormentarsi, tanti pensieri si affollavano nella sua testa. Paska si addormentò subito e russava ormai sonoramente quando un colombo bianco si posò vicino alla loro tenda e iniziò a tubare “Tuuuu… tuuuu… tuuuu…” faceva il colombo.

Gerda, infastidita dal richiamo del colombo, gli gridò a mezza voce:
– Basta! Cosa vuoi? Non si riesce a dormire!
Il colombo smise di tubare, aspettò qualche istante e poi disse:
– Tu sei alla ricerca di un ragazzo di nome Kay?

Gerda si alzò di scatto e lo raggiunse fuori dalla tenda.
– Cosa sai di Kay?! – gli chiese.
– Lo abbiamo visto seduto accanto alla Regina delle Nevi sulla sua slitta, prova a chiedere anche alla renna… – e la indicò legata ad un albero.

La renna, sentendosi chiamata in causa, si girò verso Gerda.
– E’ sicuramente andata al nord, nel regno delle nevi, lì ha il suo castello di ghiaccio – disse.
Gerda sospirò.

– Cos’è tutto questo baccano?! Gerda torna dentro! – era Paska mezza addormentata ma con la mano sull’impugnatura del coltello.
Gerda guardò i colombi e la renna, poi ubbidì.

Al mattino Gerda raccontò a Paska tutto quello che aveva saputo.
– Renna, vieni qua! E’ vero quello che hai detto a Gerda? Tu sai come arrivarci?
Alla renna brillarono gli occhi – certo che so come arrivarci! Ci sono nata e cresciuta là!

Paska diede uno sguardo al campo dei briganti, erano tutti belli svegli, soprattutto sua madre.
– Ascoltami – disse Paska a Gerda – adesso non c’è possibilità, ma nel primo pomeriggio, subito dopo pranzo di solito fanno tutti un sonnellino, anche mia madre, forse allora potrò aiutarti…
Gerda l’abbracciò e la ringraziò in lacrime.

Aspettarono che tutti si fossero addormentati, poi Paska si avvicinò alla renna – E’ ora che tu ritorni da dove sei venuta… – le disse.
La renna capì subito cosa intendeva e iniziò a saltare di gioia – devi portare Gerda con te – e aiutò la ragazza a montare in groppa alla renna, poi tagliò la corda che la teneva legata all’albero.

Paska ridiede a Gerda i suoi vestiti e anche del cibo per il viaggio.
Gerda le prese le mani e la ringraziò di cuore in lacrime.
– Non è il momento di piangere… E ora và! E tu stai attenta a Gerda! – disse rivolgendosi alla renna e dandole una pacca. La renna cominciò a correre per il bosco innevato.

Gerda si voltò a guardarla per un ultimo saluto, di fronte a lei ora si stagliava il cielo illuminato dalle aurore boreali.

… continua nel CAPITOLO 6: La donna di Finlandia e la donna di Lapponia

Note alla Regina delle Nevi

La Regina delle Nevi è forse il racconto più lungo e complesso scritto da Hans Christian Andersen.

Racconta la storia di crescita e maturità di due ragazzi, Kay e Gerda, che dovranno affrontare le loro paure più profonde per poter alla fine essere finalmente felici insieme.

Il significato profondo di questa storia lo si intuisce già daslla suddvisione in sette capitoli, che in realtà possono essere letti quasi come storie assolutamente indipendenti tra loro, ma che insieme formano una elaborata storia in cui Gerda dimostrerà di riuscire ad affrontare il mondo contando solo sulle proprie forze, e un pizzico di fortuna (che non guasta mai).
In fondo Gerda ha sempre avuto tutte le capacità di cui aveva bisogno, solo non sapeva ancora di possederle.

Mentre Kay, grazie all’amore di Gerda, solo alla fine si renderà conto di quanto illusorie e pericolose siano state le sue ambizioni.

Questo racconto è stato alla base dell’ispirazione per il famoso film della Disney “Frozen”.

Una precisazione, nel racconto originale di Andersen, Gerda incontra prima la donna di Lapponia e poi la donna di Finlandia, che però è un controsenso in quanto, ipotizzando un viaggio verso nord, si incontra prima la Finlandia e poi la Lapponia (che è una regione della stessa Finlandia).
Per essere il più coerenti possibile con la geografia, abbiamo volutamente scambiato i nomi dei due personaggi.

Speriamo che la nostra versione vi piaccia!

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 4 – Il principe e la principessa

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 4 – Il principe e la principessa


Dopo aver corso a lungo per i boschi, Gerda si riposò sotto un grande albero.

Saltellando nella neve arrivò da lei un grosso corvo nero, si fermò a guardarla e poi disse:
– Cra! Cra! Buongiorno! Cosa ci fai qui sola nel bosco, bimba mia?

Gerda si sentiva sola e stanca e, meravigliata che il corvo potesse parlare, gli confidò tutta la sua storia. Infine gli chiese se avesse visto Kay.
– Può essere… – rispose il corvo.
– Dimmi dove! – esclamò la ragazza.
– Credo di aver visto il giovane che descrivi… vive nel castello, insieme alla principessa. Ma non illuderti, ti ha completamente dimenticato…

Colpita da quest’ultima frase Gerda rimase in silenzio. Nel suo cuore però si faceva largo uno sprazzo di felicità: ora sapeva dov’era Kay.
– Quindi adesso vive con una principessa… ma almeno sta bene? E lei come lo tratta?

Il corvo la guardò profondamente a lungo, poi riprese la parola:
– Devi sapere che in questo regno c’era una volta una principessa straordinariamente intelligente, dolce e gentile, che amava imparare ogni cosa. Leggeva ogni libro di sapienza e studiava le regole che governavano il mondo. Poi giunse il momento per lei di diventare regina, e quindi di prendere marito. Ma non voleva far da compagna ad un re tutto impettito, altezzoso e noioso, no, lei voleva un uomo a cui far domande e da cui ricevere risposte.

Gerda ascoltava il corvo rapita.

– La principessa quindi decise di andare in giro per il suo regno a cercare qualcuno che fosse degno di diventare il suo compagno.
– E lo ha trovato in Kay… è sempre stato molto intelligente, parlare con lui era meraviglioso… – concluse la frase Gerda.
Il corvo la guardò senza dire nulla.

– Devi portarmi al castello, subito! – esclamò Gerda.
– Devo prima chiedere consiglio a una cornacchia mia amica che vive lì dentro perché, devo dirtelo, una ragazzina come te non la lascerebbero mai entrare – le rispose il corvo – aspettami qui, tornerò al più presto – poi allargò le ali e prese il volo in direzione del castello.
Quando il corvo tornò era ormai sera. Nel becco aveva del pane e del formaggio e li pose nelle mani di Gerda – tieni, avrai fame – le disse.
Gerda lo ringraziò molto e iniziò a mangiare. Aveva molta fame.

– Sei riuscito a trovare il modo di farmi entrare nel castello? – gli chiese.
– Tutti gli ingressi sono difesi dalle guardie d’argento, da lì è impossibile passare…
A Gerda cominciarono a formarsi le lacrime agli occhi, pensando che non avrebbe mai più potuto rivedere Kay. Il corvo però continuò a parlare.

– Aspetta a piangere mia cara… la cornacchia mia amica mi ha detto che esiste un passaggio nascosto che dalle stalle permette di entrare direttamente nel castello. Seguimi, ti accompagnerò.
A Gerda non sembrava vero, finalmente avrebbe ritrovato Kay!

Camminò veloce seguendo il corvo in volo. Arrivarono al giardino posteriore del castello, poi si infilarono nelle stalle e in fondo, mezza coperta dalla paglia, trovarono una piccola porta. In quel momento comparve anche la cornacchia, che portava un mazzo di chiavi nel becco. Lo fece cadere proprio ai piedi di Gerda, lei prese le chiavi e aprì la porta.

Davanti a loro si apriva uno stretto corridoio, attraverso il quale Gerda seguì la cornacchia. Camminarono attraversando piccoli stanzini e ampi saloni, finché non furono in una camera da letto. Lì qualcuno stava dormendo, ma Gerda intravedeva solo una nuca di un giovane illuminata dalla fioca luce della luna.

– Kay! – gridò sottovoce Gerda.
Il giovane si voltò di soprassalto, ma non era Kay… subito dopo si alzò anche una giovane ragazza ed entrambi erano molto sorpresi per la singolare visita.

Erano in realtà la principessa e il principe del castello. Il corvo, sentendo il racconto di Gerda, si era sbagliato in buona fede, convinto che Kay fosse davvero il ragazzo che la principessa aveva cercato.
Gerda si mise a piangere disperata, la principessa ed il principe la consolarono e la invitarono a raccontare la sua storia. Una volta finito il racconto, decisero di aiutarla.

La fecero dormire nel castello, la vestirono come una dama di corte e le diedero una carrozza con cui poter andare alla ricerca di Kay.
– Grazie mille, non vi dimenticherò mai! – disse Gerda salutandoli.
– Ti auguriamo di ritrovare al più presto il tuo Kay! – le risposero.

Così Gerda partì e, poco dopo, si ritrovò fuori dal regno alla ricerca delle tracce di Kay.

… continua nel CAPITOLO 5: La figlia del brigante

Note alla Regina delle Nevi

La Regina delle Nevi è forse il racconto più lungo e complesso scritto da Hans Christian Andersen.

Racconta la storia di crescita e maturità di due ragazzi, Kay e Gerda, che dovranno affrontare le loro paure più profonde per poter alla fine essere finalmente felici insieme.

Il significato profondo di questa storia lo si intuisce già daslla suddvisione in sette capitoli, che in realtà possono essere letti quasi come storie assolutamente indipendenti tra loro, ma che insieme formano una elaborata storia in cui Gerda dimostrerà di riuscire ad affrontare il mondo contando solo sulle proprie forze, e un pizzico di fortuna (che non guasta mai).
In fondo Gerda ha sempre avuto tutte le capacità di cui aveva bisogno, solo non sapeva ancora di possederle.

Mentre Kay, grazie all’amore di Gerda, solo alla fine si renderà conto di quanto illusorie e pericolose siano state le sue ambizioni.

Questo racconto è stato alla base dell’ispirazione per il famoso film della Disney “Frozen”.

Una precisazione, nel racconto originale di Andersen, Gerda incontra prima la donna di Lapponia e poi la donna di Finlandia, che però è un controsenso in quanto, ipotizzando un viaggio verso nord, si incontra prima la Finlandia e poi la Lapponia (che è una regione della stessa Finlandia).
Per essere il più coerenti possibile con la geografia, abbiamo volutamente scambiato i nomi dei due personaggi.

Speriamo che la nostra versione vi piaccia!

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 3 – Il giardino della Maga dei Fiori

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 3 – Il giardino della Maga dei Fiori


Kay sedeva di fianco alla Regina delle Nevi, e nonostante lei gli sorridesse, lui iniziava ad avere sempre più paura.

La neve scendeva copiosa, e loro scivolavano veloci nella foresta buia. Kay iniziava anche ad avere molto freddo, di quel passo in poco tempo si sarebbe congelato.

La Regina delle Nevi se ne accorse e gli disse:
– Ti stai congelando ragazzo mio, vieni sotto il mio mantello – e aprendo il suo mantello di candida pelliccia, lo abbracciò – hai ancora freddo? – chiese lei.

Kay fece cenno di sì col capo, la signora di ghiaccio sorrise:
– Adesso ti darò un altro bacio sulla fronte, e dimenticherai tutto, anche di avere freddo – e mentre gli accostava le labbra sulla fronte, gli occhi di Kay divennero grigi e freddi. In un istante aveva perso del tutto la memoria di sé e di tutte le persone a lui care, Gerda compresa.

La Regina delle Nevi continuò il suo viaggio verso il suo castello di ghiaccio. Intorno a loro il vento fischiava e la neve sibilava, mentre Kay riposava nel suo abbraccio.

Gerda pianse tutta la notte e non riuscì a dormire. Tutto il paese aveva preso parte alle ricerche di Kay, ma nessuno ne trovò la benché minima traccia.

Per Gerda quello fu un inverno lungo e buio.

Quando arrivò la primavera, la ragazza prese coraggio e si disse: “devo ritrovare Kay!” e, infilandosi le sue scarpette rosse, partì.

Viaggiò a lungo, finché non arrivò ad un fiume dov’era attraccata una barchetta: sembrava la stesse aspettando.

Gerda salì sulla barca e, come d’incanto, la corrente la portò via. “Forse il fiume sa dove posso trovare Kay” pensò.

La barca oltrepassò campi e alberi, fino ad arrivare ad un giardino con un ciliegio e una strana casetta, che aveva strane finestre rosse e blu e il tetto di paglia. Lì la barchetta si accostò alla riva e si fermò.

Gerda scese dalla barca mentre dalla casetta uscì una donna molto anziana. Si appoggiava a un bastone e indossava un ampio cappello di paglia con sopra dipinti degli splendidi fiori.

– Vieni, raccontami chi sei e come sei arrivata qui – le disse la vecchina.
Gerda sulle prime ne ebbe paura, poi guardandola negli occhi capì che era una signora buona e le raccontò tutto.

L’anziana signora l’ascoltò e le disse di non essere triste. La invitò poi a stare da lei per qualche tempo, avrebbe potuto raccogliere le ciliegie e sentire il profumo del suo giardino pieno di fiori.

Gerda iniziò a mangiar ciliegie, e la vecchina prese a spazzolarle gli splendidi capelli dorati. Più glieli spazzolava, e più Gerda si sentiva serena e tranquilla.

L’anziana signora la ospitò nella sua casetta per la notte e il giorno seguente portò Gerda a vedere il suo giardino pieno di fiori. Erano di tutti i tipi ed erano tutti meravigliosi. C’era solo una piccola porzione di giardino senza fiori e di terra brulla, ma Gerda non vi fece caso.

Mentre passavano la giornata a raccontarsi le loro vite, la vecchina continuava a spazzolare i capelli di Gerda, e la ragazza era ogni giorno sempre più serena e pensava sempre meno a Kay. Finché non se ne scordò del tutto.

La vecchina era in realtà la Maga dei Fiori, una strega buona che cercava soltanto un po’ di compagnia. Ascoltando la storia di Gerda aveva fatto sprofondare le rose del giardino sotto terra, in modo che lei non potesse vederle. E con un incantesimo, mentre le pettinava i capelli, le faceva perdere il ricordo di Kay.

Le giornate passavano veloci e spensierate, Gerda curava il giardino e la vecchina col cappello di paglia le stava accanto.

“Le dona proprio quel cappello di paglia” pensò Gerda mentre innaffiava dei gerani. Poi guardò meglio i fiori dipinti sul cappello, e vide una rosa proprio come quelle che stavano nel suo giardino di casa e che piacevano tanto anche a Kay.

– Kay!! – gridò Gerda come risvegliandosi da un sogno – devo trovare Kay!! – si guardò intorno, spaesata, era ormai quasi autunno e non aveva ancora trovato Kay.

Si inginocchiò in lacrime proprio nel pezzo di giardino privo di fiori, una goccia cadde sul terreno e subito sbocciò una rosa.

Gerda la guardò incredula, era una rosa bella e splendida, che sembrava volerle dire qualcosa. La ragazza avvicinò l’orecchio e sentì sussurrare:
– Cerca dove sorge il castello di ghiaccio…

Gerda salutò di fretta la Maga dei Fiori che la pregò invano di rimanere, e corse via per il bosco più veloce che poteva. Dal cielo stava iniziando a cadere qualche piccolo fiocco di neve.

… continua nel CAPITOLO 4: Il principe e la principessa

Note alla Regina delle Nevi

La Regina delle Nevi è forse il racconto più lungo e complesso scritto da Hans Christian Andersen.

Racconta la storia di crescita e maturità di due ragazzi, Kay e Gerda, che dovranno affrontare le loro paure più profonde per poter alla fine essere finalmente felici insieme.

Il significato profondo di questa storia lo si intuisce già daslla suddvisione in sette capitoli, che in realtà possono essere letti quasi come storie assolutamente indipendenti tra loro, ma che insieme formano una elaborata storia in cui Gerda dimostrerà di riuscire ad affrontare il mondo contando solo sulle proprie forze, e un pizzico di fortuna (che non guasta mai).
In fondo Gerda ha sempre avuto tutte le capacità di cui aveva bisogno, solo non sapeva ancora di possederle.

Mentre Kay, grazie all’amore di Gerda, solo alla fine si renderà conto di quanto illusorie e pericolose siano state le sue ambizioni.

Questo racconto è stato alla base dell’ispirazione per il famoso film della Disney “Frozen”.

Una precisazione, nel racconto originale di Andersen, Gerda incontra prima la donna di Lapponia e poi la donna di Finlandia, che però è un controsenso in quanto, ipotizzando un viaggio verso nord, si incontra prima la Finlandia e poi la Lapponia (che è una regione della stessa Finlandia).
Per essere il più coerenti possibile con la geografia, abbiamo volutamente scambiato i nomi dei due personaggi.

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 2 – Kay e Gerda

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 2 – Kay e Gerda


Nella periferia della grande città vivevano due poveri bambini, si conoscevano fin da quando erano nati, essendo i loro genitori vicini di casa, e passavano tutti i giorni assieme.
Lui si chiamava Kay e lei si chiamava Gerda.

Le loro case erano molto vicine, tanto vicine che bastava scavalcare una grondaia e attraversare una finestra per passare da una soffitta all’altra.

D’estate i due bambini prendevano le loro seggiole e si sedevano all’ombra dei ciliegi e delle rose nel giardino vicino, dove facevano giochi meravigliosi.

D’inverno, quando faceva troppo freddo per giocare fuori nel cortile, pulivano ben bene i vetri delle finestre per potersi guardare dalle rispettive case. Si salutavano sempre prima di andare a dormire.

Un pomeriggio in cui fuori stava nevicando fitto, Kay e Gerda si erano raccolti vicino alla stufa a fare compagnia alla vecchia nonna.

– Vedete miei piccoli – disse la nonna – quella neve è come le api bianche che sciamano!
Kay, pensieroso e colpito dall’affermazione della nonna, rispose:
– Anche le api bianche hanno una regina?
– Certo che ce l’hanno! E vola proprio dove le api sono più fitte. É la più grande di tutte e non si posa mai a terra. Dove vola lei il cielo è sempre più scuro e, se per caso si avvicina ad una finestra, la fa ghiacciare in modo strano, come se volesse disegnare un fiore. Si chiama la Regina delle Nevi!

I bambini guardavano incantati i fiocchi di neve scendere fuori dalla finestra. Ad un certo punto Gerda chiese:
– Ma la Regina delle Nevi può entrare anche nelle case?
Subito Kay rispose – lasciala pure entrare, ci penserò io a infilarla nella stufa per scioglierla!
Risero tutti, poi la nonna continuò raccontando altre storie.

Quella sera Kay, prima di addormentarsi, pulì con la mano il vetro ghiacciato della finestra e guardò fuori. Dalla casa di fronte Gerda aveva già fatto lo stesso e i due bambini si salutarono.

Gerda spense la candela della sua stanzetta mentre Kay rimase ancora qualche minuto a guardare la neve scendere copiosa. Guardò in particolare un grosso fiocco di neve posarsi sulla fioriera appesa al davanzale della finestra.

Quel fiocco di neve si era posato con una delicatezza inusuale, facendo uno svolazzo molto elegante prima di fermarsi. Dopo qualche istante il fiocco di neve iniziò a ingrandirsi, crescendo fino a diventare una elegante donna fatta di ghiaccio e tutta di bianco vestita.

I suoi occhi splendevano come le stelle e dopo un battito di ciglia incrociò lo sguardo incredulo di Kay. Gli fece un cenno con la mano, che tese quasi ad invitarlo a uscire di casa e seguirla in mezzo alla tormenta di neve.

Kay fece un balzo all’indietro per lo spavento e cadde per terra. Riuscì a vedere una grande ombra che passava davanti alla finestra, sembrava un enorme uccello che aveva spiccato il volo.

Quando Kay ebbe di nuovo il coraggio di avvicinarsi alla finestra e guardare fuori sulla fioriera, vide che la donna di ghiaccio era svanita.
“Che fosse la Regina delle Nevi…?” pensò Kay.

Quel freddo inverno passò senza che la donna di ghiaccio si facesse più vedere. Arrivarono finalmente la primavera e poi la calda estate, le rose del roseto sbocciavano ed erano profumate più che mai.

Kay e Gerda stavano all’ombra, sfogliavano un libro illustrato. Erano completamente assorti nella lettura quando Kay all’improvviso esclamò:
– Ahi! Ho una fitta al cuore, mi fa molto male… e mi è entrato qualcosa nell’occhio e mi brucia!

Gerda prese subito il capo di Kay e guardò bene mentre sbatteva gli occhi, ma non vide niente. Il ragazzo, per tranquillizzarla, le disse che forse il granello di polvere se n’era andato, anche se in realtà gli faceva ancora tanto male.

Kay non poteva immaginare che nel suo occhio si fosse conficcata proprio una delle minuscole schegge dello specchio fabbricato dal folletto malvagio. E, per ironia della sorte, una scheggia aveva raggiunto anche il suo cuore.

Gerda, in lacrime per lo spavento, corse a prendere una pezzuola bagnata con cui pulire bene l’occhio di Kay. Lui si calmò un poco, poi guardò in viso Gerda e le disse in modo sgarbato:
– Perché stai piangendo?! Sei proprio brutta quando piangi!

Gerda rimase di stucco per il tono tutt’altro che gentile di Kay. Il ragazzo guardandosi intorno iniziò a dire cose cattive e malevoli:
– Ma guarda quella mela sull’albero, viene mangiata da un verme… e poi queste rose sono proprio brutte e orribili… e quel libro illustrato è solo uno stupido passatempo per bambini!

– Kay! Ma cosa stai dicendo!? – Urlò Gerda al ragazzo. Non si era mai comportato in quel modo e non lo aveva mai visto così arrabbiato.

Kay la guardò con disprezzo e corse via. Da quel momento diventò insopportabile, trattava male anche la povera nonna quando gli raccontava le storie della buonanotte.

La piccola Gerda a poco a poco si allontanò da lui, non capiva il perché la prendesse sempre in giro e usasse sempre parole scortesi con lei. Non poteva sapere che era tutta colpa delle schegge malvagie conficcate nel suo occhio e nel suo cuore…

Tornò quindi l’inverno e, nonostante tutto, prima di dormire Kay puliva ancora il vetro dal ghiaccio e salutava brevemente Gerda.

Una di quelle sere entrambi rimasero a guardare la neve cadere fuori dalle loro finestre. Ad un certo punto qualcosa attirò l’attenzione di Kay, che come un fulmine aprì la finestra e si sporse sul davanzale.

Sulla fioriera si era posato un fiocco di neve molto speciale, più grande degli altri, e Kay lo prese fra le mani. Gerda, che osservava la scena, pensò che il ragazzo volesse buttarsi giù dalla finestra, allora gli urlò:
– Cosa stai facendo Kay!? Attento!!

Ma Gerda non credette ai propri occhi quando vide il grande fiocco di neve tra le mani di kay trasformarsi in una bellissima e maestosa donna di ghiaccio. Era la Regina delle Nevi.

La donna prese il ragazzo per mano e magicamente lo accompagnò fino a terra, volando con dolcezza. Lì apparve dal nulla una slitta di ghiaccio trainata da cavalli, anch’essi fatti di ghiaccio.

– Kay!!! – gridò disperata Gerda, ma il ragazzo non la sentiva.

La Regina delle Nevi, prese la testa di Kay e gli diede un bacio sulla fronte. D’improvviso il ragazzo sembrò diventare di ghiaccio anche lui. Salirono sulla slitta e sparirono nella buia notte in mezzo alla tormenta di neve.

– Kay!!! – gridò ancora più forte Gerda, ma ormai Kay non c’era più…

… continua nel CAPITOLO 3: Il giardino della Maga dei Fiori

Note alla Regina delle Nevi

La Regina delle Nevi è forse il racconto più lungo e complesso scritto da Hans Christian Andersen.

Racconta la storia di crescita e maturità di due ragazzi, Kay e Gerda, che dovranno affrontare le loro paure più profonde per poter alla fine essere finalmente felici insieme.

Il significato profondo di questa storia lo si intuisce già daslla suddvisione in sette capitoli, che in realtà possono essere letti quasi come storie assolutamente indipendenti tra loro, ma che insieme formano una elaborata storia in cui Gerda dimostrerà di riuscire ad affrontare il mondo contando solo sulle proprie forze, e un pizzico di fortuna (che non guasta mai).
In fondo Gerda ha sempre avuto tutte le capacità di cui aveva bisogno, solo non sapeva ancora di possederle.

Mentre Kay, grazie all’amore di Gerda, solo alla fine si renderà conto di quanto illusorie e pericolose siano state le sue ambizioni.

Questo racconto è stato alla base dell’ispirazione per il famoso film della Disney “Frozen”.

Una precisazione, nel racconto originale di Andersen, Gerda incontra prima la donna di Lapponia e poi la donna di Finlandia, che però è un controsenso in quanto, ipotizzando un viaggio verso nord, si incontra prima la Finlandia e poi la Lapponia (che è una regione della stessa Finlandia).
Per essere il più coerenti possibile con la geografia, abbiamo volutamente scambiato i nomi dei due personaggi.

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La Regina delle Nevi ❄

Kay é stato rapito dalla Regina delle Nevi, solo Gerda riuscità a riportarlo a casa.

Anche la Disney si è lasciata ispirare da questo bellissimo e profondo racconto di Andersen per realizzare il famosissimo film “Frozen”

Seguite Gerda nel suo lungo viaggio per ritrovare il suo caro Kay, e scoprirete come riuscirà a superare tutte le dure prove che dovrà affrontare per raggiungerlo e riportarlo finalmente a casa.

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La Regina delle Nevi ❄ racconto completo


Indice dei capitoli


La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 1 – Lo specchio e le schegge


C’era una volta un perfido folletto che si dilettava a fare il mago e costruì uno specchio magico. Quel giorno era proprio di buon umore perchè aveva creato uno specchio capace di far sparire tutte le cose belle e buone che vi si specchiavano dentro.

Anche il paesaggio più incantevole, dentro lo specchio appariva come abbandonato e privo di bellezza. I volti delle persone venivano deformati e diventavano irriconoscibili, e anche le più belle persone apparivano repellenti.

E se lo specchio rifletteva qualcosa di brutto, lo rendeva persino orribile.

Il perfido folletto si divertiva un mondo a fare scherzi e a spaventare le persone, mostrando loro quello che lo specchio rifletteva.

E lui rideva, rideva così tanto che un giorno, per tenersi la pancia con le mani a causa delle troppe risate, fece scivolare lo specchio, che cadde a terra frantumandosi in mille pezzi.

Il perfido folletto gridò di rabbia. Il suo gioco preferito era ormai andato perduto.

Le schegge dello specchio erano così piccole e leggere che diventarono una piccola nuvola fatta di mille pezzettini scintillanti, grandi non più di un granello di sabbia, e il vento le sparse per tutto il mondo.

La più grande sfortuna era che ogni singola scheggia di specchio frantumato possedeva il medesimo malefico potere che aveva lo specchio intero.

Alcune schegge si conficcarono negli occhi delle persone, facendo sì che vedessero il mondo come un posto triste e insopportabile in cui dover vivere per forza. Altre schegge si posarono dentro i cuori, trasformando quelle povere persone in esseri privi di sentimenti e di amore.

Quando si rese conto di cosa i frammenti del suo specchio erano stati in grado di fare, il malefico folletto rise ancora di più e continuò a ridere per tutta la sua vita, perché sapeva che tutte quelle schegge sarebbero volate per il mondo e avrebbero portato la tristezza nelle persone per chissà quanto tempo ancora.

Ma non poteva immaginare l’avventura che i suoi frammenti di specchio avrebbero fatto affrontare a due bravi e cari bambini, il giovane Kay e la dolce Gerda…

… continua nel CAPITOLO 2: Kay e Gerda

Note alla Regina delle Nevi

La Regina delle Nevi è forse il racconto più lungo e complesso scritto da Hans Christian Andersen.

Racconta la storia di crescita e maturità di due ragazzi, Kay e Gerda, che dovranno affrontare le loro paure più profonde per poter alla fine essere finalmente felici insieme.

Il significato profondo di questa storia lo si intuisce già daslla suddvisione in sette capitoli, che in realtà possono essere letti quasi come storie assolutamente indipendenti tra loro, ma che insieme formano una elaborata storia in cui Gerda dimostrerà di riuscire ad affrontare il mondo contando solo sulle proprie forze, e un pizzico di fortuna (che non guasta mai).
In fondo Gerda ha sempre avuto tutte le capacità di cui aveva bisogno, solo non sapeva ancora di possederle.

Mentre Kay, grazie all’amore di Gerda, solo alla fine si renderà conto di quanto illusorie e pericolose siano state le sue ambizioni.

Questo racconto è stato alla base dell’ispirazione per il famoso film della Disney “Frozen”.

Una precisazione, nel racconto originale di Andersen, Gerda incontra prima la donna di Lapponia e poi la donna di Finlandia, che però è un controsenso in quanto, ipotizzando un viaggio verso nord, si incontra prima la Finlandia e poi la Lapponia (che è una regione della stessa Finlandia).
Per essere il più coerenti possibile con la geografia, abbiamo volutamente scambiato i nomi dei due personaggi.

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La storia di Rudolph la renna 🦌 🎅

Sapete che Babbo Natale ha una renna col naso rosso? Ed è anche la più famosa nonostante sia la più giovane di tutte… Ma questo non è importante, perché la renna Rudolph ha un naso davvero speciale!

Rudolph la renna è stata creata da Robert L. May nel 1939, e da quel momento non ha mai smesso di essere la renna che col suo naso rosso è a capo della slitta di Babbo Natale.

Noi di fabulinis abbiamo preparato la nostra versione della sua storia, ascoltala o leggila qui con noi mentre aspetti il Natale!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare di Rudolph la renna!

🔊 Audiofiaba 😴

Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare Rudolph la renna raccontata da Silvia!

La storia di Rudolph la renna 🦌 🎅 storia completa


Le renne abitano lassù a nord, dove le notti d’inverno sono lunghissime e la neve è bianchissima. Babbo Natale va sempre lì a cercare quelle più forti e più veloci: gli servono per far volare la sua slitta.

Lì a nord viveva una famiglia di renne che aveva cinque piccoli. Il più giovane si chiamava Rudolph ed era un cucciolo particolarmente vivace e curioso.
Lui infilava il suo naso dappertutto. Ed era un naso veramente particolare. Infatti, quando Rudolph era felice, arrabbiato o si emozionava, il naso si illuminava e diventava rosso come un pomodoro.

I suoi genitori ed i suoi fratelli lo trovavano adorabile e lo amavano per questa sua particolarità, ma fin dall’asilo era diventato lo zimbello dei compagni.
“Rudolph ha il naso rosso! Rudolph ha il naso rosso!” lo prendevano in giro.
E alla scuola elementare andò anche peggio! Rudolph cercava con tutti i mezzi di nascondere il suo naso ma non ci riusciva.

Aveva provato a rimanere sempre serio, a metterci un cappuccio di gomma e addirittura a dipingerlo di nero, ma non c’era niente da fare. In qualche modo quel naso rosso e luminoso saltava sempre fuori e i suoi compagni ridevano a crepapelle. Rudolph ci restava molto male: piangeva amareggiato, e i suoi genitori e i suoi fratelli non riuscivano mai davvero a consolarlo.

Passarono gli anni e Rudolph divenne un giovane forte e agile. Finché fu abbastanza grande da poter partecipare alla selezione delle renne che avrebbero trainato la slitta di Babbo Natale.
Anche quell’anno, infatti, l’inverno era ormai alle porte e la visita di Babbo Natale visita si avvicinava. In vista di quell’appuntamento, le renne giovani e forti si facevano belle. Le loro pellicce venivano strigliate e spazzolate fino a brillare come il rame, le corna venivano lucidate fino a risplendere più della neve. Ed ecco che arrivò il gran giorno.

Tutte le renne si riunirono nel piazzale dove di solito atterrava Babbo Natale in quell’occasione e, nell’attesa, cercavano di intimorire e impressionare gli altri concorrenti. Ciascuno avrebbe infatti voluto essere scelto: trainare la slitta di Babbo Natale è un onore immenso!
Tra di loro c’era anche Rudolph, e bisogna ammettere che spiccava tra gli altri per bellezza e vigore.

Babbo Natale atterrò puntuale. Era partito da casa sua con la slitta leggera trainata solo da Donner, il suo fedele caporenna.
Babbo Natale si mise subito al lavoro ed esaminò ogni concorrente. Siccome le renne erano molte e Babbo Natale ne avrebbe scelte solo otto, ci volle molto tempo per guardarle tutte con attenzione e il tempo sembrava non passare mai. Anzi, a Rudolph sembrava un’eternità.

Quando finalmente toccò a lui, però, il suo naso diventò incandescente per l’agitazione, era quasi luminoso come il sole.
Babbo Natale lo guardò e sorrise amichevole, ma scosse la testa. – Sei grande e robusto. E sei un bellissimo giovanotto – disse – ma purtroppo non posso sceglierti. Il tuo naso rosso potrebbe spaventare i bambini.

Non potete immaginare la tristezza ed il dolore che queste parole diedero a Rudolph.
Corse nel bosco più veloce che poteva, scalpitando e ruggendo per la rabbia. A tutti gli scoiattoli che venivano a chiedergli cosa succedesse, rispondeva: – Guarda come brilla il mio naso. Nessuno ha bisogno di una renna con il naso rosso! – e piangeva per la tristezza.

Piano piano si calmò e tornò a casa, dove i suoi genitori e i suoi fratelli lo abbracciarono forte. Lui riprese le sue normali attività, cercando di non badare a quanto si vantavano i suoi compagni che erano stati scelti da Babbo Natale. Spesso tornava nel bosco a salutare gli scoiattoli che l’avevano aiutato quel giorno che era stato tanto triste.

Intanto il Natale si avvicinava e tutti erano così occupati con i preparativi per le feste, che nessuno si accorse che il tempo peggiorava ogni giorno di più.
Al punto che Babbo Natale, quando lesse le previsioni per la notte della Vigilia, disse preoccupato: – Come potrò trovare la strada per arrivare alle case dei bambini? Nevicherà così tanto che rischio di non vedere nemmeno le mie renne!

Quella notte non riuscì a dormire. Doveva trovare una soluzione. Perciò decise di tornare al paese delle renne, forse loro avrebbero potuto aiutarlo.
Ma nevicava così tanto che Babbo Natale non riusciva a vedere niente tranne una luce rossa. Tutto ciò che era intorno a lei era illuminato a giorno.

Babbo Natale si avvicinò e si accorse che quella luce proveniva dal naso della renna che lui aveva scartato. La ricordava benissimo.
– Ciao – le disse – mi ricordo ti te. Ti dissi che il tuo naso avrebbe spaventato i bambini, ma mi rendo conto che è eccezionale. Illumina a giorno la strada anche nella bufera. Ti va di essere la prima delle renne attaccate alla mia slitta e di mostrarmi così la strada per raggiungere i bambini?

Rudolph non credeva alle sue orecchie: per l’emozione inciampò nella neve e il suo naso divenne ancora più rosso.
Finalmente rispose: – Naturalmente, lo farò volentieri. Mi fa un enorme piacere.
– Allora ti aspetto domani sera con tutti gli altri. Dobbiamo partire puntuali per essere sicuri che i bambini ricevano i loro doni a mezzanotte.

Figuratevi la faccia dei compagni di Rudoplh quando lo videro a capo della squadra di renne. Loro l’avevano sempre preso in giro per il suo naso bizzarro, ma proprio quel naso si era rivelato indispensabile per permettere a Babbo Natale di portare a termine la sua missione.
Nonostante la bufera di neve, la slitta partì puntuale e fece tutto il suo giro senza intoppi. La luce del naso di Rudolph aveva guidato le renne sane e salve.

Il giorno dopo Rudolph venne festeggiato come un eroe. Le renne ballarono e cantarono felici perché una di loro era entrata nella storia.
Da allora Rudolph è sempre a capo della slitta di Babbo Natale, per illuminargli la strada e far sì che tutti i bambini ricevano il loro regalo di Natale.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Il primo albero di Natale 🎄

Tanto tempo fa non c’erano gli alberi di Natale perchè nessuno li aveva ancora inventati! Ma chi sarà mai stato quindi ad avere questa splendida idea?!

Questa simpatica fiaba risponde in modo semplice e allegro a questa domanda; è stata ripresa da una leggenda nordica che noi di fabulinis abbiamo pensato di riscrivere usando un po’ di immaginazione.

Ecco allora una storia natalizia, adatta a questo periodo dell’anno in cui i bambini sognano e sperano di vedere realizzare i loro desideri.

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

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Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare del primo albero di Natale!

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Il primo albero di Natale 🎄 racconto completo


La vigilia di Natale, nel tardo pomeriggio, Babbo Natale camminava nel bosco col suo sacco in spalla, tutto nervoso…
Tra poco sarebbe dovuto partire con la sua slitta per portare i doni ai bambini di tutto il mondo, ma un pensiero lo tormentava.
Rifletteva su come lo spirito del Natale fosse cambiato negli ultimi anni.

Certo, i bambini erano felici di ricevere giocattoli e dolci, ma lui avrebbe voluto che cantassero e ballassero con le loro famiglie per festeggiare il Natale, cosa che purtroppo ormai accadeva sempre più raramente.
Avrebbe voluto riportare di nuovo tutta questa gioia ai bambini, ma non gli era venuta nessuna bella idea.
“Adesso ne parlerò con il mio aiutante Gimpy.” pensò. “Dobbiamo incontrarci per organizzare la distribuzione dei regali, magari insieme riusciamo a trovare una soluzione anche per questa cosa.”

Gimpy stava già aspettando Babbo Natale nella casetta in mezzo al bosco da dove partivano tutti i regali. Appena vide Babbo Natale gli corse incontro, ma si fermò, vedendolo così cupo.
– Cosa succede, Babbo Natale? Non sei pronto per andare a portare i regali ai bambini?-
– Non lo so – rispose Babbo Natale. – Quest’anno mi sento tanto stanco, forse è successo qualcosa che mi ha fatto perdere l’entusiasmo. Cibo e giocattoli vanno bene, ma bisognerebbe trovare un’idea nuova per rendere davvero felici le persone, per farle di nuovo cantare e ridere di gioia…

– Ci avevo pensato anch’io sai, ma non è così facile – disse Gimpy pensieroso.
– Lo so – continuò Babbo Natale, – E io ormai sono troppo vecchio. A forza di pensare ad inventare qualcosa, mi è perfino venuto mal di testa. Se si va avanti così, rischiamo che il Natale diventi una festa come tutte le altre, e questo mi renderebbe davvero molto triste.

Nel frattempo era arrivata la sera. La luna ormai saliva in cielo e il tempo iniziava a stringere, perciò decisero di fare una passeggiata: camminare nel bosco li avrebbe forse aiutati a trovare un po’ di ispirazione.
Cammina cammina, giunsero ad una grande radura circondata da piccoli e grandi abeti. Era un posto bellissimo. La neve brillava sui rami degli alberi e, sotto la luce della luna, sembrava fatta d’argento.
Gli abeti scuri per la notte e bianchi per la neve formavano un paesaggio incantato.

Rimasero però colpiti da un abete in particolare: aveva dei ghiaccioli che penzolavano dalla punta dei rami e che scintillavano per i riflessi di luce. Non avevano mai visto niente di simile.
Gimpy si avvicinò a quell’abete ed esclamò: – Che meraviglia! Babbo Natale, non è bellissimo quest’albero?
– Sì, davvero… – rispose Babbo Natale.

Erano lì incantati a guardarlo, quando Gimpy all’improvviso disse – Dammi delle mele!
– Mele? – chiese meravigliato Babbo Natale
– Su, veloce, ho avuto un’idea. Dobbiamo legarle con delle cordicelle in modo da poterle appendere all’abete.

Babbo Natale era molto perplesso, ma iniziò a cercare nel suo grande sacco e trovò sia delle mele che un po’ di corda.
Fabbricò dei piccoli lacci con la corda e, dopo averci legato le mele, le diede a Gimpy. L’elfo le prese, le lucidò bene fino a farle diventare di un rosso acceso e le appese all’albero. Quando finì sorrise soddisfatto.
– Già che ci siamo, attacchiamoci anche delle noci – continuò Gimpy.
Babbo Natale era sempre più confuso, non riusciva a capire dove l’elfo volesse andare a parare. Ma lo vedeva così deciso che non replicò.

Gimpy sfregò le noci su un panno speciale che portava sempre con sé, così da farle diventare dorate.
Quando ebbero finito, Gimpy chiese ancora: – Per caso nel tuo sacco hai delle luci, Babbo Natale?
– Purtroppo no, ma ho delle candeline, e dei fiammiferi per accenderle.
– Perfetto! – gridò Gimpy con gioia. Così presero anche tutte le candeline e le misero sui rami dell’abete e sulla sua cima. Poi le accesero.

Lo spettacolo era meraviglioso.

Nel buio, questo piccolo albero brillava come una stella, le mele mandavano riflessi rossi e le noci lo facevano splendere come se fosse d’oro. Gimpy batteva le mani e rideva felice, mentre Babbo Natale non era più arrabbiato.
Gimpy, serio ma felice, guardò Babbo Natale e disse – Ora portiamo l’albero giù in paese così com’è.
Così fecero. Giunsero in paese a notte fonda, quando tutti ancora dormivano. Gimpy indicò la porta della casa più povera del villaggio, la aprì piano e aiutò Babbo Natale a portare dentro l’abete.

Lo sistemarono in mezzo al salotto e Babbo Natale ci lasciò sotto anche un sacco di belle cose: dolci, giochi, mele e noci. Poi, sempre in silenzio, andarono via.
La mattina dopo, il più piccolo dei bambini che abitavano in quella casa si alzò per primo e, come sempre, andò in salotto.
Immaginate quanto grande fu lo stupore nel vedere lo spettacolo dell’albero addobbato!

Corse subito a svegliare mamma, papà e i fratelli, e tutti, sbalorditi per quella meravigliosa sorpresa, cominciarono a ballare e cantare intorno all’albero tenendosi per mano.
La gioia era talmente grande che non guardarono nemmeno i regali: l’albero era il vero dono per tutti.
I vicini, sentendo tutto quel cantare, corsero a vedere e a poco a poco tutto il paese si riversò in quella casa.

Rimasero tutti incantati e volevano tutti un abete così in casa loro!
Andarono nel bosco a prendere un abete e lo addobbarono con mele, noci e luci, proprio come quello fatto da Babbo Natale e Gimpy.
Quando fu sera, in ogni casa si poteva vedere brillare un albero e si potevano sentire canti di Natale.

Nel giro di pochi anni tutte le famiglie del mondo iniziarono ad addobbare un abete per Natale.
Ma la cosa più importante era che Babbo Natale era riuscito a rendere unica e indimenticabile la festa del Natale.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Jack e il fagiolo magico 🌱

Jack ha trovato un fagiolo magico, ma ancora non sa quali avventure gli toccherà affrontare per salvare sè stesso e la sua mamma dal terribile gigante!

Jack e il fagiolo magico, conosciuto anche come Jack e la pianta di fagioli, è un racconto popolare di origine inglese ma famoso anche da noi, a volte in italiano “Jack” viene tradotto come “Giacomino”.

Ne esistono molte varianti tra cui una molto elaborata scritta da Andrew Lang, noi di fabulinis abbiamo voluto renderla il più semplice e scorrevole possibile, così che anche i più piccoli possano divertirsi a leggerla!

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Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare di Jack e il fagiolo magico!

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🌟 Favola breve 🤏

Giornata stancante? Vai di fretta? Abbiamo preparato anche la versione breve di Jack e il fagiolo magico!

Jack e il fagiolo magico 🌱


C’era una volta una povera vedova che viveva in una casetta sperduta in una valle con il suo unico figlio Jack, uno scavezzacollo dal cuore molto gentile e affettuoso.

Era appena finito un duro inverno e la mamma, che era rimasta malata per molto tempo, mandò Jack a vendere la loro unica mucca al mercato. Contava così di avere un po’ di denaro per andare avanti, in attesa di rimettersi in sesto e poter riprendere a lavorare.

Jack si recò quindi a vendere la mucca al mercato. La sua attenzione fu attirata da un vecchio mercante con una lunga barba bianca, che gli si avvicinò con in mano qualcosa.

Erano degli strani fagioli e raccontò al ragazzo che erano magici:
– Se li pianti oggi, domani avrai una pianta così alta da toccare il cielo! – gli disse, e persuase Jack a scambiare la mucca con quei fagioli.

Quando sua madre, invece dei soldi che si aspettava per la mucca, vide in mano a Jack solo dei fagioli, andò su tutte le furie. Li prese e li gettò in giardino e per punizione mandò Jack a letto senza cena.

All’alba Jack si svegliò e d’istinto uscì in giardino, dove scoprì con stupore che uno dei fagioli era cresciuto durante la notte, ed era così alto che scompariva tra le nuvole!

“Sarebbe facile scalarlo” si disse Jack e, senza pensarci due volte, iniziò immediatamente a salire. Salì finchè persino l’alto campanile della chiesa sembrava piccolo, e ancora non riusciva a vedere la cima della pianta di fagioli!

Finalmente raggiunse la cima della pianta e si ritrovò in un bosco con al centro un grande castello.

Jack decise di entrare. Bussò forte e, poco dopo, la porta fu aperta da una spaventosa Gigantessa che, sorpresa, gli disse:
– E tu da dove sbuchi fuori?

Non appena Jack la vide cercò di scappare, ma lei fulminea lo prese per la collottola e lo trascinò nel castello tutta felice.

– Oh che bello, finalmente ho trovato un nuovo sguattero e io sarò libera da tutte le faccende domestiche! Pulirai la casa, sistemerai il giardino e farai tutto quello che ti dico quando il Gigante mio marito è fuori dal castello – poi si fermò e lo guardò dritto negli occhi – però, quando lui è a casa, devo nasconderti, perché finora ha divorato tutti i miei sguatteri e tu saresti un boccone molto delizioso, ragazzino – e trascinò Jack fino alle cucine.

Il povero ragazzo era spaventato a morte…
– Sono pronto ad aiutarvi e a fare tutto il possibile per servirvi, mia signora – disse – solo vi prego di nascondermi bene da vostro marito, perché non mi piacerebbe affatto essere mangiato…

– Sei un ragazzo molto intelligente – disse la gigantessa, annuendo – ora devo nasconderti, tra poco mio marito arriverà per colazione – e lo rinchiuse in un grande armadio con un’enorme serratura, da cui Jack poteva vedere cosa succedeva nella stanza.

Poco dopo si sentirono dei passi pesanti avvicinarsi alla cucina, e poi una grossa voce tuonare:
– Moglie! Sento profumo di giovanotto nel castello! Fammelo mangiare a colazione!

– Sei invecchiato caro mio – gli rispose la gigantessa a voce alta – È solo il profumo di una bella bistecca di elefante… siediti e fai una buona colazione – e gli mise davanti un piatto enorme di carne saporita e fumante, cosa che gli fece molto piacere e gli fece dimenticare la sua idea di un giovanotto nel castello.

Jack osservava tutto dal buco della serratura.

Finita la colazione ordinò alla moglie di portargli la sua gallina che deponeva le uova d’oro. La Gigantessa tornò presto con una gallinella marrone, che posò sulla tavola davanti al marito che disse:
– Deponi! – e immediatamente la gallina depose un uovo d’oro.

Jack non credeva ai suoi occhi, se avesse avuto una gallina del genere lui e sua madre non avrebbero mai più patito la fame…

Poco dopo il Gigante posò la gallina sul pavimento, e subito dopo si addormentò profondamente, la moglie invece aveva preso alcuni panni ed era andata al fiume per lavarli.

Jack allora aprì l’anta dell’armadio e sgattaiolò fuori con molta cautela, prese in braccio la gallina, e si affrettò a lasciare il castello il più velocemente possibile, scendendo dal gigantesco tronco del fagiolo magico come un fulmine.

Quando sua madre lo vide ritornare pianse di gioia, perché aveva temuto che Jack fosse scappato di casa per colpa della punizione della sera precedente.

Ma Jack posò la gallina marrone davanti a lei e le raccontò della scalata sul fagiolo magico, di come era entrato nel castello del Gigante e tutte le sue avventure. La madre fu molto contenta di vedere la gallina, che li avrebbe certamente tolti dalla povertà.

Passavano i giorni e il fagiolo magico era sempre lì, gigantesco e alto fino al cielo. Jack lo guardava e pensava a quali altri tesori poteva trovare dentro il castello del Gigante, così un giorno ebbe un’idea.

Si tinse i capelli e si travestì, risalì il tronco del fagiolo e bussò alla porta del castello. La Gigantessa non lo riconobbe, lo prese e lo trascinò dentro come aveva fatto la prima volta per farsi aiutare a fare i lavori di casa. Quando arrivò il marito lo nascose nell’armadio, senza pensare che fosse lo stesso ragazzo che aveva rubato la gallina.

Il Gigante entrò dicendo:
– Moglie! Sento profumo di giovanotto nel castello! Fammelo mangiare a pranzo!

– Sei invecchiato caro mio – gli rispose la gigantessa a voce alta – È solo il profumo di un arrosto succulento… siediti e fai un buon pranzo – e gli mise davanti un piatto enorme, pieno di arrosto fumante, cosa che gli fece molto piacere e gli fece dimenticare la sua idea di un giovanotto nel castello.

Jack osservava tutto dal buco della serratura.

Finito il pranzo ordinò alla moglie di portargli i sacchi con i denari, che voleva contarli. La Gigantessa tornò presto con due grandi sacchi, che posò sulla tavola davanti al marito.

– Tieni – disse la Gigantessa – questo è tutto ciò che resta del denaro del barone che viveva nel castello, quando l’avrai speso tutto dovremo andare a prendere il castello di qualcun’altro – e uscì dalla stanza.

Il Gigante scrollò le spalle, tirò fuori mucchi e mucchi di monete d’oro, e iniziò a contarle finché non fu stanco. Poi rimise tutto nei sacchi e, appoggiandosi allo schienale della sedia, si addormentò profondamente.

Jack sgusciò fuori piano piano dall’armadio e, prendendo i sacchi di denaro, corse via. Ridiscese dal fagiolo magico e corse da sua madre.

– Guarda madre, ti ho portato due sacchi pieni d’oro!
– Oh, Jack… tu sei un bravissimo ragazzo, ma non devi più mettere a rischio la tua preziosa vita nel castello del Gigante! Non devi andarci mai più!
Jack annuì per far felice sua madre, ma era deciso a tornare ancora nel castello del Gigante.

Così, qualche giorno dopo, si arrampicò ancora una volta, entrò nel castello senza farsi vedere e si nascose dentro l’armadio.

Poco dopo il Gigante tornò a casa, e appena varcò la soglia ruggì:
– Moglie! Sento profumo di giovanotto nel castello! Fammelo mangiare a cena!

– Sei invecchiato caro mio – gli rispose la gigantessa a voce alta – È solo il profumo di un porcellino grigliato… siediti e fai un buona cena – e gli mise davanti un piatto enorme con sopra un porcellino fumante, cosa che gli fece molto piacere e gli fece dimenticare la sua idea di un giovanotto nel castello.

Quando ebbe mangiato tutto il Gigante disse:
– Moglie, portami la mia arpa farò un po’ di musica mentre tu farai la tua passeggiata.

La Gigantessa obbedì e tornò con una bella arpa tutta scintillante di diamanti e rubini e con le corde d’oro.

Il Gigante disse rivolgendosi all’arpa – suona! – e l’arpa, che era magica, si mise a suonare una dolce melodia che ben presto lo fece addormentare.

Jack sgattaiolò fuori dall’armadio, controllò che la Gigantessa fosse uscita, afferrò l’arpa dalle mani del Gigante e corse via come il vento.
Ma proprio mentre stava per uscire dal castello, l’arpa magica gridò:
– Aiuto! Aiuto!

Il Gigante si svegliò, con un tremendo ruggito balzò dalla sedia e in due passi raggiunse il portone. Voleva acciuffare il ladro che stava cercando di rubargli l’arpa magica.

E stava per riuscirci! Jack, però, era molto agile, sfuggì alle grinfie del Gigante e corse giù dal tronco del fagiolo magico.

Il Gigante cercò di inseguirlo ma, data la sua stazza, si muoveva in modo molto lento e goffo.
Jack fece quindi in tempo ad arrivare a casa e prendere l’ascia, con la quale diede tre colpi ben assestati al tronco del fagiolo magico. La pianta, abbattuta, cadde a terra ma, non appena il tronco del fagiolo magico toccò il terreno, svanì come per magia, e con esso sparirono il Gigante, la Gigantessa e il loro Castello.

Jack e sua madre non credevano ai loro occhi.
Si misero a cantare e ballare dalla gioia di essersi liberati del Gigante cattivo, e grazie alla gallina dalle uova d’oro, i sacchi di denaro e l’arpa magica che gli avevano sottratto, vissero per sempre felici e contenti.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Lo scherzetto della strega Greta 🎃

Chi la fa l’aspetti, dice il proverbio… infatti Adele insieme ai suoi amici (ed anche ad una simpatica zia strega…) riuscirà a dare una bella lezione a chi si prende gioco dei bambini.

Halloween è una tradizione che ormai conosciamo bene anche in Italia, e “Dolcetto o scherzetto” è una frase familiare a tutti. Così noi di fabulinis abbiamo voluto scrivere una storia tutta nostra, simpatica ed adatta a tutti i bambini.

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Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare della strega Greta!

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Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare lo scherzetto della strega Greta raccontata da Silvia!

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Lo scherzetto della strega Greta 🎃


Nella notte di Halloween, una strega pazzerella volava sulla sua scopa sopra i tetti del paese.

Greta, questo era il suo nome, stava andando dalle sue amiche, e siccome era in gran ritardo, volava via talmente veloce che perfino i gatti neri avevano paura di lei.
Lei e le altre sue compari avrebbero fatto grande festa, perché quella era la notte di Halloween, la notte delle streghe!

Vola sopra un tetto, vola attorno ad un campanile, vola dentro un vicolo, ecco che per la strada vide una compagnia di bambini tutti mascherati.
Erano tutti bimbi che andavano di casa in casa a chiedere “dolcetto o scherzetto”, per riempirsi le tasche di caramelle.
Incuriosita, Greta si fermò dietro ad un albero a guardare la scena. Dovete sapere che anche lei aveva una nipotina grande come loro. Si chiamava Adele ed era tanto simpatica.

I bimbi stavano bussando ad una grande porta di legno, e dopo poco uscì un uomo grande e grosso, con la barba lunga così.
Quando l’uomo si sentì chiedere “dolcetto o scherzetto”, fece una grossa risata. I bambini porsero comunque i loro sacchettini per raccogliere le caramelle, ma quel cattivone grande e grosso ci mise dentro solo dei piccoli pezzi di pane raffermo. Dopodiché chiuse loro la porta in faccia, ridendo sonoramente.

I bambini ci rimasero molto male, i più piccoli di loro avevano le lacrimone agli occhi. Non si aspettavano una cattiveria simile.
La strega Greta, dopo aver visto tutta quella brutta scena, decise che quell’omone si meritava una bella lezione.

Con due parole magiche si trasformò in una bambina travestita da piccola strega, e si avvicinò alla compagnia di bimbi.
– Ciao bambini, io mi chiamo Greta!
I bimbi, ancora un po’ tristi per l’accaduto, la guardarono chiedendosi da dove saltasse fuori.
– Ho visto tutta la scena – continuò Greta – e penso che quel cattivone grande e grosso si meriti una bella lezione!
Gli occhi dei bimbi più grandi si ravvivarono subito – Quella bimba ha ragione! – disse uno di loro, e corsero tutti incontro a Greta.
– Guardate qui – disse Greta.

Dalla sua borsa tirò fuori una boccetta color giallo fosforescente, versò un paio di gocce su una zucca intagliata che stava lì vicino, e… magia! La zucca iniziò a fare delle facce bruttissime!
Alcuni bimbi furono molto impressionati da quella magia e stavano per mettersi a piangere dalla paura.
– Non temete, questa zucca adesso andrà a far morire di paura quel cattivone!
– Siiiii! – gridarono insieme tutti i bambini.

Mentre la zucca piano piano si avviava verso la porta della casa, Greta versò un altro paio di gocce su un grande lenzuolo, su un secchio di latte ed infine su un rastrello.
Ed ecco che una piccola squadra di oggetti fluttuanti nell’aria stava per bussare alla porta della casa.
Greta e tutti i bambini, intanto, si erano nascosti dietro ad un muretto, per gustarsi la scena.
Quando finalmente il rastrello bussò alla porta, da dentro la casa si sentì una grossa risata, e poco dopo l’omone grande e grosso aprì la porta.

Immaginate che spavento quando di fronte a sé trovò una zucca intagliata che fluttuava a mezz’aria, un lenzuolo che sembrava un fantasma e un rastrello ed un secchio che sbattevano tra di loro, facendo un gran fracasso!
L’uomo, per quanto fosse grande e grosso, non riuscì nemmeno a gridare per la paura, e corse via dentro casa.
Ma la zucca, il lenzuolo, il rastrello e il secchio lo inseguirono ululando per tutte le stanze.

Il pover’uomo correva da una stanza all’altra terrorizzato, gridando:
– Scusate! Scusate! Ho capito, sono stato cattivo! Scusate!
Finché non andò in cucina, aprì la dispensa, prese tutti i dolci che aveva e li portò fuori ai bambini.
– Scusatemi bambini, scusatemi! Sono stato cattivo! Eccovi tutti i miei dolci!

I bambini, vedendo l’omone portare fuori tutti quei dolci, scattarono da dietro il muretto e corsero a prenderli. Ma non li presero tutti, ne lasciarono un poco anche all’uomo grande e grosso, perché così anche lui poteva festeggiare la notte delle streghe!
L’omone promise che l’anno successivo li avrebbe aspettati con ancora più dolci e caramelle, e i bambini tutti contenti poterono finalmente andare a bussare alla porta della casa vicina.

“Dolcetto o scherzetto?”

Nella confusione e felicità generale, i bambini non si erano accorti che Greta era sparita in groppa alla sua scopa, riprendendo il suo normale aspetto.
Meglio così. Per la strega Greta quello che davvero era importante era il sorriso di quei bambini in festa.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Il pipistrello Brighello 🦇🎃

Questo simpatico pipistrello ci insegna che, per migliorare la propria vita e trovare la felicità, bisogna avere il coraggio di credere nelle proprie forze senza arrendersi.

I racconti di Halloween spesso sono storie di paura, e non a torto! Noi di fabulinis, però, abbiamo voluto inventare una storia simpatica, per i più piccolini, che possono così divertirsi senza per forza spaventarsi 😉

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Il pipistrello Brighello 🦇🎃 storia completa


C’era una volta un pipistrello che si chiamava Brighello.
Lui Abitava tutto solo in una torre alta alta di un castello vicino ad un bosco, questa torre però era tutta piena di buchi, di spifferi e ci entrava tanto freddo, e quando faceva il temporale il povero pipistrello si ritrovava sempre zuppo e fradicio.
Brighello, poverino, non ce la faceva più, così sentì che ne aveva abbastanza e una notte decise di andare via dalla sua torre umida e sgangherata.

Quella notte era proprio quella di Halloween ed era tanto buia, c’era anche qualche lampo in lontananza, ma Brighello prese coraggio e volò via lo stesso, deciso a trovare una nuova casetta.
Cominciò a cercarla dal bosco vicino al castello e, vola vola, nel bosco incontrò un gufo.

– Buona sera signor gufo!
– Buona sera a te pipistrellino mio, dimmi, cosa ci fai in giro con questo buio nella notte di Halloween, non vedi che là ci sono dei lampi? Forse arriverà il temporale…

Il pipistrello decise quindi di raccontare tutta la sua storia.
– Io mi chiamo Brighello e abito nella torre del castello, che ha un sacco di buchi, è brutta, rotta, e piena di spifferi. Ci abito tutto solo e sto cercando una nuova casetta. Mi puoi aiutare signor gufo?

Il gufo gli rispose:
– Io abito in quest’albero, dentro quel buco, però per te caro pipistrello mio non c’è posto…
Brighello ci rimase un po’ male.
– Vabbè andrò in cerca di un’altra casetta… grazie lo stesso signor gufo!

Salutò il gufo e continuò a volare nel bosco finché non incontrò una volpe.
– Buonasera signora volpe!
– Buonasera pipistrello, cosa ci fai in giro con questcon questo buio nella notte di Halloween ?
Brighello allora raccontò la sua storia anche alla volpe:

– Io mi chiamo Brighello e abito nella torre del castello, che ha un sacco di buchi, è brutta, rotta, e piena di spifferi. Ci abito tutto solo e sto cercando una nuova casetta. Mi puoi aiutare signora volpe?
La volpe allora gli rispose:
– Io ti darei anche un lettino nella mia piccola tana, però sta sotto terra, e i pipistrelli come te non riescono a volare li dentro… Sarebbe una trappola per te!
Brighello ci rimase un po’ male.
– Vabbè andrò in cerca di un’altra casetta… grazie lo stesso signora volpe!

Salutò la volpe e continuò a cercare. Questa volta uscì dal bosco e si ritrovò sopra un grande prato, dove la luna ogni tanto riusciva a farsi vedere in mezzo alle nuvole scure e minacciose.
Vola vola e vola a Brighello venne in mente un’idea:
– Chiederò aiuto alla luna!
Così Brighello volò sempre più in alto finché non riuscì a vedere in viso la luna che stava sonnecchiando.

– Buona sera signora luna!
– Buona sera a te pipistrellino mio – disse la luna sbadigliando – cosa ci fai in giro con questo buio nella notte di Halloween?
Il pipistrello prese coraggio e raccontò tutta la sua storia.
– Io mi chiamo Brighello e abito nella torre del castello, che ha un sacco di buchi, è brutta, rotta, e piena di spifferi. Ci abito tutto solo e sto cercando una nuova casetta. Mi puoi aiutare signora luna?

La luna gli rispose:
– Buon pipistrello mio, vola verso la montagna, li dovresti trovare una grotta dove abitano tanti pipistrelli come te, sono sicura che accetteranno ben volentieri la tua compagnia e ti lasceranno stare con loro!
– Grazie! Grazie infinite signora luna, non so come ringraziarla!

E, salutata la luna, Brighello iniziò a volare verso la montagna. Arrivato lì, vide la grotta e vide che dentro c’era della luce.
Fu subito fermato però da un pipistrello che faceva la guardia all’ingresso!
– Chi sei tu?! Cosa ci fai qui?!
– Io mi chiamo Brighello e abito nella torre del castello, che ha un sacco di buchi, è brutta, rotta, e piena di spifferi. Ci abito tutto solo e sto cercando una nuova casetta…

Sentito il racconto di Brighello, la guardia gli disse:
– Allora penso proprio che tu abbia trovato la tua nuova casetta! Entra dentro alla nostra grotta, sono sicuro che tutti i miei amici pipistrelli ti accoglieranno ben volentieri, tra pipistrelli ci si deve sempre aiutare!
– Davvero posso stare con voi? – rispose tutto emozionato Brighello.
– Ma certo! Anzi, proprio stasera stiamo facendo una festa per Halloween, e la festa diventerà ancora più bella se si aggiunge un nuovo amico! Vieni con me!

Il pipistrello di guardia prese Brighello e lo portò al centro della grotta, dove si stava cantando, ballando e festeggiando.
– Fermi tutti! – disse la guardia – Voglio presentarvi Brighello, un pipistrello solo soletto in cerca di una nuova casa.
Dal gruppo di pipistrelli parlò uno di loro, che doveva essere l’anziano saggio, capo della tribù.
– Se vuoi, caro pipistrello mio, questa sarà la tua nuova casa, e questa la tua nuova famiglia.
Brighello non stava più in sé dalla gioia, tanto che riuscì solo a dire un fortissimo:
– Siiiiiii!

Allora tutti i pipistrelli corsero ad abbracciarlo e salutarlo, e subito dopo ripresero le danze in suo onore!
Da quel giorno Brighello non fu più solo, aveva finalmente trovato una bella casetta, e, cosa più importante aveva trovato tantissimi amici!

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Mr Zukky e il pipistrello

Mr Zukky e il pipistrello

FrankenPlush 🧸

Anche i pelouche brutti e birichini possono avere un cuore d’oro…

Noi di fabulinis abbiamo voluto scrivere una storia di Halloween che fosse anche carica di un significato più profondo: solo perchè non si è perfetti non vuol dire che non si abbia un cuore a cui poter dare tanto amore e affetto.

Ma soprattutto che se impariamo ad andare oltre le apparenze possiamo essere tutti più felici, perché l’abito non fa il monaco… 😉

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare di FrankenPlush!

🔊 Audiofiaba 😴

Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare FrankenPlush raccontata da Silvia!

FrankenPlush 🧸


Stano era un bambino molto curioso, non stava mai con le mani in mano e amava trafficare smontando e rimontando i suoi giochi.

Era quasi il giorno di Halloween e a Stano venne una bizzarra idea: per fare uno scherzo alla sua sorellina Sveva, avrebbe realizzato uno spaventosissimo peluche e gliel’avrebbe messo nel lettino prima della nanna. Lei si sarebbe spaventata moltissimo e lui avrebbe riso a crepapelle!

Allora andò nella sua cameretta, prese alcuni dei suoi pupazzi, i più rovinati e maltrattati, li scucì e li ricompose con ago e filo.
Il risultato era alquanto bizzarro.

Questo nuovo pupazzo aveva la testa di un gatto blu a cui mancava un occhio (sostituito da un bottone attaccato male), con un orecchio di un orsetto e l’altro di un cagnolino.

Il corpo era quello di un panda a cui avevano fatto qualche strana operazione chirurgica, ricucito alla fine con del filo di lana rosso. Un braccio era quello di una zebra mentre l’altro era di un topolino.

Come gambe, Stano aveva usato due robuste zampette di elefante, mentre sulla schiena del pupazzo regnava trionfante la pinna di uno squalo.
Stano ammirava compiaciuto la sua creazione.

“Sono stato proprio bravo!” si diceva tra sè, “bravo come il dottor Frankenstain!” ridendo in modo sguaiato “ah! ah! ah!”.
Ricordando in modo vago la storia del dottor Frankenstein, raccontatagli da suo cugino Corrado proprio quell’estate, voleva ricopiare fedelmente il momento in cui “la creatura” prendeva vita.

Prese tutta una serie di cianfrusaglie, cavi, fili e tubetti per costruire una finta centrale elettrica con cui dare vita alla sua creazione.
Come fosse un segno del destino, in lontananza si sentiva il rombo di alcuni tuoni e qualche lampo iniziava a farsi vedere. Stava arrivando un bel temporale.

Stano accese tutte le luci della stanza e infilò un paio di occhiali da sole, dopodichè afferrò una levetta di legno e l’abbassò.
– E ora prendi vita mio FrankenPlush!

Ci fu un lampo fortissimo fuori dalla finestra e poi un fragoroso rombo di tuono. Per un paio di secondi la luce andò via.

Per lo spavento Stano si rifugiò sotto le coperte del suo lettino. Quando sbirciò fuori dalle coperte il suo FrankenPlush era sparito.
“Dov’è finito il mio FrankenPlush?!” si chiese.
Un agghiacciante urlo di Sveva arrivò dal soggiorno.

Stano preoccupato per la sorellina, ma allo stesso tempo terrorizzato, si precipitò a vedere cos’era successo in soggiorno.
Non poteva credere ai suoi occhi: Sveva, con in mano una spada laser giocattolo, cercava di togliersi dalla gamba qualcosa… FrankenPlush!
Il pupazzo era aggrappato alla gamba di Sveva e con il braccio da zebra cercava di toccarle il viso.

Stano si precipitò a salvare sua sorella, afferrò con forza FrankenPlush e lo strattonò via.
– Lascia stare la mia sorellina, cattivo pupazzo! – gli urlò contro.

FrankenPlush per tutta risposta gli fece la linguaccia e una pernacchia e scappò via, infilando la porta di casa.

Stano non fece in tempo a capire che cosa fosse successo che sentì l’anziana vicina di casa urlare per lo spavento. Guardò allora fuori di casa e vide la vecchina semistesa a terra che, mentre si faceva aria col fazzoletto, per lo spavento gridava “Un mostro! Un mostro!”

Mentre Stano si infilava le scarpe, un altro urlo si udì poco lontano. Doveva fare in fretta! Inforcò la bici e partì all’inseguimento.

FrankenPlush aveva già sconvolto un paio di vicini, la signora del chiosco di fiori (a cui aveva rubato un mazzetto di fiori), il panettiere (dove aveva dato un morso ad una focaccia con le olive, sputazzando poi le olive…) e il bar, dove la barista per lo spavento si era rovesciata addosso un caffè macchiato caldo in tazza di vetro col manico in metallo e senza zucchero, che stava servendo al bancone.

“Ma è velocissimo! Meno male che gli ho messo delle zampette di elefante, pensa se usavo quelle del giaguaro…” pensava Steno tra sé, mentre lo inseguiva.
In meno di dieci minuti FrankenPlush aveva già terrorizzato mezzo quartiere.

Stano, mentre pedalava in cerca di una pista da seguire, sentì d’improvviso il pianto di una bambina che proveniva dal parchetto. La raggiunse e le chiese cosa fosse successo.

– Un mostriciattolo mi ha rubato la bambola… – e continuò a piangere tra i singhiozzi.
– Hai visto dov’è andato? – le chiese Stano, la bambina gli indicò la strada che portava al fiume. Stano la consolò, l’abbracciò e le promise che avrebbe cercato di riportarle la bambola, poi prese la bici e pedalò veloce giù al fiume.

Lo trovò lì, seduto immobile sulla riva con la bambola in mano. La stava fissando con uno sguardo intenso e curioso.

Stano si avvicinò cautamente per non farsi sentire, ma FrankenPlush non sembrava badargli. Arrivò fino al suo fianco, il pupazzo ruotò la testa dando uno sguardo veloce verso di lui, poi tornò a guardare la bambola.

FrankenPlush mostrò la bambola dal sorriso raggiante, gli occhi dolci e la faccia paffutella a Stano, poi con la sua zampetta di topolino indicò il suo viso ricucito e raffazzonato, e anche tutto sé stesso.

Cercò pure di farfugliare qualcosa, i suoi occhi erano tristi e se avessero potuto avrebbero versato qualche lacrima.
Stano capì: – Mi stai chiedendo perchè ti ho fatto così… ?
FrankenPlush annuì debolmente.

Stano non sapeva cosa rispondergli, per lui era stato un semplice scherzo, ma ora la sua creazione era lì davanti a lui, brutta e fatta male, ma piena di vita. E non capiva perché tutti avessero così paura di lui.

Stano si sedette vicino a FrankenPlush in silenzio, poi gli accarezzò la testolina. Il pupazzo si inclinò leggermente verso di lui, finché Stano non lo abbracciò forte forte.

– Ti voglio bene FrankenPlush, sei il pupazzo più straordinario che io abbia mai avuto – disse Stano.
FrankenPlush si strinse forte al suo braccio, ringraziandolo.

– Dobbiamo riportare la bambola alla bambina! – disse di soprassalto Stano ricordandosi della promessa fatta.
Corsero allora con la bici al parchetto, la bambina stava attendendo ansiosa la sua cara bambola.

Quando vide FrankenPlush la bimba si ritrasse paurosa, ma poi il pupazzo gliela porse gentilmente e cercò di scusarsi a suo modo. La bambina prese fra le braccia la sua bambola e guardando in faccia FrankenPlush, vide che aveva lo sguardo buono di chi vuole scusarsi.

La bimba gli sorrise, ora non aveva più paura di lui, anzi chiese come si chiamava.
– FrankenPlush! – rispose orgoglioso Stano.

Passarono quindi da tutte le persone che FrankenPlush aveva spaventato per scusarsi delle marachelle e rimediare se possibile.

La signora del bar, all’inizio molto arrabbiata, dopo le scuse lo prese in braccio e lo coccolò con amore. Il panettiere finì per regalargli una focaccia, la fioraia dopo una bella chiaccherata con Stano disse che FrankenPlush era il pupazzo più straordinario del quartiere e la vicina di casa, colpita dalla dolcezza di Frankenplush gli chiese se voleva passare ogni tanto a farle compagnia.

Tutti dopo che lo ebbero conosciuto per davvero, non ebbero più paura di lui.

Neppure Sveva, che appena lo rivide scappò a nascondersi dietro al divano, ma poi dopo che FrankenPlush la abbracciò dolcemente facendo le fusa, iniziò a riempirlo di bacetti e carezze.

E tutte le volte che poteva cercava di rubarlo al fratello per giocarci insieme.
Non capita tutti i giorni di avere un pupazzo che salta, balla, fa le linguacce e anche le pernacchie!

FrankenPlush era finalmente felice, e la sera Stano lo prendeva con sé, lo metteva nel lettino e gli teneva forte la zampetta.
Così tutti e due avrebbero fatto di sicuro dei magnifici e stupendi sogni.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Scheletrino e la maledizione di Halloween 💀

Che barba e che noia stare tutto il tempo da soli al cimitero…

Scheletrino e il suo nuovo amico Fantasmino si lanciano in un’avventura alla ricerca del Grande Mago della Foresta Oscura per chiedergli un favore, ma il “Grande Mago” non sembra volerli accontentare…

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare di Scheletrino!

🔊 Audiofiaba 😴

Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare Sheletrino raccontata da William!

Scheletrino e la maledizione di Halloween 💀 racconto completo


Era una notte buia buia e Scheletrino stava guardando il primo spicchio di luna crescente nel cielo pieno di stelle.

Scheletrino abitava in un piccolo e sgangherato cimitero di montagna, talmente piccolo che praticamente c’erano solo mamma, papà e le due bisbetiche zie… Una noia mortale.

A fargli compagnia c’erano solo gli animaletti del bosco e la luna d’argento.

Ma quella sera buia buia, mentre guardava la luna spostarsi piano piano nel cielo, sentì uno strano rumore provenire da appena fuori il cancello del cimitero.

Scheletrino corse a vedere cosa succedeva, e dietro ad una delle siepi vide qualcosa color bianco etereo che si muoveva.

Si avvicinò piano piano, senza far rumore, quando all’improvviso, dalla siepe…

‒ Bhoooooo!

Scheletrino fece un balzo all’indietro per lo spavento, mentre il Fantasmino che era saltato fuori dalla siepe ridacchiava per lo scherzo riuscito.

‒ Ti sei spaventato? ‒ chiese il Fantasmino mentre lo aiutava a rialzarsi da terra.
‒ Un po’…. ma tu chi sei?
‒ Sono Fantasmino, passavo di qua per caso e volevo vedere se c’era qualcuno con cui passare un po’ di tempo, sto facendo un lungo viaggio sai…

‒ Ci sono solo io sveglio… gli altri dormono tutti, ma che viaggio stai facendo?
‒ Sto andando dal Grande Mago della Foresta Oscura per chiedergli un favore.
‒ E cosa vuoi chiedergli?

‒ Di ritornare in carne ed ossa, mi ha raccontato una strega che lui può farlo… Vuoi venire con me?
‒ no… non posso, se vado via senza dire nulla a mamma e papà poi si arrabbiano ‒ disse poco convinto Scheletrino.
‒ Ma va’, vedrai ci mettiamo un attimo, domani mattina saremo di ritorno e nessuno si sarà accorto di nulla! ‒ gli sorrise Fantasmino.

Scheletrino ci pensò un attimo, pensò alla sua noiosa vita nel piccolo cimitero sgangherato e alle sue zie insopportabili.
‒ Ok vengo! ‒ e iniziarono a correre per il sentiero che portava al Bosco Oscuro.

Dopo poco sentirono un rumore metallico non molto lontano da loro. Era un treno che si stava fermando alla stazione.

Scheletrino disse a Fantasmino:
‒ E se prendiamo il treno? Così arriviamo Prima!
‒ Ottima idea compagno! rispose Fantasmino.

Così salirono sul treno, Scheletrino dalla porta del vagone, Fantasmino attraversando il finestrino della carrozza, sbucando e sedendosi di fianco ad un distinto uomo d’affari di ritorno dal lavoro.

L’uomo, avvertendo qualcosa di strano al suo lato, si voltò verso Fantasmino che…

‒ Bhoooooo!

L’uomo urlò talmente forte per lo spavento che tutti nel vagone si girarono a guardarlo mentre fuggiva via a gambe levate dalla carrozza.
Poi quando gli altri occupanti della carrozza videro Scheletrino che li salutava felice, scapparono tutti urlando anche loro.

‒ Perchè vanno via urlando? ‒ chiese Scheletrino deluso.
‒ Penso perchè non gli piace il nostro aspetto ‒ rispose Fantasmino che stava ancora ridendo per la scena divertente della gente che scappava terrorizzata ‒ meglio così, viaggeremo comodi comodi.
Scheletrino e Fantasmino si sedettero e il treno ripartì.

Arrivarono finalmente alla stazione di Foresta Oscura, dove scesero tra le urla spaventate di tutti i viaggiatori, ma loro non ci fecero caso e proseguirono per il sentiero che attraversava il bosco.

‒ Ma tu sai dove stiamo andando? ‒ chiese Scheletrino.
‒ Certo! Dobbiamo trovare la grande Quercia Maledetta, ha un grande buco proprio al centro del tronco, e dentro ci vive il grande Mago.
“Dev’essere proprio grande questa quercia se dentro ci vive addirittura un mago!” pensò Scheletrino.

Si addentrarono nel bosco, e man mano che camminavano incontravano tanti animaletti, tutti che scappavano via urlando di paura non appena li vedevano passare.

Solo una civetta dagli occhi gialli che brillavano nel buio non ebbe paura di loro, anzi domandò dall’alto del suo ramo:
‒ Cosa ci fate qui nella Foresta Oscura?
‒ Stiamo cercando la grande Quercia Maledetta, dobbiamo parlare col grande Mago! ‒ rispose Fantasmino.
‒ Il grande Mago? Mai sentito nominare… però se cercate la grande Quercia Maledetta siete sulla strada giusta, la troverete poco più avanti non farete fatica a notarla, i suoi rami argentei brillano nel buio ‒ e detto questo volò via.

Cammina cammina i due erano ormai arrivati nel profondo della Foresta Oscura, dove era più buio della notte buia, e il silenzio era talmente denso che metteva i brividi anche a due come Scheletrino e Fantasmino.

Poi la videro, i suoi rami d’argento brillavano nel buio come aveva detto la civetta! Finalmente erano arrivati alla grande Quercia Maledetta.

‒ Scusi grande Mago è in casa? ‒ disse Fantasmino.
Nessuno rispose.
‒ Grande Mago?! ‒ Dal buco della grande quercia si udì un rumore, poi due occhi di fuoco immersi nel buio spuntarono dal buco al centro dell’albero.

‒ Chi siete voi, e cosa volete!? ‒ rispose un vocione grosso e rauco.
‒ Siamo Fantasmino e Scheletrino e volevamo chiederti un favore…
‒ No! ‒ Rispose il vocione socchiudendo gli occhi di fuoco.

‒ Ma la Strega Griselda mi ha detto che tu esaudisci i desideri…
Ci fu un momento di silenzio assoluto nella foresta, poi:
‒ Si ma solo nella notte di Halloween.
‒ Domani è Halloween! ‒ esclamò Scheletrino ‒ aspetteremo qui!

Dall’interno dell’albero si sentì un rumoraccio tipo imprecazione.
‒ Ma serve che ci sia anche la luna piena! ‒ rispose il vocione.

Scheletrino e Fantasmino si guardarono sconsolati in faccia, la prossima luna piena sarebbe stata tra 28 giorni e Halloween sarebbe passato da un pezzo.
‒ Ma non puoi aiutarci lo stesso? abbiamo fatto tanta strada…
‒ No! E ora sparite da qui!
‒ Ma dai, sei un grande Mago tu, facci un piccolo piacere…
‒ No! Sparite! ‒ e visto che i due non sembravano per nulla intenzionati ad andarsene, dal buco nella Quercia Maledetta vennero lanciate delle ghiande. Una colpì in testa Scheletrino, l’altra trapassò senza problemi il corpo di Fantasmino.

“Ghiande?” pensarono entrambi.
Fantasmino si avvicinò a Scheletrino e sottovoce gli disse:
‒ Adesso gli faccio lo scherzetto… ‒ e ridendo sotto i baffi scivolò veloce fin sotto la Quercia maledetta e attraversò il tronco sbucando all’interno del buco.

‒ Bhoooooo!
‒ AHHHHRRRRGGGGG ‒ si sentì urlare da dentro il buco, e poi veloce come un fulmine sbucò un opossum che saltò giù dal tronco terrorizzato

‒ E tu saresti il grande Mago?! ‒ chiese Scheletrino sconcertato.
‒ No! sono il vecchio Opossum e non faccio nessuna magia, volevo solo prendere in giro due sprovveduti come voi! ‒ gridò.
‒ Ma la Strega Griselda mi aveva detto che…
‒ Di’ alla tua amica strega di aggiornarsi… il grande Mago è già da un secolo che non abita più qui, si era stufato di tutto questa noiosa foresta e ora vive su una spiaggia dei Caraibi… e ora tornatevene a casa che sta per diventare mattino!

Scheletrino e Fantasmino, tristi per la notizia e per il fatto che nessuno avrebbe esaudito i loro desideri, tornarono mestamente a casa.

Arrivati all’ingresso del cimitero si salutarono.
‒ Ciao Scheletrino, mi ha fatto piacere averti come compagno di viaggio.
‒ Ciao Fantasmino, anche a me è piaciuta la nostra avventura, sai qui è una noia mortale, non succede mai niente…
‒ Allora vorrà dire che andremo a fare qualche altro viaggetto io e te… ‒ sorrise furbamente Fantasmino.
‒ Ma certo! Ora però devo andare, che sennò chi la sente mia mamma…

Ma Scheletrino non fece in tempo a mettere piede nel suo sgangherato cimitero, che dal fondo di una tomba arrivò tonante la voce della mamma che lo chiamava per nome…
‒ Scheletrinooooooooooo…

Chissà che scusa avrà inventato Scheletrino 😉

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Il libro dei mostri

Il libro dei mostri

Il fantasma golosone 👻

Ma i fantasmi sono tutti cattivi? A volte ce ne sono alcuni che sono solo molto golosi di dolci…

Noi di fabulinis questa volta abbiamo giocato a inventare una storia su Halloween ispirandoci un po’ alla tradizione e un po’ alla nostra fantasia. Divertiti ad ascoltare la storia del fantasma golosone, e attento a non farti mangiare le caramelle!

🔊 Audiofiaba 😴

Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare il fantasma golosone raccontata da Silvia!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

Il fantasma golosone 👻 storia completa


C’erano quattro piccoli amici che il pomeriggio del 31 ottobre, prima della notte di Halloween, si erano ritrovati al parchetto del paese.
Erano già vestiti pronti per andare a fare “dolcetto o scherzetto” in tutte le case, ma prima volevano decidere che giro fare, e dove era meglio bussare…

– Io so che i genitori di Giorgino hanno la dispensa piena zeppa di dolci! – disse Lino.
– Ma anche Anita ha le tasche sempre piene di caramelle, e va in giro a vantarsene! – disse Adele.
– Bene – disse Dino, il fratello di Lino – inizieremo a bussare proprio da loro.
– E non dimentichiamoci dei vecchietti in fondo alla strada, ogni volta che li incontro mi allungano sempre un cioccolatino! – disse infine Tamara, e tutti annuirono.

Ma da nord arrivò una folata di vento gelido che li fece rabbrividire, e in pochi minuti tante nuvolone grigie iniziarono a formarsi sopra le loro teste.
– Mi sa che sta per piovere… – disse preoccupata Adele.
– Speriamo di no! – dissero in coro gli altri tre – sennò stasera niente “dolcetto o scherzetto”!
– Conviene tornare a casa, prima che piova – disse Tamara.

Il parchetto dove si erano ritrovati, non era proprio in centro al paese, anzi, era più vicino al bosco, che alle case. E se si fosse messo a piovere, avrebbero dovuto correre a gambe levate!
Ma proprio in quel momento si sentì il rombo di un tuono. I quattro bimbi non ebbero nemmeno il tempo di alzare lo sguardo al cielo, che già pioveva a dirotto.
– Scappiamo! – gridò Dino.
– Ma arriveremo a casa bagnati fradici! – rispose Tamara.
– Dobbiamo trovare un riparo. Guardate la! – disse Adele indicando una casetta malconcia e dalle finestre sempre chiuse, appena fuori dal boschetto.

– Ma quella è una casa infestata dai fantasmi! – disse Lino.
Ma gli altri tre stavano già correndo verso la casetta, così anche Lino si mise a correre, prima di ritrovarsi zuppo d’acqua.

I quattro si erano riparati sotto la veranda di quella casetta, che avevano sempre visto disabitata. Le finestre erano sempre state chiuse, e non avevano mai visto nessuno uscire o entrare da quella porta.
Proprio per questo tutti i bambini del paese la chiamavano “la casa dei fantasmi”.
Adele, che era abituata a frequentare case dove succedevano un sacco di cose strane (sua zia Greta era una strega, ma lei ancora non lo sapeva), non aveva mai dato peso a tutte quelle storie. L’importante era trovare un riparo per non bagnarsi e sgualcire il bellissimo costume da streghetta che indossava per Halloween.

– Speriamo che smetta di piovere presto – disse Tamara, stringendosi nel suo costume da zucca per il freddo.
– Guardate qui! – disse Dino – la porta è aperta! – e aprì per bene la porta d’ingresso per darci uno sguardo dentro.
– Ma lì dentro ci sono i fantasmi! Stai attento Dino! – gli gridò suo fratello Lino.
– Io non credo ai fantasmi – disse Adele, e fece due passi per sbirciare dentro anche lei.

La casetta era buia, ma un po’ di luce filtrava dalle persiane mezze rotte. Dentro c’erano un tavolo e alcune sedie, una cucina e un divano. In fondo alla stanza si intravedevano le scale per andare al piano di sopra.
– C’è nessuno? – disse timidamente Tamara, ma nessuno rispose.

Al piano di sopra, però, stava dormendo un fantasmino, che sentito tutto quel baccano decise di sbirciare al piano di sotto. Per lui era facile: siccome era un fantasma, gli bastava attraversare con la faccia il soffitto.
– Quei monelli sono venuti a disturbarmi, devo mandarli via subito di qui! – disse sottovoce il piccolo fantasma.

Poi guardando meglio, vide che i quattro bimbi erano tutti vestiti per la notte di Halloween.
– Se sono vestiti per Halloween, vuol dire che sono pieni di dolcetti e caramelle! Mmm… che voglia di dolci che ho, devo prenderglieli tutti!

Così il fantasma, senza farsi vedere, scivolò dietro di loro e con un colpo chiuse la porta alle loro spalle.
I quattro bimbi gridarono tutti per lo spavento! Si precipitarono alla porta per uscire, ma la trovarono chiusa e non riuscivano ad aprirla.

Lino iniziò a piagnucolare: – Lo sapevo che questa casa è infestata dai fantasmi…
Proprio in quel momento si sentì un “Buuuuuuuuuu” provenire dal piano di sopra.
Tamara, Lino e Dino si strinsero forte forte tra loro, sussultando.

– Bimbi monelli, siete venuti a disturbarmi! Se volete che vi lasci in pace dovete darmi tutte le vostre caramelle!
– Ma noi non abbiamo caramelle! – rispose Adele.
– Non dite bugie, siete vestiti per Halloween e ad Halloween ci si riempie le tasche di dolcetti! – rispose il fantasma.

– Ma noi non siamo ancora andati in giro per le case! E’ ancora presto e siamo entrati qui solo perché fuori è cominciato il temporale – continuò Adele.
– Ma davvero? – rispose il fantasmino, che non sapeva esattamente che ore erano.
I quattro annuirono e risposero in coro – Siii…

Il fantasma decise allora di farsi vedere. Era bianco, pallido e semitrasparente, e Lino per la paura si nascose dietro a suo fratello Dino.
Tutti e quattro i bimbi rimasero comunque impressionati.

– Ma allora i fantasmi esistono veramente… – esclamò Tamara.
– Certo che esistono! –rispose il fantasma.
Adele ci rimase un po’ male, lei era convinta che i fantasmi non esistessero.

– Ma tu sei un fantasma cattivo? – chiese Tamara leggermente impaurita.
– Io cattivo? Ma no! Io sono un fantasma buono. Vi ho fatto paura solo perché avevo una gran voglia di dolci… è un sacco che non ne mangio, sapete sono tanto goloso…

– Come ti chiami? – chiese Dino.
– Mi chiamo Bruno.
– Io sono Dino, questo bimbo pauroso è mio fratello Lino e queste sono le mie amiche Adele e Tamara.
Si presentarono tutti.

– Scusaci se siamo entrati in casa tua senza il permesso – disse Adele – ma forse possiamo aiutarci a vicenda…
Gli altri bimbi e il fantasmino Bruno la guardarono con curiosità.
– Questa sera potresti farci compagnia mentre andiamo per le case a chiedere “dolcetto o scherzetto”, e sono sicura che tu sarai bravissimo a spaventare la gente! Sai quanti dolci riusciremo a racimolare?! – propose Adele.

Si guardarono tutti in faccia, era un’ottima idea! Anche Lino, che ormai non aveva più paura di Bruno, ne fu entusiasta.
Bruno aprì la porta e tutti guardarono fuori. Il temporale era passato e il cielo era diventato tutto arancione per il tramonto.
Così poterono tornare a casa di corsa a prepararsi per la serata. Tutti assieme andarono a bussare alle porte delle case del paese, e quando aprivano Bruno faceva dei “buuuuu” spaventosissimi.

Così le loro tasche si riempirono di caramelle e dolci, e passarono tutti una bellissima serata.

⚜ Fine della fiaba ⚜

Il piccolo principe 💫 CAPITOLO 9

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare del piccolo principe!

Il Piccolo Principe 💫 CAPITOLO 9


C’era, accanto al pozzo, un rudere di un vecchio muro di pietra.
contro ogni speranza ero riuscito a riparare il mio aereo e, quando tornai la sera successiva, vidi da lontano il mio piccolo principe seduto lassù, con le gambe penzoloni. Stava parlando con qualcuno:
– Quindi non ricordi? – disse – Non è proprio qui!

Qualcuno gli rispose, perchè poi aggiunse:
– Sì! Sì! Il giorno è giusto, ma non il posto…
Camminai verso il muro, ancora non vedevo né sentivo nessuno, eppure il piccolo principe rispose ancora:
– … certo… Vedrai la mia traccia nella sabbia, devi solo aspettarmi lì. Ci vediamo stasera…

Ero a pochi metri dal muro e ancora non riuscivo a vedere nulla.
Il piccolo principe dopo un breve silenzio disse ancora:
– Hai del buon veleno? Sei sicuro che non mi farai soffrire a lungo?

Mi fermai. Il mio cuore sprofondava, ma continuavo a non capire.
– Ora vattene – disse – voglio tornare giù!

Così abbassai gli occhi anch’io e saltai dallo spavento!
C’era uno di quei serpenti gialli che se ti mordono ti uccidono in trenta secondi. Il serpente si lasciò sprofondare dolcemente nella sabbia e sparì.

Arrivai al muro giusto in tempo per prendere al volo il mio piccolo principe, pallido come la neve.
– Cosa significa?! Perché parlavi col serpente?!

Lo feci bere, non osavo chiedergli altro. Mi guardò cupo in viso e mi mise le braccia al collo. Sentivo il suo cuore battere come quello di un uccello morente a cui hanno sparato con un fucile.

Lui mi disse:
– Sono contento che tu abbia abbia riparato il tuo aereo, ora puoi tornare a casa…
– Come lo sai?
Non mi rispose, ma ha aggiunse:
– Anche io oggi vado a casa… – poi malinconicamente – è molto più lontano… è molto più difficile…

Sentivo che stava accadendo qualcosa di straordinario. Lo stringevo forte fra le braccia come un bambino, eppure mi sembrava che stesse sprofondando in un abisso senza che io potessi fare nulla per trattenerlo…

Aveva uno sguardo serio, perso molto lontano:
– Ho le tue pecore, e ho la cassetta e la museruola… – sorrise malinconicamente.

Aspettai a lungo, sentivo che a poco a poco si stava scaldando:
– Hai paura…? – aveva molta paura, ovviamente! Ma sorrise:
– Sarò molto più spaventato stasera…

Di nuovo mi sentii congelare al pensiero di quello che poteva succedere, e capii che non potevo sopportare l’idea di non sentire mai più quella risata. Per me era come una fontana nel deserto.

– Piccolo principe, voglio ancora sentirti ridere…
Ma lui mi disse:
– Stasera, sarà un anno che ho lasciato il mio pianeta, la mia stella sarà proprio sopra dove sono caduto l’anno scorso…

– É solo un brutto sogno… il serpente, l’appuntamento con una stella… vero?
Ma senza rispondermi disse:
– Ciò che è importante, non si vede…
– Certo…
– È come il fiore. Se ami un fiore che è su una stella, è dolce di notte guardare il cielo. Tutte le stelle sono fiorite.
– Certo…

– Guarderai le stelle di notte. La mia stella è troppo piccola per mostrarti dov’è, meglio così… sarà per te una delle tante stelle, e ti piacerà guardarle… saranno tutte tue amiche. E poi ti faccio un regalo… – e rise di nuovo.
– Ah! Piccolo uomo… mi piace sentire quella risata!

– Sarà questo il mio regalo… sarà come per l’acqua…
– Cosa intendi?
– Le stelle non sono tutte uguali per le persone: per quelli che viaggiano, le stelle sono guide. Per altri non sono altro che piccole luci. Per altri ancora sono problemi. Per il mio uomo d’affari erano oro. Ma tutte quelle stelle tacciono… tu, avrai stelle che nessuno ha…

– Cosa intendi?
– Quando guarderai il cielo, di notte, visto che io vivrò su una di esse e riderò, allora sarà per te come se ridessero tutte le stelle. Avrai stelle che sanno ridere!
E rise di nuovo.

– Sarai felice di avermi conosciuto, tu sarai sempre mio amico. Avrai voglia di ridere con me, e a volte aprirai la tua finestra, proprio così, per divertirti… e i tuoi amici saranno molto sorpresi di vederti ridere mentre guardi il cielo. Allora dirai loro: “Sì, le stelle mi fanno sempre ridere!” E penseranno che sei pazzo. Ti ho fatto uno scherzo molto brutto…
E rise di nuovo.

– Sarà come se ti avessi dato, al posto delle stelle, mucchi di sonagli che sanno ridere…
E rise di nuovo. Poi tornò serio:
– Questa notte…sai, non venire.

– Non ti lascerò.
– Sembrerà che io stia soffrendo… sembrerà un po’ come se stessi morendo… non venire a vederlo, non ne vale la pena…

– Non ti lascerò.
Era preoccupato per me.
– È per via del serpente… i serpenti sono cattivi, potrebbe morderti…

– Non ti lascerò.
Ma qualcosa lo rassicurò:
– È anche vero però che non hanno veleno per un secondo morso…

Quella notte non lo vidi partire, era scappato senza far rumore. Quando riuscii a raggiungerlo, camminava deciso con passo rapido.
Mi disse solo:
– Ah! Sei tu…
E mi prese per mano, ma si rabbuiò:
– Stai sbagliando, ne soffrirai… sembrerò morto, ma non sarà vero…

Rimasi in silenzio.
– Capisci… è troppo lontano! Non posso portare con me questo corpo, è troppo pesante…

Rimasi in silenzio.
– Sarà come una vecchia scorza abbandonata. Non sarà che una triste vecchia scorza…

Rimasi in silenzio.
Si scoraggiò un poco, ma si fece forza:
– Sarà bello, sai? Anch’io guarderò le stelle… tutte le stelle saranno pozzi con una carrucola arrugginita, tutte le stelle mi verseranno da bere…

Rimasi in silenzio.
– Sarà così divertente! Tu avrai cinquecento milioni di sonaglietti, io avrò cinquecento milioni di fontane…
E anche lui tacque, perché piangeva…

– È qui. Lasciami andare da solo.
E si sedette perché aveva paura.

Poi disse:
– Sai… il mio fiore… ne sono responsabile! Ed è così debole! Ed è così ingenuo… ha quattro spine inutili per proteggersi dal mondo…
Mi sedetti pure io, perché non riuscivo più a stare in piedi.

– Questo è tutto… – concluse il piccolo principe.
Esitò ancora un po’, poi si alzò.
Fece un passo.
Io non riuscivo a muovermi.

Non ci fu che un lampo giallo vicino alla sua caviglia.
Rimase immobile per un momento.
Non gridò.
Poi cadde dolcemente senza nemmeno un rumore, sulla morbida sabbia.

EPILOGO

Sono già passati sei anni… Non ho mai raccontato questa storia prima.
Gli amici che mi hanno rivisto tornare sono stati molto felici di vedermi vivo.
Ero triste, ma dissi loro che era per la stanchezza…

So benissimo che è tornato sul suo pianeta, perché, all’alba, non trovai il suo corpo. Non era un corpo così pesante…
Adesso mi piace ascoltare le stelle di notte, sono come cinquecento milioni di sonaglietti…

Guardai il disegno della museruola: l’avevo disegnata senza il cinturino in pelle! Non avrebbe mai potuto legarla al muso delle pecore.
“Cosa sarà successo sul suo pianeta? Forse le pecore hanno mangiato il fiore… ma certo che no! Il piccolo principe ogni notte rinchiude il suo fiore sotto una teca di vetro, e guarda attentamente le sue pecore…”

Quindi sono felice.

E tutte le stelle sorridono dolcemente.

È un grande mistero questo. Per te che ami il piccolo principe, come per me, niente nell’universo è uguale se da qualche parte, non sappiamo dove, una pecora che non conosciamo ha mangiato una rosa, o forse no…

Guarda il cielo. Chiediti: le pecore hanno mangiato il fiore o no? E vedrai come tutto cambia…

E nessun adulto capirà mai perché conta così tanto!

Un giorno disegnai il paesaggio più bello e più triste del mondo: un deserto.
È lo stesso paesaggio in cui il piccolo principe è apparso sulla terra, e poi è scomparso.

Se mai viaggerai in Africa, nel deserto, ti prego di non avere fretta, aspetta solo un po’ sotto le stelle!

Se poi un bambino viene da te, se ride, se ha i capelli d’oro e se non risponde mai quando viene interrogato, indovinerai chi è.
Quindi sii gentile, non lasciarmi così triste: scrivimi presto che il piccolo principe è tornato…

⚜ Fine della fiaba ⚜

Note al piccolo principe

La versione del piccolo principe che avete appena letto non è una rielaborazione di una fiaba o racconto classico come di solito facciamo, ma una vera e propria traduzione/riduzione dall’originale francese.

Il piccolo principe in realtà e un’unica lunga, magnifica e immensa poesia, che se fosse stata riassunta in forma di racconto avrebbe perso tutto il significato e la magia che contiene.

Non si può arrivare alla frase “l’essenziale è invisibile agli occhi” senza aver raccontato e descritto tutti i passaggi che sono serviti al piccolo principe per arrivare fin lì…

Il piccolo principe è un’opera abbastanza inscindibile dai dolci acquarelli dello stesso Saint-Exupery, molte parti del racconto original efanno direttamente riferimento ai disegni che bisogna guardare e “inserire” all’interno della storia. Non potendo inserirli su fabulinis, è qui che abbiamo deciso di rimaneggiare più “pesantemente” il piccolo principe, descrivendo dove possibile i disegni in modo che entrassero a far parte del racconto, facendo in modo di poterli immaginare anche senza poterli vedere.

Speriamo che questo adattamento vi sia piaciuto!

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Il piccolo principe 💫 CAPITOLO 8

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Il Piccolo Principe 💫 CAPITOLO 8


– Buongiorno – disse il piccolo principe.
– Buongiorno – disse il controllore dei treni.
Dopo tanto viaggiare il piccolo principe aveva trovato una stazione dei treni, e finalmente, gli uomini.

– Cosa stai facendo qui?
– Smisto i viaggiatori in pacchi da mille – disse il controllore.
Passò un treno veloce che fece tremare la cabina del controllore.

– Hanno fretta. – disse il piccolo principe – Cosa stanno cercando?
– Anche chi guida il treno lo ignora – disse il controllore.
E passò un altro treno veloce nella direzione opposta.

– Stanno già tornando? – chiese il piccolo principe.
– Non è lo stesso treno… – rispose il controllore.
– Non erano felici dov’erano?
– Non si è mai felici dove si è – disse il controllore.

E passò rombando un terzo treno veloce.
– Inseguono il primo treno? – chiese al piccolo principe.
– Non stanno inseguendo proprio niente – disse il controllore – dormono lì dentro, oppure sbadigliano. Solo i bambini schiacciano il naso contro i vetri per guardare fuori.

– Solo i bambini sanno quello che cercano… – disse il piccolo principe – perdono tempo per una bambola di pezza e lei diviene così importante che, se gli viene tolta, piangono…
– Sono fortunati – disse il controllore.

E il piccolo principe continuò il suo viaggio.

– Buongiorno – disse il piccolo principe.
– Buongiorno – disse il venditore caramelle dissetanti.
– Perché vendi queste caramelle?
– È un grande risparmio di tempo, ne prendi una e per una settimana non senti più il bisogno di bere. Facendo i calcoli si risparmiano cinquantatré minuti a settimana.

– E cosa se ne fa di cinquantatré minuti?
– Ci fai quello che vuoi…
“Io, si disse il piccolo principe, se avessi cinquantatré minuti da spendere, camminerei molto lentamente verso una fontana”. Il piccolo principe se ne andò…

Era ormai l’ottavo giorno nel deserto e avevo ascoltato la storia del mercante bevendo l’ultima goccia della mia scorta d’acqua:
– Sono molto belli, i tuoi ricordi, ma non ho ancora riparato il mio aereo e non ho più niente da bere… sarei felice anch’io se potessi camminare molto lentamente verso una fontana!

Lui mi guardò e rispose: – Ho sete anche io… cerchiamo un pozzo.

Feci un gesto di stanchezza: è assurdo cercare un pozzo, a caso, nell’immensità del deserto. Tuttavia partimmo.

Dopo aver camminato per ore in silenzio arrivò la notte e le stelle cominciarono ad illuminarsi. Le vidi come in sogno, con un po’ di febbre, per la mia sete.

Le parole del piccolo principe danzavano nella mia memoria:
– Anche tu hai sete? – Gli chiesi.
Ma non mi rispose, mi disse semplicemente:
– L’acqua può fare bene anche al cuore…
Non capivo la sua risposta ma rimasi zitto, sapevo benissimo che non bisognava interrogarlo.

Era stanco, si sedette e io mi sedetti accanto a lui. Dopo un po’ di silenzio disse ancora:
– Le stelle sono belle, per via di un fiore che non puoi vedere…
– Certo – risposi e guardai, senza parlare, le pieghe della sabbia sotto la luna.

– Il deserto è bellissimo – aggiunse…
Ed era vero. Ho sempre amato il deserto. Stavamo su una duna di sabbia, senza vedere niente, senza sentire niente, eppure qualcosa risplendeva nel silenzio…

– Ciò che rende bello il deserto – disse il piccolo principe – è che da qualche parte nasconde un pozzo…
Fui sorpreso di capire improvvisamente questo misterioso splendore della sabbia.
– Sì – dissi – che sia una casa, le stelle o il deserto, ciò che le rende belle è invisibile…
– Sono contento – disse – che tu sia d’accordo con la mia volpe.

Quando il piccolo principe si addormentò, lo presi in braccio e ripartii. Mi sembrava di portare un fragile tesoro. Mi sembrava persino che non ci fosse niente di più fragile sulla Terra. Guardai, alla luce della luna, quella fronte pallida, quegli occhi chiusi, quelle ciocche di capelli che tremavano al vento, e mi dissi: “quello che vedo è solo apparenza, quello che più conta è invisibile…”

Mentre le sue labbra semiaperte abbozzavano un sorriso, mi dicevo ancora: “Ciò che mi commuove così tanto di questo piccolo principe addormentato è la sua fedeltà ad un un fiore, è l’immagine di una rosa che brilla in lui come la fiamma di una lampada, anche quando dorme…”

E intuii come fosse ancora più fragile. Bisogna proteggere bene le lampade, una folata di vento può spegnerle…

E camminando, all’alba, trovai il pozzo.

Il pozzo che avevamo raggiunto non assomigliava ad altri pozzi del Sahara, i pozzi sahariani sono semplici buchi scavati nella sabbia. Questo sembrava un pozzo di villaggio, ma lì non c’era nessun villaggio, e pensavo di sognare.

– È strano – dissi – è tutto pronto: la carrucola, il secchio e la fune…
Il piccolo principe rise, tirò la corda e la carrucola cigolò.
– Lascia fare a me – gli dissi – è troppo pesante per te.

Lentamente sollevai il secchio fino al bordo, nell’acqua ancora tremante vidi tremare il sole.
– Ho sete, dammi da bere – disse il piccolo principe.
E capii cosa stava cercando!

Portai il secchio alle sue labbra, bevve con gli occhi chiusi. L’acqua era dolce, era nata dal camminare sotto le stelle tutta la notte, dal cigolare della carrucola, dallo sforzo delle mie braccia. Faceva bene al cuore, come un regalo.
Come quand’ero bambino e la luce dell’albero di Natale, la musica della messa di mezzanotte e la dolcezza dei sorrisi facevano risplendere i regali che ricevevo.

– Gli uomini del tuo pianeta – disse il piccolo principe – coltivano cinquemila rose nello stesso giardino… e non trovano quello che cercano…

– Non riescono a trovarlo – risposi.
– Eppure quello che stanno cercando potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ d’acqua… – disse, e poi aggiunse: – Ma gli occhi sono ciechi, bisogna cercare con il cuore!

Bevvi anche io, stavo bene. La sabbia all’alba è color del miele.
– Devi mantenere la tua promessa – mi disse piano il piccolo principe, che si sedette di nuovo accanto a me.
– Quale promessa?
– Sai…una museruola per la mia pecora…sono responsabile di quel fiore!

Tirai fuori dalla tasca i miei schizzi. Il piccolo principe li vide e disse ridendo:
– I tuoi baobab assomigliano un po’ ai cavoli…
– Oh! – dissi sottovoce, ero così orgoglioso dei miei baobab!

– La tua volpe…le sue orecchie…sembrano un po’ corna…e sono troppo lunghe! – e rise di nuovo.
– Sei ingiusto, ometto, non sapevo disegnare…
– Oh! andrà bene – disse – i bambini capiranno i tuoi disegni.

Quindi disegnai una museruola. Avevo il cuore pesante quando glielo diedi dicendogli:
– Hai progetti che ignoro…

Senza rispondermi mi disse:
– Sai, domani sarà un anno che sono arrivato qui sulla terra… ero caduto qui vicino… – e arrossì.

Senza capire perché provai uno strano dolore e gli domandai:
– Quindi non è un caso che la mattina che ti ho incontrato, otto giorni fa, stavi camminando così, tutto solo, a mille miglia da tutte le regioni abitate… stavi tornando dove sei caduto?

Il piccolo principe arrossì di nuovo. Non ha mai risposto alle mie domande, ma quando arrossiva significava “sì”, vero?
– Ora devi lavorare… torna al tuo aereo, ti aspetto qui. Torna domani sera…

Ma non ero per nulla rassicurato, mi ricordai della volpe: si rischia di piangere un po’ se ci lasciamo addomesticare…

… continua nel CAPITOLO 9

Note al piccolo principe

La versione del piccolo principe che avete appena letto non è una rielaborazione di una fiaba o racconto classico come di solito facciamo, ma una vera e propria traduzione/riduzione dall’originale francese.

Il piccolo principe in realtà e un’unica lunga, magnifica e immensa poesia, che se fosse stata riassunta in forma di racconto avrebbe perso tutto il significato e la magia che contiene.

Non si può arrivare alla frase “l’essenziale è invisibile agli occhi” senza aver raccontato e descritto tutti i passaggi che sono serviti al piccolo principe per arrivare fin lì…

Il piccolo principe è un’opera abbastanza inscindibile dai dolci acquarelli dello stesso Saint-Exupery, molte parti del racconto original efanno direttamente riferimento ai disegni che bisogna guardare e “inserire” all’interno della storia. Non potendo inserirli su fabulinis, è qui che abbiamo deciso di rimaneggiare più “pesantemente” il piccolo principe, descrivendo dove possibile i disegni in modo che entrassero a far parte del racconto, facendo in modo di poterli immaginare anche senza poterli vedere.

Speriamo che questo adattamento vi sia piaciuto!

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Il piccolo principe 💫 CAPITOLO 7

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Il Piccolo Principe 💫 CAPITOLO 7


Fu allora che apparve la volpe.
– Buongiorno – gli disse.
– Buongiorno – rispose il piccolo principe, che si voltò ma non vide nulla.
– Sono qui, sotto il melo – continuò la volpe.
– Chi sei? – disse il piccolo principe vedendola – sei piuttosto carina…
– Sono una volpe – rispose.

– Vieni a giocare con me – aggiunse il piccolo principe – sono così triste…
– Non posso giocare con te, non sono addomesticata.
– Ah! Scusa – disse il piccolo principe che, dopo averci riflettuto, aggiunse:
– Cosa significa “addomesticata”?

– Non sei di qui vero? – disse la volpe – cosa stai cercando?
– Sto cercando gli uomini – disse il piccolo principe – Cosa significa addomesticata?

– È una cosa ormai dimenticata – disse la volpe – Significa “creare legami”
– Creare legami?
– Certo… per me tu sei solo un ragazzino simile a centomila altri ragazzini, e non ho bisogno di te. E neanche tu hai bisogno di me, ma, se mi addomestichi, avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai unico al mondo per me e io sarò unica per te.

– Comincio a capire… c’è un fiore… credo che mi abbia addomesticato…
– È possibile – disse la volpe – succede di tutto sulla Terra…

– Oh, non è sulla Terra! – disse il piccolo principe. La volpe sembrava molto incuriosita:
– Su un altro pianeta?
– Sì.

– Interessante! – concluse la volpe, che poi continuò il suo discorso:
– La mia vita è monotona, io caccio i polli, gli uomini danno la caccia a me. Tutti i polli sono uguali e tutti gli uomini sono simili, quindi sono un po’ annoiata. Ma, se mi addomestichi, la mia vita diventerà luminosa. Riconoscerò il tuo passo, che sarà diverso da tutti gli altri… e poi guarda i campi di grano laggiù, Il grano per me è inutile, ma tu hai i capelli d’oro come il grano, e questo mi farà ricordare di te.

La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
– Per favore…addomesticami… – gli disse.
– Volentieri – rispose il piccolo principe – ma non ho molto tempo. Ho amici da scoprire e tante cose da sapere.

– Conosciamo solo le cose che addomestichiamo. Gli uomini non hanno più il tempo di sapere nulla e comprano le cose già pronte… ma gli amici non si trovano in negozio e ormai gli uomini non hanno più amici… se vuoi un amico, addomesticami!
– Cosa dovrei fare? – disse il piccolo principe.
– Devi essere molto paziente – rispose la volpe – Per prima cosa ti siederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e non dirai niente. La lingua è fonte di incomprensione, ma man mano che passano i giorni potrai sederti un po’ più vicino…

Il giorno dopo il piccolo principe tornò.
– Sarebbe stato meglio tornare alla stessa ora – disse la volpe – Se vieni, per esempio, alle quattro del pomeriggio, alle tre comincerò ad essere felice. Più passa il tempo, più mi sentirò felice, e alle quattro sarò agitato e preoccupato; questo è il prezzo della felicità!
Ma se ti presenterai in un momento qualsiasi, non saprò mai a che ora preparare il mio cuore… ci vogliono i riti.

– Cos’è un rito? – disse il piccolo principe.
– È qualcosa di troppo dimenticato. – disse la volpe – Il rito è ciò che rende un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore. C’è un rito, per esempio, tra i cacciatori: il giovedì ballano con le ragazze del villaggio, e quindi per loro il giovedì è una giornata meravigliosa! Se i cacciatori ballassero in qualsiasi momento, le giornate sarebbero tutte uguali…

Così il piccolo principe addomesticò la volpe, finchè non arrivò l’ora della sua partenza.
– Piangerò – disse la volpe.
– È colpa tua, tu hai voluto che ti addomesticassi… — disse il piccolo principe.
– Hai ragione – disse la volpe.
– Però ora piangerai! – continuò il piccolo principe.
– Certo – rispose la volpe.
– Quindi, cosa ci hai guadagnato?!
– Ho guadagnato il colore del grano – disse la volpe – Vai a vedere di nuovo le rose, capirai che la tua è unica al mondo… poi torna a salutarmi e io ti farò dono di un segreto.

Il piccolo principe tornò a vedere le rose e capì che non erano affatto come la sua rosa, non erano niente di niente per lui.

– Voi siete belle, ma siete vuote per me – disse alle rose – La mia rosa vi somiglia, ma solo lei è importante per me, perché è lei che ho annaffiato, che ho protetto dal vento, che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi. Solo lei è la mia rosa.

E ritornò dalla volpe:
– Addio… – le disse.
– Addio… – disse la volpe – Eccoti il mio segreto, è molto semplice: si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.

– L’essenziale è invisibile agli occhi – ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.
– È il tempo che hai passato con la tua rosa che la rende così importante.
– È il tempo che ho passato con la mia rosa… – ripetè il piccolo principe, per ricordarselo.

– Gli uomini hanno dimenticato questa verità – disse la volpe – non devi dimenticarlo: diventi responsabile per sempre di ciò che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…
– Io sono responsabile della mia rosa… – ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.

… continua nel CAPITOLO 8

Note al piccolo principe

La versione del piccolo principe che avete appena letto non è una rielaborazione di una fiaba o racconto classico come di solito facciamo, ma una vera e propria traduzione/riduzione dall’originale francese.

Il piccolo principe in realtà e un’unica lunga, magnifica e immensa poesia, che se fosse stata riassunta in forma di racconto avrebbe perso tutto il significato e la magia che contiene.

Non si può arrivare alla frase “l’essenziale è invisibile agli occhi” senza aver raccontato e descritto tutti i passaggi che sono serviti al piccolo principe per arrivare fin lì…

Il piccolo principe è un’opera abbastanza inscindibile dai dolci acquarelli dello stesso Saint-Exupery, molte parti del racconto original efanno direttamente riferimento ai disegni che bisogna guardare e “inserire” all’interno della storia. Non potendo inserirli su fabulinis, è qui che abbiamo deciso di rimaneggiare più “pesantemente” il piccolo principe, descrivendo dove possibile i disegni in modo che entrassero a far parte del racconto, facendo in modo di poterli immaginare anche senza poterli vedere.

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Il piccolo principe 💫 CAPITOLO 6

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Il Piccolo Principe 💫 CAPITOLO 6


Il settimo pianeta fu quindi la Terra.
La Terra non era un pianeta qualsiasi! C’erano centoundici re, settemila geografi, novecentomila uomini d’affari, sette milioni e mezzo di bevitori, trecentoundici milioni di vanitosi, e quasi due miliardi adulti.

Gli esseri umani occupano pochissimo spazio sulla terra, se stessero tutti in piedi e un po’ vicini tra loro, starebbero facilmente in una pubblica piazza lunga venti miglia e larga venti miglia. Potremmo stipare l’umanità sull’isolotto più piccolo del Pacifico.

Gli adulti, ovviamente, non ti crederanno, pensano di occupare molto spazio. Si considerano importanti come i baobab. Consigliate loro di fare il calcolo, amano i numeri: gli piacerà.

Il piccolo principe, una volta sulla terra, fu sorpreso di non vedere nessuno. Aveva già paura di aver trovato il pianeta sbagliato, quando vide qualcosa muoversi nella sabbia.

– Buongiorno – disse il piccolo principe educatamente.
– Buongiorno – disse il serpente.

– Su quale pianeta sono? – chiese il piccolo principe.
– Sulla Terra, in Africa – rispose il serpente.
– Ah!… ma non c’è nessuno qui sulla Terra?
– Qui sei nel deserto, non c’è nessuno nei deserti. La Terra è grande – disse il serpente.

Il piccolo principe si sedette su un sasso e guardò il cielo:
– Mi chiedo se le stelle sono illuminate in modo che ognuno possa un giorno ritrovare la sua, guarda il mio pianeta, è lassù… Ma quanto è lontano!

– È bello – disse il serpente – Cosa ci fai qui?
– Ho delle difficoltà con un fiore – disse il piccolo principe.

– Ah… – disse il serpente.
Rimasero in silenzio.

– Dove sono gli uomini? – riprese finalmente il piccolo principe – Si è un po’ soli nel deserto…
– Siamo soli anche tra gli uomini – disse il serpente.

Il piccolo principe lo guardò a lungo:
– Sei una bestia buffa, sottile come un dito…
– Ma io sono più potente del dito di un re – disse il serpente.

Il piccolo principe sorrise:
– Non sei molto potente… non hai nemmeno le gambe… non puoi nemmeno viaggiare…

– Posso portarti più lontano di una nave – disse il serpente mentre avvolgeva la caviglia del piccolo principe come un braccialetto d’oro – chiunque tocco, lo faccio ritornare alla terra da cui è venuto. Ma tu sei puro e vieni da una stella…
Il piccolo principe non rispose nulla.

– Mi fai pietà, così debole, su questa Terra di granito… Posso aiutarti un giorno, se ti mancasse troppo il tuo pianeta io posso…
– Oh! Ho capito benissimo – disse il piccolo principe – ma perché parli sempre per enigmi?
– Perché li risolvo tutti… – disse il serpente.
E rimasero in silenzio.

Il piccolo principe si decise ad attraversare il deserto e incontrò solo un fiore, un piccolo fiore con solo tre petali…
– Buongiorno – disse il piccolo principe.
– Buongiorno – rispose il fiore.
– Sai dove sono gli uomini?
Il fiore qualche giorno prima aveva visto passare una carovana:

– Uomini? Ne ho visti sei o sette, ma non si sa mai dove trovarli, Il vento li fa vagare, mancano di radici…

Il piccolo principe ringraziandolo continuò il suo cammino salendo su un’alta montagna.
Le uniche montagne che avesse mai conosciuto erano i suoi tre vulcani alti fino alle ginocchia, e usava il vulcano spento come sgabello.
“Da una montagna così alta, pensò, vedrò tutto il pianeta e tutti gli uomini…” ma intorno a sè non vide altro che rocce aguzze.

– Buongiorno! – urlò al vento.
“Buongiorno… buongiorno… buongiorno…” gli rispose l’eco.
– Chi sei?! – disse il piccolo principe.
“Chi sei… chi sei… chi sei…” rispose ancora l’eco.
– Siate miei amici? Io sono solo – disse.
“Io sono solo… io sono solo… io sono solo…” rispose l’eco.

“Che strano pianeta!” pensò allora il piccolo principe, “è tutto un deserto e agli uomini manca l’immaginazione, ripetono tutto quello che gli viene detto… almeno a casa mia avevo un fiore, e parlava sempre per primo…”

Ma accadde che il piccolo principe scoprì finalmente una strada e incontrò un giardino pieno di rose.
– Buongiorno – disse il piccolo principe.
– Buongiorno – risposero le rose.
Il piccolo principe le guardò, sembravano tutte il suo fiore.

– Chi siete? – chiese loro, stupito.
– Siamo rose.
– Ah! – disse il piccolo principe…

Si sentiva molto triste, il suo fiore gli aveva detto che era l’unico della sua specie nell’universo. Ed ecco che qui invece ce n’erano cinquemila, tutti uguali, in un solo giardino!

“Pensavo di essere ricco con un fiore unico nel suo genere, e invece ho solo una comune rosa. Una rosa e tre vulcani che mi arrivano al ginocchio… non fanno di me un gran principe…”
Si sdraiò sull’erba, e pianse.

… continua nel CAPITOLO 7

Note al piccolo principe

La versione del piccolo principe che avete appena letto non è una rielaborazione di una fiaba o racconto classico come di solito facciamo, ma una vera e propria traduzione/riduzione dall’originale francese.

Il piccolo principe in realtà e un’unica lunga, magnifica e immensa poesia, che se fosse stata riassunta in forma di racconto avrebbe perso tutto il significato e la magia che contiene.

Non si può arrivare alla frase “l’essenziale è invisibile agli occhi” senza aver raccontato e descritto tutti i passaggi che sono serviti al piccolo principe per arrivare fin lì…

Il piccolo principe è un’opera abbastanza inscindibile dai dolci acquarelli dello stesso Saint-Exupery, molte parti del racconto original efanno direttamente riferimento ai disegni che bisogna guardare e “inserire” all’interno della storia. Non potendo inserirli su fabulinis, è qui che abbiamo deciso di rimaneggiare più “pesantemente” il piccolo principe, descrivendo dove possibile i disegni in modo che entrassero a far parte del racconto, facendo in modo di poterli immaginare anche senza poterli vedere.

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Il piccolo principe 💫 CAPITOLO 5

🖌 Disegno da colorare 🎨

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Il Piccolo Principe 💫 CAPITOLO 5


Il quinto pianeta era molto curioso. Era il più piccolo di tutti e c’era spazio appena sufficiente per una lanterna e per l’uomo che la accendeva.

Il piccolo principe pensò: “Forse quest’uomo è assurdo. Tuttavia, è meno assurdo del re, del vanitoso, dell’uomo d’affari e del bevitore, almeno il suo lavoro ha un senso… quando accende la sua lanterna è come se stesse dando alla luce una stella, o un fiore. Quando la spegne, fa addormentare il fiore o la stella. Questo lavoro è davvero utile e bellissimo”.

Si avvicinò salutandolo rispettosamente:
– Buongiorno, perchè spegne la lanterna?
– Questo è l’ordine – rispose l’uomo.
– Qual è l’ordine?
– È di spegnere la mia lanterna.
E subito la riaccese.

– Ma perché l’ha riaccesa?
– Questo è l’ordine – rispose l’uomo.
– Non capisco – disse il piccolo principe.
– Non c’è niente da capire – disse l’uomo della lanterna – un ordine è un ordine.
E spense la lanterna.

Poi si asciugò la fronte con un fazzoletto e continuò:

– Faccio un mestiere terribile. Era ragionevole una volta, quando accendevo alla sera e spegnevo al mattino, avevo tutto il resto della giornata per riposarmi e il resto della notte per dormire…

– E da allora gli ordini sono cambiati?
– Gli ordini non sono cambiati – disse l’uomo – È qui che sta il dramma! Il pianeta di anno in anno ha iniziato a ruotare sempre più velocemente e gli ordini non sono cambiati! Ora che il pianeta fa un giro completo al minuto, non ho mai riposo, accendo e spengo una volta al minuto!

– Bello! Da te le giornate durano un minuto!
– Non è affatto bello! – disse l’uomo della lanterna – Lo sai che stiamo parlando insieme da un mese ormai?
– Un mese?!
– Sì, trenta minuti qui equivalgono a trenta giorni! – e riaccese la lanterna.

Il piccolo principe lo guardò e provò simpatia per lui. Ricordò i tramonti sul suo pianeta. Voleva fare qualcosa per lui:
– Sai… conosco un modo per riposarti se vuoi…
– Dimmi…
– Il tuo pianeta è così piccolo che gli giri intorno in tre passi, devi solo camminare lentamente per stare sempre al sole. Quando vorrai riposarti camminerai… e la giornata durerà quanto vorrai.

– Non mi serve a molto, quello che vorrei poter fare è dormire…
– Allora non hai fortuna – disse il piccolo principe.
– Non ho fortuna – disse l’uomo – e spense la lanterna.

Questo, pensò il piccolo principe, proseguendo il suo viaggio, sarebbe stato disprezzato da tutti gli altri, dal re, dal vanitoso, dal bevitore, dal commerciante. Tuttavia, è l’unico che non mi sembra ridicolo, forse è perché si prende cura di qualcosa che non sia se stesso.

Sospirò e pensò che quella era l’unica persona che avrebbe potuto diventare suo amico. Ma quel pianeta era troppo piccolo e non c’era posto per due…

Ciò che il piccolo principe non osava ammettere a se stesso era che su quel pianeta avrebbe potuto vedere millequattrocentoquaranta tramonti ogni ventiquattro ore!

Il sesto pianeta era dieci volte più grande ed era abitato da un vecchio signore che scriveva libri enormi.

– Ecco un esploratore! – gridò quando vide il piccolo principe.
Il piccolo principe si sedette sul tavolo e sospirò un poco. Aveva già viaggiato tanto!

– Da dove vieni? – gli chiese il vecchio signore.
– Cos’è questo grande libro? Cosa stai facendo qui? – disse il piccolo principe.
– Sono un geografo – disse il vecchio signore.

– Cos’è un geografo?
– È uno studioso che sa dove sono i mari, i fiumi, le città, le montagne e i deserti.
– Molto interessante – disse il piccolo principe e lanciò uno sguardo intorno a sé sul pianeta del geografo. Non aveva mai visto prima un pianeta così maestoso.

– È molto bello, il tuo pianeta. Ci sono oceani?
– Non posso saperlo – disse il geografo.
– Ah… – Il piccolo principe rimase deluso – E le montagne?
– Non posso saperlo – rispose il geografo.
– E città, fiumi e deserti?
– Non posso sapere nemmeno quello – disse il geografo.

– Ma tu sei un geografo!
– Esatto, ma non sono un esploratore! Su questo pianeta mancano gli esploratori… Il geografo non lascia mai il suo ufficio. Ma riceve gli esploratori, li interroga e prende nota dei loro viaggi.

E tu mi sembri proprio un esploratore! Descrivimi il tuo pianeta!
Il geografo aprì il suo grande libro e affilò la sua matita.
– Quindi? chiese il geografo.

– Oh! Il mio pianeta non è molto interessante, è piccolissimo. Ho tre vulcani, due attivi e uno spento.Ho anche un fiore.

– Noi geografi non annotiamo i fiori – disse.
– Perchè?! Sono molto belli!
– Perché i fiori sono effimeri.
– Cosa significa “effimero”?

La “geografia” non passa mai di moda, è raro che una montagna cambi posto, è molto raro che un oceano si svuoti della sua acqua. Scriviamo cose eterne.

– Ma i vulcani spenti possono svegliarsi – lo interruppe il piccolo principe – Cosa significa “effimero”?
– Se i vulcani sono estinti o svegli, per noi è la stessa cosa , ciò che conta per noi sono le montagne, quelle non cambiano.
– Ma cosa significa “effimero”? – ripeté il piccolo principe che, in vita sua, non aveva mai rinunciato a una domanda una volta che l’aveva fatta.

– Significa “che scompare in fretta”.
– Il mio fiore è destinato a scomparire in fretta?
– Certo.
Il mio fiore è effimero, si disse il piccolo principe, e ha solo quattro spine per difendersi dal mondo! E l’ho lasciato solo a casa!
Questo fu il suo primo momento di rimpianto, ma riprese coraggio e chiese:

– Cosa mi consiglieresti di visitare?
– Il “Pianeta Terra” – rispose il geografo – Ha una buona reputazione…
E il piccolo principe se ne andò, pensando al suo fiore.

… continua nel CAPITOLO 6

Note al piccolo principe

La versione del piccolo principe che avete appena letto non è una rielaborazione di una fiaba o racconto classico come di solito facciamo, ma una vera e propria traduzione/riduzione dall’originale francese.

Il piccolo principe in realtà e un’unica lunga, magnifica e immensa poesia, che se fosse stata riassunta in forma di racconto avrebbe perso tutto il significato e la magia che contiene.

Non si può arrivare alla frase “l’essenziale è invisibile agli occhi” senza aver raccontato e descritto tutti i passaggi che sono serviti al piccolo principe per arrivare fin lì…

Il piccolo principe è un’opera abbastanza inscindibile dai dolci acquarelli dello stesso Saint-Exupery, molte parti del racconto original efanno direttamente riferimento ai disegni che bisogna guardare e “inserire” all’interno della storia. Non potendo inserirli su fabulinis, è qui che abbiamo deciso di rimaneggiare più “pesantemente” il piccolo principe, descrivendo dove possibile i disegni in modo che entrassero a far parte del racconto, facendo in modo di poterli immaginare anche senza poterli vedere.

Speriamo che questo adattamento vi sia piaciuto!

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Il piccolo principe 💫 CAPITOLO 4

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Il Piccolo Principe 💫 CAPITOLO 4


Il secondo pianeta che visitò era abitato da un vanitoso:

– Ah! Ah! Arriva un ammiratore! – gridò il vanitoso non appena vide il piccolo principe.
Perché, per i vanitosi, gli altri uomini sono ammiratori.

– Salve – disse il piccolo principe – Hai un buffo cappello.
– È per salutare – rispose l’uomo vanitoso – è per salutare quando vengo acclamato, ma purtroppo nessuno passa mai di qui.

– Ah sì? – disse il piccolo principe, che non capiva.
– Batti le mani – consigliò il vanitoso.

Il piccolo principe batté le mani e Il vanitoso si inchinò modestamente, sollevando il cappello.
“È più divertente della visita al re” si disse il piccolo principe che ricominciò a battere le mani. L’uomo vanitoso riprese a salutare sollevando il cappello.

Dopo cinque minuti di battimani il piccolo principe si stancò della monotonia del gioco:
– E per far cadere il cappello, cosa si deve fare?
Ma l’uomo vanitoso non lo udì. I vanitosi non sentono altro che lodi.

– Mi ammiri molto? – chiese al piccolo principe.
– Cosa significa ammirare?
– Ammirare significa riconoscere che sono l’uomo più bello, più elegante, più ricco e più intelligente del pianeta.

– Ma sei solo sul tuo pianeta!
– Fammi questo piacere, ammirami comunque!
– Ti ammiro – disse il piccolo principe alzando le spalle, e non avendo più nulla da chiedere al vanitoso, se ne andò.

Gli adulti sono decisamente strani, si disse durante il suo viaggio.

Il pianeta successivo era abitato da un bevitore. Questa visita fu brevissima, ma fece venire al piccolo principe in una grande malinconia:

– Cosa fai? – chiese al bevitore, che trovò in silenzio davanti a una serie di bottiglie di vino vuote insieme ad altre piene.
– Bevo – rispose con aria triste.
– Perché stai bevendo? – chiese il piccolo principe.
– Per dimenticare – rispose il bevitore.

– Per dimenticare cosa? – domandò il piccolo principe che già provava compassione per lui.
– Per dimenticare che mi vergogno – confessò il bevitore, abbassando la testa.
– Vergogna di cosa? – continuò il piccolo principe, che voleva aiutarlo.

– Mi vergogno di bere! – disse il bevitore che si chiuse poi in un cupo silenzio.

E il piccolo principe se ne andò, perplesso.
Gli adulti sono decisamente molto, molto strani, si disse durante il viaggio.

Il quarto pianeta era abitato da un uomo d’affari. Era così impegnato che non alzò nemmeno la testa quando arrivò il piccolo principe.

– Ciao – gli disse – La tua sigaretta è spenta.
– Tre e due fanno cinque, cinque e sette dodici, dodici e tre quindici. Buongiorno. Quindici e sette ventidue, ventidue e sei ventotto. Non ho tempo per riaccenderla. Ventisei e cinque trentuno… uff! Quindi sono cinquecentoeunmilioneseicentoventiduemilasettecentotrentuno!

– Cinquecento milioni di cosa?
– Eh? Sei ancora qui? Cinquecento e un milione… non so… ho tanto lavoro! Dico sul serio, non perdo tempo a giocare! Due e cinque sette…

– Cinquecento milioni di cosa?! – ripeteva il piccolo principe, che mai in vita sua aveva rinunciato a una domanda una volta che l’aveva fatta.

L’uomo d’affari alzò la testa:
– Nei cinquantaquattro anni che ho vissuto su questo pianeta, sono stato disturbato solo tre volte: la prima volta ventidue anni fa, da un insetto che mi girava intorno facendo un rumore terribile e ho commesso quattro errori in una sola aggiunta. La seconda volta è stata undici anni fa, per un attacco di reumatismi. La terza volta… eccolo! Quindi stavo dicendo cinquecento e un milione…

– Milioni di cosa?
L’uomo d’affari capì che non c’era speranza di pace:
– Milioni di quelle piccole cose che a volte vedi nel cielo.
– Mosche?
– No, piccole cose che brillano.
– Api?
– Ma no! Piccole cose d’oro che fanno sognare ad occhi aperti le persone pigre. Ma sono serio io! Non ho tempo per sognare ad occhi aperti.

– Ah! Le stelle!?
– Giusto, le stelle.
– E quindi ci sono cinquecento milioni di stelle?

– Cinquecentounomilioniseicentoventiduemilasettecentotrentuno. Sono un uomo serio io, sono uno preciso io.
– E che cosa ci fai con le stelle?

– Cosa me ne faccio?
– Sì.
– Niente, le possiedo.
– Possiedi le stelle?
– Sì.
– Ma ho incontrato un re che…
– I re non possiedono, loro “regnano”, è molto diverso.

– E a che serve possedere le stelle?
– Mi rende ricco.
– E a che serve essere ricchi?

– A comprare altre stelle, se qualcuno ne trova.

“Questo ragiona un po’ come il bevitore” si disse il piccolo principe.
Tuttavia, continuò con altre domande:

– Come si possono possedere le stelle?
– Di chi sono? – ribatté, scontroso, l’uomo d’affari.
– Non lo so, di nessuno.
– Allora sono mie, perché ci ho pensato per primo io.

– E questo basta?
– Certo. Quando trovi un diamante che non appartiene a nessuno, è tuo. Quando trovi un’isola che non appartiene a nessuno, è tua. Quando sei il primo ad avere un’idea, la brevetti ed è tua. Io possiedo le stelle, dal momento che nessuno prima di me ha mai pensato di possederle.

– E cosa ci fai?
– Mi occupo di loro. Le conto e le riconto – disse.
Il piccolo principe non era ancora soddisfatto.

– Io, se ho una sciarpa, posso metterla al collo e portarla via. Se ho un fiore, posso cogliere il mio fiore e portarlo via. Ma non puoi prendere le stelle!
– No, ma posso depositarle.

– Cosa significa?
– Significa che scrivo su un pezzo di carta il numero delle mie stelle. E poi chiudo quel pezzo di carta in un cassetto.
– E questo basta?
– Basta.

Il piccolo principe aveva idee molto diverse rispetto agli adulti su quali siano le cose serie.

– Io, disse ancora, ho un fiore che innaffio tutti i giorni. Ho tre vulcani che pulisco ogni settimana, e spazzo anche quello spento. È utile ai miei vulcani, ed è anche utile al mio fiore, che io li possegga. Ma tu non sei utile alle stelle…

L’uomo d’affari aprì la bocca ma non trovò nulla da poter dire per rispondere, e il piccolo principe se ne andò.

Gli adulti sono decisamente strani, si disse durante il suo viaggio.

… continua nel CAPITOLO 5

Note al piccolo principe

La versione del piccolo principe che avete appena letto non è una rielaborazione di una fiaba o racconto classico come di solito facciamo, ma una vera e propria traduzione/riduzione dall’originale francese.

Il piccolo principe in realtà e un’unica lunga, magnifica e immensa poesia, che se fosse stata riassunta in forma di racconto avrebbe perso tutto il significato e la magia che contiene.

Non si può arrivare alla frase “l’essenziale è invisibile agli occhi” senza aver raccontato e descritto tutti i passaggi che sono serviti al piccolo principe per arrivare fin lì…

Il piccolo principe è un’opera abbastanza inscindibile dai dolci acquarelli dello stesso Saint-Exupery, molte parti del racconto original efanno direttamente riferimento ai disegni che bisogna guardare e “inserire” all’interno della storia. Non potendo inserirli su fabulinis, è qui che abbiamo deciso di rimaneggiare più “pesantemente” il piccolo principe, descrivendo dove possibile i disegni in modo che entrassero a far parte del racconto, facendo in modo di poterli immaginare anche senza poterli vedere.

Speriamo che questo adattamento vi sia piaciuto!

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Il piccolo principe 💫 CAPITOLO 3

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Il Piccolo Principe 💫 CAPITOLO 3


Imparai presto a conoscere meglio il fiore.
Sul pianeta del piccolo principe, c’erano sempre stati fiori semplicissimi, che non occupavano spazio e che non disturbavano nessuno.

Ma questo fiore era germogliato da un seme portato da chissà dove, e il piccolo principe aveva osservato molto da vicino questo germoglio che non somigliava a nessun altro.

Poteva essere un nuovo tipo di baobab. Ma l’arbusto smise presto di crescere e iniziò a preparare un bocciolo di fiore.

Il piccolo principe assistette alla formazione del fiore che non aveva nessuna fretta di mostrarsi, sceglieva con cura i suoi colori e sistemava i petali uno per uno.

E infine un mattino si mostrò nel pieno del suo splendore, e disse sbadigliando:
– Ah! Mi sono appena svegliato… scusami… sono ancora tutto arruffato…

Il piccolo principe non poté trattenere la sua ammirazione:
– Come sei bello!
– Vero – rispose il fiore.
Il piccolo principe intuì che non era un fiore troppo modesto, ma era così tenero!

– Credo sia ora di colazione – aggiunse il fiore – saresti così gentile da pensare a me…?

Il piccolo principe, tutto confuso, andò a prendere un annaffiatoio e con l’acqua fresca gli diede da bere.

Il fiore iniziò subito a tormentare il piccolo principe con la sua vanità un po’ permalosa. Un giorno, per esempio, parlando delle sue quattro spine,gli disse:
– Possono venire, le tigri, con i loro artigli!
– Non ci sono tigri sul mio pianeta – obiettò il piccolo principe – e poi le tigri non mangiano l’erba.
– Non sono un’erbaccia! – rispose il fiore.
– Perdonami…

– Non ho paura delle tigri, ma odio le correnti d’aria… non potresti farmi un riparo? – e iniziò a tossire in modo forzato.

“Questo fiore è molto complicato…” pensò il piccolo principe, iniziando a dubitare della serietà del fiore. Gli costruì un globo di vetro con cui coprirlo la sera

– Non avrei dovuto ascoltarlo – mi confidò quel giorno – non bisogna mai ascoltare i fiori, basta guardarli e respirarli. Lui profumava tutto il mio pianeta, e mi rendeva felice… non avrei dovuto andarmene via, avrei dovuto intuire la sua tenerezza nascosta dalla sua vanità. I fiori sono così incoerenti, ma ero troppo giovane per apprezzarlo.

Immaginai il piccolo principe, la mattina della sua partenza, mettere in ordine il suo pianeta, pulire attentamente i suoi vulcani attivi. Aveva due vulcani attivi, comodi per riscaldare la colazione al mattino. Aveva anche un vulcano spento, ma siccome “non si sa mai”, pulì anche quello.

Se adeguatamente puliti, i vulcani bruciano lentamente e costantemente, senza eruzioni.

Il piccolo principe sradicò, con un po’ di malinconia, gli ultimi germogli di baobab. Pensava che non sarebbe mai più tornato.
E, quando annaffiò il fiore e lo mise sotto il suo globo di vetro, scoprì di voler piangere.

– Addio – disse al fiore.
Ma lui non gli rispose.
– Addio – ripeté.
Il fiore tossì.
– Sono stato stupido – gli disse infine – ti chiedo scusa, cerca di essere felice.

Fu sorpreso dall’assenza di rimproveri da parte del fiore. Non capiva questa calma dolcezza.

– Ti voglio bene – disse il fiore – non te l’ho mai detto, cerca di essere felice anche tu e lascia stare questo globo di vetro, non lo voglio più!
– Ma il vento… ?
– Non ho molto freddo… L’aria fresca della notte mi farà bene. Sono un fiore.
– Ma gli animali…?
– Devo sopportare due o tre bruchi, ma poi conoscerò le farfalle… altrimenti chi mi farà compagnia? … tu sarai lontano… quanto alle grandi bestie, non temo nulla, ho i miei artigli.

E mostrò ingenuamente le sue quattro spine, poi aggiunse:
– Non stare lì impalato, è fastidioso! Hai deciso di partire e allora vai!.

Non voleva che lo vedessi piangere. Era un fiore così orgoglioso…

Il piccolo principe partì, e il primo pianeta che visitò era abitato da un re. Il re, vestito di porpora ed ermellino, sedeva su un trono semplice ma maestoso.

– Ah! Ecco un suddito – gridò il re vedendo arrivare il piccolo principe.
Il piccolo principe si domandò “Come può conoscermi visto che non mi ha mai visto prima?”

Non sapeva che per i re il mondo è semplice. Tutte le persone sono sudditi.

– Avvicinati, così posso vederti meglio – disse il re, che era molto orgoglioso di essere re per qualcuno.
Il piccolo principe cercò un posto dove sedersi, ma il pianeta era tutto ingombrato dal magnifico mantello di ermellino. Così rimase in piedi e, stanco, sbadigliò.

– È contro l’etichetta sbadigliare in presenza di un re – gli disse il monarca – Lo proibisco.
– Non posso farne a meno – rispose il piccolo principe – Ho fatto un lungo viaggio e non ho dormito…

– Allora ti ordino di sbadigliare, non vedo nessuno sbadigliare da anni. Andiamo! sbadiglia di nuovo. È un ordine.

– Non mi escono a comando… – disse il piccolo principe arrossendo.

Il re borbottò qualcosa seccato. Non era preoccupato per la sua autorità non rispettata, però non tollerava la disobbedienza. Era un monarca assoluto, ma siccome era anche molto bravo, dava ordini ragionevoli.

– Posso sedermi? – domandò timidamente il piccolo principe.

– Ti ordino di sederti – rispose il re, che maestosamente tirò indietro un lembo del suo mantello di ermellino.

Il piccolo principe fu sorpreso. Il pianeta era minuscolo. Su cosa potrebbe regnare il re?

– Sire… su cosa regni?
– Su tutto – rispose il re, con grande semplicità.
– Su tutto?
Il re con gesto discreto indicò il suo pianeta, gli altri pianeti e le stelle.

– Su tutto questo? – chiese il piccolo principe.
– Su tutto questo… – rispose il re.

Perché non solo era un monarca assoluto, ma era un monarca universale.

– E le stelle ti obbediscono?

– Certo – gli disse il re – Obbediscono immediatamente, non tollero l’indisciplina.

Tale potere stupì il piccolo principe. Se l’avesse avuto lui, avrebbe potuto assistere non a quarantaquattro, ma a settantadue, o anche a cento, o addirittura a duecento tramonti nello stesso giorno, senza dover mai spostare la sedia! E poiché si sentiva un po’ triste per il ricordo del suo piccolo pianeta abbandonato, chiese al re:

– Vorrei vedere un tramonto… Fammi un favore, ordina al sole di tramontare…

– Se ordinassi a un generale di volare da un fiore all’altro come una farfalla, o di trasformarsi in un uccello marino e non eseguisse l’ordine ricevuto, non sarebbe colpa del generale. Sarebbe colpa mia.
Dobbiamo chiedere a ciascuno ciò che ciascuno può dare

– L’autorità si basa principalmente sulla ragione – continuò il re – Se ordinassi al mio popolo di gettarsi in mare, avrei una rivoluzione. Ottengo obbedienza perché i miei ordini sono ragionevoli.

– Quindi il mio tramonto? – gli ricordò il piccolo principe che non dimenticava mai una domanda una volta che l’aveva fatta.
– Il tuo tramonto lo avrai, lo richiederò. Ma aspetterò finché le condizioni non saranno favorevoli.
– Quando sarà? – domandò il piccolo principe.
– Ehm… sarà… sarà… questa sera intorno alle sette e quaranta! E vedrai quanto bene sarò obbedito.

Il piccolo principe sbadigliò. Si dispiacque per il tramonto mancato. E poi iniziava ad annoiarsi:
– Non ho più niente da fare qui – disse al re – parto!

– Non andare – rispose il re che era così orgoglioso di avere finalmente un suddito – Non andare, ti nomino ministro!
– Ministro di cosa?
– Di… di giustizia!
– Ma qui non c’è nessuno da giudicare!

– Non si sa mai – gli disse il re – Non ho ancora visitato tutto il mio regno, sono molto vecchio e camminare mi stanca.
– Oh! Ma io l’ho già visto – disse il piccolo principe sporgendosi per dare un’altra occhiata dall’altra parte del pianeta – Non c’è nessuno nemmeno lì…

– Giudicherai te stesso! – rispose il re – È molto più difficile giudicare se stessi che giudicare gli altri. Se riesci a giudicarti bene è perché sei una persona saggia.
– Posso giudicarmi ovunque, non ho bisogno di vivere qui – rispose il piccolo principe.

Il piccolo principe, terminati i suoi preparativi per la partenza, non voleva dare troppo dolore al vecchio monarca:
– Se Vostra Maestà volesse essere obbedita puntualmente, potrebbe darmi un ordine ragionevole. Potrebbe ordinarmi, per esempio, di andarmene entro un minuto. Mi sembra che le condizioni siano favorevoli…

Il re non rispose, il piccolo principe dapprima esitò, poi, con un sospiro, se ne andò.

– Ti nomino mio ambasciatore – si affrettò a gridare il re con una grande aria di autorità mentre il piccolo principe si allontanava.

Gli adulti sono molto strani, si disse il piccolo principe durante il suo viaggio.

… continua nel CAPITOLO 4

Note al piccolo principe

La versione del piccolo principe che avete appena letto non è una rielaborazione di una fiaba o racconto classico come di solito facciamo, ma una vera e propria traduzione/riduzione dall’originale francese.

Il piccolo principe in realtà e un’unica lunga, magnifica e immensa poesia, che se fosse stata riassunta in forma di racconto avrebbe perso tutto il significato e la magia che contiene.

Non si può arrivare alla frase “l’essenziale è invisibile agli occhi” senza aver raccontato e descritto tutti i passaggi che sono serviti al piccolo principe per arrivare fin lì…

Il piccolo principe è un’opera abbastanza inscindibile dai dolci acquarelli dello stesso Saint-Exupery, molte parti del racconto original efanno direttamente riferimento ai disegni che bisogna guardare e “inserire” all’interno della storia. Non potendo inserirli su fabulinis, è qui che abbiamo deciso di rimaneggiare più “pesantemente” il piccolo principe, descrivendo dove possibile i disegni in modo che entrassero a far parte del racconto, facendo in modo di poterli immaginare anche senza poterli vedere.

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Il piccolo principe 💫 CAPITOLO 2

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Il Piccolo Principe 💫 CAPITOLO 2


Mi sento molto triste nel raccontare questi ricordi.

Sono già passati sei anni da quando il mio amico è andato via con le sue pecore.

Se provo a raccontarlo qui, è per non dimenticarlo.
È triste dimenticare un amico. Non tutti hanno avuto un amico.

E rischio di diventare anch’io come gli adulti a cui interessano solo i numeri.

È anche per questo che ho comprato una scatola di colori e matite. È difficile tornare a disegnare, alla mia età.

Faccio qualche errore nel disegnarlo. Qui il piccolo principe è troppo grande. Lì è troppo piccolo. Sono anche titubante riguardo al colore del suo costume.

E sono sicuro che sbaglierò su alcuni dettagli più importanti, Ma perdonatemi, il mio amico non mi ha mai dato spiegazioni.

Forse pensava che fossi come lui, Ma io, purtroppo, non so vedere le pecore attraverso le scatole.
Forse sono un po’ come gli adulti. Devo essere invecchiato.

Ogni giorno imparavo qualcosa di più sul suo pianeta, sulla partenza, sul viaggio.

È così che, il terzo giorno, ho vissuto il dramma dei baobab.

Anche questa volta è stato grazie alle pecore, perché all’improvviso il piccolo principe mi interrogò, come preso da un serio dubbio:

– È vero che le pecore mangiano gli arbusti?
– Sì. È vero.
– Meno male! Sono felice.

Non capivo perché fosse così importante che le pecore mangiassero gli arbusti. Ma il piccolo principe aggiunse:

– Quindi mangiano anche i baobab?

Gli dissi che i baobab non erano arbusti, ma alberi grandi come chiese e che, anche se portasse con sé un intero branco di elefanti, questo branco non supererebbe un solo baobab.

L’idea del branco di elefanti fece ridere il piccolo principe:
– Bisognerebbe metterli uno sopra l’altro… – poi osservò saggiamente:
– Anche i baobab, prima di crescere, sono piccoli.
– Giusto! Ma perché vuoi che le tue pecore mangino i baobab?
– Beh, è ovvio! – disse.

Mi ci volle un po’ per capire questo problema da solo.

Sul pianeta del piccolo principe, c’era, come su tutti i pianeti, erba buona e erba cattiva. E quindi dei buoni semi di erbe buone e dei cattivi semi di erbe cattive.

Ma i semi sono invisibili. Dormono nel segreto della terra finché non hanno voglia di svegliarsi.

Così si allunga verso il sole un bel rametto di ravanello o rosa.
Ma se è una pianta cattiva, la pianta va sradicata subito, non appena l’hai riconosciuta.

C’erano semi terribili sul pianeta del piccolo principe… questi erano semi di baobab. Il suo pianeta ne era infestato. Ma un baobab, se te ne accorgi troppo tardi, ingombra l’intero pianeta!

– È una questione di disciplina – mi disse più tardi il piccolo principe – devi pulire accuratamente il pianeta, devi sradicare i baobab non appena li distingui dalle rose, si somigliano molto quando sono giovani… è un lavoro molto noioso ma molto facile.

A poco a poco capivo la sua piccola vita malinconica. Per molto tempo aveva avuto come momento di svago solo la dolcezza dei tramonti.

Il quarto giorno al mattino mi disse:
– Mi piacciono i tramonti. Andiamo a vedere un tramonto…
– Dovremo aspettare…
– Aspettare cosa?
– Che il sole tramonti…

All’inizio sembrava molto sorpreso, poi si mise a ridere e disse:
– Credo sempre di essere a casa!

In effetti quando è mezzogiorno negli Stati Uniti, il sole tramonta sulla Francia. Basterebbe poter andare in Francia in un minuto a guardare il tramonto, ma la Francia è troppo lontana.

Sul suo piccolo pianeta invece, tutto ciò che bastava fare era tirare indietro la sedia di qualche passo per guardare il tramonto ogni volta che voleva…

– Un giorno, ho visto il sole tramontare quarantatré volte! Sai… quando si è tristi si amano i tramonti…

Il quinto giorno, sempre grazie alle pecore, compresi un’altro segreto della vita del piccolo principe. Mi chiese bruscamente:

– Una pecora, se mangia arbusti, mangia anche fiori?
– Una pecora mangia tutto ciò che trova.
– Anche i fiori con le spine?
– Sì, anche i fiori che hanno le spine.
– Allora le spine, a cosa servono?

Non lo sapevo. In quel momento ero molto preoccupato perché l’acqua da bere stava finendo e non riuscivo a riparare l’aereo.

– Le spine, a cosa servono?

Il piccolo principe non ha mai rinunciato a una domanda una volta che l’ha fatta. Ero molto irritato e gli diedi una risposta a caso:

– Le spine sono inutili, è pura cattiveria da parte dei fiori!
– Oh!

Ma dopo un silenzio mi rispose con rancore:
– Non ti credo! I fiori sono deboli e ingenui, si rassicurano come meglio possono e pensano di essere terribili con le loro spine…

Non risposi, poi Il piccolo principe continuò:
– E tu credi che i fiori…
– Ma no! Ma no! non credo niente! Ho detto una risposta a caso, mi occupo di cose serie io!

Mi guardò stupito.
– Cose serie!?

Mi vide con chino sul motore del mio aereo mentre cercavo di ripararlo.

– Parli come un adulto!

Mi fece un po’ vergognare poi, spietato, aggiunse:

– Tu confondi tutto… mescoli tutto! – disse – Conosco un pianeta dove c’è un uomo che non ha mai annusato un fiore, non ha mai guardato una stella e non ha mai amato nessuno. E tutto il giorno ripete come te: “Sono un uomo serio! Sono un uomo serio!” e questo lo fa gonfiare d’orgoglio. Ma non è un uomo, è un fungo!

– Cosa?!
– Un fungo!

Il piccolo principe era bianco per la rabbia.

– I fiori producono spine da milioni di anni. Le pecore mangiano fiori da milioni di anni. E non è serio cercare di capire perché fanno di tutto per fare spine che non servono a nulla? Non è importante la guerra delle pecore e dei fiori? … E se io conosco un fiore unico al mondo, che non esiste da nessuna parte se non sul mio pianeta, e se una pecorella può mangiarlo tutto in una volta, così di colpo, non è importante questo!?

Arrossì, poi proseguì:

– Se qualcuno ama un fiore che esiste solo in un esemplare tra milioni di stelle, gli basta guardarlo per essere felice. Dice a se stesso: “Il mio fiore è là da qualche parte…” Ma se la pecora mangia il fiore, per lui è come se, all’improvviso, tutte le stelle si fossero spente! Questo non è importante!?

All’improvviso scoppiò in lacrime. Era già scesa la notte. Non mi importava più del motore del mio aereo o dell’acqua che scarseggiava. Vicino a una stella, su un pianeta, il mio, la Terra, c’era un piccolo principe da consolare! Lo presi tra le mie braccia cullandolo e gli dissi:

– Il fiore che ami non è in pericolo… disegnerò una museruola per le tue pecore e un’armatura per il tuo fiore… io… – non sapevo proprio cosa dirgli.

Mi sono sentito molto a disagio. Non sapevo come raggiungerlo, dove raggiungerlo…
È così misterioso, il paese delle lacrime.

… continua nel CAPITOLO 3

Note al piccolo principe

La versione del piccolo principe che avete appena letto non è una rielaborazione di una fiaba o racconto classico come di solito facciamo, ma una vera e propria traduzione/riduzione dall’originale francese.

Il piccolo principe in realtà e un’unica lunga, magnifica e immensa poesia, che se fosse stata riassunta in forma di racconto avrebbe perso tutto il significato e la magia che contiene.

Non si può arrivare alla frase “l’essenziale è invisibile agli occhi” senza aver raccontato e descritto tutti i passaggi che sono serviti al piccolo principe per arrivare fin lì…

Il piccolo principe è un’opera abbastanza inscindibile dai dolci acquarelli dello stesso Saint-Exupery, molte parti del racconto original efanno direttamente riferimento ai disegni che bisogna guardare e “inserire” all’interno della storia. Non potendo inserirli su fabulinis, è qui che abbiamo deciso di rimaneggiare più “pesantemente” il piccolo principe, descrivendo dove possibile i disegni in modo che entrassero a far parte del racconto, facendo in modo di poterli immaginare anche senza poterli vedere.

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Pinocchio 🤥 CAPITOLO 9

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 9:
Pinocchio diventa un bambino.


Piano piano Pinocchio riaprì gli occhi. Era tutto buio e non vedeva nulla.
– Ma dove sono? – disse con sorpresa, iniziando a tastarsi tutto – ma mi è tornata la voce! Ma sono di nuovo un burattino!!!
Tutto felice iniziò a saltellare nel buio più completo, finché i suoi occhi non si abituarono all’oscurità e videro un piccolo chiarore baluginare in lontananza.

Si incamminò lentamente, i suoi piedi sguazzavano come se fosse dentro una pozzanghera d’acqua grassa e sdrucciolevole, nell’aria c’era un forte odore di pesce.
Man mano che camminava, la luce si faceva sempre più distinta.

E sapete cosa trovò? Una tavola apparecchiata con seduto un vecchietto coi capelli tutti bianchi.
Pinocchio non credette ai suoi occhi.
– Papà, papà mio! – era Geppetto e gli corse subito incontro per abbracciarlo.
– Figliuolo mio! – gli rispose ricambiando l’abbraccio.
– Si, si, sono io papà! Sapessi quante avventure ho passate… – e Pinocchio prese a raccontargli tutto quello che gli capitato: il Gatto e la Volpe, la Fata Turchina, il Campo dei Miracoli, la scuola, il Paese dei Balocchi, il circo…

– Ma papà, dove siamo?
– Siamo nella pancia del gigantesco Pesce-Cane, che mi ha divorato quando ho costruito una barchetta per venirti a cercare dall’altra parte del mondo, e ora ha inghiottito pure te…
– Dobbiamo fuggire!
– E come?
– Scappando dalla bocca del Pesce-Cane.

All’inizio Geppetto era titubante, ma Pinocchio prese la candela e la sua mano e iniziarono a risalire su per lo stomaco del grande pesce, fino ad arrivare alla bocca.
– Aspettiamo che apra la bocca e poi ci lanciamo! – disse Pinocchio a Geppetto, e non appena il Pesce-Cane la aprì, si tuffarono in mare, nuotando verso riva.

Giunti a riva, si riposarono un attimo e si asciugarono per quello che potevano, poi si incamminarono in cerca di un capanno per passare la notte.
Ma sulla strada Pinocchio incontrò due vecchie conoscenze: il Gatto e la Volpe.

– Pinocchio, amico nostro, facci la carità! – i due erano conciati male e vestiti di stracci, le zampe fasciate e tremavano dal freddo.
– Non mi imbrogliate più voi due, ben vi sta se adesso patite la fame, le mie quattro monete d’oro non vi hanno portato fortuna! – così Pinocchio li salutò e li lasciò lì dov’erano a chiedere l’elemosina.

Cammina cammina, Pinocchio e Geppetto arrivarono ad una graziosa casetta di paglia, bussarono alla porta ma nessuno rispose. Così entrarono e non videro nessuno, ma poi una voce li salutò.
I due si voltarono, era il Grillo Parlante!
– Oh! Mio caro grillino! – disse Pinocchio, salutandolo gentilmente.
– Ora mi chiami il “tuo caro Grillino”, ma ti ricordi quando mi hai tirato dietro il martello a casa di Geppetto?

– Hai ragione… se vuoi vendicarti tira un martello addosso a me, ma lascia stare il mio papà Geppetto – rispose Pinocchio con lo sguardo basso.
– Non preoccuparti, ti ho già perdonato.
– Ora però devi aiutarmi, il mio papà è molto stanco e ha bisogno di un bicchiere di latte.
– Vai a chiedere al fattore che ha tre mucche.

Pinocchio corse dal fattore e gli chiese del latte.
– Per un bicchiere di latte fa un soldo – gli rispose il fattore.
– Ma io non ho nemmeno un soldo bucato!
– Allora potresti far girare la ruota per turare su l’acqua dal pozzo, sai il mio ciuchino si è ammalato proprio ieri.

– Potrei vedere quel ciuchino? – chiese Pinocchio.
– Certo! – gli rispose il fattore, conducendolo nella stalla. Dentro, disteso sulla paglia, c’era una vecchia conoscenza di Pinocchio.
Era Lucignolo, malato e stanco per aver girato la ruota ogni giorno, tutto il giorno, dal momento che si erano lasciati al mercato.

A Pinocchio si strinse il cuore, e allora iniziò a girare la ruota, guadagnando il bicchiere di latte da portare a Geppetto.
E da quel giorno in poi, per più di cinque mesi, si alzò ogni mattina per andar a girare la ruota al posto di Lucignolo e guadagnare un bicchiere di latte da portare al suo caro papà.
La sera, stanco dalla fatica, Pinocchio si esercitava sempre a leggere e scrivere usando un vecchio libro usato e tutto consumato, comprato per un soldo al paese.

Finché una mattina disse a suo padre:
– Vado qui al mercato di paese, mi compro una giacchina, un berretto e un paio di scarpe, che quando torno ti sembrerò un gran signore!
E uscito di casa cominciò subito a correre tutto allegro e contento.

Sulla strada incontrò un cane vestito da cocchiere, era quello che aveva portato Pinocchio svenuto e appeso all’albero, dalla Fata Turchina.
– Come sta la mia cara Fata?! – gli chiese subito Pinocchio.
– Male, molto male, si è ammalata e sta in ospedale, e non ha neppure più nulla per potersi permettere neppure un boccone di pane.

Pinocchio prese i quaranta soldi che aveva in tasca e li diede al cane.
– E il tuo vestito nuovo? – gli chiese il cane.
– Non mi importa! Venderei anche quelli che ho addosso per la mia Fatina! Ora va’ e portale questi soldi, e tra due giorni torna qui che te ne darò altri!
Il cane prese i soldi e corse subito dalla Fata.

Pinocchio tornò a casa e disse a Geppetto che non aveva trovato nessun vestito che gli andasse bene.
Quella sera Pinocchio, invece di star sveglio fino alle dieci a studiare, andò a letto dopo mezzanotte; e invece di lavorare sodo otto ore al giorno, iniziò a lavorarne dieci.

Così una sera, stanco ma felice, si addormentò e sognò che la Fata dai capelli turchini lo perdonava di tutte le monellerie fatte fino a quel giorno, e gli dava un bacio sulla fronte.
Lì finì il suo bel sogno e continuò a dormire beato fino al mattino.

La mattina Pinocchio riaprì gli occhi. Si sentiva strano, si stiracchiò tutto e si guardò allo specchio: non era più un burattino ma un ragazzo in carne ed ossa!
Pinocchio gridò di felicità.

Nella camera entrò Geppetto richiamato dal grido, e rimase di stucco nel vedere il suo burattino trasformato in un ragazzo vero! Pinocchio lo abbracciò forte.
– Ma come è potuto succedere?! – gli chiese Pinocchio.
– Sai a volte quando i ragazzi, da monelli diventano buoni, hanno la capacità di cambiare aspetto, loro e tutta la famiglia intera…

Pinocchio guardò in un angolo della camera, sopra una seggiola c’era seduto sopra un burattino, e dopo un po’ che lo guardava, disse dentro di sé con grandissima emozione:
– Com’ero buffo quando ero un burattino, e come son contento di essere diventato un ragazzo perbene!

⚜ Fine della fiaba ⚜

Curiosità su Pinocchio

● Carlo Lorenzini, vero nome di Carlo Collodi, scrisse Pinocchio in un momento di difficoltà della sua vita.

● In realtà il vero Pinocchio era lui stesso, sempre pronto a far “bambinate” e pieno di debiti al gioco d’azzardo, si mise così a scrivere una storiella per bambini per guadagnare qualche soldo. Ma già dopo pochi capitoli si era stancato e aveva scritto la parola fine del suo racconto più o meno quando i due banditi appendono Pinocchio all’albero.

● Ma ormai Pinocchio aveva iniziato a viver di vita propria dentro l’entusiasmo e l’immaginazione dei bambini tanto che, a furor di popolo, fu costretto a tirar giù Pinocchio dall’albero e rimetterlo di corsa a vagabondare per la sua strada. Una strada piena di avventure e di crescita interiore che lo porterà a diventare finalmente un bambino in carne ed ossa.

● La verità è che dentro le pagine del libro, ognuno di noi può immedesimarsi in Pinocchio, perchè racconta con parole semplici e senza troppi giri di parole, il birbante che si nasconde dentro tutti i bambini.

● Pinocchio è anche stato un racconto da cui poi sono stati ripresi concetti e modi di dire che oggi sono di uso comune, come:

  • “le bugie dal naso lungo o dalle gambe corte” per indicare chi mente;
  • “il paese dei balocchi” per indicare un luogo immaginario e fantastico dove non si fa nulla dalla mattina alla sera;
  • “Sono fritto!” che si riferisce ad un momento non presente nella nostra versione della fiaba, dove Pinocchio rischia di essere messo in padella e mangiato da un pescatore.
  • “Il Gatto e la Volpe” per indicare una coppia di persone poco affidabili

● Il libro divenne talmente famoso in tutto il mondo (è il libro in lingua italiana più venduto nella storia e vanta ben 240 traduzioni in lingua estera) che anche Tolstoj nel 1936, ne scrisse una versione molto simile.

● Di Pinocchio si sono fatti film di animazione (il più famoso è sicuramente quello della Walt Disney) che dal vero (come non ricordare il Pinocchio interpretato da Benigni nel 2002 o, l’ultimo del 2019, con alla regia Garrone in cui sempre lo stesso Benigni interpreta Geppetto?)

● E la canzone di Edoardo Bennato sul Gatto e la Volpe chi può scordarla?
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Pinocchio

Pinocchio

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 8

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 8:
Il Paese dei Balocchi.


Il viaggio era durato tutta la notte, e al mattino erano finalmente arrivati.
Nel paese c’erano solo ragazzi, dagli otto ai quattordici anni, tutti che correvano a destra e sinistra, che urlavano e gridavano, che giocavano e si divertivano tra loro. Era un pandemonio incredibile.
Festa dalla mattina alla sera e feste in ogni angolo del paese.

Pinocchio, Lucignolo e tutti gli altri ragazzi che avevano fatto il viaggio assieme sul carretto, si fiondarono in mezzo alla baraonda, e nel giro di pochi minuti diventarono amici di tutti.
– Che spasso! – diceva Lucignolo.
– Che bella vita! – gli faceva eco Pinocchio.

Parlando con gli altri ragazzi, però, a volte non si capivano. Quelli che erano lì da più tempo spesso sbagliavano a pronunciare le parole, dicevano “arin metica” al posto di aritmetica, “abasso la schola” al posto di abbasso la scuola ecc. Ma nè Pinocchio né Lucignolo ci badarono più di tanto.
Così in quel paese della cuccagna continuarono a divertirsi, non facendo nulla e non aprendo mai più un libro, per ben cinque mesi

Una mattina, però, accadde una cosa strana. Svegliandosi, Pinocchio si accarezzò la testa e al posto delle sue minuscole orecchie intagliate nel legno, trovò due enormi orecchie da asino.
Subito cercò uno specchio e, disperato, vide le due grandi orecchie ai lati della testa.

Poco dopo bussò alla porta Lucignolo, anche a lui erano spuntate due enormi orecchie da asino ed era disperato tanto quanto Pinocchio. Ma non riuscirono nemmeno a chiedersi cosa fosse successo che le loro gambe iniziarono a tremare, così che dovettero mettersi giù a quattro zampe.
In pochi minuti tutti e due si erano trasformati in due Asini completi, giusta punizione per chi, non volendo saperne di libri, scuole e maestri, passava le giornate a giocare e perdere tempo.

Qualcuno bussò alla porta, era l’omino che guidava il calesse. Era venuto a prenderli per venderli al mercato.
Lucignolo fu comprato da un contadino, mentre Pinocchio fu comprato dal direttore di un circo.

Il direttore del circo lo aveva comprato per preparare un grande spettacolo mai visto prima: un asino danzante.
Pinocchio non poteva neppure lamentarsi, perché al posto di parlare ragliava, e il direttore del circo lo convinse ad imparare il balletto a suon di frustate.

Così arrivò il giorno del debutto di Ciuchino-Pinocchio. Iniziò a fare i suoi numeri, prima al trotto, poi al galoppo e infine il salto nel cerchio, ma mentre saltava, Pinocchio, si accorse che tra il pubblico c’era la Fata Turchina che lo osservava, e cadde malamente azzoppandosi una gamba.

Per il circo Ciuchino-Pinocchio era ormai diventato inutile, così il direttore lo portò sopra una scogliera e lo buttò in mare.
Ciuchino-Pinocchio, non sapendo nuotare, andò subito a fondo, si agitò tutto cercando di ritornare a galla, ma per lo spavento e per lo sforzo piano piano perse i sensi e si lasciò trascinare dalla corrente…

… continua nel CAPITOLO 9

Curiosità su Pinocchio

● Carlo Lorenzini, vero nome di Carlo Collodi, scrisse Pinocchio in un momento di difficoltà della sua vita.

● In realtà il vero Pinocchio era lui stesso, sempre pronto a far “bambinate” e pieno di debiti al gioco d’azzardo, si mise così a scrivere una storiella per bambini per guadagnare qualche soldo. Ma già dopo pochi capitoli si era stancato e aveva scritto la parola fine del suo racconto più o meno quando i due banditi appendono Pinocchio all’albero.

● Ma ormai Pinocchio aveva iniziato a viver di vita propria dentro l’entusiasmo e l’immaginazione dei bambini tanto che, a furor di popolo, fu costretto a tirar giù Pinocchio dall’albero e rimetterlo di corsa a vagabondare per la sua strada. Una strada piena di avventure e di crescita interiore che lo porterà a diventare finalmente un bambino in carne ed ossa.

● La verità è che dentro le pagine del libro, ognuno di noi può immedesimarsi in Pinocchio, perchè racconta con parole semplici e senza troppi giri di parole, il birbante che si nasconde dentro tutti i bambini.

● Pinocchio è anche stato un racconto da cui poi sono stati ripresi concetti e modi di dire che oggi sono di uso comune, come:

  • “le bugie dal naso lungo o dalle gambe corte” per indicare chi mente;
  • “il paese dei balocchi” per indicare un luogo immaginario e fantastico dove non si fa nulla dalla mattina alla sera;
  • “Sono fritto!” che si riferisce ad un momento non presente nella nostra versione della fiaba, dove Pinocchio rischia di essere messo in padella e mangiato da un pescatore.
  • “Il Gatto e la Volpe” per indicare una coppia di persone poco affidabili

● Il libro divenne talmente famoso in tutto il mondo (è il libro in lingua italiana più venduto nella storia e vanta ben 240 traduzioni in lingua estera) che anche Tolstoj nel 1936, ne scrisse una versione molto simile.

● Di Pinocchio si sono fatti film di animazione (il più famoso è sicuramente quello della Walt Disney) che dal vero (come non ricordare il Pinocchio interpretato da Benigni nel 2002 o, l’ultimo del 2019, con alla regia Garrone in cui sempre lo stesso Benigni interpreta Geppetto?)

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Pinocchio

Pinocchio

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 7

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 7:
Pinocchio va a scuola.


Quei quattro mesi di prigione sembrarono a Pinocchio un’eternità. Li aveva passati pensando a suo papà Geppetto, alla Fata Turchina e anche a quei due ladri del Gatto e la Volpe. Ma ora finalmente poteva uscire.

Appena fuori, iniziò a correre verso la casa della Fata Turchina, ma non appena arrivò sul posto si accorse che la casa della Fata non c’era più, al suo posto c’era una lapide che riportava questa scritta:

Qui giace
la Fata Turchina
Morta di dolore
per essere stata abbandonata
dal suo caro Pinocchio

Pinocchio a quel punto si inginocchiò sulla tomba ed iniziò a piangere disperato.
Il suo pianto attirò l’attenzione di un grosso uccello che volava lì in tondo.
– Se tu Pinocchio? – gli chiese l’uccello.
– Si sono io… – gli rispose Pinocchio singhiozzando.
– Vieni con me allora! Tuo padre Geppetto, disperato, si sta fabbricando una barca per andarti a cercare in mare!

A quel punto il grande uccello prese Pinocchio sulla groppa ed iniziò a volare più veloce che poteva, ma arrivati alla spiaggia videro tanta gente affollata che gridava in direzione di una barchetta in balìa delle onde di un mare grosso e tempestoso.

– Papà!!! – gridò Pinocchio, gettandosi giù dalla groppa dell’uccello e cadendo sulla spiaggia. Ma Geppetto, per via del forte vento e delle grandi onde, non lo sentì.
Allora Pinocchio si gettò in mare per raggiungerlo, ma il mare era troppo mosso, e lui non sapeva nuotare… Per fortuna che era fatto di legno e riusciva a stare a galla!

Dopo molte ore di naufragio, Pinocchio si ritrovò su una spiaggetta di un’isola sconosciuta. Pinocchio si incamminò per un sentiero, e vide tante persone che andavano avanti e indietro per la strada. La pancia gli brontolava dalla fame, ma non aveva neppure un soldo bucato per pagarsi del pane, così decise di sedersi e chiedere l’elemosina.

Tutti quelli che passavano, però, lo prendevano a male parole: “trovati un lavoro!”, “scansafatiche!”, “vergognati!” gli dicevano. Finchè non passò una donna con una sciarpa che le copriva parte del volto e due brocche piene d’acqua.
– Scusi signora, posso avere una sorsata d’acqua? – chiese Pinocchio.
– Bevi pure ragazzo mio! – gli rispose la donna.

Pinocchio, per la sete, bevve quasi tutta una brocca d’acqua, poi disse alla donna:
– La sete me la son levata, avete per caso anche qualcosa da mangiare?
– Se mi aiuti a portare a casa una di queste brocche d’acqua, ti darò un bel pezzo di pane.
Pinocchio allora prese la brocca e aiutò la donna a portarla fino a casa.

Entrati in casa la tavola era già apparecchiata con pane, affettati e anche il dolce. Pinocchio non credeva ai suoi occhi e si lanciò sul cibo, iniziando a divorare tutto quanto, poi una volta finito tutto quello che stava sulla tavola guardò in volto la padrona di casa che, togliendosi la grande sciarpa che le copriva la faccia, gli stava sorridendo.

– Ma tu… – Pinocchio sgranò gli occhi, quasi non credeva a quello che vedeva.
– Cos’è tutta questa meraviglia? – gli rispose lei, iniziando a sorridere ancor di più.
– Ma tu sei la Fata Turchina!!! – e con un balzo la abbracciò.

– Birba d’un burattino, dov’eri finito?
– Sapessi mia cara Fata… ma com’è che sei cresciuta?
– E’ una magia… mi hai lasciato che ero una bambina e ora mi ritrovi che sono una donna.

– Anche io voglio cambiar vita! Da domani prometto che andrò a scuola e diventerò un bravo ragazzo.
Così il giorno dopo Pinocchio iniziò ad andare a scuola. All’inizio tutti lo prendevano in giro perché era un burattino, ma in poco tempo diventò uno studente modello, e i maestri lo lodavano.

Ma un giorno, tornando da scuola, un gruppo di monelli suoi compagni di classe gli andarono incontro, uno di loro, Lucignolo, gli disse:
– La sai la notizia? Stanotte passa il carretto che porta i bambini al “Paese dei Balocchi”, dove si fa quel che si vuole dalla mattina alla sera. Ci sono divertimenti e dolci per tutti e soprattutto, non si deve mai andare a scuola! Noi andiamo, vieni anche tu?

Sulle prime Pinocchio non voleva andare, ma poi Lucignolo e tutti gli altri continuavano a decantargli tutte le meravigliose cose che avrebbero fatto e tutti i divertimenti che avrebbero trovato, tanto che il tempo passò e si era già fatto buio.
Dopo poco iniziarono a sentire il rumore del carretto che si avvicinava.

– Eccolo! – gridò Lucignolo verso il carretto guidato da un omino e trainato da dodici piccoli asinelli.
Tutti i ragazzi facevano a gara per saltarci su. Salito sul carro, Lucignolo gridò a Pinocchio:
– Dai vieni anche tu che ci divertiamo!
– No, io resto – gli rispose con un filo di voce Pinocchio.
– Dai vieni anche tu che ci divertiamo! – ripeterono tutti in coro.

Il carretto a quel punto ripartì, e Lucignolo gli urlò per l’ultima volta:
– Mai più scuola Pinocchio, mai più!
Pinocchio, sentendo quelle parole, senza pensarci troppo, prese la rincorsa e saltò sul carretto anche lui, dicendo fra sé e sé “chissà cosa penserà di me la povera Fata Turchina”. Ma ormai il carretto si stava già allontanando verso il Paese dei Balocchi.

… continua nel CAPITOLO 8

Curiosità su Pinocchio

● Carlo Lorenzini, vero nome di Carlo Collodi, scrisse Pinocchio in un momento di difficoltà della sua vita.

● In realtà il vero Pinocchio era lui stesso, sempre pronto a far “bambinate” e pieno di debiti al gioco d’azzardo, si mise così a scrivere una storiella per bambini per guadagnare qualche soldo. Ma già dopo pochi capitoli si era stancato e aveva scritto la parola fine del suo racconto più o meno quando i due banditi appendono Pinocchio all’albero.

● Ma ormai Pinocchio aveva iniziato a viver di vita propria dentro l’entusiasmo e l’immaginazione dei bambini tanto che, a furor di popolo, fu costretto a tirar giù Pinocchio dall’albero e rimetterlo di corsa a vagabondare per la sua strada. Una strada piena di avventure e di crescita interiore che lo porterà a diventare finalmente un bambino in carne ed ossa.

● La verità è che dentro le pagine del libro, ognuno di noi può immedesimarsi in Pinocchio, perchè racconta con parole semplici e senza troppi giri di parole, il birbante che si nasconde dentro tutti i bambini.

● Pinocchio è anche stato un racconto da cui poi sono stati ripresi concetti e modi di dire che oggi sono di uso comune, come:

  • “le bugie dal naso lungo o dalle gambe corte” per indicare chi mente;
  • “il paese dei balocchi” per indicare un luogo immaginario e fantastico dove non si fa nulla dalla mattina alla sera;
  • “Sono fritto!” che si riferisce ad un momento non presente nella nostra versione della fiaba, dove Pinocchio rischia di essere messo in padella e mangiato da un pescatore.
  • “Il Gatto e la Volpe” per indicare una coppia di persone poco affidabili

● Il libro divenne talmente famoso in tutto il mondo (è il libro in lingua italiana più venduto nella storia e vanta ben 240 traduzioni in lingua estera) che anche Tolstoj nel 1936, ne scrisse una versione molto simile.

● Di Pinocchio si sono fatti film di animazione (il più famoso è sicuramente quello della Walt Disney) che dal vero (come non ricordare il Pinocchio interpretato da Benigni nel 2002 o, l’ultimo del 2019, con alla regia Garrone in cui sempre lo stesso Benigni interpreta Geppetto?)

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Pinocchio

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 6

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 6:
Il Campo dei Miracoli.


Mentre correva per il bosco, Pinocchio vide sul sentiero due persone che gli sembrava di conoscere. Erano il Gatto e la Volpe, che appena si accorsero di Pinocchio gli corsero incontro a fargli le feste.
– Ecco il nostro caro Pinocchio – gridò la Volpe abbracciandolo – cosa ci fai qui?!
– Cosa ci fai qui?! – ripetè anche il Gatto, che aveva una delle zampette tutta fasciata.

– Voi non ci crederete, ma ieri notte ho incontrato due banditi che volevano rubarmi le monete d’oro!
Il Gatto e la Volpe fecero una faccia sbalordita.
– Ma io sono scappato – continuò Pinocchio – e adesso vado incontro al mio papà Geppetto.
– Bravo! – gli dice la Volpe – ma le monete d’oro?
– Le ho qui in tasca! Me ne sono rimaste solo quattro che una l’ho dovuta spendere all’osteria del Gambero Rosso…
– E pensare che quelle quattro monete potrebbero diventare più di mille domani… – sospirò la Volpe – perché non vai a seminarle nel Campo dei Miracoli? E’ a pochi chilometri da qui!
Pinocchio esitò un attimo, pensò alla Fata Turchina, a Geppetto e anche al Grillo Parlante, ma poi scrollò le spalle e disse – Va bene, andiamo!

Dopo aver camminato due buone ore, arrivarono finalmente al Campo dei Miracoli.
– Eccolo! – esclamò la Volpe – ora scava una buca poco profonda, mettici le monete, ricopri tutto di terra, annaffia un po’ e vedrai che tra soli venti minuti sarà già cresciuta una piantina.

Una volta fatto tutto, la Volpe disse a Pinocchio che era stato un piacere aiutarlo e, insieme al Gatto gli consigliarono di andare a riposarsi al paesino che avevano attraversato poco prima e aspettare lì che il Campo dei Miracoli facesse il suo dovere.
Quindi Pinocchio e il Gatto e la Volpe si salutarono e se ne andarono ognuno per la sua via.

Pinocchio, ascoltando il consiglio della Volpe, andò al paese, dove rimase giusto i venti minuti che erano necessari al Campo dei Miracoli per far spuntare la piantina dalle monete d’oro, poi tornò di corsa indietro.
Ma della sua piantina non trovò nemmeno l’ombra, anzi dove aveva lasciato le monete d’oro era rimasta solo una buca senza nulla dentro.

Sopra la sua testa Pinocchio sentì un pappagallo ridere.
– Cosa ridi tu!?
– Rido perché mentre tornavi al paesino qui vicino, il Gatto e la Volpe son tornati qui a prendersi le tua monete d’oro! – gli rispose il Pappagallo.

Pinocchio, a bocca aperta, non voleva credere al pappagallo e iniziò a scavare nella buca, senza trovare nulla… A quel punto si disperò e decise di tornare al paese a denunciare il Gatto e la Volpe.
Il giudice che lo accolse era un grosso Gorilla con gli occhiali d’oro, e Pinocchio iniziò a raccontargli tutto.

Il giudice ascoltò attentamente Pinocchio con occhi fissi, senza mai dire nulla. Alla fine chiamò le due guardie accanto a sé.
– Questo burattino ha derubato quattro monete d’oro, mettetelo subito in prigione per quattro mesi!
– No! Lei non ha capito! Non sono io il ladro, sono stati… – ma Pinocchio non riuscì a finire la frase che le guardie lo presero e lo portarono dritto in cella.

… continua nel CAPITOLO 7

Curiosità su Pinocchio

● Carlo Lorenzini, vero nome di Carlo Collodi, scrisse Pinocchio in un momento di difficoltà della sua vita.

● In realtà il vero Pinocchio era lui stesso, sempre pronto a far “bambinate” e pieno di debiti al gioco d’azzardo, si mise così a scrivere una storiella per bambini per guadagnare qualche soldo. Ma già dopo pochi capitoli si era stancato e aveva scritto la parola fine del suo racconto più o meno quando i due banditi appendono Pinocchio all’albero.

● Ma ormai Pinocchio aveva iniziato a viver di vita propria dentro l’entusiasmo e l’immaginazione dei bambini tanto che, a furor di popolo, fu costretto a tirar giù Pinocchio dall’albero e rimetterlo di corsa a vagabondare per la sua strada. Una strada piena di avventure e di crescita interiore che lo porterà a diventare finalmente un bambino in carne ed ossa.

● La verità è che dentro le pagine del libro, ognuno di noi può immedesimarsi in Pinocchio, perchè racconta con parole semplici e senza troppi giri di parole, il birbante che si nasconde dentro tutti i bambini.

● Pinocchio è anche stato un racconto da cui poi sono stati ripresi concetti e modi di dire che oggi sono di uso comune, come:

  • “le bugie dal naso lungo o dalle gambe corte” per indicare chi mente;
  • “il paese dei balocchi” per indicare un luogo immaginario e fantastico dove non si fa nulla dalla mattina alla sera;
  • “Sono fritto!” che si riferisce ad un momento non presente nella nostra versione della fiaba, dove Pinocchio rischia di essere messo in padella e mangiato da un pescatore.
  • “Il Gatto e la Volpe” per indicare una coppia di persone poco affidabili

● Il libro divenne talmente famoso in tutto il mondo (è il libro in lingua italiana più venduto nella storia e vanta ben 240 traduzioni in lingua estera) che anche Tolstoj nel 1936, ne scrisse una versione molto simile.

● Di Pinocchio si sono fatti film di animazione (il più famoso è sicuramente quello della Walt Disney) che dal vero (come non ricordare il Pinocchio interpretato da Benigni nel 2002 o, l’ultimo del 2019, con alla regia Garrone in cui sempre lo stesso Benigni interpreta Geppetto?)

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Pinocchio

Pinocchio

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 5

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 5:
La Fata Turchina


Da una delle finestre si affacciò una bambina dai capelli turchini, che disse:
– In questa casa non c’è nessuno…
– E tu chi saresti allora?
La Bambina dai capelli turchini guardò i due banditi avvicinarsi di corsa vero la casa, e chiuse le imposte della finestra.

– Eccoti qua! Ora ti daremo una bella lezione – gridarono i banditi, prendendo Pinocchio. Lo portarono sotto una grande quercia, lo legarono e lo appesero ad uno dei rami dell’albero.
– E ora sputa le monete! – continuarono i banditi.

Pinocchio faceva di no con la testa tenendo la bocca chiusa. Intanto uno dei due banditi, quello a cui Pinocchio aveva dato un morso, si leccava la zampetta, che sembrava essere quella di un gatto.
Le ore passavano, Pinocchio dondolava piano piano al vento, ma non apriva la bocca.

I due banditi, assonnati e sfiniti decisero di andarsene a dormire.
– Ci vediamo domani burattino, e vedi di farci la cortesia di farti trovare con la bocca spalancata piena di monete… – e s’incamminarono sparendo nel buio della notte.
Pinocchio pensava a quanto fosse in pensiero per lui Geppetto, poi sbadigliò e si addormentò.

La bambina dai capelli turchini aveva assistito a tutta la scena dalla finestra, preoccupata per quel povero burattino. Battendo le mani, chiamò un un cane vestito da cocchiere che camminava sulle due zampe.
– Lo vedi quel burattino penzoloni dall’albero? Portamelo qui.
Il cane obbedì subito e, pochi minuti dopo, Pinocchio era steso sotto le coperte di un grande letto in una delle camere della casa.

Pinocchio pareva morto, e subito la bambina convocò i dottori più bravi della zona: un Corvo, una Civetta ed un Grillo Parlante. Il Corvo si avvicinò a pinocchio, lo guardò, gli tastò il polso e disse:
– Questo burattino è morto, ma se non è morto, è sicuramente vivo.
– No, no, mio collega – gli rispose subito la Civetta – Questo burattino è sicuramente vivo, ma se non è vivo, è certamente morto.

A quel punto prese la parola il Grillo Parlante.
– Io quel burattino lo conosco, è un birbante – a quelle parole Pinocchio aprì a fessura un occhio per vedere cosa succedeva, ma il Grillo continuò – è un monello, uno svogliato, un vagabondo!

Pinocchio piano piano si nascose sotto le lenzuola, e senza farsi vedere prese le monete d’oro dalla bocca e le mise in tasca.
– Quel burattino è un disubbidiente che fa morire di crepacuore il suo papà.
Da sotto le lenzuola si sentiva singhiozzare, era Pinocchio che piangeva.

La fata fece cenno ai dottori di uscire dalla stanza. Pinocchio da sotto le lenzuola guardò la bambina.
– Chi sei tu? – le chiese Pinocchio.
– Sono la Fata Turchina, e voglio aiutarti – poi poggiò la sua mano sulla fronte e sentì che aveva la febbre. Gli preparò allora un bicchiere d’acqua con dentro la medicina.

– Raccontami Pinocchio, com’è che ti sei ritrovato di notte inseguito dai banditi?
Allora Pinocchio le raccontò tutta la sua avventura, fino a quando i due banditi, per prendergli le monete d’oro, lo appesero all’albero.
– E dimmi, se le avevi in bocca, dove sono adesso le monete d’oro?
– Le ho perse! – le risponde Pinocchio.

Appena detta la bugia, il suo naso che già era grosso, gli si allungò di colpo di due dita.
– E dove le hai perse?
– Nel bosco qui vicino… – a questa seconda bugia il naso gli si allungò ancora.
– Allora sarà facile ritrovarle – continuò la Fata.
– Ora che mi ricordo le monete non le ho perse, le ho inghiottite prima quando ho bevuto la medicina…

A questa terza bugia il naso di Pinocchio diventò talmente lungo che non potè più girarsi dentro la stanza senza urtare qualcosa. La Fata Turchina lo guardò e scoppiò a ridere.
– Perché ridi!? – le chiese Pinocchio che stava per mettersi a piangere.
– Rido per le bugie che hai detto. Sai ci sono due tipi di bugie, quelle dalle gambe corte e quelle dal naso lungo. Le tue, come puoi vedere, sono bugie dal naso lungo.

Allora Pinocchio iniziò a piangere a dirotto, e la Fata lo lasciò piangere per una buona mezz’ora. Poi, quando le sembrava che Pinocchio fosse veramente pentito, battè le mani e fece arrivare due picchi che presero a beccargli il nasone, riportandolo alle dimensioni naturali.

– Prometto che non dirò più bugie mia Fata… – le disse Pinocchio asciugandosi le lacrime.
La Fata Turchina lo abbracciò e gli disse:
– Ho pensato anche al tuo papà, l’ho già fatto avvisare ed entro stasera sarà qui.
Pinocchio iniziò a saltare dalla felicità.
– Non vedo l’ora di poterlo abbracciare! Posso corrergli incontro?!
– Vai Pinocchio, ma stai attento a non perderti!
Ma ormai Pinocchio stava già correndo verso il bosco per abbracciare di nuovo Geppetto.

… continua nel CAPITOLO 6