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Autore: William

La storia di Rudolph la renna 🦌 🎅


Sapete che Babbo Natale ha una renna col naso rosso? Ed è anche la più famosa nonostante sia la più giovane di tutte… Ma questo non è importante, perché la renna Rudolph ha un naso davvero speciale!

Rudolph la renna è stata creata da Robert L. May nel 1939, e da quel momento non ha mai smesso di essere la renna che col suo naso rosso è a capo della slitta di Babbo Natale. Noi di fabulinis abbiamo preparato la nostra versione della sua storia, ascoltala o leggila qui con noi mentre aspetti il Natale!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba della storia di Rudolph la renna:

La storia di Rudolph la renna 🦌 🎅 storia completa

Le renne abitano lassù a nord, dove le notti d’inverno sono lunghissime e la neve è bianchissima. Babbo Natale va sempre lì a cercare quelle più forti e più veloci: gli servono per far volare la sua slitta.

Lì a nord viveva una famiglia di renne che aveva cinque piccoli. Il più giovane si chiamava Rudolph ed era un cucciolo particolarmente vivace e curioso.
Lui infilava il suo naso dappertutto. Ed era un naso veramente particolare. Infatti, quando Rudolph era felice, arrabbiato o si emozionava, il naso si illuminava e diventava rosso come un pomodoro.

I suoi genitori ed i suoi fratelli lo trovavano adorabile e lo amavano per questa sua particolarità, ma fin dall’asilo era diventato lo zimbello dei compagni.
“Rudolph ha il naso rosso! Rudolph ha il naso rosso!” lo prendevano in giro.
E alla scuola elementare andò anche peggio! Rudolph cercava con tutti i mezzi di nascondere il suo naso ma non ci riusciva.

Aveva provato a rimanere sempre serio, a metterci un cappuccio di gomma e addirittura a dipingerlo di nero, ma non c’era niente da fare. In qualche modo quel naso rosso e luminoso saltava sempre fuori e i suoi compagni ridevano a crepapelle. Rudolph ci restava molto male: piangeva amareggiato, e i suoi genitori e i suoi fratelli non riuscivano mai davvero a consolarlo.

Passarono gli anni e Rudolph divenne un giovane forte e agile. Finché fu abbastanza grande da poter partecipare alla selezione delle renne che avrebbero trainato la slitta di Babbo Natale.
Anche quell’anno, infatti, l’inverno era ormai alle porte e la visita di Babbo Natale visita si avvicinava. In vista di quell’appuntamento, le renne giovani e forti si facevano belle. Le loro pellicce venivano strigliate e spazzolate fino a brillare come il rame, le corna venivano lucidate fino a risplendere più della neve. Ed ecco che arrivò il gran giorno.

Tutte le renne si riunirono nel piazzale dove di solito atterrava Babbo Natale in quell’occasione e, nell’attesa, cercavano di intimorire e impressionare gli altri concorrenti. Ciascuno avrebbe infatti voluto essere scelto: trainare la slitta di Babbo Natale è un onore immenso!
Tra di loro c’era anche Rudolph, e bisogna ammettere che spiccava tra gli altri per bellezza e vigore.

Babbo Natale atterrò puntuale. Era partito da casa sua con la slitta leggera trainata solo da Donner, il suo fedele caporenna.
Babbo Natale si mise subito al lavoro ed esaminò ogni concorrente. Siccome le renne erano molte e Babbo Natale ne avrebbe scelte solo otto, ci volle molto tempo per guardarle tutte con attenzione e il tempo sembrava non passare mai. Anzi, a Rudolph sembrava un’eternità.

Quando finalmente toccò a lui, però, il suo naso diventò incandescente per l’agitazione, era quasi luminoso come il sole.
Babbo Natale lo guardò e sorrise amichevole, ma scosse la testa. – Sei grande e robusto. E sei un bellissimo giovanotto – disse – ma purtroppo non posso sceglierti. Il tuo naso rosso potrebbe spaventare i bambini.

Non potete immaginare la tristezza ed il dolore che queste parole diedero a Rudolph.
Corse nel bosco più veloce che poteva, scalpitando e ruggendo per la rabbia. A tutti gli scoiattoli che venivano a chiedergli cosa succedesse, rispondeva: – Guarda come brilla il mio naso. Nessuno ha bisogno di una renna con il naso rosso! – e piangeva per la tristezza.

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Piano piano si calmò e tornò a casa, dove i suoi genitori e i suoi fratelli lo abbracciarono forte. Lui riprese le sue normali attività, cercando di non badare a quanto si vantavano i suoi compagni che erano stati scelti da Babbo Natale. Spesso tornava nel bosco a salutare gli scoiattoli che l’avevano aiutato quel giorno che era stato tanto triste.

Intanto il Natale si avvicinava e tutti erano così occupati con i preparativi per le feste, che nessuno si accorse che il tempo peggiorava ogni giorno di più.
Al punto che Babbo Natale, quando lesse le previsioni per la notte della Vigilia, disse preoccupato: – Come potrò trovare la strada per arrivare alle case dei bambini? Nevicherà così tanto che rischio di non vedere nemmeno le mie renne!

Quella notte non riuscì a dormire. Doveva trovare una soluzione. Perciò decise di tornare al paese delle renne, forse loro avrebbero potuto aiutarlo.
Ma nevicava così tanto che Babbo Natale non riusciva a vedere niente tranne una luce rossa. Tutto ciò che era intorno a lei era illuminato a giorno.

Babbo Natale si avvicinò e si accorse che quella luce proveniva dal naso della renna che lui aveva scartato. La ricordava benissimo.
– Ciao – le disse – mi ricordo ti te. Ti dissi che il tuo naso avrebbe spaventato i bambini, ma mi rendo conto che è eccezionale. Illumina a giorno la strada anche nella bufera. Ti va di essere la prima delle renne attaccate alla mia slitta e di mostrarmi così la strada per raggiungere i bambini?

Rudolph non credeva alle sue orecchie: per l’emozione inciampò nella neve e il suo naso divenne ancora più rosso.
Finalmente rispose: – Naturalmente, lo farò volentieri. Mi fa un enorme piacere.
– Allora ti aspetto domani sera con tutti gli altri. Dobbiamo partire puntuali per essere sicuri che i bambini ricevano i loro doni a mezzanotte.

Figuratevi la faccia dei compagni di Rudoplh quando lo videro a capo della squadra di renne. Loro l’avevano sempre preso in giro per il suo naso bizzarro, ma proprio quel naso si era rivelato indispensabile per permettere a Babbo Natale di portare a termine la sua missione.
Nonostante la bufera di neve, la slitta partì puntuale e fece tutto il suo giro senza intoppi. La luce del naso di Rudolph aveva guidato le renne sane e salve.

Il giorno dopo Rudolph venne festeggiato come un eroe. Le renne ballarono e cantarono felici perché una di loro era entrata nella storia.
Da allora Rudolph è sempre a capo della slitta di Babbo Natale, per illuminargli la strada e far sì che tutti i bambini ricevano il loro regalo di Natale.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Il primo albero di Natale 🎄


Tanto tempo fa non c’erano gli alberi di Natale perchè nessuno li aveva ancora inventati! Ma chi sarà mai stato quindi ad avere questa splendida idea?!

Questa simpatica fiaba risponde in modo semplice e allegro a questa domanda; è stata ripresa da una leggenda nordica che noi di fabulinis abbiamo pensato di riscrivere usando un po’ di immaginazione.
Ecco allora una storia natalizia, adatta a questo periodo dell’anno in cui i bambini sognano e sperano di vedere realizzare i loro desideri.

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba del primo albero di Natale:

Il primo albero di Natale 🎄 racconto completo

La vigilia di Natale, nel tardo pomeriggio, Babbo Natale camminava nel bosco col suo sacco in spalla, tutto nervoso…
Tra poco sarebbe dovuto partire con la sua slitta per portare i doni ai bambini di tutto il mondo, ma un pensiero lo tormentava.
Rifletteva su come lo spirito del Natale fosse cambiato negli ultimi anni.

Certo, i bambini erano felici di ricevere giocattoli e dolci, ma lui avrebbe voluto che cantassero e ballassero con le loro famiglie per festeggiare il Natale, cosa che purtroppo ormai accadeva sempre più raramente.
Avrebbe voluto riportare di nuovo tutta questa gioia ai bambini, ma non gli era venuta nessuna bella idea.
“Adesso ne parlerò con il mio aiutante Gimpy.” pensò. “Dobbiamo incontrarci per organizzare la distribuzione dei regali, magari insieme riusciamo a trovare una soluzione anche per questa cosa.”

Gimpy stava già aspettando Babbo Natale nella casetta in mezzo al bosco da dove partivano tutti i regali. Appena vide Babbo Natale gli corse incontro, ma si fermò, vedendolo così cupo.
– Cosa succede, Babbo Natale? Non sei pronto per andare a portare i regali ai bambini?-
– Non lo so – rispose Babbo Natale. – Quest’anno mi sento tanto stanco, forse è successo qualcosa che mi ha fatto perdere l’entusiasmo. Cibo e giocattoli vanno bene, ma bisognerebbe trovare un’idea nuova per rendere davvero felici le persone, per farle di nuovo cantare e ridere di gioia…

– Ci avevo pensato anch’io sai, ma non è così facile – disse Gimpy pensieroso.
– Lo so – continuò Babbo Natale, – E io ormai sono troppo vecchio. A forza di pensare ad inventare qualcosa, mi è perfino venuto mal di testa. Se si va avanti così, rischiamo che il Natale diventi una festa come tutte le altre, e questo mi renderebbe davvero molto triste.

Nel frattempo era arrivata la sera. La luna ormai saliva in cielo e il tempo iniziava a stringere, perciò decisero di fare una passeggiata: camminare nel bosco li avrebbe forse aiutati a trovare un po’ di ispirazione.
Cammina cammina, giunsero ad una grande radura circondata da piccoli e grandi abeti. Era un posto bellissimo. La neve brillava sui rami degli alberi e, sotto la luce della luna, sembrava fatta d’argento.
Gli abeti scuri per la notte e bianchi per la neve formavano un paesaggio incantato.

Rimasero però colpiti da un abete in particolare: aveva dei ghiaccioli che penzolavano dalla punta dei rami e che scintillavano per i riflessi di luce. Non avevano mai visto niente di simile.
Gimpy si avvicinò a quell’abete ed esclamò: – Che meraviglia! Babbo Natale, non è bellissimo quest’albero?
– Sì, davvero… – rispose Babbo Natale.

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Erano lì incantati a guardarlo, quando Gimpy all’improvviso disse – Dammi delle mele!
– Mele? – chiese meravigliato Babbo Natale
– Su, veloce, ho avuto un’idea. Dobbiamo legarle con delle cordicelle in modo da poterle appendere all’abete.

Babbo Natale era molto perplesso, ma iniziò a cercare nel suo grande sacco e trovò sia delle mele che un po’ di corda.
Fabbricò dei piccoli lacci con la corda e, dopo averci legato le mele, le diede a Gimpy. L’elfo le prese, le lucidò bene fino a farle diventare di un rosso acceso e le appese all’albero. Quando finì sorrise soddisfatto.
– Già che ci siamo, attacchiamoci anche delle noci – continuò Gimpy.
Babbo Natale era sempre più confuso, non riusciva a capire dove l’elfo volesse andare a parare. Ma lo vedeva così deciso che non replicò.

Gimpy sfregò le noci su un panno speciale che portava sempre con sé, così da farle diventare dorate.
Quando ebbero finito, Gimpy chiese ancora: – Per caso nel tuo sacco hai delle luci, Babbo Natale?
– Purtroppo no, ma ho delle candeline, e dei fiammiferi per accenderle.
– Perfetto! – gridò Gimpy con gioia. Così presero anche tutte le candeline e le misero sui rami dell’abete e sulla sua cima. Poi le accesero.

Lo spettacolo era meraviglioso.

Nel buio, questo piccolo albero brillava come una stella, le mele mandavano riflessi rossi e le noci lo facevano splendere come se fosse d’oro. Gimpy batteva le mani e rideva felice, mentre Babbo Natale non era più arrabbiato.
Gimpy, serio ma felice, guardò Babbo Natale e disse – Ora portiamo l’albero giù in paese così com’è.
Così fecero. Giunsero in paese a notte fonda, quando tutti ancora dormivano. Gimpy indicò la porta della casa più povera del villaggio, la aprì piano e aiutò Babbo Natale a portare dentro l’abete.

Lo sistemarono in mezzo al salotto e Babbo Natale ci lasciò sotto anche un sacco di belle cose: dolci, giochi, mele e noci. Poi, sempre in silenzio, andarono via.
La mattina dopo, il più piccolo dei bambini che abitavano in quella casa si alzò per primo e, come sempre, andò in salotto.
Immaginate quanto grande fu lo stupore nel vedere lo spettacolo dell’albero addobbato!

Corse subito a svegliare mamma, papà e i fratelli, e tutti, sbalorditi per quella meravigliosa sorpresa, cominciarono a ballare e cantare intorno all’albero tenendosi per mano.
La gioia era talmente grande che non guardarono nemmeno i regali: l’albero era il vero dono per tutti.
I vicini, sentendo tutto quel cantare, corsero a vedere e a poco a poco tutto il paese si riversò in quella casa.

Rimasero tutti incantati e volevano tutti un abete così in casa loro!
Andarono nel bosco a prendere un abete e lo addobbarono con mele, noci e luci, proprio come quello fatto da Babbo Natale e Gimpy.
Quando fu sera, in ogni casa si poteva vedere brillare un albero e si potevano sentire canti di Natale.

Nel giro di pochi anni tutte le famiglie del mondo iniziarono ad addobbare un abete per Natale.
Ma la cosa più importante era che Babbo Natale era riuscito a rendere unica e indimenticabile la festa del Natale.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Un ciuccio per Babbo Natale 🎅


Come faccio a togliere il ciuccio al mio bambino? Questa domanda tormenta tante mamme e papà, ma questa storia di Natale potrà aiutarvi.

Per molti bambini, infatti, il ciuccio è un oggetto molto prezioso ed amato. Eppure per crescere bisogna lasciarlo andare…
Ma una bella storia con un po’ di magia può far superare al piccolo (e a te…) questa fase delicata: c’è chi lo regala a una fatina o chi lo regala ai delfini al mare.
Noi di fabulinis ti proponiamo questa bella fiaba in cui il ciuccio viene donato a Babbo Natale. L’ha scritta Gabriella Arcobello, psicopedagogista esperta di fiabe, e siamo sicuri che ti aiuterà in questo momento così delicato!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba de un ciuccio per Babbo Natale:

Un ciuccio per Babbo Natale 🎅 storia completa


Mancavano solo due giorni al Natale e nella casa di Leo era davvero tutto pronto: il presepe preparato nel camino e pieno di lucine; l’albero con le sue decorazioni scintillanti; il vischio verde, un po’ fatato…
Leo aveva quasi cinque anni e non vedeva l’ora che arrivasse il giorno di Natale.
L’attesa era stata lunga ma eccitante.

In quei giorni, alla scuola materna, spesso sognava ad occhi aperti l’arrivo di Babbo Natale con la sua slitta volante, tirata dalle amiche renne e stracolma di doni e pacchettini.
Con l’aiuto della mamma gli aveva scritto una letterina, chiedendogli un robot, una macchinina, un puzzle e un peluche.
Anche nel paese di Babbo Natale era ormai quasi tutto pronto.

Babbo Natale con i suoi folletti aveva lavorato tanto e a lungo per preparare e confezionare tutti i doni per tutti i bambini della terra. Ora stava facendo le ultime conte, perché guai a dimenticarsi di qualcosa e soprattutto di qualcuno.
Il pianto di un folletto piccolo piccolo però disturbava i suoi calcoli…
Conta e riconta, era costretto tutte le volte a rifare la somma. E questo era un bel problema.

Non la conta, ma quel tenero folletto di pochi mesi che piangeva così tanto: piangeva quando doveva addormentarsi; piangeva quando si svegliava; piangeva quando aveva freddo e piangeva quando aveva caldo; piangeva quando qualcuno gli si avvicinava e piangeva quando qualcuno se ne andava; piangeva, piangeva, piangeva!

Babbo Natale decise che era ora di fare qualcosa per aiutare il suo folletto più piccolo, che si chiamava Tendy.
Aveva sentito dire da qualche parte che, sul pianeta Terra, le mamme offrivano ai bambini un ciuccio per consolarli e per calmarli.
Doveva assolutamente chiedere aiuto a una mamma del pianeta Terra. E fu così che scelse proprio la mamma di Leo.


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Questa gli spiegò che il ciuccio, per i bambini piccoli, è un oggetto morbido che li consola, li distrae e li aiuta ad addormentarsi.
Babbo Natale le disse: «Ora comprendo! Ne vorrei uno anch’io per regalare un po’ di serenità al mio folletto Tendy».
Pensa e ripensa, alla mamma venne un’idea:
– Stai tranquillo Babbo Natale. Chiederò a Leo, il mio bambino, e forse lui potrà aiutarti.

Il giorno dopo la mamma disse a Leo:
– Sai, Babbo Natale stanotte arriverà con i doni. Nel suo paese c’è un folletto piccolo piccolo che ha bisogno di un ciuccio. Che ne dici di offrirgli il tuo? Babbo Natale sarà contento e ti sarà grato per averlo aiutato!
Leo la guardò un po’ perplesso e molto indeciso, perché lui era davvero affezionato al suo ciuccio.

Ma alla fine accettò. La sera, prima di andare a letto, impacchettarono il ciuccio con una bella carta rossa e un fiocco dorato. Lo misero sotto l’ albero, insieme al latte per le renne e a qualche delizioso biscotto per Babbo Natale.
La mattina seguente il pacchettino che aveva preparato era sparito, insieme con il latte e i biscotti.

Leo trovò sotto l’ albero tutti i doni che aveva chiesto; anzi, c’era un pacchetto in più, proprio per lui.
Lo scarto per ultimo e dentro Vi trovò un grande lecca-lecca rosso a forma di cuore, al sapore di fragola.
C’era anche un bigliettino che diceva:
– Grazie Leo! Donando il tuo ciuccio hai fatto una cosa molto generosa. Tu hai un cuore grande grande. Per ringraziarti, io ti nomino mio FOLLETTO SPECIALE del pianeta Terra.
Firmato: Babbo Natale.

— Fine della fiaba —
Ringraziamo la psicopedagogista Gabriella Arcobello per aver condiviso con noi questa fiaba molto educativa.


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Sara alla ricerca di Babbo Natale 🎁


La piccola Sara vuole scoprire dove vive Babbo Natale, anche perchè a furia di non vederlo mai per davvero sta iniziando a credere che non esiste! Ma per fortuna alla fine ascolterà il suo cuore…

Nel periodo di Natale è sempre bello raccontare delle favole che parlano di sogni e di desideri che si realizzano. Quello di Sara alla ricerca di Babbo Natale lo abbiamo scrito noi di fabulinis per insegnare ai bamibini che ad ascoltare il proprio cuore non si sbaglia mai. Sara lo ha fatto ed ha ricevuto una bellissima sorpresa!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba di Sara alla ricerca di Babbo Natale:

Sara alla ricerca di Babbo Natale 🎁 storia completa

C’era una volta una bimba che non era per niente convinta dell’esistenza di Babbo Natale.
Sara, questo era il suo nome, aveva sempre chiesto di essere portata a vedere la casa di Babbo Natale, ma nessuno era mai riuscito ad accontentarla.

La sera della Vigilia di Natale, mamma e papà le avevano messo il pigiamino e portata in cameretta per darle il bacio della buona notte.
Quando fu tutta sola, Sara iniziò a parlare al suo caro orsacchiotto.

– Io non capisco perché nessuno mi riesce a dire dove abita Babbo Natale… io vorrei tanto incontrarlo di persona!
L’orsacchiotto la fissava con i suoi grandi occhioni neri, ma non poteva darle una risposta.
– Nessuno sa dove sia Babbo Natale, e nessuno l’ha mai visto… secondo me non esiste…
In quel momento nella stanza si sentì come il suono di un campanellino.
– Ne sei proprio sicura? – disse una vocina leggera che non si sapeva da dove arrivasse.
Sarà si guardò intorno per capire chi avesse parlato, poi guardò il suo orsacchiotto, che la guardava col solito sorriso.

– Sei sicura che Babbo Natale non esista? – continuò la vocina.
– Bè no, non ne sono sicura, è che vorrei tanto vederlo, ma nessuno mi sa dire dove sia…
– E cosa ti dice il tuo cuore…?
Sara esitò un attimo.
– Che esiste…
– Allora infilati le pantofole, forse questa sera il tuo desiderio verrà esaudito…

Sara balzò giù dal letto e infilò le pantofole, che però non erano proprio le sue, erano pantofole magiche! Ma Sara non ci fece nemmeno caso.
Una volta infilate le pantofole, la finestra della cameretta si aprì, e come per magia i suoi piedini si staccarono dal pavimento e Sara uscì dalla stanza volando leggera come un soffio di vento.

Sara era tutta circondata da piccole scintille, e continuò a salire sempre più in alto, finché le luci delle case del paese diventarono piccole piccole.
Sara iniziò a sorvolare prati innevati, foreste e pianure, finché ad un certo punto arrivò ad una vallata tutta piena di abeti addobbati con luci e festoni. In mezzo c’era una piccola casetta, tutta illuminata.

Piano piano Sara cominciò a scendere verso la casetta, fino a posarsi proprio di fronte alla porta.
Sara era ancora tutta emozionata per il volo appena fatto e per i meravigliosi paesaggi visti, ed era rimasta davanti alla porta con la bocca aperta.
Dalla casetta tutta illuminata si sentivano provenire dei bellissimi canti di Natale.

Sara alzò la manina per bussare, ma la porta si aprì ancor prima di averla toccata. Davanti a lei c’era un elfo vestito di verde, tutto sorridente.
– Ciao! – esclamò l’elfo – benvenuta nella casa di Babbo Natale!
Sara, sempre più meravigliata e piena di gioia, entrò.

Si ritrovò in un enorme e fiabesco salone, dove c’era l’albero di Natale più grande che avesse mai visto.
Nella sala cantavano e saltellavano un sacco di elfi, tutti indaffarati per i preparativi della Vigilia di Natale, e tutt’intorno all’albero era un tripudio di regali, dolci, festoni e colori.
Sara era talmente sbalordita da tutta quella meraviglia che continuava a guardarsi intorno ancora a bocca aperta.

Finché, da una porta laterale, entrò un grande omone, tutto vestito di rosso e bianco. Era Babbo Natale!
Sara non credeva ai propri occhi, era lui, era veramente lui! Finalmente ogni dubbio era svanito.
Babbo Natale le andò incontro per salutarla.
– Ciao piccolina, come ti chiami? – le chiese con la sua vociona bella e calda.
– Io mi chiamo Sara.. Ma tu… ma tu.. sei Babbo Natale!? – chiese esitante Sara.
– Certo, mia piccola Sara! – e ridendo per la domanda, Babbo Natale fece un “Oh oh oh” che rimbombò per tutto il salone.


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La bocca di Sara si spalancò dalla gioia come mai si era spalancata prima.
– Ma allora esisti!
Babbo Natale annuì con un gran sorriso, e accarezzandole i capelli, le rispose:
– Mi spiace solo di non poterti dedicare molto tempo mia piccola Sara. Purtroppo stasera è la Vigilia di Natale, e io e i miei amici Elfi siamo molto indaffarati a preparare tutti i regali da consegnare ai bambini, vedi? – e indicò con la mano il grande salone e tutti i doni posti intorno all’albero.

Sara si voltò a guardare gli elfi che correvano come matti in ogni dove a prendere e spostare i pacchi regalo.
“Con tutto quello che ha da fare, Babbo Natale è riuscito a trovare un momento tutto per me e salutarmi”.
Sara era commossa da tanta gentilezza.
– Scusami piccola Sara, ma ora devo proprio andare – disse Babbo Natale sorridendole.
Sara lo guardò, ed in un impeto di coraggio gli chiese:
– Posso venire con te sulla tua slitta? Sono piccolina, mi metto in un angolino e prometto di non disturbare…!

Babbo Natale guardò il suo aiutante elfo, che sorrise.
– Va bene, vieni con me! – la prese per mano e la portò fuori sul retro della casa, dove c’era la grande slitta di Babbo Natale.

Era la più grande slitta che avesse mai visto, strapiena di regali, con le renne scalpitanti pronte a partire.
Babbo Natale prese Sara e la fece sedere accanto a lui.
– Tieniti forte al mio braccio! – le disse facendole l’occhiolino. Partirono veloci veloci sulla neve finché, come per magia, la slitta cominciò a volare sopra gli alberi della vallata, e poi sempre più su!

A Sara sembrava di vivere in un sogno. Sotto di lei il mondo era piccolo piccolo, e la slitta andava così veloce che in un attimo furono sopra una città.
Babbo Natale si fermava sopra i tetti, spariva giù per i camini a consegnare i regali e, in un batter di ciglia, era di nuovo accanto a lei.

E continuarono così di città in città, fino ad arrivare al paesello dove viveva Sara.
Babbo Natale accostò la slitta alla finestra ancora aperta della cameretta di Sara, la accompagnò dentro e le rimboccò le coperte.
Sara sentì gli occhietti chiudersi dalla stanchezza: quante emozioni aveva vissuto in così poco tempo…
– Buon Natale mia piccola Sara, e sogni d’oro.

Mentre Sara chiudeva gli occhi, Babbo Natale le fece un’altra carezza, e prima di ripartire con la sua grande slitta a consegnare tutti i regali, andò dove c’era l’albero di Natale di Sara…

Così arrivò il mattino di Natale. Non appena sveglia, Sara infilò le pantofole, prese il suo orsacchiotto e corse in salone, dove c’era l’albero di Natale.
E il suo regalo era proprio lì sotto, una bellissima scatola rossa con un fiocco d’oro sopra.

Papà e mamma la presero in braccio e le augurarono buon Natale.
Lei li abbracciò entrambi tutta felice e raccontò loro la meravigliosa avventura della notte appena trascorsa. I suoi genitori erano un po’ confusi, non si erano accorti di niente e stentavano ad immaginare la loro bambina in compagnia di Babbo Natale a consegnare i regali… Ma non importava.

Per Sara quello era stato il Natale più bello della sua vita, già non vedeva l’ora che arrivasse quello successivo!
Perché ora sapeva che Babbo Natale esiste veramente, le era bastato ascoltare il suo cuore.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Stella di neve ❄


E se un pupazzo di neve diventasse una bambina? Sarebbe un regalo bellissimo, soprattutto per la sua mamma e il suo papà che desideravano tanto avere un figlio.

“Stella di neve” è una rielaborazione della leggenda russa che ha per protagonista Sneguročka, la fanciulla di neve, che nel periodo natalizio porta i doni assieme al Nonno Gelo (il nostro Babbo Natale). Viene citata anche nel cartone animato Masha e Orso nell’episodio intitolato “Buon Natale”, che potete vedere su RaiPlay a questo link.

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba di Stella di neve:

Stella di neve ❄ storia completa

C’era una volta un vecchietto ed una vecchina che abitavano in una casetta isolata, in cima ad una collina.
Non avevano avuto figli, e perciò, per passare in tranquillità gli ultimi anni della loro vita, avevano scelto di isolarsi dal resto del mondo.

Passarono molti anni in cui i due, felici, non avevano avuto più contatti con nessuno, finché, in un freddo giorno d’inverno, con la neve alta fino alle ginocchia, andarono a cercare legna nel bosco vicino.
Il buon vecchietto sapeva che nei paraggi c’era anche un piccolo lago, e voleva vedere se era ghiacciato per il freddo.
Una volta arrivati sulle sponde del laghetto, videro che effettivamente era completamente ghiacciato, e ci si poteva camminare sopra!

Ma la vera sorpresa fu quella di vedere un piccolo gruppo di bambini che si divertiva a pattinare, o semplicemente a scivolare il più a lungo possibile senza cadere sbattendo il muso.
Altri bambini, invece, stavano sulla riva facendo pupazzi di neve. I due rimasero lungo a guardare la scena: avrebbero sempre voluto avere dei bambini e vederli giocare in quel modo!

La vecchina guardò suo marito sorridendogli e gli disse:
– Caro, perché non facciamo anche noi un pupazzo di neve come quei bambini?
Il vecchino rispose di sì con un cenno del capo, e subito si misero ad accumulare la neve.

Piano piano quello che doveva essere un semplice pupazzo di neve diventava una figura sempre più elaborate, finché, dopo quasi un’ora di lavoro, il pupazzo somigliava molto ad una bambina con cappellino, sciarpa e guanti.
Era la bambina che avevano sempre sognato di avere ma che non era mai arrivata…

I due vecchi guardavano la loro creazione con le lacrime agli occhi. Quanto avrebbero voluto che fosse reale!
Ma non si erano accorti che, sul ramo di un pino, li stava osservando una fata. Commossa da quella scena emozionante, la fata decise di avverare il loro sogno. Dalle sue mani partì una scintilla che volò leggera leggera fino sulla punta del naso della bimba fatta di neve.

I due vecchini videro quella minuscola stella posarsi sul nasino di neve, e… Meraviglia! Davanti ai loro occhi la bimba di neve, piano piano, stava prendendo colore!
Ma ancora più sbalorditi furono quando la bimba di neve, che ormai era una bimba in carne ed ossa, aprì gli occhi e sorrise loro.

I due vecchini scoppiarono a piangere dalla gioia, l’abbracciarono e la coprirono di baci. Decisero di chiamarla Stella.
Stella era una bimba piena di vita, correva, saltava ed era sempre sorridente. Ma, soprattutto, Stella cresceva in fretta, in un solo anno era quasi diventata una ragazzina, e ai due vecchini non sembrava vero di veder crescere la loro bimba.

A Stella, però, non piaceva l’estate. Si sentiva fiacca e svogliata e non voleva mai uscire di casa; si sentiva meglio e più felice solo quando arrivavano i grandi temporali che rinfrescavano l’aria.

Giunse quindi un altro inverno e poi un’altra estate. I tre vivevano felici e contenti ma, abitando lontani dal paese, Stella passava le sue giornate sempre da sola. Vedendola anche un poco triste, visto che era estate, la convinsero ad andare alla grande festa che si teneva giù in paese, dove alla sera avrebbero acceso anche un grande falò.
Stella non voleva andare, ma dopo le insistenti preghiere della vecchina, si mise il vestitino più bello e prese la strada che portava al paese.

– Ciao mia cara Stella, divertiti stasera!
Stella le sorrise e incominciò a camminare.


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Quel giorno il sole era particolarmente forte e l’aria molto calda, Stella doveva riposarsi spesso all’ombra dei grandi alberi, beveva molto e poi ripartiva.
Giunse in paese, che aveva visto solo un paio di volte in occasione delle feste invernali, quando con la vecchina andava a comprare il cibo.

Il paese era tutto addobbato a festa, e le persone ballavano ad ogni angolo delle strade, molti giovani danzavano a gruppi i balli popolari. Stella si avvicinò a loro, e dopo qualche timido sorriso tra lei ed altre ragazze del gruppo, fu trascinata nelle danze.
Stella ballava e ballava, senza mai fermarsi, finché poco a poco giunse la sera.
L’aria era diventata di colpo fresca e Stella nonostante fosse da ore che ballava, si sentiva ancora piena di energie, e continuava a ballare.

Fu il momento di accendere l’enorme falò per concludere in bellezza la festa del paese; era talmente grande che tutte in cerchio, prendendosi per mano, servivano quasi cento persone per circondarlo.
Stella e le altre ragazze presero a danzare tutta la notte intorno al falò che aveva fiamme alte fino al cielo.

Il falò però era caldo, troppo caldo per Stella, che iniziava a sudare e sentirsi male. Lei non voleva smettere di ballare, ma ad un certo punto, guardandosi le mani, si accorse che erano diventate quasi trasparenti!
Si guardò i piedi ed anche loro erano trasparenti! Si toccò il viso e sentì come se stesse toccando dell’acqua gelatinosa…

Stella si rese conto che si stava lentamente sciogliendo, di quel passo si sarebbe sicuramente trasformata in una pozzanghera!
Raccolse tutte le sue forze e corse fuori dal paese e il più lontano possibile da quel falò, voleva tornare a casa ma era buio e si sarebbe sicuramente persa.
Cercò quindi del refrigerio in riva al fiume immergendosi quasi completamente. Il fiume era freddo, ma per Stella il freddo significava la vita.

Fu in quel momento che capì che non poteva più rimanere in quel paese dove le estati erano così calde e afose. Doveva andare più a nord, verso le terre dei ghiacci, solo lì avrebbe potuto vivere serena ed essere veramente felice.

Poco dopo, sul fiume, comparve un tremulo bagliore. Era la barca di un pescatore che risaliva la corrente.
– Scusi signor pescatore, dove sta andando? – chiese Stella.
– Sto andando verso nord, verso il regno roccioso. Ma tu, che ci fai qui in riva al fiume e a quest’ora della notte?!
– Cerco un po’ di refrigerio… visto che va verso nord posso chiederle un passaggio?

Il pescatore sembrava un po’ confuso, ma le disse che non c’era nessun problema, che l’avrebbe portata fino al regno delle rocce, poi lui sarebbe tornato indietro.
A Stella andava benissimo, saltò sulla barchetta e si sedette rannicchiata sulla panchetta davanti, pensando ai due vecchini, mamma e papà, che non vedendola arrivare avrebbero avuto un grande dispiacere.

Ma Stella sentiva che stava per intraprendere una grossa avventura, l’avventura della sua vita.
Dalla riva del fiume una piccola scia luminosa fluttuò fino a lei, era una piccola fata, che le si posò sulla spalla.

– Ciao, io sono la fata Thea, tu non lo sai ma io ti conosco fin da quando eri piccina…
– Ciao fata Thea, piacere di conoscerti… – Stella e Thea si sorrisero, e capirono che erano destinate ad un lungo e meraviglioso viaggio assieme.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Filastrocche sulle mamme 👩‍👧‍👦


Come faremmo senza le nostre dolci mamme?!

Queste filastrocche per bambini parlano proprio di loro, di come siano sempre nel cuore dei bambini, e, dei trucchetti che spesso si inventano per risolvere anche le situazioni più improbabili… 😄
Queste filastrocche le ha scritte col cuore Lulù, con la sua dolcezza e simpatia.


La sera 🌛

Quando arriva la sera
il mio cuore ha tanta pena,
non mi piace l’oscurità
non si vede né di qua né di là.

Mille ombre in ogni luogo,
tra i pupazzi o nel letto nuovo,
il silenzio viene infranto
non so se fuori o a me accanto.

Sono solo nella stanza,
sono grande abbastanza,
ma il mio cuore fa tic toc,
è veloce: paura ho!

Stringo forte il mio pupazzo,
so che è strano ma mi dà coraggio,
quell’abbraccio per me è importante
e poi… non sono così grande.

Chiudo gli occhi e penso al mare,
tra le onde mi faccio cullare,
una barca va lontano
e nel cielo un deltaplano.

Chiudo gli occhi e penso ai monti,
al silenzio e agli orizzonti,
un’aquila su nel cielo,
tanti fiori sul sentiero.

Ma non riesco ancora a dormire,
sì, ho sonno ma non so che dire,
questo buio mi attanaglia
e non riesco a fare la nanna.

Chiudo gli occhi e penso alla mamma,
al suo sorriso che mi abbaglia,
il suo abbraccio che mi dà calore,
un suo bacio a tutte le ore.

E con questo mi addormento,
sento lei accanto al mio letto,
sento le onde arrivare
e la neve che inizia a imbiancare.

I trucchi di una mamma 🚽

C’era un bambino piccino piccino
che metteva sempre il pannolino,
ogni qualvolta si bagnava
il pannolino la mamma cambiava.

No, non poteva continuare così,
il bidone era pieno ogni dì
e ogni volta che la mamma passava
tutta la gente la guardava per strada.

Doveva escogitare un nuovo sistema,
era sbagliato quel che faceva,
ma il suo bambino non sopportava
esser bagnato, lo esasperava.

Allora la mamma fece un buchetto
nel pannolino e lo mise al bimbetto
e mentre questi la pipì faceva
lungo le gambe questa scendeva.

E fu così che il bimbetto
era sempre bagnato, anche nel letto,
Non volle più mettere il pannolino
e fece la pipì sempre nel vasino.

Copyright dei Testi © Lulù Barabino


Chi sono

Lulù - fabulinis.com

Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

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Nevina e Solleone ❄ 🌞


Riuscirà Nevina, figlia di re Gennaio a raggiungere e vedere il mare? Per lei che non è mai uscita dal paese dei ghiacci potrebbe essere una pericolosa avventura, ma per fortuna un nuovo amico l’aiuterà.

La storia di “Nevina e Solleone” spiega come grazie agli amici possiamo realizzare i nostri desideri, aiutandoci a vicenda. Per scrivere questo racconto noi di fabulinis ci siamo ispirati ad una fiaba di Guido Gozzano, speriamo tanto che vi piaccia!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba di Nevina e Solleone:

Nevina e Solleone ❄ 🌞 storia completa

La Principessa Nevina viveva da sola con suo padre Gennaio, il fabbrica neve.

Re Gennaio preparava la neve che Nevina raccoglieva nelle sue tasche e poi spargeva sulle terre fredde del ghiaccio.
Nevina era una bambina bravissima, ma tanto triste. Quando padre Gennaio dormiva e non produceva più la neve, Nevina fissava la fredda notte stellata sognando le terre calde del mare che non aveva mai potuto vedere.

Ma un giorno prese coraggio e, senza farsi vedere, partì, lasciando le terre dei ghiacci.

Giunse a valle. Lì l’aria era più calda e Nevina iniziava a sentirsi affannata, ma continuò a camminare per i prati pieni di fiori e alberi. Non si accorgeva che dalle sue tasche usciva ancora la neve, e alle sue spalle si formavano nuvoloni grigi e un vento di aria gelida.

Cammina cammina, arrivò sul ciglio di una collina dove fu abbagliata dai riflessi di una sterminata distesa azzurra: era il mare!
All’improvviso le corse incontro un bimbo, il suo nome era Solleone. Le disse che doveva fermarsi, perché quello non era il suo regno e non poteva andare oltre perché stava portando neve e gelo per tutte le sue terre.


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Ma a Nevina si formarono delle grosse lacrime agli angoli degli occhi, voleva toccare solo per una volta le cose che non aveva mai potuto vedere. Solleone si commosse e, invece di bloccarle la strada, si offrì di farle vedere tutto il suo regno. Tenendosi per mano, i due bambini cominciarono a scendere verso la spiaggia.

Fu così che Nevina riuscì finalmente a toccare il mare!

Ma le tasche di Nevina erano ormai senza più un fiocco di neve, e lei si sentiva così stanca che cadde sulla sabbia sfinita.
Solleone capì che doveva riportarla al più presto nelle sue terre del ghiaccio e della neve. Se la caricò sulle spalle e iniziò a correre.
Mano a mano che si avvicinavano alle terre fredde Nevina si sentiva meglio, ma Solleone cominciava a fare sempre più fatica, finché, pieno di brividi, non si fermò e la posò a terra.

Nevina gli prese le mani e lo ringraziò per quella giornata così bella che le aveva regalato, però capì che Solleone non poteva resistere ancora molto con tutto quel freddo e lo pregò di ritornare di corsa verso il mare.

Ma, prima di lasciarsi, si promisero che ogni anno, per un intero giorno, si sarebbero incontrati di nuovo per tornare a tenersi per mano.

— Fine della fiaba — (Liberamente ispirata a “Nevina e Fiordaprile” di Guido Gozzano)
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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L’arrivo dei Magi 🎁


Sicuri che valga veramente la pena litigare con una persona e rischiare di perderla anche se le si vuole veramente bene…?

“L’arrivo dei Magi” è una fiaba creata da noi di fabulinis ispirandoci al racconto di O. Henry “Il dono dei Magi”. E’ ambientata nel periodo dell’epifania e della festa della Befana. Spiega ai bambini come la generosità venga sempre premiata, ed é un racconto con un po’ di nostalgica magia da raccontare ai nostri bambini durante tutto il periodo delle feste natalizie.

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba de l’arrivo dei Magi:

L’arrivo dei Magi 🎁


Era il giorno prima dell’arrivo dei Magi, i grandi saggi che venivano da oriente a portare i doni ai bambini, e in paese si stavano facendo i preparativi per le feste.
In questo piccolo paesino vivevano due fratellini, Delia e Gioele, che si volevano tanto bene e stavano sempre insieme.
Ma anche loro, come tutti i fratellini, ogni tanto bisticciavano, e a volte si facevano dei dispetti veramente tremendi.

E quel giorno Delia e Gioele litigarono furiosamente. I due si azzuffarono talmente tanto che quando la mamma li divise, li sgridò così sonoramente che Delia e Gioele piansero tantissimo.
– Se non fate subito la pace i Magi penseranno che siete due bambini cattivi, e saranno veramente dispiaciuti! – disse loro la mamma.
Ma Delia e Gioele non volevano ascoltarla. Ognuno di loro pensava di aver ragione e non avrebbe mai chiesto scusa all’altro.
Così la mamma li mise in castigo, a riflettere sul loro comportamento.

Delia stringeva forte la sua bambola, era il suo giocattolo preferito e non la lasciava mai.
Gioele stringeva forte il suo inseparabile trenino di legno, che trascinava col cordino per tutta la casa.
Dopo un po’ la mamma tornò e chiese:
– Avete riflettuto bene sulla vostra condotta?
– Sì… – risposero i due con un tono non molto convinto.
– Fate la pace?
– Sì… – sempre con lo stesso tono.
– Allora datevi un bell’abbraccio e fate pace.
Delia e Gioele si avvicinarono lentamente, si diedero un abbraccio velocissimo e poi si allontanarono sempre col broncio.

La mamma, che aveva notato questo finto abbraccio di pace, li riprese:
– Bimbi miei, ricordatevi che i Magi sanno leggere nel vostro cuore, e se le vostre scuse non sono sincere loro lo sapranno, e ne saranno veramente dispiaciuti!
Delia e Gioele furono molto colpiti da queste parole.
I Magi venivano una volta sola l’anno, e per i bambini avevano sempre dei bei regali, ma sapevano anche che ai bambini monelli portavano solo del carbone…

I due si guardarono di nuovo negli occhi, ma l’orgoglio ferito bruciava ancora troppo, e corsero via nelle rispettive camerette.
Le parole della mamma continuavano a ronzare nelle loro teste. In fin dei conti Delia e Gioele si volevano veramente un gran bene, e iniziavano a sentirsi veramente dispiaciuti per come si erano comportati.
Delia teneva in mano un disegno che Gioele le aveva fatto e a cui era tanto affezionata. Più lo guardava e più si sentiva in colpa per quello che era successo.

Decise che doveva andare a scusarsi. Lasciò andare il disegno, che scivolò per terra, e in punta di piedi andò verso la cameretta di Gioele.
Gioele stava per fare la stessa cosa, ma mentre infilava una delle ciabatte inciampò e cadde per terra. Guardando furioso la ciabatta disse:
– Cattiva!
Ma Delia era lì sulla porta e, sentendo quelle parole, credette che Gioele fosse ancora arrabbiato con lei. Perciò corse via.

– Gioele è davvero arrabbiato con me, devo farmi perdonare ad ogni costo! – si disse la bimba con le lacrime agli occhi, mentre stringeva a sé la sua amata bambola.
Gioele sentì correre, capì che era Delia, e quando uscì in corridoio vide la sua cameretta vuota col disegno per terra.
– Delia non avrebbe mai buttato a terra il mio disegno se non fosse veramente arrabbiata con me… devo assolutamente farmi perdonare! – si disse Gioele, mentre tirando il suo trenino di legno correva a vedere dove fosse andata Delia. Ma di lei in casa non c’era più nessuna traccia…

Delia era uscita. Per le vie del paese c’erano tante bancarelle, piene di cose bellissime: dolci, vestiti, leccornie e chi più ne ha più ne metta.
– Per farmi perdonare da Gioele potrei fargli un super regalo… – pensò Delia.
Cammina cammina, Delia arrivò alla bancarella di un rigattiere, che tra le altre cose aveva un sacco di giocattoli usati ma ancora tenuti bene.


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Delia si avvicinò e tra tutte le cose notò una piccola stazioncina ferroviaria in legno, che sarebbe stata benissimo col trenino di Gioele.
Delia guardò il rigattiere e indicò la stazioncina di legno.
– Sono venti soldini piccola mia – disse il rigattiere.
Ma Delia venti soldini non li aveva… l’unica cosa che aveva era la sua amata bambola, e la porse al rigattiere.
L’uomo fu molto colpito da quel gesto.

– Vuoi fare a cambio con la stazioncina?
Delia fece di sì con la testa.
Il rigattiere prese la bambola e diede la stazioncina alla bimba, che dando un ultimo sguardo alla sua amata bambola, corse via.
Il rigattiere, ancora stupito per quel gesto, guardò la bambola, e poi la mise sotto il suo banchetto, in modo che non si potesse vedere.

Anche Gioele era uscito in cerca di un regalo da fare a Delia per farsi perdonare, e anche lui capitò alla bancarella del rigattiere.
Vide tra tutti i giocattoli una bella culla per le bambole. Lì dentro Delia avrebbe potuto mettere la sua e giocare tutta felice.
Gioele guardò il rigattiere e indicò la culla.
– Sono venti soldini piccolo mio – disse il rigattiere.

Ma Gioele venti soldini non li aveva… l’unica cosa che aveva era il suo trenino, e lo porse al rigattiere.
– Vuoi fare a cambio con la culla?
Gioele fece di sì con la testa.
Il rigattiere prese il trenino e diede la culla al bimbo, che dando un ultimo sguardo al suo amato giocattolo, corse via urtando una signora che passava.

– Gioele! Attento a dove corri! – lo sgridò la signora, ma Gioele ormai era lontano per sentirla.
– Conosce quel bambino signora? – chiese il rigattiere.
– Si, è il figlio di una mia cara amica…
Il rigattiere annuì, e ripose il trenino sotto il suo banchetto, proprio accanto alla bambola di Delia.

Quando Gioele tornò a casa c’era Delia ad aspettarlo, aveva le mani dietro la schiena e sembrava molto emozionata.
Gioele non vedeva l’ora di fare pace con la sorellina ed era così emozionato che inciampò e cadde a terra insieme alla culla.
Delia gli corse incontro – ti sei fatto male?
– No no… tutto a posto – e prendendo la culla da terra gliela porse – tieni Delia, questa è per la tua bambola… scusami tanto per prima… mi perdoni?

Delia guardò la culla dove avrebbe potuto mettere la sua bambola, poi prese la stazioncina e la porse a Gioele.
– Perdonami tu fratellino, anche a me dispiace tanto per prima… ma dov’è il tuo trenino?
Gioele, mentre rimirava la stazioncina in legno, le disse:
– L’ho scambiato per la culla… ma dov’è la tua bambola?
Delia indicò la stazioncina e Gioele capì.

I due si abbracciarono forte forte piangendo di gioia e si promisero che non avrebbero mai più litigato, non ricordavano nemmeno il motivo…
Avevano sacrificato entrambi la cosa più preziosa che avevano per far felice l’altro, e i Magi sarebbero stati fieri di loro.

Delia e Gioele andarono a nanna felici, stringendo forte forte i loro nuovi giocattoli, e fecero sogni bellissimi.
Al mattino la mamma li svegliò di buon’ora – Delia, Gioele, sveglia che è pronta la colazione!
I due corsero in cucina dove li aspettava la mamma che subito chiese loro:
– Ma come mai questa notte avete lasciato la bambola e il trenino fuori dalla porta di casa a prendere il freddo?
Delia e Gioele si guardarono stupiti, i Magi erano passati per davvero a dare i regali, e che regali! Avevano riportato i loro amati giocattoli!
Per Delia e Gioele fu uno dei giorni più felici della loro vita, e da quel momento non smisero mai più di volersi bene.

— Fine della fiaba — (Liberamente ispirata al racconto di O. Henry “Il dono dei Magi”.)
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Filastrocche sui papà 👨‍👧‍👦


Come faremmo senza i nostrei forti papà?!

Queste filastrocche per bambini parlano proprio di loro, di come spesso debbano dimostrarsi forti e sicuri, anche se in fondo anche loro sono pieni di paure ed insicurezze, che li rendono ancora più simpatici e unici.
Queste filastrocche le ha scritte col cuore Lulù, con la sua dolcezza e simpatia.


È forte il mio papà 💪

Il mio papà è tanto bello
e porta sempre un fiore all’occhiello,
dice sempre alla mia mamma
che lei è stata la sua prima fiamma.
Io non lo so che cosa vuol dire
ma questa frase la fa impazzire,
allora lo copre di mille bacetti:
i miei genitori sono perfetti!

Dorme vicino alla mia mamma,
mi sa che il buio lo attanaglia,
quasi quasi gli do il pupazzetto
che è da sempre con me nel letto.

Ma ho paura che ci rimanga male
per tutti forte deve sembrare,
in vacanza dice che è un lupo di mare
ma se non sa nemmeno nuotare…

Ma nonostante queste paure
la sua presenza ci rende sicure,
con lui vicino ci sentiamo protette
e ci sentiamo due reginette.

Copyright dei Testi © Lulù Barabino


Chi sono

Lulù - fabulinis.com

Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

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Topolino Sam e lo spazio 🚀


A volte per viaggiare nello spazio basta chiudere gli occhi!

Il topolino Sam ha deciso di esplorare lo spazio, e preparata una navicella spaziale, è pronto per partire!

Topolino Sam e lo spazio 🚀


Ma guarda, guarda chi si rivede! Ma è Sam!
Dopo tanto girovagare rieccolo alla scoperta di un nuovo mondo… lo spazio!
Ebbene sì, dopo il tanto sapere del mondo, decise che fosse tempo di visitare un nuovo luogo, vasto e speciale come lo SPAZIO!

Intanto cominciò con il procurarsi tutto il necessario per allenarsi all’assenza di gravità che, come tutti sanno, nello spazio non esiste. Pensò che sarebbe stato impossibile creare nella stanzetta un posto privo di gravità, allora decise che l’unico modo fosse “fare
finta” di viaggiare nella navicella a gravità zero appendendosi con una corda legata in vita ad un binario che girava sotto la scrivania di Anna.

Wwowwww, sembrava di essere su di uno shuttle! Il topino volteggiava di qua e di la e si divertiva molto. Dopo essersi allenato, era l’ora di creare la tuta spaziale, prese un tessuto bianco, cannucce, il tappo trasparente del deodorante di Anna e con tutti questi oggetti cucì una fantastica tuta da astronauta.

E ora il pezzo forte della missione, la navicella! Una scatola cilindrica con un tappo sul fondo era lo shuttle perfetto, con l’aiuto di Anna, scotch, colla, colori e qualche pezzo di carta d’alluminio presto Sam presentò al mondo intero il… GROVIERATTHLE!!!

Un tributo al cibo preferito del topino, il Groviera. Il conto alla rovescia stava per cominciare, giusto il tempo per gli ultimi saluti e il grovieratthle fu pronto per il decoll o… tutti pronti?

Dieci…nove…otto…sette…sei…cinque…quattro…tre…due…uno.. partenza!!!

Scintille, rumori, fumo, esplosioni e chi più ne ha più ne metta, la stanza di Anna era un tremendo caos, ma per un fine ben speciale.
Dopo un decollo un po’ traballante, il topolino si trovò nell’immenso e silenzioso Spazio… era davvero senza parole.

Il primo pianeta che Sam decise di visitare fu la mitica e fantastica LUNA. Il topolino sbarcò e scoprì l’immensità del pianeta, era
grande tanto grande ed era pieno di buchi ma tanti buchi… caspita! Era un groviera! Dopo aver visitato la Luna Sam risalì sul
Groveratthle e si diresse verso il pianeta rosso.

Marte! Rosso, sabbioso, simile alla terra, lo trovò divertente ma la curiosità era troppa e i pianeti altrettanto, quindi decise di salire sulla navicella e ripartire.

Attraversò lo spazio in lungo e in largo, da Giove il più grande, a Saturno che lo fece girare talmente tanto che non riusciva più a
fermarsi, da Venere il più affascinante, a Nettuno e Plutone, insomma tutto quello che poteva vedere lo ha visto.

Ma gira, gira, si imbatte’ in un piccolo pianeta che non aveva mai visto prima… il pianeta era bianco, ma talmente bianco che brillava.
Sam non ci pensò due volte e si diresse verso il pianetino, ma più si avvicinava e più il bagliore era forte, ma talmente forte che dovette chiudere gli occhi.

Quando li aprì, con moooolto stupore si trovò in camera di Anna, dentro una scatola e vestito da astronauta. Sam pensò : ”non ero nello spazio? Non mi sono avvicinato ad un piccolo pianeta bianco? Come mai sono qui?”.

Mentre si faceva mille domande senza trovare risposta, entrò Anna che gli disse: ”oohh Sam, era ora che ti svegliassi è già ora
di cenare!” Sam la guardò stranito: ”svegliarsi? Tardi? Ma, ma stavo dormendo?”

Il topolino raccontò ad Anna di aver creduto fermamente di essere nello spazio e di aver visitato moltissimi pianeti e che ne stava
scoprendo uno nuovo bianco e accecante! Anna lo guardò ammirata ma un po’ perplessa: “Sam, il pianeta bianco era piccolo e molto vicino a te?”

e Sam rispose : ”si Anna, vicinissimo. Ma più mi avvicinavo e più diventava accecante.” In quel momento Anna scoppiò a ridere
rumorosamente, rideva talmente tanto che non riusciva a dire a Sam che il suo misterioso pianeta bianco non era altro che la Lampadina della abatjour accesa da Anna essendosi fatta sera.

Quando riuscì a dirglielo il topolino si azzittì, ma poco dopo scoppiò a ridere anche lui e insieme risero talmente tanto che si
addormentarono stremati.

A volte i sogni ci portano lontano, così lontano da farci vivere fantastiche avventure.

Per questo non dobbiamo mai smettere di
“SOGNARE”!

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Federica Bertone per aver condiviso con tutti noi questo racconto, che fa parte di una raccolta con tante altre avventure del topolino Sam, le trovate qui sotto:


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Lallasagna e la ciambella al cioccolato 🍩


La matematica serve anche in cucina!

Le equivalenze matematiche sono molto utili, anche dove meno te lo aspetti.. quanto sarà 10hg di farina? 1kg? 10kg? Meglio chiedere ai bambini…

Lallasagna e la ciambella al cioccolato 🍩


Ci risiamo! Anche oggi la cuoca Lallasagna ha combinato il solito pasticcio.
Dopo aver rovistato tutto il mattino nella soffitta ammuffita, finalmente ha ritrovato il vecchio libro di ricette “La regina della cucina”.

– Allora…ciambella alla vaniglia…ciambella all’arancia…no…ciambella al cioccolato, eccola! – esclama Lallasagna felice.
Domani è domenica, andranno a trovarla sua figlia con i nipotini Dora e Matteo: sono molto ghiotti di dolci e la torta sarà una vera sorpresa. Lallasagna mette gli occhiali e comincia a leggere a voce alta.

– Di facile preparazione…ingredienti: farina 0,3 Kg, cioccolato fondente 20000 cg, zucchero 2000 dg, 26 dag di uova a temperatura ambiente, 1,85 hg di olio di semi di girasole, latte intero 13500 cg, lievito in polvere 8000 mg, 1000 mg di sale. Che strane dosature…ero solita vederle in grammi… – borbotta la cuoca, leggermente confusa.

Ma oramai è decisa: la ciambella si farà.
Comincia a vagare in cucina alla ricerca delle pentole, degli ingredienti e soprattutto della bilancia, altrimenti come peserà i componenti?

– 0,3 Kg di farina… quanto sarà? 3 Kg forse? Ok…poi cioccolato fondente 20000 cg? Vorrà dire 2 Kg, certamente! Quante uova? 26? Mi sembrano tantine, comunque le dovrei tenere in cantina. Uno strano libro…uno strano libro… – pronuncia Lallasagna scuotendo continuamente la testa.

Nel frattempo suonano alla porta. E’ il postino Ugo che ha un pacco da consegnare.
Subito la cuoca ne approfitta per chiedere informazioni.

– Ugo, scusa, sto preparando una torta per i miei nipotini golosi, ma il ricettario è datato, sicuramente ha utilizzato una terminologia diversa per ciò che riguarda gli ingredienti… qui per esempio dice… 1,85 hg di olio di semi di girasole… secondo te, quanto potrà essere ad occhio e croce (sigh!)? – chiede Lallasagna.

– Beh, io non sono un grande intenditore, ma presumo all’incirca 1 litro e mezzo… poi non so se l’olio di semi di girasole è pesante come quello di oliva che uso per condire… magari pesa il doppio… o il triplo… oppure no… magari è vero il contrario… dai, fai 2 litri e non se ne parla più – risponde Ugo.

La cuoca ringrazia il postino e prosegue la preparazione del dolce.
– Latte intero 13500 cg …che vorrà dire? Boh… – e comincia a versare il latte a caso.
– Lievito in polvere 8000 mg …a mio avviso sono 8 etti – e giù con il lievito.
– Infine 1000 mg di sale… Ovvero 1 etto? Non sarà troppo? Ma se lo dice il ricettario… – pensa Lallasagna.

Comincia ad impastare fra loro tutti gli ingredienti nel grande pentolone.
Ben presto capisce che qualcosa non ha funzionato. La matematica, specie le equivalenze, non sono mai state il suo forte. Cuoca Lallasagna scoppia a piangere: domani cosa presenterà ai suoi nipotini Dora e Matteo?

Ci vorrebbe l’aiuto di qualche bambino…
Volete provare a risolvere le equivalenze e trasformare correttamente in grammi tutti gli ingredienti del ricettario? Forse Lallasagna è ancora in tempo per rimediare al danno culinario!

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Rita Bimbatti, Pedagogista Clinico e autrice di racconti per l’infanzia, per aver condiviso con tutti noi questa storia, che serve per introdurre e chiarire alcuni concetti matematici, rendendoli protagonisti attivi di ciò che stanno ascoltando.

www.ritabimbatti.it


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La bambina che imparò a volare 🦋


La bellezza la si può trovare in un battito d’ali.

Questo racconto parla delle difficoltà che a volte incontrano quelle bambine che non sono proprio filiformi, ma racconta anche di come cercando di superare l’aspetto fisico si possa trovare le risorse per diventare più sicuri di sè.

La bambina che imparò a volare 🦋


Anna era una bella bimba di nove anni, con guance rosse e paffute, due grandi occhi azzurri e biondi capelli che le scendevano dolcemente sulle spalle.

Andava volentieri a scuola ed era molto brava, specie in matematica. Con le sue due migliori amiche, Gaia e Caterina, si divertiva a fare lunghe passeggiate in bicicletta, quando la stagione lo permetteva. Insieme frequentavano da poco un corso di danza, ma Anna non si sentiva per nulla a suo agio; un po’ invidiava le altre bambine, così magre, così aggraziate sulle punte dei piedi che parevano farfalle aleggiare sui fiori.

Già, perché Anna non era proprio filiforme e questo la faceva sentire goffa ed impacciata. I maschietti ogni tanto le lanciavano qualche battutina, mentre lei si sentiva sempre più a disagio. A danza era andata per fare compagnia alle sue due amiche del cuore, nonostante fosse un’impresa restare sulle punte e indossare quel buffo vestitino rosa che la faceva assomigliare ad un confetto. La mamma cercava di rassicurarla.

«Non farti problemi, amore. Quando crescerai diventerai una ragazza bellissima!» le diceva.
Ma Anna non si piaceva: quando lo specchio della stanza rifletteva la sua immagine, le spuntavano due lacrimoni.

«Quando diventerò grande! Voglio essere bella come la mia mammina!» singhiozzava la bimba.
Intanto, sognava ad occhi aperti di trasformarsi in una principessa magnifica.

Un giorno, mentre guardava fuori dalla finestra di casa e i suoi pensieri vagavano nel vuoto, passarono due grandi farfalle colorate. Così leggiadre, così belle, volteggiavano nel cielo limpido.

«Come siete belle, farfalline! Vorrei tanto anch’io imparare a volare e sentirmi leggera leggera» fece Anna.
«Veramente?» rispose una delle due farfalle.
La bambina rimase stupita, non credeva che gli insetti parlassero e ascoltassero quello che le persone dicevano. Le guardava meravigliata.

«Vieni con noi! Ti divertirai!» disse la seconda farfalla.
Ad un certo punto, dal cielo scese una polvere di stelle che andò ad appoggiarsi sulle spalle di Anna. La bimba cominciò a provare proprio lì un certo prurito: le stavano spuntando le ali!

«Adesso puoi volare insieme a noi! Dai!» fecero in coro le farfalle.
Anna iniziò a muovere le ali piano piano, fino a spiccare il volo. E via insieme alle due nuove amiche in alto nel cielo blu. Sorvolarono il piccolo paese, la chiesa, la scuola, la sua casa.

Non si era mai sentita così bene, così leggera, così felice. Venne l’ora di salutarsi, stava per arrivare la sera. Ogni giorno, per una settimana, le farfalle passavano a prenderla, attendendo la bimba vicino alla finestra della sua stanza. Questi voli resero Anna più graziosa, più sicura, più radiosa. Con il tempo divenne una bellissima ragazza e non dimenticò mai le sue amiche colorate, che l’avevano aiutata a realizzare un grande sogno.

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Rita Bimbatti, Pedagogista Clinico e autrice di racconti per l’infanzia, per aver condiviso con tutti noi questa storia, che aiuta i piccoli ad apprezzarsi maggiormente, aumentando la loro autostima.

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Il pipistrello Brighello 🦇🎃


Questo simpatico pipistrello ci insegna che, per migliorare la propria vita e trovare la felicità, bisogna avere il coraggio di credere nelle proprie forze senza arrendersi.

I racconti di Halloween spesso sono storie di paura, e non a torto! Noi di fabulinis, però, abbiamo voluto inventare una storia simpatica, per i più piccolini, che possono così divertirsi senza per forza spaventarsi 😉

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba del Pipistrello Brighello:

E se il tuo bimbo si accoccola tra le tue braccia e ti chiede di raccontargli una favola, prova a farlo con un divertente libro di Halloween, su Amazon ne abbiamo trovati alcuni che sicuramente ti piaceranno 😉

Il pipistrello Brighello 🦇🎃 storia completa


C’era una volta un pipistrello che si chiamava Brighello.
Lui Abitava tutto solo in una torre alta alta di un castello vicino ad un bosco, questa torre però era tutta piena di buchi, di spifferi e ci entrava tanto freddo, e quando faceva il temporale il povero pipistrello si ritrovava sempre zuppo e fradicio.
Brighello, poverino, non ce la faceva più, così sentì che ne aveva abbastanza e una notte decise di andare via dalla sua torre umida e sgangherata.

Quella notte era proprio quella di Halloween ed era tanto buia, c’era anche qualche lampo in lontananza, ma Brighello prese coraggio e volò via lo stesso, deciso a trovare una nuova casetta.
Cominciò a cercarla dal bosco vicino al castello e, vola vola, nel bosco incontrò un gufo.

– Buona sera signor gufo!
– Buona sera a te pipistrellino mio, dimmi, cosa ci fai in giro con questo buio nella notte di Halloween, non vedi che là ci sono dei lampi? Forse arriverà il temporale…

Il pipistrello decise quindi di raccontare tutta la sua storia.
– Io mi chiamo Brighello e abito nella torre del castello, che ha un sacco di buchi, è brutta, rotta, e piena di spifferi. Ci abito tutto solo e sto cercando una nuova casetta. Mi puoi aiutare signor gufo?

Il gufo gli rispose:
– Io abito in quest’albero, dentro quel buco, però per te caro pipistrello mio non c’è posto…
Brighello ci rimase un po’ male.
– Vabbè andrò in cerca di un’altra casetta… grazie lo stesso signor gufo!

Salutò il gufo e continuò a volare nel bosco finché non incontrò una volpe.
– Buonasera signora volpe!
– Buonasera pipistrello, cosa ci fai in giro con questcon questo buio nella notte di Halloween ?
Brighello allora raccontò la sua storia anche alla volpe:

– Io mi chiamo Brighello e abito nella torre del castello, che ha un sacco di buchi, è brutta, rotta, e piena di spifferi. Ci abito tutto solo e sto cercando una nuova casetta. Mi puoi aiutare signora volpe?
La volpe allora gli rispose:
– Io ti darei anche un lettino nella mia piccola tana, però sta sotto terra, e i pipistrelli come te non riescono a volare li dentro… Sarebbe una trappola per te!
Brighello ci rimase un po’ male.
– Vabbè andrò in cerca di un’altra casetta… grazie lo stesso signora volpe!

Salutò la volpe e continuò a cercare. Questa volta uscì dal bosco e si ritrovò sopra un grande prato, dove la luna ogni tanto riusciva a farsi vedere in mezzo alle nuvole scure e minacciose.
Vola vola e vola a Brighello venne in mente un’idea:
– Chiederò aiuto alla luna!
Così Brighello volò sempre più in alto finché non riuscì a vedere in viso la luna che stava sonnecchiando.


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– Buona sera signora luna!
– Buona sera a te pipistrellino mio – disse la luna sbadigliando – cosa ci fai in giro con questo buio nella notte di Halloween?
Il pipistrello prese coraggio e raccontò tutta la sua storia.
– Io mi chiamo Brighello e abito nella torre del castello, che ha un sacco di buchi, è brutta, rotta, e piena di spifferi. Ci abito tutto solo e sto cercando una nuova casetta. Mi puoi aiutare signora luna?

La luna gli rispose:
– Buon pipistrello mio, vola verso la montagna, li dovresti trovare una grotta dove abitano tanti pipistrelli come te, sono sicura che accetteranno ben volentieri la tua compagnia e ti lasceranno stare con loro!
– Grazie! Grazie infinite signora luna, non so come ringraziarla!

E, salutata la luna, Brighello iniziò a volare verso la montagna. Arrivato lì, vide la grotta e vide che dentro c’era della luce.
Fu subito fermato però da un pipistrello che faceva la guardia all’ingresso!
– Chi sei tu?! Cosa ci fai qui?!
– Io mi chiamo Brighello e abito nella torre del castello, che ha un sacco di buchi, è brutta, rotta, e piena di spifferi. Ci abito tutto solo e sto cercando una nuova casetta…

Sentito il racconto di Brighello, la guardia gli disse:
– Allora penso proprio che tu abbia trovato la tua nuova casetta! Entra dentro alla nostra grotta, sono sicuro che tutti i miei amici pipistrelli ti accoglieranno ben volentieri, tra pipistrelli ci si deve sempre aiutare!
– Davvero posso stare con voi? – rispose tutto emozionato Brighello.
– Ma certo! Anzi, proprio stasera stiamo facendo una festa per Halloween, e la festa diventerà ancora più bella se si aggiunge un nuovo amico! Vieni con me!

Il pipistrello di guardia prese Brighello e lo portò al centro della grotta, dove si stava cantando, ballando e festeggiando.
– Fermi tutti! – disse la guardia – Voglio presentarvi Brighello, un pipistrello solo soletto in cerca di una nuova casa.
Dal gruppo di pipistrelli parlò uno di loro, che doveva essere l’anziano saggio, capo della tribù.
– Se vuoi, caro pipistrello mio, questa sarà la tua nuova casa, e questa la tua nuova famiglia.
Brighello non stava più in sé dalla gioia, tanto che riuscì solo a dire un fortissimo:
– Siiiiiii!

Allora tutti i pipistrelli corsero ad abbracciarlo e salutarlo, e subito dopo ripresero le danze in suo onore!
Da quel giorno Brighello non fu più solo, aveva finalmente trovato una bella casetta, e, cosa più importante aveva trovato tantissimi amici!

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Lo scherzetto della strega Greta 🎃


Chi la fa l’aspetti, dice il proverbio… infatti Adele insieme ai suoi amici (ed anche ad una simpatica zia strega…) riuscirà a dare una bella lezione a chi si prende gioco dei bambini.

Halloween è una tradizione che ormai conosciamo bene anche in Italia, e “Dolcetto o scherzetto” è una frase familiare a tutti. Così noi di fabulinis abbiamo voluto scrivere una storia tutta nostra, simpatica ed adatta ai bambini.

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba de Lo scherzetto della strega Greta:

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Lo scherzetto della strega Greta 🎃


Nella notte di Halloween, una strega pazzerella volava sulla sua scopa sopra i tetti del paese.

Greta, questo era il suo nome, stava andando dalle sue amiche, e siccome era in gran ritardo, volava via talmente veloce che perfino i gatti neri avevano paura di lei.
Lei e le altre sue compari avrebbero fatto grande festa, perché quella era la notte di Halloween, la notte delle streghe!

Vola sopra un tetto, vola attorno ad un campanile, vola dentro un vicolo, ecco che per la strada vide una compagnia di bambini tutti mascherati.
Erano tutti bimbi che andavano di casa in casa a chiedere “dolcetto o scherzetto”, per riempirsi le tasche di caramelle.
Incuriosita, Greta si fermò dietro ad un albero a guardare la scena. Dovete sapere che anche lei aveva una nipotina grande come loro. Si chiamava Adele ed era tanto simpatica.

I bimbi stavano bussando ad una grande porta di legno, e dopo poco uscì un uomo grande e grosso, con la barba lunga così.
Quando l’uomo si sentì chiedere “dolcetto o scherzetto”, fece una grossa risata. I bambini porsero comunque i loro sacchettini per raccogliere le caramelle, ma quel cattivone grande e grosso ci mise dentro solo dei piccoli pezzi di pane raffermo. Dopodiché chiuse loro la porta in faccia, ridendo sonoramente.

I bambini ci rimasero molto male, i più piccoli di loro avevano le lacrimone agli occhi. Non si aspettavano una cattiveria simile.
La strega Greta, dopo aver visto tutta quella brutta scena, decise che quell’omone si meritava una bella lezione.

Con due parole magiche si trasformò in una bambina travestita da piccola strega, e si avvicinò alla compagnia di bimbi.
– Ciao bambini, io mi chiamo Greta!
I bimbi, ancora un po’ tristi per l’accaduto, la guardarono chiedendosi da dove saltasse fuori.
– Ho visto tutta la scena – continuò Greta – e penso che quel cattivone grande e grosso si meriti una bella lezione!
Gli occhi dei bimbi più grandi si ravvivarono subito – Quella bimba ha ragione! – disse uno di loro, e corsero tutti incontro a Greta.
– Guardate qui – disse Greta.

Dalla sua borsa tirò fuori una boccetta color giallo fosforescente, versò un paio di gocce su una zucca intagliata che stava lì vicino, e… magia! La zucca iniziò a fare delle facce bruttissime!
Alcuni bimbi furono molto impressionati da quella magia e stavano per mettersi a piangere dalla paura.
– Non temete, questa zucca adesso andrà a far morire di paura quel cattivone!
– Siiiii! – gridarono insieme tutti i bambini.


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Mentre la zucca piano piano si avviava verso la porta della casa, Greta versò un altro paio di gocce su un grande lenzuolo, su un secchio di latte ed infine su un rastrello.
Ed ecco che una piccola squadra di oggetti fluttuanti nell’aria stava per bussare alla porta della casa.
Greta e tutti i bambini, intanto, si erano nascosti dietro ad un muretto, per gustarsi la scena.
Quando finalmente il rastrello bussò alla porta, da dentro la casa si sentì una grossa risata, e poco dopo l’omone grande e grosso aprì la porta.

Immaginate che spavento quando di fronte a sé trovò una zucca intagliata che fluttuava a mezz’aria, un lenzuolo che sembrava un fantasma e un rastrello ed un secchio che sbattevano tra di loro, facendo un gran fracasso!
L’uomo, per quanto fosse grande e grosso, non riuscì nemmeno a gridare per la paura, e corse via dentro casa.
Ma la zucca, il lenzuolo, il rastrello e il secchio lo inseguirono ululando per tutte le stanze.

Il pover’uomo correva da una stanza all’altra terrorizzato, gridando:
– Scusate! Scusate! Ho capito, sono stato cattivo! Scusate!
Finché non andò in cucina, aprì la dispensa, prese tutti i dolci che aveva e li portò fuori ai bambini.
– Scusatemi bambini, scusatemi! Sono stato cattivo! Eccovi tutti i miei dolci!

I bambini, vedendo l’omone portare fuori tutti quei dolci, scattarono da dietro il muretto e corsero a prenderli. Ma non li presero tutti, ne lasciarono un poco anche all’uomo grande e grosso, perché così anche lui poteva festeggiare la notte delle streghe!
L’omone promise che l’anno successivo li avrebbe aspettati con ancora più dolci e caramelle, e i bambini tutti contenti poterono finalmente andare a bussare alla porta della casa vicina.

“Dolcetto o scherzetto?”

Nella confusione e felicità generale, i bambini non si erano accorti che Greta era sparita in groppa alla sua scopa, riprendendo il suo normale aspetto.
Meglio così. Per la strega Greta quello che davvero era importante era il sorriso di quei bambini in festa.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Il fantasma golosone 👻


Ma i fantasmi sono tutti cattivi? A volte ce ne sono alcuni che sono solo molto golosi di dolci…

Noi di fabulinis questa volta abbiamo giocato a inventare una storia su Halloween ispirandoci un po’ alla tradizione e un po’ alla nostra fantasia. Divertiti ad ascoltare la storia del fantasma golosone, e attento a non farti mangiare le caramelle!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba del fantasma golosone:

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Il fantasma golosone 👻 storia completa


C’erano quattro piccoli amici che il pomeriggio del 31 ottobre, prima della notte di Halloween, si erano ritrovati al parchetto del paese.
Erano già vestiti pronti per andare a fare “dolcetto o scherzetto” in tutte le case, ma prima volevano decidere che giro fare, e dove era meglio bussare…

– Io so che i genitori di Giorgino hanno la dispensa piena zeppa di dolci! – disse Lino.
– Ma anche Anita ha le tasche sempre piene di caramelle, e va in giro a vantarsene! – disse Adele.
– Bene – disse Dino, il fratello di Lino – inizieremo a bussare proprio da loro.
– E non dimentichiamoci dei vecchietti in fondo alla strada, ogni volta che li incontro mi allungano sempre un cioccolatino! – disse infine Tamara, e tutti annuirono.

Ma da nord arrivò una folata di vento gelido che li fece rabbrividire, e in pochi minuti tante nuvolone grigie iniziarono a formarsi sopra le loro teste.
– Mi sa che sta per piovere… – disse preoccupata Adele.
– Speriamo di no! – dissero in coro gli altri tre – sennò stasera niente “dolcetto o scherzetto”!
– Conviene tornare a casa, prima che piova – disse Tamara.

Il parchetto dove si erano ritrovati, non era proprio in centro al paese, anzi, era più vicino al bosco, che alle case. E se si fosse messo a piovere, avrebbero dovuto correre a gambe levate!
Ma proprio in quel momento si sentì il rombo di un tuono. I quattro bimbi non ebbero nemmeno il tempo di alzare lo sguardo al cielo, che già pioveva a dirotto.
– Scappiamo! – gridò Dino.
– Ma arriveremo a casa bagnati fradici! – rispose Tamara.
– Dobbiamo trovare un riparo. Guardate la! – disse Adele indicando una casetta malconcia e dalle finestre sempre chiuse, appena fuori dal boschetto.

– Ma quella è una casa infestata dai fantasmi! – disse Lino.
Ma gli altri tre stavano già correndo verso la casetta, così anche Lino si mise a correre, prima di ritrovarsi zuppo d’acqua.

I quattro si erano riparati sotto la veranda di quella casetta, che avevano sempre visto disabitata. Le finestre erano sempre state chiuse, e non avevano mai visto nessuno uscire o entrare da quella porta.
Proprio per questo tutti i bambini del paese la chiamavano “la casa dei fantasmi”.
Adele, che era abituata a frequentare case dove succedevano un sacco di cose strane (sua zia Greta era una strega, ma lei ancora non lo sapeva), non aveva mai dato peso a tutte quelle storie. L’importante era trovare un riparo per non bagnarsi e sgualcire il bellissimo costume da streghetta che indossava per Halloween.

– Speriamo che smetta di piovere presto – disse Tamara, stringendosi nel suo costume da zucca per il freddo.
– Guardate qui! – disse Dino – la porta è aperta! – e aprì per bene la porta d’ingresso per darci uno sguardo dentro.
– Ma lì dentro ci sono i fantasmi! Stai attento Dino! – gli gridò suo fratello Lino.
– Io non credo ai fantasmi – disse Adele, e fece due passi per sbirciare dentro anche lei.

La casetta era buia, ma un po’ di luce filtrava dalle persiane mezze rotte. Dentro c’erano un tavolo e alcune sedie, una cucina e un divano. In fondo alla stanza si intravedevano le scale per andare al piano di sopra.
– C’è nessuno? – disse timidamente Tamara, ma nessuno rispose.


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Al piano di sopra, però, stava dormendo un fantasmino, che sentito tutto quel baccano decise di sbirciare al piano di sotto. Per lui era facile: siccome era un fantasma, gli bastava attraversare con la faccia il soffitto.
– Quei monelli sono venuti a disturbarmi, devo mandarli via subito di qui! – disse sottovoce il piccolo fantasma.

Poi guardando meglio, vide che i quattro bimbi erano tutti vestiti per la notte di Halloween.
– Se sono vestiti per Halloween, vuol dire che sono pieni di dolcetti e caramelle! Mmm… che voglia di dolci che ho, devo prenderglieli tutti!

Così il fantasma, senza farsi vedere, scivolò dietro di loro e con un colpo chiuse la porta alle loro spalle.
I quattro bimbi gridarono tutti per lo spavento! Si precipitarono alla porta per uscire, ma la trovarono chiusa e non riuscivano ad aprirla.

Lino iniziò a piagnucolare: – Lo sapevo che questa casa è infestata dai fantasmi…
Proprio in quel momento si sentì un “Buuuuuuuuuu” provenire dal piano di sopra.
Tamara, Lino e Dino si strinsero forte forte tra loro, sussultando.

– Bimbi monelli, siete venuti a disturbarmi! Se volete che vi lasci in pace dovete darmi tutte le vostre caramelle!
– Ma noi non abbiamo caramelle! – rispose Adele.
– Non dite bugie, siete vestiti per Halloween e ad Halloween ci si riempie le tasche di dolcetti! – rispose il fantasma.

– Ma noi non siamo ancora andati in giro per le case! E’ ancora presto e siamo entrati qui solo perché fuori è cominciato il temporale – continuò Adele.
– Ma davvero? – rispose il fantasmino, che non sapeva esattamente che ore erano.
I quattro annuirono e risposero in coro – Siii…

Il fantasma decise allora di farsi vedere. Era bianco, pallido e semitrasparente, e Lino per la paura si nascose dietro a suo fratello Dino.
Tutti e quattro i bimbi rimasero comunque impressionati.

– Ma allora i fantasmi esistono veramente… – esclamò Tamara.
– Certo che esistono! –rispose il fantasma.
Adele ci rimase un po’ male, lei era convinta che i fantasmi non esistessero.

– Ma tu sei un fantasma cattivo? – chiese Tamara leggermente impaurita.
– Io cattivo? Ma no! Io sono un fantasma buono. Vi ho fatto paura solo perché avevo una gran voglia di dolci… è un sacco che non ne mangio, sapete sono tanto goloso…

– Come ti chiami? – chiese Dino.
– Mi chiamo Bruno.
– Io sono Dino, questo bimbo pauroso è mio fratello Lino e queste sono le mie amiche Adele e Tamara.
Si presentarono tutti.

– Scusaci se siamo entrati in casa tua senza il permesso – disse Adele – ma forse possiamo aiutarci a vicenda…
Gli altri bimbi e il fantasmino Bruno la guardarono con curiosità.
– Questa sera potresti farci compagnia mentre andiamo per le case a chiedere “dolcetto o scherzetto”, e sono sicura che tu sarai bravissimo a spaventare la gente! Sai quanti dolci riusciremo a racimolare?! – propose Adele.

Si guardarono tutti in faccia, era un’ottima idea! Anche Lino, che ormai non aveva più paura di Bruno, ne fu entusiasta.
Bruno aprì la porta e tutti guardarono fuori. Il temporale era passato e il cielo era diventato tutto arancione per il tramonto.
Così poterono tornare a casa di corsa a prepararsi per la serata. Tutti assieme andarono a bussare alle porte delle case del paese, e quando aprivano Bruno faceva dei “buuuuu” spaventosissimi.

Così le loro tasche si riempirono di caramelle e dolci, e passarono tutti una bellissima serata.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Filastrocche sugli animali 🐦


Le filastrocche divertenti che parlano di animali.

Queste sono filastrocche per bambini ispirate ad alcuni degli animali che più ci stanno a cuore, e che ci tengono compagnia, chi con il suo canto, chi con il suo caratteristico verso.
Queste filastrocche le ha scritte Lulù, con la sua solita leggerezza e simpatia.


La rinascita della farfalla 🦋

Oggi ho visto che nella piscina
era caduta una farfallina,
sbatteva le ali, voleva volare
ma non ce la poteva proprio fare.

La tirai fuori delicatamente
ma il suo respiro era assente,
io non sapevo che cosa fare
e la misi al sole ad asciugare.

Aveva le ali trasparenti
con delle strisce fluorescenti
e due antenne sul suo capino
e un corpicino marroncino.

E dopo vidi che respirava
e l’ala di destra piano vibrava,
voleva aiutarsi e darsi calore,
voleva togliersi da quel torpore.

E poi a un tratto cominciò a volare
e poco dopo sopra a un fiore girare.
L’avevo aiutata a tornare in vita,
la mia preghiera era stata esaudita

Le sette paperelle 🦆

Ho visto al lago sette paperelle,
eran fratelli e anche sorelle,
la loro mamma le guardava
e in mezzo ai bagnanti le accompagnava.

Alcuni bambini si misero ad osservare
mentre altri continuavano a giocare,
c’era anche chi giocava al pallone
mentre gli adulti prendevano il sole.

Un pezzetto di pane galleggiava
e mamma papera lo beccheggiava,
giunsero di corsa i piccolini
con l’entusiasmo di tutti i bambini.

Non più uno solo ma a decine
furono i pezzi, non c’era fine,
ognuno aveva un pezzo di pane
e quindi le papere continuavano a mangiare.

E dopo essersi ben ingozzate
presero il largo, un poco ingrassate,
guardarono indietro per un saluto
e presero il largo con fare piaciuto.

La gazza e il corvo ⚪⚫

Una gazza disse al corvo:

“lo sai il bene che ti voglio
son più bella e ho dispiacere,
ho le piume bianche e nere
che sono belle da vedere.

Il tuo piumaggio non è elegante
e di te se ne dicono tante,
che vai a caccia di serpenti
e metti ogni cosa sotto i denti.

C’è poi un detto un po’ strano
e si riferisce a un umano.
Se ti si incontra nella notte buia
c’è da aver proprio paura.

Poi si fan dei paragoni
che non sono certo buoni.

Ma il Signore ti ha creato
e un motivo avrà trovato,
ogni animale ha un suo perché,
ma non spetta dirlo a me.

Il tuo amore è fedele,
solo una ti appartiene,
una vita sempre insieme,
nulla lei adesso teme.

Ora andiamo a passeggiare,
siamo amici, non lo scordare
e se i bimbi mi guarderanno
su di te porrò il mio sguardo.

Ti dovranno ben vedere,
nulla a loro può accadere,
e vedran che da vicino
anche tu sei un po’ carino”.

Il bruco con lo scotch 🐛

Ho visto un bruco giallo e marrone
e mi ha fatto proprio impressione,
mentre su e giù egli strisciava
la coda sbatteva sulla strada.

Tun, tun, tun ad ogni passo,
vederlo andare era uno spasso,
però il bruco aveva un problema,
non era possibile, non se ne accorgeva?

Passo di lì il Gufo dottore
e vide il lombrico che, senza ragione,
strisciava per terra con grande fatica.
Non era giusto, non era vita!

Gli andò vicino, gli diede un’occhiata,
voleva vedere la camminata,
aveva dello scotch in fondo alla coda,
capì così perché zigzagava a iosa.

Chiamò a raduno i suoi aiutanti
e subito questi si fecero avanti,
l’uccello Carmelo tirò con il becco,
mentre Pallino aiutò lo stesso.

Con gli artigli districò lo scotch
e in poco tempo questo si staccò,
avevano fatto un bel lavoro,
ora il bruco poteva andar da solo.

Si girò indietro, guardò i suoi amici
e vide che questi erano felici.
Diede uno sguardo e salutò…
e una farfalla da terra si alzò.

Il topolino birichino 🐭🐱

Un gattino riposava
nella cuccia e non si alzava,
mamma gatto lo chiamava
ma il micetto non l’ascoltava.

Mentre dormiva passò un topolino
e vide il gattino nel suo cestino,
si avvicinò pian pianino
e lo morsicò sul sederino.

“Ahi che dolore, povero me”
Disse il micio tra sé e sé,
il sederino intanto gonfiava
e il topolino sghignazzava.

“Perché mi hai fatto tanto male,
io sono buono, non lo scordare
e la mia pappa con te ho condiviso,
il riso e il formaggio abbiamo diviso.”

Il topolino aveva sbagliato,
come poteva aver scordato
che il gattino era suo amico,
perché mai lo aveva ferito?

Chiese perdono al povero gatto
del misfatto che aveva fatto,
era davvero molto pentito
e del micetto fu di nuovo suo amico.

L’orsetto lavatore 🐻

Un orsetto lavatore
si lavava a tutte le ore
e quando aveva quasi ultimato
ricominciava tutto daccapo.

Passò di lì un maialetto
e lo vide fare il bagnetto.
“Non si deve lavarsi mai,
se lo fai sei nei guai”.

Il procione non capiva
quel che questi gli suggeriva
con un tono un po’ acceso,
beh, lo aveva quasi offeso!

“Perché mai dovrei lasciare
di far quello che mi pare,
a me piace esser bello
e lavarmi nel ruscello”.

Il maialetto non capiva,
era d’indole impulsiva,
e sbeffeggiò così l’orsetto
che nuotava nel laghetto.

Non aveva grandi amici,
tutti gli altri eran felici,
di mangiare, di saltare
e fra di loro anche giocare.

Forse il suo era un difetto,
l’esser bello, esser perfetto!
Si doveva rassegnare
e con gli altri insieme stare.
Era bello avere amici,
sol così si è felici.

I sette uccellini 🐤🐤🐤🐤🐤🐤🐤

Dentro un’anfora
nel mio giardino
un cinguettio
udii vicino.

Mi avvicinai
allora pianino
posi l’orecchio
dentro al buchino.

Di colpo vidi
uscir un uccellino
le piume eran gialle
era un canarino?

No, non poteva
essere quello
poteva forse
esser un fringuello.

Ma cosa dico,
è una cinciallegra,
che fregatura
che mi son presa.

Aveva covato
sette ovetti
e tutti quanti
uscirono lesti.

Non sanno ancora
bene volare,
ci tocca dunque
allora aspettare

E quando son pronti
se ne potranno andare
e il mio giardino
potran visitare.

Dopo che avranno
dato uno sguardo
voleran via
senza nessun traguardo.

Ma tanta strada
non deve fare
dovrà a Giugno
ancor ritornare

Ritroverà
la stessa casetta,
cioè l’anfora
che l’aspetta!

La rana invidiosa 🐸

Ho visto una tortora
in un giardino,
vicino al laghetto
del mio vicino.

Tra rane e pesci
essa volava
mentre una rana
vicino saltava.

Fece un sobbalzo,
lei sapeva volare
mentre la rana
sapeva saltare.

Voleva imparare
a far quella cosa,
tutti l’avrebbero
invidiata a iosa.

Che ci voleva,
lo poteva fare
si mise in posa
per osservare.

Allargò le zampe,
si fece anche male,
ma non importa,
doveva imparare.

Si mise d’impegno,
slanciò le zampine
e cadde in terra
in mezzo al cortile.

Tenta e ritenta,
non c’era nulla da fare.
La rana saltava,
lei doveva volare!

Il passerotto occhialuto 🐦👓

Un passerotto mentre volava
contro ogni cosa si schiantava
e non riusciva a capire il perché,
sapeva volare, altro non c’è!

Il passerotto era carino,
aveva un musino birichino,
un piccolo becco molto appuntito
ma alcune volte era ferito.

Andando a sbattere continuamente,
a volte si faceva male e a volte niente,
ma molto spesso era ammaccato
e qualche volta anche tagliato!

Mamma passero lo portò dal dottore,
un gufo saggio e molto sornione:
guardò il musino e poi gli occhietti
che non trovò proprio perfetti.

Doveva trovare una soluzione
per il passerotto e aveva ragione.
Tutta la notte restò alzato
ma un rimedio aveva trovato.

Quel povero passero tanto carino
non ci vedeva da vicino!
Prese due lenti, un fil di ferro,
li mise insieme e fece un modello,
forse un po’ strano ed inusuale
di occhialino, per poter volare.

Ora se guardi lassù nel cielo
e vedi brillare a ciel sereno,
è il passerotto, ma non lo fissare
perché si potrebbe… vergognare!

Copyright dei Testi © Lulù Barabino


Chi sono

Lulù - fabulinis.com

Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

www.tiraccontounastoriablog.com


Il topo giramondo 🌍


A volte per viaggiare il mondo basta aprire un libro!

Il topolino Sam è un tipo curioso, molto curioso, e la sua amica Anna lo aiuterà insegnandogli un sacco di cose!

Il topo giramondo 🌍


Sam era un topolino di campagna, ma non uno qualunque, sapeva leggere e scrivere la lingua degli umani!
Ebbene sì, il topino era cresciuto insieme ad Anna, la figlia del contadino, una graziosa e vivace bambina di otto anni.

Anna conobbe Sam, quando dalla città’ si trasferirono in campagna, per aprire l’azienda agricola tanto sognata dal suo papà, Paolo. Sam si trovò subito a suo agio nella cameretta di Anna, ricca di scatole e scatoline di ogni genere. Potete immaginare che spasso per un topino giocare con tutti quei nascondigli!

Anna amava leggere libri di avventura e Sam
si incantava ascoltando quelle fantastiche storie.
Un giorno, Anna e Sam erano seduti in giardino alle prese con una nuova lettura avvincente, quando alla bimba venne in mente una bizzarra idea : “e se ti insegnassi a leggere e scrivere la mia lingua?” disse al topolino. Sam squittì e con un cenno del capo accettò la fantastica idea.

Anna nella notte prese una scatola e al suo interno costruì una mini scuola, con mini lavagna, mini banco e mini abbecedario, tutto a misura di Sam.
Al mattino il topino uscendo dal suo buchetto non poté credere ai suoi occhi, era entusiasmante sapere che Anna avesse fatto tutto quel lavoro per lui.

Con un gigantesco : ”squiittttt!!!” ringraziò Anna e lei ne fu molto felice. Iniziò così da quel giorno la loro avventura!
Anna cercava di far ripetere lettere e parole al topino che, a fatica, cercava di fare del suo meglio, pian piano con tanta pazienza riuscirono ad imparare l’intero alfabeto e il topolino passava la giornata a ripeterlo continuamente.

Nei giorni successivi, Anna insegnò a Sam moltissime parole come ad esempio abaco e lui scandendo bene tutte le lettere ripeteva: ”aaa-bbb-aaa-ccc-ooo” per essere sicuro di pronunciarle tutte. Non molto tempo dopo sapeva leggere delle piccole frasi e intrattenere brevi discorsi con la sua maestrina.

Sam era un topolino curiosissimo ed ogni passeggiata con Anna era accompagnata da:
“Anna, cos’è quello? – cos’è questo? – perché è così ?”
Lei rispondeva paziente e divertita da come Sam ripeteva le parole, la maggior parte delle volte storpiandole proprio come fanno i bambini piccoli. Anna pensò : ”chissà mamma e papà quanto si saranno divertiti a sentirmi pronunciare le parole storpiandole!”

Passò diverso tempo e ormai Sam e Anna intrattenevano discorsi, conversazioni e perché no anche discussioni su tutto quello che leggevano.
Sam adorava i libri di storia e di mitologia e amava far finta di essere lui il protagonista delle storie più avvincenti.
Anna crescendo si era appassionata ai romanzi e alle avventure fantastiche.

Nella stanza di Anna era appeso un planisfero dove Sam aveva messo una bandierina su ogni luogo da lui letto, nella speranza un giorno di poterlo visitare.
Un giorno decise che fosse giunto il momento di girare quel fantastico mondo di cui aveva tanto sognato.

Come fare per esplorare il mondo? si chiese il topolino. L’unico modo era chiedere l’aiuto della sua amica.
“Anna, vorrei girare il mondo e scoprire tutto quello che ancora non so”, Anna stupita ma non troppo rispose ”bene piccolo Sam, girare il mondo è anche il mio sogno, ma prima di visitare un posto così grande dovremmo studiarlo e conoscerlo, per poi assaporarne tutta la sua bellezza!” Per intraprendere questo “fantaviaggio” bisognava iniziare dal luogo che tutto sa… la biblioteca!

Scelsero la loro prima tappa, ed essendo italiani fu proprio l’Italia il paese da scoprire per primo!
I due non si limitarono solo a leggere il libro, si misero a fabbricare plastici delle città più importanti, cucirono i vestiti tradizionali dei luoghi e cucinarono piatti tipici di ogni paese da loro studiato.

Così facendo, “viaggiarono” in lungo e in largo sperimentando culture, tradizioni e tutto quello che poteva esserci scritto all’interno dei libri, vivendo con la fantasia e la creatività l’emozione di viaggiare con la mente.

che splendida avventura la lettura!!!

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Federica Bertone per aver condiviso con tutti noi questo racconto, che fa parte di una raccolta con tante altre avventure del topolino Sam, le trovate qui sotto:


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La SuperMobile di Alessio 🦽


A volte la sfortuna capita, ma reagire e trovare le risorse per tornare felici si può, sempre.

Questo è un racconto per parlare ai bambini di amicizia e diversità, insegna ad apprezzare le persone per la propria unicità, valorizzando le differenze personali

La SuperMobile di Alessio 🦽


Quasi ogni pomeriggio, un gruppetto di bimbetti delle scuole primarie si riunisce nel parco adiacente il municipio del piccolo paese per giocare insieme.

C’è Federico, la mascotte; c’è Giacomo, il secchione; c’è Mattia, lo scatenato; c’è Alberto, il ghiottone; c’è Alessio, un sorriso contagioso, con la sua inseparabile SuperMobile. Già, perché Alessio, ha subito un incidente: da allora, non potendo più camminare, è costretto a vivere e spostarsi su una sedia a rotelle.

Certo, in un primo tempo è stata dura, vedere gli altri bambini correre, arrampicarsi, pedalare veloci come il vento sulla sella della loro bicicletta, mentre lui seduto su una carrozzina, impossibilitato a muovere le gambe. Dopo lunghi pomeriggi trascorsi tra lamenti e pianti, i famigliari, ma soprattutto, i cari amici, hanno dato ad Alessio la forza di reagire.

«Tu resterai per sempre Alessio il gran simpaticone, anche su una seggiola!» dice sorridendo Mattia.

«Siamo stanchi di vederti triste, vogliamo vederti sorridere, vogliamo ancora la tua allegria contagiosa!» esclama Giacomo.

«Da oggi in poi verrai con noi al parco, ti accompagneremo e ti staremo vicini» dice Alberto il ghiottone, masticando poi voracemente un pezzo di merendina al cioccolato.

«A pensarci bene…questa sedia con le ruote può fare di te un supereroe… se impari ad usarla nel modo giusto, sai cosa puoi farci! Cavolo! Può diventare la tua…SuperMobile!» urla Federico.

Ora Alessio non è più solo, può contare sui suoi SuperAmici.

Con la sua SuperMobile, al parco si diverte un mondo. Tra urla e schiamazzi, la sedia a rotelle si trasforma nell’arma del supereroe: accelera e frena sul sentiero di ghiaia alzando dietro sé una nuvola di polvere, piroetta sulle ruote creando un vortice, scende veloce come il vento attraversando il lungo viale alberato, sotto gli occhi degli amici inseparabili.

A volte, quando rientra nel tardo pomeriggio, mamma non può fare a meno di emettere qualche urlo disperato: la carrozzina è ricoperta da uno strato grigiastro di polvere e le rotelle ripiene di sassolini.

Ma ne vale la pena. Supereroe Alessio è ritornato il simpaticone del gruppo!

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Rita Bimbatti, Pedagogista Clinico e autrice di racconti per l’infanzia, per aver condiviso con tutti noi questa storia, che parla di rispetto, amicizia e tanta voglia di divertirsi tutti insieme.

www.ritabimbatti.it


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filastrocche sui bambini 👧👦


Le filastrocche che regalano un momento di tenerezza pensando ai nostri bimbi

Queste filastrocche per bambini parlano proprio di loro, dei loro sogni, delle loro avventure e anche dei momenti un po’ meno felici, ma alla fine c’è sempre un grande sorriso per tutti ad attenderli.
Queste filastrocche le ha scritte col cuore Lulù, con la sua dolcezza e simpatia.


La fontana ⛲

C’è una fontana
nel mio paese,
è molto lontana
ma ogni mese
tutti i bambini
ci vogliono andare,
grandi e piccini
e insieme giocare.

Alcuni hanno
delle barchette
e altri invece
delle cannette,
anche i più piccoli
ci voglion salire
ma uno coi riccioli
si fa sentire.

“Non sono piccino,
ho già 4 anni,
sono magrino
ma non mi inganni,
mi vuoi vedere
fare un bagnetto
ma io non casco
e ti faccio un dispetto”.

E mentre lo dice
un tuffo fa giù,
non è felice
ma non ne può più
sentirsi dire
sempre, ogni giorno,
“Sei piccolino,
levati d’attorno”!

Tutto imbronciato
si tira su,
è tutto abbacchiato
ma sembra Gesù,
i suoi capelli
biondo dorato
sono sempre belli
anche da bagnato.

La piccola calciatrice ⚽

Sono salita su un covone di paglia,
guardo lontano, il sole mi abbaglia.
Che bella vista che vedo quassù,
i prati, le case e le mucche laggiù.

Essere alti ha un grande vantaggio,
ti senti forte e ti viene il coraggio
di dire a tutti quello che pensi
e poi lasciare gli altri sgomenti.

Che senso ha però questa idea,
le cose van dette ma in buona maniera.
Esser educati è la cosa migliore
e dire agli altri la propria opinione.

Allora son scesa giù dal covone
e ho visto gli amici che giocavan a pallone,
son la più piccola, questo lo so
e anche gli altri mi deridono un po’.

Mi sono messa il cappellino,
sembro più alta anche se solo un pochino,
ho dato un calcio al loro pallone
e ho fatto gol, senza rigore.

I miei amici mi hanno alzata,
come in trionfo mi hanno portata.
Ecco, ero grande per loro, perciò
nel grande covone mai più salirò.

La montagna dei bambini ⛰️

La montagna è da adorare
ci son pochi che lo posson fare
ai bambini può piacere
sol per quel che si può vedere.

Puoi incontrare uno stambecco
l’ermellino o il gippeto,
uno scoiattolo nel bosco
o un picchio su un ramo morto.

Passa un merlo con un verme in bocca,
cerca il nido e il suo cuore scoppia,
Il movimento lo ha disorientato
e il suo piccolo è ancora affamato.

Queste cose piacciono a un bambino
Ma per questo deve fare un
cammino
sarà lungo o sarà breve
chissà quel che dalla strada riceve.

Ma tutto questo ti arricchisce
e la visione non svanisce,
quando a casa tornerai
dentro il tuo cuore troverai

Mano nella mano 🤝

Vieni con me
dammi la mano
e verso il mondo
insieme andiamo.

Forse la strada
sarà pesante,
non preoccuparti,
non mi farò da parte.

Ti lascerò solo
quando vorrai,
fino ad allora
con me starai.

E quando un giorno
tu partirai
verso una meta
che ancora non sai,

io non sarò a te vicino
ma nel mio cuore
resterà il cammino
che insieme abbiam fatto.

Or che sei grande
ti devo lasciare.
Ti voglio una gran bene,
non lo scordare!

Mi è caduto un dentino 🦷

Oggi mi è caduto un dentino
e l’ho trovato nel mio lettino,
mi sono addormentata con lui vicino
ma me lo ha rubato un topolino.

Alcuni dicono che è una fatina
che ruba i denti per la Regina,
ma invece per me è stato un topino,
ho visto la cacca sul comodino.

E al mattino ho trovato un soldino,
è stato tirchio, era bellino,
sì, piccolino ma era carino
ed era bianco, pulito a puntino.

La filastrocca è quasi finita,
non fatemi ridere, lo faccio a fatica,
adesso in bocca ho un buchetto,
non riesco nemmeno a dare un bacetto.

Metto il guadagno nel salvadanaio,
forse da grande farò il gelataio
e porterò gelati ai bambini,
che senza un dente sono sempre carini

Il pupazzo rosa 🐻

Ho un pupazzo tutto rosa
che nel letto mio riposa.

Se mi alzo al mattino
non dimentico il bacino.

È un orsetto delicato
dal musetto assonnato.

Io gli voglio un gran bene,
esso è mio. Mi appartiene!

E di giorno poi giochiamo
e a volte conversiamo.

Me lo coccolo benino
e lo stringo al mio pancino.

All’asilo dovrò andare
e l’orsetto potrò portare,
ma starà con me vicino
solo per il riposino.

Ora però devo andare
con la nonna a passeggiare;
lascio a casa il mio orsetto,
lo rimetto dentro al letto.

Il bimbo e l’ospedale 🏥

In un letto d’ospedale
c’è un bambino che sta male.

È da poco stato operato
e ancora non si è alzato.

Vicino a lui ha la sua mamma
che gli fa fare la nanna;
il bambino è assonnato
e il suo cuore è beato.

Non è giusto non star bene
e soffrire tante pene.

Perché mai devo star qui,
non è giusto, non è così
che volevo la mia giornata
deve esser bella e spensierata,
devo correre e gioire,
invece ho male da morire.

La sua mamma lo capisce
Anche se lui parol non dice.

Anche lei non si dà pace,
vede il bimbo che nel letto giace.

Pensa ai giorni che verranno,
quando insieme usciranno
da quel triste ospedale,
dove nessuno vorrebbe andare.

Guarda in alto e ringrazia,
non è mai grata abbastanza,
il suo bimbo ora sta bene
quel che è l’oggi non le appartiene.

Sarà solo un ricordo
che svanirà con il nuovo giorno.

Figlio mio, sei il prediletto,
sono qui, accanto al tuo letto!

I sogni dei bambini 😴🦄

Quando un bambino
dorme nel lettino,
chissà cosa sogna,
è un mistero divino.

Nessuno di noi
se lo può ricordare
ma forse da mamma
ti piace pensare

che sogni pascoli,
miriade di fiori,
uccelli fatati
dai mille colori.

Orsetti giganti
che gli danno la mano,
una musica dolce
che suona lontano.

Una casa pepata
e fuori un giardino
con tanti dolcetti
su un tavolino.

Intorno alla tavola
tanti bambini,
di tutte le razze
per stare vicini.

Ognuno parla
ma non si capisce
nulla di quello
che insieme si dice.

Ma non importa,
si stringe la mano
al bambino vicino
e insieme facciamo

un bel girotondo
dai mille colori,
dal bianco al marrone,
nessuno sta fuori.

La mamma continua
ancora a pensare
che è tanto bello
per il bimbo sognare.

Allora si siede
e lo guarda dormire.
E pensa che è bello
e lo ama da morire!

Copyright dei Testi © Lulù Barabino


Chi sono

Lulù - fabulinis.com

Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

www.tiraccontounastoriablog.com


Gli scioglilingua 😝


Gli scioglilingua, detti anche scioglilingue, sono delle frasi che intenzionalmente mettono in difficoltà la nostra capacità di pronunciarle.
Il bello degli scioglilingua infatti è sfidare sè stessi a pronunciarli il più velocemente possibile senza fare errori… ma il divertimento sta proprio quando si inciampa e ci si aggroviglia tra le parole.
Prova anche tu da solo o insieme ai tuoi amici!


    Gli scioglilingua più famosi

  • Trentatré trentini entrarono a Trento, tutti e trentatré trotterellando.
  • Li vuoi quei kiwi? E se non vuoi quei kiwi che kiwi vuoi?
  • A quest’ora il questore in questura non c’è.
  • Treno troppo stretto e troppo stracco stracca troppi storpi e stroppia troppo
  • Una platessa lessa lesse la esse di Lassie su un calesse fesso.
  • Ma fossi tu quel barbaro barbiere che barbassi quella barba così barbaramente a piazza Barberini.
  • Se oggi seren non è, doman seren sarà, se non sarà seren si rasserenerà.
  • Tito, tu m’hai ritinto il tetto, ma non t’intendi tanto di tetti ritinti.
  • Una rana nera e rara sulla rena errò una sera.
  • Assolto in assise l’assassino dell’assessore di Frasassi in missione segreta a Sassari.
  • Eva dava l’uva ad Ava, Ava dava le uova ad Eva, ora Eva è priva d’uva mentre Ava è priva d’uova .
  • Sul tagliere gli agli taglia non tagliare la tovaglia la tovaglia non è aglio se la tagli fai uno sbaglio.
  • Forse Pietro potrà proteggerla.
  • Caro conte chi ti canta tanto canta che t’incanta.
  • Chi ama chiama chi ama, chiamami, tu che chi ami chiami. Chi amo chiamerò se tu non chiami.
  • In un pozzo poco cupo si specchiò una volta un lupo, che nel cupo pozzo andò a sbattere di cozzo con un cupo tonfo fioco da smaltire a poco a poco e credette di azzanare un feroce suo compare, ma rimase brutto e cupo il feroce lupo
  • Filastrocca sciogligrovigli con la lingua ti ci impigli ma poi te la sgrovigli basta che non te la pigli
  • Filo fine dentro il foro, se l’arruffi non lavoro, non lavoro e il filo fine fora il foro come un crine.
  • Guglielmo coglie ghiaia dagli scogli scagliandola oltre gli scogli tra mille gorgogli.
  • Ho in tasca l’esca ed esco per la pesca, ma il pesce non s’adesca, c’è l’acqua troppo fresca. Convien che la finisca, non prenderò una lisca! Mi metto in tasca l’esca e torno dalla pesca.
  • Sa chi sa se sa chi sa che se sa non sa se sa, sol chi sa che nulla sa ne sa più di chi ne sa.
  • Sopra la panca la capra campa, sotto la panca la capra crepa.
  • Sotto un cespo di rose scarlatte offre il rospo té caldo con latte. Sotto un cespo di rose paonazze tocca al rospo sciacquare le tazze.
  • Stiamo bocconi cogliendo cotoni, stiamo sedendo cotoni cogliendo.
  • Quanti rami di rovere roderebbe un roditore se un roditore potesse rodere rami di rovere?
  • Il cuoco cuoce in cucina e dice che la cuoca giace e tace perché sua cugina non dica che le piace cuocere in cucina col cuoco.

  • Scioglilingua simili tra di loro

  • A che serve che la serva si conservi la conserva se la serva quando serve non si serve di conserva?
  • A che serve una serva che non serve? Manda la serva che non serve da chi si servirà di una serva che non serve e serviti di una serva che serve.
  • Porta aperta per chi porta, chi non porta parta pure per la porta aperta, poco importa.
  • A chi porta porta aperta, a chi non porta porta aperta non importa.
  • Mi attacchi i tacchi tu che attacchi i tacchi? Io attaccarti i tacchi a te? Attaccati te i tuoi tacchi tu che attacchi i tacchi!
  • Ti che te tacchet i tacc’, tacchem i tacc’! Chi?! Mi, taccat’ i tacc’ a ti, che te tacchet i tacc’. taccheti ti i tó tacc’, ti che te tacchet i tacc’.

  • Scioglilingua basati su una simmetria della frase

  • Tigre contro tigre
  • Tre tigri contro tre tigri
  • Apelle figlio d’Apollo fece una palla di pelle di pollo, tutti i pesci vennero a galla per vedere la palla di pelle di pollo fatta da Apelle figlio d’Apollo.
  • Sono un setaccia sassi, ho un setaccio di sassi setacciati e un setaccio di sassi non setacciati, perché sono un setaccia sassi.
  • Andavo a Lione cogliendo cotone, tornavo correndo cotone cogliendo.
  • Figlia, sfoglia la foglia sfoglia la foglia, figlia.
  • Il Papa pesa e pesta il pepe a Pisa, Pisa pesa e pesta il pepe al Papa.
  • Pisa pesa e pesta il pepe al papa; il papa pesa e pesta il pepe a Pisa.
  • Al solstizio il Sol sta, sol stando; sol stando il Sol sta al solstizio!
  • Nel giardin di don Andrea don Anton cogliea coton, nel giardin di don Anton don Andrea coton cogliea.
  • Scopo la casa, la scopa si sciupa; ma, se non scopo sciupando la scopa, la mia casetta con cosa la scopo?
  • Porte aperte per chi porta; chi non porta parta, pur che non importa aprir la porta.

  • Scioglilingua basati sui numeri

  • Due tazze strette in due strette tazze
  • Tre stecchi secchi in tre strette tasche stanno.
  • Tre fiaschi stretti stan dentro tre stretti fiaschi, ed ogni fiasco stretto sta dentro lo stretto fiasco.
  • Tré tozzi di pan secco in tré strette tasche stanno in tré strette tasche stan tré tozzi di pan secco
  • Sopra quattro rossi sassi quattro grossi gatti rossi.
  • Sette zucche secche e storte stanno strette dentro al sacco
  • Stanno stretti sotto i letti sette spettri a denti stretti.
  • Nove navi nuove navigavano.
  • Nell’anfratto della grotta trentatré gretti gatti si grattano

  • Scioglilingua che parlano di pozzi e pazzi…

  • Dietro il palazzo c’è un povero cane pazzo, chi darà un pezzo di pane a quel povero pazzo cane.
  • Sopra al terrazzo, c’è un cane pazzo, te’ pazzo cane, sto pezzo di pane.
  • Dentro quel palazzo c’è un povero cane pazzo, date un pezzo di pane a quel povero pazzo cane.
  • Quel pazzo ha rubato un pizzo prezioso con un pezzo di pizza in un pozzo.
  • Al pozzo dei pazzi c’era una pazza che lavava pizzi e pezze. Andò un pazzo, prese la pazza e buttò nel pozzo la pazza, i pizzi e le pezze.
  • Al pozzo di santa Pazzia protettrice dei pazzi c’è una pazza che lava una pezza. Arriva un pazzo con un pezzo di pizza e chiede alla pazza se ne vuole un pezzo. La pazza rifiuta, il pazzo si infuria e butta la pazza la pezza e la pizza nel pozzo di santa Pazzia protettrice dei pazzi.
  • Al pozzo di Santo Patrizio, ci va una pazza a lavare una pezza, arriva un pazzo con un pezzo di pizza, offre la pizza alla pazza, la pazza rifiuta, il pazzo s’adira, prende la pizza, la pazza, la pezza, le butta nel pozzo di Santo Patrizio.

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Curiosina, storia di una virtù 🔍


Una bel racconto che fa capire ai bimbi, ma anche ai genitori, come la curiosità sia una cosa preziosa e da coltivare con passione.

Non sempre è semplice rispondere a tutti i “perché, come mai, cos’è” eccetera che ogni giorno i nostri bimbi, spesso con incredibile insistenza,ci domandano. Ma se leggete questo racconto capirete che se i bimbi sono curiosi vuol dire che stanno cercando di crescere nel miglior modo possibile, non solo di statura, ma di testa!

Curiosina, storia di una virtù 🔍


Vi racconto la storia di una bambina speciale, che tutti, parenti e conoscenti, avevano finito per chiamare ‘Curiosina’. Quando, ad esempio, i nonni la incontravano, volevano sapere: “Come sta la nostra Curiosina?”. Lei aveva meritato quel soprannome perché non si vergognava di fare domande di ogni genere, delle quali alcune erano a volte imbarazzanti.

Se un’anziana signora le domandava: “Quanti anni hai, bella bambina ricciolina?”. Lei con le dita mostrava la sua età, ma subito dopo, a sua volta, era capace di chiedere: “E tu, vecchia signora, quanti ne hai?”. Se, poi, qualcuno voleva sapere il suo nome, lei non si nascondeva, come fanno tanti bambini, dietro la gonna della mamma o i pantaloni del papà, ma tranquillamente lo diceva e subito dopo domandava: “E tu come ti chiami?”.

Vedete, quello che lei aveva di speciale non era la curiosità, che non manca a nessun bambino, ma erano la sua mamma e il suo papà che rispondevano sempre alle sue domande, senza perdere la pazienza, anche alle più difficili, ad esempio come quella: “Che lingua parlano i pesci?”. Quanti di noi saprebbero dare una risposta?

I suoi genitori avevano, però, capito una cosa che molti adulti sembrano trascurare: i bambini sono nati da pochissimi anni e non conoscono il mondo che li circonda. E’ quindi normale che un bambino di due, tre, cinque od otto anni non sappia chi siano o come possano comportarsi tutte le persone che lo circondano o lo incontrano; oppure non sappia che cosa siano e come funzionino tutte le cose con le quali egli ha a che fare ogni giorno.

Non c’è nulla di strano che una bambina di tre anni, come Curiosina, possa domandare come facciano a muoversi, senza gambe, quelle cose bianche o grigie che si rincorrono nel cielo e che ogni tanto piangono lacrime dalle quali la mamma e il papa si riparano e lo riparano con gli ombrelli? Non parliamo poi dei bambini piccoli che vedono la loro cacca, depositata nel vasetto, la quale viene poi scaricata nel gabinetto, dove sparisce. Non pensate che sia un diritto del bambino informarsi dove vada a finire quel suo tesoretto?

Il fatto è che, in certi casi, i grandi sembrano non sapere che il mondo dei bambini è diverso dal loro. Bambini, fate come Curiosina, la quale, quando qualcuno le voleva far credere che i regali non li porta Babbo Natale, ma il papà e la mamma, si ribellava pestando i piedi e subito ribatteva: “Non è così, Babbo Natale esiste davvero!” Ricordate anche ai grandi che ogni risposta data ad un bambino, anche ad una che sembra assurda, aumenta la sua fiducia non solo nell’adulto, ma anche in se stesso. Ditelo ai grandi: “Chi dà risposte alle mie curiosità, mi rende più forte e coraggioso”. E verrà, allora, un giorno in cui quel bambino – come capitò a Curiosina – si sentirà tanto coraggioso che sarà capace di sfidare il buio e di entrare da solo in una camera dove la luce non è accesa, senza essere soffocato dalla paura.

Cari bambini, vi svelo adesso un segreto: non dimenticate neppure che non solo Curiosina aveva avuto paura dei tuoni o dei brutti sogni, ma anche i vostri genitori, quando erano piccoli. Domandateglielo se non è vero! E lo sapete perché ci sono anche dei grandi che soffrono di quelle due paure che ho appena nominato? Lo sapete? No? Ve lo dico io. Perché i loro papà e le loro mamme, non gli davano quelle risposte consolatorie di cui avevano bisogno; anzi, spesso, li prendevano in giro, ridendo delle loro paure. Anche Curiosina, si aspettava sempre una risposta: se non le rispondevano non si sentiva più sicura: si sentiva come abbandonata. Per questo, Lei voleva ad ogni costo una risposta. E per ottenerla si era inventata un trucchetto: ripeteva la domanda con voce piagnucolosa e aggiungeva: “Dai, tu sai tutto, dimmelo!”.

Il papà e la mamma di Curiosina non subito, ma dopo un po’, capirono che se non rispondevano alle curiosità della loro ricciolina, ella si rattristava come se fosse rimasta sola. Essi, allora impararono a rispondere sempre. Se poi non conoscevano la risposta esatta, non importava: la risposta se la inventavano come se questa fosse stata una fiaba. Curiosina si rassicurava subito e si rasserenava. A lei non importava che la risposta fosse giusta o sbagliata; lei voleva una risposta qualsiasi, come prova dell’attenzione della mamma e del papà verso di lei. Tutto questo non la faceva più sentire sola.

Quello di cui, Curiosina, come ogni bambino, aveva continuo bisogno, era la presenza rassicurante della mamma e del papà. Un modo per ottenerla è quello di domandare continuamente. Bambini non abbiate paura di domandare! Più avrete domandato più diventerete forti e più sarete capaci, quando sarete grandi, di soddisfare le vostre curiosità infantili.

Da quello che vi ho appena detto, cari bambini, sembra che il contenuto delle risposte che vi vengono date non sia molto importante. Non è proprio così. Adesso dovete stare attentissimi poiché sto per spiegarvi una cosa interessante.

Questa volta sono io a fare a voi una domanda. Dove credete che siano finite tutte le domande che voi avete fatte e le risposte che avete ricevute? Credete forse che siano volate in cielo subito dopo che la vostra curiosità è stata soddisfatta? No, miei cari! No, no! Esse sono rimaste tutte nella vostra testolina. Nel cassetto della vostra memoria. E li rimangono, finché, dopo qualche anno, quando non sarete più bambini piccoli, escono dal cassetto e si trasformano in desideri di controllare se vi era stata detta la verità. Volete un paio di esempi, che riguardano ancora una volta la storia di Curiosina?

La prima esperienza è legata a quando Curiosina, fin da bambina piccola, andava al mare durante le vacanze estive. Come tutti i bambini giocava con la paletta e il secchiello. Ma a lei piaceva, soprattutto, giocare a farsi rincorrere dalle onde che si frangevano sulla spiaggia. Grazie a questo gioco, prese una tale confidenza con il mare che ben presto imparò a nuotare senza paura. Quante volte, però, il pranzo e la cena con papà e mamma si trasformarono in un interrogatorio su che cosa fosse il mare! Non c’era risposta che potesse accontentarla. Ebbene, sapete come andò a finire? Quando ebbe compiuto quattordici anni, durante le vacanze estive al mare, Curiosina chiese ed ottenne – non senza qualche apprensione da parte dei suoi genitori – di poter fare un corso individuale di immersione subacquea nel quale, dopo aver minuziosamente interrogato il suo istruttore, poté spingersi ad esplorare i fondali della costa fino a trenta metri di profondità. Curiosina era entusiasta per il fatto di vedere dal vivo tante cose meravigliose. Finalmente tutte le sue domande avevano una risposta.

La seconda impresa di Curiosina, che segnò la sua vita e che creò più difficoltà a suoi genitori, mettendoli contro i pareri di familiari e conoscenti, ci riporta alla sua prima cena in un ristorante cinese, all’età di sette anni. Riuscite a vedere Curiosina che tempesta di domande non solo il papà e la mamma, ma anche tutto il personale del ristorante stesso, composto da quelle persone con gli occhi così strani e che parlavano fra loro in una lingua incomprensibile? La sua curiosità, anche per quei cibi così diversi dai suoi, non fu mai così grande come quella sera. Alla fine della cena, fece persino scrivere il suo nome in caratteri cinesi, sopra un foglio che volle incorniciato in un quadretto che poi appese alla parete vicina al suo letto.

Come credete che sia andata a finire questa volta? Sono sicuro che lo avete immaginato. Voglio, però confermarvelo. Sì, Curiosina, quando ebbe terminato le scuole superiori, decise di studiare la lingua cinese all’università. Ma c’è di più. Al termine del primo anno di studi, all’età di 19 anni, partì da sola per la Cina. Ce ne voleva di coraggio e di fiducia in se stessa! Ma ci voleva anche… un po’ di curiosità.

— Fine della fiaba —

fabulinis ringrazia Mauro Alfonso, nonno ed ex insegnante, per aver condiviso con tutti noi questo bel racconto dedicato ad uno dei doni più belli che si possa avere, la curiosità!

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Il bosco degli alberi parlanti 🌲🌳


Lo sai che esiste un bosco dove gli alberi parlano tra loro?!

Se ascolti bene in silenzio e cerchi dentro al tuo cuore siamo sicuri che prima o poi anche tu troverai il bosco degli alberi parlanti.

Il bosco degli alberi parlanti 🌲🌳


Pochi bambini lo sanno, ma non molto lontano da qui, esiste un bosco dove crescono alberi particolari, dai grossi tronchi e ricoperti da rigogliose chiome di un verde brillante: sono alberi che parlano…

Alberi parlanti?

Si, ma bisogna ascoltare con attenzione e senza fare rumore, altrimenti non si sentirà nulla.

Appena arrivati, ci si deve addentrare lentamente nel bosco percorrendo i minuscoli sentieri. Durante il giorno, il sole penetra fra i rami degli alti alberi, illuminando di fili dorati il sottobosco.

A terra, tra la soffice e fresca erbetta, si possono scorgere le testine dei funghi, fiori colorati e piantine robuste cariche di mirtilli di un color nero bluastro; qui e là, cespugli rampicanti dove crescono succose more e rossi lamponi.

Al calar della sera, gli alberi parlano tra loro, parlano agli uccelli, agli scoiattoli, a tutti gli animaletti che popolano il bosco.

Mentre una dolce melodia si propaga tutt’intorno nell’aria e una leggera brezza muove le foglie, gli alberi parlano sottovoce.

Discutono dei tanti disastri che affliggono l’ambiente e la natura: dall’inquinamento atmosferico, dovuto alle emissioni di gas nocivi, all’abbattimento degli alberi per motivi di consumo, alla carenza idrica e siccità, poiché l’acqua è vita e oramai risorsa limitata, all’aumento dei rifiuti a causa del crescente progresso della civiltà. Gli alberi hanno paura…

Qualcuno dice che non esiste questo bosco, qualche altro, camminando tra i sentieri in silenzio e munito solamente di una torcia dalla luce fioca per non disturbare gli animaletti che dormono, sembra sia riuscito a sentire le voci di questi alberi.

Da tempo ho chiesto indicazioni su questo luogo magico, ma pare che nessuno lo conosca.

Io ho fiducia. Prima o poi lo troverò e potrò finalmente sentire le voci degli alberi parlanti.

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Rita Bimbatti, Pedagogista Clinico e autrice di racconti per l’infanzia, per aver condiviso con tutti noi questa storia, che parla di ecologia e rispetto per l’ambiente.

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Filastrocche sulle emozioni 😃😡


Per parlare delle emozioni ai nostri bimbi con un sorriso

Queste filastrocche per bambini hanno come tema le emozioni, che spesso sono tanto difficili da spiegare ai nostri bimbi. Così si possono raccontare loro queste filastrocche, per aiutarli usando la fantasia e la simpatia.

Lulù ha condiviso noi queste filastrocche, per regalarci un sorriso e anche qualche spunto di riflessione.


La tristezza del nonno 👴

Quel bacio all’improvviso
scoccato sul mio viso
sì, ve lo devo dire
mi ha fatto trasalire.

Il bacio di un nonnino
incontrato quel mattino
vicino a casa mia
e nella stessa via.

Andavo a pescare
con gli amici, ero al mare,
la mamma mi guardava
mentre il mio passo si allontanava.

È durante quel cammino
che ho incontrato il nonnino.
Era magro, abbacchiato,
chissà cosa gli era capitato.

Continuai a camminare
ma da dietro le spalle lo volli guardare,
lo vidi venire avanti
ma i suoi passi erano stanchi.

Tornando a casa a quel bacio pensai,
non aveva senso, perché giammai
quell’uomo, a me sconosciuto,
aveva fatto quel gesto insoluto.

Raccontai allora tutto alla mamma
che mi delucidò di questo dramma.
Il suo figliolo e il suo nipotino
eran partiti quel triste mattino.

Molto lontani dovevano andare,
il lavoro del papà era oltremare,
non era sicuro di poterli ritrovare
e con quel bacio li lasciava andare.

La lucertola arrabbiata 🦎

Mi piace mettermi a crogiolare,
mi vorrei proprio abbronzare,
ma per quanto io cerchi di fare
il mio colore è sempre uguale.

Ho voluto allora spalmarmi una crema,
da capo a piedi, tutta intera,
ad ogni passo scivolo tutta
e per poco non mi rompevo la zucca.

Mi sono fermata, forse è meglio così,
il sole era forte e io stavo lì,
volevo proprio stare a vedere
se questa volta mi potevo piacere.

La crema piana piano mi abbandonava
e avevo tutta unta la strada,
se le mie amiche mi vedevan così
avrebbero riso notte e dì.

Dopo una giornata passata così,
senza mai muovermi da quel posto lì,
mi sono alzata e guardata allo specchio
ma il mio manto era sempre lo stesso.

Allora ho capito che non c’era nulla da fare
e il mio corpo dovevo accettare.
Ma avete capito allora chi sono?
Sono una lucertola e al sole non mi annoio!

L’onda 🌊

Arriva l’onda sulla battigia,
mi sposto indietro così non arriva
a bagnare i miei piedini
ma soprattutto i calzini.

Mi sono tolta le scarpine,
sono di stoffa e son troppo carine,
se l’acqua del mare me le bagnava,
la mamma a riva poi mi sgridava.

Passa un bambino più piccino di me,
mette i piedi nell’acqua, povera me!
Chissà come questa fredda sarà,
ma la sua mamma, che cosa fa?

Questa da riva guarda il bambino
che si diverte, scalciando il piedino.
Allora mi tolgo anche io un calzino
e il mio piede avvicino pianino.

Che ebbrezza che provo, è un piacere,
sentire l’onda, è tutto un godere.
Ringrazio il bambino, la mia paura
è andata via, ora sono sicura.

Non sono un pesce 🐠

Mi sono tolta il pannolino
e mi sono infilata il costumino,
ora nel mare mi devo buttare
ma ho paura, non c’è niente da fare.

Il babbo mi guarda con un sorrisetto,
il baffo trema, mi dà uno sberleffo.
Questo mi fa ancora più arrabbiare,
e non mi aiuta di certo ad entrare.

Passa davanti a me un pesciolino,
mi dà uno sguardo, è proprio carino.
Chissà chi gli ha insegnato a nuotare,
eh, la natura, quante cose sa fare.

E noi bambini invece perché,
dobbiamo nuotare, senso non c’è.
Già dobbiamo imparar a camminare,
e la pipì addosso non possiamo più fare.

Se sbagliamo in qualcosa ci sanno sgridare,
siamo piccini, dobbiamo imparare.
Il pesce nuota, la rana salta,
l’uccello vola, la biscia avanza.

Invece io devo imparare a nuotare,
non sono un pesce ma lo devo fare.
Guardo la mamma e poi il papà,
mi butto nel mare, che contenti li fa!

L’oca Giuliana 🦆

Tutti la chiamavano Oca giuliva
e questo lei non lo capiva,
era sempre arrabbiata, non rideva mai,
quel “giuliva” non le piaceva assai.

Chiese all’amica di vecchia data,
un’anatra bianca a lei affezionata,
se lei poteva fare qualcosa,
parlare agli altri di quella cosa.

La grande amica cominciò a starnazzare
e gli animali cominciarono ad arrivare,
il gallo, il maiale e tante galline,
una faraona che era in mezzo al cortile.

Dopo poco tempo si radunarono tutti
e l’anatra bianca comunicò ai vari gruppi
che l’amica oca era molto adirata,
che l’appellativo l’aveva mortificata.

Decisero allora che era meglio cambiare,
il vecchio nome doveva scordare,
e tutte assieme all’unanimità,
la chiamarono Oca Giuliana che male non sta!

Copyright dei Testi © Lulù Barabino


Chi sono

Lulù - fabulinis.com

Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

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Carlotta e la rondine Maia 👧


Una bella fiaba per aiutare i bimbi a capire come le vere amicizie durano al di là del tempo e dello spazio che li separano.

Non sempre è semplice spiegare ai bambini, specie ai più piccoli, una perdita e/o una separazione; questo racconto ci viene in aiuto in maniera delicata.

Carlotta e la rondine Maia 👧


C’era una volta una bambina di nome Carlotta, che aveva la fortuna di abitare in campagna, immersa nel verde di prati e alberi, fiori e tanta aria sana.

Una calda giornata di primavera, mentre il sole brillava alto nel cielo, Carlotta vide passare sopra la sua testolina un gruppo di rondini. Rimase un attimo incantata, con la boccuccia aperta e il nasino all’insù. Poi iniziò a salutarle con la manina.

«Ciao belle rondini! Dove state andando?» domandò a voce alta.

Il gruppetto iniziò a volare sempre più in basso, fino a che una rondine, vedendo la bimba, si fermò vicino a lei, accomodandosi sul ramo di un gigantesco albero.

«Ciao bambina! Io mi chiamo Maia e vengo da molto lontano. Io e le mie compagne abbiamo dovuto andarcene, perché in quel luogo iniziava a fare freddo! Tu come ti chiami?» chiese la rondine.

L’un l’altra si guardavano con ammirazione e iniziarono a fare amicizia, raccontandosi tante belle storie. Ben presto Carlotta e Maia divennero inseparabili. Ogni giorno, la piccina attendeva l’amica rondine sotto l’ombra del maestoso albero carico di foglie, all’inizio del viale che conduceva alla sua casa di campagna.

Puntualmente Maia arrivava.
Passavano insieme tutta la giornata, rincorrendosi allegre lungo il viale polveroso. Prima di sera, la bambina faceva ritorno a casa e la rondine al suo nido. Il tempo scorreva e le giornate piano piano si accorciavano. Il caldo sole si era come assopito.

Un freddo giorno d’autunno, Carlotta attese invano la sua amica Maia e il giorno dopo pure. Della rondine nemmeno l’ombra.

Arrivò l’inverno e la bambina, nonostante la compagnia di tanti amici, pensava spesso a Maia, sentiva la sua nostalgia. A volte Carlotta passava interi pomeriggi a guardare fuori dalla finestra, con il nasino appiccicato al vetro, speranzosa di rivedere la sua rondine.

Cessò l’inverno e ritornò la primavera. Altre rondini arrivarono da paesi lontani. Carlotta riprese a passeggiare sul viale vicino a casa, aspettando, aspettando. Un mattino, una rondine vide la bimba da lassù e si avvicinò con prudenza.

«Ciao, tu devi essere Carlotta, giusto?» domandò.
Carlotta annuì.

«Sono Bella, un’amica di Maia. Maia quel giorno ha dovuto partire, all’improvviso, poiché qui cominciava a fare freddo. Non è fuggita, anzi, era molto triste per non averti potuto salutare. Quest’anno la sua famiglia ha cambiato destinazione… Mi ha parlato molto di te, Carlotta. Ti vuole un mondo di bene» spiegò la rondine.

A quelle parole, la bimba tirò un sospiro di sollievo. Dopo molti mesi, capì che Maia non l’aveva abbandonata, ma era stata costretta a migrare altrove con la sua famiglia.

«Grazie Bella! Quando rivedrai Maia, salutala tanto. Dille che mi manca. Nemmeno io la dimenticherò e la porterò sempre nel mio cuore» disse Carlotta alla nuova amica rondine
«Certamente» fece Bella alzandosi in volo.

Raggiunse le sue compagne e piano scomparì all’orizzonte, tra l’azzurro del cielo e i dorati raggi del sole.

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Rita Bimbatti, Pedagogista Clinico e autrice di racconti per l’infanzia, per aver condiviso con tutti noi questa storia, che parla di come essere lontani non vuol dire volersi meno bene o non essere più amici.

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Fata Ortolina 🧚‍♀️


Una bella fiaba per aiutare i bimbi a mangiare le verdure

Chissà come mai i bambini non vogliono mangiare le verdure, eppure sono così colorate e si possono fare dei piatti deliziosi!
Meno male che ci pensa Fata Ortolina a fargli cambiare idea.

Fata Ortolina 🧚‍♀️


Una fatina bionda e piccina si aggira tra i pranzetti dei bambini.

Indossa un grembiule a quadretti rossi e vola da un piatto all’altro per controllare lo stato della verdura: deve essere fresca come appena raccolta, profumata e colorata, ma quanta fatica farla mangiare ai bimbi!

Si lamentano di continuo per assaggiarne un bocconcino, sbuffano, non hanno più fame, non la vogliono!

Fata Ortolina è arrivata da un pianeta lontano, chiamato Ortus, ed è qui sulla Terra per aiutare mamme, papà, nonne, cuoche, a preparare e cucinare nel miglior modo gli ortaggi, oltre dispensare consigli utilissimi.

“Così va bene! Taglia a fettine quei pomodorini rossi e aggiungici sopra del formaggio grattugiato. Vedrai che Laura li mangerà!” – dice la fatina rivolgendosi ad una mamma.

Ecco nel piatto di Giorgia il trenino di piselli verdi fare da contorno a succulente polpettine di carne.
Andrea guarda con timore il pasticcio di melanzane al forno.

“Prova ad assaggiarlo. Con la pasta sfoglia e la mozzarella, sentirai che gusto prelibato ” – sorride la fata.

Nel mentre un’emergenza: Luca fa i capricci e si nasconde sotto la tavola, mentre la mamma urla perché il suo bimbo rifiuta di mangiare almeno un pezzettino di torta alle carote, preparata da lei con tanto amore. Arriva puntuale fata Ortolina, con il suo grembiulino a quadretti, cercando di salvare la situazione.

“Ciao Luca! Sono la fatina delle verdure. Non essere arrabbiato, prova ad assaggiare un pochino di torta… anzi, lo faccio prima io! Mmmhhh, squisita!!! E poi le carote fanno così bene, così dolci, colorate, deliziose!”

Luca guarda perplesso la fatina, così piccina e sospesa a mezz’aria, che batte le alette.

“Va bene, mi hai convinto. Adesso ne prendo un pezzettino “- esclama il fanciullo sedendosi a tavola.

Anche questa volta fata Ortolina è riuscita nella difficile missione “S.O.S. bimbo mangia verdura”.

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Rita Bimbatti, Pedagogista Clinico e autrice di racconti per l’infanzia, per aver condiviso con tutti noi questa storia, che parla di educazione e rispetto per la natura da coltivare fin dalla tenera età.

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Sofia e la ninna nanna della luna 🌙


Una dolce fiaba per aiutare i bimbi ad addormentarsi

La piccola Sofia non riesce proprio ad addormentarsi, meno male che la Luna, con la sua magia, riuscirà ad aiutare lei e i suoi genitori a farle prendere sonno serenamente.

Sofia e la ninna nanna della luna 🌙


Ogni sera Sofia proprio non ne voleva sapere di fare la nanna, la sua mamma impazziva per cercare di farla addormentare, tra pannolini e biberon: iniziava a strillare, il suo visino diventava rosso rosso, i sottili capelli neri le si scompigliavano.

Tutte le notti la stessa storia, ore ed ore per tentare di farle prendere sonno nel caldo lettino.

Fino a che, la notizia, giunse all’orecchio della luna.

Preoccupata, decise di andare in soccorso ai genitori di Sofia e portare un po’ di serenità alla piccola.

Una notte, mentre intorno tutto taceva, la luna entrò con luminosi raggi all’interno della stanza, sfiorò delicatamente le paffute guance di Sofia, con grandi braccia l’avvolse nella coperta di polvere di stelle iniziandola a cullare e cantandole una ninna nanna.

La bimba aprì gli occhi e le fece un grande sorriso.

“Dolce amica, vieni, ti farò conoscere il mio mondo incantato” disse la luna.

Prese Sofia per mano e insieme attraversarono una porta ricoperta di diamanti e pietre preziose. Improvvisamente comparvero tante fate vestite di azzurro, buffi maghetti con lunghi cappelli, piccoli gnomi intenti a raccogliere pezzettini di stelle cadenti.

La bambina si guardava intorno meravigliata.

Poi le strane creature lunari, si misero a cantare con voce soave.

Dormi dormi piccina mia
fai la nanna insieme a noi
noi che ti porteremo in posti incantati
andremo per mari blu
arriveremo piano lassù
lassù cavalcando le stelline
volando più in alto del cielo
affinché questa notte
tu sognerai serena.

Per un mese, la luna andò a fare visita alla sua amica Sofia, cantando questa ninna nanna.

Ora la bambina non fa più i capricci per andare a dormire e la mamma finalmente può riposare tranquilla.

Sofia sa che prima o poi, la luna ritornerà a farle compagnia e chiude gli occhietti, felice.

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Rita Bimbatti, Pedagogista Clinico e autrice di racconti per l’infanzia, per aver condiviso con tutti noi questa storia, che parla di educazione e rispetto per la natura da coltivare fin dalla tenera età.

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Filastrocche sulla Natura 🌱


Le filastrocche che parlano della natura

Queste filastrocche per bambini sono scritte pensando alla natura e all’ambiente, ma non solo, esplorano anche le emozioni e le stagioni della vita, sempre piene di sogni e speranze.

Lulù ha condiviso noi queste stupende filastrocche, per darci un sorriso e anche qualche momento di riflessione.


La presentazione degli ortaggi 🥦

Io sono una cipolla,
ma guai a chi mi spoglia,
comincia a singhiozzare
piangendo a tutto andare.

E io una melanzana,
beato chi mi ama,
sono sempre abbronzata
e mai sono arrabbiata.

Io sono una zucchina,
sono snella e sono carina,
ho sempre il cappellino,
faccio invidia al mio vicino.

E io che ci sto a fare,
sol cruda mi puoi mangiare,
sono l’insalata,
a volte frastagliata.

Noi siamo un po’ piccanti,
chi ci vuole si faccia avanti,
lasciamo tutti voi
a bocca aperta poi.

Io sono timidino,
arrossisco pian pianino,
sono un pomodoro,
mi piace star da solo.

Attento a non toccarmi,
mi difendo da tutti quanti,
sono un carciofino
per un gusto sopraffino.

Noi invece insieme danziamo
e ci teniamo per mano,
noi siamo i fagiolini
siam sempre magrolini.

Questa è la nostra danza,
per noi ora è abbastanza,
ce ne dobbiamo andare,
nell’orto a riposare.

Le stagioni del mare 🌊

Un bambino guarda il mare
e ritorna a giocare,
prende sabbia e secchiello
e comincia a fare un castello.
È talmente impegnato
con le torri e il tracciato,
non si accorge di nient’altro
gioca con il papà a fianco.

Un ragazzo guarda il mare
e comincia a scrutare,
cerca chi tra le onde nuota
e il suo sguardo intanto nota
una giovane ragazza
che gli piace abbastanza,
deve solo avvicinarsi
e in breve presentarsi.

Una mamma guarda il mare
e comincia a sognare,
era bello poter nuotare
e tuffarsi in alto mare.
E poi a riva ritornare
e abbronzarsi fino a scottare
ma ora non lo può più fare,
ha il bambino da guardare.

Una nonna guarda il mare
e il ricordo in mente appare,
lei, al sole a crogiolare
e il suo corpo da osservare.
Pensa al tempo che è volato
e le torna in mente il passato.
Quanti ricordi dentro al mare,
quanti pianti da dimenticare.

Lei da sola sulla spiaggia,
e il mare l’asciugamano bagna,
una lacrima cade giù,
non importa, è solo una in più.
La sua vita è stata bella,
alza lo sguardo e vede una stella.
Guarda l’onda avanzare
e ricomincia di nuovo a sognare.

Copyright dei Testi © Lulù Barabino


Chi sono

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Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

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Le avventure di fungo Cinello 🍄


Meno male che ad aiutare gli adulti a tenere il mondo pulito ci pensano i bambini…

Il funghetto Cinello e i suoi amici vivono dentro un bel parco, ma a fine giornata lo ritrovano sempre tutto sporco… ma con l’aiuto dei bambini riusciranno a trovare una bella soluzione!

Le avventure di fungo Cinello 🍄


Cinello è un piccolo funghetto prataiolo che vive insieme alla sua famiglia in un enorme giardino. Ogni giorno si diverte a rincorrere i piccoli scoiattoli fulvi che saltano da un ramo all’altro di grandi alberi verdi. Quando piove si ripara sotto il suo cappellino bianco, aspettando che esca il sole per scaldarsi tra l’erba.

Tra qualche giorno, il giardino verrà aperto anche alle tante persone che vogliono rilassarsi e godere del meraviglioso paesaggio. Cinello è felice, finalmente potrà conoscere da vicino qualche bimbo e giocarci insieme. Nel frattempo, fa un girotondo con le margherite e le violette.

«Che bello, amiche! Tra non molto arriverà tanta gente a farci compagnia!» esclama Cinello.
«Già, ma io non sono tranquilla, chissà come si comporteranno. La mamma mi ha raccontato certe storie tristi sul loro conto» dice una margherita.

«Anch’io sono tanto curiosa, vedremo!» urla una violetta.

Finalmente il grande momento: il bel giardino viene ufficialmente inaugurato e per l’occasione ci sarà una festa con bancarelle e tanti chioschi dove le persone potranno mangiare e dissetarsi. La giornata promette bene, il cielo è limpido e il sole splende.

«Ciao ragazzi, io sono Cinello!» dice il funghetto al passaggio di un’allegra famigliola con panini e bibite in mano, ma distratti dai colori di una bancarella di stoffe, per poco non calpestano il malcapitato.

«Salve, come va?» riprova Cinello rivolgendosi ad una signora dai capelli raccolti, intenta a divorare la sua ciambella con la crema. Per poco il fungo non rimane soffocato dal sacchettino della merendina che la donna ha gettato indisturbata a terra.

Alla fine della festa, al calar della sera, il parco viene chiuso.

Cinello e i suoi amici si guardano intorno: erba calpestata, fiori strappati dal suolo, rifiuti di ogni tipo sparsi ovunque, un vero disastro!

«Non posso crederci, in un solo pomeriggio hanno distrutto il nostro giardino!» si lamenta un piccolo stelo.

«Guardate che paesaggio, quanta immondizia abbandonata a terra e non dentro i cestini!» mormora una farfalla colorata.

«Ragazzi, non possiamo lasciare il parco in queste condizioni! Domani dobbiamo sistemare!» dice il piccolo fungo rivolgendosi ai compagni.

Il mattino seguente, Cinello, la sua famigliola, le margherite, le violette, gli amici scoiattoli, sono già al lavoro. Cominciano a sollevare le cartacce gettate a terra dai visitatori per riporle nei cestini. Arriva in aiuto anche qualche uccellino e gli insetti del giardino.

Nel mentre, passa un gruppo di alunni accompagnati dalle loro maestre. Un piccolo nota la scena, indicando il funghetto e i suoi compagni al lavoro.

«Guardate là!» urla.

Dopo un primo momento di stupore, tutti comprendono ciò che è successo nel giardino.

«Non possiamo lasciarli soli, anche noi dobbiamo contribuire alla salvaguardia dell’ambiente» dice un bambino con in testa un ciuffetto sbarazzino.

«Dobbiamo imparare a rispettare la natura!» esclama convinta una bimbetta con gli occhi azzurri.

In un attimo, le maestre e i bimbi sono all’interno del parco, ed insieme a Cinello, iniziano a ripulire il prato dalle tante cartacce. Vengono poi sistemati un paio di cartelli sui quali i piccoli hanno scritto: “SI PREGA DI TENERE PULITO E RISPETTARE L’ AMBIENTE”.

«Grazie amici, siete stati fantastici» esclama il funghetto.

Ora il giardino è finalmente in ordine. Cinello sorride, è felice.

Ah! Per fortuna gli adulti possono contare sull’aiuto dei bambini.

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Filastrocche sulla musica 🎼


Cosa c’è di più musicale di una filastrocca?!

Queste filastrocche per bambini sono tutte dedicate al meraviglioso mondo della musica, un mondo che è fatto di sogni, di movimento, salti e tanta felicità! La musica non dovrebbe mai mancare durante le nostre giornate.

Quindi Lulù ha scritto per tutti noi queste stupende filastrocche, per dare a tutti un sorriso e anche qualche spunto su cui riflettere.


La filastrocca delle note musicali 🎶

Siamo sette sorelline,
siamo piccole e carine,
però non ci assomigliamo
ma sempre vicine stiamo.

Ognuna di noi ha un nome diverso,
ma tutte assieme andiamo a tempo,
ci vogliamo un gran bene
e cantiamo sempre insieme.

Il Do è un grande brontolone
ma ci fa ridere a crepacuore
e se dal Re dobbiamo andare,
vestiti a festa dobbiamo stare.

Il Mi ci accompagna sempre,
è un po’ furbetto ma è molto presente,
ha come amico il grande Fa
che è molto serio e arie non si dà.

E quando arriva il Sol da solo
si unisce a lui per fare un bel suono.
Il La è sempre triste e si sente solo
e tutti gli altri lo consolano.

Egli si appoggia molto al Si,
questi è più alto e sta bene così.

Ora un riepilogo dobbiamo fare,
di tutte noi sette non ci scordare
e se vuoi anche intonar una canzone
noi ti aiutiamo, a tutte le ore.

Siamo Do Re Mi Fa Sol La Si
siamo sorelle oggi e ogni dì!

Il giovane ballerino 🕺

Al piccolo Tommy piaceva ballare
e in tante occasioni lo poteva fare,
che fosse in casa o nel giardino
o nel negozio del suo vicino.

Per lui non c’era cosa più grande,
per lui ballare era troppo importante,
i suoi piedini si muovevano tanto
e i suoi salti erano un incanto.

Sì, i suoi modi eran forse aggraziati
e i suoi vestiti spesso attillati,
ma non ci poteva proprio far niente
e non importa se non piaceva alla gente.

Veniva però spesso umiliato
dai suoi amici che giocavan nel prato,
correvano sempre dietro a un pallone,
per loro non c’era gioco migliore.

Lui non amava mai giudicare,
per loro era bello poter giocare
tutti assieme, oppure rivali
e ricever applausi a piene mani.

Invece ai suoi amici non era gradito
il suo modo di fare, non concepito,
ma la natura a volte è un po’ strana
oggi c’è il sole o piove per una settimana.

Egli sapeva quel che voleva
e il ballo nel suo cuore ardeva,
no, non riusciva a vedere il domani.
l’importante era l’oggi e non i giorni lontani.

Sapeva solo che la vita è grandiosa
e lo appassionava molto ogni cosa,
che fosse un fiore oppure un bambino
o un uccellino nel suo giardino.

Sapeva che amare è molto importante
e di risorse ne aveva tante,
ma non intuiva a chi avrebbe dato il suo cuore
che era pieno, zeppo d’amore.

Io sono così, che ti piaccia o no
ma se mi ami il mio cuore ti do.
E nei miei sogni balleremo insieme,
noi due da soli ma per sempre insieme.

Copyright dei Testi © Lulù Barabino


Chi sono

Lulù - fabulinis.com

Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

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Carlo impara a non arrabbiarsi 😡


Come mai Carlo si arrabbia sempre!?

Carlo si arrabbia per tutto, per la colazione troppo calda fatta dalla mamma, per gli amici che secondo lui non sanno giocare a pallone, per i sassi che gli entrano nelle scarpe ecc. ecc. senza mai godersi la vita per quella che è. Ma ci penserà un fiore a fargli cambiare punto di vista… vediamo come.

Carlo impara a non arrabbiarsi 😡


C’era un tempo, al posto dei grandi edifici e delle strade trafficate, una bella e tranquilla campagna adornata da tanti fiori selvatici che ne profumavano l’aria; qui abitava Carlo, un ragazzino che, nonostante avesse per sé tanti docili animali, amici con cui giocare e la fortuna di vivere in quell’incantevole paesaggio bucolico, non riusciva mai ad arrivare a sera senza che qualcuno l’avesse fatto arrabbiare.

Sorse alto il sole in una mattina dal cielo limpido, e baciò tutti i terreni del paesino e infine un raggio, attraverso la finestra, carezzò il volto di Carlo, che piano aprì gli occhi.

Carlo, ancora un po’ intontito, si alzò e si diresse in cucina, dove la sua mamma gli servì la colazione.

“Questo latte scotta, non posso mica berlo!”, esclamò Carlo infastidito.
“Potresti soffiarci un po’ su. O più semplicemente, aspettare che si raffreddi”, gli rispose pacatamente la mamma, che ai capricci di Carlo ormai era abituata.

Ma Carlo non ne volle sapere nulla di aspettare, poiché fermamente convinto che la mamma avrebbe dovuto essere meno sbadata e preparare il latte come piace a lui. Così, con la sua lingua troppo lunga e ora anche bruciata, andò a prepararsi per uscire a giocare.

Durante la sua passeggiata, un cane che giocava in un laghetto, si scosse l’acqua da dosso e schizzò accidentalmente Carlo.

“Che cane stupido!”, ancora una volta, il ragazzino s’innervosì.

Queste cose accadevano proprio sempre a lui che non aveva nessuna colpa, e non ci volle molto prima che la prossima seccatura lo raggiungesse: una volta arrivato dai suoi amici iniziò a giocare con loro a calcio, ma Luca, con un tiro sbagliato, fece finire la palla accidentalmente in testa a Carlo.

“Hai idea di quanto mi sarei potuto far male se l’avessi tirata più forte?”
“Mi dispiace, non l’ho fatto apposta!” Provava a giustificarsi mortificato Luca.
“Se hai una mira così pessima, forse non dovresti proprio giocare col pallone!” Continuava Carlo, infuriato.

Luca provò a farsi perdonare, ma Carlo ormai non ne poteva più, non riusciva mai a trascorrere tranquillamente la sua giornata.

Anche nelle ore successive continuava a sembrargli che tutto gli si ritorcesse contro; durante il tragitto di ritorno un sassolino gli entrò nella scarpa, il vento gli spettinò i capelli, e stava perfino inciampando su un gradino.

“Stupido sasso, stupido vento e stupido gradino!” Carlo ancora non capiva cosa avesse fatto di male per meritarsele tutte.

Carlo tornò a casa spazientito, e inoltre non gradì nemmeno il pranzo: la mamma si ostinava a preparare le verdure, ma lui non le voleva proprio assaggiare.

Carlo riposò, e una volta alzatosi la rabbia per la sua sventurata mattinata era ormai sbollita, ed era deciso, una volta per tutte, ad arrivare al letto col sorriso. Dunque Carlo mise in atto una serie di precauzioni: disse alla mamma cosa avrebbe voluto mangiare a cena, indossò un impermeabile per non bagnarsi o sporcare i propri abiti, un casco per prevenire le pallonate maldestre di Luca e scarpe ben chiuse per evitare che qualche sassolino vi s’intrufolasse all’interno. In più, camminava guardando con la massima attenzione dove metteva i piedi, per evitare di inciampare.

Una volta arrivato dai suoi amici, tutti risero di come Carlo si fosse conciato, ma appena videro che ciò lo stava facendo infuriare per l’ennesima volta, decisero di assecondarlo per evitare inutili litigi.

Carlo, ben protetto, iniziò a giocare con gli altri bambini, ma dopo un po’ dovette fermarsi: faceva troppo caldo per l’impermeabile, il casco era ingombrante e scomodo, le scarpe gli stavano strette e, nel timore d’inciampare, non correva.

Ormai annoiato, Carlo andò via.

Calava uno spettacolare tramonto, ma Carlo non lo notò perché percorreva la strada verso casa a testa bassa e sconsolato, nulla riusciva a distrarlo dal pensare a tutto ciò che lo infastidiva, nemmeno quel bel quadro che i colori della natura stavano dipingendo sulle strade che percorreva.

La spina di una rosa graffiò la caviglia di Carlo, lì dove il suo impermeabile non arrivava.

“Stupida rosa!” Disse Carlo, con tono rassegnato, in quanto aveva constatato accettato di essere un bambino sfortunato.
“Stupida io?” Parlò con voce dolce la rosa. “Potrò non avere occhi e orecchie come le tue ma ci sento, e soprattutto, vedo più di te”

Carlo rimase stupido, ma incuriosito e anche un po’ scettico, si voltò e chiese alla rosa:

“Tu non hai occhi, come potresti vederci meglio di me?” chiese con aria di sfida.
“Sono più saggia di te.” Rispose fieramente la regina dei fiori.
“Io resto qui a testa alta, e accolgo tutto ciò che il cielo mi offre. Lascio che il sole mi scaldi e che la pioggia mi bagni, così ho imparato ad apprezzare il loro ciclico alternarsi e a giovare di entrambi, crescendo forte e bella” continuò la rosa.
“Ma io non ho bisogno ne di bagnarmi ne della luce del sole, non sono un fiore!” Disse un po’ deluso Carlo.
“Certo, ma ti sforzi tanto nel creare tua pace, non sarebbe più facile accettare che gli eventi indesiderate, che tu lo voglia o meno, a volte accadono? E se ti concentri solo su questi aspetti, non ammirerai mai ciò che invece di bello ti viene offerto, hai mai pensato a quanto sei fortunato per la tua mamma, i tuoi amici e l’incanto che ti circonda?

Carlo rimase in silenzio. Guardò il cielo, la rosa, e rimase a pensare.
“Dinanzi a ciò che ti ferisce, la pazienza e l’ottimismo sono disarmanti, e i tuoi problemi così non potranno farti alcun male se non farti crescere più forte, senza che tu abbia bisogno di ripararti tanto” disse per l’ultima volta la rosa, addormentandosi al primo accenno di luna.
Carlo percorse la strada di casa guardando ammaliato ciò che aveva intorno, salì di freneticamente i gradini e baciò la mamma, mangiò con gusto e infine andò a dormire col sorriso, nel suo letto che gli parve per la prima volta il più comodo del mondo.

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Laura per aver condiviso con tutti noi questa fiaba, afficace per tutti quei bambini che molto spesso si arrabbiano per un non nulla.


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La mensola vuota 🤖


Come mai la mensola dei giocattoli è vuota!?

Marco appena vede la mensola dei suoi giocattoli improvvisamente vuota, si preoccupa, ma poi capisce che, con i suoi giocattoli, può far felice chi è meno fortunato di lui.
Questa deliziosa fiaba ce l’ha inviata la piccola Miriam di 6 anni, che l’ha scritta ispirandosi a come Silvia racconta le storie nei suoi video ❤

La mensola vuota


Cosa fa Marco Appena vede la mensola vuota?
Vediamo cosa succede in questa storia.
Ciao sono Miriam e oggi vi racconto questa storia la mensola vuota.
Marco era un bambino che aveva sempre la mensola piena di giocattoli. Un giorno mentre andava a scuola e studiava e studiava e studiava appena entrato nella sua stanza ha visto la mensola vuota e disse:
– Vediamo cosa dice mia mamma, perché c’è questa mensola vuota?
la mamma disse:
– Perché tu hai troppi giocattoli così li ho messi tutti uno scatolone e li do’ ai poveri.
Marco si decise che i giocattoli non li voleva mettere tutti là dentro in quello scatolone, soprattutto quelli preferiti. No no e no non voleva assolutamente.
Così la mamma disse:
– I giocattoli che non ti piacciono più come quelli per neonati li dai ai poveri.
Così Marco ha deciso di darli ai poveri.
– Questo per te amico povero, e questo amico per te.
Così ha fatto Marco fino a quando ha avuto una moglie e la moglie ha avuto il figlio.
Vi è piaciuta questa fiaba? Allora iscrivetevi al sito di Silvia e William ciaoooo

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia la piccola Miriam per aver condiviso con tutti noi questa fiaba, semplice ma molto profonda nel significato.


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Filastrocche sulla primavera 🌼


Le filastrocche che profumano di sole e prati fioriti.

Queste divertenti filastrocche ispirate alla primavera e tutto quello che ci ruota attorno, vi terranno compagnia fino all’arrivo dell’estate. Ma ora godetevi la dolcezza e la poesia delle simpatiche filastrocche di Lulù.


La primavera e l’inverno 🌼⛄

La primavera è una bella signora
con tante collane e una corona
fatta di semi e tanti fiori
una miriade di svariati colori.

Arriva correndo in compagnia
del sole e del vento, in armonia.
Vuole portare tanta allegria
mentre l’inverno deve andar via.

Le passa davanti un bel ragazzino
che sta correndo col suo motorino
Ha anche il casco, è molto eccitato
e sta correndo lungo un fossato.

Vede passare una coppietta
lui che va piano ma lei che va in fretta.
Un picnic vogliono fare
poi mettersi a l sole a crogiolare.

Incontra una donna con un cagnolino
che gioca a palla nel suo giardino.
Tutti vorrebbero poter uscire
e il calor sul corpo sentire.

Ma qualcuno non è fortunato
ed è in casa molto ammalato.
Il signor inverno se ne deve andare
per molto tempo a riposare.

Lei è molto amica del caro inverno,
lui è un vecchio ed ha il cappello,
la barba bianca come la neve
e il suo passo è proprio greve.

Egli ama la bella signora
dai lunghi capelli e una bella chioma,
dalla risata accattivante
che lo fa “sciogliere” sempre all’istante.

Fece di tutto per non andar via,
voleva stare in sua compagnia.
Ecco, diciamo che è innamorato
della fanciulla che gli toglie il fiato.

Ma egli ben sa che non deve sperare,
è troppo vecchio, si deve rassegnare.
Per la primavera egli è un caro fratello,
anche se in fondo una volta era bello.

Ma non ci vuole proprio pensare
È giunta l’ora, lo deve salutare!

Maggio 🌞

Eccoci a Maggio, il mese del sole,
di verdi prati per far capriole.
I fiori sono di tanti colori,
per tutti i gusti e tutti i cuori.

Il vento intenso fa dondolare
le fronde degli alberi, lo senti arrivare…
I nidi sui rami stan quasi cadendo
mentre le uova si stanno schiudendo.

La primavera è proprio strana,
un po’ caldo e freddo nella stessa settimana.
Se c’è il sole si sta bene fuori
ma con le nuvole mettiamo i maglioni.

Se poi piove è tutto un pantano,
le rane nei fossi si danno la mano.
Si danno la mano per far un girotondo,
per loro la pioggia è la fine del mondo!

Ma adesso che vi ho parecchio annoiata
con una filastrocca non proprio azzeccata,
auguro a tutti una bella giornata.
Col sole o con il vento la primavera è arrivata!

La farfalla innamorata 🦋

Volteggia leggera,
si posa su un fiore
e hanno quasi
lo stesso colore.

Sbatte le ali,
vuol corteggiare
quell’esile fiore,
ha bisogno di amare!

Il fiore la osserva
e la sente pesare
sull’esile stelo
“Ma se ne vuole andare?

Ero felice,
mi godevo il sole
e questa farfalla
quasi marrone

mi sa che non mi vuole
proprio lasciare,
ma ha capito
che non c’è niente da fare?

Lei è una farfalla
io sono un fiore
e tra noi due
non può sbocciare l’amore.

Posso darle riparo,
farla riposare,
ma non c’è altro
che io possa fare!”

La farfallina
allora ha capito,
il piccolo fiore
può esser solo suo amico.

No, non si può accontentare,
lei cerca l’amore
che lui non può dare.

Con molta tristezza
e un velo nel cuore
riprende il suo viaggio
in cerca d’amore!

La natura incontrollata ⛈

C’era il sole lassù nel cielo
anche se questi non era sereno,
dall’altra parte c’era la luna
la sua presenza era inopportuna.

Ecco di corsa arrivare le stelle
erano tante ed erano belle.
Facevano però una confusione
in un contesto senza ragione.

Ma cosa stava succedendo nel cielo,
era sereno o pioveva davvero?
E come mai la neve imbiancava
quel terreno che la gente lavorava?

Passarono insieme moltissimi uccelli,
alcuni brutti alcuni belli.
Non si capiva proprio più niente,
c’era qualcosa di imminente.

Era sbagliata la confusione
che c’era in cielo, non c’era ragione.
Ognuno lassù era fuori posto,
se c’era la luna il sole è nascosto
e se pioveva non c’eran le stelle,
sembrava che ognuno fosse ribelle.

Ecco era marzo, il pazzerello,
quello del sole e dell’ombrello,
quello che a volte fa nevicare
e il raccolto danneggiare.

Era arrivata la primavera
e sulla terra ognuno spera,
in belle giornate di sole o di pioggia
solo così la natura s’invoglia
di dare frutti, un buon raccolto,
le camminate quando il sole è già sorto.

Allora il Signore lassù nel cielo
si diede da fare e in un baleno
tutto fu bene sistemato
e il Signore tirò di fiato!

Il trattore verde pisello 🚜

Ho visto un trattore
sfrecciare lontano.
andava veloce
però contromano.

Il suo colore
era verde pisello
disegnato sul cofano
un bel pipistrello.

Correva per strada
e infine nei prati
e i miei occhi
eran incantati.

Volevo salire
sul grande trattore,
volevo guidare
a tutte le ore.

Di giorno, di notte
non era importante
bastava guidare
per sentirmi grande.

Mi avvicinai
allora pianino,
guardai su in alto,
ero proprio piccino!

Chi lo guidava
era un gran omaccione,
mi diede uno sguardo
mi fece terrore.

Tornai allora a casa,
presi i miei giochi
e ve lo assicuro,
non erano pochi.

Presi il trenino,
le mie macchinine
e il mio trattorino
con le ruote piccine.

Avevo anch’io
la mia fattoria
con tanti animali
e chiesi alla zia:

“Ti prego, giochiamo
io prendo il trattore,
le mucche, le pecore
il vecchio furgone.”

Giocammo insieme
per tantissime ore.
Da grande, sicuro
avrei fatto il fattore!

Copyright dei Testi © Lulù Barabino


Chi sono

Lulù - fabulinis.com

Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

www.tiraccontounastoriablog.com


filastrocche sui nonni 👵🧓


Le filastrocche che parlano dei nostri amati nonni.

Queste filastrocche per bambini parlano di una delle figure tra le più importanti per i nostri piccoli: la nonna. Le nonne sono incredibili ed a volte indispensabili, e non si pensa mai a quanti sacrifici facciano ogni giorno. Ma a loro basta solo un sorriso dei loro nipotini che gli si riempie il cuore di gioia.
Potrebbe essere un bel pensiero dedicarglene una proprio per la festa dei nonni!
Queste filastrocche le ha scritta Lulù, forse descrivendo un po’ di sè e delle sue giornate piene di cose da fare.


La nonnina instancabile 👵

Ahimè la schiena della nonnina,
quando ti prende la mattina,
scende le scale con un fardello
che non è proprio leggerello.

Ma le nonnine questo san fare
e non si posson lamentare
e non si debbono nemmeno ammalare,
sennò i nipotini chi li può guardare?

Ogni mattina al levar del sole,
ben riposata o di malumore,
la calda casa deve lasciare
e con qualsiasi tempo se ne deve andare.

Varca la soglia di quella dimora,
non fa rumore perché dormono ancora.
No, non si debbono ancora svegliare
i due tesori che vuole abbracciare.

In quella casa, che non le appartiene,
ci sono ricordi e mille atmosfere,
tanti giocattoli con cui giocare
e tante foto da ammirare.

Ora le deve proprio svegliare,
i loro sogni devon lasciare.
È giunta l’ora di dare il buongiorno
e salutare il nuovo giorno.

La nonna è come un fiore 🌼

Una nonna è come un fiore
appassisce ma non muore,
i suoi petali cadranno
ma nel cuore resteranno.

Il ricordo del bel fiore
resta impresso dentro il cuore
dei nipoti e dei figlioli,
non saranno mai da soli.

Se un canto sentiranno
a una frase assoceranno,
un disegno o una foto
riempiranno il loro vuoto.

E la sera, mentre scende
un silenzio che ti prende,
verso il cielo guarderanno
solo allora capiranno.

Quella luce tanto strana
dalla forma quasi umana,
la potran sempre guardare
senza gli occhi abbagliare.

Quella luce non è un errore,
se la guardi dà calore,
nella notte che verrà
sul loro sonno veglierà.

Ora dormi bel tesoro,
fai la nanna perché coloro
che per sempre ti ameranno,
mai e poi mai ti lasceranno!

Copyright dei Testi © Lulù Barabino


Chi sono

Lulù - fabulinis.com

Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

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Filastrocche sulla Pasqua 🐇🐣


Le filastrocche di Pasqua divertenti e simpatiche.

Questa filastrocca per bambini è ispirata ad uno dei momenti più golosi dell’anno, quello di Pasqua, dove le uova di cioccolato riempiono di allegria e colore le nostre case, e fanno felici i bambini.
Questa filastrocca l’ha scritte Lulù, con la sua solita leggerezza e simpatia.


L’uovo di cioccolato con sorpresa 🥚

Sopra un uovo di cioccolato
un uccellino si era posato,
non si capiva cosa volesse fare
e intanto lui cominciò a beccare.

Passò li vicino un bel bambino
e vide l’uovo con su l’uccellino,
non riusciva proprio a capire
da dove quell’uovo potesse venire.

No, non gli era mai capitato
di vedere un uovo di cioccolato
con sopra la mamma che lo covava:
che cosa strana che gli capitava!

Andò dai suoi amici a raccontare
e tutti insieme magari sperare
in un qualcosa di eccezionale,
tutti i giornali ne potevan parlare.

Chissà cosa si poteva trovare
dentro quell’uovo, non tanto normale.
A bocca aperta stettero a guardare
mentre l’uccello continuava a beccare.

Oh, che bel botto, ecco, si è rotto,
ma dentro, ahimè, c’era un fagotto
con dentro un sacchetto di palline,
erano tante, tutte piccine.

Un po’ delusi ma ugualmente contenti
se le spartirono, erano venti,
quello che avevan a lungo sperato
in un momento si era dileguato.

Copyright dei Testi © Lulù Barabino


Chi sono

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Cenerentola 👠


Cenerentola, grazie al magico aiuto della fata madrina, parteciperà al gran ballo indetto dal Principe, e perdendo una scarpetta di cristallo riuscirà a coronare il suo sogno!

Le origini di Cenerentola si perdono nella notte dei tempi, la prima versione moderna però è di Giambattista Basile col titolo di La gatta Cenerentola, poi verranno Charles Perrault, i fratelli Grimm ed infine Walt Disney col suo famoso cartone animato del 1950, che ci ha regalato Cenerentola per come la conosciamo oggi e di cui nel 2015 è stato realizzato anche un film. Noi di fabulinis abbiamo creato la nostra versione adatta anche ai bambini più piccoli, speriamo tanto che vi piaccia!

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba di Cenerentola:

Cenerentola 👠 storia completa


C’era una volta una ragazza di nome Lucrezia, ma da tutti veniva ormai chiamata Cenerentola…
Dovete infatti sapere che Cenerentola era stata una bimba molto sfortunata, crebbe senza la mamma fin da quando era molto piccola. Il caro papà per cercare di darle una figura materna sposò una vedova, anche lei con due figlie, con le quali era sempre dolce e benevola, ma si rivelò poi molto severa e ingiusta con Cenerentola.

Il padre cercava sempre di rincuorarla, ma ahimè anche lui poco dopo morì di malattia. E così Cenerentola si ritrovò sola, ma grazie al sorriso del papà che portava sempre nel cuore rimaneva sempre allegra e sorridente.
La matrigna iniziò a trattarla sempre peggio, le faceva fare tutte le faccende domestiche e i lavori più pesanti facendosi servire come se fosse una gran signora. Mentre le sorellastre le facevano ogni tipo di scherzo, visto che erano invidiose della sua naturale bellezza.

Così la sera, stanca ed esausta, Cenerentola si rintanava in un angolo della casa, vicino al caminetto acceso e caldo.
Proprio dal tempo passato vicino al caminetto, sporcandosi i vestiti con la cenere, le sorellastre presero a chiamarla col nomignolo di Cenerentola. Ma a lei non importava, aveva infatti scoperto che dietro al camino c’era la tana di alcuni piccoli topolini che le tenevano compagnia e la rallegravano nei momenti di sconforto.

Un giorno però nel paese accadde un fatto davvero straordinario. Dal castello arrivò un messaggero del Re che proclamò:
“Il figlio del re, il Principe erede al trono, ha indetto un gran ballo nelle sale reali a cui sono invitate tutte le ragazze del regno in età da marito!”

Quando la matrigna lo venne a sapere prese le sue due figlie e iniziò a prepararle come principesse per il gran ballo.
Cenerentola, che stava correndo a destra e sinistra per obbedire agli ordini delle tre donne, sognava ad occhi aperti di quanto sarebbe stato bello poter partecipare a quel gran ballo.

Così prese coraggio e disse alla matrigna:
– Voglio anche io partecipare al ballo! L’invito è aperto a tutte le ragazze del regno in età da marito…
La matrigna e le sue sorellastre, guardandola tutta impolverata e vestita di stracci, si misero a ridere.
– Come pensi di presentarti al castello? Vestita di stracci sporchi?! – e se ne andò via facendole capire che non c’era nessuna possibilità che lei partecipasse al ballo.

Così arrivò la sera del ballo, Cenerentola vide la matrigna e le sorellastre prepararsi, vestirsi con abiti meravigliosi e indossare splendidi gioielli. Aspettò che uscissero di casa, e una volta che si furono allontanate corse a piangere disperata nell’angolino vicino al camino.
I topini suoi amici uscirono dalla tana e cercarono di consolarla strofinando il loro musetto contro le guance bagnate dalle lacrime di Cenerentola.

Le sue lacrime erano così tante che caddero per terra, sopra un piccolo mucchietto di cenere. Ma da quel mucchietto di cenere accadde una cosa inaspettata, piano piano come per magia, una piccola luce iniziò a brillare sempre più forte, finché davanti a Cenerentola non si materializzò una fata!
– Su non fare così piccola Cenerentola mia… – disse la fata Madrina.
– Chi ha parlato!? – esclamò Cenerentola che aveva ancora gli occhi pieni di lacrime e non riusciva a vederci bene.
– Sono io, la tua fata Madrina, e vedrai che adesso sistemeremo un po’ di cose…
– La mia fata Madrina… ? – chiese stupita Cenerentola – … e cosa dovremmo sistemare?
– Beh, tanto per iniziare, ti piacerebbe partecipare al gran ballo di stasera?
– Ma certo! Mi piacerebbe tanto… – rispose Cenerentola che si stava ancora asciugando le lacrime col dorso delle mani – … ma come faccio? Non ho neppure un abito da sera…
– Di questo non ti devi preoccupare, piuttosto portami una zucca e raduna qui i tuoi amici topolini.
– Una zucca? – chiese sorpresa Cenerentola, ma senza chiederle il perché si precipitò nell’orto a prenderne una bella tonda e gliela portò.

Così, la fata Madrina di fronte agli occhi stupefatti di Cenerentola, pronunciò una formula magica e trasformò la zucca in una splendida carrozza, e i topolini in magnifici cavalli bianchi che la trainavano.
Cenerentola rimase a bocca aperta, e non riusciva a pronunciare nemmeno una parola per la meraviglia.

– E ora veniamo a te, mia bella fanciulla – disse la fata che in un colpo di bacchetta magica trasformò l’abito fatto di stracci di Cenerentola in un magnifico vestito da sera color bianco perla, degno di una regina.
– Ma… ma… ma è stupendo! – balbettava Cenerentola – come posso ringraziarti fata Madrina!?
La fata sorrise e disse:
– Piuttosto, ti mancano ancora delle scarpette, degne di questi piedini così piccoli e graziosi – e così ai piedi di Cenerentola comparvero delle magnifiche scarpette di cristallo che le calzavano alla perfezione.

Ora Cenerentola sembrava veramente una principessa.
– E ora vai, corri al ballo ma ricorda solo una cosa, la più importante: questa magia durerà solo fino a mezzanotte, entro il dodicesimo rintocco del campanile tutto ciò che ho fatto sparirà! La carrozza tornerà zucca, i cavalli topolini e il tuo vestito sarà di nuovo di stracci!


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Cenerentola, che ancora non credeva a quello che le stava succedendo, non se lo fece ripetere due volte, salì sulla carrozza e partì per il castello.
Al castello era tutto un susseguirsi di musiche e danze, e Cenerentola fu ricevuta con gli omaggi che si fanno ad una principessa.
Le persone presenti al gran ballo iniziarono a chiedersi da dove mai venisse quella fanciulla così bella ma di cui nessuno sapeva il nome.
Il Principe aveva promesso un ballo a tutte le ragazze presenti, ma quando finalmente fu il turno di Cenerentola, non volle più ballare con nessun’altra.

Tutte le altre ragazze diventarono verdi d’invidia, comprese la matrigna e le sorellastre di Cenerentola.
Così il Principe e Cenerentola continuarono a ballare per tutta la serata, tanto che lei si scordò del del tempo che passava…
Ma ci pensò il campanile a ricordarle che ormai era giunta la mezzanotte, e la campana iniziò a fare i primi rintocchi.
Cenerentola fu presa dal panico.

– Mi scusi sua maestà, ma io ora devo proprio andare… – si congedò frettolosamente dal Principe che non capiva il perché di una fuga così improvvisa, così decise di rincorrerla.
Cenerentola correva veloce, ma mentre scendeva la scalinata che portava alla carrozza perse una delle scarpette di cristallo. Fece per voltarsi a riprenderla, ma mancava ancora un solo rintocco di campana e tutta la magia sarebbe svanita, e il Principe avrebbe visto chi era in realtà.
Così saltò sulla carrozza e gridò ai cavalli di correre al galoppo verso casa.

Al Principe non rimase altro da fare che raccogliere la scarpetta di cristallo, e vedere la carrozza di quella fanciulla senza nome che si allontanava a tutta velocità.
Non appena dal campanile arrivò il dodicesimo rintocco, la carrozza svanì, i cavalli ritornarono ad essere topolini e Cenerentola tornò ad essere vestita di stracci. Per fortuna erano ormai abbastanza lontani dal castello e nessuno vide nulla, così a Cenerentola toccò fare l’ultimo tratto di strada a piedi, in compagnia dei topolini.

Il giorno dopo la matrigna e le sorellastre erano furenti, avevano saputo che il Principe aveva ordinato alle sue guardie di cercare la splendida fanciulla senza nome. Per essere certi che la fanciulla fosse quella giusta, avrebbero fatto calzare la scarpetta di cristallo per scoprire quella al cui piede avrebbe calzato alla perfezione.
Dopo qualche giorno dunque le guardie bussarono anche alla porta della casa di cenerentola.
– Vai a nasconderti subito nell’orto – disse la matrigna a Cenerentola – che sennò ci fai fare brutta figura.

Così Cenerentola si mise a fare lavori nell’orto, mentre intanto cercava di origliare cosa stesse succedendo in casa. Ovviamente a nessuna delle due sorellastre, per quanto provassero e riprovassero, la scarpetta di cristallo andava bene.
Così le guardie dopo innumerevoli prove sentenziarono che nessuna delle due era la ragazza del ballo.
Ma quando uscirono di casa, ad una delle guardie cadde l’occhio proprio nell’orto dove stava Cenerentola, e vista la ragazza la chiamarono per farle provare la scarpetta.

– Ma cosa volete far provare la scarpetta a quella ragazza, non vedete che è vestita di stracci? – disse la matrigna quando si accorse delle intenzioni delle guardie – non avrebbe mai potuto partecipare al gran ballo conciata a quel modo!
– Noi abbiamo l’ordine di far provare la scarpetta a tutte le ragazze del regno, nessuna esclusa!
La matrigna dopo quelle parole non ebbe il coraggio di aggiungere nulla.

A Cenerentola batteva forte il cuore, quella era la scarpetta di cristallo che aveva usato al ballo, e il Principe aveva ordinato di cercare per tutto il regno la ragazza che l’aveva indossata!
E questa ragazza era proprio lei!
Mentre la guardia si inchinava per infilarle la scarpetta Cenerentola tremava, e per la paura chiuse gli occhi, finché non sentì la scarpetta perfettamente calzata sul piede e la guardia esclamare a gran voce:
– E’ lei!!!

Cenerentola riaprì gli occhi, la scarpetta era lì sul suo piccolo piedino.
– Non è possibile! – esclamò la matrigna.
– Non è possibile! – ribatterono le due sorellastre.
Le guardie invece chiamarono una carrozza ed invitarono Cenerentola a salirci sopra.
– Sua maestà il Principe la sta aspettando a corte – dissero le guardie facendola salire, e la carrozza partì verso il castello sotto sguardo esterrefatto della matrigna e delle sorellastre.

E così una volta giunta a corte il Principe riconobbe in Cenerentola la bellissima ragazza con cui aveva ballato un’intera sera.
Così le propose di sposarla, Cenerentola felice come non mai accettò, e di lì a poco si sarebbero celebrate le più belle nozze del regno.
E vissero tutti felici e contenti.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Rapunzel (Raperonzolo) 👸💈🤴


Per raggiungere l’amore della vita si scalano torri e si vaga per i deserti…

Rapunzel, meglio conosciuta in italiano come Raperonzolo, è stata scritta dai fratelli Grimm, ma molto probabilmente anche loro si sono ispirati ad alcuni racconti tradizionali dell’epoca, tra cui il mito di Danae (risalente all’antica Grecia) e il racconto “Petrosinella” di Giovan Battista Basile, antecedente di quasi 200 anni l’edizione dei Grimm.
Anche Italo Calvino ne ha fatto una sua versione intitolata “Il Principe Canarino”.
Questa è la versione di fabulinis, buon racconto!

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba di Rapunzel:

Rapunzel 👸💈🤴 storia completa


C’era una volta in un paese lontano lontano una coppia di giovani sposi, che avevano avuto la sfortuna di prender casa all’ombra delle alte mura del giardino di una strega…
I due all’inizio non se ne preoccuparono, anche perché pare che nessuno negli ultimi anni avesse mai visto la Dama Gothel (così si chiamava la strega) e quindi la davano tutti per morta.

Passarono alcuni mesi e i due sposi ebbero la felice notizia di aspettare un bambino. I due erano le persone più felici del mondo, e il marito cercava di soddisfare in tutto e per tutto le “voglie” della moglie, che fossero di cibi particolari o di fiori bellissimi.
Un giorno la donna, passando vicino alle mura della strega, vide da una apertura nel muro che nel giardino vi erano dei bellissimi raperonzoli, i fiori a forma di campanula dal colore violetto, e se ne innamorò.

Così la sera stessa pregò il marito di andare a prenderne un mazzetto per adornare la casa. L’uomo all’inizio ebbe gran paura della strega, ma poi, rassicurato dal fatto che della strega non c’era più traccia già da un bel pezzo, prese coraggio e scavalcò l’alto muro del giardino e colse un bel mazzetto di raperonzoli.

La donna quando vide i fiori fu felicissima, tanto felice che chiese al marito di prenderne un altro mazzetto. Così l’uomo scavalcò di nuovo il muro, ma questa volta dall’altra parte si ritrovò faccia a faccia con la Dama Gothel.
– Cosa ci fai tu qui nel mio giardino?! – gridò la strega.
L’uomo balbettando rispose – Mi scusi… volevo solo raccoglie un mazzetto di fiori di raperonzolo… sa mia moglie aspetta un bambino e a volte ha delle “voglie” incontrollabili…

La strega strinse gli occhi e si avvicinò all’uomo – Così aspettate un bambino eh… Bene! Se volete aver salva la vita mi dovrete consegnare quel bambino non appena nato, lo tratterò come fosse figlio mio, non preoccupatevi…
L’uomo disperato pensò che era meglio salvare la vita del nascituro, anche a costo di darlo in mano ad una strega, piuttosto che morire tutti quella stessa notte.

Così quando dopo qualche mese nacque una bellissima bimba, la Dama Gothel la prese con sé e le diede il nome di Rapunzel.
Rapunzel crebbe tranquilla e spensierata tra le mura del giardino, e i suoi genitori, guardando attraverso una delle aperture nel muro, potevano vedere che stava crescendo bene ed in salute.

Rapunzel ignorava completamente che la Dama Gothel non fosse la sua vera mamma, ma, come da promessa, la strega la trattava bene e non le faceva mancare nulla. Anzi le stava curando gli splendidi capelli in modo da farle crescere una lunga treccia dorata.
Ma un giorno Rapunzel, ormai stanca di vivere dietro quelle alte mura e curiosa di vedere il mondo, cercò di scappare. Ma non ce la fece e la strega accortasi del tentativo, andò su tutte le furie.

La Dama Gothel rinchiuse così Rapunzel in una torre altissima, senza scale per salirci né porte per entrarci.
L’unico modo per salir fin lassù era far calare la lunga treccia di Rapunzel giù per la torre, in modo da usarla come corda per arrampicarsi.
Così ogni giorno la strega passava per la torre e diceva – Rapunzel, cala la tua treccia, che per salir lassù mi serve quella…
E Rapunzel calava la treccia e la strega saliva per darle cibo e da bere.

L’unico modo che aveva Rapunzel per sfogare tutta la sua solitudine e dolore era cantare tristi melodie per tutto il giorno.
Un giorno un principe, passando vicino alla torre per caso, udì quella bellissima voce cantar quelle tristi melodie, e si avvicinò incuriosito.
Vide così che dall’unica finestra della torre era affacciata una bellissima fanciulla.


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Decise di provare a raggiungerla, ma non trovò né porte di entrata né scale per salir sulla torre.
Il principe non si perse d’animo e tornò più e più volte sotto la torre ad ascoltare il canto della dolce ma triste fanciulla.
Finché un giorno il principe, nascosto tra alcune siepi, trovò la Dama Gothel che pronunciava la frase con cui Rapunzel faceva calare la sua lunga e bionda treccia. Vide così qual era l’unico modo con cui si poteva salire fino in cima alla torre.

Aspettò che la strega si allontanasse e dopo poco pronunciò anche lui la frase – Rapunzel, cala la tua treccia, che per salir lassù mi serve quella…
Rapunzel calò la treccia, e lui salì. Quale sorpresa fu per la ragazza vedere il principe invece della Dama Gothel!
Rapunzel all’inizio cercò di gridare per la paura, ma il principe la tranquillizzò, dicendole che era venuto solo per conoscerla e per sapere come mai una così bella fanciulla fosse rinchiusa dentro una così alta torre.

Rapunzel spiegò la sua storia al principe, che dopo averla ascoltata disse:
– Ti salverò io mia bella Rapunzel, troverò un modo per farti fuggire da qui!
– No! – gli rispose la ragazza – se fuggo da qui, sono sicura che la Dama Gothel ci troverà e ci ucciderà entrambi!
Sentendo quelle parole il principe le disse:
– Allora tornerò qui ogni giorno, a farti compagnia.
– Va bene… – disse Rapunzel, che dopo tanta solitudine sentiva il bisogno di aver qualcuno con cui passare del tempo.

Così ogni giorno, per molti giorni, il principe andò a farle compagnia, e la rallegrava con i suoi racconti e le avventure che aveva vissuto girando il mondo.
Piano piano i due si innamorarono.
Ma la cosa non sfuggì alla strega, che vedeva Raperonzolo diventare sempre più felice e cantare melodie sempre più gioiose.
Così un giorno decise di aspettare tutto il giorno sotto la torre, nascosta tra le siepi, per vedere cosa succedeva. Ed infatti vide il principe far calare la treccia e salire su in cima alla torre.

La strega era furente e decise che si sarebbe vendicata.
Aspettò che il principe se ne andasse per tornare da Rapunzel.
– Come mai siete tornata Dama Gothel? – chiese la ragazza.
– Fai pure la finta tonta! – gridò la strega – ma ora io ti punirò!
Con una grossa forbice le taglio la lunga treccia dorata, e con una magia la trasportò in un deserto lontano lontano, da cui non sarebbe mai più potuta tornare.

La Dama Gothel però voleva punire anche il principe, così il giorno dopo aspettò che arrivasse, e quando lui pronunciò la frase “Rapunzel, cala la tua treccia, che per salir lassù mi serve quella… “ la strega calò la treccia tagliata di Rapunzel.
Che sorpresa per il povero principe trovar in cima alla torre la strega invece di Rapunzel!
La Dama Gothel gli disse che non avrebbe mai più rivisto Rapunzel perché l’aveva confinata in uno dei deserti più lontani del mondo.
E vedendo la disperazione sul volto del principe, la strega si mise a ridere e con una magia lo scaraventò giù dalla torre, dove lo aspettavano dei rovi pieni di spine che gli ferirono gli occhi, togliendogli la vista.

Il principe sentiva ancora l’eco delle risa della strega alle sue spalle, ma senza perdersi d’animo decise di andare a cercare Rapunzel, anche in capo al mondo.
Iniziò a vagare per tutti i deserti della terra. Cieco, poteva fidarsi soltanto del suo udito che diventò allenatissimo a riconoscere anche i più piccoli rumori e sussurri.

Finché un giorno, quando ormai stava per perdere la speranza, udì in lontananza un triste canto melodioso…
– E’ lei, è Rapunzel! Non posso sbagliarmi, riconoscerei quella dolce voce in mezzo a mille altre! – gridò il principe, e corse in quella direzione.
Rapunzel sentendo dei passi che correvano nella sua direzione, alzò lo sguardo e, quando riconobbe il suo principe, gli corse incontro.
I due si abbracciarono forte piangendo dalla gioia, e le lacrime di Rapunzel caddero sugli occhi del principe, che come per magia riacquistò la vista.

I due tornarono a casa, titubanti per la paura che la strega potesse far loro ancora del male.
Ma della Dama Gothel nessuno seppe più nulla. Alcuni pensarono che, impazzita dalla rabbia, rimase rinchiusa dentro la torre per il resto dei suoi giorni.
Così Rapunzel ed il principe poterono sposarsi e vivere per sempre felici e contenti.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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La grande diga 🌊


Il pianeta è ammalato, chi riuscirà a salvarlo?

In questa bella fiaba a sfondo ecologico, che Rossana Costantino ha voluto regalare a tutti noi, tutti gli animali riuniti prendono in mano le sorti del nostro pianeta, e decidono di trovare una “cura” ai danni prodotti dalla troppa plastica che ormai rischia di avvelenare tutti noi.

La grande diga 🌊 storia completa


Un giorno i rappresentanti di tutti gli animali del mondo decisero di riunirsi in una assemblea generale: il pianeta si era ammalato, e la malattia si chiamava “plastica”.
Naturalmente la causa della tragedia era la cattiva condotta dell’uomo, storicamente poco attento al rispetto della natura.
A sollevare la questione erano stati i pesci, poi gli uccelli marini, poi gli orsi polari, le foche, e in poco tempo tutte le specie capirono che dovevano lottare insieme per la sopravvivenza.

Un capodoglio che aveva ingerito grosse quantità di plastica, prima di morire, arenato in spiaggia, aveva sussurrato ad un gabbiano: “salvate il mondo”.
L’uccello, con il cuore spezzato, volò per giorni per diffondere il messaggio del povero cetaceo.
Tutti gli animali capirono che era tempo di unire le forze, e dai poli all’equatore ci fu un movimento epocale, alla ricerca di una misura straordinaria.

La plastica era ovunque, in frammenti, in agglomerati, in grosse isole galleggianti, e avanzava, minacciosa, letale.
Molte creature trovarono la morte in mezzo alla plastica: alcune mentre la combattevano, altre, ignare, mangiandola, altre ancora intrappolate nei sacchetti: era la fine.
Ci fu un grande scompiglio tra gli animali più astuti e intelligenti: i delfini cercarono di insegnare alle altre creature acquatiche a riconoscere il pericolo, gli albatros organizzarono squadre di soccorso e sulla terra, i lupi e le volpi, ormai alleati, pianificarono strategie difensive.

Ma non era sufficiente allearsi e combattere: bisognava estirpare il male.
Tutti i rappresentanti, durante l’assemblea generale, avevano proposto una soluzione.
Gli animali di grossa taglia avevano pensato di trasportare la plastica in un’isola deserta, ma anche quella era una soluzione temporanea, perché le maree avrebbero sparpagliato di nuovo l’immondizia in ogni luogo.
I pesci, rischiando la vita, volevano seppellire la plastica negli abissi, ma anche dal fondo sarebbe emersa, tornado a galla minacciosa.

Gli uccelli volevano impiegare la plastica per fare un enorme nido, ma il pericolo era evidente: i piccoli, una volta schiuse le uova, avrebbero mangiato i frammenti, e avrebbero fatto la stessa fine delle altre vittime.
Le povere tartarughe, con il guscio deformato dalle trappole di plastica, avevano proposto di formare una barriera tra la spiaggia e il mare, ma le onde, con il tempo, avrebbero distrutto tutto.
Le scimmie, ormai esperte nel riutilizzo dei rifiuti, avevano proposto di costruire delle città in plastica, ma anche in quel caso, molti animali potevano rimanere soffocati o intrappolati nelle strutture: del resto gli animali non sono esperti in opere ingegneristiche.

In realtà, come osservò un orso bruno attempato, un animale esperto in ingegneria poteva essere coinvolto: il castoro.
I castori non sono animali famosi per la loro astuzia, per cui non si erano pronunciati durante l’assemblea.
Timidi, simpatici e impacciati, i castori avevano già combattuto una guerra infinita contro il bracconaggio: infatti la loro pelliccia è molto pregiata.

Tuttavia i castori non si erano mai lasciati abbattere, e continuavano senza sosta a costruire dighe principalmente per due motivi: per proteggere le loro tane costruite sull’acqua e per difendersi dai predatori, grazie ai fossati che si formano dalla stagnazione dell’acqua intorno alle strutture.
Gli animali presenti in assemblea proposero di costruire le dighe in plastica non solo per formare una protezione efficiente per le tane che ospitano i castori, ma anche per impiegare tutto quel materiale sparso in ogni angolo della terra.

Il più anziano dei castori, convocato urgentemente in assemblea, abbozzò un progetto: formare una specie di stagno grazie a bottiglie e sacchetti di plastica, poi costruire una rete di canali molto fitta per conservare il cibo da consumare nel periodo invernale e infine articolare le vie di fuga e le varie tane.
Per realizzare un progetto così laborioso i castori avrebbero dovuto contare su tutti gli animali: gli elefanti per trasportare tutto il materiale, i pellicani e i cormorani per raccogliere i sacchetti, tutti i roditori per modellare la plastica cercando di non ingerirla, e tanti altri esemplari per coordinare i lavori in tutto il pianeta.

L’assemblea durò per giorni, fino a quando il re, il leone, che fino a quel momento era stato in silenzio, seduto sul trono, malinconico per quanto stava accadendo al regno animale, posò la sua corona e indossò un elmetto da operaio.
Ci fu un grande stupore per quell’insolito gesto, ma poi il leone sorrise, e con il cuore pieno di fiducia pose la sua grossa zampa sulla spalla del vecchio castoro e disse: “che tutti gli animali possano salvare il mondo, e che la diga sia l’opera più importante della storia”.

Passarono di lì alcuni uomini, minacciosi, con un fucile in mano: avevano visto tutti quegli animali e volevano portare a casa dei trofei.
Uno di loro, però, fece un passo indietro vedendo un leone con l’elmetto da operaio in compagnia di un vecchio castoro, e cercò di capire.

Per un uomo non è facile cogliere tanto amore in un solo gesto, riconoscere l’umiltà di un re che ripone la sua fiducia in un goffo roditore con la coda larga e piatta, notare che gli attriti tra creature diverse possono essere messe da parte per qualcosa di tanto importante come la sopravvivenza.

I suoi compagni alzarono il fucile, e allora il leone si mise davanti al castoro, per fare scudo con il suo corpo.
Solo allora gli uomini si fermarono, pronti ad ammirare tanto coraggio.
Faceva caldo, tanto caldo.
Prima di andare via, tirarono fuori dell’acqua dagli zaini, e una volta dissetati, consegnarono le bottiglie di plastica ai castori.

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Rossana Costantino per aver condiviso con tutti noi questa bella fiaba a sfondo ecologico.


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