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Autore: William

La grande diga 🌊


Il pianeta è ammalato, chi riuscirà a salvarlo?

In questa bella fiaba a sfondo ecologico, che Rossana Costantino ha voluto regalare a tutti noi, tutti gli animali riuniti prendono in mano le sorti del nostro pianeta, e decidono di trovare una “cura” ai danni prodotti dalla troppa plastica che ormai rischia di avvelenare tutti noi.

La grande diga 🌊 storia completa


Un giorno i rappresentanti di tutti gli animali del mondo decisero di riunirsi in una assemblea generale: il pianeta si era ammalato, e la malattia si chiamava “plastica”.
Naturalmente la causa della tragedia era la cattiva condotta dell’uomo, storicamente poco attento al rispetto della natura.
A sollevare la questione erano stati i pesci, poi gli uccelli marini, poi gli orsi polari, le foche, e in poco tempo tutte le specie capirono che dovevano lottare insieme per la sopravvivenza.

Un capodoglio che aveva ingerito grosse quantità di plastica, prima di morire, arenato in spiaggia, aveva sussurrato ad un gabbiano: “salvate il mondo”.
L’uccello, con il cuore spezzato, volò per giorni per diffondere il messaggio del povero cetaceo.
Tutti gli animali capirono che era tempo di unire le forze, e dai poli all’equatore ci fu un movimento epocale, alla ricerca di una misura straordinaria.

La plastica era ovunque, in frammenti, in agglomerati, in grosse isole galleggianti, e avanzava, minacciosa, letale.
Molte creature trovarono la morte in mezzo alla plastica: alcune mentre la combattevano, altre, ignare, mangiandola, altre ancora intrappolate nei sacchetti: era la fine.
Ci fu un grande scompiglio tra gli animali più astuti e intelligenti: i delfini cercarono di insegnare alle altre creature acquatiche a riconoscere il pericolo, gli albatros organizzarono squadre di soccorso e sulla terra, i lupi e le volpi, ormai alleati, pianificarono strategie difensive.

Ma non era sufficiente allearsi e combattere: bisognava estirpare il male.
Tutti i rappresentanti, durante l’assemblea generale, avevano proposto una soluzione.
Gli animali di grossa taglia avevano pensato di trasportare la plastica in un’isola deserta, ma anche quella era una soluzione temporanea, perché le maree avrebbero sparpagliato di nuovo l’immondizia in ogni luogo.
I pesci, rischiando la vita, volevano seppellire la plastica negli abissi, ma anche dal fondo sarebbe emersa, tornado a galla minacciosa.

Gli uccelli volevano impiegare la plastica per fare un enorme nido, ma il pericolo era evidente: i piccoli, una volta schiuse le uova, avrebbero mangiato i frammenti, e avrebbero fatto la stessa fine delle altre vittime.
Le povere tartarughe, con il guscio deformato dalle trappole di plastica, avevano proposto di formare una barriera tra la spiaggia e il mare, ma le onde, con il tempo, avrebbero distrutto tutto.
Le scimmie, ormai esperte nel riutilizzo dei rifiuti, avevano proposto di costruire delle città in plastica, ma anche in quel caso, molti animali potevano rimanere soffocati o intrappolati nelle strutture: del resto gli animali non sono esperti in opere ingegneristiche.

In realtà, come osservò un orso bruno attempato, un animale esperto in ingegneria poteva essere coinvolto: il castoro.
I castori non sono animali famosi per la loro astuzia, per cui non si erano pronunciati durante l’assemblea.
Timidi, simpatici e impacciati, i castori avevano già combattuto una guerra infinita contro il bracconaggio: infatti la loro pelliccia è molto pregiata.

Tuttavia i castori non si erano mai lasciati abbattere, e continuavano senza sosta a costruire dighe principalmente per due motivi: per proteggere le loro tane costruite sull’acqua e per difendersi dai predatori, grazie ai fossati che si formano dalla stagnazione dell’acqua intorno alle strutture.
Gli animali presenti in assemblea proposero di costruire le dighe in plastica non solo per formare una protezione efficiente per le tane che ospitano i castori, ma anche per impiegare tutto quel materiale sparso in ogni angolo della terra.

Il più anziano dei castori, convocato urgentemente in assemblea, abbozzò un progetto: formare una specie di stagno grazie a bottiglie e sacchetti di plastica, poi costruire una rete di canali molto fitta per conservare il cibo da consumare nel periodo invernale e infine articolare le vie di fuga e le varie tane.
Per realizzare un progetto così laborioso i castori avrebbero dovuto contare su tutti gli animali: gli elefanti per trasportare tutto il materiale, i pellicani e i cormorani per raccogliere i sacchetti, tutti i roditori per modellare la plastica cercando di non ingerirla, e tanti altri esemplari per coordinare i lavori in tutto il pianeta.

L’assemblea durò per giorni, fino a quando il re, il leone, che fino a quel momento era stato in silenzio, seduto sul trono, malinconico per quanto stava accadendo al regno animale, posò la sua corona e indossò un elmetto da operaio.
Ci fu un grande stupore per quell’insolito gesto, ma poi il leone sorrise, e con il cuore pieno di fiducia pose la sua grossa zampa sulla spalla del vecchio castoro e disse: “che tutti gli animali possano salvare il mondo, e che la diga sia l’opera più importante della storia”.

Passarono di lì alcuni uomini, minacciosi, con un fucile in mano: avevano visto tutti quegli animali e volevano portare a casa dei trofei.
Uno di loro, però, fece un passo indietro vedendo un leone con l’elmetto da operaio in compagnia di un vecchio castoro, e cercò di capire.

Per un uomo non è facile cogliere tanto amore in un solo gesto, riconoscere l’umiltà di un re che ripone la sua fiducia in un goffo roditore con la coda larga e piatta, notare che gli attriti tra creature diverse possono essere messe da parte per qualcosa di tanto importante come la sopravvivenza.

I suoi compagni alzarono il fucile, e allora il leone si mise davanti al castoro, per fare scudo con il suo corpo.
Solo allora gli uomini si fermarono, pronti ad ammirare tanto coraggio.
Faceva caldo, tanto caldo.
Prima di andare via, tirarono fuori dell’acqua dagli zaini, e una volta dissetati, consegnarono le bottiglie di plastica ai castori.

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Rossana Costantino per aver condiviso con tutti noi questa bella fiaba a sfondo ecologico.


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Rapunzel 👸💈🤴


Per raggiungere l’amore della vita si scalano torri e si vaga per i deserti…

Rapunzel, meglio conosciuta in italiano come Raperonzolo, è stata scritta dai fratelli Grimm, ma molto probabilmente anche loro si sono ispirati ad alcuni racconti tradizionali dell’epoca, tra cui il mito di Danae (risalente all’antica Grecia) e il racconto “Petrosinella” di Giovan Battista Basile, antecedente di quasi 200 anni l’edizione dei Grimm.
Anche Italo Calvino ne ha fatto una sua versione intitolata “Il Principe Canarino”.
Questa è la versione di fabulinis, buon racconto!

Rapunzel 👸💈🤴 storia completa


C’era una volta in un paese lontano lontano una coppia di giovani sposi, che avevano avuto la sfortuna di prender casa all’ombra delle alte mura del giardino di una strega…
I due all’inizio non se ne preoccuparono, anche perché pare che nessuno negli ultimi anni avesse mai visto la Dama Gothel (così si chiamava la strega) e quindi la davano tutti per morta.

Passarono alcuni mesi e i due sposi ebbero la felice notizia di aspettare un bambino. I due erano le persone più felici del mondo, e il marito cercava di soddisfare in tutto e per tutto le “voglie” della moglie, che fossero di cibi particolari o di fiori bellissimi.
Un giorno la donna, passando vicino alle mura della strega, vide da una apertura nel muro che nel giardino vi erano dei bellissimi raperonzoli, i fiori a forma di campanula dal colore violetto, e se ne innamorò.

Così la sera stessa pregò il marito di andare a prenderne un mazzetto per adornare la casa. L’uomo all’inizio ebbe gran paura della strega, ma poi, rassicurato dal fatto che della strega non c’era più traccia già da un bel pezzo, prese coraggio e scavalcò l’alto muro del giardino e colse un bel mazzetto di raperonzoli.

La donna quando vide i fiori fu felicissima, tanto felice che chiese al marito di prenderne un altro mazzetto. Così l’uomo scavalcò di nuovo il muro, ma questa volta dall’altra parte si ritrovò faccia a faccia con la Dama Gothel.
– Cosa ci fai tu qui nel mio giardino?! – gridò la strega.
L’uomo balbettando rispose – Mi scusi… volevo solo raccoglie un mazzetto di fiori di raperonzolo… sa mia moglie aspetta un bambino e a volte ha delle “voglie” incontrollabili…

La strega strinse gli occhi e si avvicinò all’uomo – Così aspettate un bambino eh… Bene! Se volete aver salva la vita mi dovrete consegnare quel bambino non appena nato, lo tratterò come fosse figlio mio, non preoccupatevi…
L’uomo disperato pensò che era meglio salvare la vita del nascituro, anche a costo di darlo in mano ad una strega, piuttosto che morire tutti quella stessa notte.

Così quando dopo qualche mese nacque una bellissima bimba, la Dama Gothel la prese con sé e le diede il nome di Rapunzel.
Rapunzel crebbe tranquilla e spensierata tra le mura del giardino, e i suoi genitori, guardando attraverso una delle aperture nel muro, potevano vedere che stava crescendo bene ed in salute.

Rapunzel ignorava completamente che la Dama Gothel non fosse la sua vera mamma, ma, come da promessa, la strega la trattava bene e non le faceva mancare nulla. Anzi le stava curando gli splendidi capelli in modo da farle crescere una lunga treccia dorata.
Ma un giorno Rapunzel, ormai stanca di vivere dietro quelle alte mura e curiosa di vedere il mondo, cercò di scappare. Ma non ce la fece e la strega accortasi del tentativo, andò su tutte le furie.

La Dama Gothel rinchiuse così Rapunzel in una torre altissima, senza scale per salirci né porte per entrarci.
L’unico modo per salir fin lassù era far calare la lunga treccia di Rapunzel giù per la torre, in modo da usarla come corda per arrampicarsi.
Così ogni giorno la strega passava per la torre e diceva – Rapunzel, cala la tua treccia, che per salir lassù mi serve quella…
E Rapunzel calava la treccia e la strega saliva per darle cibo e da bere.

L’unico modo che aveva Rapunzel per sfogare tutta la sua solitudine e dolore era cantare tristi melodie per tutto il giorno.
Un giorno un principe, passando vicino alla torre per caso, udì quella bellissima voce cantar quelle tristi melodie, e si avvicinò incuriosito.
Vide così che dall’unica finestra della torre era affacciata una bellissima fanciulla.


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Decise di provare a raggiungerla, ma non trovò né porte di entrata né scale per salir sulla torre.
Il principe non si perse d’animo e tornò più e più volte sotto la torre ad ascoltare il canto della dolce ma triste fanciulla.
Finché un giorno il principe, nascosto tra alcune siepi, trovò la Dama Gothel che pronunciava la frase con cui Rapunzel faceva calare la sua lunga e bionda treccia. Vide così qual era l’unico modo con cui si poteva salire fino in cima alla torre.

Aspettò che la strega si allontanasse e dopo poco pronunciò anche lui la frase – Rapunzel, cala la tua treccia, che per salir lassù mi serve quella…
Rapunzel calò la treccia, e lui salì. Quale sorpresa fu per la ragazza vedere il principe invece della Dama Gothel!
Rapunzel all’inizio cercò di gridare per la paura, ma il principe la tranquillizzò, dicendole che era venuto solo per conoscerla e per sapere come mai una così bella fanciulla fosse rinchiusa dentro una così alta torre.

Rapunzel spiegò la sua storia al principe, che dopo averla ascoltata disse:
– Ti salverò io mia bella Rapunzel, troverò un modo per farti fuggire da qui!
– No! – gli rispose la ragazza – se fuggo da qui, sono sicura che la Dama Gothel ci troverà e ci ucciderà entrambi!
Sentendo quelle parole il principe le disse:
– Allora tornerò qui ogni giorno, a farti compagnia.
– Va bene… – disse Rapunzel, che dopo tanta solitudine sentiva il bisogno di aver qualcuno con cui passare del tempo.

Così ogni giorno, per molti giorni, il principe andò a farle compagnia, e la rallegrava con i suoi racconti e le avventure che aveva vissuto girando il mondo.
Piano piano i due si innamorarono.
Ma la cosa non sfuggì alla strega, che vedeva Raperonzolo diventare sempre più felice e cantare melodie sempre più gioiose.
Così un giorno decise di aspettare tutto il giorno sotto la torre, nascosta tra le siepi, per vedere cosa succedeva. Ed infatti vide il principe far calare la treccia e salire su in cima alla torre.

La strega era furente e decise che si sarebbe vendicata.
Aspettò che il principe se ne andasse per tornare da Rapunzel.
– Come mai siete tornata Dama Gothel? – chiese la ragazza.
– Fai pure la finta tonta! – gridò la strega – ma ora io ti punirò!
Con una grossa forbice le taglio la lunga treccia dorata, e con una magia la trasportò in un deserto lontano lontano, da cui non sarebbe mai più potuta tornare.

La Dama Gothel però voleva punire anche il principe, così il giorno dopo aspettò che arrivasse, e quando lui pronunciò la frase “Rapunzel, cala la tua treccia, che per salir lassù mi serve quella… “ la strega calò la treccia tagliata di Rapunzel.
Che sorpresa per il povero principe trovar in cima alla torre la strega invece di Rapunzel!
La Dama Gothel gli disse che non avrebbe mai più rivisto Rapunzel perché l’aveva confinata in uno dei deserti più lontani del mondo.
E vedendo la disperazione sul volto del principe, la strega si mise a ridere e con una magia lo scaraventò giù dalla torre, dove lo aspettavano dei rovi pieni di spine che gli ferirono gli occhi, togliendogli la vista.

Il principe sentiva ancora l’eco delle risa della strega alle sue spalle, ma senza perdersi d’animo decise di andare a cercare Rapunzel, anche in capo al mondo.
Iniziò a vagare per tutti i deserti della terra. Cieco, poteva fidarsi soltanto del suo udito che diventò allenatissimo a riconoscere anche i più piccoli rumori e sussurri.

Finché un giorno, quando ormai stava per perdere la speranza, udì in lontananza un triste canto melodioso…
– E’ lei, è Rapunzel! Non posso sbagliarmi, riconoscerei quella dolce voce in mezzo a mille altre! – gridò il principe, e corse in quella direzione.
Rapunzel sentendo dei passi che correvano nella sua direzione, alzò lo sguardo e, quando riconobbe il suo principe, gli corse incontro.
I due si abbracciarono forte piangendo dalla gioia, e le lacrime di Rapunzel caddero sugli occhi del principe, che come per magia riacquistò la vista.

I due tornarono a casa, titubanti per la paura che la strega potesse far loro ancora del male.
Ma della Dama Gothel nessuno seppe più nulla. Alcuni pensarono che, impazzita dalla rabbia, rimase rinchiusa dentro la torre per il resto dei suoi giorni.
Così Rapunzel ed il principe poterono sposarsi e vivere per sempre felici e contenti.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Filastrocche sull’inverno ❄


Le filastrocche giuste per quando arriva il freddo.

Queste due simpatiche filastrocche a tema invernale, terranno compagnia a te e i tuoi bambini durante tutta la fredda stagione, potrai spiegargli in modo divertente alcuni aspetti dell’inverno, facendoli ridere e scherzare con le rime.


Scoiattolo Vermiglion e la neve 🐿

Lo Scoiattolo Vermiglio,
che ha la tana dentro un tiglio
in una fredda mattina
apre la sua porticina.
Mentre il suo caffè si beve
pensa: fuori c’è la neve,
quasi quasi faccio un giro
e sveglio il mio amichetto Ghiro.
Guanti e sciarpa sulle spalle,
ci lanciamo due o tre palle
e con la neve sullo spiazzo
costruiamo un bel pupazzo.
Ma il suo letto è caldo e largo
quindi lui torna in letargo.

Filastrocca del letargo 💤

Lettino stretto, lettone largo,
via tutti a nanna, comincia il letargo,
durante l’inverno nessuno va in giro,
non la marmotta e neppure il ghiro.
Dormono tutti dentro la tana
con pigiamoni e coperte di lana
e tra una dormita ed uno sbadiglio
sgranocchiano il cibo nel loro giaciglio.
Dormono tutti ed ognuno spera
che torni presto la primavera.

La fata d’inverno 👸

Fata d’Inverno di bianco vestita,
dove sei stata, dov’eri sparita?
Da nove mesi son qui che ti aspetto,
ti sei nascosta per farmi un dispetto?
Spero che tu abbia raccolto per strada
un po’ di nebbia e un po’ di rugiada.
Voglio che riempiano le albe e i tramonti,
voglio la neve sparsa sui monti,
poi voglio stare per tre mesi all’anno
dentro un cappotto di caldo panno.
Dice la fata: “Farei solo un danno
se rimanessi con te tutto l’anno.
Sai che purtroppo non a tutti piaccio
specie se riempio le strade di ghiaccio,
se tolgo agli alberi tutte le foglie
e neanche un frutto dai rami si coglie.
Per far tacere le tante proteste
porto in regalo un sacco di feste!”

Copyright dei Testi © Monica Sorti


Chi sono

Monica - fabulinis.com

Ciao, sono Monica e scrivo filastrocche. Lo scorso anno ho pubblicato il mio primo libro dal titolo “Animali in Rima”, edito da Favole&Fantasia. Oltre alle filastrocche, scrivo leggende in rima, fiabe e favole. Il tutto nei ritagli di tempo, dato che la mia occupazione principale consiste nel collaborare con un settimanale della mia città. Mi piacciono i gatti, la musica, il calcio e la pizza. E il mondo magico e fantasioso dei bambini. 🤗


La zia di Adele 🧙‍♀️


Quante sorprese se si ha una zia che in realtà è una simpatica strega!

Questo breve racconto è stato ispirato dalla fiaba russa “Baba Jaga”, nella quale la bimba protagonista viene mandata da questa strega che non è esattamente buona e amichevole…
Noi di fabulinis abbiamo scritto la nostra versione, e la strega cattiva è diventata invece una simpatica zia.

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba della zia di Adele:

La zia di Adele 🧙‍♀️ storia completa


C’era una volta Adele, una bimba simpatica e piena di vita, talmente piena di vita che ogni sera tornava a casa sempre con qualche rattoppo da fare ai vestiti!
Per Adele, giocare a correre e saltare sui prati con gli amici era la cosa più divertente del mondo.

Solo che una sera la mamma aveva finito il filo per aggiustarle i vestiti, così, il giorno dopo, disse ad Adele di andare dalla zia Greta a chiedere un po’ di filo e anche qualche ago, già che c’era.

Adele era sempre felice di andare dalla zietta Greta. La sua casetta stava sulla collina e la strada per arrivarci passava attraverso un boschetto pieno di alberi alti alti, ma, soprattutto, a casa sua succedevano sempre un sacco di cose strane e divertenti.
C’era una cosa che però Adele non sapeva. Visto che era ancora una bimba, mamma e papà non le avevano detto che in realtà la zia Greta era una strega!

Adele, quindi, si incamminò e passeggiò contenta fino alla casa della zia, che, sentendola arrivare, chiese al gatto di andare ad accoglierla…
Il gatto uscì di casa, corse incontro alla bimba e le si infilò così velocemente tra le caviglie che Adele inciampò e cadde a terra, ma non si fece nemmeno un graffio perché era caduta su della morbida e bellissima stoffa a fiorellini. Adele si rialzò, prese la stoffa e cercò il gatto per poterlo salutare, ma il gatto era sparito… un po’ confusa bussò alla porta.

– Ciao zietta, sono Adele!
– Ciao Adele, che piacere vederti!
– Guarda, ho trovato questa stoffa qui fuori casa – disse Adele porgendogliela.
– Ecco dove era finita… sono sempre la solita sbadata, grazie mille Adele! – La zia Greta abbracciò la nipotina e la fece entrare in casa.

– Vuoi la merenda Adele?
– Siiiiii!! – Adele corse in cucina dove sulla tavola c’erano latte, biscotti e fette con la marmellata. Mentre mangiava i biscotti vide nella scatola qualcosa di strano: erano dei bellissimi nastrini colorati.
– Zia! Zia! Ci sono dei nastrini colorati dentro la scatola dei biscotti! – disse Adele.
– Ah, ecco dove erano finiti, era tutta la mattina che li cercavo! – La zia li prese e li mise accanto alla stoffa.
Adele era tutta contenta, per ben due volte aveva ritrovato delle cose smarrite dalla zia.

– Vuoi del succo di frutta Adele?
– Siiiii!!
La zia Greta le porse un grande bicchiere di succo con una lunga cannuccia da cui Adele iniziò subito a bere. Ma, dopo un paio di sorsi, sentì qualcosa di strano: dalla cannuccia stava uscendo un lungo filo di seta bianco!
– Ma zia! Hai dimenticato del filo di seta nel succo!
– Ahhh, che sbadata la tua zia! Anche questo ho dimenticato in giro oggi… ormai non so più dove ho la testa – le sorrise e tirò il lungo filo di seta fuori dalla cannuccia. Adele la guardava divertita.

– Ecco fatto! – zia Greta arrotolò il filo, lo sciacquò e lo mise in un piccolo sacchetto.
– Ma dimmi Adele, la mamma mi aveva avvertito che saresti passata a prendere alcune cose, cosa ti serve?
– Ago e filo… la mamma mi deve rammendare dei vestiti…
– Ancora?! Sempre a saltare e a correre, vero? – disse la zia ridendo, mentre già preparava una borsa con dentro la stoffa, i nastrini, il filo di seta e qualche ago.

– Tieni questa borsa, portala alla mamma.
– Ma dentro ci sono anche altre cose!
– Non preoccuparti, adesso dammi un bacio e poi vai!
– Va bene… – Adele diede un bacio alla zia e poi corse verso casa.

– Ciao mamma, sono tornata!
– Eccoti! Come è andata dalla zia?
– Bene! E mi ha dato anche un sacco di altre cose oltre all’ago e al filo!
– Tipo? – chiese la mamma.
– Tipo queste! – Adele infilò la mano nella borsa per tirare fuori la stoffa, i nastrini e il filo di seta, ma invece… magia!

Si trovò in mano un bellissimo vestitino a fiorellini, tutto ornato di nastrini colorati e cucito con del filo di seta bianco.
Adele rimase stupita, non aveva capito come la zia avesse potuto infilare di nascosto quel vestitino nella borsa… ma era tanto contenta, non vedeva l’ora di indossarlo e soprattutto… di tornare a far merenda dalla zia!

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Il pozzo di Noemi 👧


Ad aver la testa per aria a volte si fanno delle belle cadute…

Questa è l’avventura di Noemi, che cercava una farfalla e invece si ritrova in un pozzo. E’ un racconto breve scritto da noi di fabulinis, che parla di solitudine ma anche di generosità, che si trasforma in amicizia.

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba del pozzo di Noemi:

Il pozzo di Noemi 👧 storia completa


C’era una volta, appena dentro ad un bosco, un pozzo d’acqua. Dopo tanti anni di buon servizio, era stato abbandonato per un altro pozzo molto più grande e comodo, nel centro del paese.
Il povero pozzo cominciò così a sentirsi sempre più triste e, ogni volta che sentiva una voce lontana, sperava sempre che qualcuno andasse a prendere un po’ d’acqua da lui. Ma non arrivava mai nessuno…

Passarono gli anni, le edere rampicanti e gli arbusti crescevano, e lui ormai era ricoperto quasi per intero. C’era solo un piccolo spazio libero dove, ogni tanto, andava a specchiarsi la luna. E quando il pozzo riusciva a vedere la luna, si sentiva un po’ meno solo.

Un giorno di primavera, però, su uno degli arbusti che coprivano il pozzo, si posò una farfalla tutta gialla.
– Ciao farfalla gialla, sono contento di vederti. Cosa ti porta da queste parti? – domandò il pozzo tutto contento per la visita inaspettata.
– Cerco un nascondiglio: è tutto il pomeriggio che sono inseguita da una bimba che vuole catturarmi col suo retino!
– Oh povera farfalla, se mi farai compagnia per un po’, ti aiuterò.
– Va bene, ma fai in fretta! Sento i passi della bambina sempre più vicini.

Così il pozzo comandò all’edera di coprire più che poteva la farfalla. Ma l’edera non è abbastanza veloce: la bimba riuscì comunque a vedere la farfalla in mezzo alle foglie e andò verso di lei.

Noemi, che correva dietro alla farfalla già da un’ora buona, era stanca e sfinita.
– Adesso provo a prenderla per l’ultima volta. Se non ce la faccio, torno a casa che è già ora di merenda.
Così Noemi si avvicinò al pozzo e si sporse per acchiapparla, ma la farfalla con un batter d’ali volò via.
– Uffa! Questa volta l’avevo quasi presa!
Poi Noemi guardò giù in fondo pozzo, dove c’era l’acqua, e vide l’immagine di un’altra bambina, tutta uguale a lei.
– Ciao bambina! – disse Noemi, salutando anche con la manina.

Al pozzo, dopo anni di solitudine, non sembrava vero di aver trovato finalmente qualcuno con cui parlare.
– Ciao! – le risponse il pozzo – io qui mi annoio da morire, mi fai un po’ di compagnia?
– Certamente! Vengo subito da te! – Noemi si sporse per raggiungere l’altra bambina in fondo al pozzo, che in realtà era la sua immagine riflessa nell’acqua, e… ci cadde dentro!

Il pozzo, che non si aspettava una reazione del genere, fu preso dal panico. Alla bimba non doveva accadere nulla di male! Doveva trovare subito una soluzione, prima che diventasse troppo tardi.

Si ricordò che, poco più in profondità sotto terra, dove lui si riforniva di acqua fresca, c’era una piccola grotta dove poteva mettere al sicuro la bimba.
Così fece andare la corrente della sua acqua velocemente in quella direzione, e in un’istante la bimba si ritrovò in salvo nella piccola grotta.
Noemi non sembrava poi così spaventata di essere caduta nel pozzo, piuttosto si chiedeva dove era finita la bimba tutta uguale a lei.

Nella grotta comparve un piccolo bagliore luccicante, fluttuava nell’aria come un fantasmino.
– Ciao, io sono lo spirito del pozzo. Non avere paura, cercavo solo un po’ di compagnia, ma non volevo farti cadere…
– Ciao, io sono Noemi. Ma… dov’è finita l’altra bambina come me?
– In realtà l’altra bambina era la tua immagine riflessa nell’acqua del mio pozzo…
Noemi quasi ci rimase male.

– Sai, so che inseguivi la farfalla gialla, ti piacciono le farfalle? – le chiese lo spirito del pozzo.
– Siiì! A me piacciono le farfalle, volevo prenderla ma mi è sempre sfuggita…
– Ma lo sai che quella povera farfallina aveva tanta paura di venire catturata?
– Ma io volevo solo guardarla da vicino, era così bella. Poi l’avrei lasciata andare…
Lo spirito del pozzo comprese le sue intenzioni. In quel momento sentì però anche un rumorino proveniente dal pancino di Noemi.

– Hai fame?
– Sì, anzi, devo tornare a casa per la merenda, sennò mia mamma mi sgrida perché sono sempre in giro…
Lo spirito del pozzo non sapeva però come aiutarla.
– Posso chiedere a qualche uccellino di recuperare qualche bacca.
– Ma io voglio fare merenda con la marmellata e il succo di frutta!
– Posso chiedere a qualche scoiattolo di portare un frutto.
– Ma io voglio tornare a casa!

Lo spirito del pozzo capì che Noemi stava per mettersi a piangere e cercò subito di tranquillizzarla.
– Va bene, piccola Noemi, adesso troviamo un modo per riportarti a casa.
“Ma come faccio?” si chiese il pozzo. Se, come tanti anni prima, la gente fosse andata a prendere l’acqua da lui, avrebbe fatto in fretta. Bastava aspettare il primo secchio buttato giù nell’acqua e ci avrebbe fatto aggrappare Noemi. Ma, purtroppo, erano anni che nessuno passava più di lì…

Pensa pensa e ripensa, si ricordò che uno dei posti dove lui si riforniva d’acqua era un piccolo laghetto appena fuori del paese.
– Ho avuto un’idea, piccola Noemi. Tu stai qui e non ti preoccupare, torno subito!
E il piccolo bagliore scomparve dalla grotta.
Dopo poco, lo spirito del pozzo tornò.

– Eccomi qua, posso farti tornare al paese, sbucherai nel laghetto dove ci sono le barche dei pescatori. Conosci il posto?
– Sì, ci va sempre mio papà a prendere il pesce.
– Tutto quello che dovrai fare è prendere un bel respiro e aggrapparti alla coda del mio amico pesce – Dall’acqua spuntò una coda di pesce, tutta oro e arancione.
– Va bene.

– Sono contento che tu mi abbia fatto visita sai? Erano anni che nessuno passava più di qui, e io mi sentivo tanto solo.
– Se vuoi posso ritornare a salutarti.
– Ne sarei veramente contento, però mi basta che tu ti affacci dal muretto del mio pozzo, senza caderci dentro…
– La prossima volta starò più attenta, prometto.
I due si sorrisero.

Noemi prese un gran respiro e si aggrappò alla coda del pesce che, come un fulmine, prese a correre per tutti i cunicoli sotterranei che portavano al laghetto. Pochi attimi dopo, Noemi era sulla riva, proprio accanto alle barche dei pescatori.
– Grazie mille pesciolino!
Il pesce fece un gran salto e poi sparì.

Noemi corse a casa. La mamma, vedendola tornare con i vestiti tutti bagnati, la sgridò ma poi l’asciugò per bene e le preparò una fantastica merenda.

Il pozzo tornò a guardare la luna, che ogni tanto veniva a fargli compagnia di notte. Sperava in cuor suo che quella bambina si ricordasse della promessa fatta. Ma i giorni passavano e le stagioni pure, e Noemi non tornava…

Arrivò di nuovo la primavera.
Un’altra farfalla si posò sulle foglie che ricoprivano il pozzo.
Il pozzo stava già per salutarla quando sentì una voce che gli diceva:
– Ciao pozzo, come stai?
Era Noemi, ed il pozzo si sentiva di nuovo felice.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Il paese senza dolci 🍬


che triste una vita senza dolci!

Il paese senza dolci è un racconto dedicato a chi, per qualche motivo legato agli eventi della vita che l’hanno reso triste, prende delle decisioni un po’ strambe. Ma per fortuna c’è sempre chi ci aiuta a ritrovare il sorriso.

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba del paese senza dolci:

Il paese senza dolci 🍬 storia completa


C’era una volta, nelle terre lontane lontane, un piccolo paesino isolato dal resto del mondo.
Gli abitanti del paesino erano molto legati alle loro tradizioni, proprio perché non avevano contatti con persone di altri posti.

Il Conte del paese era l’unico nobile che avevano a disposizione, e per questo motivo era stato eletto sindaco.

Purtroppo il Conte qualche anno prima, aveva perso la moglie, e da quando era rimasto solo era diventato una persona molto rigida e severa. Gli abitanti del paese dovevano rispettare tutte le sue decisioni senza fiatare, e guai a chi si comportava diversamente!

Ma la cosa più assurda era che in questo paese erano state vietate le pasticcerie!
Nemmeno in casa propria si potevano fare dolci! Lo aveva proibito il conte dopo la scomparsa della moglie, che era morta per una indigestione di pasticcini alla crema.
Quella terribile vicenda gli aveva fatto perdere la ragione, e gli abitanti non avevano avuto la forza ed il coraggio di ribellarsi alla sua autorità.

Ma un giorno, mentre soffiava fortissimo il vento, giunse in paese un pellegrino, che cercava un posto dove riposarsi per qualche giorno. Il Conte non amava gli stranieri, aveva paura che potessero agitare l’apparente tranquillità della gente del paese. Comunque, per non sembrare troppo cattivo, gli offrì ospitalità.

Ma il Conte non poteva sapere che quell’uomo di mestiere faceva il pasticcere!
Senza conoscere le leggi imposte dal Conte, il pasticcere incominciò a sfornare dolci da dare alla gente del paese per ringraziare dell’ospitalità ricevuta. Purtroppo, quando il conte venne a sapere cosa aveva fatto il pasticcere, andò su tutte le furie e lo cacciò immediatamente dal paese.

Gli abitanti, felici ed entusiasti per avere potuto mangiare dolci e torte dopo anni di forzato digiuno, erano tornati di nuovo tristi.
Decisero che questa volta il Conte aveva esagerato, erano ormai stanchi e stufi delle sue decisioni.

E’ vero che i dolci non sono indispensabili, ma come si poteva pensare di festeggiare un compleanno soffiando sulle candeline di una torta fatta di carote e patate?
I bambini non mangiavano più dolci da così tanto tempo che ormai preferivano saltare la merenda!

Il pasticciere non si diede per vinto e decise di parlare con le persone del paese per trovare una soluzione. Insieme decisero di organizzare una festa a sorpresa per il Conte, una festa tutta a base di torte, dolci e pasticcini. E così fu.
Con una scusa banale, invitarono il Conte nella casa più grande del paese che era stata addobbata con ghirlande e festoni, e quando il Conte entrò dentro la casa e vide tutti quei dolci e una torta fatta solo in suo onore, rimase impietrito, non si aspettava una tale sorpresa!

Il Conte non disse una parola, nessuno gli aveva più fatto una torta da quando la sua amata moglie era volata in cielo.
Ma bastò un applauso, un gesto d’affetto e una canzone per fare tornare il sorriso a quell’uomo, che aveva tanto sofferto…
Guardò commosso i suoi compaesani e li abbracciò con lo sguardo, lo sguardo di un uomo solo che aveva tanto bisogno di affetto.
Da quel giorno il Conte decise di istituire la “Festa del Dolce”.

Ancora oggi i pellegrini di tutto il mondo si fermano in quel paese, per la “Festa del Dolce” e per assaggiare le prelibatezze della pasticceria “Il Pellegrino”.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Il pesce nel bosco 🐟


Il silenzio è d’oro…

Per scrivere questa breve storia per bambini, noi di fabulinis ci siamo ispirati a quello che spesso succede ai piccoli: quando accade qualcosa di bello, sono così entusiasti che lo racconterebbero a tutto il mondo, anche se hanno promesso di mantenere il segreto.
E questo è meraviglioso! Purtroppo però, a volte, devono scontrarsi con l’invidia o la prepotenza di chi vuole portar loro via questa felicità.
Lo stesso accade alla moglie del contadino protagonista, ma lui, furbo, difende il tesoro che hanno trovato e insegna alla moglie ad essere un po’ più prudente e soprattutto a mantenere i segreti. Anche se lì per lì la prende un po’ in giro…

Guarda la videofiaba raccontata da Cristina

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba del pesce nel bosco:

Il pesce nel bosco 🐟 storia completa


C’era una volta un contadino che lavorava alle dipendenze del signore del castello.
Un giorno tornando dal bosco dove aveva preso un po’ di legna per il camino, trovò sul sentiero un sacchetto, lo aprì e dentro vi trovò alcune monete d’oro.
Subito corse a casa da sua moglie a farle vedere le monete, non erano molte ma con quelle non avrebbero avuto più problemi per un bel po’.

– Dobbiamo nasconderle – disse il contadino – se il signore del castello lo viene a sapere dirà sicuramente che sono sue e ce le toglierà.
– Si si – rispose sua moglie – nascondiamole sotto il letto!
E così fecero, nascondendo le monete sotto il letto.
La moglie del contadino non stava più in sé dalla felicità, e al contadino venne in mente che con tutta questa foga le sarebbe potuto sfuggire, con qualche sua amica, quello che era accaduto.
Esattamente come aveva intuito il contadino, il giorno stesso sua moglie raccontò alle amiche della fortuna che stavano avendo, grazie anche ad alcune monete d’oro trovate per caso…

Il contadino capì che doveva doveva inventarsi qualcosa per non farsi prendere le monete. Non appena la donna uscì di casa per andare al pozzo a prendere un po’ d’acqua, il contadino prese subito le monete e le nascose in soffitta, e quando sua moglie tornò esclamò:
– Domani andiamo a pesca nel bosco!
– Ma nel bosco non c’è nemmeno un ruscello… – rispose la donna.
– Tu fidati, domani troveremo un sacco di pesce nel bosco.

La moglie lo guardò stranita, ma si fidava e non aggiunse nulla.
Il giorno dopo il contadino si alzò molto presto senza svegliare la moglie, e andò al mercato a comprare del pesce e delle ciambelle. Poi corse nel bosco e lasciò per terra i pesci un po’ lì e un po’ là, e appese le ciambelle ad un albero.

Riuscì a tornare in casa appena in tempo prima che la moglie si svegliasse.
Fatta la colazione il contadino prese sua moglie e la portò nel bosco, e subito trovarono un pesce per terra.
– Ma qui c’è un pesce! – esclamò la donna – e qui un altro!
– Cosa ti avevo detto? È un ottimo periodo per cacciare pesce nel bosco! – rispose il contadino.
– E guarda qui marito mio, un albero pieno di ciambelle!!

Il contadino sorrise ma non si sorprese, anzi, disse alla moglie che in quel periodo era normalissimo trovare alberi pieni di ciambelle. I due ne fecero scorta e tornarono a casa felici e contenti.
Ma il giorno dopo, le voci sulla fortuna dei due contadini arrivarono anche al signore del castello, che incuriosito li chiamò a corte.

– Voci dicono che avete trovato delle monete d’oro nel bosco – li interrogò il signore del castello.
– Non è assolutamente vero signore… – rispose il contadino.
– Non ci credo, tua moglie lo ha raccontato a tutti! E so anche che le tenete nascoste sotto il letto!
Il contadino sospirando e scuotendo la testa rispose:
– Scusatela mio signore, ma mia moglie ultimamente è un po’ matta, non c’è da credere alle sue parole.
– Matta io?! – si infuriò la moglie – io non sono matta! Tu sei tornato a casa con le monete d’oro il giorno prima di andare a caccia di pesci nel bosco!

– A caccia di pesci nel bosco? – chiese il signore.
– Si, si, a caccia di pesci nel bosco, ne abbiamo trovati un sacco, e poi abbiamo anche trovato un albero pieno di ciambelle!
Il signore del castello guardò il contadino che si stava stringendo nelle spalle scuotendo tristemente la testa, e pensò anche lui che sua moglie era proprio un po’ matta.

Il signore fece comunque controllare dalle guardie sotto il letto dei contadini, che ovviamente non trovarono nulla.
Il contadino così poté tenersi le monete d’oro che usò poco a poco e senza dare troppo nell’occhio. E sua moglie, come lezione, imparò a non confidare più segreti preziosi alle sue amiche, e anzi, si godette insieme a suo marito una vita serena e tranquilla.

Questa favola ci insegna che, non mantenere un segreto per far bella figura con gli altri, spesso può essere molto controproducente.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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L’ombra del cammello 🐫


L’ombra è mia e la gestisco io! 😝

L’ombra del cammello è un racconto breve e divertente per bambini, e mostra come sia inutile litigare per qualcosa che in realtà non ci appartiene.
Ascolta come questo piccolo cammello riesce a lasciare di stucco i due signori che discutevano animatamente, proprio per una piccola ombra! E’ una favola firmata fabulinis, la trovi qui sotto e anche nel nostro ebook!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba dell’ombra del cammello:

L’ombra del cammello 🐫 storia completa


C’era una volta un piccolo cammello che viveva tranquillo ai piedi delle piramidi d’Egitto.
Siccome era più piccolo degli altri cammelli suoi compari, il suo padrone di solito lo usava per far fare dei giri sulle dune ai bambini che venivano a visitare le piramidi.

Il piccolo cammello era tutto contento perché così non si affaticava come i suoi amici, che a volte dovevano portare in groppa degli omaccioni grandi e grossi, ma soprattutto si riempiva di gioia il cuore dalle risa e delle esclamazioni di meraviglia dei bimbi.

Un giorno però arrivarono così tante persone in visita alle piramidi, che tutti i cammelli furono noleggiati, e a disposizione rimase solo il piccolo cammello.
Un ometto minuto e piccolino, che voleva a tutti i costi essere portato alle piramidi, si avvicinò al cammelliere, padrone del piccolo cammello, e gli disse:
– Sono una persona molto leggera, sicuramente il suo cammello, anche se adatto ai bambini, potrà portarmi fino alle piramidi.

Il cammelliere guardò l’ometto, e pensò che per una volta, una bella gita fino alle piramidi, il suo piccolo cammello avrebbe potuto anche farla.
– E va bene, salga pure – disse il padrone del piccolo cammello.

Così l’ometto salì in groppa al piccolo cammello, che non fu per niente felice di dover portare quel signore, e fino alle piramidi per giunta!
Ma insieme al suo padrone si incamminò lentamente.

Era una giornata veramente calda e afosa, il sole picchiava come non mai, e a metà del cammino il piccolo cammello stava già dando segni di cedimento.
Il suo padrone se ne era accorto, e propose una piccola pausa all’ometto, per permettere al cammello di bere e riprendersi un poco dal cammino.

L’ometto si convinse e scese dal piccolo cammello e si mise ad aspettare.
Il padrone del cammello, invece che aspettare in piedi sotto il sole cocente, si sedette per terra sotto l’ombra del suo piccolo cammello.
L’ometto quando vide il cammelliere sedersi all’ombra subito lo volle copiare, ma il cammello era piccolino, e di ombra ce n’era soltanto per una persona, e neanche così tanta…

L’ometto e il cammelliere si misero subito a discutere.
– Io ho preso il cammello per farmi portare fino alle piramidi e quindi ho diritto a usare la sua ombra! – disse l’ometto.
– Tu hai noleggiato solo il trasporto sulla groppa del mio piccolo cammello, non la sua ombra! – rispose il cammelliere.

E iniziarono quindi a litigare su chi dovesse riposare sotto quella piccola ombra.
Ma il piccolo cammello, che ormai si sentiva riposato ed era stufo di stare a sentire quei due che litigavano, diede un bello sbuffo e si mise a trottare verso casa.

Il piccolo cammello lasciò così quei due di stucco e a bocca aperta, mentre si portava via l’ombra per cui stavano così animatamente litigando.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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L’uccellino sopra il pino 🐦🌲


Se cerchiamo di andare oltre le apparenze forse troveremo un tesoro…

“L’uccellino sopra il pino” è un racconto breve che può aiutare noi genitori a spiegare ai bambini quanto sia importante andare oltre alle apparenze. L’uccellino non lo fa, e si perde un tesoro…

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba dell’uccellino sopra il pino:

L’uccellino sopra il pino 🐦🌲 storia completa


C’era una volta un uccellino che, dopo aver volato tutto il giorno, decise di prendersi una piccola pausa. Andò così a riposarsi sopra il ramo di un pino.
L’uccellino, che era ancora giovane ed inesperto, vide sui rami delle belle pigne e pensò che fossero i frutti dell’albero.

– Adesso mi faccio una scorpacciata di questi frutti! – disse. Prese una pigna nel becco e cominciò a masticarla, ma con sua grande sorpresa non ne riusciva a mangiare nemmeno un pezzettino.
– Com’è possibile che questo frutto abbia un gusto così simile al legno?! – si chiese perplesso l’uccellino, e ci riprovò.

Ma niente, il gusto di quelle pigne era veramente amaro e legnoso, per non parlare poi di quanto fossero dure.
– Hai dei frutti molto belli albero mio, ma sono disgustosi e duri come la pietra!
Il pino che fino a quel momento era stato calmo e buono, sentendo quelle parole si arrabbiò molto. Iniziò a scuotersi così forte che l’uccellino per la paura si alzò in volo.

– Le mie pigne non sono fatte per essere mangiate – disse allora il pino – ma al loro interno contengono un gran tesoro.
– Sarà – ribatté l’uccellino che stava volando in cerchio sopra l’albero – ma a me non piacciono, tientele pure! – e volò via.
Il pino un po’ risentito, ma sollevato dal fatto che il piccolo e insolente uccellino fosse andato via, si rimise a godersi sereno la giornata.

Poco dopo sotto i rami del pino passò un bambino, che notò subito un sacco di pigne cadute per terra.
Quando il pino aveva fatto scappare l’uccellino, aveva fatto cadere anche molte delle sue pigne.
Il bambino si chinò a raccoglierle, e da alcune uscirono i pinoli, i semi contenuti nelle pigne.

– Quanti pinoli! – esclamò il bambino – la mamma ci potrà fare una torta buonissima! – e ne raccolse più che poteva.
Il pino guardò felice la scena e pensò che il bambino aveva compreso bene il valore delle sue pigne.

E fu così che l’uccellino se ne andò via a stomaco vuoto ed il bambino si riempì la pancia con la squisita torta ai pinoli fatta dalla sua mamma.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Il racconta fiabe 👦


Quando si ascolta il cuore di bimbo che tutti noi abbiamo dentro, può solo arrivare la felicità

Il racconta fiabe è un racconto che mostra come, se si riesce ad ascoltare il bambino che è dentro di noi, possiamo ritrovare la fantasia e la felicità. L’originale è di Luigi Capuana, noi di fabulinis l’abbiamo rielaborata e un po’ semplificata ed adattata per essere raccontata anche ai bambini più piccoli

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba del racconta fiabe:

Il racconta fiabe 👦 storia completa


C’era una volta Matteo, un giovanotto che aveva cambiato tanti lavori, ma con scarsi risultati.

Un giorno gli venne l’idea di andare in giro a raccontare fiabe ai bambini. Gli sembrava un lavoro facile, perciò andò nella città vicina e cominciò a gridare:
– Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentire le fiabe?
I bambini accorsero da tutte le parti, spinti dalla curiosità.

Lui cominciò:
– C’era una volta un Re e una Regina, che non avevano figli, e non sapevano più…
– Ma questa la sappiamo! – dissero i bambini – E’ “La Bella addormentata nel bosco”. Un’altra! Un’altra!
– Va bene, ve ne dirò un’altra – disse sospirando, e cominciò:
– C’era una volta una bambina, che abitava nel bosco e aveva la nonna malata…
– Ma anche questa la sappiamo: è “Cappuccetto Rosso”! Un’altra! Un’altra!
Matteo, un po’ seccato, ricominciò da capo:
– C’era una volta un signore che aveva una figlia. La moglie era morta e si era risposato con una vedova che aveva due figlie…
– Ma è “Cenerentola”… sappiamo a memoria anche questa!
E visto che Matteo sapeva soltanto fiabe vecchie, i bambini si alzarono e andarono via.

Matteo partì e andò in un’altra città. Appena arrivato, cominciò a gridare:
– Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentire le fiabe?
I bambini accorsero da tutte le parti, spinti dalla curiosità. Ma ogni volta che l’uomo cominciava una fiaba, i bambini gridavano:
– La sappiamo! La sappiamo!
E visto che sapeva soltanto fiabe vecchie, i bambini si alzarono e andarono via.

Cambiò parecchie città, sempre con poco successo, perciò alla fine Matteo si perse d’animo.
Triste e sconfortato, continuò a camminare, e, senza accorgersene, si perse in mezzo a un bosco.
Arrivata la notte, cercò un posto per dormire, ma aveva una gran paura e non riusciva a chiudere occhio.

A mezzanotte in punto vide una gran luce nel bosco: da ogni pianta sbucava gente che rideva, cantava e ballava.
Era capitato in mezzo alla fiera delle Fate!
Gli venne in mente che le Fate potevano vendergli delle fiabe nuove nuove, e così incuriosito, si fece coraggio e si avvicinò.

Si fermò davanti a una Fata che vendeva fiori e domandò:
– Avete fiabe nuove?
– No, fiabe nuove non se ne trovano più… – disse la Fata sollevando le spalle.
Allora Matteo domandò a quella vicina:
– Avete fiabe nuove?
– Fiabe nuove non se ne trovano più! – disse ridendo la seconda Fata.

E andò avanti così con tante altre Fate, finché l’ultima, vedendolo triste e sconsolato, gli disse:
– Sai dove le puoi trovare? Da una vecchia Fata, si chiama Fata Fantasia. Ma attento: non le vuole dare a nessuno! Vive da sola in una grotta, e dovresti andare da lei in compagnia della Bella addormentata nel bosco, di Cappuccetto rosso, di Cenerentola, di Pollicino e gente simile, altrimenti si arrabbia… Tu prova, però sarà un’impresa difficile.
– Non importa, ci proverò. Grazie!

Così iniziò a cercare nel bosco i suoi compagni di viaggio:
– Bella addormentata, ti prego, vieni con me da Fata Fantasia?
– Volentieri!
– Cappuccetto rosso, verresti anche tu con me? Vado da Fata Fantasia…
– Va bene!
– O Cenerentola, ti prego, vieni anche tu!
– Ma certo!
Riuscì a radunarli tutti, e così partirono. Arrivarono alla grotta dove la vecchia Fata Fantasia viveva rinchiusa, e bussarono alla porta.

– Chi è?
– Siamo noi! – dissero tutti insieme.
Fata Fantasia, sentendo quelle voci familiari, venne ad aprire.
– Che bello vedervi! – disse sorridente, ma appena vide Matteo si arrabbiò:
– E tu chi sei? Come osi venire da me!
E voleva cacciarlo via.

Ma gli altri la tranquillizzarono e le raccontarono il motivo della loro visita:
– Matteo è molto triste. È un racconta fiabe, ma i bambini, che già sanno a memoria le nostre storie, ora vogliono delle fiabe nuove! E lui non sa come fare… Fata Fantasia, aiutalo tu!
– Fiabe nuove non ce ne sono più! – sorrise la Fata.
– Fata Fantasia, aiutami, ti prego! – disse Matteo piangendo.
Sentendosi pregare con le lacrime agli occhi, Fata Fantasia s’intenerì:
– Torno subito. – disse.

Rientrò nella grotta, e dopo un po’ si ripresentò con il grembiule pieno di oggetti strani:
– Tieni, queste cose forse ti aiuteranno.
E gli diede un biscotto, un ranocchio, un fiocco di neve… insomma tante cose strane.
– Cosa ci faccio?
– Portali con te e vedrai.
Matteo, anche se poco convinto, ringraziò comunque Fata Fantasia, accompagnò gli altri a casa e, arrivato nella prima città, iniziò a gridare:
– Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentire le fiabe?
I bambini accorsero da tutte le parti.

Lui prese in mano il biscotto e cominciò:
– C’era una volta…
Non sapeva cosa avrebbe raccontato, ma, aperta la bocca, le parole uscirono come se lui le avesse sempre sapute. E raccontò la fiaba de “L’omino di pan pepato”, che fu un successo!
– Un’altra! Un’altra! – gridarono i bimbi.
E Matteo, preso a caso dalla borsa uno dei regali della Fata, cominciò:
– C’era una volta…
Non sapeva cosa avrebbe raccontato, ma, aperta la bocca, le parole uscirono come se lui le avesse sempre sapute. E raccontò la fiaba de “Il Principe ranocchio”, un altro successo!
– Un’altra! Un’altra! – gridarono i bimbi.

Matteo alla fine ne raccontò un sacco, e si divertiva anche più dei bambini.
Poi cambiò città:
– Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentire le fiabe?
E ricominciò da capo. I bambini erano contentissimi.

Ma, passato poco tempo, le fiabe erano sempre le stesse: L’omino di pan pepato, Il Principe ranocchio, Nevina e Solleone… finché i bambini piano piano si stufarono, e appena cominciava:
– C’era una volta… – lo interrompevano:
– La sappiamo, la sappiamo a memoria!
Cosa poteva fare Matteo di quelle fiabe, ora che i bambini non volevano più sentirle?

Triste e sconsolato, pensò di regalarle al Mago Merigio, un mago che collezionava fiabe vecchie che nessuno voleva più sentire.
Decise di andare a trovarlo.
Il Mago Merigio, col suo barbone e gli occhi neri come il carbone, gridò:
– Chi sei? Che vuoi?
– Nulla, Mago; vengo solo a farti un regalo. Queste fiabe sono nuove e tu non le hai. Però i bambini ormai le sanno a memoria e non le vogliono più sentire, perciò ho pensato di regalartele per la tua collezione.

Il mago, stupito, si fece raccontare tutta la storia. Quando Matteo finì, il Mago Merigio gli sorrise con dolcezza e disse:
– Ah, sciocco! Non hai capito cosa ti è successo? Fata Fantasia ti ha aiutato con i suoi regali, ma la magia l’hai fatta tu: le fiabe sono uscite dal tuo cuore e come sono nate queste ne possono nascere altre mille.
– Non capisco… – disse Matteo.
– Vai nella città vicina e ricomincia a raccontare fiabe, ma non dimenticare di guardare bene i bambini negli occhi: la loro magia ti guiderà e andrà tutto bene.

Matteo ringraziò e partì. Arrivato in città iniziò a gridare:
– Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentire le fiabe?
I bambini accorsero da tutte le parti.
Guardandoli bene negli occhi iniziò:
– C’era una volta…
Non sapeva cosa avrebbe raccontato, ma, aperta la bocca, le parole uscirono come se lui le avesse sempre sapute. Aveva ritrovato la sua fantasia di bambino, che da quel momento non lo abbandonò mai più.

Così continuò a fare il racconta fiabe, per molto molto tempo, per la gioia di tanti bambini!

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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