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Autore: William

Il fantasma distratto 👻


A volte i fantasmi non ululano solo per far paura…

Questo racconto ci insegna che a volte basta chiedere alle persone cos’è che non va, e magari tutto si può risolvere più facilmente.

Il fantasma distratto 👻

C’era una volta, tanto tanto tempo fa, un castello nei cui bellissimi giardini I bambini giocavano tutti I giorni, e in estate fino anche a notte fonda.

Ma ogni notte a Mezzanotte un fantasma usciva dal castello e …..aaaaauuuuuuuuuhhhhhh…. ululava all’impazzata spaventando I bambini che fuggivano terrorizzati.

Leopoldino il bambino più temerario del gruppo un giorno chiese agli altri:
“ma perché scappiamo ? Magari vuole solo fare amicizia oppure vuole dirci qualcosa! Perché non glielo chiediamo?”.
Gli altri bambini lo presero per matto, chiedere al fantasma perché ulula?

Ma Leopoldino non si lasció scoraggiare dagli amici, e la sera dopo quando al rintocco della mezzanotte il fantasma usci dal castello ululando, mentre tutti scappavano lui si fermò e chiese al fantasma:
“Ehi fantasma, ma perché spaventi tutti I bambini con I tuoi ululati?”.

Il fantasma rispose triste e sconsolato:
“Io non voglio spaventare nessuno, è solo che tutte le sere io cerco di appendere un quadro e con il martello mi martello le dita, e quindi auuuuuuuuhhhhhh… esco dal castello ad ululare!”

Il bambino ebbe un’idea entrò nel castello alla ricerca di qualcosa, e il fantasma non aveva proprio idea di cosa, ma… eccolo di ritorno con in mando un guanto di ferro preso da una armatura del castello.

“Prendi questo guanto di ferro” disse il bambino.
“Vedrai con questo domani quando apprenderai il quadro non ti farai male!”.

Il fantasma lo ringrazio e il giorno dopo, al rintocco della mezzanotte oltre al suono delle campane si sentiva :
Steng!!! steng!!! il suono del martello sopra la mano!

Il fantasma finalmente non si faceva più male e riuscì ad appendere il quadro e I bambini poterono continuare a giocare felici.

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Massimiliano e Giada, papà e figlia dalla provincia di Brescia, per aver condiviso con tutti noi questo bel racconto sui fantasmi 👻


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Filastrocche di Natale 🎅


Mentre si aspetta il Natale, e fuori fa tanto freddo, perché non divertirsi a recitare o cantare delle simpaticissime filastrocche?

In questa pagina raccogliamo alcune bellissime filastrocche a tema natalizio, così da poter passare dei bei momenti insieme ai vostri bambini, ridendo e scherzando con le rime.


Arriva il Natale 🌠

Arriva il Natale
è tutto imbiancato, 
guardo la neve 
e resto abbagliato.
Tutti i bambini
comincian a sognare
e invece le mamme
ad incartare…
Brilla la luce
sull’alberello, 
ha tante palline, 
è proprio bello.
Dona allegria
in tutti i cuori
e i bambini
sono più buoni. 
Dentro al presepe
l’asino raglia
e il bue lo osserva
e mangia la paglia. 
Gesù Bambino 
deve arrivare
e dentro al presepe
poi riposare.
E tu che dici,
sei stato buono?
allora ecco, 
questo è il mio dono.

Babbo Natale e la casa nel bosco 🎅

In una piccola casa nel bosco
viveva un uomo, era un po’ orso,
non gli piaceva molto parlare
ma tutto il giorno si dava da fare.

Tagliava la legna, curava gli uccelli,
amava molto i pipistrelli,
erano brutti, nessun li voleva,
forse per questo ad esso piacevan.

Un giorno al caldo, nella casetta,
mentre di fuori c’era tempesta,
si mise a pensare: “Che vita che faccio,
sono qui solo, con questo tempaccio.

Io sono qui, nella casetta,
sono al caldo ma nessuno mi aspetta,
lo so, non amo molto parlare,
ma se insisto ce la posso fare”.

Chiamò a raccolta i suoi amici animali,
doveva lasciarli e andar dagli umani,
solo così poteva trovare
un nuovo amico con cui conversare.

Qualcosa di bello doveva portargli,
qualcosa di raro doveva fargli,
prese del legno e cominciò a lavorare,
fece un carretto, poteva bastare.

Ma fece ancora tanti altri oggetti,
venivano bene, eran perfetti.
Un cavallino, la macchinina,
anche un pupazzo e la bambolina.

E mise tutto dentro un sacco,
pesava tanto, era proprio fiacco,
chiamò allora degli amichetti,
erano gnomi, piccoletti.

Avete capito di chi parliamo,
e che ogni anno noi festeggiamo?
È Babbo Natale, che ama i bambini
e porta i doni anche ai birichini.

Copyright dei Testi © Lulù Barabino


Chi sono

Lulù - fabulinis.com

Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

www.tiraccontounastoriablog.com


Dal diario di Linda 📓


Essere presi di mira dai bulli non è mai bello..

Queste sono le pagine di diario di un’adolescente, che racconta con estrema amarezza gli episodi di bullismo subiti dal suo più caro amico; per sensibilizzare chi legge, una storia per dire “basta al bullismo”!

Dal diario di Linda 📓

Salve caro diario e buongiorno a tutti voi, amici lettori. Ho deciso di rendere pubbliche queste pagine per raccontare la mia storia.
Mi presento brevemente: mi chiamo Linda, ho undici anni e frequento la classe prima media. Abito con i miei genitori in un grande palazzo, alle porte di Milano. Sono un tipetto solare ed energico, vado volentieri a scuola, ho molti amici con i quali condivido numerosi interessi, come ascoltare musica, pattinare, fare passeggiate e collezionare adesivi dei cantanti preferiti.

Voglio presentarvi il mio migliore amico: si chiama Carlo e ha dieci anni. E’ un ragazzino molto dolce, un po’ timido, con due bellissimi occhi azzurri nascosti dietro un grande paio di occhiali. Lo scorso anno, su indicazione del dentista, ha inserito un apparecchio ai denti, con tanto di scure placchette.

Fino a pochi mesi fa, abitavamo nello stesso palazzo. Trascorrevamo interi pomeriggi a parlare e a confidarci segreti.
Con il passare del tempo, ho visto Carlo farsi sempre più triste, senza più voglia né di andare a scuola, né di studiare. Mi aveva confidato di essere diventato la “mira preferita” di un gruppo di bulletti che stavano nella sua classe. All’inizio, Carlo non faceva molto caso a loro, ma con il percorrere dei giorni la faccenda era divenuta insopportabile. Lo chiamavano “quattrocchi” e “denti di ferro”, per via degli occhiali e dell’apparecchio che portava.

Aggiungo che ciò fosse principalmente dovuto alla sua timidezza, al suo andamento un po’ goffo (anche se io lo trovavo irresistibile!).
I compagni trovavano cento occasioni per schernirlo: prima di entrare in classe, durante la ricreazione, ai giardinetti della scuola.
I suoi genitori, molto preoccupati, si recarono immediatamente a colloquio con i docenti, i quali, a detta di Carlo, minimizzarono l’accaduto.

Frequentavamo due istituti diversi, se avessi potuto sarei andata io a scuola per prendere a schiaffi quei mocciosi insolenti, pure se sono una ragazza!
Poi un giorno, la doccia fredda: il mio caro amico, in accordo con la famiglia, si sarebbe trasferito lontano da qui, complice il cambio di sede lavorativa del padre.

Da allora sono passati un paio di mesi: non l’ho più rivisto, anche se ogni settimana ci sentiamo telefonicamente. Ho sentito Carlo più felice e sereno, mi ha detto che nella nuova scuola si trova molto bene; inoltre, ha esclamato con sollievo che nella classe nessuno fa caso al suo “sguardo da talpa” e ai suoi “denti di ferro”, poiché la maggior parte dei compagni porta gli occhiali e l’apparecchio!
Sono sicura che crescendo, Carlo diventerà un bellissimo ragazzo: quei grandi occhiali lasceranno il posto a lenti a contatto e i suoi occhioni azzurri finalmente brilleranno, mentre l’apparecchio sparirà e si vedrà solo una fila di denti dritti e bianchissimi.

Ora aspetto con ansia le vacanze estive: insieme ai miei genitori andremo finalmente a fargli visita.
Sono contenta che la vicenda sia evoluta in modo positivo, ma trovo tutto questo assurdo e senza significato.

Ho deciso di rendere pubblica questa storia per far comprendere a tutti i ragazzi quanto sia inutile, stupido e dannoso il fenomeno del bullismo, di quanto possa creare malessere ed allontanare, purtroppo, le persone alle quali si vuole bene.

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Rita Bimbatti, Pedagogista Clinico e autrice di racconti per l’infanzia, per aver condiviso con tutti noi questa storia contro il bullismo

www.ritabimbatti.it


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Trottolino 🏃


Un racconto per bambini che non stanno mai fermi…

Se avete un bimbo “incontenibile”, molto vivace e che non riesce a stare fermo, non colpevolizzatelo, forse deve solo incanalare tutte le sue energie sfogandole magari con dello sport.

Trottolino 🏃

Questa è la storia di Enrichetto, sei anni, due occhioni scuri e una testolina di capelli neri, molto intelligente ma un po’ troppo vivace.

Una disperazione per mamma e papà e anche per le maestre: non riesce a stare seduto in classe o a tavola per più di un minuto! Sempre in movimento, questo è il motivo per il quale è stato affettuosamente soprannominato Trottolino.

«Ora basta Enrichetto! Siediti e mangia la minestra, altrimenti diventa fredda!» urla la mamma.
«Stai fermo Trottolino! Non riesco a capire una sola parola del telegiornale!» tuona il papà.
«Enrichetto! Stai seduto al tuo posto e termina il compito assegnato!» dice la maestra.

Lui non lo fa per capriccio o per dispetto, proprio non ci riesce. A volte diventa triste, perché non si sente all’altezza dei suoi compagni di scuola e vorrebbe dare più soddisfazioni ai suoi genitori. Una sera d’estate, durante le tanto attese vacanze scolastiche, Enrichetto insieme ai suoi amici passano davanti un magnifico boschetto. Uno di loro, però, vede in lontananza del fumo.

«Aiuto! Aiutateci! Qui è scoppiato l’inferno!» urlano le farfalle.
«Aiuto, aiuto! Un incendio sta distruggendo le nostre tane!» squittiscono alcuni topolini.
Gli amici di Trottolino, tanto bravi con penne, libri e quaderni, non se la sentono di avanzare, hanno paura.

Enrichetto non aspetta un secondo e si precipita in soccorso dei poveri animaletti. Nelle vicinanze, per fortuna c’è un fiumiciattolo: stacca con forza il cestino della sua bicicletta, lo riempie d’acqua e uno alla volta lo versa sulle fiamme per scongiurare un pericolo ancora maggiore. Sembra veramente una trottola, velocissimo e fulmineo. Alla fine l’incendio è domato. I suoi amici sono rimasti tutto il tempo a guardarlo a bocca aperta, ed ora è il loro campione.

«Bravissimo Enrichetto! Sei una forza della natura!» urlano a gran voce gli animaletti del bosco, consegnandogli una targa con dedica “Al nostro salvatore, con affetto”.
Enrichetto è felicissimo, finalmente è riuscito a dimostrare quanto vale. Da pochi giorni, intanto, sono ricominciate le scuole; Trottolino ha promesso a mamma e papà di muoversi “solo un pochino” tra i banchi…

Inoltre si è iscritto al gruppo locale podistico, per incanalare la sua energia vulcanica, vincendo già tre gare, tra la soddisfazione di tutti.

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Rita Bimbatti, Pedagogista Clinico e autrice di racconti per l’infanzia, per aver condiviso con tutti noi questa storia in cui un aspetto negativo, può diventare una potenzialità del bambino, tra la gioia dei suoi genitori e dei suoi amici più cari.

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Fiammiferino 😡


Ad essere sempre arrabbiati a volte si rimane senza amici…

Questa è la storia di un bambino sempre arrabbiato, ma grazie ad un “folletto magico”, il piccolo riesce a superare le sue difficoltà imparando a gestire l’emozione a volte incontrollabile

Fiammiferino 😡

C’era una volta un bambino di nome Michele, ma tutti nel paesello lo chiamavano simpaticamente “Fiammiferino”.
Michele aveva sette anni, era biondo con due occhioni azzurri e un grande difetto: si arrabbiava per un nonnulla…

Si arrabbiava con la mamma se dimenticava di comprare le sue merendine preferite, si arrabbiava con il papà se tardava due minuti a riprenderlo all’uscita della scuola, si arrabbiava con la nonna se la domenica non preparava le solite lasagne al ragù, si arrabbiava con la maestra se invece di otto in matematica prendeva sette.

Per questi motivi si meritò il soprannome di Fiammiferino: ogni volta che qualcosa non andava come voleva, andava su tutte le furie e s’incendiava come la capocchia di un fiammifero, quelli che noi usiamo per accendere il fuoco in cucina. Michele non aveva molti amici, riusciva a litigare sempre con tutti per i motivi più banali.

Un giorno, mentre giocava da solo nel giardino, vide vicino il grande albero verde una strana creatura. Si avvicinò incuriosito. Era un omino grande quanto una mano, che stava raccogliendo le foglie.

-Ehi tu! Cosa ci fai qui? – tuonò il piccolo.
L’omino lo guardò perplesso.
-Mi chiamo Calmino, sono il folletto del tuo albero. Sono venuto a farti visita, mi hanno detto che qui abita un bambino sempre arrabbiato e senza amici – disse il folletto.
-Come osi parlare così di me? – urlò corrucciato Michele. Poi si fermò un attimo, guardò Calmino, abbassò lo sguardo e diventò triste.

-Hai ragione, sono sempre arrabbiato. Specie con le persone che mi vogliono tanto bene, come i miei genitori e i miei nonnini. Se qualcosa non va come dico io me la prendo così tanto che non riesco a trattenermi. Cosa posso fare, caro il mio folletto, per riuscire a stare tranquillo senza farmi assalire da questi scatti d’ira? Per questo non ho amici e mi sento tanto triste – dichiarò il bambino.

-Capisco, capisco. Voglio farti un bel regalo! – disse il folletto.
Il viso di Michele si illuminò, sperava che Calmino potesse aiutarlo a risolvere questo problema. Lo vide allontanarsi, andare dentro il grande albero ed uscire con in mano una piccola scatolina rossa.

-Tieni, questo è il mio regalo: una scatolina magica! Ogni volta che ne hai bisogno, aprila e urlaci forte dentro. Ti sentirai meglio e non sarai più un bambino arrabbiato – fece pacatamente il folletto.
Grazie Calmino, grazie mille! Non voglio più litigare e voglio avere tantissimi amici – proferì il bimbo sorridendo.

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Rita Bimbatti, Pedagogista Clinico e autrice di racconti per l’infanzia, per aver condiviso con tutti noi questa storia che può aiutare i bambini a gestire la rabbia.

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La piccola ladra di stelle 🌟


Per vincere la paura del buio, una stella magica può aiutare.

La paura del buio è uno dei grandi problemi che hanno i bimbi piccoli, ma con un po’ di magia e una buona stella, Amelia riuscirà a superarla e dormire serena.

La piccola ladra di stelle 🌟


La piccola Amelia era terrorizzata dal buio, una paura così non si
era mai vista.
I suoi genitori non avevano più idee per tranquillizzarla.
Si erano inventati di tutto, dal tenere le luci accese a stare accanto a lei tutta la notte, ma erano più le notti insonni per tutti e tre che quelle di sonno, pertanto i genitori decisero a malincuore che tutto avrebbe dovuto tornare alla normalità:
LUCE SPENTA E OGNUNO NELLA SUA STANZA.

Fu una decisione dura per tutti, poiché la mamma e il papà sapevano che Amelia aveva davvero molta paura ma l’unica alternativa possibile fu quella, papà diceva: “crescerai Amelia, il tempo ti aiuterà a superare le tue paure, ne sono certo”. La mamma era d’accordo e Amelia, che era una bambina molto obbediente, con il cuore in gola e con un filino di voce rispose:” sicuramente sarà come dici tu papà”.

Le notti passavano e passavano, sempre insonni e ricche di terrore, poi si sa, nel buio tutto prende un aspetto diverso in base alla nostra fantasia. Amelia vedeva di tutto, dal mostro tentacoloso al posto dell’attaccapanni, ai rumori peggiori che nessuno vorrebbe mai udire.
Una notte, stanca di stare a letto con la sua paura, decise di alzarsi e sedersi sul divanetto sotto la finestra e guardando il cielo disse:” come vorrei essere una stella, loro non hanno paura del buio, anzi brillano in esso e io vorrei luccicare come loro”.

Ancora con gli occhi sognanti, Amelia sentì bussare alla finestra, toc toc… alzando lo sguardo la bambina rimase stupita:” una stella sta bussando alla mia finestra?”. Senza pensarci troppo, nonostante lo shock, la bimba aprì la finestra e fece entrare la stella, che subito si posò sul cuscino di Amelia.

La piccola si sdraiò accanto a lei e con il bagliore e la sicurezza che emanava, dormì beata tutta la notte.
Al mattino sul cuscino non trovò più la stella ma un piccolo lazo, tanto fine che era quasi invisibile ma anche brillante come un mare di glitter argentati.
Amelia si domandò a cosa le sarebbe servito un lazo così piccolo, ma non aveva modo di provarlo né di fare altro, perché era ora di andare a scuola.

Nel tragitto, i genitori videro la bambina riposata e serena e fieri di loro si inviarono uno sguardo soddisfatto di chi pensa d’aver fatto una buona cosa. Ovviamente la realtà era un’altra ma Amelia si guardava bene dal dirla in giro…
La notte seguente la bambina tornò a guardar fuori ma non vide nessuna stella far capolino alla sua finestra. Amelia le chiamava e le pregava ma non succedeva nulla, pensò allora che probabilmente quella della sera prima, fosse solo una sua profonda fantasia. A causa dell’agitazione però, aveva dimenticato il lazo luccicoso, che iniziò a brillare a intermittenza per farsi vedere dalla piccola.

“Avevo dimenticato il lazo, allora ho ancora speranza di riavere la stella con me questa notte!” disse emozionata ad alta voce.
Provò a lanciare il lazo come un cowboy verso il cielo e magicamente si allungò talmente tanto da raggiungere il manto luminoso della notte e acchiappare la stella più vicina. La bambina iniziò a tirare verso di lei e la stellina pian piano si avvicinò così tanto da poterla cogliere e appoggiarla sul cuscino.

Come per incanto il lazo tornò minuscolo e la stella fece compagnia per tutta la notte alla bambina con la sua magica luce.
Ogni sera un sorriso le affiorava in viso, perché sapeva che avrebbe avuto un’amica luminosa a farle compagnia. Di notte in notte la magia la rassicurava e in questo modo la paura del buio le passò del tutto.

Con sua grande sorpresa una sera, il lazo smise di allungarsi fino al cielo. La delusione durò pochissimo perché subito una vocina dentro di lei disse: “decisamente ora sei pronta per dormire tranquilla, senza paura”.

Passarono gli anni e la bambina, ormai donna, continuò a conservare il lazo come un tesoro, ricordandosi di quanta paura possono avere i bimbi del buio. Lo custodì con cura, cosicché anche altri bambini avrebbero potuto usarlo per avere la loro stellina della notte e così fu.

Amelia consegnò il lazo a sua figlia e sua figlia lo consegnò a suo figlio e così, da generazioni, il lazo continua a passare di madre in figlio e di padre in figlia e chissà… magari una stella farà capolino anche alla nostra finestra una notte o l’altra.

“Ogni notte, fino a quando non fu abbastanza grande da non avere più paura, Amelia si trasformava in una ladra di stelle.”

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Federica Bertone per aver condiviso con tutti noi questo racconto. Federica ha scritto anche una serie di fiabe con protagonista il topolino Sam, le trovate in vendita su Amazon al link qui sotto:


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La storia di Rudolph la renna 🦌 🎅


Sapete che Babbo Natale ha una renna col naso rosso? Ed è anche la più famosa nonostante sia la più giovane di tutte… Ma questo non è importante, perché la renna Rudolph ha un naso davvero speciale!

Rudolph la renna è stata creata da Robert L. May nel 1939, e da quel momento non ha mai smesso di essere la renna che col suo naso rosso è a capo della slitta di Babbo Natale. Noi di fabulinis abbiamo preparato la nostra versione della sua storia, ascoltala o leggila qui con noi mentre aspetti il Natale!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba della storia di Rudolph la renna:

La storia di Rudolph la renna 🦌 🎅 storia completa

Le renne abitano lassù a nord, dove le notti d’inverno sono lunghissime e la neve è bianchissima. Babbo Natale va sempre lì a cercare quelle più forti e più veloci: gli servono per far volare la sua slitta.

Lì a nord viveva una famiglia di renne che aveva cinque piccoli. Il più giovane si chiamava Rudolph ed era un cucciolo particolarmente vivace e curioso.
Lui infilava il suo naso dappertutto. Ed era un naso veramente particolare. Infatti, quando Rudolph era felice, arrabbiato o si emozionava, il naso si illuminava e diventava rosso come un pomodoro.

I suoi genitori ed i suoi fratelli lo trovavano adorabile e lo amavano per questa sua particolarità, ma fin dall’asilo era diventato lo zimbello dei compagni.
“Rudolph ha il naso rosso! Rudolph ha il naso rosso!” lo prendevano in giro.
E alla scuola elementare andò anche peggio! Rudolph cercava con tutti i mezzi di nascondere il suo naso ma non ci riusciva.

Aveva provato a rimanere sempre serio, a metterci un cappuccio di gomma e addirittura a dipingerlo di nero, ma non c’era niente da fare. In qualche modo quel naso rosso e luminoso saltava sempre fuori e i suoi compagni ridevano a crepapelle. Rudolph ci restava molto male: piangeva amareggiato, e i suoi genitori e i suoi fratelli non riuscivano mai davvero a consolarlo.

Passarono gli anni e Rudolph divenne un giovane forte e agile. Finché fu abbastanza grande da poter partecipare alla selezione delle renne che avrebbero trainato la slitta di Babbo Natale.
Anche quell’anno, infatti, l’inverno era ormai alle porte e la visita di Babbo Natale visita si avvicinava. In vista di quell’appuntamento, le renne giovani e forti si facevano belle. Le loro pellicce venivano strigliate e spazzolate fino a brillare come il rame, le corna venivano lucidate fino a risplendere più della neve. Ed ecco che arrivò il gran giorno.

Tutte le renne si riunirono nel piazzale dove di solito atterrava Babbo Natale in quell’occasione e, nell’attesa, cercavano di intimorire e impressionare gli altri concorrenti. Ciascuno avrebbe infatti voluto essere scelto: trainare la slitta di Babbo Natale è un onore immenso!
Tra di loro c’era anche Rudolph, e bisogna ammettere che spiccava tra gli altri per bellezza e vigore.

Babbo Natale atterrò puntuale. Era partito da casa sua con la slitta leggera trainata solo da Donner, il suo fedele caporenna.
Babbo Natale si mise subito al lavoro ed esaminò ogni concorrente. Siccome le renne erano molte e Babbo Natale ne avrebbe scelte solo otto, ci volle molto tempo per guardarle tutte con attenzione e il tempo sembrava non passare mai. Anzi, a Rudolph sembrava un’eternità.

Quando finalmente toccò a lui, però, il suo naso diventò incandescente per l’agitazione, era quasi luminoso come il sole.
Babbo Natale lo guardò e sorrise amichevole, ma scosse la testa. – Sei grande e robusto. E sei un bellissimo giovanotto – disse – ma purtroppo non posso sceglierti. Il tuo naso rosso potrebbe spaventare i bambini.

Non potete immaginare la tristezza ed il dolore che queste parole diedero a Rudolph.
Corse nel bosco più veloce che poteva, scalpitando e ruggendo per la rabbia. A tutti gli scoiattoli che venivano a chiedergli cosa succedesse, rispondeva: – Guarda come brilla il mio naso. Nessuno ha bisogno di una renna con il naso rosso! – e piangeva per la tristezza.

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Piano piano si calmò e tornò a casa, dove i suoi genitori e i suoi fratelli lo abbracciarono forte. Lui riprese le sue normali attività, cercando di non badare a quanto si vantavano i suoi compagni che erano stati scelti da Babbo Natale. Spesso tornava nel bosco a salutare gli scoiattoli che l’avevano aiutato quel giorno che era stato tanto triste.

Intanto il Natale si avvicinava e tutti erano così occupati con i preparativi per le feste, che nessuno si accorse che il tempo peggiorava ogni giorno di più.
Al punto che Babbo Natale, quando lesse le previsioni per la notte della Vigilia, disse preoccupato: – Come potrò trovare la strada per arrivare alle case dei bambini? Nevicherà così tanto che rischio di non vedere nemmeno le mie renne!

Quella notte non riuscì a dormire. Doveva trovare una soluzione. Perciò decise di tornare al paese delle renne, forse loro avrebbero potuto aiutarlo.
Ma nevicava così tanto che Babbo Natale non riusciva a vedere niente tranne una luce rossa. Tutto ciò che era intorno a lei era illuminato a giorno.

Babbo Natale si avvicinò e si accorse che quella luce proveniva dal naso della renna che lui aveva scartato. La ricordava benissimo.
– Ciao – le disse – mi ricordo ti te. Ti dissi che il tuo naso avrebbe spaventato i bambini, ma mi rendo conto che è eccezionale. Illumina a giorno la strada anche nella bufera. Ti va di essere la prima delle renne attaccate alla mia slitta e di mostrarmi così la strada per raggiungere i bambini?

Rudolph non credeva alle sue orecchie: per l’emozione inciampò nella neve e il suo naso divenne ancora più rosso.
Finalmente rispose: – Naturalmente, lo farò volentieri. Mi fa un enorme piacere.
– Allora ti aspetto domani sera con tutti gli altri. Dobbiamo partire puntuali per essere sicuri che i bambini ricevano i loro doni a mezzanotte.

Figuratevi la faccia dei compagni di Rudoplh quando lo videro a capo della squadra di renne. Loro l’avevano sempre preso in giro per il suo naso bizzarro, ma proprio quel naso si era rivelato indispensabile per permettere a Babbo Natale di portare a termine la sua missione.
Nonostante la bufera di neve, la slitta partì puntuale e fece tutto il suo giro senza intoppi. La luce del naso di Rudolph aveva guidato le renne sane e salve.

Il giorno dopo Rudolph venne festeggiato come un eroe. Le renne ballarono e cantarono felici perché una di loro era entrata nella storia.
Da allora Rudolph è sempre a capo della slitta di Babbo Natale, per illuminargli la strada e far sì che tutti i bambini ricevano il loro regalo di Natale.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Filastrocche sulle emozioni 😃😡


Per parlare delle emozioni ai nostri bimbi con un sorriso

Queste filastrocche per bambini hanno come tema le emozioni, che spesso sono tanto difficili da spiegare ai nostri bimbi. Così si possono raccontare loro queste filastrocche, per aiutarli usando la fantasia e la simpatia.

Lulù ha condiviso noi queste filastrocche, per regalarci un sorriso e anche qualche spunto di riflessione.


Il maiale impaurito 🐷

Ho visto un maiale in mezzo alla strada,
era molto sporco e scalpitava,
forse era scappato oppure no,
ma era brutto come non si può!

Io dovevo proprio passare
ma avevo paura di quell’animale,
so che non mi poteva far del male
ma è sempre meglio non rischiare.

Pensai e ripensai a che potevo fare,
io dovevo proprio continuare,
la mia casetta era più in là,
dovevo agire con molta abilità.

Presi a fissarlo intensamente
e lui mi guardo teneramente,
allora capii che non era cattivo
ma solo impaurito e ne aveva motivo.

Mi avvicinai allora pian piano,
lui si accostò alla mia mano,
lo accompagnai alla sua casetta
e risalii sulla mia bicicletta!

La tristezza del nonno 👴

Quel bacio all’improvviso
scoccato sul mio viso
sì, ve lo devo dire
mi ha fatto trasalire.

Il bacio di un nonnino
incontrato quel mattino
vicino a casa mia
e nella stessa via.

Andavo a pescare
con gli amici, ero al mare,
la mamma mi guardava
mentre il mio passo si allontanava.

È durante quel cammino
che ho incontrato il nonnino.
Era magro, abbacchiato,
chissà cosa gli era capitato.

Continuai a camminare
ma da dietro le spalle lo volli guardare,
lo vidi venire avanti
ma i suoi passi erano stanchi.

Tornando a casa a quel bacio pensai,
non aveva senso, perché giammai
quell’uomo, a me sconosciuto,
aveva fatto quel gesto insoluto.

Raccontai allora tutto alla mamma
che mi delucidò di questo dramma.
Il suo figliolo e il suo nipotino
eran partiti quel triste mattino.

Molto lontani dovevano andare,
il lavoro del papà era oltremare,
non era sicuro di poterli ritrovare
e con quel bacio li lasciava andare.

La lucertola arrabbiata 🦎

Mi piace mettermi a crogiolare,
mi vorrei proprio abbronzare,
ma per quanto io cerchi di fare
il mio colore è sempre uguale.

Ho voluto allora spalmarmi una crema,
da capo a piedi, tutta intera,
ad ogni passo scivolo tutta
e per poco non mi rompevo la zucca.

Mi sono fermata, forse è meglio così,
il sole era forte e io stavo lì,
volevo proprio stare a vedere
se questa volta mi potevo piacere.

La crema piana piano mi abbandonava
e avevo tutta unta la strada,
se le mie amiche mi vedevan così
avrebbero riso notte e dì.

Dopo una giornata passata così,
senza mai muovermi da quel posto lì,
mi sono alzata e guardata allo specchio
ma il mio manto era sempre lo stesso.

Allora ho capito che non c’era nulla da fare
e il mio corpo dovevo accettare.
Ma avete capito allora chi sono?
Sono una lucertola e al sole non mi annoio!

L’onda 🌊

Arriva l’onda sulla battigia,
mi sposto indietro così non arriva
a bagnare i miei piedini
ma soprattutto i calzini.

Mi sono tolta le scarpine,
sono di stoffa e son troppo carine,
se l’acqua del mare me le bagnava,
la mamma a riva poi mi sgridava.

Passa un bambino più piccino di me,
mette i piedi nell’acqua, povera me!
Chissà come questa fredda sarà,
ma la sua mamma, che cosa fa?

Questa da riva guarda il bambino
che si diverte, scalciando il piedino.
Allora mi tolgo anche io un calzino
e il mio piede avvicino pianino.

Che ebbrezza che provo, è un piacere,
sentire l’onda, è tutto un godere.
Ringrazio il bambino, la mia paura
è andata via, ora sono sicura.

Non sono un pesce 🐠

Mi sono tolta il pannolino
e mi sono infilata il costumino,
ora nel mare mi devo buttare
ma ho paura, non c’è niente da fare.

Il babbo mi guarda con un sorrisetto,
il baffo trema, mi dà uno sberleffo.
Questo mi fa ancora più arrabbiare,
e non mi aiuta di certo ad entrare.

Passa davanti a me un pesciolino,
mi dà uno sguardo, è proprio carino.
Chissà chi gli ha insegnato a nuotare,
eh, la natura, quante cose sa fare.

E noi bambini invece perché,
dobbiamo nuotare, senso non c’è.
Già dobbiamo imparar a camminare,
e la pipì addosso non possiamo più fare.

Se sbagliamo in qualcosa ci sanno sgridare,
siamo piccini, dobbiamo imparare.
Il pesce nuota, la rana salta,
l’uccello vola, la biscia avanza.

Invece io devo imparare a nuotare,
non sono un pesce ma lo devo fare.
Guardo la mamma e poi il papà,
mi butto nel mare, che contenti li fa!

L’oca Giuliana 🦆

Tutti la chiamavano Oca giuliva
e questo lei non lo capiva,
era sempre arrabbiata, non rideva mai,
quel “giuliva” non le piaceva assai.

Chiese all’amica di vecchia data,
un’anatra bianca a lei affezionata,
se lei poteva fare qualcosa,
parlare agli altri di quella cosa.

La grande amica cominciò a starnazzare
e gli animali cominciarono ad arrivare,
il gallo, il maiale e tante galline,
una faraona che era in mezzo al cortile.

Dopo poco tempo si radunarono tutti
e l’anatra bianca comunicò ai vari gruppi
che l’amica oca era molto adirata,
che l’appellativo l’aveva mortificata.

Decisero allora che era meglio cambiare,
il vecchio nome doveva scordare,
e tutte assieme all’unanimità,
la chiamarono Oca Giuliana che male non sta!

Copyright dei Testi © Lulù Barabino


Chi sono

Lulù - fabulinis.com

Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

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filastrocche sui bambini 👧👦


Le filastrocche che regalano un momento di tenerezza pensando ai nostri bimbi

Queste filastrocche per bambini parlano proprio di loro, dei loro sogni, delle loro avventure e anche dei momenti un po’ meno felici, ma alla fine c’è sempre un grande sorriso per tutti ad attenderli.
Queste filastrocche le ha scritte col cuore Lulù, con la sua dolcezza e simpatia.


Vado all’asilo 🎒

Oggi ho indossato il grembiulino,
sì, lo so, era bello e verdino,
però mi sta stretto e proprio male:
io all’asilo non ci voglio andare!

Il mio papà dice che sono bella
e assomiglio a una piccola stella.
Secondo me gli piace scherzare:
io all’asilo non ci voglio andare!

Allora interviene la mia mammina,
anche per lei io sono carina,
ma poi mi sistema il grembiulino
e mi dà una pacca sul sederino.

Mi sa che all’asilo devo proprio andare
e non ci voglio più pensare,
metto lo zaino e il giacchino
e vado all’asilo pianin pianino.

La fontana ⛲

C’è una fontana
nel mio paese,
è molto lontana
ma ogni mese
tutti i bambini
ci vogliono andare,
grandi e piccini
e insieme giocare.

Alcuni hanno
delle barchette
e altri invece
delle cannette,
anche i più piccoli
ci voglion salire
ma uno coi riccioli
si fa sentire.

“Non sono piccino,
ho già 4 anni,
sono magrino
ma non mi inganni,
mi vuoi vedere
fare un bagnetto
ma io non casco
e ti faccio un dispetto”.

E mentre lo dice
un tuffo fa giù,
non è felice
ma non ne può più
sentirsi dire
sempre, ogni giorno,
“Sei piccolino,
levati d’attorno”!

Tutto imbronciato
si tira su,
è tutto abbacchiato
ma sembra Gesù,
i suoi capelli
biondo dorato
sono sempre belli
anche da bagnato.

La piccola calciatrice ⚽

Sono salita su un covone di paglia,
guardo lontano, il sole mi abbaglia.
Che bella vista che vedo quassù,
i prati, le case e le mucche laggiù.

Essere alti ha un grande vantaggio,
ti senti forte e ti viene il coraggio
di dire a tutti quello che pensi
e poi lasciare gli altri sgomenti.

Che senso ha però questa idea,
le cose van dette ma in buona maniera.
Esser educati è la cosa migliore
e dire agli altri la propria opinione.

Allora son scesa giù dal covone
e ho visto gli amici che giocavan a pallone,
son la più piccola, questo lo so
e anche gli altri mi deridono un po’.

Mi sono messa il cappellino,
sembro più alta anche se solo un pochino,
ho dato un calcio al loro pallone
e ho fatto gol, senza rigore.

I miei amici mi hanno alzata,
come in trionfo mi hanno portata.
Ecco, ero grande per loro, perciò
nel grande covone mai più salirò.

La montagna dei bambini ⛰️

La montagna è da adorare
ci son pochi che lo posson fare
ai bambini può piacere
sol per quel che si può vedere.

Puoi incontrare uno stambecco
l’ermellino o il gippeto,
uno scoiattolo nel bosco
o un picchio su un ramo morto.

Passa un merlo con un verme in bocca,
cerca il nido e il suo cuore scoppia,
Il movimento lo ha disorientato
e il suo piccolo è ancora affamato.

Queste cose piacciono a un bambino
Ma per questo deve fare un
cammino
sarà lungo o sarà breve
chissà quel che dalla strada riceve.

Ma tutto questo ti arricchisce
e la visione non svanisce,
quando a casa tornerai
dentro il tuo cuore troverai

Mano nella mano 🤝

Vieni con me
dammi la mano
e verso il mondo
insieme andiamo.

Forse la strada
sarà pesante,
non preoccuparti,
non mi farò da parte.

Ti lascerò solo
quando vorrai,
fino ad allora
con me starai.

E quando un giorno
tu partirai
verso una meta
che ancora non sai,

io non sarò a te vicino
ma nel mio cuore
resterà il cammino
che insieme abbiam fatto.

Or che sei grande
ti devo lasciare.
Ti voglio una gran bene,
non lo scordare!

Mi è caduto un dentino 🦷

Oggi mi è caduto un dentino
e l’ho trovato nel mio lettino,
mi sono addormentata con lui vicino
ma me lo ha rubato un topolino.

Alcuni dicono che è una fatina
che ruba i denti per la Regina,
ma invece per me è stato un topino,
ho visto la cacca sul comodino.

E al mattino ho trovato un soldino,
è stato tirchio, era bellino,
sì, piccolino ma era carino
ed era bianco, pulito a puntino.

La filastrocca è quasi finita,
non fatemi ridere, lo faccio a fatica,
adesso in bocca ho un buchetto,
non riesco nemmeno a dare un bacetto.

Metto il guadagno nel salvadanaio,
forse da grande farò il gelataio
e porterò gelati ai bambini,
che senza un dente sono sempre carini

Il pupazzo rosa 🐻

Ho un pupazzo tutto rosa
che nel letto mio riposa.

Se mi alzo al mattino
non dimentico il bacino.

È un orsetto delicato
dal musetto assonnato.

Io gli voglio un gran bene,
esso è mio. Mi appartiene!

E di giorno poi giochiamo
e a volte conversiamo.

Me lo coccolo benino
e lo stringo al mio pancino.

All’asilo dovrò andare
e l’orsetto potrò portare,
ma starà con me vicino
solo per il riposino.

Ora però devo andare
con la nonna a passeggiare;
lascio a casa il mio orsetto,
lo rimetto dentro al letto.

Il bimbo e l’ospedale 🏥

In un letto d’ospedale
c’è un bambino che sta male.

È da poco stato operato
e ancora non si è alzato.

Vicino a lui ha la sua mamma
che gli fa fare la nanna;
il bambino è assonnato
e il suo cuore è beato.

Non è giusto non star bene
e soffrire tante pene.

Perché mai devo star qui,
non è giusto, non è così
che volevo la mia giornata
deve esser bella e spensierata,
devo correre e gioire,
invece ho male da morire.

La sua mamma lo capisce
Anche se lui parol non dice.

Anche lei non si dà pace,
vede il bimbo che nel letto giace.

Pensa ai giorni che verranno,
quando insieme usciranno
da quel triste ospedale,
dove nessuno vorrebbe andare.

Guarda in alto e ringrazia,
non è mai grata abbastanza,
il suo bimbo ora sta bene
quel che è l’oggi non le appartiene.

Sarà solo un ricordo
che svanirà con il nuovo giorno.

Figlio mio, sei il prediletto,
sono qui, accanto al tuo letto!

I sogni dei bambini 😴🦄

Quando un bambino
dorme nel lettino,
chissà cosa sogna,
è un mistero divino.

Nessuno di noi
se lo può ricordare
ma forse da mamma
ti piace pensare

che sogni pascoli,
miriade di fiori,
uccelli fatati
dai mille colori.

Orsetti giganti
che gli danno la mano,
una musica dolce
che suona lontano.

Una casa pepata
e fuori un giardino
con tanti dolcetti
su un tavolino.

Intorno alla tavola
tanti bambini,
di tutte le razze
per stare vicini.

Ognuno parla
ma non si capisce
nulla di quello
che insieme si dice.

Ma non importa,
si stringe la mano
al bambino vicino
e insieme facciamo

un bel girotondo
dai mille colori,
dal bianco al marrone,
nessuno sta fuori.

La mamma continua
ancora a pensare
che è tanto bello
per il bimbo sognare.

Allora si siede
e lo guarda dormire.
E pensa che è bello
e lo ama da morire!

Copyright dei Testi © Lulù Barabino


Chi sono

Lulù - fabulinis.com

Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

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Il primo albero di Natale 🎄


Tanto tempo fa non c’erano gli alberi di Natale perchè nessuno li aveva ancora inventati! Ma chi sarà mai stato quindi ad avere questa splendida idea?!

Questa simpatica fiaba risponde in modo semplice e allegro a questa domanda; è stata ripresa da una leggenda nordica che noi di fabulinis abbiamo pensato di riscrivere usando un po’ di immaginazione.
Ecco allora una storia natalizia, adatta a questo periodo dell’anno in cui i bambini sognano e sperano di vedere realizzare i loro desideri.

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba del primo albero di Natale:

Il primo albero di Natale 🎄 racconto completo

La vigilia di Natale, nel tardo pomeriggio, Babbo Natale camminava nel bosco col suo sacco in spalla, tutto nervoso…
Tra poco sarebbe dovuto partire con la sua slitta per portare i doni ai bambini di tutto il mondo, ma un pensiero lo tormentava.
Rifletteva su come lo spirito del Natale fosse cambiato negli ultimi anni.

Certo, i bambini erano felici di ricevere giocattoli e dolci, ma lui avrebbe voluto che cantassero e ballassero con le loro famiglie per festeggiare il Natale, cosa che purtroppo ormai accadeva sempre più raramente.
Avrebbe voluto riportare di nuovo tutta questa gioia ai bambini, ma non gli era venuta nessuna bella idea.
“Adesso ne parlerò con il mio aiutante Gimpy.” pensò. “Dobbiamo incontrarci per organizzare la distribuzione dei regali, magari insieme riusciamo a trovare una soluzione anche per questa cosa.”

Gimpy stava già aspettando Babbo Natale nella casetta in mezzo al bosco da dove partivano tutti i regali. Appena vide Babbo Natale gli corse incontro, ma si fermò, vedendolo così cupo.
– Cosa succede, Babbo Natale? Non sei pronto per andare a portare i regali ai bambini?-
– Non lo so – rispose Babbo Natale. – Quest’anno mi sento tanto stanco, forse è successo qualcosa che mi ha fatto perdere l’entusiasmo. Cibo e giocattoli vanno bene, ma bisognerebbe trovare un’idea nuova per rendere davvero felici le persone, per farle di nuovo cantare e ridere di gioia…

– Ci avevo pensato anch’io sai, ma non è così facile – disse Gimpy pensieroso.
– Lo so – continuò Babbo Natale, – E io ormai sono troppo vecchio. A forza di pensare ad inventare qualcosa, mi è perfino venuto mal di testa. Se si va avanti così, rischiamo che il Natale diventi una festa come tutte le altre, e questo mi renderebbe davvero molto triste.

Nel frattempo era arrivata la sera. La luna ormai saliva in cielo e il tempo iniziava a stringere, perciò decisero di fare una passeggiata: camminare nel bosco li avrebbe forse aiutati a trovare un po’ di ispirazione.
Cammina cammina, giunsero ad una grande radura circondata da piccoli e grandi abeti. Era un posto bellissimo. La neve brillava sui rami degli alberi e, sotto la luce della luna, sembrava fatta d’argento.
Gli abeti scuri per la notte e bianchi per la neve formavano un paesaggio incantato.

Rimasero però colpiti da un abete in particolare: aveva dei ghiaccioli che penzolavano dalla punta dei rami e che scintillavano per i riflessi di luce. Non avevano mai visto niente di simile.
Gimpy si avvicinò a quell’abete ed esclamò: – Che meraviglia! Babbo Natale, non è bellissimo quest’albero?
– Sì, davvero… – rispose Babbo Natale.

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Erano lì incantati a guardarlo, quando Gimpy all’improvviso disse – Dammi delle mele!
– Mele? – chiese meravigliato Babbo Natale
– Su, veloce, ho avuto un’idea. Dobbiamo legarle con delle cordicelle in modo da poterle appendere all’abete.

Babbo Natale era molto perplesso, ma iniziò a cercare nel suo grande sacco e trovò sia delle mele che un po’ di corda.
Fabbricò dei piccoli lacci con la corda e, dopo averci legato le mele, le diede a Gimpy. L’elfo le prese, le lucidò bene fino a farle diventare di un rosso acceso e le appese all’albero. Quando finì sorrise soddisfatto.
– Già che ci siamo, attacchiamoci anche delle noci – continuò Gimpy.
Babbo Natale era sempre più confuso, non riusciva a capire dove l’elfo volesse andare a parare. Ma lo vedeva così deciso che non replicò.

Gimpy sfregò le noci su un panno speciale che portava sempre con sé, così da farle diventare dorate.
Quando ebbero finito, Gimpy chiese ancora: – Per caso nel tuo sacco hai delle luci, Babbo Natale?
– Purtroppo no, ma ho delle candeline, e dei fiammiferi per accenderle.
– Perfetto! – gridò Gimpy con gioia. Così presero anche tutte le candeline e le misero sui rami dell’abete e sulla sua cima. Poi le accesero.

Lo spettacolo era meraviglioso.

Nel buio, questo piccolo albero brillava come una stella, le mele mandavano riflessi rossi e le noci lo facevano splendere come se fosse d’oro. Gimpy batteva le mani e rideva felice, mentre Babbo Natale non era più arrabbiato.
Gimpy, serio ma felice, guardò Babbo Natale e disse – Ora portiamo l’albero giù in paese così com’è.
Così fecero. Giunsero in paese a notte fonda, quando tutti ancora dormivano. Gimpy indicò la porta della casa più povera del villaggio, la aprì piano e aiutò Babbo Natale a portare dentro l’abete.

Lo sistemarono in mezzo al salotto e Babbo Natale ci lasciò sotto anche un sacco di belle cose: dolci, giochi, mele e noci. Poi, sempre in silenzio, andarono via.
La mattina dopo, il più piccolo dei bambini che abitavano in quella casa si alzò per primo e, come sempre, andò in salotto.
Immaginate quanto grande fu lo stupore nel vedere lo spettacolo dell’albero addobbato!

Corse subito a svegliare mamma, papà e i fratelli, e tutti, sbalorditi per quella meravigliosa sorpresa, cominciarono a ballare e cantare intorno all’albero tenendosi per mano.
La gioia era talmente grande che non guardarono nemmeno i regali: l’albero era il vero dono per tutti.
I vicini, sentendo tutto quel cantare, corsero a vedere e a poco a poco tutto il paese si riversò in quella casa.

Rimasero tutti incantati e volevano tutti un abete così in casa loro!
Andarono nel bosco a prendere un abete e lo addobbarono con mele, noci e luci, proprio come quello fatto da Babbo Natale e Gimpy.
Quando fu sera, in ogni casa si poteva vedere brillare un albero e si potevano sentire canti di Natale.

Nel giro di pochi anni tutte le famiglie del mondo iniziarono ad addobbare un abete per Natale.
Ma la cosa più importante era che Babbo Natale era riuscito a rendere unica e indimenticabile la festa del Natale.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Continua il tuo viaggio tra le fiabe 🏰 qui sotto te ne suggeriamo alcune che sicuramente ti piaceranno! ❤


Cenerentola 👠


Cenerentola, grazie al magico aiuto della fata madrina, parteciperà al gran ballo indetto dal Principe, e perdendo una scarpetta di cristallo riuscirà a coronare il suo sogno!

Le origini di Cenerentola si perdono nella notte dei tempi, la prima versione moderna però è di Giambattista Basile col titolo di La gatta Cenerentola, poi verranno Charles Perrault, i fratelli Grimm ed infine Walt Disney col suo famoso cartone animato del 1950, che ci ha regalato Cenerentola per come la conosciamo oggi e di cui nel 2015 è stato realizzato anche un film. Noi di fabulinis abbiamo creato la nostra versione adatta anche ai bambini più piccoli, speriamo tanto che vi piaccia!

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba di Cenerentola:

Cenerentola 👠 storia completa


C’era una volta una ragazza di nome Lucrezia, ma da tutti veniva ormai chiamata Cenerentola…
Dovete infatti sapere che Cenerentola era stata una bimba molto sfortunata, crebbe senza la mamma fin da quando era molto piccola. Il caro papà per cercare di darle una figura materna sposò una vedova, anche lei con due figlie, con le quali era sempre dolce e benevola, ma si rivelò poi molto severa e ingiusta con Cenerentola.

Il padre cercava sempre di rincuorarla, ma ahimè anche lui poco dopo morì di malattia. E così Cenerentola si ritrovò sola, ma grazie al sorriso del papà che portava sempre nel cuore rimaneva sempre allegra e sorridente.
La matrigna iniziò a trattarla sempre peggio, le faceva fare tutte le faccende domestiche e i lavori più pesanti facendosi servire come se fosse una gran signora. Mentre le sorellastre le facevano ogni tipo di scherzo, visto che erano invidiose della sua naturale bellezza.

Così la sera, stanca ed esausta, Cenerentola si rintanava in un angolo della casa, vicino al caminetto acceso e caldo.
Proprio dal tempo passato vicino al caminetto, sporcandosi i vestiti con la cenere, le sorellastre presero a chiamarla col nomignolo di Cenerentola. Ma a lei non importava, aveva infatti scoperto che dietro al camino c’era la tana di alcuni piccoli topolini che le tenevano compagnia e la rallegravano nei momenti di sconforto.

Un giorno però nel paese accadde un fatto davvero straordinario. Dal castello arrivò un messaggero del Re che proclamò:
“Il figlio del re, il Principe erede al trono, ha indetto un gran ballo nelle sale reali a cui sono invitate tutte le ragazze del regno in età da marito!”

Quando la matrigna lo venne a sapere prese le sue due figlie e iniziò a prepararle come principesse per il gran ballo.
Cenerentola, che stava correndo a destra e sinistra per obbedire agli ordini delle tre donne, sognava ad occhi aperti di quanto sarebbe stato bello poter partecipare a quel gran ballo.

Così prese coraggio e disse alla matrigna:
– Voglio anche io partecipare al ballo! L’invito è aperto a tutte le ragazze del regno in età da marito…
La matrigna e le sue sorellastre, guardandola tutta impolverata e vestita di stracci, si misero a ridere.
– Come pensi di presentarti al castello? Vestita di stracci sporchi?! – e se ne andò via facendole capire che non c’era nessuna possibilità che lei partecipasse al ballo.

Così arrivò la sera del ballo, Cenerentola vide la matrigna e le sorellastre prepararsi, vestirsi con abiti meravigliosi e indossare splendidi gioielli. Aspettò che uscissero di casa, e una volta che si furono allontanate corse a piangere disperata nell’angolino vicino al camino.
I topini suoi amici uscirono dalla tana e cercarono di consolarla strofinando il loro musetto contro le guance bagnate dalle lacrime di Cenerentola.

Le sue lacrime erano così tante che caddero per terra, sopra un piccolo mucchietto di cenere. Ma da quel mucchietto di cenere accadde una cosa inaspettata, piano piano come per magia, una piccola luce iniziò a brillare sempre più forte, finché davanti a Cenerentola non si materializzò una fata!
– Su non fare così piccola Cenerentola mia… – disse la fata Madrina.
– Chi ha parlato!? – esclamò Cenerentola che aveva ancora gli occhi pieni di lacrime e non riusciva a vederci bene.
– Sono io, la tua fata Madrina, e vedrai che adesso sistemeremo un po’ di cose…
– La mia fata Madrina… ? – chiese stupita Cenerentola – … e cosa dovremmo sistemare?
– Beh, tanto per iniziare, ti piacerebbe partecipare al gran ballo di stasera?
– Ma certo! Mi piacerebbe tanto… – rispose Cenerentola che si stava ancora asciugando le lacrime col dorso delle mani – … ma come faccio? Non ho neppure un abito da sera…
– Di questo non ti devi preoccupare, piuttosto portami una zucca e raduna qui i tuoi amici topolini.
– Una zucca? – chiese sorpresa Cenerentola, ma senza chiederle il perché si precipitò nell’orto a prenderne una bella tonda e gliela portò.

Così, la fata Madrina di fronte agli occhi stupefatti di Cenerentola, pronunciò una formula magica e trasformò la zucca in una splendida carrozza, e i topolini in magnifici cavalli bianchi che la trainavano.
Cenerentola rimase a bocca aperta, e non riusciva a pronunciare nemmeno una parola per la meraviglia.

– E ora veniamo a te, mia bella fanciulla – disse la fata che in un colpo di bacchetta magica trasformò l’abito fatto di stracci di Cenerentola in un magnifico vestito da sera color bianco perla, degno di una regina.
– Ma… ma… ma è stupendo! – balbettava Cenerentola – come posso ringraziarti fata Madrina!?
La fata sorrise e disse:
– Piuttosto, ti mancano ancora delle scarpette, degne di questi piedini così piccoli e graziosi – e così ai piedi di Cenerentola comparvero delle magnifiche scarpette di cristallo che le calzavano alla perfezione.

Ora Cenerentola sembrava veramente una principessa.
– E ora vai, corri al ballo ma ricorda solo una cosa, la più importante: questa magia durerà solo fino a mezzanotte, entro il dodicesimo rintocco del campanile tutto ciò che ho fatto sparirà! La carrozza tornerà zucca, i cavalli topolini e il tuo vestito sarà di nuovo di stracci!


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Cenerentola, che ancora non credeva a quello che le stava succedendo, non se lo fece ripetere due volte, salì sulla carrozza e partì per il castello.
Al castello era tutto un susseguirsi di musiche e danze, e Cenerentola fu ricevuta con gli omaggi che si fanno ad una principessa.
Le persone presenti al gran ballo iniziarono a chiedersi da dove mai venisse quella fanciulla così bella ma di cui nessuno sapeva il nome.
Il Principe aveva promesso un ballo a tutte le ragazze presenti, ma quando finalmente fu il turno di Cenerentola, non volle più ballare con nessun’altra.

Tutte le altre ragazze diventarono verdi d’invidia, comprese la matrigna e le sorellastre di Cenerentola.
Così il Principe e Cenerentola continuarono a ballare per tutta la serata, tanto che lei si scordò del del tempo che passava…
Ma ci pensò il campanile a ricordarle che ormai era giunta la mezzanotte, e la campana iniziò a fare i primi rintocchi.
Cenerentola fu presa dal panico.

– Mi scusi sua maestà, ma io ora devo proprio andare… – si congedò frettolosamente dal Principe che non capiva il perché di una fuga così improvvisa, così decise di rincorrerla.
Cenerentola correva veloce, ma mentre scendeva la scalinata che portava alla carrozza perse una delle scarpette di cristallo. Fece per voltarsi a riprenderla, ma mancava ancora un solo rintocco di campana e tutta la magia sarebbe svanita, e il Principe avrebbe visto chi era in realtà.
Così saltò sulla carrozza e gridò ai cavalli di correre al galoppo verso casa.

Al Principe non rimase altro da fare che raccogliere la scarpetta di cristallo, e vedere la carrozza di quella fanciulla senza nome che si allontanava a tutta velocità.
Non appena dal campanile arrivò il dodicesimo rintocco, la carrozza svanì, i cavalli ritornarono ad essere topolini e Cenerentola tornò ad essere vestita di stracci. Per fortuna erano ormai abbastanza lontani dal castello e nessuno vide nulla, così a Cenerentola toccò fare l’ultimo tratto di strada a piedi, in compagnia dei topolini.

Il giorno dopo la matrigna e le sorellastre erano furenti, avevano saputo che il Principe aveva ordinato alle sue guardie di cercare la splendida fanciulla senza nome. Per essere certi che la fanciulla fosse quella giusta, avrebbero fatto calzare la scarpetta di cristallo per scoprire quella al cui piede avrebbe calzato alla perfezione.
Dopo qualche giorno dunque le guardie bussarono anche alla porta della casa di cenerentola.
– Vai a nasconderti subito nell’orto – disse la matrigna a Cenerentola – che sennò ci fai fare brutta figura.

Così Cenerentola si mise a fare lavori nell’orto, mentre intanto cercava di origliare cosa stesse succedendo in casa. Ovviamente a nessuna delle due sorellastre, per quanto provassero e riprovassero, la scarpetta di cristallo andava bene.
Così le guardie dopo innumerevoli prove sentenziarono che nessuna delle due era la ragazza del ballo.
Ma quando uscirono di casa, ad una delle guardie cadde l’occhio proprio nell’orto dove stava Cenerentola, e vista la ragazza la chiamarono per farle provare la scarpetta.

– Ma cosa volete far provare la scarpetta a quella ragazza, non vedete che è vestita di stracci? – disse la matrigna quando si accorse delle intenzioni delle guardie – non avrebbe mai potuto partecipare al gran ballo conciata a quel modo!
– Noi abbiamo l’ordine di far provare la scarpetta a tutte le ragazze del regno, nessuna esclusa!
La matrigna dopo quelle parole non ebbe il coraggio di aggiungere nulla.

A Cenerentola batteva forte il cuore, quella era la scarpetta di cristallo che aveva usato al ballo, e il Principe aveva ordinato di cercare per tutto il regno la ragazza che l’aveva indossata!
E questa ragazza era proprio lei!
Mentre la guardia si inchinava per infilarle la scarpetta Cenerentola tremava, e per la paura chiuse gli occhi, finché non sentì la scarpetta perfettamente calzata sul piede e la guardia esclamare a gran voce:
– E’ lei!!!

Cenerentola riaprì gli occhi, la scarpetta era lì sul suo piccolo piedino.
– Non è possibile! – esclamò la matrigna.
– Non è possibile! – ribatterono le due sorellastre.
Le guardie invece chiamarono una carrozza ed invitarono Cenerentola a salirci sopra.
– Sua maestà il Principe la sta aspettando a corte – dissero le guardie facendola salire, e la carrozza partì verso il castello sotto sguardo esterrefatto della matrigna e delle sorellastre.

E così una volta giunta a corte il Principe riconobbe in Cenerentola la bellissima ragazza con cui aveva ballato un’intera sera.
Così le propose di sposarla, Cenerentola felice come non mai accettò, e di lì a poco si sarebbero celebrate le più belle nozze del regno.
E vissero tutti felici e contenti.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Un ciuccio per Babbo Natale 🎅


Come faccio a togliere il ciuccio al mio bambino? Questa domanda tormenta tante mamme e papà, ma questa storia di Natale potrà aiutarvi.

Per molti bambini, infatti, il ciuccio è un oggetto molto prezioso ed amato. Eppure per crescere bisogna lasciarlo andare…
Ma una bella storia con un po’ di magia può far superare al piccolo (e a te…) questa fase delicata: c’è chi lo regala a una fatina o chi lo regala ai delfini al mare.
Noi di fabulinis ti proponiamo questa bella fiaba in cui il ciuccio viene donato a Babbo Natale. L’ha scritta Gabriella Arcobello, psicopedagogista esperta di fiabe, e siamo sicuri che ti aiuterà in questo momento così delicato!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba de un ciuccio per Babbo Natale:

Un ciuccio per Babbo Natale 🎅 storia completa


Mancavano solo due giorni al Natale e nella casa di Leo era davvero tutto pronto: il presepe preparato nel camino e pieno di lucine; l’albero con le sue decorazioni scintillanti; il vischio verde, un po’ fatato…
Leo aveva quasi cinque anni e non vedeva l’ora che arrivasse il giorno di Natale.
L’attesa era stata lunga ma eccitante.

In quei giorni, alla scuola materna, spesso sognava ad occhi aperti l’arrivo di Babbo Natale con la sua slitta volante, tirata dalle amiche renne e stracolma di doni e pacchettini.
Con l’aiuto della mamma gli aveva scritto una letterina, chiedendogli un robot, una macchinina, un puzzle e un peluche.
Anche nel paese di Babbo Natale era ormai quasi tutto pronto.

Babbo Natale con i suoi folletti aveva lavorato tanto e a lungo per preparare e confezionare tutti i doni per tutti i bambini della terra. Ora stava facendo le ultime conte, perché guai a dimenticarsi di qualcosa e soprattutto di qualcuno.
Il pianto di un folletto piccolo piccolo però disturbava i suoi calcoli…
Conta e riconta, era costretto tutte le volte a rifare la somma. E questo era un bel problema.

Non la conta, ma quel tenero folletto di pochi mesi che piangeva così tanto: piangeva quando doveva addormentarsi; piangeva quando si svegliava; piangeva quando aveva freddo e piangeva quando aveva caldo; piangeva quando qualcuno gli si avvicinava e piangeva quando qualcuno se ne andava; piangeva, piangeva, piangeva!

Babbo Natale decise che era ora di fare qualcosa per aiutare il suo folletto più piccolo, che si chiamava Tendy.
Aveva sentito dire da qualche parte che, sul pianeta Terra, le mamme offrivano ai bambini un ciuccio per consolarli e per calmarli.
Doveva assolutamente chiedere aiuto a una mamma del pianeta Terra. E fu così che scelse proprio la mamma di Leo.


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Questa gli spiegò che il ciuccio, per i bambini piccoli, è un oggetto morbido che li consola, li distrae e li aiuta ad addormentarsi.
Babbo Natale le disse: «Ora comprendo! Ne vorrei uno anch’io per regalare un po’ di serenità al mio folletto Tendy».
Pensa e ripensa, alla mamma venne un’idea:
– Stai tranquillo Babbo Natale. Chiederò a Leo, il mio bambino, e forse lui potrà aiutarti.

Il giorno dopo la mamma disse a Leo:
– Sai, Babbo Natale stanotte arriverà con i doni. Nel suo paese c’è un folletto piccolo piccolo che ha bisogno di un ciuccio. Che ne dici di offrirgli il tuo? Babbo Natale sarà contento e ti sarà grato per averlo aiutato!
Leo la guardò un po’ perplesso e molto indeciso, perché lui era davvero affezionato al suo ciuccio.

Ma alla fine accettò. La sera, prima di andare a letto, impacchettarono il ciuccio con una bella carta rossa e un fiocco dorato. Lo misero sotto l’ albero, insieme al latte per le renne e a qualche delizioso biscotto per Babbo Natale.
La mattina seguente il pacchettino che aveva preparato era sparito, insieme con il latte e i biscotti.

Leo trovò sotto l’ albero tutti i doni che aveva chiesto; anzi, c’era un pacchetto in più, proprio per lui.
Lo scarto per ultimo e dentro Vi trovò un grande lecca-lecca rosso a forma di cuore, al sapore di fragola.
C’era anche un bigliettino che diceva:
– Grazie Leo! Donando il tuo ciuccio hai fatto una cosa molto generosa. Tu hai un cuore grande grande. Per ringraziarti, io ti nomino mio FOLLETTO SPECIALE del pianeta Terra.
Firmato: Babbo Natale.

— Fine della fiaba —
Ringraziamo la psicopedagogista Gabriella Arcobello per aver condiviso con noi questa fiaba molto educativa.


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Freddy, il pupazzo di neve ☃️


I momenti belli della vita non scompaiono, ma si portano con gioia nel cuore per sempre.❤️

A volte anche i pupazzi di neve parlano! e ci ricordano che se anche si dovessero sciogliere per il sole, basterà un’altra nevicata per ritrovare la magia di farne un altro!

Freddy, il pupazzo di neve ☃️

Candidi fiocchi iniziavano a scendere sul paesino di Arcobaldo. I bambini non attendevano altro, tanta neve per poter finalmente giocarci.
Caterina e Lorenzo avevano passato tutto il pomeriggio al parco, dopo l’abbondante nevicata, per costruire con cura il loro pupazzo di neve: due tappi di bottiglia per gli occhi, una carota per il naso, un pezzo di stoffa rosso per la bocca.
Sulla testa un vecchio cappello nero e una sciarpa scolorita al collo, al corpo cicciotto avevano applicato una fila di bottoni marroni e una fibbia di metallo per cintura.

«Che carino questo pupazzo, siamo stati bravi, vero sorellina?» esclamò felice Lorenzo.
«Bellissimo, pare quasi vero, gli manca solamente… la parola!» disse Caterina.
«La parola… chi dice che i pupazzi di neve non parlino, eh?» fece una voce roca.

I bimbi sul momento pensarono ad uno scherzo degli amici. Si guardarono intorno, ma non videro nessuno.
«Ehi, piccoli! Dico a voi!» tuonò nuovamente la voce roca.
Caterina e Lorenzo si girarono entrambi in direzione del pupazzo di neve e videro che la sua bocca si era spostata lievemente dalla posizione originale.

«Si, si, sono proprio io che vi parlo! L’amico di neve che avete appena costruito» fece il pupazzo.
«Ma i pupazzi di neve non parlano… o almeno…» mormorò Lorenzo.
«Io sono speciale, mi chiamo Freddy! Sono veramente felice di fare la vostra conoscenza, mi avete modellato davvero bene» disse il pupazzo.

Iniziò a farsi buio.
«Ciao Freddy, domani torneremo a trovarti!» fecero i due fratelli.
«Va bene, ma dovete farmi una promessa. Spero di rivedervi presto, ma se questo non dovesse accadere, non rattristatevi: ritornerò con la prossima nevicata e voi mi ricostruirete più grande e più bello!».

Caterina e Lorenzo scossero la testa, il giorno dopo si sarebbero ritrovati tutti e tre nello stesso punto, nello stesso parco.
Il mattino seguente i bambini si alzarono presto, fecero colazione, si infilarono il cappotto e uscirono. La giornata era fredda ma soleggiata. Corsero dal loro pupazzo di neve… ma una brutta sorpresa li attendeva: Freddy non c’era più. Il sole lo aveva sciolto quasi completamente.

«Che tristezza, il nostro amico è sparito!» disse Lorenzo con le lacrime agli occhi.
Caterina si ricordò allora della promessa fatta a Freddy.
«Dai, Lorenzo, non piangere! Il nostro amico ritornerà, vedrai, ritornerà!».

Alzando lo sguardo al cielo, la bimba vide alcune nuvole scure avanzare nascondendo il sole. Sorrise.
«Ora andiamo fratellino! Mamma e papà ci stanno aspettando per il pranzo! Vediamo chi arriva primo!».
Iniziarono a correre veloci, lungo la stradina che portava alla loro casa.

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Rita Bimbatti, Pedagogista Clinico e autrice di racconti per l’infanzia, per aver condiviso con tutti noi questa storia, per far capire con delicatezza ai piccoli che i momenti belli della vita non scompaiono, ma si portano con gioia nel cuore per sempre.

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Il lavoro degli Elfi 🧝


Gli Elfi di Babbo Natale sono sempre al lavoro!

Su nel freddo nord, c’è chi prepare i giocattoli da regalare ai bambini di tutto il mondo, sono gli Elfi! Andiamoli a scoprire!

Il lavoro degli Elfi 🧝

Vicino al Polo Nord si trova la casa di Babbo Natale, dove vive indisturbato con i suoi amici Elfi.

Gli Elfi sono creature buone, pacifiche ed immortali, con grandi orecchie appuntite, sensibili a suoni e rumori lontanissimi: sono molto legati a Babbo Natale, che li considera i suoi adorati figli. In questo periodo, vista la quantità di letterine che stanno arrivando in prossimità delle feste, i piccoli Elfi sono già al lavoro.

Hanno idee geniali, ogni giorno costruiscono centinaia di divertimenti di ogni tipo: bambole, trenini, macchinine e tanto ancora.
Appena terminato di costruire un giocattolo gli spruzzano sopra un po’ di polvere di stelle per renderlo più leggero, altrimenti Babbo Natale non riuscirebbe a trasportare il grande sacco con milioni di regali per i bambini di tutto il mondo.

I piccoli Elfi lavorano con grande dedizione, precisione e velocità. Quando si sentono stanchi, si riposano un pochino su minuscoli lettini intrecciati con la paglia, oppure si ricaricano gustando morbidi panini al latte farciti di cioccolata, di cui vanno ghiotti.

Nella fabbrica delle magie tutti sono già ai loro posti: tra poco Babbo Natale inizierà il lungo viaggio, con la sua slitta ricolma di doni trainata dalle renne volanti.

Bisogna sbrigarsi, i bimbi buoni quest’anno sono molti e devono essere accontentati.
Buon lavoro, miei cari Elfi!

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Rita Bimbatti, Pedagogista Clinico e autrice di racconti per l’infanzia, per aver condiviso con tutti noi questa storia sugli aiutanti magici di Babbo Natale che sono già al lavoro per preparare i tanti regali…

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La pallina canterina 🟢🎶


Che noia le fredde e silenziose serate invernali… molto meglio cantare tutti assieme!

E se gli addobbi dell’albero di Natale si mettessero a cantare tutti assieme? Che grande festa sarebbe!

La pallina canterina 🟢🎶

Laggiù, ai piedi della montagna, c’è un paesello piccino piccino chiamato Magicondolo dove gli abitanti si preparano ad addobbare con cura l’abete della piazza: ognuno ha acquistato un oggetto da appendere al grande albero per le festività natalizie, chi un filo dorato o argentato, chi una pallina colorata, chi un angioletto, una stella, altri più poveri hanno impastato in casa un biscotto e poi agganciato un cordoncino.

Terminati i lavori, l’albero risplende in tutta la sua bellezza al centro del paese, a pochi passi dalla chiesetta.
Mancano pochi giorni al Natale; gli abitanti di Magicondolo attendono con ansia l’evento. Tutt’intorno, un grande silenzio.
Anche le campane della chiesa tacciono. Ad un certo punto, la sera della vigilia di Natale, si sente una vocina acuta canticchiare nella piazza:

– Astro del ciel, Pargol divin, mite Agnello Redentor! Tu che i Vati da lungi sognar, tu che angeliche voci nuziar, luce dona alle genti, pace infondi nei cuor!
E’ una piccola pallina color verde, stanca di questo silenzio.

– E allora, è lunga? – sbuffa l’angioletto vestito di azzurro, appeso vicino la cima dell’abete.
– Ma ragazzi, queste feste devono portare allegria e gioia, non tristezza! – esclama convinta la pallina.
– Ma noi siamo stanchi e raffreddati qui fuori, non abbiamo voglia di cantare – fa una stellina.

La pallina invece insiste:
– Jingle bells, jingle bells, jingle all the way…
– Ma che noiosa! – mormora un filo dorato.
– Invece la pallina ha ragione! Perché questo silenzio? Noi dobbiamo portare la gioia del Natale, amici! – urla la stella cometa dall’alto del grande albero.
– Rallegriamo la piazza e tutte le persone! – dice un filo argento.

La piccola pallina ha finalmente convinto gli addobbi dell’abete a cantare con lei.
Tutti insieme iniziano un coro festoso, per la gioia degli abitanti del paesino di Magicondolo:
– Tu scendi dalle stelle o Re del cielo e vieni in una grotta al freddo e al gelo, e vieni in una grotta al freddo e al gelo!

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Rita Bimbatti, Pedagogista Clinico e autrice di racconti per l’infanzia, per aver condiviso con tutti noi questa storia di una pallina colorata che rallegra con la sua vocina l’albero di Natale

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Cappuccetto Rosso tecnologica 📱


A volte la tecnologia ci aiuta per davvero…

In questo racconto Cappuccetto Rosso è una bimbetta dei giorni d’oggi, pronta a farsi i selfie anche col lupo!

Cappuccetto Rosso tecnologica 📱


Cari bambini, sicuramente la maggior parte di voi conoscerà la fiaba di Cappuccetto Rosso. In questa versione più moderna, la bambina utilizza perfino il cellulare! Ma andiamo con ordine…

C’era una volta una dolce bimbetta, chiamata Cappuccetto Rosso per via di un cappuccetto di velluto che portava sempre. Un giorno la mamma la chiamò e le disse:

– Vieni, piccola mia, eccoti una focaccia, un panetto di burro, un po’ di ciambelle e una bottiglia di latte da portare alla nonna; è debole ed ammalata e si ristorerà. Vai e segui la strada principale. Mi raccomando, non passare per il sentiero del bosco, è pericoloso.
– Si mammina, porterò alla nonna questo buon cestino e la saluterò da parte tua – disse la bambina.

A questo punto, tutti sappiamo che Cappuccetto Rosso disubbidisce alla mamma, e prosegue il cammino passando per il bosco. Nel mentre, due farfalle colorate si posano sui fiori. La bambina rimane incantata, poi inizia a rincorrerle. Improvvisamente si guarda intorno, forse ha smarrito il sentiero. Guarda l’orologio che ha al polso: sono già le cinque del pomeriggio. Deve sbrigarsi, tra poco scenderà la sera. La casa della nonna dovrebbe essere nei paraggi.

-Oh! Lo sapevo! Per giocare con le farfalle ho dimenticato il cestino con le delizie! Dove l’avrò lasciato? Forse vicino a quel pino? – mormora Cappuccetto Rosso.
Ad un certo momento, vede sbucare da un cespuglio un brutto muso. E’ il lupo cattivo che si avvicina piano:

– Ciao bella bambina! Dove stai andando? – fa il lupo con il suo vocione.
– Sto andando dalla nonna. Vieni qui un attimo… che pelo folto che hai! Possiamo farci una foto insieme? – esclama Cappuccetto Rosso.

Poi estrae dalla tasca del giacchino un cellulare, si mette in posa vicino al lupo, scatta e pubblica la foto con tanto di tag sui suoi social network. Si rende conto di avere incorporato il geo-localizzatore e in un attimo, recupera anche il cestino che aveva smarrito.

Saluta il lupo e si avvia alla casa della nonnina saltellando felice. Nel frattempo, la foto della bimba con il suo “nuovo amico” ha già fatto il giro di Facebook. Ad aspettare il lupo, mentre la nonna di Cappuccetto Rosso ignara di tutto russa beatamente nel soffice letto, ci sono la Polizia, i Vigili del Fuoco e la Lega antivivisezione per controllare che l’animale non venga ferito.

Al lupo, dopo aver visionato la situazione, non resta altro che mettere la coda tra le gambe.
– Acc! Queste nuove tecnologie! Oggi mi hanno fatto perdere un bel pranzetto! – esclama infuriato.

Già, ma tutto sommato è ancora vivo e in pochi secondi, sparisce all’interno del grande bosco.

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Rita Bimbatti, Pedagogista Clinico e autrice di racconti per l’infanzia, per aver condiviso con tutti noi questo simpatico racconto dove la tecnologia diventa nostra alleata e ci viene in aiuto.

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La storia di Raggio di Sole 🌞


Non si è mai soli se attorno a sè si hanno persone che ci vogliono bene!

Essere adottati o affidati, per un bambino, è sempre una cosa difficile da affrontare. Questo racconto può aiutare a comprendere che quello che conta di più sono le persone che ci amano e ci stanno accanto tutti i giorni.

La storia di Raggio di Sole 🌞


Un tempo, il magnifico Sole ebbe una relazione con una stella tra le più luminose in cielo: dalla passione tra i due nacque un bellissimo fanciullo, con grandi occhi color del mare e capelli sottili color biondo oro e riflessi striati di tramonto.

Il Sole fu molto orgoglioso di essere diventato padre; impiegava le ore a cullare tra i suoi raggi quel figlio adorato.
Un giorno, sbirciando sulla Terra, si rese conto che restando tra le sue calde braccia, il piccolo non sarebbe potuto crescere come tutti i bambini.

Amareggiato, decise di donare il suo pargolo alla specie umana.
Da lassù, vide un uomo e una donna piangere e disperarsi per non aver potuto concepire figli.

Durante il tramonto, sempre più vicino alla Terra, da un suo raggio rosso dorato, fece scivolare dolcemente la culla con dentro il piccino fino all’ingresso della porta di casa della coppia: quando questi si accorsero di ciò, presero il bambino e lo strinsero forte a sé, chiamandolo Raggio di Sole.

Passarono gli anni, Raggio di Sole cresceva felice e sereno, insieme ad una mamma ed un papà meravigliosi e tanti amichetti con il quale giocare.
Un bel giorno, rovistando nella soffitta polverosa in cerca di vecchi giocattoli, il bimbo trovò invece strani effetti personali, tra cui un medaglione con incise sopra le iniziali del suo nome: curioso, chiese ai genitori cosa fossero e perché erano stati nascosti.

Con estrema delicatezza, il padre confidò al suo piccino la verità, di averlo trovato in una culla davanti alla soglia di casa, sul far sera di una giornata di mezza estate.
A questa notizia sconvolgente, Raggio di Sole iniziò a singhiozzare, divenne rosso in viso e cominciò a girovagare disperato tra l’immensa campagna.

Dopo un po’, stanco ed affannato, si sedette sotto i rami rigogliosi di un grande albero, volgendo gli occhi al cielo.
In quel preciso istante, il sole lo vide e si commosse.
Improvvisamente, tutt’intorno, una forte luce illuminò il bambino.

«Io, il Sole, sono il tuo grande padre. Non ti ho abbandonato, piccolo mio… volevo tu potessi vivere felice, qui, sulla Terra… Resterò sempre al tuo fianco, ti sorveglierò da quassù… Ora vai, la tua famiglia ti aspetta, ha bisogno di te!».

Raggio di Sole capì e fece un profondo sospiro asciugandosi le lacrime con la mano.
Piano si alzò e imbocco la strada del ritorno mentre mamma e papà lo attendevano vicini al cancello di casa.

Si abbracciarono forte forte e non si lasciarono mai più.

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Rita Bimbatti, Pedagogista Clinico e autrice di racconti per l’infanzia, per aver condiviso con tutti noi questa storia, dedicata principalmente a bambini che sono stati adottati oppure affidati, e per aiutare i piccoli a superare la difficoltà e comprendere che intorno a loro ci sono e ci saranno sempre persone che li amano e li aiutarenno a crescere.

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Maurino e il suo treno 🚂


Un racconto che parla della voglia di viaggiare verso posti lontani…

Maurino è un bambino incuriosito dai treni, li ammira alla stazione, e un giorno sa già che ne prenderà uno e andrà lontano, molto lontano.

Maurino e il suo treno 🚂


C’era una volta… Una storia che si rispetti deve sempre cominciare così: anche questa che sto per raccontare. E’ la storia di Maurino e della sua passione per i treni. I suoi treni, però, non erano dei modellini, bensì dei treni veri, compresi quelli a vapore.

C’era una volta – come dicevo – un bambino di nome Maurino. Egli abitava in una città ligure di mare, dove c’era la stazione ferroviaria. La sua vita trascorreva circondata dal mondo dei treni. Per cominciare, la prima casa in cui abitò, era un alloggio nelle “Case dei ferrovieri”. Queste case erano tre grandi palazzi, costruiti appositamente per i lavoratori delle ferrovie, ma dove abitavano – come il papà di Maurino – anche altri lavoratori. Bisogna aggiungere che Maurino aveva anche due zii, che lavoravano come ferrovieri nella stazione della stessa città. Gli zii erano degli esperti meccanici e Maurino, quando li incontrava, ascoltava i loro racconti sulle riparazioni che essi facevano ai treni, curioso e attento, come oggi lo è un bambino che si interessa a quello che accade all’automobile del suo papà.

La seconda casa dove abitò dall’età di otto anni, era quella dei nonni paterni. Nella loro casa, non solo era nato, ma era quella dove spesso era ospite. Lui voleva proprio bene ai quei due nonni. Non soltanto essi esaudivano molti dei suoi desideri, ai quali, invece, mamma e papà dicevano ‘no’, bensì con loro poteva trascorrere ore e ore ad osservare i treni che si muovevano nella sottostante ferrovia. Sì, l’appartamento dei nonni era al quarto piano e le finestre delle camere davano su un terrazzo grande il quale si affacciava proprio sui binari. Questi binari, da lì ad un chilometro avrebbero portato alla stazione della città.

Per Maurino era un gran divertimento star lì a guardare non solo i treni in arrivo da Torino e Genova, ma anche quelli che i ferrovieri addetti alle manovre, erano impegnati a comporre sui diversi binari morti. Questi ferrovieri, tra i loro compiti, avevano quello di agganciare alla locomotiva i differenti vagoni, sia quelli passeggeri sia quelli merci. Oppure, ovviamente, quello di sganciarli. I nonni di Maurino gli avevano spiegato che alcuni vagoni – quelli scoperti – erano destinati alle merci alla rinfusa (carbone o minerali); altri ancora, chiusi, avrebbero, ad esempio, contenuto sacchi di granaglie o rotoloni di carta o altri materiali, i quali dovevano essere protetti dalla pioggia; altri, infine, che erano vagoni-cisterna, servivano per il trasporto specialmente di prodotti chimici.

Come urlavano quei ferrovieri! Li udiva persino Maurino, che era distante una cinquantina di metri: “Dai, sgancia questo vagone” oppure “Piano con quella motrice”. Ma quello che colpiva di più Maurino, che era un bambino beneducato, erano le parolacce. Io non so se è mai capitato anche a voi, bambini, ma Maurino era molto imbarazzato: si rendeva conto che non avrebbe dovuto ascoltare quelle parole “sporche”, come pretendevano i suoi genitori; tuttavia, non poteva resistere alla tentazione di farsi – diciamo così – un’istruzione linguistica.

Piano piano, col passare degli anni, la sua curiosità per l’aspetto tecnico dei treni cominciò a diminuire. In Maurino comparve un nuovo modo di considerarli. Prima, quando era più piccolo, li guardava dal punto di vista di come erano fatti e di come funzionavano; ora, invece, che aveva otto anni, pensava ai treni soprattutto, come mezzo di trasporto di passeggeri; rifletteva, cioè, sul fatto che i treni trasferivano le persone da un luogo ad un altro.

Nacque, allora, in lui una nuova curiosità: dove andavano i treni che scavalcavano o attraversavano, in galleria, quelle montagne, che Maurino vedeva dal terrazzo dei nonni? Farsi una simile domanda era forse normale per un bambino come lui, che era abituato a stare per ore sulla spiaggia a guardare l’orizzonte del mare. Gli era stato detto dai suoi nonni, i quali avevano viaggiato sulle navi per lavoro, che al di là di quell’orizzonte c’erano altre terre, dove abitavano altri uomini, persino con la pelle di un colore diverso. Questi uomini, le loro mogli e i loro bambini parlavano anche una lingua differente dalla sua, che lui non avrebbe potuto capire se non studiando e viaggiando.

Quante volte si era domandato, allora, chi fossero questi uomini e come suonassero le lingue che parlavano! Adesso, quando era sul terrazzo e osservava le montagne, si chiedeva sempre se, al di là di esse ci fossero altre città come la sua. Si domandava anche che lingua parlassero i bambini che le abitavano. Non gli bastava che la nonna gli rispondesse: “Al di là delle nostre montagne, che si chiamano Appennini, c’è il Piemonte, dove le persone parlano il piemontese, una lingua un po’ diversa dalla nostra, ma che noi possiamo capire. In Piemonte – aggiungeva la nonna – ci sono altre montagne, le Alpi, che sono molto più alte di quelle che ci stanno di fronte. In Piemonte poi ci sono città molto più grandi della nostra, come quella di Torino”.

I nonni, la conoscevano questa città, perché vi erano andati molti anni prima, col treno, in viaggio di nozze. Maurino ora si spiegava la presenza di quel quadretto, sopra il comodino della nonna, nel quale era incorniciata una fotografia della basilica di Superga, una bellissima chiesa che era stata costruita sulla cima di una montagna! Allora si formò nella mente di Maurino un pensiero. Più che un pensiero, era un proposito. Se i suoi nonni, che egli amava tantissimo e dai quali tantissimo era amato, quando si erano sposati erano andati a Torino, anche lui, da grande, sarebbe andato a Torino con la donna che avrebbe sposata.

Come credete, che sia andata a finire per Maurino? Tanto per cominciare egli, un giorno, molti anni fa, quando era ormai un giovanotto, prese finalmente quel treno – simile ad uno di quelli aveva visto passare tante volte – diretto a Torino, dove andò a completare i suoi studi. Al termine di questi, si fermò in quella città, dove trovò un lavoro. La cosa più straordinaria, però, fu che, un bellissimo giorno, si innamorò di una ragazza che, un anno più tardi, egli sposò. Riuscite ad indovinare dove la portò, subito dopo che si erano sposati? Non ve lo dico, tanto lo avete già capito!

Un’ultima cosa da suggerire ad ogni giovane lettore: “Prendi sempre il tuo treno! Non dimenticare, però, che la tua fantasia arriverà sempre più lontana di esso e correrà sempre più veloce”.

— Fine della fiaba —

fabulinis ringrazia Mauro Alfonso, nonno ed ex insegnante, per aver condiviso con tutti noi questo bel racconto dedicato alla voglia di scoprire il mondo!

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Rapunzel (Raperonzolo) 👸💈🤴


Per raggiungere l’amore della vita si scalano torri e si vaga per i deserti…

Rapunzel, meglio conosciuta in italiano come Raperonzolo, è stata scritta dai fratelli Grimm, ma molto probabilmente anche loro si sono ispirati ad alcuni racconti tradizionali dell’epoca, tra cui il mito di Danae (risalente all’antica Grecia) e il racconto “Petrosinella” di Giovan Battista Basile, antecedente di quasi 200 anni l’edizione dei Grimm.
Anche Italo Calvino ne ha fatto una sua versione intitolata “Il Principe Canarino”.
Questa è la versione di fabulinis, buon racconto!

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba di Rapunzel:

Rapunzel 👸💈🤴 storia completa


C’era una volta in un paese lontano lontano una coppia di giovani sposi, che avevano avuto la sfortuna di prender casa all’ombra delle alte mura del giardino di una strega…
I due all’inizio non se ne preoccuparono, anche perché pare che nessuno negli ultimi anni avesse mai visto la Dama Gothel (così si chiamava la strega) e quindi la davano tutti per morta.

Passarono alcuni mesi e i due sposi ebbero la felice notizia di aspettare un bambino. I due erano le persone più felici del mondo, e il marito cercava di soddisfare in tutto e per tutto le “voglie” della moglie, che fossero di cibi particolari o di fiori bellissimi.
Un giorno la donna, passando vicino alle mura della strega, vide da una apertura nel muro che nel giardino vi erano dei bellissimi raperonzoli, i fiori a forma di campanula dal colore violetto, e se ne innamorò.

Così la sera stessa pregò il marito di andare a prenderne un mazzetto per adornare la casa. L’uomo all’inizio ebbe gran paura della strega, ma poi, rassicurato dal fatto che della strega non c’era più traccia già da un bel pezzo, prese coraggio e scavalcò l’alto muro del giardino e colse un bel mazzetto di raperonzoli.

La donna quando vide i fiori fu felicissima, tanto felice che chiese al marito di prenderne un altro mazzetto. Così l’uomo scavalcò di nuovo il muro, ma questa volta dall’altra parte si ritrovò faccia a faccia con la Dama Gothel.
– Cosa ci fai tu qui nel mio giardino?! – gridò la strega.
L’uomo balbettando rispose – Mi scusi… volevo solo raccoglie un mazzetto di fiori di raperonzolo… sa mia moglie aspetta un bambino e a volte ha delle “voglie” incontrollabili…

La strega strinse gli occhi e si avvicinò all’uomo – Così aspettate un bambino eh… Bene! Se volete aver salva la vita mi dovrete consegnare quel bambino non appena nato, lo tratterò come fosse figlio mio, non preoccupatevi…
L’uomo disperato pensò che era meglio salvare la vita del nascituro, anche a costo di darlo in mano ad una strega, piuttosto che morire tutti quella stessa notte.

Così quando dopo qualche mese nacque una bellissima bimba, la Dama Gothel la prese con sé e le diede il nome di Rapunzel.
Rapunzel crebbe tranquilla e spensierata tra le mura del giardino, e i suoi genitori, guardando attraverso una delle aperture nel muro, potevano vedere che stava crescendo bene ed in salute.

Rapunzel ignorava completamente che la Dama Gothel non fosse la sua vera mamma, ma, come da promessa, la strega la trattava bene e non le faceva mancare nulla. Anzi le stava curando gli splendidi capelli in modo da farle crescere una lunga treccia dorata.
Ma un giorno Rapunzel, ormai stanca di vivere dietro quelle alte mura e curiosa di vedere il mondo, cercò di scappare. Ma non ce la fece e la strega accortasi del tentativo, andò su tutte le furie.

La Dama Gothel rinchiuse così Rapunzel in una torre altissima, senza scale per salirci né porte per entrarci.
L’unico modo per salir fin lassù era far calare la lunga treccia di Rapunzel giù per la torre, in modo da usarla come corda per arrampicarsi.
Così ogni giorno la strega passava per la torre e diceva – Rapunzel, cala la tua treccia, che per salir lassù mi serve quella…
E Rapunzel calava la treccia e la strega saliva per darle cibo e da bere.

L’unico modo che aveva Rapunzel per sfogare tutta la sua solitudine e dolore era cantare tristi melodie per tutto il giorno.
Un giorno un principe, passando vicino alla torre per caso, udì quella bellissima voce cantar quelle tristi melodie, e si avvicinò incuriosito.
Vide così che dall’unica finestra della torre era affacciata una bellissima fanciulla.


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Decise di provare a raggiungerla, ma non trovò né porte di entrata né scale per salir sulla torre.
Il principe non si perse d’animo e tornò più e più volte sotto la torre ad ascoltare il canto della dolce ma triste fanciulla.
Finché un giorno il principe, nascosto tra alcune siepi, trovò la Dama Gothel che pronunciava la frase con cui Rapunzel faceva calare la sua lunga e bionda treccia. Vide così qual era l’unico modo con cui si poteva salire fino in cima alla torre.

Aspettò che la strega si allontanasse e dopo poco pronunciò anche lui la frase – Rapunzel, cala la tua treccia, che per salir lassù mi serve quella…
Rapunzel calò la treccia, e lui salì. Quale sorpresa fu per la ragazza vedere il principe invece della Dama Gothel!
Rapunzel all’inizio cercò di gridare per la paura, ma il principe la tranquillizzò, dicendole che era venuto solo per conoscerla e per sapere come mai una così bella fanciulla fosse rinchiusa dentro una così alta torre.

Rapunzel spiegò la sua storia al principe, che dopo averla ascoltata disse:
– Ti salverò io mia bella Rapunzel, troverò un modo per farti fuggire da qui!
– No! – gli rispose la ragazza – se fuggo da qui, sono sicura che la Dama Gothel ci troverà e ci ucciderà entrambi!
Sentendo quelle parole il principe le disse:
– Allora tornerò qui ogni giorno, a farti compagnia.
– Va bene… – disse Rapunzel, che dopo tanta solitudine sentiva il bisogno di aver qualcuno con cui passare del tempo.

Così ogni giorno, per molti giorni, il principe andò a farle compagnia, e la rallegrava con i suoi racconti e le avventure che aveva vissuto girando il mondo.
Piano piano i due si innamorarono.
Ma la cosa non sfuggì alla strega, che vedeva Raperonzolo diventare sempre più felice e cantare melodie sempre più gioiose.
Così un giorno decise di aspettare tutto il giorno sotto la torre, nascosta tra le siepi, per vedere cosa succedeva. Ed infatti vide il principe far calare la treccia e salire su in cima alla torre.

La strega era furente e decise che si sarebbe vendicata.
Aspettò che il principe se ne andasse per tornare da Rapunzel.
– Come mai siete tornata Dama Gothel? – chiese la ragazza.
– Fai pure la finta tonta! – gridò la strega – ma ora io ti punirò!
Con una grossa forbice le taglio la lunga treccia dorata, e con una magia la trasportò in un deserto lontano lontano, da cui non sarebbe mai più potuta tornare.

La Dama Gothel però voleva punire anche il principe, così il giorno dopo aspettò che arrivasse, e quando lui pronunciò la frase “Rapunzel, cala la tua treccia, che per salir lassù mi serve quella… “ la strega calò la treccia tagliata di Rapunzel.
Che sorpresa per il povero principe trovar in cima alla torre la strega invece di Rapunzel!
La Dama Gothel gli disse che non avrebbe mai più rivisto Rapunzel perché l’aveva confinata in uno dei deserti più lontani del mondo.
E vedendo la disperazione sul volto del principe, la strega si mise a ridere e con una magia lo scaraventò giù dalla torre, dove lo aspettavano dei rovi pieni di spine che gli ferirono gli occhi, togliendogli la vista.

Il principe sentiva ancora l’eco delle risa della strega alle sue spalle, ma senza perdersi d’animo decise di andare a cercare Rapunzel, anche in capo al mondo.
Iniziò a vagare per tutti i deserti della terra. Cieco, poteva fidarsi soltanto del suo udito che diventò allenatissimo a riconoscere anche i più piccoli rumori e sussurri.

Finché un giorno, quando ormai stava per perdere la speranza, udì in lontananza un triste canto melodioso…
– E’ lei, è Rapunzel! Non posso sbagliarmi, riconoscerei quella dolce voce in mezzo a mille altre! – gridò il principe, e corse in quella direzione.
Rapunzel sentendo dei passi che correvano nella sua direzione, alzò lo sguardo e, quando riconobbe il suo principe, gli corse incontro.
I due si abbracciarono forte piangendo dalla gioia, e le lacrime di Rapunzel caddero sugli occhi del principe, che come per magia riacquistò la vista.

I due tornarono a casa, titubanti per la paura che la strega potesse far loro ancora del male.
Ma della Dama Gothel nessuno seppe più nulla. Alcuni pensarono che, impazzita dalla rabbia, rimase rinchiusa dentro la torre per il resto dei suoi giorni.
Così Rapunzel ed il principe poterono sposarsi e vivere per sempre felici e contenti.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Sara alla ricerca di Babbo Natale 🎁


La piccola Sara vuole scoprire dove vive Babbo Natale, anche perchè a furia di non vederlo mai per davvero sta iniziando a credere che non esiste! Ma per fortuna alla fine ascolterà il suo cuore…

Nel periodo di Natale è sempre bello raccontare delle favole che parlano di sogni e di desideri che si realizzano. Quello di Sara alla ricerca di Babbo Natale lo abbiamo scrito noi di fabulinis per insegnare ai bamibini che ad ascoltare il proprio cuore non si sbaglia mai. Sara lo ha fatto ed ha ricevuto una bellissima sorpresa!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba di Sara alla ricerca di Babbo Natale:

Sara alla ricerca di Babbo Natale 🎁 storia completa

C’era una volta una bimba che non era per niente convinta dell’esistenza di Babbo Natale.
Sara, questo era il suo nome, aveva sempre chiesto di essere portata a vedere la casa di Babbo Natale, ma nessuno era mai riuscito ad accontentarla.

La sera della Vigilia di Natale, mamma e papà le avevano messo il pigiamino e portata in cameretta per darle il bacio della buona notte.
Quando fu tutta sola, Sara iniziò a parlare al suo caro orsacchiotto.

– Io non capisco perché nessuno mi riesce a dire dove abita Babbo Natale… io vorrei tanto incontrarlo di persona!
L’orsacchiotto la fissava con i suoi grandi occhioni neri, ma non poteva darle una risposta.
– Nessuno sa dove sia Babbo Natale, e nessuno l’ha mai visto… secondo me non esiste…
In quel momento nella stanza si sentì come il suono di un campanellino.
– Ne sei proprio sicura? – disse una vocina leggera che non si sapeva da dove arrivasse.
Sarà si guardò intorno per capire chi avesse parlato, poi guardò il suo orsacchiotto, che la guardava col solito sorriso.

– Sei sicura che Babbo Natale non esista? – continuò la vocina.
– Bè no, non ne sono sicura, è che vorrei tanto vederlo, ma nessuno mi sa dire dove sia…
– E cosa ti dice il tuo cuore…?
Sara esitò un attimo.
– Che esiste…
– Allora infilati le pantofole, forse questa sera il tuo desiderio verrà esaudito…

Sara balzò giù dal letto e infilò le pantofole, che però non erano proprio le sue, erano pantofole magiche! Ma Sara non ci fece nemmeno caso.
Una volta infilate le pantofole, la finestra della cameretta si aprì, e come per magia i suoi piedini si staccarono dal pavimento e Sara uscì dalla stanza volando leggera come un soffio di vento.

Sara era tutta circondata da piccole scintille, e continuò a salire sempre più in alto, finché le luci delle case del paese diventarono piccole piccole.
Sara iniziò a sorvolare prati innevati, foreste e pianure, finché ad un certo punto arrivò ad una vallata tutta piena di abeti addobbati con luci e festoni. In mezzo c’era una piccola casetta, tutta illuminata.

Piano piano Sara cominciò a scendere verso la casetta, fino a posarsi proprio di fronte alla porta.
Sara era ancora tutta emozionata per il volo appena fatto e per i meravigliosi paesaggi visti, ed era rimasta davanti alla porta con la bocca aperta.
Dalla casetta tutta illuminata si sentivano provenire dei bellissimi canti di Natale.

Sara alzò la manina per bussare, ma la porta si aprì ancor prima di averla toccata. Davanti a lei c’era un elfo vestito di verde, tutto sorridente.
– Ciao! – esclamò l’elfo – benvenuta nella casa di Babbo Natale!
Sara, sempre più meravigliata e piena di gioia, entrò.

Si ritrovò in un enorme e fiabesco salone, dove c’era l’albero di Natale più grande che avesse mai visto.
Nella sala cantavano e saltellavano un sacco di elfi, tutti indaffarati per i preparativi della Vigilia di Natale, e tutt’intorno all’albero era un tripudio di regali, dolci, festoni e colori.
Sara era talmente sbalordita da tutta quella meraviglia che continuava a guardarsi intorno ancora a bocca aperta.

Finché, da una porta laterale, entrò un grande omone, tutto vestito di rosso e bianco. Era Babbo Natale!
Sara non credeva ai propri occhi, era lui, era veramente lui! Finalmente ogni dubbio era svanito.
Babbo Natale le andò incontro per salutarla.
– Ciao piccolina, come ti chiami? – le chiese con la sua vociona bella e calda.
– Io mi chiamo Sara.. Ma tu… ma tu.. sei Babbo Natale!? – chiese esitante Sara.
– Certo, mia piccola Sara! – e ridendo per la domanda, Babbo Natale fece un “Oh oh oh” che rimbombò per tutto il salone.


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La bocca di Sara si spalancò dalla gioia come mai si era spalancata prima.
– Ma allora esisti!
Babbo Natale annuì con un gran sorriso, e accarezzandole i capelli, le rispose:
– Mi spiace solo di non poterti dedicare molto tempo mia piccola Sara. Purtroppo stasera è la Vigilia di Natale, e io e i miei amici Elfi siamo molto indaffarati a preparare tutti i regali da consegnare ai bambini, vedi? – e indicò con la mano il grande salone e tutti i doni posti intorno all’albero.

Sara si voltò a guardare gli elfi che correvano come matti in ogni dove a prendere e spostare i pacchi regalo.
“Con tutto quello che ha da fare, Babbo Natale è riuscito a trovare un momento tutto per me e salutarmi”.
Sara era commossa da tanta gentilezza.
– Scusami piccola Sara, ma ora devo proprio andare – disse Babbo Natale sorridendole.
Sara lo guardò, ed in un impeto di coraggio gli chiese:
– Posso venire con te sulla tua slitta? Sono piccolina, mi metto in un angolino e prometto di non disturbare…!

Babbo Natale guardò il suo aiutante elfo, che sorrise.
– Va bene, vieni con me! – la prese per mano e la portò fuori sul retro della casa, dove c’era la grande slitta di Babbo Natale.

Era la più grande slitta che avesse mai visto, strapiena di regali, con le renne scalpitanti pronte a partire.
Babbo Natale prese Sara e la fece sedere accanto a lui.
– Tieniti forte al mio braccio! – le disse facendole l’occhiolino. Partirono veloci veloci sulla neve finché, come per magia, la slitta cominciò a volare sopra gli alberi della vallata, e poi sempre più su!

A Sara sembrava di vivere in un sogno. Sotto di lei il mondo era piccolo piccolo, e la slitta andava così veloce che in un attimo furono sopra una città.
Babbo Natale si fermava sopra i tetti, spariva giù per i camini a consegnare i regali e, in un batter di ciglia, era di nuovo accanto a lei.

E continuarono così di città in città, fino ad arrivare al paesello dove viveva Sara.
Babbo Natale accostò la slitta alla finestra ancora aperta della cameretta di Sara, la accompagnò dentro e le rimboccò le coperte.
Sara sentì gli occhietti chiudersi dalla stanchezza: quante emozioni aveva vissuto in così poco tempo…
– Buon Natale mia piccola Sara, e sogni d’oro.

Mentre Sara chiudeva gli occhi, Babbo Natale le fece un’altra carezza, e prima di ripartire con la sua grande slitta a consegnare tutti i regali, andò dove c’era l’albero di Natale di Sara…

Così arrivò il mattino di Natale. Non appena sveglia, Sara infilò le pantofole, prese il suo orsacchiotto e corse in salone, dove c’era l’albero di Natale.
E il suo regalo era proprio lì sotto, una bellissima scatola rossa con un fiocco d’oro sopra.

Papà e mamma la presero in braccio e le augurarono buon Natale.
Lei li abbracciò entrambi tutta felice e raccontò loro la meravigliosa avventura della notte appena trascorsa. I suoi genitori erano un po’ confusi, non si erano accorti di niente e stentavano ad immaginare la loro bambina in compagnia di Babbo Natale a consegnare i regali… Ma non importava.

Per Sara quello era stato il Natale più bello della sua vita, già non vedeva l’ora che arrivasse quello successivo!
Perché ora sapeva che Babbo Natale esiste veramente, le era bastato ascoltare il suo cuore.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Stella di neve ❄


E se un pupazzo di neve diventasse una bambina? Sarebbe un regalo bellissimo, soprattutto per la sua mamma e il suo papà che desideravano tanto avere un figlio.

“Stella di neve” è una rielaborazione della leggenda russa che ha per protagonista Sneguročka, la fanciulla di neve, che nel periodo natalizio porta i doni assieme al Nonno Gelo (il nostro Babbo Natale). Viene citata anche nel cartone animato Masha e Orso nell’episodio intitolato “Buon Natale”, che potete vedere su RaiPlay a questo link.

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba di Stella di neve:

Stella di neve ❄ storia completa

C’era una volta un vecchietto ed una vecchina che abitavano in una casetta isolata, in cima ad una collina.
Non avevano avuto figli, e perciò, per passare in tranquillità gli ultimi anni della loro vita, avevano scelto di isolarsi dal resto del mondo.

Passarono molti anni in cui i due, felici, non avevano avuto più contatti con nessuno, finché, in un freddo giorno d’inverno, con la neve alta fino alle ginocchia, andarono a cercare legna nel bosco vicino.
Il buon vecchietto sapeva che nei paraggi c’era anche un piccolo lago, e voleva vedere se era ghiacciato per il freddo.
Una volta arrivati sulle sponde del laghetto, videro che effettivamente era completamente ghiacciato, e ci si poteva camminare sopra!

Ma la vera sorpresa fu quella di vedere un piccolo gruppo di bambini che si divertiva a pattinare, o semplicemente a scivolare il più a lungo possibile senza cadere sbattendo il muso.
Altri bambini, invece, stavano sulla riva facendo pupazzi di neve. I due rimasero lungo a guardare la scena: avrebbero sempre voluto avere dei bambini e vederli giocare in quel modo!

La vecchina guardò suo marito sorridendogli e gli disse:
– Caro, perché non facciamo anche noi un pupazzo di neve come quei bambini?
Il vecchino rispose di sì con un cenno del capo, e subito si misero ad accumulare la neve.

Piano piano quello che doveva essere un semplice pupazzo di neve diventava una figura sempre più elaborate, finché, dopo quasi un’ora di lavoro, il pupazzo somigliava molto ad una bambina con cappellino, sciarpa e guanti.
Era la bambina che avevano sempre sognato di avere ma che non era mai arrivata…

I due vecchi guardavano la loro creazione con le lacrime agli occhi. Quanto avrebbero voluto che fosse reale!
Ma non si erano accorti che, sul ramo di un pino, li stava osservando una fata. Commossa da quella scena emozionante, la fata decise di avverare il loro sogno. Dalle sue mani partì una scintilla che volò leggera leggera fino sulla punta del naso della bimba fatta di neve.

I due vecchini videro quella minuscola stella posarsi sul nasino di neve, e… Meraviglia! Davanti ai loro occhi la bimba di neve, piano piano, stava prendendo colore!
Ma ancora più sbalorditi furono quando la bimba di neve, che ormai era una bimba in carne ed ossa, aprì gli occhi e sorrise loro.

I due vecchini scoppiarono a piangere dalla gioia, l’abbracciarono e la coprirono di baci. Decisero di chiamarla Stella.
Stella era una bimba piena di vita, correva, saltava ed era sempre sorridente. Ma, soprattutto, Stella cresceva in fretta, in un solo anno era quasi diventata una ragazzina, e ai due vecchini non sembrava vero di veder crescere la loro bimba.

A Stella, però, non piaceva l’estate. Si sentiva fiacca e svogliata e non voleva mai uscire di casa; si sentiva meglio e più felice solo quando arrivavano i grandi temporali che rinfrescavano l’aria.

Giunse quindi un altro inverno e poi un’altra estate. I tre vivevano felici e contenti ma, abitando lontani dal paese, Stella passava le sue giornate sempre da sola. Vedendola anche un poco triste, visto che era estate, la convinsero ad andare alla grande festa che si teneva giù in paese, dove alla sera avrebbero acceso anche un grande falò.
Stella non voleva andare, ma dopo le insistenti preghiere della vecchina, si mise il vestitino più bello e prese la strada che portava al paese.

– Ciao mia cara Stella, divertiti stasera!
Stella le sorrise e incominciò a camminare.


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Quel giorno il sole era particolarmente forte e l’aria molto calda, Stella doveva riposarsi spesso all’ombra dei grandi alberi, beveva molto e poi ripartiva.
Giunse in paese, che aveva visto solo un paio di volte in occasione delle feste invernali, quando con la vecchina andava a comprare il cibo.

Il paese era tutto addobbato a festa, e le persone ballavano ad ogni angolo delle strade, molti giovani danzavano a gruppi i balli popolari. Stella si avvicinò a loro, e dopo qualche timido sorriso tra lei ed altre ragazze del gruppo, fu trascinata nelle danze.
Stella ballava e ballava, senza mai fermarsi, finché poco a poco giunse la sera.
L’aria era diventata di colpo fresca e Stella nonostante fosse da ore che ballava, si sentiva ancora piena di energie, e continuava a ballare.

Fu il momento di accendere l’enorme falò per concludere in bellezza la festa del paese; era talmente grande che tutte in cerchio, prendendosi per mano, servivano quasi cento persone per circondarlo.
Stella e le altre ragazze presero a danzare tutta la notte intorno al falò che aveva fiamme alte fino al cielo.

Il falò però era caldo, troppo caldo per Stella, che iniziava a sudare e sentirsi male. Lei non voleva smettere di ballare, ma ad un certo punto, guardandosi le mani, si accorse che erano diventate quasi trasparenti!
Si guardò i piedi ed anche loro erano trasparenti! Si toccò il viso e sentì come se stesse toccando dell’acqua gelatinosa…

Stella si rese conto che si stava lentamente sciogliendo, di quel passo si sarebbe sicuramente trasformata in una pozzanghera!
Raccolse tutte le sue forze e corse fuori dal paese e il più lontano possibile da quel falò, voleva tornare a casa ma era buio e si sarebbe sicuramente persa.
Cercò quindi del refrigerio in riva al fiume immergendosi quasi completamente. Il fiume era freddo, ma per Stella il freddo significava la vita.

Fu in quel momento che capì che non poteva più rimanere in quel paese dove le estati erano così calde e afose. Doveva andare più a nord, verso le terre dei ghiacci, solo lì avrebbe potuto vivere serena ed essere veramente felice.

Poco dopo, sul fiume, comparve un tremulo bagliore. Era la barca di un pescatore che risaliva la corrente.
– Scusi signor pescatore, dove sta andando? – chiese Stella.
– Sto andando verso nord, verso il regno roccioso. Ma tu, che ci fai qui in riva al fiume e a quest’ora della notte?!
– Cerco un po’ di refrigerio… visto che va verso nord posso chiederle un passaggio?

Il pescatore sembrava un po’ confuso, ma le disse che non c’era nessun problema, che l’avrebbe portata fino al regno delle rocce, poi lui sarebbe tornato indietro.
A Stella andava benissimo, saltò sulla barchetta e si sedette rannicchiata sulla panchetta davanti, pensando ai due vecchini, mamma e papà, che non vedendola arrivare avrebbero avuto un grande dispiacere.

Ma Stella sentiva che stava per intraprendere una grossa avventura, l’avventura della sua vita.
Dalla riva del fiume una piccola scia luminosa fluttuò fino a lei, era una piccola fata, che le si posò sulla spalla.

– Ciao, io sono la fata Thea, tu non lo sai ma io ti conosco fin da quando eri piccina…
– Ciao fata Thea, piacere di conoscerti… – Stella e Thea si sorrisero, e capirono che erano destinate ad un lungo e meraviglioso viaggio assieme.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Cappuccetto Rosso 🐺


Per salvarsi dal Lupo Cattivo, bisogna sempre ascoltare mamma e papà…

Cappuccetto Rosso è una fiaba che tutti conosciamo e che tutti raccontiamo ai nostri bambini. E’ talmente famosa che qui a fabulinis abbiamo deciso di giocarci un po’, perciò abbiamo provato a cambiare il finale, senza esagerare però…

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba di Cappuccetto rosso:

Cappuccetto Rosso 🐺 storia completa


C’era una volta una bimba tanto carina. Tutti le volevano bene, specialmente la nonna che la coccolava e passava sempre un sacco di tempo con lei.
Un giorno la nonna le regalò una mantellina di velluto rosso e, siccome i suoi regali erano importantissimi, non voleva mai toglierla.
In paese iniziarono quindi a chiamarla Cappuccetto Rosso.

La nonna però si ammalò, e un giorno la mamma di Cappuccetto Rosso disse alla bimba:
– La nonna è debole e malata. Portale questa focaccia e questa tisana alle erbe, così si rimetterà in forze. Salutala per me, e mi raccomando: segui la strada che attraversa i campi di grano e non entrare nel bosco, altrimenti rischi di finire nei guai.
– Sì, mamma, farò come mi dici – promise la bimba alla mamma, dandole un bacio.

Ma la nonna abitava in una casetta a una mezz’ora buona di cammino dal villaggio, e Cappuccetto rosso sapeva che prendendo la scorciatoia dentro il bosco sarebbe arrivata prima.
“Cosa potrà mai succedermi? Ho fatto tante volte quel sentiero in compagnia del papà” pensò la bimba.
Cappuccetto Rosso, quindi, prese la scorciatoia. Camminava con passo spedito e, man mano che andava avanti, il bosco diventava sempre più fitto e buio.

Finché ad un certo punto, proprio in mezzo alla strada, incontrò un lupo che sembrava quasi la stesse aspettando.
Cappuccetto Rosso non ebbe paura: non sapeva che quella era una bestia tanto cattiva.
– Buon giorno bimba – disse il lupo.
– Buon giorno a te – rispose Cappuccetto Rosso
– Dove vai così di fretta?
– Vado dalla nonna che è malata.
– E che cos’hai nel cestino? – continuò il lupo.
– Una tisana e una focaccia, la aiuteranno a guarire –
– Ma che brava bimba! Ma dimmi, dove abita la tua nonna? –
– Vicino al mulino, dove ci sono gli alberi di noccioli – disse Cappuccetto Rosso.

Il lupo pensò: “Questa bimba è proprio ingenua…” – Se vuoi ti faccio compagnia fino dalla nonna, qui nel bosco si possono fare dei brutti incontri sai?
Cappuccetto Rosso annuì e sorrise felice.
Il lupo iniziò a camminarle a fianco ma sembrava pensieroso, finché all’improvviso sorrise tra sé e sé. Aveva escogitato un diabolico piano.

Aspettò di arrivare appena fuori dal bosco e le disse:
– Ecco bimba mia, da qui in avanti puoi continuare da sola, spero di rivederti presto!
– Grazie mille signor lupo, a presto! – rispose Cappuccetto Rosso.
– Ma guarda quanti bei fiori ci sono laggiù! – disse il lupo – non sarebbe bello raccoglierne un mazzo per la nonna?
Cappuccetto Rosso guardò i fiori: erano stupendi e corse a raccoglierne un bel mazzetto per la nonna.

Il lupo approfittò del momento di distrazione di Cappuccetto Rosso e corse dritto alla casa della nonna.
– Chi è? – chiese la nonna quando sentì bussare alla porta.
– Cappuccetto Rosso, nonna. Aprimi! – disse il lupo con la vocina più dolce che poteva.
– Devi solo spostare il chiavistello – rispose la nonna, – io sono troppo debole per alzarmi.
Il lupo spostò il chiavistello ed entrò, andò dritto verso il letto della nonna e… gnam! se la mangiò in un sol boccone.
Poi indossò i suoi vestiti e la sua cuffia e si nascose sotto le coperte ad attendere.


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Cappuccetto Rosso, dopo aver raccolto un bel mazzolino di fiori, corse dalla nonna.
Stranamente trovò la porta spalancata e, entrando piano piano nella stanza, ebbe una sensazione così cupa che pensò: “c’è un silenzio strano qui oggi, mi vien quasi voglia di andare via… davvero strano, di solito sto così volentieri con la nonna…”
Si avvicinò al letto e spostò la coperta: la nonna aveva la cuffia abbassata sulla faccia e aveva un aspetto strano.

– Nonna, che orecchie grandi che hai! – disse la bimba
– Per sentirti meglio, bambina mia! – rispose il lupo
– E che occhi grossi che hai!
– Per vederti meglio, bambina mia!
– Nonna, ma anche le tue mani sono così grandi! – disse Cappuccetto, sempre più spaventata.
– Per afferrarti meglio! – iniziò a ghignare il lupo.
– Ma, nonna, e che bocca spaventosa che hai! – gridò Cappuccetto Rosso.
– Per divorarti meglio! – E dicendo queste parole, il lupo balzò dal letto e… gnam! Mangiò la povera Cappuccetto Rosso in un sol boccone.
Poi, con la pancia bella piena, il lupo si rimise a letto, si addormentò e incominciò a russare sonoramente.

Solo che la nonna e Cappuccetto Rosso, dentro la pancia del lupo, stavano veramente strette.
Cappuccetto Rosso allora iniziò a fare il solletico dentro la pancia del lupo, e subito anche la nonna cominciò a farlo.
Il sonno del lupo iniziò a essere molto disturbato, si girava di qua e di là dal fastidio, finché non si svegliò di soprassalto.
Iniziò a tossire così forte che anche le mura della casa tremavano, finché fece due colpi talmente forti che dalla bocca gli uscirono fuori sia Cappuccetto Rosso che la Nonna!

Caso vuole che proprio il quel momento passasse di lì il cacciatore, il quale, sentito tutto quel trambusto, non poté fare a meno di affacciarsi alla finestra a guardare tutta la scena.
Il lupo, che si teneva la pancia con le mani per il dolore provocatogli dai forti colpi di tosse, quando vide il cacciatore affacciarsi alla finestra, gridò di paura e corse veloce fuori dalla casa della nonna.

Il cacciatore non fece in tempo ad imbracciare il fucile che il lupo era ormai già lontano. Ma andava bene così, lo avrebbe acciuffato un altro giorno. L’importante era che Cappuccetto Rosso e la nonna stessero bene.
Le due, un po’ frastornate per l’accaduto, stavano comunque bene e ringraziarono il cacciatore per aver fatto scappare il lupo.

Poi Cappuccetto Rosso guardò la nonna, e si scusò dicendole:
– Scusami nonnina, è tutta colpa mia se il lupo è entrato in casa tua e ha cercato di mangiarci… sono stata una sciocca ad inoltrarmi nel bosco da sola, e a fidarmi di un lupo cattivo. Prometto che non lo farò mai più!

La nonna, visto che Cappuccetto rosso aveva compreso bene i suoi sbagli, la abbracciò forte forte, la baciò in fronte e le disse di ascoltare sempre quello che diceva la mamma, che era solo per il suo bene.
Così Cappuccetto Rosso tornò a casa, ma per la strada che attraversava i campi di grano, mica attraverso il sentiero del bosco!

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com

Se vuoi leggere al tuo bimbo un libro molto particolare su Cappuccetto Rosso, ti consigliamo la versione illustrata da Xavier Deneux, che è bellissimo perché le pagine sono in rilievo!
Leggi qui la nostra recensione 🙂

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Biancaneve e i sette nani 🍎


L’invidia è proprio una brutta cosa, fa solo innervosire e alla fine non premia mai…

Specchio specchio delle mie brame… hai indovinato di che fiaba parliamo? Biancaneve e i sette nani è una tra le fiabe più famose che esistano, tanto che Walt Disney decise di realizzare suo primo lungometraggio animato proprio utilizzando questa fantastica storia. Noi di fabulinis ti abbiamo preparato la nostra versione, speriamo ti piaccia!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba di Biancaneve e i sette nani:

Biancaneve e i sette nani 🍎 storia completa


C’era una volta Biancaneve, una principessa che viveva con suo padre il Re e una matrigna tanto bella quanto cattiva.
Grimilde, la matrigna di Biancaneve, era riuscita a sposare il Re perché era in realtà una strega, e gli aveva fatto un sortilegio.

Da quel giorno, alla corte del castello tutto era diventato più triste.
Grimilde pretendeva di essere servita e riverita in ogni cosa, e aveva fatto in modo che Biancaneve fosse considerata poco più di una serva qualunque.
Ma Biancaneve sopportava anche le peggiori scortesie perché, per tornare felice, le bastava ricordare la sua cara mamma che ora non c’era più.

Grimilde, poi, aveva uno specchio magico, che poteva rispondere a tutte le sua domande, ma lei ne faceva una sola soltanto:
– Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame? – chiedeva ogni mattina appena sveglia.
E lo specchio, che era uno specchio magico serio, le rispondeva la verità.
– Mia signora, voi siete la più bella di tutte.
E Grimilde sorrideva maligna…

Ma Biancaneve diventava ogni giorno più bella e Grimilde era invidiosa, per questo le faceva fare i lavori più umili, sperando che così rimanesse meno bella di lei.
Finché un giorno, dopo la solita domanda di Grimilde, lo specchio rispose:
– Mia signora, è Biancaneve la più bella del reame…
Grimilde iniziò a gridare infuriata e per poco non ruppe lo specchio dall’ira.
Quella notte non chiuse occhio, e pensò ad un piano per far sparire Biancaneve, così da rimanere la più bella del reame.

Al mattino chiamò il cacciatore, suo servitore, e gli ordinò di portare Biancaneve nel bosco e riportarle il suo cuore, come prova per averla uccisa.
Il povero cacciatore a malincuore obbedì.

– Dove mi portate signor cacciatore? – chiedeva Biancaneve, ma il cacciatore rimaneva zitto e con lo sguardo basso.
Quando furono finalmente nel bosco profondo, si fermarono. Il cacciatore avrebbe dovuto prendere il fucile, ma voleva troppo bene a Biancaneve per poterle fare del male.
– Cosa succede signor cacciatore? – chiese Biancaneve?
– Grimilde vuole essere la più bella del reame, e quindi mi ha dato l’ordine di portarti qui nel bosco e…

Ma il cacciatore non riuscì a finire la frase. Pensò che bastava lasciare la ragazza da sola lì nel bosco, al resto ci avrebbero pensato i lupi.
Salutò Biancaneve con un cenno della mano, e con le lacrime agli occhi scappò via.

Biancaneve, che ancora non aveva ben compreso cosa era successo e perché era stata portata lì, iniziò a guardarsi attorno impaurita, non era mai stata da sola nel profondo bosco.
Iniziò a correre a destra e sinistra, senza riuscire a ritrovare il sentiero che portava al castello, finché non si imbatté un una piccola casetta.

Impaurita e stanca bussò alla porta, ma nessuno aprì. Scostò lentamente la porta chiedendo il permesso, ma nessuno rispose.
Si ritrovò dentro ad una minuscola cucina, con un piccolo tavolo e sette piccole sedie tutt’intorno.
Sulla tavola c’erano del pane e dell’acqua. Biancaneve ne prese un pochino per placare la fame e la sete, e poi si mise a curiosare per la casetta.

Si ritrovò in una stanza da letto con sette piccoli lettini. Era veramente meravigliata e si sedette su uno di questi, ma per la stanchezza si appisolò.

A svegliarla ci pensò un gran fracasso proveniente dalla cucina. Era già sera e dall’altra stanza arrivavano voci di uomini che si chiedevano chi mai fosse entrato nella loro casa.
Così Biancaneve corse in cucina.
– E tu chi sei?! – Esclamarono i sette piccoli ometti quando la videro arrivare.
– Io sono Biancaneve, dovete scusarmi per essere entrata in casa vostra senza permesso ma… – e Biancaneve raccontò loro tutta la sua triste storia.

Quando ebbe finito, i sette nani si guardarono e sentenziarono all’unanimità:
– Non preoccuparti Biancaneve, rimani pure a casa nostra, sei la benvenuta. Ti offriremo riparo e protezione dalla matrigna cattiva.
– Vi ringrazio miei cari ometti – disse Biancaneve – mi saprò sdebitare, non dubitate! – e prese subito a preparare la cena e sistemare casa.
I sette nani, che si chiamavano Brontolo, Cucciolo, Dotto, Eolo, Gongolo, Mammolo e Pisolo, non potevano essere più felici.


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Il giorno dopo Grimilde si alzò tutta felice pensando di essersi liberata di Biancaneve, e chiese al suo specchio:
– Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?
Ma lo specchio rispose:
– Mia signora, è Biancaneve la più bella del reame, e ora vive nel bosco insieme a sette piccoli nani.

– Non è possibile! – gridò Grimilde – l’ho fatta portare nel bosco dal cacciatore, guarda, questo è il suo cuore! – e mostrò un cofanetto di legno.
– Quello nel cofanetto, è il cuore di un capretto! – le rispose lo specchio.
Grimilde gridò furiosa contro lo specchio ed il cacciatore infedele, e decise che avrebbe risolto lei personalmente la questione.
Corse nelle segrete del castello dove nascondeva il suo laboratorio di pozioni magiche e iniziò a fare stregonerie.

Biancaneve intanto era tutta felice che i sette nani la avessero accolta come una sorella. Mentre loro di giorno andavano a lavorare nella vicina miniera, lei preparava il pranzo, rassettava la casa e lavava i panni.
E la sera si divertivano un sacco a raccontarsi storie e filastrocche.

Ma un giorno alla porta della casetta bussò una vecchia signora dai capelli bianchi e vestita di cenci.
– Buongiorno vecchina, cosa posso fare per lei?
– Buongiorno mia cara fanciulla, sono una povera vecchia che vende mele, ne vuoi una? – disse la vecchia.
– Le vostre mele rosse sono bellissime, ma io non ho soldi per pagarvi… – rispose Biancaneve.

La vecchia sorrise e le disse:
– Siete così bella mia giovane fanciulla che ve ne regalo una, tenete, mangiatela pure.
Biancaneve prese la mela e la portò alla bocca…
Ma non appena ne morse un pezzettino, Biancaneve cadde svenuta a terra!

La vecchia allora si mise a ridere, ridere e ridere, e poco dopo in un “puff” si tramutò in Grimilde che si era camuffata da vecchia e aveva avvelenato la mela.
Così, mentre Grimilde spariva nel bosco, Biancaneve giaceva a terra come morta.
La sera i sette nani tornarono a casa, e vedendola così si disperarono e piansero tutta la notte.

Il giorno dopo, non ebbero il coraggio di seppellirla tanto era ancora bella, e prepararono per lei una bara di cristallo che sistemarono in una piccola radura. Piangendo la lasciarono lì in compagnia di scoiattoli e uccellini.
Verso sera passò di lì il principe del reame vicino, Florian, che tornava a casa dalla battuta di caccia.
Incuriosito da quella teca di cristallo con dentro una ragazza si avvicinò, e quando vide la bellezza di Biancaneve se ne innamorò subito.

Lui non sapeva che Biancaneve era stata avvelenata da Grimilde e pensava stesse solo riposando di un sonno profondo.
Così la prese tra le braccia. Ma proprio in quel momento il piccolo pezzo di mela avvelenata che Biancaneve aveva ancora in bocca, cadde a terra.
Il principe Florian la baciò, e Biancaneve che non aveva più il veleno in bocca poco a poco rinvenne e si risvegliò.
Anche Florian era un bel giovane e Biancaneve fu felice di ritrovarsi fra le sue braccia.

Florian portò Biancaneve al suo castello, le giurò eterno amore e promise di proteggerla per sempre dalle grinfie della sua matrigna.
Quando organizzarono il banchetto di nozze fu invitata anche Grimilde, che verde d’invidia e di rabbia per la bellezza di Biancaneve andò via e scomparve. Da quel momento nessuno la vide più.

Biancaneve tornava spesso e volentieri far visita ai suoi amici nani, ed ogni volta era sempre una grande festa!
E vissero tutti felici e contenti.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Nevina e Solleone ❄ 🌞


Riuscirà Nevina, figlia di re Gennaio a raggiungere e vedere il mare? Per lei che non è mai uscita dal paese dei ghiacci potrebbe essere una pericolosa avventura, ma per fortuna un nuovo amico l’aiuterà.

La storia di “Nevina e Solleone” spiega come grazie agli amici possiamo realizzare i nostri desideri, aiutandoci a vicenda. Per scrivere questo racconto noi di fabulinis ci siamo ispirati ad una fiaba di Guido Gozzano, speriamo tanto che vi piaccia!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba di Nevina e Solleone:

Nevina e Solleone ❄ 🌞 storia completa

La Principessa Nevina viveva da sola con suo padre Gennaio, il fabbrica neve.

Re Gennaio preparava la neve che Nevina raccoglieva nelle sue tasche e poi spargeva sulle terre fredde del ghiaccio.
Nevina era una bambina bravissima, ma tanto triste. Quando padre Gennaio dormiva e non produceva più la neve, Nevina fissava la fredda notte stellata sognando le terre calde del mare che non aveva mai potuto vedere.

Ma un giorno prese coraggio e, senza farsi vedere, partì, lasciando le terre dei ghiacci.

Giunse a valle. Lì l’aria era più calda e Nevina iniziava a sentirsi affannata, ma continuò a camminare per i prati pieni di fiori e alberi. Non si accorgeva che dalle sue tasche usciva ancora la neve, e alle sue spalle si formavano nuvoloni grigi e un vento di aria gelida.

Cammina cammina, arrivò sul ciglio di una collina dove fu abbagliata dai riflessi di una sterminata distesa azzurra: era il mare!
All’improvviso le corse incontro un bimbo, il suo nome era Solleone. Le disse che doveva fermarsi, perché quello non era il suo regno e non poteva andare oltre perché stava portando neve e gelo per tutte le sue terre.


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Ma a Nevina si formarono delle grosse lacrime agli angoli degli occhi, voleva toccare solo per una volta le cose che non aveva mai potuto vedere. Solleone si commosse e, invece di bloccarle la strada, si offrì di farle vedere tutto il suo regno. Tenendosi per mano, i due bambini cominciarono a scendere verso la spiaggia.

Fu così che Nevina riuscì finalmente a toccare il mare!

Ma le tasche di Nevina erano ormai senza più un fiocco di neve, e lei si sentiva così stanca che cadde sulla sabbia sfinita.
Solleone capì che doveva riportarla al più presto nelle sue terre del ghiaccio e della neve. Se la caricò sulle spalle e iniziò a correre.
Mano a mano che si avvicinavano alle terre fredde Nevina si sentiva meglio, ma Solleone cominciava a fare sempre più fatica, finché, pieno di brividi, non si fermò e la posò a terra.

Nevina gli prese le mani e lo ringraziò per quella giornata così bella che le aveva regalato, però capì che Solleone non poteva resistere ancora molto con tutto quel freddo e lo pregò di ritornare di corsa verso il mare.

Ma, prima di lasciarsi, si promisero che ogni anno, per un intero giorno, si sarebbero incontrati di nuovo per tornare a tenersi per mano.

— Fine della fiaba — (Liberamente ispirata a “Nevina e Fiordaprile” di Guido Gozzano)
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Filastrocche sulle mamme 👩‍👧‍👦


Come faremmo senza le nostre dolci mamme?!

Queste filastrocche per bambini parlano proprio di loro, di come siano sempre nel cuore dei bambini, e, dei trucchetti che spesso si inventano per risolvere anche le situazioni più improbabili… 😄
Queste filastrocche le ha scritte col cuore Lulù, con la sua dolcezza e simpatia.


La sera 🌛

Quando arriva la sera
il mio cuore ha tanta pena,
non mi piace l’oscurità
non si vede né di qua né di là.

Mille ombre in ogni luogo,
tra i pupazzi o nel letto nuovo,
il silenzio viene infranto
non so se fuori o a me accanto.

Sono solo nella stanza,
sono grande abbastanza,
ma il mio cuore fa tic toc,
è veloce: paura ho!

Stringo forte il mio pupazzo,
so che è strano ma mi dà coraggio,
quell’abbraccio per me è importante
e poi… non sono così grande.

Chiudo gli occhi e penso al mare,
tra le onde mi faccio cullare,
una barca va lontano
e nel cielo un deltaplano.

Chiudo gli occhi e penso ai monti,
al silenzio e agli orizzonti,
un’aquila su nel cielo,
tanti fiori sul sentiero.

Ma non riesco ancora a dormire,
sì, ho sonno ma non so che dire,
questo buio mi attanaglia
e non riesco a fare la nanna.

Chiudo gli occhi e penso alla mamma,
al suo sorriso che mi abbaglia,
il suo abbraccio che mi dà calore,
un suo bacio a tutte le ore.

E con questo mi addormento,
sento lei accanto al mio letto,
sento le onde arrivare
e la neve che inizia a imbiancare.

I trucchi di una mamma 🚽

C’era un bambino piccino piccino
che metteva sempre il pannolino,
ogni qualvolta si bagnava
il pannolino la mamma cambiava.

No, non poteva continuare così,
il bidone era pieno ogni dì
e ogni volta che la mamma passava
tutta la gente la guardava per strada.

Doveva escogitare un nuovo sistema,
era sbagliato quel che faceva,
ma il suo bambino non sopportava
esser bagnato, lo esasperava.

Allora la mamma fece un buchetto
nel pannolino e lo mise al bimbetto
e mentre questi la pipì faceva
lungo le gambe questa scendeva.

E fu così che il bimbetto
era sempre bagnato, anche nel letto,
Non volle più mettere il pannolino
e fece la pipì sempre nel vasino.

Copyright dei Testi © Lulù Barabino


Chi sono

Lulù - fabulinis.com

Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

www.tiraccontounastoriablog.com


Gli Acciacchi della vecchia Befana 🧦


Più aumenta l’età, più la Befana ha problemi di salute. Riuscirà a consegnare in tempo i regali ai bambini?

Se avete fatto i bravi la Befana non vi porterà il carbone, ma delle buone caramelle, e per ringraziarla basteranno una minestra calda e un buon bicchier di vino.

Gli Acciacchi della vecchia Befana 🧦

Anche quest’anno l’anziana Befana sta sistemando le ultime cosette all’interno del sacco ed eseguito la revisione alla scopa volante, visto i migliaia di chilometri percorsi nel cielo.

Per lei l’età sta diventando un problema: è ingrassata una decina di chili per via di un’alimentazione troppo ricca di grassi, ha sviluppato un leggero diabete, un’artrosi importante a piedi e mani, una gobba ancor più pronunciata e dolorante, oltre un perenne raffreddore dovuto all’aria gelida sul viso durante le consegne dei regali.

Quest’estate è stata dal medico, che le ha prescritto una cura a base di farmaci antinfiammatori.
Ora deve ricominciare il giro del globo per lasciare caramelle e regali ai bambini. Ma non crediate sia semplice, le insidie sono all’ordine del giorno!

Le case moderne non hanno più i camini e bisogna stare attenti a non finire risucchiati nei termosifoni, o peggio ancora, far scattare improbabili allarmi antifurto e finire scambiati per ladruncoli.
Lo scorso anno poi, durante l’atterraggio sul tetto di una casa di un bambino meritevole, la Befana si è slogata una caviglia.

Per fortuna Babbo Natale si trovava nei paraggi: è andato in suo soccorso cercando di aiutarla a rialzarsi, tra le urla della poveretta.
Gli ultimi regali ai bimbi sono stati recapitati i primi giorni di Marzo: un notevole ritardo!
Quest’anno, i “grandi supervisori del cielo” le hanno consigliato di trovarsi un’aiutante, magari più giovane e magra.

Quindi, miei cari fanciulli, prepariamoci ad accoglierla nel miglior modo possibile la notte tra il cinque e sei Gennaio: sistemiamo la tavola, stendiamo il tovagliolo con sopra un piatto di minestra calda (visto che non ha più denti), un bicchiere di buon vino, qualche dolcetto, mandarini e magari un’aspirina, visto i suoi innumerevoli acciacchi!
Appendiamo le calze e se la nostra casa è provvista di camino, cerchiamo di pulire bene la cappa prima della sua discesa.

Buon lavoro, mia cara Befana!

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Rita Bimbatti, Pedagogista Clinico e autrice di racconti per l’infanzia, per aver condiviso con tutti noi questa simpatica storia sulla Befana.

www.ritabimbatti.it


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L’arrivo dei Magi 🎁


Sicuri che valga veramente la pena litigare con una persona e rischiare di perderla anche se le si vuole veramente bene…?

“L’arrivo dei Magi” è una fiaba creata da noi di fabulinis ispirandoci al racconto di O. Henry “Il dono dei Magi”. E’ ambientata nel periodo dell’epifania e della festa della Befana. Spiega ai bambini come la generosità venga sempre premiata, ed é un racconto con un po’ di nostalgica magia da raccontare ai nostri bambini durante tutto il periodo delle feste natalizie.

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba de l’arrivo dei Magi:

L’arrivo dei Magi 🎁


Era il giorno prima dell’arrivo dei Magi, i grandi saggi che venivano da oriente a portare i doni ai bambini, e in paese si stavano facendo i preparativi per le feste.
In questo piccolo paesino vivevano due fratellini, Delia e Gioele, che si volevano tanto bene e stavano sempre insieme.
Ma anche loro, come tutti i fratellini, ogni tanto bisticciavano, e a volte si facevano dei dispetti veramente tremendi.

E quel giorno Delia e Gioele litigarono furiosamente. I due si azzuffarono talmente tanto che quando la mamma li divise, li sgridò così sonoramente che Delia e Gioele piansero tantissimo.
– Se non fate subito la pace i Magi penseranno che siete due bambini cattivi, e saranno veramente dispiaciuti! – disse loro la mamma.
Ma Delia e Gioele non volevano ascoltarla. Ognuno di loro pensava di aver ragione e non avrebbe mai chiesto scusa all’altro.
Così la mamma li mise in castigo, a riflettere sul loro comportamento.

Delia stringeva forte la sua bambola, era il suo giocattolo preferito e non la lasciava mai.
Gioele stringeva forte il suo inseparabile trenino di legno, che trascinava col cordino per tutta la casa.
Dopo un po’ la mamma tornò e chiese:
– Avete riflettuto bene sulla vostra condotta?
– Sì… – risposero i due con un tono non molto convinto.
– Fate la pace?
– Sì… – sempre con lo stesso tono.
– Allora datevi un bell’abbraccio e fate pace.
Delia e Gioele si avvicinarono lentamente, si diedero un abbraccio velocissimo e poi si allontanarono sempre col broncio.

La mamma, che aveva notato questo finto abbraccio di pace, li riprese:
– Bimbi miei, ricordatevi che i Magi sanno leggere nel vostro cuore, e se le vostre scuse non sono sincere loro lo sapranno, e ne saranno veramente dispiaciuti!
Delia e Gioele furono molto colpiti da queste parole.
I Magi venivano una volta sola l’anno, e per i bambini avevano sempre dei bei regali, ma sapevano anche che ai bambini monelli portavano solo del carbone…

I due si guardarono di nuovo negli occhi, ma l’orgoglio ferito bruciava ancora troppo, e corsero via nelle rispettive camerette.
Le parole della mamma continuavano a ronzare nelle loro teste. In fin dei conti Delia e Gioele si volevano veramente un gran bene, e iniziavano a sentirsi veramente dispiaciuti per come si erano comportati.
Delia teneva in mano un disegno che Gioele le aveva fatto e a cui era tanto affezionata. Più lo guardava e più si sentiva in colpa per quello che era successo.

Decise che doveva andare a scusarsi. Lasciò andare il disegno, che scivolò per terra, e in punta di piedi andò verso la cameretta di Gioele.
Gioele stava per fare la stessa cosa, ma mentre infilava una delle ciabatte inciampò e cadde per terra. Guardando furioso la ciabatta disse:
– Cattiva!
Ma Delia era lì sulla porta e, sentendo quelle parole, credette che Gioele fosse ancora arrabbiato con lei. Perciò corse via.

– Gioele è davvero arrabbiato con me, devo farmi perdonare ad ogni costo! – si disse la bimba con le lacrime agli occhi, mentre stringeva a sé la sua amata bambola.
Gioele sentì correre, capì che era Delia, e quando uscì in corridoio vide la sua cameretta vuota col disegno per terra.
– Delia non avrebbe mai buttato a terra il mio disegno se non fosse veramente arrabbiata con me… devo assolutamente farmi perdonare! – si disse Gioele, mentre tirando il suo trenino di legno correva a vedere dove fosse andata Delia. Ma di lei in casa non c’era più nessuna traccia…

Delia era uscita. Per le vie del paese c’erano tante bancarelle, piene di cose bellissime: dolci, vestiti, leccornie e chi più ne ha più ne metta.
– Per farmi perdonare da Gioele potrei fargli un super regalo… – pensò Delia.
Cammina cammina, Delia arrivò alla bancarella di un rigattiere, che tra le altre cose aveva un sacco di giocattoli usati ma ancora tenuti bene.


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Delia si avvicinò e tra tutte le cose notò una piccola stazioncina ferroviaria in legno, che sarebbe stata benissimo col trenino di Gioele.
Delia guardò il rigattiere e indicò la stazioncina di legno.
– Sono venti soldini piccola mia – disse il rigattiere.
Ma Delia venti soldini non li aveva… l’unica cosa che aveva era la sua amata bambola, e la porse al rigattiere.
L’uomo fu molto colpito da quel gesto.

– Vuoi fare a cambio con la stazioncina?
Delia fece di sì con la testa.
Il rigattiere prese la bambola e diede la stazioncina alla bimba, che dando un ultimo sguardo alla sua amata bambola, corse via.
Il rigattiere, ancora stupito per quel gesto, guardò la bambola, e poi la mise sotto il suo banchetto, in modo che non si potesse vedere.

Anche Gioele era uscito in cerca di un regalo da fare a Delia per farsi perdonare, e anche lui capitò alla bancarella del rigattiere.
Vide tra tutti i giocattoli una bella culla per le bambole. Lì dentro Delia avrebbe potuto mettere la sua e giocare tutta felice.
Gioele guardò il rigattiere e indicò la culla.
– Sono venti soldini piccolo mio – disse il rigattiere.

Ma Gioele venti soldini non li aveva… l’unica cosa che aveva era il suo trenino, e lo porse al rigattiere.
– Vuoi fare a cambio con la culla?
Gioele fece di sì con la testa.
Il rigattiere prese il trenino e diede la culla al bimbo, che dando un ultimo sguardo al suo amato giocattolo, corse via urtando una signora che passava.

– Gioele! Attento a dove corri! – lo sgridò la signora, ma Gioele ormai era lontano per sentirla.
– Conosce quel bambino signora? – chiese il rigattiere.
– Si, è il figlio di una mia cara amica…
Il rigattiere annuì, e ripose il trenino sotto il suo banchetto, proprio accanto alla bambola di Delia.

Quando Gioele tornò a casa c’era Delia ad aspettarlo, aveva le mani dietro la schiena e sembrava molto emozionata.
Gioele non vedeva l’ora di fare pace con la sorellina ed era così emozionato che inciampò e cadde a terra insieme alla culla.
Delia gli corse incontro – ti sei fatto male?
– No no… tutto a posto – e prendendo la culla da terra gliela porse – tieni Delia, questa è per la tua bambola… scusami tanto per prima… mi perdoni?

Delia guardò la culla dove avrebbe potuto mettere la sua bambola, poi prese la stazioncina e la porse a Gioele.
– Perdonami tu fratellino, anche a me dispiace tanto per prima… ma dov’è il tuo trenino?
Gioele, mentre rimirava la stazioncina in legno, le disse:
– L’ho scambiato per la culla… ma dov’è la tua bambola?
Delia indicò la stazioncina e Gioele capì.

I due si abbracciarono forte forte piangendo di gioia e si promisero che non avrebbero mai più litigato, non ricordavano nemmeno il motivo…
Avevano sacrificato entrambi la cosa più preziosa che avevano per far felice l’altro, e i Magi sarebbero stati fieri di loro.

Delia e Gioele andarono a nanna felici, stringendo forte forte i loro nuovi giocattoli, e fecero sogni bellissimi.
Al mattino la mamma li svegliò di buon’ora – Delia, Gioele, sveglia che è pronta la colazione!
I due corsero in cucina dove li aspettava la mamma che subito chiese loro:
– Ma come mai questa notte avete lasciato la bambola e il trenino fuori dalla porta di casa a prendere il freddo?
Delia e Gioele si guardarono stupiti, i Magi erano passati per davvero a dare i regali, e che regali! Avevano riportato i loro amati giocattoli!
Per Delia e Gioele fu uno dei giorni più felici della loro vita, e da quel momento non smisero mai più di volersi bene.

— Fine della fiaba — (Liberamente ispirata al racconto di O. Henry “Il dono dei Magi”.)
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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La Bella e la Bestia 👧🦁


L’abito non fa il monaco, e questa fiaba ce ne racconta uno splendido esempio

la favola de “La Bella e la Bestia” è antichissima, e proprio per questo si è diffusa in tutta Europa con moltissime varianti. Tutti noi ricordiamo il bellissimo film animato realizzato dalla Disney nel 1991, una meraviglia! Tanto che nel 2017 ne hanno fatta una versione con attori veri.
Anche noi di fabulinis abbiamo preparato la nostra un po’ più corta e semplificata rispetto all’originale, così da poter essere letta anche ai bambini più piccoli, speriamo ti piaccia!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba de la Bella e la Bestia:

La Bella e la Bestia 👧🦁 storia completa


C’era una volta un mercante a cui la fortuna aveva girato le spalle, ed era caduto in disgrazia insieme alla figlia dolce e gentile che si chiamava Bella.
Un giorno il mercante decise di andare a tentar fortuna in una lontana città, dove aveva sentito che al porto stavano arrivando delle navi piene di merci esotiche.

Prima di partire chiese a Bella cosa volesse per regalo di ritorno dal suo viaggio.
– A me basta solo una rosa, perché la cosa più importante è il bene che ti voglio, papà – rispose Bella.
Il padre commosso, partì per il lungo viaggio, ma purtroppo quando arrivò al porto non riuscì a combinare nessun affare, e riprese il cammino verso casa ancora più povero di prima.

Ma quando ormai mancava poco per arrivare a casa, il padre di Bella fu preso alla sprovvista da una forte bufera.
Si rifugiò dentro l’unico edificio che riuscì a vedere nelle vicinanze, un castello che pareva abbandonato.
Dentro al castello però c’era una bellissima e rigogliosa serra piena di piante e fiori, tra cui anche un roseto. Il padre di Bella si ricordò della promessa fatta alla figlia, e senza pensarci, prese una rosa da portarle in dono.

Ma non appena la colse si sentì afferrare da delle possenti braccia che lo immobilizzarono e lo legarono come un salame. Era il padrone del castello, e la sua faccia era simile a quella di una bestia feroce, come un leone!
– Come osi raccogliere le mie rose! – ruggì la Bestia.
– Mi scusi signore, mi sono rifugiato nel suo castello per ripararmi dalla bufera, e quando ho visto queste magnifiche rose mi son ricordato della promessa che ho fatto a mia figlia…

– Quale promessa? – ringhiò la Bestia.
– Che di ritorno dal mio lungo viaggio al porto le avrei portato una rosa in dono.
La Bestia grugnì.
– Così tu hai una figlia… dovrei ucciderti, ma se in cambio della tua vita, tu porterai la tua figlia qui, lei vivrà per sempre insieme a me e tu sarai libero!

Lì per lì il mercante, non sapendo cosa fare, disse di sì, ma uscito dal castello e imboccato il sentiero di casa si pentì di quello che aveva fatto:
– Saluterò Bella e le dirò quanto le voglio bene, poi tornerò dalla Bestia e affronterò il mio destino.
Così arrivò a casa, abbracciò la figlia e le diede in dono la rosa, dicendole anche che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrebbe visto.

Bella non capiva ed insisteva per farsi spiegare il perché, finché suo padre non le raccontò tutta la storia.
– Ma allora è tutta colpa mia! – disse Bella tra le lacrime.
– Come colpa tua? – le rispose il padre.
– Se io non ti avessi chiesto in dono questa rosa, tu adesso non saresti in questa situazione… non è giusto!
Bella insistette così tanto che alla fine costrinse suo padre ad accompagnarlo al castello della Bestia.
Quando arrivarono fu la stessa Bestia in persona ad aprire il portone.

– Vedo che hai mantenuto la promessa – disse rivolto al padre di Bella, poi con un gesto fulmineo prese con sé la ragazza e chiuse con forza il portone dietro di sé.
Il padre di Bella cercò con tutte le forze di entrare, batté forte i pugni sul portone, prese un lungo bastone cercando di forzare la serratura, ma niente, il portone non si aprì…
Bella ormai era prigioniera nel castello della Bestia, ma contrariamente a quello che pensava, la Bestia non trattò mai male Bella, anzi.


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La bestia era molto premurosa nei suoi confronti, la trattava sempre con gentilezza, aveva sempre un pensiero carino per lei e non le faceva mancare niente.
Ascoltava con attenzione tutte le storie che Bella gli raccontava la sera e poi, con un inchino, si congedava e andava a dormire, per poi farle sempre trovare la colazione pronta al mattino.
Bella amava passeggiare per la stupenda serra fiorita, e la Bestia la accompagnava con piacere. Stare accanto a lei era veramente incantevole, tanto che senza nemmeno accorgersene, se ne innamorò.

Ma a Bella mancavano tanto la sua casa e il suo papà. Una sera la Bestia la vide piangere e le chiese il perché. Quando scoprì il motivo di tanto sconforto le regalò uno specchio magico.
Nello specchio Bella poteva vedere una stanza della sua casa, e di conseguenza come stava suo padre. Ma purtroppo suo padre non stava tanto bene. Si era ammalato e arrivò il giorno in cui Bella nello specchio lo vide immobile a letto.

Bella si disperò e decise di chiedere alla Bestia se poteva tornare a vedere suo padre almeno per l’ultima volta.
– E’ molto malato, vedi? – e fece vedere lo specchio alla Bestia, che grugnì di disappunto.
– E va bene, vai pure, ma se entro una settimana non tornerai, io morirò certamente di crepacuore.
Sentendo quelle parole, Bella capì cosa provava per lei la Bestia.

– Tornerò – disse sorridendo, poi prese le sue cose e uscì dal castello.
Che sorpresa fu per suo padre rivedere Bella, sana e salva e pure ben vestita! La visita di sua figlia gli fece talmente bene che già il giorno dopo stava meglio.
E così fu per tutti i giorni seguenti, tanto che alla fine della settimana il padre di Bella era tornato in piena forma.
– Ora che stai meglio papà, io dovrei tornare al castello.
– Non tornare figlia mia – le disse – se mi sono ammalato è per il dispiacere di non averti qui accanto a me! Rimani qui con me ancora un giorno, così da rimettermi ancora meglio.

Bella esitò un momento, ma non riuscì a lasciare da solo il padre che era così felice di rivederla.
Passò un giorno, poi due e poi tre, e ogni volta suo padre riusciva a trattenerla con la scusa di guarire sempre di più dalla sua malattia.
Ma a Bella la Bestia iniziava a mancare veramente. Solo ora che non era più con lui si era accorta di quanta gentilezza aveva avuto nei suoi confronti e di quanto buono fosse il suo cuore.
E poi il rimorso della promessa non mantenuta era troppo forte, e la sua coscienza non le dava pace. Così quella notte decise di scappare e tornare al castello.

Quando finalmente arrivò, Bella trovò la Bestia per terra agonizzante. Lo prese tra le sue braccia e lo sollevò, ma lui quasi non respirava più.
– Sono tornata! Sono tornata da te! Scusami se ci ho messo così tanto…
La Bestia riuscì ad aprire un poco gli occhi e la guardò con dolcezza.
– Cosa posso fare per aiutarti? – gli chiese con voce tremante Bella.
Bestia fece un lungo sospiro, esitò, finché in un sussurro disse:
– Un bacio… solo un ultimo bacio di addio.

Bella gli prese il viso, lo guardò negli occhi lacrimanti, si avvicinò e lo baciò, chiudendo gli occhi.
Un forte brivido scosse tutto il corpo della Bestia, tanto che Bella si spaventò. Ma la sorpresa fu davvero enorme quando vide che la Bestia si era trasformato in un bellissimo uomo.
– Ma cosa è successo? – domandò Bella incredula ma felice come non mai.
– Col tuo bacio hai spezzato l’incantesimo di una fata malvagia che mi aveva trasformato in Bestia per gelosia… grazie mia Bella…
Bella lo abbracciò forte, lui si sentiva già meglio.

Pochi giorni dopo il Principe che era stato trasformato in Bestia si era rimesso in perfetta salute. Finalmente poteva stare accanto alla sua Bella tenendola per mano senza doversi nascondere per il suo aspetto, e di lì a poco si sarebbero anche sposati.
E vissero tutti felici e contenti.

Questa fiaba ci insegna che non bisogna giudicare solo dalle apparenze, perchè anche sotto un aspetto brutto si può nascondere una bella persona dal cuore d’oro.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com

Se vuoi leggere al tuo bimbo un libro molto particolare su la Bella e la Bestia, ti consigliamo la versione pop-up realizzata da Robert Sabuda, che è bellissima perché dalle pagine si crea come per magia tutto un mondo tridimensionale fantastico!
Leggi qui la nostra recensione 🙂

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Filastrocche sui papà 👨‍👧‍👦


Come faremmo senza i nostrei forti papà?!

Queste filastrocche per bambini parlano proprio di loro, di come spesso debbano dimostrarsi forti e sicuri, anche se in fondo anche loro sono pieni di paure ed insicurezze, che li rendono ancora più simpatici e unici.
Queste filastrocche le ha scritte col cuore Lulù, con la sua dolcezza e simpatia.


È forte il mio papà 💪

Il mio papà è tanto bello
e porta sempre un fiore all’occhiello,
dice sempre alla mia mamma
che lei è stata la sua prima fiamma.
Io non lo so che cosa vuol dire
ma questa frase la fa impazzire,
allora lo copre di mille bacetti:
i miei genitori sono perfetti!

Dorme vicino alla mia mamma,
mi sa che il buio lo attanaglia,
quasi quasi gli do il pupazzetto
che è da sempre con me nel letto.

Ma ho paura che ci rimanga male
per tutti forte deve sembrare,
in vacanza dice che è un lupo di mare
ma se non sa nemmeno nuotare…

Ma nonostante queste paure
la sua presenza ci rende sicure,
con lui vicino ci sentiamo protette
e ci sentiamo due reginette.

Copyright dei Testi © Lulù Barabino


Chi sono

Lulù - fabulinis.com

Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

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Topolino Sam e lo spazio 🚀


A volte per viaggiare nello spazio basta chiudere gli occhi!

Il topolino Sam ha deciso di esplorare lo spazio, e preparata una navicella spaziale, è pronto per partire!

Topolino Sam e lo spazio 🚀


Ma guarda, guarda chi si rivede! Ma è Sam!
Dopo tanto girovagare rieccolo alla scoperta di un nuovo mondo… lo spazio!
Ebbene sì, dopo il tanto sapere del mondo, decise che fosse tempo di visitare un nuovo luogo, vasto e speciale come lo SPAZIO!

Intanto cominciò con il procurarsi tutto il necessario per allenarsi all’assenza di gravità che, come tutti sanno, nello spazio non esiste. Pensò che sarebbe stato impossibile creare nella stanzetta un posto privo di gravità, allora decise che l’unico modo fosse “fare
finta” di viaggiare nella navicella a gravità zero appendendosi con una corda legata in vita ad un binario che girava sotto la scrivania di Anna.

Wwowwww, sembrava di essere su di uno shuttle! Il topino volteggiava di qua e di la e si divertiva molto. Dopo essersi allenato, era l’ora di creare la tuta spaziale, prese un tessuto bianco, cannucce, il tappo trasparente del deodorante di Anna e con tutti questi oggetti cucì una fantastica tuta da astronauta.

E ora il pezzo forte della missione, la navicella! Una scatola cilindrica con un tappo sul fondo era lo shuttle perfetto, con l’aiuto di Anna, scotch, colla, colori e qualche pezzo di carta d’alluminio presto Sam presentò al mondo intero il… GROVIERATTHLE!!!

Un tributo al cibo preferito del topino, il Groviera. Il conto alla rovescia stava per cominciare, giusto il tempo per gli ultimi saluti e il grovieratthle fu pronto per il decoll o… tutti pronti?

Dieci…nove…otto…sette…sei…cinque…quattro…tre…due…uno.. partenza!!!

Scintille, rumori, fumo, esplosioni e chi più ne ha più ne metta, la stanza di Anna era un tremendo caos, ma per un fine ben speciale.
Dopo un decollo un po’ traballante, il topolino si trovò nell’immenso e silenzioso Spazio… era davvero senza parole.

Il primo pianeta che Sam decise di visitare fu la mitica e fantastica LUNA. Il topolino sbarcò e scoprì l’immensità del pianeta, era
grande tanto grande ed era pieno di buchi ma tanti buchi… caspita! Era un groviera! Dopo aver visitato la Luna Sam risalì sul
Groveratthle e si diresse verso il pianeta rosso.

Marte! Rosso, sabbioso, simile alla terra, lo trovò divertente ma la curiosità era troppa e i pianeti altrettanto, quindi decise di salire sulla navicella e ripartire.

Attraversò lo spazio in lungo e in largo, da Giove il più grande, a Saturno che lo fece girare talmente tanto che non riusciva più a
fermarsi, da Venere il più affascinante, a Nettuno e Plutone, insomma tutto quello che poteva vedere lo ha visto.

Ma gira, gira, si imbatte’ in un piccolo pianeta che non aveva mai visto prima… il pianeta era bianco, ma talmente bianco che brillava.
Sam non ci pensò due volte e si diresse verso il pianetino, ma più si avvicinava e più il bagliore era forte, ma talmente forte che dovette chiudere gli occhi.

Quando li aprì, con moooolto stupore si trovò in camera di Anna, dentro una scatola e vestito da astronauta. Sam pensò : ”non ero nello spazio? Non mi sono avvicinato ad un piccolo pianeta bianco? Come mai sono qui?”.

Mentre si faceva mille domande senza trovare risposta, entrò Anna che gli disse: ”oohh Sam, era ora che ti svegliassi è già ora
di cenare!” Sam la guardò stranito: ”svegliarsi? Tardi? Ma, ma stavo dormendo?”

Il topolino raccontò ad Anna di aver creduto fermamente di essere nello spazio e di aver visitato moltissimi pianeti e che ne stava
scoprendo uno nuovo bianco e accecante! Anna lo guardò ammirata ma un po’ perplessa: “Sam, il pianeta bianco era piccolo e molto vicino a te?”

e Sam rispose : ”si Anna, vicinissimo. Ma più mi avvicinavo e più diventava accecante.” In quel momento Anna scoppiò a ridere
rumorosamente, rideva talmente tanto che non riusciva a dire a Sam che il suo misterioso pianeta bianco non era altro che la Lampadina della abatjour accesa da Anna essendosi fatta sera.

Quando riuscì a dirglielo il topolino si azzittì, ma poco dopo scoppiò a ridere anche lui e insieme risero talmente tanto che si
addormentarono stremati.

A volte i sogni ci portano lontano, così lontano da farci vivere fantastiche avventure.

Per questo non dobbiamo mai smettere di
“SOGNARE”!

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Federica Bertone per aver condiviso con tutti noi questo racconto, che fa parte di una raccolta con tante altre avventure del topolino Sam, le trovate qui sotto:


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Lallasagna e la ciambella al cioccolato 🍩


La matematica serve anche in cucina!

Le equivalenze matematiche sono molto utili, anche dove meno te lo aspetti.. quanto sarà 10hg di farina? 1kg? 10kg? Meglio chiedere ai bambini…

Lallasagna e la ciambella al cioccolato 🍩


Ci risiamo! Anche oggi la cuoca Lallasagna ha combinato il solito pasticcio.
Dopo aver rovistato tutto il mattino nella soffitta ammuffita, finalmente ha ritrovato il vecchio libro di ricette “La regina della cucina”.

– Allora…ciambella alla vaniglia…ciambella all’arancia…no…ciambella al cioccolato, eccola! – esclama Lallasagna felice.
Domani è domenica, andranno a trovarla sua figlia con i nipotini Dora e Matteo: sono molto ghiotti di dolci e la torta sarà una vera sorpresa. Lallasagna mette gli occhiali e comincia a leggere a voce alta.

– Di facile preparazione…ingredienti: farina 0,3 Kg, cioccolato fondente 20000 cg, zucchero 2000 dg, 26 dag di uova a temperatura ambiente, 1,85 hg di olio di semi di girasole, latte intero 13500 cg, lievito in polvere 8000 mg, 1000 mg di sale. Che strane dosature…ero solita vederle in grammi… – borbotta la cuoca, leggermente confusa.

Ma oramai è decisa: la ciambella si farà.
Comincia a vagare in cucina alla ricerca delle pentole, degli ingredienti e soprattutto della bilancia, altrimenti come peserà i componenti?

– 0,3 Kg di farina… quanto sarà? 3 Kg forse? Ok…poi cioccolato fondente 20000 cg? Vorrà dire 2 Kg, certamente! Quante uova? 26? Mi sembrano tantine, comunque le dovrei tenere in cantina. Uno strano libro…uno strano libro… – pronuncia Lallasagna scuotendo continuamente la testa.

Nel frattempo suonano alla porta. E’ il postino Ugo che ha un pacco da consegnare.
Subito la cuoca ne approfitta per chiedere informazioni.

– Ugo, scusa, sto preparando una torta per i miei nipotini golosi, ma il ricettario è datato, sicuramente ha utilizzato una terminologia diversa per ciò che riguarda gli ingredienti… qui per esempio dice… 1,85 hg di olio di semi di girasole… secondo te, quanto potrà essere ad occhio e croce (sigh!)? – chiede Lallasagna.

– Beh, io non sono un grande intenditore, ma presumo all’incirca 1 litro e mezzo… poi non so se l’olio di semi di girasole è pesante come quello di oliva che uso per condire… magari pesa il doppio… o il triplo… oppure no… magari è vero il contrario… dai, fai 2 litri e non se ne parla più – risponde Ugo.

La cuoca ringrazia il postino e prosegue la preparazione del dolce.
– Latte intero 13500 cg …che vorrà dire? Boh… – e comincia a versare il latte a caso.
– Lievito in polvere 8000 mg …a mio avviso sono 8 etti – e giù con il lievito.
– Infine 1000 mg di sale… Ovvero 1 etto? Non sarà troppo? Ma se lo dice il ricettario… – pensa Lallasagna.

Comincia ad impastare fra loro tutti gli ingredienti nel grande pentolone.
Ben presto capisce che qualcosa non ha funzionato. La matematica, specie le equivalenze, non sono mai state il suo forte. Cuoca Lallasagna scoppia a piangere: domani cosa presenterà ai suoi nipotini Dora e Matteo?

Ci vorrebbe l’aiuto di qualche bambino…
Volete provare a risolvere le equivalenze e trasformare correttamente in grammi tutti gli ingredienti del ricettario? Forse Lallasagna è ancora in tempo per rimediare al danno culinario!

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Rita Bimbatti, Pedagogista Clinico e autrice di racconti per l’infanzia, per aver condiviso con tutti noi questa storia, che serve per introdurre e chiarire alcuni concetti matematici, rendendoli protagonisti attivi di ciò che stanno ascoltando.

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La bambina che imparò a volare 🦋


La bellezza la si può trovare in un battito d’ali.

Questo racconto parla delle difficoltà che a volte incontrano quelle bambine che non sono proprio filiformi, ma racconta anche di come cercando di superare l’aspetto fisico si possa trovare le risorse per diventare più sicuri di sè.

La bambina che imparò a volare 🦋


Anna era una bella bimba di nove anni, con guance rosse e paffute, due grandi occhi azzurri e biondi capelli che le scendevano dolcemente sulle spalle.

Andava volentieri a scuola ed era molto brava, specie in matematica. Con le sue due migliori amiche, Gaia e Caterina, si divertiva a fare lunghe passeggiate in bicicletta, quando la stagione lo permetteva. Insieme frequentavano da poco un corso di danza, ma Anna non si sentiva per nulla a suo agio; un po’ invidiava le altre bambine, così magre, così aggraziate sulle punte dei piedi che parevano farfalle aleggiare sui fiori.

Già, perché Anna non era proprio filiforme e questo la faceva sentire goffa ed impacciata. I maschietti ogni tanto le lanciavano qualche battutina, mentre lei si sentiva sempre più a disagio. A danza era andata per fare compagnia alle sue due amiche del cuore, nonostante fosse un’impresa restare sulle punte e indossare quel buffo vestitino rosa che la faceva assomigliare ad un confetto. La mamma cercava di rassicurarla.

«Non farti problemi, amore. Quando crescerai diventerai una ragazza bellissima!» le diceva.
Ma Anna non si piaceva: quando lo specchio della stanza rifletteva la sua immagine, le spuntavano due lacrimoni.

«Quando diventerò grande! Voglio essere bella come la mia mammina!» singhiozzava la bimba.
Intanto, sognava ad occhi aperti di trasformarsi in una principessa magnifica.

Un giorno, mentre guardava fuori dalla finestra di casa e i suoi pensieri vagavano nel vuoto, passarono due grandi farfalle colorate. Così leggiadre, così belle, volteggiavano nel cielo limpido.

«Come siete belle, farfalline! Vorrei tanto anch’io imparare a volare e sentirmi leggera leggera» fece Anna.
«Veramente?» rispose una delle due farfalle.
La bambina rimase stupita, non credeva che gli insetti parlassero e ascoltassero quello che le persone dicevano. Le guardava meravigliata.

«Vieni con noi! Ti divertirai!» disse la seconda farfalla.
Ad un certo punto, dal cielo scese una polvere di stelle che andò ad appoggiarsi sulle spalle di Anna. La bimba cominciò a provare proprio lì un certo prurito: le stavano spuntando le ali!

«Adesso puoi volare insieme a noi! Dai!» fecero in coro le farfalle.
Anna iniziò a muovere le ali piano piano, fino a spiccare il volo. E via insieme alle due nuove amiche in alto nel cielo blu. Sorvolarono il piccolo paese, la chiesa, la scuola, la sua casa.

Non si era mai sentita così bene, così leggera, così felice. Venne l’ora di salutarsi, stava per arrivare la sera. Ogni giorno, per una settimana, le farfalle passavano a prenderla, attendendo la bimba vicino alla finestra della sua stanza. Questi voli resero Anna più graziosa, più sicura, più radiosa. Con il tempo divenne una bellissima ragazza e non dimenticò mai le sue amiche colorate, che l’avevano aiutata a realizzare un grande sogno.

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Rita Bimbatti, Pedagogista Clinico e autrice di racconti per l’infanzia, per aver condiviso con tutti noi questa storia, che aiuta i piccoli ad apprezzarsi maggiormente, aumentando la loro autostima.

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Il pipistrello Brighello 🦇🎃


Questo simpatico pipistrello ci insegna che, per migliorare la propria vita e trovare la felicità, bisogna avere il coraggio di credere nelle proprie forze senza arrendersi.

I racconti di Halloween spesso sono storie di paura, e non a torto! Noi di fabulinis, però, abbiamo voluto inventare una storia simpatica, per i più piccolini, che possono così divertirsi senza per forza spaventarsi 😉

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba del Pipistrello Brighello:

E se il tuo bimbo si accoccola tra le tue braccia e ti chiede di raccontargli una favola, prova a farlo con un divertente libro di Halloween, su Amazon ne abbiamo trovati alcuni che sicuramente ti piaceranno 😉

Il pipistrello Brighello 🦇🎃 storia completa


C’era una volta un pipistrello che si chiamava Brighello.
Lui Abitava tutto solo in una torre alta alta di un castello vicino ad un bosco, questa torre però era tutta piena di buchi, di spifferi e ci entrava tanto freddo, e quando faceva il temporale il povero pipistrello si ritrovava sempre zuppo e fradicio.
Brighello, poverino, non ce la faceva più, così sentì che ne aveva abbastanza e una notte decise di andare via dalla sua torre umida e sgangherata.

Quella notte era proprio quella di Halloween ed era tanto buia, c’era anche qualche lampo in lontananza, ma Brighello prese coraggio e volò via lo stesso, deciso a trovare una nuova casetta.
Cominciò a cercarla dal bosco vicino al castello e, vola vola, nel bosco incontrò un gufo.

– Buona sera signor gufo!
– Buona sera a te pipistrellino mio, dimmi, cosa ci fai in giro con questo buio nella notte di Halloween, non vedi che là ci sono dei lampi? Forse arriverà il temporale…

Il pipistrello decise quindi di raccontare tutta la sua storia.
– Io mi chiamo Brighello e abito nella torre del castello, che ha un sacco di buchi, è brutta, rotta, e piena di spifferi. Ci abito tutto solo e sto cercando una nuova casetta. Mi puoi aiutare signor gufo?

Il gufo gli rispose:
– Io abito in quest’albero, dentro quel buco, però per te caro pipistrello mio non c’è posto…
Brighello ci rimase un po’ male.
– Vabbè andrò in cerca di un’altra casetta… grazie lo stesso signor gufo!

Salutò il gufo e continuò a volare nel bosco finché non incontrò una volpe.
– Buonasera signora volpe!
– Buonasera pipistrello, cosa ci fai in giro con questcon questo buio nella notte di Halloween ?
Brighello allora raccontò la sua storia anche alla volpe:

– Io mi chiamo Brighello e abito nella torre del castello, che ha un sacco di buchi, è brutta, rotta, e piena di spifferi. Ci abito tutto solo e sto cercando una nuova casetta. Mi puoi aiutare signora volpe?
La volpe allora gli rispose:
– Io ti darei anche un lettino nella mia piccola tana, però sta sotto terra, e i pipistrelli come te non riescono a volare li dentro… Sarebbe una trappola per te!
Brighello ci rimase un po’ male.
– Vabbè andrò in cerca di un’altra casetta… grazie lo stesso signora volpe!

Salutò la volpe e continuò a cercare. Questa volta uscì dal bosco e si ritrovò sopra un grande prato, dove la luna ogni tanto riusciva a farsi vedere in mezzo alle nuvole scure e minacciose.
Vola vola e vola a Brighello venne in mente un’idea:
– Chiederò aiuto alla luna!
Così Brighello volò sempre più in alto finché non riuscì a vedere in viso la luna che stava sonnecchiando.


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– Buona sera signora luna!
– Buona sera a te pipistrellino mio – disse la luna sbadigliando – cosa ci fai in giro con questo buio nella notte di Halloween?
Il pipistrello prese coraggio e raccontò tutta la sua storia.
– Io mi chiamo Brighello e abito nella torre del castello, che ha un sacco di buchi, è brutta, rotta, e piena di spifferi. Ci abito tutto solo e sto cercando una nuova casetta. Mi puoi aiutare signora luna?

La luna gli rispose:
– Buon pipistrello mio, vola verso la montagna, li dovresti trovare una grotta dove abitano tanti pipistrelli come te, sono sicura che accetteranno ben volentieri la tua compagnia e ti lasceranno stare con loro!
– Grazie! Grazie infinite signora luna, non so come ringraziarla!

E, salutata la luna, Brighello iniziò a volare verso la montagna. Arrivato lì, vide la grotta e vide che dentro c’era della luce.
Fu subito fermato però da un pipistrello che faceva la guardia all’ingresso!
– Chi sei tu?! Cosa ci fai qui?!
– Io mi chiamo Brighello e abito nella torre del castello, che ha un sacco di buchi, è brutta, rotta, e piena di spifferi. Ci abito tutto solo e sto cercando una nuova casetta…

Sentito il racconto di Brighello, la guardia gli disse:
– Allora penso proprio che tu abbia trovato la tua nuova casetta! Entra dentro alla nostra grotta, sono sicuro che tutti i miei amici pipistrelli ti accoglieranno ben volentieri, tra pipistrelli ci si deve sempre aiutare!
– Davvero posso stare con voi? – rispose tutto emozionato Brighello.
– Ma certo! Anzi, proprio stasera stiamo facendo una festa per Halloween, e la festa diventerà ancora più bella se si aggiunge un nuovo amico! Vieni con me!

Il pipistrello di guardia prese Brighello e lo portò al centro della grotta, dove si stava cantando, ballando e festeggiando.
– Fermi tutti! – disse la guardia – Voglio presentarvi Brighello, un pipistrello solo soletto in cerca di una nuova casa.
Dal gruppo di pipistrelli parlò uno di loro, che doveva essere l’anziano saggio, capo della tribù.
– Se vuoi, caro pipistrello mio, questa sarà la tua nuova casa, e questa la tua nuova famiglia.
Brighello non stava più in sé dalla gioia, tanto che riuscì solo a dire un fortissimo:
– Siiiiiii!

Allora tutti i pipistrelli corsero ad abbracciarlo e salutarlo, e subito dopo ripresero le danze in suo onore!
Da quel giorno Brighello non fu più solo, aveva finalmente trovato una bella casetta, e, cosa più importante aveva trovato tantissimi amici!

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Lo scherzetto della strega Greta 🎃


Chi la fa l’aspetti, dice il proverbio… infatti Adele insieme ai suoi amici (ed anche ad una simpatica zia strega…) riuscirà a dare una bella lezione a chi si prende gioco dei bambini.

Halloween è una tradizione che ormai conosciamo bene anche in Italia, e “Dolcetto o scherzetto” è una frase familiare a tutti. Così noi di fabulinis abbiamo voluto scrivere una storia tutta nostra, simpatica ed adatta ai bambini.

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba de Lo scherzetto della strega Greta:

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Lo scherzetto della strega Greta 🎃


Nella notte di Halloween, una strega pazzerella volava sulla sua scopa sopra i tetti del paese.

Greta, questo era il suo nome, stava andando dalle sue amiche, e siccome era in gran ritardo, volava via talmente veloce che perfino i gatti neri avevano paura di lei.
Lei e le altre sue compari avrebbero fatto grande festa, perché quella era la notte di Halloween, la notte delle streghe!

Vola sopra un tetto, vola attorno ad un campanile, vola dentro un vicolo, ecco che per la strada vide una compagnia di bambini tutti mascherati.
Erano tutti bimbi che andavano di casa in casa a chiedere “dolcetto o scherzetto”, per riempirsi le tasche di caramelle.
Incuriosita, Greta si fermò dietro ad un albero a guardare la scena. Dovete sapere che anche lei aveva una nipotina grande come loro. Si chiamava Adele ed era tanto simpatica.

I bimbi stavano bussando ad una grande porta di legno, e dopo poco uscì un uomo grande e grosso, con la barba lunga così.
Quando l’uomo si sentì chiedere “dolcetto o scherzetto”, fece una grossa risata. I bambini porsero comunque i loro sacchettini per raccogliere le caramelle, ma quel cattivone grande e grosso ci mise dentro solo dei piccoli pezzi di pane raffermo. Dopodiché chiuse loro la porta in faccia, ridendo sonoramente.

I bambini ci rimasero molto male, i più piccoli di loro avevano le lacrimone agli occhi. Non si aspettavano una cattiveria simile.
La strega Greta, dopo aver visto tutta quella brutta scena, decise che quell’omone si meritava una bella lezione.

Con due parole magiche si trasformò in una bambina travestita da piccola strega, e si avvicinò alla compagnia di bimbi.
– Ciao bambini, io mi chiamo Greta!
I bimbi, ancora un po’ tristi per l’accaduto, la guardarono chiedendosi da dove saltasse fuori.
– Ho visto tutta la scena – continuò Greta – e penso che quel cattivone grande e grosso si meriti una bella lezione!
Gli occhi dei bimbi più grandi si ravvivarono subito – Quella bimba ha ragione! – disse uno di loro, e corsero tutti incontro a Greta.
– Guardate qui – disse Greta.

Dalla sua borsa tirò fuori una boccetta color giallo fosforescente, versò un paio di gocce su una zucca intagliata che stava lì vicino, e… magia! La zucca iniziò a fare delle facce bruttissime!
Alcuni bimbi furono molto impressionati da quella magia e stavano per mettersi a piangere dalla paura.
– Non temete, questa zucca adesso andrà a far morire di paura quel cattivone!
– Siiiii! – gridarono insieme tutti i bambini.


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Mentre la zucca piano piano si avviava verso la porta della casa, Greta versò un altro paio di gocce su un grande lenzuolo, su un secchio di latte ed infine su un rastrello.
Ed ecco che una piccola squadra di oggetti fluttuanti nell’aria stava per bussare alla porta della casa.
Greta e tutti i bambini, intanto, si erano nascosti dietro ad un muretto, per gustarsi la scena.
Quando finalmente il rastrello bussò alla porta, da dentro la casa si sentì una grossa risata, e poco dopo l’omone grande e grosso aprì la porta.

Immaginate che spavento quando di fronte a sé trovò una zucca intagliata che fluttuava a mezz’aria, un lenzuolo che sembrava un fantasma e un rastrello ed un secchio che sbattevano tra di loro, facendo un gran fracasso!
L’uomo, per quanto fosse grande e grosso, non riuscì nemmeno a gridare per la paura, e corse via dentro casa.
Ma la zucca, il lenzuolo, il rastrello e il secchio lo inseguirono ululando per tutte le stanze.

Il pover’uomo correva da una stanza all’altra terrorizzato, gridando:
– Scusate! Scusate! Ho capito, sono stato cattivo! Scusate!
Finché non andò in cucina, aprì la dispensa, prese tutti i dolci che aveva e li portò fuori ai bambini.
– Scusatemi bambini, scusatemi! Sono stato cattivo! Eccovi tutti i miei dolci!

I bambini, vedendo l’omone portare fuori tutti quei dolci, scattarono da dietro il muretto e corsero a prenderli. Ma non li presero tutti, ne lasciarono un poco anche all’uomo grande e grosso, perché così anche lui poteva festeggiare la notte delle streghe!
L’omone promise che l’anno successivo li avrebbe aspettati con ancora più dolci e caramelle, e i bambini tutti contenti poterono finalmente andare a bussare alla porta della casa vicina.

“Dolcetto o scherzetto?”

Nella confusione e felicità generale, i bambini non si erano accorti che Greta era sparita in groppa alla sua scopa, riprendendo il suo normale aspetto.
Meglio così. Per la strega Greta quello che davvero era importante era il sorriso di quei bambini in festa.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Il fantasma golosone 👻


Ma i fantasmi sono tutti cattivi? A volte ce ne sono alcuni che sono solo molto golosi di dolci…

Noi di fabulinis questa volta abbiamo giocato a inventare una storia su Halloween ispirandoci un po’ alla tradizione e un po’ alla nostra fantasia. Divertiti ad ascoltare la storia del fantasma golosone, e attento a non farti mangiare le caramelle!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba del fantasma golosone:

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Il fantasma golosone 👻 storia completa


C’erano quattro piccoli amici che il pomeriggio del 31 ottobre, prima della notte di Halloween, si erano ritrovati al parchetto del paese.
Erano già vestiti pronti per andare a fare “dolcetto o scherzetto” in tutte le case, ma prima volevano decidere che giro fare, e dove era meglio bussare…

– Io so che i genitori di Giorgino hanno la dispensa piena zeppa di dolci! – disse Lino.
– Ma anche Anita ha le tasche sempre piene di caramelle, e va in giro a vantarsene! – disse Adele.
– Bene – disse Dino, il fratello di Lino – inizieremo a bussare proprio da loro.
– E non dimentichiamoci dei vecchietti in fondo alla strada, ogni volta che li incontro mi allungano sempre un cioccolatino! – disse infine Tamara, e tutti annuirono.

Ma da nord arrivò una folata di vento gelido che li fece rabbrividire, e in pochi minuti tante nuvolone grigie iniziarono a formarsi sopra le loro teste.
– Mi sa che sta per piovere… – disse preoccupata Adele.
– Speriamo di no! – dissero in coro gli altri tre – sennò stasera niente “dolcetto o scherzetto”!
– Conviene tornare a casa, prima che piova – disse Tamara.

Il parchetto dove si erano ritrovati, non era proprio in centro al paese, anzi, era più vicino al bosco, che alle case. E se si fosse messo a piovere, avrebbero dovuto correre a gambe levate!
Ma proprio in quel momento si sentì il rombo di un tuono. I quattro bimbi non ebbero nemmeno il tempo di alzare lo sguardo al cielo, che già pioveva a dirotto.
– Scappiamo! – gridò Dino.
– Ma arriveremo a casa bagnati fradici! – rispose Tamara.
– Dobbiamo trovare un riparo. Guardate la! – disse Adele indicando una casetta malconcia e dalle finestre sempre chiuse, appena fuori dal boschetto.

– Ma quella è una casa infestata dai fantasmi! – disse Lino.
Ma gli altri tre stavano già correndo verso la casetta, così anche Lino si mise a correre, prima di ritrovarsi zuppo d’acqua.

I quattro si erano riparati sotto la veranda di quella casetta, che avevano sempre visto disabitata. Le finestre erano sempre state chiuse, e non avevano mai visto nessuno uscire o entrare da quella porta.
Proprio per questo tutti i bambini del paese la chiamavano “la casa dei fantasmi”.
Adele, che era abituata a frequentare case dove succedevano un sacco di cose strane (sua zia Greta era una strega, ma lei ancora non lo sapeva), non aveva mai dato peso a tutte quelle storie. L’importante era trovare un riparo per non bagnarsi e sgualcire il bellissimo costume da streghetta che indossava per Halloween.

– Speriamo che smetta di piovere presto – disse Tamara, stringendosi nel suo costume da zucca per il freddo.
– Guardate qui! – disse Dino – la porta è aperta! – e aprì per bene la porta d’ingresso per darci uno sguardo dentro.
– Ma lì dentro ci sono i fantasmi! Stai attento Dino! – gli gridò suo fratello Lino.
– Io non credo ai fantasmi – disse Adele, e fece due passi per sbirciare dentro anche lei.

La casetta era buia, ma un po’ di luce filtrava dalle persiane mezze rotte. Dentro c’erano un tavolo e alcune sedie, una cucina e un divano. In fondo alla stanza si intravedevano le scale per andare al piano di sopra.
– C’è nessuno? – disse timidamente Tamara, ma nessuno rispose.


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Al piano di sopra, però, stava dormendo un fantasmino, che sentito tutto quel baccano decise di sbirciare al piano di sotto. Per lui era facile: siccome era un fantasma, gli bastava attraversare con la faccia il soffitto.
– Quei monelli sono venuti a disturbarmi, devo mandarli via subito di qui! – disse sottovoce il piccolo fantasma.

Poi guardando meglio, vide che i quattro bimbi erano tutti vestiti per la notte di Halloween.
– Se sono vestiti per Halloween, vuol dire che sono pieni di dolcetti e caramelle! Mmm… che voglia di dolci che ho, devo prenderglieli tutti!

Così il fantasma, senza farsi vedere, scivolò dietro di loro e con un colpo chiuse la porta alle loro spalle.
I quattro bimbi gridarono tutti per lo spavento! Si precipitarono alla porta per uscire, ma la trovarono chiusa e non riuscivano ad aprirla.

Lino iniziò a piagnucolare: – Lo sapevo che questa casa è infestata dai fantasmi…
Proprio in quel momento si sentì un “Buuuuuuuuuu” provenire dal piano di sopra.
Tamara, Lino e Dino si strinsero forte forte tra loro, sussultando.

– Bimbi monelli, siete venuti a disturbarmi! Se volete che vi lasci in pace dovete darmi tutte le vostre caramelle!
– Ma noi non abbiamo caramelle! – rispose Adele.
– Non dite bugie, siete vestiti per Halloween e ad Halloween ci si riempie le tasche di dolcetti! – rispose il fantasma.

– Ma noi non siamo ancora andati in giro per le case! E’ ancora presto e siamo entrati qui solo perché fuori è cominciato il temporale – continuò Adele.
– Ma davvero? – rispose il fantasmino, che non sapeva esattamente che ore erano.
I quattro annuirono e risposero in coro – Siii…

Il fantasma decise allora di farsi vedere. Era bianco, pallido e semitrasparente, e Lino per la paura si nascose dietro a suo fratello Dino.
Tutti e quattro i bimbi rimasero comunque impressionati.

– Ma allora i fantasmi esistono veramente… – esclamò Tamara.
– Certo che esistono! –rispose il fantasma.
Adele ci rimase un po’ male, lei era convinta che i fantasmi non esistessero.

– Ma tu sei un fantasma cattivo? – chiese Tamara leggermente impaurita.
– Io cattivo? Ma no! Io sono un fantasma buono. Vi ho fatto paura solo perché avevo una gran voglia di dolci… è un sacco che non ne mangio, sapete sono tanto goloso…

– Come ti chiami? – chiese Dino.
– Mi chiamo Bruno.
– Io sono Dino, questo bimbo pauroso è mio fratello Lino e queste sono le mie amiche Adele e Tamara.
Si presentarono tutti.

– Scusaci se siamo entrati in casa tua senza il permesso – disse Adele – ma forse possiamo aiutarci a vicenda…
Gli altri bimbi e il fantasmino Bruno la guardarono con curiosità.
– Questa sera potresti farci compagnia mentre andiamo per le case a chiedere “dolcetto o scherzetto”, e sono sicura che tu sarai bravissimo a spaventare la gente! Sai quanti dolci riusciremo a racimolare?! – propose Adele.

Si guardarono tutti in faccia, era un’ottima idea! Anche Lino, che ormai non aveva più paura di Bruno, ne fu entusiasta.
Bruno aprì la porta e tutti guardarono fuori. Il temporale era passato e il cielo era diventato tutto arancione per il tramonto.
Così poterono tornare a casa di corsa a prepararsi per la serata. Tutti assieme andarono a bussare alle porte delle case del paese, e quando aprivano Bruno faceva dei “buuuuu” spaventosissimi.

Così le loro tasche si riempirono di caramelle e dolci, e passarono tutti una bellissima serata.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Continua il tuo viaggio tra le fiabe 🏰 qui sotto te ne suggeriamo alcune che sicuramente ti piaceranno! ❤


Filastrocche sugli animali 🐦


Le filastrocche divertenti che parlano di animali.

Queste sono filastrocche per bambini ispirate ad alcuni degli animali che più ci stanno a cuore, e che ci tengono compagnia, chi con il suo canto, chi con il suo caratteristico verso.
Queste filastrocche le ha scritte Lulù, con la sua solita leggerezza e simpatia.


La rinascita della farfalla 🦋

Oggi ho visto che nella piscina
era caduta una farfallina,
sbatteva le ali, voleva volare
ma non ce la poteva proprio fare.

La tirai fuori delicatamente
ma il suo respiro era assente,
io non sapevo che cosa fare
e la misi al sole ad asciugare.

Aveva le ali trasparenti
con delle strisce fluorescenti
e due antenne sul suo capino
e un corpicino marroncino.

E dopo vidi che respirava
e l’ala di destra piano vibrava,
voleva aiutarsi e darsi calore,
voleva togliersi da quel torpore.

E poi a un tratto cominciò a volare
e poco dopo sopra a un fiore girare.
L’avevo aiutata a tornare in vita,
la mia preghiera era stata esaudita

Le sette paperelle 🦆

Ho visto al lago sette paperelle,
eran fratelli e anche sorelle,
la loro mamma le guardava
e in mezzo ai bagnanti le accompagnava.

Alcuni bambini si misero ad osservare
mentre altri continuavano a giocare,
c’era anche chi giocava al pallone
mentre gli adulti prendevano il sole.

Un pezzetto di pane galleggiava
e mamma papera lo beccheggiava,
giunsero di corsa i piccolini
con l’entusiasmo di tutti i bambini.

Non più uno solo ma a decine
furono i pezzi, non c’era fine,
ognuno aveva un pezzo di pane
e quindi le papere continuavano a mangiare.

E dopo essersi ben ingozzate
presero il largo, un poco ingrassate,
guardarono indietro per un saluto
e presero il largo con fare piaciuto.

La gazza e il corvo ⚪⚫

Una gazza disse al corvo:

“lo sai il bene che ti voglio
son più bella e ho dispiacere,
ho le piume bianche e nere
che sono belle da vedere.

Il tuo piumaggio non è elegante
e di te se ne dicono tante,
che vai a caccia di serpenti
e metti ogni cosa sotto i denti.

C’è poi un detto un po’ strano
e si riferisce a un umano.
Se ti si incontra nella notte buia
c’è da aver proprio paura.

Poi si fan dei paragoni
che non sono certo buoni.

Ma il Signore ti ha creato
e un motivo avrà trovato,
ogni animale ha un suo perché,
ma non spetta dirlo a me.

Il tuo amore è fedele,
solo una ti appartiene,
una vita sempre insieme,
nulla lei adesso teme.

Ora andiamo a passeggiare,
siamo amici, non lo scordare
e se i bimbi mi guarderanno
su di te porrò il mio sguardo.

Ti dovranno ben vedere,
nulla a loro può accadere,
e vedran che da vicino
anche tu sei un po’ carino”.

Il bruco con lo scotch 🐛

Ho visto un bruco giallo e marrone
e mi ha fatto proprio impressione,
mentre su e giù egli strisciava
la coda sbatteva sulla strada.

Tun, tun, tun ad ogni passo,
vederlo andare era uno spasso,
però il bruco aveva un problema,
non era possibile, non se ne accorgeva?

Passo di lì il Gufo dottore
e vide il lombrico che, senza ragione,
strisciava per terra con grande fatica.
Non era giusto, non era vita!

Gli andò vicino, gli diede un’occhiata,
voleva vedere la camminata,
aveva dello scotch in fondo alla coda,
capì così perché zigzagava a iosa.

Chiamò a raduno i suoi aiutanti
e subito questi si fecero avanti,
l’uccello Carmelo tirò con il becco,
mentre Pallino aiutò lo stesso.

Con gli artigli districò lo scotch
e in poco tempo questo si staccò,
avevano fatto un bel lavoro,
ora il bruco poteva andar da solo.

Si girò indietro, guardò i suoi amici
e vide che questi erano felici.
Diede uno sguardo e salutò…
e una farfalla da terra si alzò.

Il topolino birichino 🐭🐱

Un gattino riposava
nella cuccia e non si alzava,
mamma gatto lo chiamava
ma il micetto non l’ascoltava.

Mentre dormiva passò un topolino
e vide il gattino nel suo cestino,
si avvicinò pian pianino
e lo morsicò sul sederino.

“Ahi che dolore, povero me”
Disse il micio tra sé e sé,
il sederino intanto gonfiava
e il topolino sghignazzava.

“Perché mi hai fatto tanto male,
io sono buono, non lo scordare
e la mia pappa con te ho condiviso,
il riso e il formaggio abbiamo diviso.”

Il topolino aveva sbagliato,
come poteva aver scordato
che il gattino era suo amico,
perché mai lo aveva ferito?

Chiese perdono al povero gatto
del misfatto che aveva fatto,
era davvero molto pentito
e del micetto fu di nuovo suo amico.

L’orsetto lavatore 🐻

Un orsetto lavatore
si lavava a tutte le ore
e quando aveva quasi ultimato
ricominciava tutto daccapo.

Passò di lì un maialetto
e lo vide fare il bagnetto.
“Non si deve lavarsi mai,
se lo fai sei nei guai”.

Il procione non capiva
quel che questi gli suggeriva
con un tono un po’ acceso,
beh, lo aveva quasi offeso!

“Perché mai dovrei lasciare
di far quello che mi pare,
a me piace esser bello
e lavarmi nel ruscello”.

Il maialetto non capiva,
era d’indole impulsiva,
e sbeffeggiò così l’orsetto
che nuotava nel laghetto.

Non aveva grandi amici,
tutti gli altri eran felici,
di mangiare, di saltare
e fra di loro anche giocare.

Forse il suo era un difetto,
l’esser bello, esser perfetto!
Si doveva rassegnare
e con gli altri insieme stare.
Era bello avere amici,
sol così si è felici.

I sette uccellini 🐤🐤🐤🐤🐤🐤🐤

Dentro un’anfora
nel mio giardino
un cinguettio
udii vicino.

Mi avvicinai
allora pianino
posi l’orecchio
dentro al buchino.

Di colpo vidi
uscir un uccellino
le piume eran gialle
era un canarino?

No, non poteva
essere quello
poteva forse
esser un fringuello.

Ma cosa dico,
è una cinciallegra,
che fregatura
che mi son presa.

Aveva covato
sette ovetti
e tutti quanti
uscirono lesti.

Non sanno ancora
bene volare,
ci tocca dunque
allora aspettare

E quando son pronti
se ne potranno andare
e il mio giardino
potran visitare.

Dopo che avranno
dato uno sguardo
voleran via
senza nessun traguardo.

Ma tanta strada
non deve fare
dovrà a Giugno
ancor ritornare

Ritroverà
la stessa casetta,
cioè l’anfora
che l’aspetta!

La rana invidiosa 🐸

Ho visto una tortora
in un giardino,
vicino al laghetto
del mio vicino.

Tra rane e pesci
essa volava
mentre una rana
vicino saltava.

Fece un sobbalzo,
lei sapeva volare
mentre la rana
sapeva saltare.

Voleva imparare
a far quella cosa,
tutti l’avrebbero
invidiata a iosa.

Che ci voleva,
lo poteva fare
si mise in posa
per osservare.

Allargò le zampe,
si fece anche male,
ma non importa,
doveva imparare.

Si mise d’impegno,
slanciò le zampine
e cadde in terra
in mezzo al cortile.

Tenta e ritenta,
non c’era nulla da fare.
La rana saltava,
lei doveva volare!

Il passerotto occhialuto 🐦👓

Un passerotto mentre volava
contro ogni cosa si schiantava
e non riusciva a capire il perché,
sapeva volare, altro non c’è!

Il passerotto era carino,
aveva un musino birichino,
un piccolo becco molto appuntito
ma alcune volte era ferito.

Andando a sbattere continuamente,
a volte si faceva male e a volte niente,
ma molto spesso era ammaccato
e qualche volta anche tagliato!

Mamma passero lo portò dal dottore,
un gufo saggio e molto sornione:
guardò il musino e poi gli occhietti
che non trovò proprio perfetti.

Doveva trovare una soluzione
per il passerotto e aveva ragione.
Tutta la notte restò alzato
ma un rimedio aveva trovato.

Quel povero passero tanto carino
non ci vedeva da vicino!
Prese due lenti, un fil di ferro,
li mise insieme e fece un modello,
forse un po’ strano ed inusuale
di occhialino, per poter volare.

Ora se guardi lassù nel cielo
e vedi brillare a ciel sereno,
è il passerotto, ma non lo fissare
perché si potrebbe… vergognare!

Copyright dei Testi © Lulù Barabino


Chi sono

Lulù - fabulinis.com

Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

www.tiraccontounastoriablog.com


I tre porcellini 🐷🐷🐷


Per vincere il lupo non bisogna essere pigri, ma bisogna impegnarsi e fare le cose fatte per bene!

I 3 porcellini è una fiaba classica che si racconta sempre ai bambini, e la ragione è più che valida! Non solo insegna a stare attenti al lupo cattivo, ma anche a fare le cose per bene e senza fretta. L’unica casetta che infatti resiste alla furia del lupo è quella costruita con calma e con solidi e resistenti mattoni. Noi di fabulinis ti abbiamo preparato la nostra versione.

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba dei tre porcellini:

I tre porcellini 🐷🐷🐷 storia completa


C’erano una volta tre porcellini, Timmy, Tommy e Gimmy che abitavano tutti ancora nella casa della mamma.
Un giorno la mamma disse loro – siete ormai grandicelli ragazzi miei, penso sia ora che prendiate ognuno di voi la vostra strada e costruiate ognuno la propria casetta!
I tre porcellini, seppur a malincuore, sapevano che era la cosa giusta da fare, erano diventati finalmente grandi e così si fecero forza e prepararono ognuno il proprio bagaglio.

Timmy fece un fagotto con tutti i suoi dolci e il flauto che amava tanto suonare.
Tommy riempì di giocattoli una borsa assieme al suo caro violino.
Gimmy invece preparò la sua cassetta degli attrezzi con tutto ciò che gli sarebbe servito per costruire una solida casetta.
Così si prepararono, salutarono la mamma che augurò loro buona fortuna, e si incamminarono allegri e felici per il sentiero.
– Fate attenzione al lupo cattivo! – si raccomandò tanto la mamma mentre li salutava con una lacrimuccia agli occhi.

I tre porcellini sorrisero, la salutarono ancora e proseguirono nel loro cammino.
Ma dalla collina, nascosto tra i cespugli, qualcuno stava osservando la scena, qualcuno a cui piacevano tanto i porcellini, soprattutto con contorno di patate arrosto… era il Lupo Cattivo!
Dopo un po’ che i tre porcellini camminavano allegramente Gimmy disse:
– Io mi fermerò qui per costruire la mia casetta, qui vicino c’è un ruscello e questi begli alberi mi faranno ombra nei mesi caldi.

– Va bene – risposero gli altri due – noi continuiamo a camminare!
Gimmy li salutò e cominciò a costruire la sua casetta.
Poco dopo Anche Tommy decise di fermarsi – io costruirò la mia casetta qui, dove ci sono tutti questi rami di legno già pronti per essere tagliati, così costruirò la mia casetta di legno!
– Va bene fratellino mio, io proseguo sul sentiero, a presto!

Timmy quindì salutò Tommy e continuò a camminare, finché non vide un bel covone di paglia dorata essiccata al sole.
– Potrei costruire la mia casetta con quella paglia, ci metterei pochissimo così poi potrei subito andare a giocare! – disse, e così fece.
In quattro e quattr’otto, con qualche rametto qua e là, la casetta di paglia era pronta, così potè subito uscire in giardino e mettersi a suonare il suo amato flauto.

Anche Tommy ormai aveva ultimato la sua casetta. Non era molto robusta perché per fare presto e poter andare a divertirsi nei prati, aveva deciso di inchiodare le assi di legna in fretta e furia, giusto per arrivare al tetto e ripararsi dalla pioggia in caso di intemperie.
Non appena finì, prese il violino e cominciò a suonare.

L’ultimo a finire il suo lavoro fu Gimmy, che lavorò fino a sera per costruirsi la sua robusta casetta di mattoni con una bella porta in legno e una grossa serratura.
Ci fece perfino un bel caminetto, per non patire il freddo nelle lunghe giornate invernali.
Solo allora si godette il meritato riposo.


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Il giorno seguente, il Lupo Cattivo, che aveva spiato i tre porcellini per tutto il giorno precedente, si presentò alla casetta di paglia di Timmy e disse con la sua vociona:
– Porcellino, porcellino, posso entrare un momentino?
Ma Timmy, che si ricordava bene delle parole della mamma guardò fuori dalla finestra e disse:
– Non sono mica matto! Tu sei il Lupo Cattivo! – e chiuse anche la finestra pensando così di essere al sicuro.

Ma il Lupo Cattivo si mise a ridere e preso un gran respiro si mise a soffiare così forte sulla casetta di Timmy, che la paglia volò via, e della casetta non rimase nulla…
Timmy corse via più forte che poteva e raggiunse Tommy nella sua casetta di legno.

– Il Lupo Cattivo con un gran soffio ha fatto volar via la mia casetta!
– Non ti preoccupare – rispose Tommy – puoi rimanere nella mia casetta di legno.
Ma poco dopo il Lupo bussò anche lì:
– Porcellino, porcellino, posso entrare un momentino?

I due capirono subito che si trattava del Lupo Cattivo e risposero in coro:
– Non siamo mica matti! Tu sei il Lupo Cattivo!
Ma il Lupo Cattivo si mise a ridere e, preso un gran respiro, si mise a soffiare così forte che anche la casetta di Tommy, con le assi di legno inchiodate in tutta velocità, volò via…
Timmy e Tommy corsero via a perdifiato e andarono da Gimmy, che li accolse subito.
– Tranquilli fratellini miei, questa è una solida casa di mattoni, e il Lupo non riuscirà a spazzarla via.

Infatti poco dopo arrivò il Lupo Cattivo.
– Porcellino, porcellino, posso entrare un momentino?
– Non siamo mica matti! – risposero i tre in coro.
Ma il Lupo Cattivo si mise a ridere e, preso un gran respiro, si mise a soffiare forte, ma così forte che… non successe nulla.
La casetta di mattoni era ancora lì.

Il lupo allora provò e riprovò, ma niente, neanche uno scricchiolio.
– Entrerò dal camino! – disse, e con un balzo era già sul tetto.
Gimmy capì cosa aveva in mente di fare il Lupo e quindi preparò un gran pentolone di acqua bollente sul fuoco del camino, così quando il Lupo Cattivo si calò giù dal camino finì dritto in pentola!

Il Lupo gridò dal dolore e scappò via su per la canna fumaria del camino con la coda tutta scottata!
Da quel giorno nessuno dei 3 porcellini vide mai più il Lupo Cattivo. Anche Timmy e Tommy decisero di rimboccarsi le maniche e costruire ognuno una bella casa di mattoni proprio accanto a quella di Gimmy, così tutti i giorni potevano suonare e ballare:

“Siam tre piccoli porcellini
siamo tre fratellini.
Mai nessuno ci dividerà
tra-lalla-la-là”

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com

Se vuoi leggere al tuo bimbo uno spassosissimo libro che parla di maialini, ti consigliamo di vedere la nostra recensione di Lindo porcello, è bellissimo e ai bambini piace da matti
Leggi qui la nostra recensione 🙂

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