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Autore: William

Filastrocche sui nonni 👵🧓

Le filastrocche che parlano dei nostri amati nonni.

Queste filastrocche per bambini parlano di una delle figure tra le più importanti per i nostri piccoli: la nonna. Le nonne sono incredibili ed a volte indispensabili, e non si pensa mai a quanti sacrifici facciano ogni giorno. Ma a loro basta solo un sorriso dei loro nipotini che gli si riempie il cuore di gioia.
Potrebbe essere un bel pensiero dedicarglene una proprio per la festa dei nonni!
Queste filastrocche le ha scritta Lulù, forse descrivendo un po’ di sè e delle sue giornate piene di cose da fare.

Imparare ad amare 💗

Se tu chiedi a un uccello
che ti insegni a volare,
egli ti saprà dire
che non si può imparare.

Se tu chiedi a una talpa
che t’insegni a scavare,
ella ti saprà dire
che non lo sa spiegare.

Se tu chiedi a una stella,
che t’insegni a brillare,
ella ti saprà dire
che non lo puoi fare.

Se tu chiedi a una nonna
che t’insegni ad amare,
ti prenderà in braccio
e comincerà a parlare…

La mia stella 🌟

C’è una stella su nel cielo
che mi guarda, per davvero…
se mi sposto qua e là
anche essa lo farà.

È una stella luminosa
che fa luce su ogni cosa
ma mi viene da pensare
che vicina mi vuol stare.

E ripenso alla nonnina
che mi svegliava ogni mattina,
un bacino sul visino
e poi giù dal mio lettino.

Che ricordi che io ho,
dei suoi gesti, del suo amor,
del suo cuore così grande
dal calore inebriante.

Quante cose mi ha insegnato,
quante volte mi ha abbracciato,
non la potrò mai più scordare
e quella stella me la fa ricordare.

La soddisfazione di una nonna 👵

“Nonna ma oggi cos’hai?
Sei proprio strana, lo sai?
Vai avanti e indietro in giardino
e parli con un uccellino.

Mi sembri di buonumore
ma mi si stringe il cuore,
quello che fai non ha senso,
anzi, mi lascia sgomento!

Poi ti rivolgi a un topino
E gli dici che ha un bel visino.
E alzi gli occhi al creato
con uno sguardo beato.”

Tu noti il mio turbamento,
mi abbracci e in un momento
io ho capito ogni cosa,
per te la vita è gioiosa.

Sei grata di quello che hai,
null’altro ti interessa ormai,
dalla vita hai avuto e hai dato
e il tuo cuore ora è appagato”.

Il nonnino allegro 🥳

Mio nonno è un gran burlone,
lui ride sempre, a tutte le ore,
la gente dice che è un po’ strano
che ha qualche rotella fuorimano.

Se un giorno ridi ti danno del matto,
se invece piangi hai il cuore affranto,
se stai in silenzio sei un emarginato,
se parli troppo sei mal giudicato.

Qualsiasi cosa non va mai bene,
ma al mio nonnino forse conviene
pensare sempre a cose belle
e ridere sempre a crepapelle.

Si sa che la risata è contagiosa
e tutti quanti ridiamo a iosa,
più io lo guardo e più m’innamoro.
È proprio bello e io lo adoro!

La nonnina instancabile 👵

Ahimè la schiena della nonnina,
quando ti prende la mattina,
scende le scale con un fardello
che non è proprio leggerello.

Ma le nonnine questo san fare
e non si posson lamentare
e non si debbono nemmeno ammalare,
sennò i nipotini chi li può guardare?

Ogni mattina al levar del sole,
ben riposata o di malumore,
la calda casa deve lasciare
e con qualsiasi tempo se ne deve andare.

Varca la soglia di quella dimora,
non fa rumore perché dormono ancora.
No, non si debbono ancora svegliare
i due tesori che vuole abbracciare.

In quella casa, che non le appartiene,
ci sono ricordi e mille atmosfere,
tanti giocattoli con cui giocare
e tante foto da ammirare.

Ora le deve proprio svegliare,
i loro sogni devon lasciare.
È giunta l’ora di dare il buongiorno
e salutare il nuovo giorno.

La nonna è come un fiore 🌼

Una nonna è come un fiore
appassisce ma non muore,
i suoi petali cadranno
ma nel cuore resteranno.

Il ricordo del bel fiore
resta impresso dentro il cuore
dei nipoti e dei figlioli,
non saranno mai da soli.

Se un canto sentiranno
a una frase assoceranno,
un disegno o una foto
riempiranno il loro vuoto.

E la sera, mentre scende
un silenzio che ti prende,
verso il cielo guarderanno
solo allora capiranno.

Quella luce tanto strana
dalla forma quasi umana,
la potran sempre guardare
senza gli occhi abbagliare.

Quella luce non è un errore,
se la guardi dà calore,
nella notte che verrà
sul loro sonno veglierà.

Ora dormi bel tesoro,
fai la nanna perché coloro
che per sempre ti ameranno,
mai e poi mai ti lasceranno!

Copyright dei Testi © Lulù Barabino


Chi sono

Lulù - fabulinis.com

Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

www.tiraccontounastoriablog.com


Il lupo e i sette capretti 🐺🐐

Il lupo vuole mangiare i sette capretti ed escogiterà un furbo piano pur di riuscirci.

Il lupo e i sette capretti è una famosa fiaba dei fratelli Grimm che racconta come l’ingordo lupo si vuol mangiare tutti i caprettini.

Ma il lupo non ha fatto i conti con la mamma capra, che saprà come riprendersi i suoi piccoli e far passare una brutta avventura al lupo!

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare del lupo e i sette capretti!

Il lupo e i sette capretti 🐺🐐


C’era una volta mamma capra con i suoi sette caprettini, a cui voleva tanto bene.

Un giorno disse ai caprettini che sarebbe andata al mercato a far compere e aggiunse di stare molto attenti al lupo, di non farlo entrare in casa per nessun motivo, che sennò li avrebbe mangiati in un sol boccone.

I capretti risposero che avrebbero fatto molta attenzione, la mamma uscì quindi di casa e i capretti chiusero la porta col chiavistello.

Come aveva previsto la mamma, di lì a poco si sentì qualcuno bussare forte. Era il lupo cattivo che gridava con voce roca:

– Apritemi la porta cari figli miei, sono la vostra mammina!

I capretti, però, capirono subito dalla voce che quella non era la loro mamma e risposero prontamente:

– Non ti apriremo la porta! Tu non sei la mamma, sei il lupo cattivo!

Il lupo cattivo capì che doveva presentarsi con una voce più dolce, allora prese due cucchiai di miele e tornò a bussare con voce gentile:

– Apritemi la porta cari figli miei, sono la vostra mammina!

Ma il lupo aveva commesso l’errore di appoggiare la sua zampaccia nera sul davanzale della finestra accanto alla porta. I capretti la videro e risposero prontamente:

– Non ti apriremo la porta! Tu non sei la mamma, sei il lupo cattivo!

Il lupo, accortosi del suo errore, corse dal fornaio e infilò le sue zampe nella bianca farina, facendole diventare candide come quelle di mamma capretta.

Così torno dai caprettini, appoggiò la zampa sul davanzale e disse con voce dolce:

– Apritemi la porta cari figli miei, sono la vostra mammina!

I capretti, vista la zampa imbiancata del lupo, credettero veramente che fosse la loro mamma, e aprirono la porta.

Ma invece della mamma i capretti si trovarono davanti il lupo cattivo!

Corsero tutti a nascondersi dove poterono, chi sotto il tavolo, chi dietro il divano, un altro sotto al letto, uno dentro la stufa, l’altro nell’armadio, uno dietro la tenda e l’ultimo dentro la cassa del grande orologio a pendolo in soggiorno.

Ma il lupo ben presto iniziò a trovarli e, ingordo, li mangiava in un sol boccone.

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Il lupo e i sette capretti. Ediz. a colori

Il lupo e i sette capretti. Ediz. a colori

Solo un capretto non riuscì a mangiare perché non lo trovò, si era nascosto dentro la cassa del grande orologio a pendolo.

Sazio e contento, il lupo andò a riposarsi facendo un sonnellino sotto un albero non troppo distante.

Quando la mamma ritornò dal mercato, trovò la porta aperta… disperata iniziò a chiamare per nome tutti i suoi capretti, ma solo uno le rispose, mentre usciva dalla cassa dell’orologio.

La mamma gli corse incontro abbracciandolo, e il caprettino le raccontò tutto.

La mamma, infuriata col lupo, corse fuori casa alla sua ricerca, finché non lo trovò che ancora dormiva beato sotto l’albero.

Il caprettino osservò che qualcosa dentro l’enorme pancia piena del lupo si muoveva e si dimenava.

– Sono i capretti miei fratelli che si muovono! Il lupo ingordo li ha mangiati in un sol boccone e sono ancora vivi! – esclamò il piccolo.

La mamma capra corse a prendere la sua forbiciona da cucito e tagliò la pancia del lupo. Con un balzo, uscirono ad uno ad uno tutti i suoi caprettini, in perfetta salute.

Poi, mente il lupo ancora dormiva, mamma capra prese dei bei sassi grossi dal fiume vicino e li mise dentro la sua pancia. Ricucì quindi il tutto, senza che il lupo si accorgesse di nulla.

Finalmente mamma capra e i suoi caprettini poterono tornare a casa tutti assieme e gustarsi la golosa merenda che la mamma aveva preso al mercato per i suoi piccoli.

E vissero tutti felici e contenti.

… e il lupo?
Il lupo si svegliò di lì a poco con una forte pesantezza di stomaco e un gran bruciore alla pancia, assolutamente insopportabile.
Da quel giorno non cercò mai più di mangiare capretti, capì che per lui erano indigesti!

⚜ Fine della fiaba ⚜
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com

🖌 scarica il disegno da colorare del lupo e i sette capretti! 🎨

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scarica il disegno da colorare del lupo e i sette capretti

Filastrocche sulle mamme 👩‍👧‍👦

Come faremmo senza le nostre dolci mamme?!

Queste filastrocche per bambini parlano proprio di loro, di come siano sempre nel cuore dei bambini, e, dei trucchetti che spesso si inventano per risolvere anche le situazioni più improbabili… 😄
Queste filastrocche le ha scritte col cuore Lulù, con la sua dolcezza e simpatia.

Mamma 👩‍👧‍👦

Mamma, dal viso sempre stanco,
il tuo capello diventato bianco,
il tuo sguardo dolce ed affettuoso,
le tue carezze, un gesto prezioso.

Quanti anni passati a coccolare,
quante notti in piedi a vegliare,
ma avevi sempre un grande sorriso,
niente traspariva sul tuo bel viso.

Se tutte le mamme si tenessero per mano,
forse il mondo sarebbe un po’ più umano,
se tutte le mamme facessero un girotondo,
che bello sarebbe questo mappamondo.

Il bianco, il nero e ogni altro colore,
starebbe dentro il cerchio senza nessun timore,
se il cieco, il sordo e altra diversità,
si sentirebbero amati senza perplessità.

Mamme della storia, di oggi e del domani,
accogliete questo dono, a piene mani,
non c’è suono più bello che si possa sentire,
non c’è parola più bella che si possa udire.

La sera 🌛

Quando arriva la sera
il mio cuore ha tanta pena,
non mi piace l’oscurità
non si vede né di qua né di là.

Mille ombre in ogni luogo,
tra i pupazzi o nel letto nuovo,
il silenzio viene infranto
non so se fuori o a me accanto.

Sono solo nella stanza,
sono grande abbastanza,
ma il mio cuore fa tic toc,
è veloce: paura ho!

Stringo forte il mio pupazzo,
so che è strano ma mi dà coraggio,
quell’abbraccio per me è importante
e poi… non sono così grande.

Chiudo gli occhi e penso al mare,
tra le onde mi faccio cullare,
una barca va lontano
e nel cielo un deltaplano.

Chiudo gli occhi e penso ai monti,
al silenzio e agli orizzonti,
un’aquila su nel cielo,
tanti fiori sul sentiero.

Ma non riesco ancora a dormire,
sì, ho sonno ma non so che dire,
questo buio mi attanaglia
e non riesco a fare la nanna.

Chiudo gli occhi e penso alla mamma,
al suo sorriso che mi abbaglia,
il suo abbraccio che mi dà calore,
un suo bacio a tutte le ore.

E con questo mi addormento,
sento lei accanto al mio letto,
sento le onde arrivare
e la neve che inizia a imbiancare.

I trucchi di una mamma 🚽

C’era un bambino piccino piccino
che metteva sempre il pannolino,
ogni qualvolta si bagnava
il pannolino la mamma cambiava.

No, non poteva continuare così,
il bidone era pieno ogni dì
e ogni volta che la mamma passava
tutta la gente la guardava per strada.

Doveva escogitare un nuovo sistema,
era sbagliato quel che faceva,
ma il suo bambino non sopportava
esser bagnato, lo esasperava.

Allora la mamma fece un buchetto
nel pannolino e lo mise al bimbetto
e mentre questi la pipì faceva
lungo le gambe questa scendeva.

E fu così che il bimbetto
era sempre bagnato, anche nel letto,
Non volle più mettere il pannolino
e fece la pipì sempre nel vasino.

Copyright dei Testi © Lulù Barabino


Chi sono

Lulù - fabulinis.com

Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

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Il brutto anatroccolo 🐣

Il brutto anatroccolo è la fiaba che insegna a credere in sè stessi e non perdere mai la fiducia nelle proprie capacità.

Questa favola di Andersen aiuta a spiegare al tuo piccolo che col tempo diventerà un magnifico cigno, anche se al momento c’è qualcuno che al momento gli dice il contrario.

Soprattutto puoi spiegargli che non è l’aspetto esteriore che conta, ma la fiducia in sè stessi e la forza di non perdere mai la speranza che domani sarà un giorno migliore.

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare del brutto anatroccolo!

🔊 Audiofiaba 😴

Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare il brutto anatroccolo raccontata da Silvia!

Il brutto anatroccolo 🐣 racconto completo


C’era una volta un’anatra che stava aspettando la schiusa delle sue uova, poste nel nido fatto sulla riva di un laghetto all’interno del campo di una fattoria.
Poco a poco le uova si schiusero tutte, e ne uscirono dei bellissimi pulcini tutti dorati. Però mancava ancora un uovo, quello più grande di tutti, lui tardava a schiudersi.

Finalmente l’uovo si aprì e… Che sorpresa! Mamma anatra e i suoi fratellini videro uscire da quell’uovo più grande del normale uno strano anatroccolo, tutto grigio e goffo!
I suoi fratellini lo ribattezzarono subito “Brutto Anatroccolo” e non mancavano mai di prenderlo in giro e fargli gli scherzi.

Mamma anatra cercava di difenderlo come poteva, e quando era triste il Brutto Anatroccolo correva da lei a farsi stringere e coccolare.
Ma purtroppo anche le altre anatre che abitavano il laghetto lo deridevano e lo prendevano in giro, tanto che il poverino tornava sempre a casa con i lacrimoni agli occhi.

Un giorno il Brutto Anatroccolo decise che ne aveva abbastanza di tutte quelle stupide anatre che lo trattavano male.
– Andrò dove troverò delle anatre che mi sapranno apprezzare per quello che sono – si disse, e spiccò un volo incerto con le sue piccole alette.

Non riuscì ad andare molto lontano, e per la stanchezza si fermò in uno stagno lì vicino, dove vide arrivare uno stormo di anatre selvatiche.
– Forse loro mi accetteranno meglio di come mi hanno accettato le anatre della fattoria – pensò.

Il Brutto Anatroccolo si avvicinò piano piano allo stormo che stava riposando sulle acque dello stagno, e quando fu abbastanza vicino si presentò facendo la riverenza.
– Salve a tutte signore anatre selvatiche io sono…

Ma non fece in tempo a finire la frase che già le anatre selvatiche lo stavano additando e deridendo.

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il brutto anatroccolo, c'era una volta...

il brutto anatroccolo, c’era una volta…

– E cosa saresti tu? Un anatroccolo mostriciattolo? – e continuarono a ridere.
Il povero anatroccolo, deluso, amareggiato e pieno di lacrime, scappò via anche da lì, finché stremato dal volo non si fermò sulle rive di un altro stagno non molto lontano.

Lì vide degli splendidi e candidi cigni che nuotavano con grazia ed eleganza sullo specchio d’acqua.
Erano così belli che il Brutto Anatroccolo ne rimase incantato.
Più li guardava e più pensava: “quanto vorrei essere bello come loro…”

Così, senza nemmeno accorgersene, aveva nuotato verso di loro, fino ad arrivare praticamente in mezzo al gruppo.
“Forse mi beccheranno e mi cacceranno anche loro” pensò l’anatroccolo “ma preferisco che siano a farlo loro, che sono bellissimi davvero, piuttosto che quelle stupide anatre vanitose…”

Ma invece che deriderlo e cacciarlo, i cigni gli corsero tutti incontro, salutandolo e abbracciandolo.
Il Brutto Anatroccolo non capiva, e chiese: – come mai non mi deridete e non mi prendete in giro per quanto sono brutto?
Una di loro gli rispose – brutto tu?! Ma se stai per diventare uno splendido cigno!

– Cigno io?! – rispose sbalordito il Brutto Anatroccolo
Tutti i cigni si misero a far di sì con la testa e gli sorrisero con calore.
– Aspetta qualche giorno e vedrai…

E fu così che dopo pochi giorni il Brutto Anatroccolo si svegliò, ed andatosi a specchiare nello stagno vide che tutte le sue piume grigiastre erano diventate bianche come il latte, e la sua goffaggine si era trasformata in un portamento elegante ed aggraziato: era diventato un cigno!

E quanto era bello, il più bello di tutto lo stagno!
– Quando ero ancora un Brutto Anatroccolo, non avrei mai immaginato che un giorno sarei stato così felice!
E spiccò il volo insieme a tutti i suoi nuovi amici.

Morale della favola: solo credendo sempre in sè stessi e nelle proprie capacità alla fine si riesce a diventare grandi accettandosi per quello che si è.

⚜ Fine della fiaba ⚜
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com

🖌 scarica il disegno da colorare del brutto anatroccolo! 🎨

Clicca sull’immagine per scaricare il PDF pronto da stampare e colorare!

scarica il disegno da colorare del brutto anatroccolo

Il viandante 🚶

Le fiabe popolari sono piene di spunti e insegnano, tra le altre cose, ad aguzzare l’ingegno per riuscire a cavarsela in ogni situazione.

Il viandante è una rielaborazione dell’antica fiaba “La minestra di sassi” che noi di fabulinis abbiamo riscritto con la nostra fantasia. E’ una fiaba che fa capire cosa significa la condivisione: infatti, se si condivide ciò che si ha, alla fine si è tutti più felici.

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Audiofiaba 😴

Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare il viandante raccontata da Silvia!

Il viandante 🚶 storia completa


C’era una volta un viandante che camminava per i boschi. Quel sentiero lo avrebbe riportato a casa dopo tanti anni trascorsi viaggiando.
Era sera e la stanchezza iniziava a farsi sentire. “Meglio cercare un posto dove poter fermarsi a riposare e mangiare qualcosa” pensò, ma di taverne o locande non ce n’era nemmeno l’ombra.
Finché, cammina cammina, vide una casetta con le luci accese. Si avvicinò: dentro c’era un bel fuocherello che ardeva scoppiettante. Bussò quindi alla porta.

Arrivò ad aprire una vecchietta che lo squadrò dalla testa ai piedi.
– Buonasera – disse il viandante.
– Cosa vuoi da me?! – rispose burbera la vecchietta.
– Cerco solo un po’ di caldo ed un riparo per la notte.

– Questa non è una locanda! E io non ospito estranei! – rispose ancora più arrabbiata la vecchietta.
– Non essere così scontrosa, mia signora, non pensi che sarebbe un mondo migliore se ci aiutassimo l’un con l’altro?
– Ah si? E chi aiuterà me? Io non ho nulla da darti, nemmeno un tozzo di pane…
– Mi basta poter dormire sotto un tetto, non chiedo altro…

Dopo un po’ di insistenza, finalmente, la vecchietta lo fece entrare. Quando fu dentro casa, il viandante si guardò attorno: la casa era pulita, ben tenuta e con dei bei mobili e lui si accorse che la vecchietta proprio povera non doveva essere. Così le domandò:
– Mia signora, lo so che ho chiesto solo un letto per dormire, ma possibile che non ci sia proprio nulla da mettere sotto i denti?
– Non ho da mangiare nemmeno per me, figurati se ho qualcosa da darti…

– Mi spiace molto per te, comunque se tu non hai nulla da dare a me, forse ho io qualcosa da dare a te.
La vecchietta lo guardò con aria interrogativa, così il viandante continuò.
– Viaggiando ho imparato alcuni trucchetti per preparare delle gustose zuppe usando solo alcuni sassi.
– Solo dei sassi? – chiese meravigliata la vecchietta.

– Certo, mi basta solo una pentola piena d’acqua e un mestolo, poi al resto ci penso io.
La vecchietta incuriosita corse a prendere la pentola, la riempì d’acqua e la mise sul fuoco.
A quel punto il viandante tirò fuori dalla tasca alcuni sassolini bianchi tutti lisci e tondi, li buttò nell’acqua della pentola e cominciò a mescolare.

La vecchietta guardava prima il viandante e poi la pentola curiosa e incredula.
– Sono proprio curiosa di vedere come fai a fare una zuppa con solo dei sassi – disse.
Il viandante sorrise continuando a mescolare – sassi di questa qualità fanno ottime zuppe, solo che stavolta non sono sicuro del risultato – disse con un’aria preoccupata – sai, li ho usati molte volte nei miei viaggi e penso che ormai non diano più il sapore di una volta… se avessi solo una tazza d’orzo per rendere più densa la zuppa…

– Ora che ci penso forse un po’ di orzo dovrei averlo – la vecchietta si alzò, andò alla dispensa e tornò con una tazza piena d’orzo, che il viandante versò nella pentola continuando a mescolare.
La vecchietta era sempre più incuriosita.

– Se avessimo anche qualche patata e qualche carota, questa zuppa uscirebbe veramente buona… ma inutile pensarci – continuò il viandante.
– Forse qualcosa in cantina dovrei avere – disse la vecchietta, che si alzò e tornò con alcune patate, delle carote e anche una cipolla.

Il viandante le buttò in pentola e continuò a mischiare – questa zuppa sarà proprio buona – disse – se ci fosse anche un pochino di carne avremmo un patto degno di una regina!
– Degno di una regina? – esclamò la vecchietta, che subito corse in dispensa e tornò con un bel pezzettino di carne tagliato a cubetti.
Il viandante prese e buttò nella pentola continuando a mescolare. Dopo un po’ disse che la zuppa era pronta, tolse i sassolini dalla pentola, e i due si misero a mangiare.

Fu una cena squisita, una delle migliori che la vecchietta avesse mai fatto.
– No avrei mai pensato che da dei semplici sassolini potesse uscire una zuppa così buona! – esclamò alla fine la vecchietta.
Poco dopo andarono a dormire, entrambi passarono un’ottima notte, e al mattino il viandante trovò pure la colazione pronta!

Quando fu il momento di salutarsi, la vecchietta lo ringraziò immensamente per averle confidato il segreto della zuppa coi sassi.
Il viandante sorrise e le disse:
– Basta avere qualcosa per darle un po’ di gusto!
E si incamminò per il sentiero che lo avrebbe riportato a casa.

⚜ Fine della fiaba ⚜
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com

Maurino e il suo treno 🚂

Un racconto che parla della voglia di viaggiare verso posti lontani…

Maurino è un bambino incuriosito dai treni, li ammira alla stazione, e un giorno sa già che ne prenderà uno e andrà lontano, molto lontano.

Maurino e il suo treno 🚂


C’era una volta… Una storia che si rispetti deve sempre cominciare così: anche questa che sto per raccontare. E’ la storia di Maurino e della sua passione per i treni. I suoi treni, però, non erano dei modellini, bensì dei treni veri, compresi quelli a vapore.

C’era una volta – come dicevo – un bambino di nome Maurino. Egli abitava in una città ligure di mare, dove c’era la stazione ferroviaria. La sua vita trascorreva circondata dal mondo dei treni. Per cominciare, la prima casa in cui abitò, era un alloggio nelle “Case dei ferrovieri”. Queste case erano tre grandi palazzi, costruiti appositamente per i lavoratori delle ferrovie, ma dove abitavano – come il papà di Maurino – anche altri lavoratori. Bisogna aggiungere che Maurino aveva anche due zii, che lavoravano come ferrovieri nella stazione della stessa città. Gli zii erano degli esperti meccanici e Maurino, quando li incontrava, ascoltava i loro racconti sulle riparazioni che essi facevano ai treni, curioso e attento, come oggi lo è un bambino che si interessa a quello che accade all’automobile del suo papà.

La seconda casa dove abitò dall’età di otto anni, era quella dei nonni paterni. Nella loro casa, non solo era nato, ma era quella dove spesso era ospite. Lui voleva proprio bene ai quei due nonni. Non soltanto essi esaudivano molti dei suoi desideri, ai quali, invece, mamma e papà dicevano ‘no’, bensì con loro poteva trascorrere ore e ore ad osservare i treni che si muovevano nella sottostante ferrovia. Sì, l’appartamento dei nonni era al quarto piano e le finestre delle camere davano su un terrazzo grande il quale si affacciava proprio sui binari. Questi binari, da lì ad un chilometro avrebbero portato alla stazione della città.

Per Maurino era un gran divertimento star lì a guardare non solo i treni in arrivo da Torino e Genova, ma anche quelli che i ferrovieri addetti alle manovre, erano impegnati a comporre sui diversi binari morti. Questi ferrovieri, tra i loro compiti, avevano quello di agganciare alla locomotiva i differenti vagoni, sia quelli passeggeri sia quelli merci. Oppure, ovviamente, quello di sganciarli. I nonni di Maurino gli avevano spiegato che alcuni vagoni – quelli scoperti – erano destinati alle merci alla rinfusa (carbone o minerali); altri ancora, chiusi, avrebbero, ad esempio, contenuto sacchi di granaglie o rotoloni di carta o altri materiali, i quali dovevano essere protetti dalla pioggia; altri, infine, che erano vagoni-cisterna, servivano per il trasporto specialmente di prodotti chimici.

Come urlavano quei ferrovieri! Li udiva persino Maurino, che era distante una cinquantina di metri: “Dai, sgancia questo vagone” oppure “Piano con quella motrice”. Ma quello che colpiva di più Maurino, che era un bambino beneducato, erano le parolacce. Io non so se è mai capitato anche a voi, bambini, ma Maurino era molto imbarazzato: si rendeva conto che non avrebbe dovuto ascoltare quelle parole “sporche”, come pretendevano i suoi genitori; tuttavia, non poteva resistere alla tentazione di farsi – diciamo così – un’istruzione linguistica.


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Costruisci il tuo treno. Con modellino da montare

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Piano piano, col passare degli anni, la sua curiosità per l’aspetto tecnico dei treni cominciò a diminuire. In Maurino comparve un nuovo modo di considerarli. Prima, quando era più piccolo, li guardava dal punto di vista di come erano fatti e di come funzionavano; ora, invece, che aveva otto anni, pensava ai treni soprattutto, come mezzo di trasporto di passeggeri; rifletteva, cioè, sul fatto che i treni trasferivano le persone da un luogo ad un altro.

Nacque, allora, in lui una nuova curiosità: dove andavano i treni che scavalcavano o attraversavano, in galleria, quelle montagne, che Maurino vedeva dal terrazzo dei nonni? Farsi una simile domanda era forse normale per un bambino come lui, che era abituato a stare per ore sulla spiaggia a guardare l’orizzonte del mare. Gli era stato detto dai suoi nonni, i quali avevano viaggiato sulle navi per lavoro, che al di là di quell’orizzonte c’erano altre terre, dove abitavano altri uomini, persino con la pelle di un colore diverso. Questi uomini, le loro mogli e i loro bambini parlavano anche una lingua differente dalla sua, che lui non avrebbe potuto capire se non studiando e viaggiando.

Quante volte si era domandato, allora, chi fossero questi uomini e come suonassero le lingue che parlavano! Adesso, quando era sul terrazzo e osservava le montagne, si chiedeva sempre se, al di là di esse ci fossero altre città come la sua. Si domandava anche che lingua parlassero i bambini che le abitavano. Non gli bastava che la nonna gli rispondesse: “Al di là delle nostre montagne, che si chiamano Appennini, c’è il Piemonte, dove le persone parlano il piemontese, una lingua un po’ diversa dalla nostra, ma che noi possiamo capire. In Piemonte – aggiungeva la nonna – ci sono altre montagne, le Alpi, che sono molto più alte di quelle che ci stanno di fronte. In Piemonte poi ci sono città molto più grandi della nostra, come quella di Torino”.

I nonni, la conoscevano questa città, perché vi erano andati molti anni prima, col treno, in viaggio di nozze. Maurino ora si spiegava la presenza di quel quadretto, sopra il comodino della nonna, nel quale era incorniciata una fotografia della basilica di Superga, una bellissima chiesa che era stata costruita sulla cima di una montagna! Allora si formò nella mente di Maurino un pensiero. Più che un pensiero, era un proposito. Se i suoi nonni, che egli amava tantissimo e dai quali tantissimo era amato, quando si erano sposati erano andati a Torino, anche lui, da grande, sarebbe andato a Torino con la donna che avrebbe sposata.

Come credete, che sia andata a finire per Maurino? Tanto per cominciare egli, un giorno, molti anni fa, quando era ormai un giovanotto, prese finalmente quel treno – simile ad uno di quelli aveva visto passare tante volte – diretto a Torino, dove andò a completare i suoi studi. Al termine di questi, si fermò in quella città, dove trovò un lavoro. La cosa più straordinaria, però, fu che, un bellissimo giorno, si innamorò di una ragazza che, un anno più tardi, egli sposò. Riuscite ad indovinare dove la portò, subito dopo che si erano sposati? Non ve lo dico, tanto lo avete già capito!

Un’ultima cosa da suggerire ad ogni giovane lettore: “Prendi sempre il tuo treno! Non dimenticare, però, che la tua fantasia arriverà sempre più lontana di esso e correrà sempre più veloce”.

⚜ Fine della fiaba ⚜
fabulinis ringrazia Mauro Alfonso, nonno ed ex insegnante, per aver condiviso con tutti noi questo bel racconto dedicato alla voglia di scoprire il mondo!

La volpe e la cicogna 🦊

Chi la fa l’aspetti… e i proverbi non mentono mai!

Le favole di Esopo hanno sempre una morale da insegnarci, questa favola ad esempio spiega che se si fa uno scherzo a qualcuno, bisogna essere pronti anche a riceverne.

Questa fiaba può essere utile se si ha a che fare con un bimbo a cui piace fare gli scherzi ma che poi si arrabbia molto quando è il suo turno di riceverne uno…

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare della volpe e la cicogna!

🔊 Audiofiaba 😴

Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare la volpe e la cicogna raccontata da Silvia!

La volpe e la cicogna 🦊 favola completa


C’erano una volta una Volpe e una Cicogna, che avevano fatto amicizia. La Volpe allora pensò di invitare a pranzo la nuova amica.
Ma quando dovette decidere cosa preparare, la Volpe pensò bene di fare un piccolo scherzetto alla signora Cicogna.

Preparò un succulento brodino di verdure, e lo servì su un un bel piatto di porcellana, con i bordi molto bassi e invitò la Cicogna ad assaggiarlo.

La cicogna, sentito il profumino del brodo, si sedette a tavola e cercò di bere il brodino ancora fumante.
Ma con il suo lungo e appuntito becco la Cicogna non riusciva a bere dal piatto basso che la volpe le aveva preparato.

La Volpe, che si stava divertendo un sacco alle spalle della cicogna, la invitava a bere e faceva finta di non capire coma mai non le piacesse.

La cicogna aveva ben capito lo scherzo della Volpe ma decise di far buon viso a cattivo gioco.
– Scusami signora Volpe, ma oggi non mi sento molto bene, penso tornerò a casa a riposare – disse la cicogna congedandosi dalla volpe.

Qualche giorno dopo fu la cicogna a invitare la Volpe a pranzo.

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La volpe e la cicogna. Ediz. illustrata

La volpe e la cicogna. Ediz. illustrata

La cicogna aveva preparato un magnifico piatto a base di pesce ma lo aveva messo in un vaso trasparente dal collo lungo e stretto, dove il suo becco riusciva ad entrare alla perfezione.

Ma il muso della volpe invece era troppo grosso per arrivare fino in fondo, e più la volpe cercava di infilarcelo, più si arrabbiava.

L’odorino invitante del pesce che non avrebbe potuto mangiare, la stava facendo uscire di testa, finché ad un certo punto, stufa di essere presa in giro, sbottò:
– Mi hai ingannata Cicogna mia! Hai messo il cibo in questo vaso dal collo lungo e stretto di proposito per non farmi mangiare! Io me ne vado!

La cicogna guardò la volpe con aria soddisfatta e le rispose:
– Chi la fa, l’aspetti!
E continuò a mangiarsi beata il suo bel pranzetto a base di pesce.

Morale della favola: se prendi in giro qualcuno ricordati che poi prenderanno in giro anche te!

⚜ Fine della fiaba ⚜
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com

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Filastrocche sulle emozioni 😃😡

Per parlare delle emozioni ai nostri bimbi con un sorriso

Queste filastrocche per bambini hanno come tema le emozioni, che spesso sono tanto difficili da spiegare ai nostri bimbi. Così si possono raccontare loro queste filastrocche, per aiutarli usando la fantasia e la simpatia.

Lulù ha condiviso noi queste filastrocche, per regalarci un sorriso e anche qualche spunto di riflessione.

Anche le bambole hanno un cuore

Sono una bambola e questo si vede,
non piango e non dormo, ho poche pretese.
Mi sveglio al mattino con la padroncina,
scendiamo dal letto e mi tiene vicina.

Dicono che noi bambole non abbiamo un cuore,
ma questo non è vero, il mio è pieno d’amore,
la bella bambina che è sempre con me,
sa che io l’amo, senza un perché.

Quando al mattino sono nella stanzetta,
mi sento sola, sola soletta,
il tempo non passa, mi sento giù,
le ore scorrono, non ne posso più.

Ma quando è sera la casa si riempie,
di mille suoni, in ogni ambiente,
arriva la mamma e poi il papà,
la mia padroncina che fratelli non ha.

E allora mi scordo della giornata,
mi sento allegra ed appagata,
mi ritrovo in braccio alla mia amichetta,
sono felice e la notte ci aspetta!

Il maiale impaurito 🐷

Ho visto un maiale in mezzo alla strada,
era molto sporco e scalpitava,
forse era scappato oppure no,
ma era brutto come non si può!

Io dovevo proprio passare
ma avevo paura di quell’animale,
so che non mi poteva far del male
ma è sempre meglio non rischiare.

Pensai e ripensai a che potevo fare,
io dovevo proprio continuare,
la mia casetta era più in là,
dovevo agire con molta abilità.

Presi a fissarlo intensamente
e lui mi guardo teneramente,
allora capii che non era cattivo
ma solo impaurito e ne aveva motivo.

Mi avvicinai allora pian piano,
lui si accostò alla mia mano,
lo accompagnai alla sua casetta
e risalii sulla mia bicicletta!

La tristezza del nonno 👴

Quel bacio all’improvviso
scoccato sul mio viso
sì, ve lo devo dire
mi ha fatto trasalire.

Il bacio di un nonnino
incontrato quel mattino
vicino a casa mia
e nella stessa via.

Andavo a pescare
con gli amici, ero al mare,
la mamma mi guardava
mentre il mio passo si allontanava.

È durante quel cammino
che ho incontrato il nonnino.
Era magro, abbacchiato,
chissà cosa gli era capitato.

Continuai a camminare
ma da dietro le spalle lo volli guardare,
lo vidi venire avanti
ma i suoi passi erano stanchi.

Tornando a casa a quel bacio pensai,
non aveva senso, perché giammai
quell’uomo, a me sconosciuto,
aveva fatto quel gesto insoluto.

Raccontai allora tutto alla mamma
che mi delucidò di questo dramma.
Il suo figliolo e il suo nipotino
eran partiti quel triste mattino.

Molto lontani dovevano andare,
il lavoro del papà era oltremare,
non era sicuro di poterli ritrovare
e con quel bacio li lasciava andare.

La lucertola arrabbiata 🦎

Mi piace mettermi a crogiolare,
mi vorrei proprio abbronzare,
ma per quanto io cerchi di fare
il mio colore è sempre uguale.

Ho voluto allora spalmarmi una crema,
da capo a piedi, tutta intera,
ad ogni passo scivolo tutta
e per poco non mi rompevo la zucca.

Mi sono fermata, forse è meglio così,
il sole era forte e io stavo lì,
volevo proprio stare a vedere
se questa volta mi potevo piacere.

La crema piana piano mi abbandonava
e avevo tutta unta la strada,
se le mie amiche mi vedevan così
avrebbero riso notte e dì.

Dopo una giornata passata così,
senza mai muovermi da quel posto lì,
mi sono alzata e guardata allo specchio
ma il mio manto era sempre lo stesso.

Allora ho capito che non c’era nulla da fare
e il mio corpo dovevo accettare.
Ma avete capito allora chi sono?
Sono una lucertola e al sole non mi annoio!

L’onda 🌊

Arriva l’onda sulla battigia,
mi sposto indietro così non arriva
a bagnare i miei piedini
ma soprattutto i calzini.

Mi sono tolta le scarpine,
sono di stoffa e son troppo carine,
se l’acqua del mare me le bagnava,
la mamma a riva poi mi sgridava.

Passa un bambino più piccino di me,
mette i piedi nell’acqua, povera me!
Chissà come questa fredda sarà,
ma la sua mamma, che cosa fa?

Questa da riva guarda il bambino
che si diverte, scalciando il piedino.
Allora mi tolgo anche io un calzino
e il mio piede avvicino pianino.

Che ebbrezza che provo, è un piacere,
sentire l’onda, è tutto un godere.
Ringrazio il bambino, la mia paura
è andata via, ora sono sicura.

Non sono un pesce 🐠

Mi sono tolta il pannolino
e mi sono infilata il costumino,
ora nel mare mi devo buttare
ma ho paura, non c’è niente da fare.

Il babbo mi guarda con un sorrisetto,
il baffo trema, mi dà uno sberleffo.
Questo mi fa ancora più arrabbiare,
e non mi aiuta di certo ad entrare.

Passa davanti a me un pesciolino,
mi dà uno sguardo, è proprio carino.
Chissà chi gli ha insegnato a nuotare,
eh, la natura, quante cose sa fare.

E noi bambini invece perché,
dobbiamo nuotare, senso non c’è.
Già dobbiamo imparar a camminare,
e la pipì addosso non possiamo più fare.

Se sbagliamo in qualcosa ci sanno sgridare,
siamo piccini, dobbiamo imparare.
Il pesce nuota, la rana salta,
l’uccello vola, la biscia avanza.

Invece io devo imparare a nuotare,
non sono un pesce ma lo devo fare.
Guardo la mamma e poi il papà,
mi butto nel mare, che contenti li fa!

L’oca Giuliana 🦆

Tutti la chiamavano Oca giuliva
e questo lei non lo capiva,
era sempre arrabbiata, non rideva mai,
quel “giuliva” non le piaceva assai.

Chiese all’amica di vecchia data,
un’anatra bianca a lei affezionata,
se lei poteva fare qualcosa,
parlare agli altri di quella cosa.

La grande amica cominciò a starnazzare
e gli animali cominciarono ad arrivare,
il gallo, il maiale e tante galline,
una faraona che era in mezzo al cortile.

Dopo poco tempo si radunarono tutti
e l’anatra bianca comunicò ai vari gruppi
che l’amica oca era molto adirata,
che l’appellativo l’aveva mortificata.

Decisero allora che era meglio cambiare,
il vecchio nome doveva scordare,
e tutte assieme all’unanimità,
la chiamarono Oca Giuliana che male non sta!

Copyright dei Testi © Lulù Barabino


Chi sono

Lulù - fabulinis.com

Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

www.tiraccontounastoriablog.com


Lo zucchero filato 🍭


Chi troppo vuole nulla stringe, dice il proverbio

Se potessi esprimere un desiderio chiederei… dello zucchero filato! Ma non ditelo ad Alfio…

Alfio, baciato dalla fortuna di incontrare una fata che gli regalerà tre desideri, capirà presto come la vera felicità sia fatta di piccoli gesti fatti col cuore.

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Audiofiaba 😴

Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare la fiaba dello zucchero filato raccontata da Silvia!

Lo zucchero filato 🍭 storia completa


C’era una volta Alfio, un bimbo curioso e un po’ monello, che un giorno stava gironzolando per il boschetto dietro casa.
Era alla ricerca di nuovi sassolini per la sua collezione, quando ad un tratto sentì una vocina che chiedeva aiuto.
Alfio drizzò le orecchie ma non riusciva a capire da dove provenisse quella vocina.

– Devi guardare più in basso! E stai attento a non calpestarmi! – disse la vocina
Alfio, che fino a quel momento stava cercando tra gli arbusti e sui rami degli alberi, abbassò lo sguardo, e quello che vide lo colse di sorpresa.
C’era una piccola fata che aveva un piede bloccato sotto un ramoscello. Per lei era come fosse un tronco, e non riusciva più a volare.

Alfio si chinò per vedere meglio, non aveva mai visto una fata prima di allora, ne aveva sentito parlare solo nelle fiabe.
– Aiutami bimbo, e ti sarò riconoscente – disse la fata.
Senza pensarci Alfio prese il ramoscello e lo scostò, lasciando così finalmente libera la fata.
– Grazie mille bimbo mio, per sdebitarmi ti farò un dono. La persona a cui vuoi bene potrà esprimere tre desideri e vederli realizzati.
– Grazie mille signora fata!
La fata sorrise e sparì volando via nel bosco.

Alfio, tutto contento, corse verso casa, dove incontrò Serena, la sua inseparabile amica che abitava lì vicino.
– Serena, Serena! Non sai cosa mi è capitato!
Serena lo guardò stupita e chiese:
– E cosa ti è capitato Alfio?
– Ero nel boschetto qua dietro e ho incontrato una fata con un piede bloccato da un ramoscello. Io l’ho liberata ed in cambio lei ha promesso che realizzerà tre desideri di una persona a cui voglio bene!

– Ma è bellissimo! – esclamò Serena – chissà cosa desidererà quella persona… se fossi io adesso vorrei un sacco di zucchero filato!
E come per magia Serena si ritrovò in mano uno stecco con una montagna di zucchero filato sopra.
Alfio, come anche Serena, rimase sbalordito.

– Ma no Serena! Hai sprecato uno dei desideri per dello zucchero filato! Potevi almeno chiedere una cassa di cioccolato!
E arrabbiato come non mai Alfio cercò di strappare lo zucchero filato di mano a Serena, ma per la foga inciampò e si ritrovò per terra con tutto lo zucchero filato tra i capelli.

– Ecco così impari a fare il monello, adesso hai tutto lo zucchero filato appiccicato ai capelli e non si può più mangiare! Ti meriteresti solo zucchero filato al posto dei capelli per punizione!
E come per magia i capelli di Alfio si trasformarono tutti in zucchero filato!
Serena, sempre più stupita e meravigliate, non perse l’occasione: prese una ciocca di zucchero filato e se lo mangiò.

– Ahi! – gridò Alfio – Mi strappi i capelli!
– Ti ho solo strappato dello zucchero filato… ed è pure buono! – si mise a ridere Serena.
– Noo che vergogna! Non posso rimanere così, chissà come mi sgriderà la mamma!
Serena intanto cercava di avvicinarsi per prendere un altro po’ di zucchero filato, ma Alfio scappava.

– Ti prego Serena fammi tornare i capelli come prima!
– Ma così sprechiamo l’ultimo desiderio!
– Ti prego Serena… – Alfio stava per mettersi a piangere.
– E va bene, però mi prometti che dopo mi compri dello zucchero filato!?
Alfio fece di si con la testa.

– Allora, vorrei che ti tornassero i capelli come prima!
E come per magia ad Alfio tornarono tutti i capelli.
Alfio capì che aveva sbagliato a comportarsi così con Serena. Lei desiderava del semplice zucchero filato, e quello le bastava per essere felice.
Così corse in casa a prendere i soldini e poi, mano nella mano, andarono al mercato a prendere lo zucchero filato.

⚜ Fine della fiaba ⚜
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com

Il principe ranocchio 🐸

Il principe ranocchio ha aiutato la principessina, ma lei non lo ringrazia nemmeno…

Il principe ranocchio è una fiaba della tradizione europea, arrivata a noi nella famosa versione dei fratelli Grimm.

Per ritornare un principe in carne ed ossa però, il ranocchio dovrà essere baciato dalla principessina, che non sembra per nulla affascinata dal verde anfibio…

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare del principe ranocchio!

🔊 Audiofiaba 😴

Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare il principe ranocchio raccontata da William!

Il principe ranocchio 🐸 racconto completo


C’era una volta un re che aveva tre figlie, tutte bellissime, ma la più giovane era la più bella e dolce di tutte.

La principessina passava le sue giornate vicino alla pozza d’acqua fresca che si trovava all’interno delle mura del castello.

Il suo passatempo preferito era giocare con una palla dorata: la lanciava in aria e la riprendeva, e pareva non si stancasse mai di questo divertimento.

Un giorno però la palla le scivolò di mano e finì proprio in mezzo alla pozza d’acqua lì vicino.

La principessina, non riuscendo a recuperarla, cominciò a piangere disperata perché era molto affezionata a quella palla.

Ad un tratto però sentì una voce:
– Come mai piangi, principessina mia?

La principessina si guardò intorno, per vedere da dove provenisse quella voce, ma vide solo la testa di un grosso ranocchio che spuntava dall’acqua.

– Sei tu che mi hai parlato? – chiese la principessina.
Il ranocchio annuì e le disse:
– Se vuoi posso aiutarti a recuperare la tua palla d’oro. Tu in cambio cosa mi dai?
– Tutto quello che vuoi, anche la mia corona d’oro, basta che me la riporti! – rispose la principessina.

– Del tuo oro non me ne faccio nulla, voglio piuttosto essere tuo amico, passare le giornate con te, mangiare alla tua tavola e dormire nella tua stanzetta – propose il ranocchio.
– Va bene! – esclamò la principessina, che però fra sé e sé pensava “che cosa passa per la testa a quel ranocchio? essere mio amico? Starà scherzando!”

Il ranocchio, con un tuffo, raggiunse la palla d’oro e la riportò alla principessina.
La principessina, piena di gioia, prese la palla fra le mani e corse via senza nemmeno ringraziare.

Il ranocchio le gridò:
– Aspettami! Se corri così veloce non riesco a starti dietro! – ma la principessina era ormai talmente lontana che nemmeno lo sentiva più.

Il giorno dopo, mentre la principessina era a tavola col re, la regina e le sue sorelle, si sentì battere forte al portone del palazzo, e una voce disse:
– Principessina, sono il ranocchio che ti ha recuperato la palla d’oro dalla pozza d’acqua, ora devi mantenere la tua promessa!

Il re guardò la figlioletta e le chiese di cosa si trattasse. La principessina raccontò quindi tutta la vicenda del giorno precedente, e alla fine il re sentenziò:
– Le promesse vanno mantenute figlia mia, fate entrare il ranocchio!

Così il ranocchio fu fatto sedere di fianco alla principessina, che lo guardava con disgusto.
– Avvicinami il tuo piattino d’oro, così che io possa mangiare assieme a te – disse il ranocchio, che mangiò tutto con buon appetito.
La principessina, arrabbiata, invece non mangiò nulla.

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Il principe ranocchio

Il principe ranocchio

Dopo il pasto il ranocchio disse che era molto stanco e avrebbe gradito dormire nella stanzetta della principessina.

La principessina all’idea di dover dormire a fianco di un ranocchio freddo e viscido scoppiò a piangere disperata, ma il re la riprese:
– Non si deve disprezzare chi ti ha aiutato nel momento del bisogno!

Con due dita la principessina prese il ranocchio e lo portò in camera, ma quando furono in stanza il ranocchio disse:
– Sono molto stanco e ho deciso di dormire insieme a te. Se non lo farai, lo dirò a tuo padre.

La principessina, al colmo della collera, lo prese per le zampine e lo scagliò con forza contro la parete.
– Adesso tacerai, brutto ranocchio! – urlò.

Il ranocchio cadde a terra privo di sensi. Solo allora la principessina si rese conto di quello che aveva fatto; corse dal ranocchio, lo prese in braccio e lo strinse forte a sè.

– Oh no ranocchio mio, scusami tanto, non volevo… se potessi fare qualcosa per salvarti la vita…

La bocca del ranocchio sussurrò qualcosa, che però la principessina non riuscì ad udire, così accostò meglio l’orecchio alla sua bocca e alla fine riuscì a sentire le parole del ranocchio:
– … un bacio… solo un bacio… – diceva con un filo di voce.

La principessina, spinta dal rimorso di aver fatto del male ad una povera creatura, sconfisse il disgusto per il freddo e viscido rospo, chiuse gli occhi e gli diede un bacio.

Un istante dopo, nella stanza ci fu un caldo bagliore e, quando la principessina riaprì gli occhi, davanti a lei c’era un bel ragazzo che si sfregava un grosso bernoccolo sulla testa.

– E tu chi sei?! – esclamò la principessina.
– Sono il ranocchio, ma il mio vero nome è principe Enrico! Sono stato vittima di un incantesimo di una strega e solo il bacio di una principessa avrebbe potuto spezzarlo… grazie!

La principessina, ancora attonita per lo stupore, gli sorrise e corse a medicargli la ferita.

I due ragazzi iniziarono così una bella amicizia, che nel tempo si tramutò in amore. E un bel giorno si sposarono, proprio di fronte alla pozza d’acqua dove tanto tempo prima si erano incontrati.

E vissero tutti felici e contenti.

⚜ Fine della fiaba ⚜
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com

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La fata del lago ⭐

Le fate sono creature magiche che hanno il potere di rendere felici le persone.

La nostra fata allieta le giornate della valle con il canto della sua voce.

Ma un giorno il canto della fata sparisce! Tutto diventa più difficile, e tutte le persone della valle iniziano a sentirsi sempre più tristi…

Ma la nostra fata saprà far ritornare il sorriso ed il buonumore a tutti.

Questa fiaba è tratta da un racconto popolare originario della Val d’Aosta, buon divertimento!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

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Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare La fata del lago raccontata da Silvia!

La fata del lago ⭐ storia completa


C’era una volta un lago dove, nascosta dentro una grotta, viveva una splendida fata.
Nessuno degli abitanti della valle però l’aveva mai vista, perché era abilissima a nascondersi e se necessario a trasformarsi in qualche animaletto per sfuggire dalle persone.
Tutti però l’avevano sentita cantare, la sua voce era così bella e armoniosa che, anche le più dure giornate di lavoro, sembravano più leggere ascoltandola.

Un giorno due piccoli pastorelli che stavano controllando le loro pecore, sentirono la voce della fata cantare. Era così vicina che i due si nascosero dietro un albero per paura di essere visti, ed infatti dopo un attimo comparve nel prato la bellissima fata dai capelli color blu come il mare.
Il più piccolo dei due esclamò:
– E’ la fata del lago!

Il più grande non fece in tempo a tappargli la bocca che la fata si girò verso di loro, sorpresa.
La fata, a questo punto fuggì via veloce e si rifugiò dentro al bosco.
I due pastorelli cercarono invano di rincorrerla, ma lei fu troppo veloce e dopo poco non riescirono più a vederla, era sparita.
I due tornarono a casa di corsa, volevano raccontare a tutti dell’incontro con la fata, ma appena entrarono in casa sentirono il papà che diceva alla mamma:

– Oggi ad un certo punto la fata del lago ha smesso di cantare… non l’abbiamo più sentita, arrivare a fine giornata senza il suo canto è proprio dura…
I due pastorelli si guardarono i faccia, forse la fata aveva smesso di cantare proprio per colpa loro, pensarono entrambi, e se ne stettero zitti zitti.

E infatti da quel giorno la fata non cantò più, e tutti gli abitanti della valle si sentivano sempre più tristi e stanchi dal duro lavoro.
Il canto della fata mancava a tutti.
I due pastorelli pensarono di averla combinata proprio grossa, e decisero di rimediare.

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Io e Fata Mammetta

Io e Fata Mammetta

Si misero a cercare la grotta della fata per tutto il lago, finché un giorno mentre ne stavano esplorando una, sentirono dei singhiozzi di pianto provenire dal fondo.
– Signora fata del lago? – disse il più grandicello dei due pastorelli.
– Non avvicinatevi! Cosa volete da me?! – rispose piangendo la fata.
– Volevamo solo scusarci per l’altra volta, non era nostra intenzione farle prendere paura…

– Non ho preso paura… è solo che voi mi avete vista!
– Ci scusi se l’abbiamo vista, eravamo solo curiosi e…
– Ma perché non vuole essere vista? Lei è così bella! – interruppe il pastorello più piccolo.
– Non è vero! – rispose la fata, piangendo ancora di più – sono orribile!
I due pastorelli si guardarono in faccia meravigliati.

– No, no signora fata, lei è proprio bella! – continuò il più piccolo.
– Come fai a dire che sono bella con questi orribili capelli blu! Tutte le altre fate hanno i capelli color dell’oro, io invece ho i capelli color del mare… – e scoppiò in un altro pianto.
I due pastorelli rimasero ammutoliti per quella strana spiegazione. Per loro due la fata era la donna più bella che avessero mai visto.

– Mi creda signora fata che per noi lei è bellissima… e poi la sua voce lo è ancora di più, da quando non la sentiamo più cantare, tutti gli abitanti della valle sono più tristi…
La fata pian piano smise di piangere.
– Davvero senza il mio canto tutti gli abitanti della valle sono più tristi?
I due pastorelli annuirono con forza.

La fata stette un attimo in silenzio.
– E davvero nonostante i miei capelli color del mare voi pensate che io sia bella?
I due pastorelli annuirono con ancor più forza.
La fata li guardò negli occhi, non mentivano.
– Se promettete di non dire a nessuno dove sta la mia grotta, tornerò a cantare per tutti gli abitanti della valle.
– Promettiamo! – dissero in coro i due pastorelli.

La fata sorrise, e i due pastorelli pieni di felicità e orgoglio per aver risolto la questione, si misero a saltare e gridare di gioia.
I due salutarono la fata e corsero subito verso casa, e già dopo pochi passi, sentirono alle loro spalle la meravigliosa voce della fata riprendere a cantare.

Tutti gli abitanti della valle, sentendo di nuovo il canto della fata, si fermarono ad ascoltare incantati. Di colpo erano di nuovo tutti felici, e quella sera stessa fecero una gran festa in onore della fata, con canti balli e un gran banchetto.
E i due pastorelli erano i bimbi più felici di tutti.

⚜ Fine della fiaba ⚜
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com

L’ombra del cammello 🐫

L’ombra è mia e la gestisco io! 😝

L’ombra del cammello è un racconto breve e divertente per bambini, e mostra come sia inutile litigare per qualcosa che in realtà non ci appartiene.

Ascolta come questo piccolo cammello riesce a lasciare di stucco i due signori che discutevano animatamente, proprio per la sua piccola ombra!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Audiofiaba 😴

Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare L’ombra del cammello raccontata da Silvia!

L’ombra del cammello 🐫 storia completa


C’era una volta un piccolo cammello che viveva tranquillo ai piedi delle piramidi d’Egitto.
Siccome era più piccolo degli altri cammelli suoi compari, il suo padrone di solito lo usava per far fare dei giri sulle dune ai bambini che venivano a visitare le piramidi.

Il piccolo cammello era tutto contento perché così non si affaticava come i suoi amici, che a volte dovevano portare in groppa degli omaccioni grandi e grossi, ma soprattutto si riempiva di gioia il cuore dalle risa e delle esclamazioni di meraviglia dei bimbi.

Un giorno però arrivarono così tante persone in visita alle piramidi, che tutti i cammelli furono noleggiati, e a disposizione rimase solo il piccolo cammello.
Un ometto minuto e piccolino, che voleva a tutti i costi essere portato alle piramidi, si avvicinò al cammelliere, padrone del piccolo cammello, e gli disse:
– Sono una persona molto leggera, sicuramente il suo cammello, anche se adatto ai bambini, potrà portarmi fino alle piramidi.

Il cammelliere guardò l’ometto, e pensò che per una volta, una bella gita fino alle piramidi, il suo piccolo cammello avrebbe potuto anche farla.
– E va bene, salga pure – disse il padrone del piccolo cammello.

Così l’ometto salì in groppa al piccolo cammello, che non fu per niente felice di dover portare quel signore, e fino alle piramidi per giunta!
Ma insieme al suo padrone si incamminò lentamente.

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La gobba del cammello

La gobba del cammello

Era una giornata veramente calda e afosa, il sole picchiava come non mai, e a metà del cammino il piccolo cammello stava già dando segni di cedimento.
Il suo padrone se ne era accorto, e propose una piccola pausa all’ometto, per permettere al cammello di bere e riprendersi un poco dal cammino.

L’ometto si convinse e scese dal piccolo cammello e si mise ad aspettare.
Il padrone del cammello, invece che aspettare in piedi sotto il sole cocente, si sedette per terra sotto l’ombra del suo piccolo cammello.
L’ometto quando vide il cammelliere sedersi all’ombra subito lo volle copiare, ma il cammello era piccolino, e di ombra ce n’era soltanto per una persona, e neanche così tanta…

L’ometto e il cammelliere si misero subito a discutere.
– Io ho preso il cammello per farmi portare fino alle piramidi e quindi ho diritto a usare la sua ombra! – disse l’ometto.
– Tu hai noleggiato solo il trasporto sulla groppa del mio piccolo cammello, non la sua ombra! – rispose il cammelliere.

E iniziarono quindi a litigare su chi dovesse riposare sotto quella piccola ombra.
Ma il piccolo cammello, che ormai si sentiva riposato ed era stufo di stare a sentire quei due che litigavano, diede un bello sbuffo e si mise a trottare verso casa.

Il piccolo cammello lasciò così quei due di stucco e a bocca aperta, mentre si portava via l’ombra per cui stavano così animatamente litigando.

⚜ Fine della fiaba ⚜
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Il coniglietto di Pasqua del Re 🐇🤴

Il coniglietto di Pasqua regala ogni anno tante belle uova colorate ai bambini!

Ma lo sapete che il coniglietto di Pasqua in realtà era una magica gallina dalle uova d’oro?!

Ma come ha fatto a diventare un coniglietto? E perchè regala le uova a Pasqua?

Scopriamolo insieme con questa simpatica fiaba pasquale!

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare del coniglietto di Pasqua del Re!

🔊 Audiofiaba 😴

Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare il coniglietto di Pasqua del Re raccontata da William!

Il coniglietto di Pasqua del Re 🐇🤴 racconto completo


Tanto tempo fa, molto prima che il coniglietto di Pasqua portasse le uova ai bambini, c’era un re.

Era il periodo prima della Pasqua, il compleanno del re si stava avvicinando e lui si aspettava che tutte le persone del regno gli facessero un regalo. E più i regali erano costosi, più gli piacevano.

Nel suo regno viveva una donna molto povera, che di prezioso aveva solo una gallina che deponeva molte uova. La donna non aveva soldi per comprare un regalo al re, così decise di regalargli la sua gallina.

L’avido re non fu molto colpito dal regalo, anche se la gallina gli dava tutte le mattine gustose uova da mangiare a colazione. Ma un giorno gli venne un’idea.

Chiamò il suo mago di corte e gli disse che gli sarebbe piaciuto di più se la gallina avesse deposto uova d’oro.
Il mago si mise a lavorare molto duramente per trovare un incantesimo che facesse deporre alla gallina uova d’oro, e alla fine ci riuscì.

L’incantesimo del mago, però, non era perfetto: ogni mattina infatti la gallina deponeva splendide uova tutte colorate, e solo ogni tanto deponeva anche uno splendido uovo d’oro.

Il re ne fu comunque molto felice, perché così diventava sempre più ricco e se ne poteva vantare con tutti.
La gallina dalle uova d’oro, però, attirò le invidie di tutti i nobili del regno, così il re decise di far costruire una solida gabbia per proteggerla.

Il re, poi, pensò furbamente anche ad uno stratagemma per evitare che la gallina venisse rubata: ogni volta che qualcuno fosse venuto a fargli visita al castello, avrebbe detto al mago di nascondere la gallina speciale e sostituirla con una gallina normale.

Un giorno venne a far visita al re una delegazione di nobili di un altro paese e quindi la gallina speciale fu scambiata con una normale.
Come il re aveva previsto, quella notte qualcuno rubò la gallina dalla gabbia.

La mattina dopo, quando il re vide la gabbia vuota, si mise a ridere perché sapeva che la sua gallina speciale era ancora al sicuro.
Il re disse al mago di rimettere nella gabbia la sua gallina dalle uova d’oro e se ne andò a fare una passeggiata.

Quando tornò a controllare la gabbia, però, ci vide dentro solo un coniglio bianco.
– E tu come sei entrato lì? – disse il re.

Pensando ad un buffo scherzo del suo mago, il re chiamò il suo inserviente e gli ordinò di riportare il coniglio nella foresta.
Il re convocò il mago, perché voleva sapere dove fosse la sua gallina speciale.

Il mago rispose che l’aveva rimessa nella gabbia, poi sbiancò in viso e si rese conto di aver dimenticato qualcosa…
– Tutte le volte che qualcuno vi viene a far visita, mio sire, trasformo la gallina in un coniglio bianco per nasconderla meglio, solo che questa volta, quando ho rimesso il coniglio nella gabbia, mi sono dimenticato di ritrasformarlo in gallina! – disse piangendo il mago.

Il re si rese conto che il coniglio che aveva fatto riportare nella foresta era in realtà la sua gallina speciale…
Tutti i suoi soldati perquisirono l’intera foresta, ma ormai del coniglio non c’era più traccia. Il re pianse per molti giorni la perdita della sua gallina dalle uova d’oro, ma alla fine se ne fece una ragione.

Passarono gli anni e il coniglietto non si vide mai più, ma i bambini del regno ancora oggi, proprio nel periodo prima della Pasqua, trovano delle strane ma bellissime uova colorate lasciate nei giardini e nella foresta vicino al paese.

E ogni tanto qualche bambino fortunato, trovava anche un uovo d’oro!

⚜ Fine della fiaba ⚜
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Le uova di Pasqua del coniglietto 🐰

Ma come è nata l’idea di usare le uova di Pasqua?

Il coniglietto di Pasqua è una delle tante leggende che narrano di come sia nata l’usanza di regalare le uova di cioccolato per questa festa. Così, nell’attesa di scartare le uova di cioccolato possiamo raccontare ai bambini una “dolce” storia!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare delle uova di Pasqua del coniglietto!

🔊 Audiofiaba 😴

Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare le uova di Pasqua del coniglietto raccontata da Silvia!

Le uova di Pasqua del coniglietto 🐰 racconto completo


Era il giorno prima della Pasqua, e in tutto il paese si stavano facendo i preparativi per le festa.
In questo piccolo paesino vivevano due bambini, Alfio e Serena, che si volevano tanto bene e stavano sempre insieme.

I due vivevano nello stesso cortile, e da qualche mese avevano iniziato a prendersi cura di un piccolo coniglietto dal pelo tutto rosso e bianco.
Il coniglietto voleva tanto bene ai due bambini, perché lo coccolavano e non gli facevano mai mancare carote e acqua a volontà.

Sapendo che tra poco sarebbe arrivata la Pasqua, il coniglietto voleva regalare ai due bambini qualcosa di speciale.
Andò quindi dalla sua amica gallina, chiedendole se avesse un paio di uova da dargli. Le voleva decorare tutte con righine e fiori per poi darle ad Alfio e Serena.
La gallina gli diede le uova ben volentieri, e il coniglietto iniziò subito a decorarle con mille colori.

Una volta finito di decorare le uova, il coniglietto le guardò tutto soddisfatto, e pensò che sarebbe stata una sorpresa fantastica per i due bimbi!
Però, per fare una sorpresa ad Alfio e Serena, doveva trovare un posto dove tenerle nascoste fino al giorno dopo.
Corse subito nel bosco, lì si ricordava che c’era un piccolo prato fiorito frequentato solo dai piccoli animaletti della foresta.

Quando arrivò al prato sistemò le uova ben riparate in mezzo ai mille fiori colorati che ricoprivano tutto.
Ma su quel prato fiorito stava gustandosi il primo sole di primavera una fata che, vedendo il coniglietto che nascondeva le splendide uova decorate, gli chiese tutta incuriosita cosa stava facendo.
– Sono per i miei due cari amici Alfio e Serena, voglio fare loro una sorpresa per domani che è il giorno di Pasqua – disse il coniglietto.

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Libro da colorare per Bambini Di Pasqua

Libro da colorare per Bambini Di Pasqua

La fata sorrise – sarà sicuramente una bellissima sorpresa! – e guardò il coniglietto andare via tutto contento verso casa.
Poi la fata andò a rimirare le due meravigliose uova decorate, e le venne un’idea.
Al mattino seguente, il coniglietto corse al prato per prendere le due uova da regalare ad Alfio e Serena, ma quale sorpresa lo attendeva quando arrivò!

Il prato era interamente ricoperto da splendide uova decorate del tutto simili alle sue, e ce n’erano talmente tante da farci un regalo a tutti i bimbi del paese!
La fata si avvicinò al coniglietto con in mano le due uova che aveva lui stesso decorato e gli disse.
– Ecco tieni, portale ai tuoi amici, e spero che il piccolo cambiamento che ho fatto gli piaccia.

– Quale cambiamento, a me sembrano identiche a come le ho fatte io… – rispose il coniglietto.
– Sì, fuori sono uguali, non mi sarei mai permessa di toccare la tua opera d’arte, ma dentro ora sono di dolce cioccolato!
Il coniglietto fu tanto sorpreso quanto contento della magia che aveva fatto la fata che non sapeva più come ringraziarla.

– Se vuoi ringraziarmi, dì ai tuoi amici di portare qui tutti i bimbi del paese per festeggiare assieme, sentire le loro voci piene di gioia sarà per me il migliore dei ringraziamenti.
Così il coniglietto corse via a portare le uova ad Alfio e Serena, che quando scoprirono che erano fatte di cioccolato non sapevano più dove nascondere la felicità.

Ma la vera festa fu vedere tutti i bimbi del paese correre al prato fiorito e sedersi a mangiare il loro uovo di Pasqua, mentre nascosta in un angolino una fata dal cuore d’oro si gustava tutta contenta le loro grida di gioia.

⚜ Fine della fiaba ⚜
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com

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La mensola vuota 🤖

Come mai la mensola dei giocattoli è vuota!?

Marco appena vede la mensola dei suoi giocattoli improvvisamente vuota, si preoccupa, ma poi capisce che, con i suoi giocattoli, può far felice chi è meno fortunato di lui.

Questa deliziosa fiaba ce l’ha inviata la piccola Miriam di 6 anni, che l’ha scritta ispirandosi a come Silvia racconta le storie nei suoi video ❤️

La mensola vuota


Cosa fa Marco Appena vede la mensola vuota?

Vediamo cosa succede in questa storia.
Ciao sono Miriam e oggi vi racconto questa storia la mensola vuota.

Marco era un bambino che aveva sempre la mensola piena di giocattoli. Un giorno mentre andava a scuola e studiava e studiava e studiava appena entrato nella sua stanza ha visto la mensola vuota e disse:
– Vediamo cosa dice mia mamma, perché c’è questa mensola vuota?

la mamma disse:
– Perché tu hai troppi giocattoli così li ho messi tutti uno scatolone e li do’ ai poveri.

Marco si decise che i giocattoli non li voleva mettere tutti là dentro in quello scatolone, soprattutto quelli preferiti. No no e no non voleva assolutamente.

Così la mamma disse:
– I giocattoli che non ti piacciono più come quelli per neonati li dai ai poveri.
Così Marco ha deciso di darli ai poveri.

– Questo per te amico povero, e questo amico per te.
Così ha fatto Marco fino a quando ha avuto una moglie e la moglie ha avuto il figlio.

Vi è piaciuta questa fiaba? Allora iscrivetevi al sito di Silvia e William ciaoooo

⚜ Fine della fiaba ⚜
fabulinis ringrazia la piccola Miriam per aver condiviso con tutti noi questa fiaba, semplice ma molto profonda nel significato.

La grande diga 🌊

Il pianeta è ammalato, gli animali del mondo riusciranno a salvarlo?

In questa fiaba breve a sfondo ecologico, tutti gli animali riuniti prendono in mano le sorti del nostro pianeta, e decidono di trovare una “cura” ai danni prodotti dalla troppa plastica che ormai rischia di avvelenare tutti noi.

La grande diga 🌊 storia completa


Un giorno i rappresentanti di tutti gli animali del mondo decisero di riunirsi in una assemblea generale: il pianeta si era ammalato, e la malattia si chiamava “plastica”.
Naturalmente la causa della tragedia era la cattiva condotta dell’uomo, storicamente poco attento al rispetto della natura.
A sollevare la questione erano stati i pesci, poi gli uccelli marini, poi gli orsi polari, le foche, e in poco tempo tutte le specie capirono che dovevano lottare insieme per la sopravvivenza.

Un capodoglio che aveva ingerito grosse quantità di plastica, prima di morire, arenato in spiaggia, aveva sussurrato ad un gabbiano: “salvate il mondo”.
L’uccello, con il cuore spezzato, volò per giorni per diffondere il messaggio del povero cetaceo.
Tutti gli animali capirono che era tempo di unire le forze, e dai poli all’equatore ci fu un movimento epocale, alla ricerca di una misura straordinaria.

La plastica era ovunque, in frammenti, in agglomerati, in grosse isole galleggianti, e avanzava, minacciosa, letale.
Molte creature trovarono la morte in mezzo alla plastica: alcune mentre la combattevano, altre, ignare, mangiandola, altre ancora intrappolate nei sacchetti: era la fine.
Ci fu un grande scompiglio tra gli animali più astuti e intelligenti: i delfini cercarono di insegnare alle altre creature acquatiche a riconoscere il pericolo, gli albatros organizzarono squadre di soccorso e sulla terra, i lupi e le volpi, ormai alleati, pianificarono strategie difensive.

Ma non era sufficiente allearsi e combattere: bisognava estirpare il male.
Tutti i rappresentanti, durante l’assemblea generale, avevano proposto una soluzione.
Gli animali di grossa taglia avevano pensato di trasportare la plastica in un’isola deserta, ma anche quella era una soluzione temporanea, perché le maree avrebbero sparpagliato di nuovo l’immondizia in ogni luogo.
I pesci, rischiando la vita, volevano seppellire la plastica negli abissi, ma anche dal fondo sarebbe emersa, tornado a galla minacciosa.

Gli uccelli volevano impiegare la plastica per fare un enorme nido, ma il pericolo era evidente: i piccoli, una volta schiuse le uova, avrebbero mangiato i frammenti, e avrebbero fatto la stessa fine delle altre vittime.
Le povere tartarughe, con il guscio deformato dalle trappole di plastica, avevano proposto di formare una barriera tra la spiaggia e il mare, ma le onde, con il tempo, avrebbero distrutto tutto.
Le scimmie, ormai esperte nel riutilizzo dei rifiuti, avevano proposto di costruire delle città in plastica, ma anche in quel caso, molti animali potevano rimanere soffocati o intrappolati nelle strutture: del resto gli animali non sono esperti in opere ingegneristiche.

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L'acqua a piccoli passi

L’acqua a piccoli passi

In realtà, come osservò un orso bruno attempato, un animale esperto in ingegneria poteva essere coinvolto: il castoro.
I castori non sono animali famosi per la loro astuzia, per cui non si erano pronunciati durante l’assemblea.
Timidi, simpatici e impacciati, i castori avevano già combattuto una guerra infinita contro il bracconaggio: infatti la loro pelliccia è molto pregiata.

Tuttavia i castori non si erano mai lasciati abbattere, e continuavano senza sosta a costruire dighe principalmente per due motivi: per proteggere le loro tane costruite sull’acqua e per difendersi dai predatori, grazie ai fossati che si formano dalla stagnazione dell’acqua intorno alle strutture.
Gli animali presenti in assemblea proposero di costruire le dighe in plastica non solo per formare una protezione efficiente per le tane che ospitano i castori, ma anche per impiegare tutto quel materiale sparso in ogni angolo della terra.

Il più anziano dei castori, convocato urgentemente in assemblea, abbozzò un progetto: formare una specie di stagno grazie a bottiglie e sacchetti di plastica, poi costruire una rete di canali molto fitta per conservare il cibo da consumare nel periodo invernale e infine articolare le vie di fuga e le varie tane.
Per realizzare un progetto così laborioso i castori avrebbero dovuto contare su tutti gli animali: gli elefanti per trasportare tutto il materiale, i pellicani e i cormorani per raccogliere i sacchetti, tutti i roditori per modellare la plastica cercando di non ingerirla, e tanti altri esemplari per coordinare i lavori in tutto il pianeta.

L’assemblea durò per giorni, fino a quando il re, il leone, che fino a quel momento era stato in silenzio, seduto sul trono, malinconico per quanto stava accadendo al regno animale, posò la sua corona e indossò un elmetto da operaio.
Ci fu un grande stupore per quell’insolito gesto, ma poi il leone sorrise, e con il cuore pieno di fiducia pose la sua grossa zampa sulla spalla del vecchio castoro e disse: “che tutti gli animali possano salvare il mondo, e che la diga sia l’opera più importante della storia”.

Passarono di lì alcuni uomini, minacciosi, con un fucile in mano: avevano visto tutti quegli animali e volevano portare a casa dei trofei.
Uno di loro, però, fece un passo indietro vedendo un leone con l’elmetto da operaio in compagnia di un vecchio castoro, e cercò di capire.

Per un uomo non è facile cogliere tanto amore in un solo gesto, riconoscere l’umiltà di un re che ripone la sua fiducia in un goffo roditore con la coda larga e piatta, notare che gli attriti tra creature diverse possono essere messe da parte per qualcosa di tanto importante come la sopravvivenza.

I suoi compagni alzarono il fucile, e allora il leone si mise davanti al castoro, per fare scudo con il suo corpo.
Solo allora gli uomini si fermarono, pronti ad ammirare tanto coraggio.
Faceva caldo, tanto caldo.
Prima di andare via, tirarono fuori dell’acqua dagli zaini, e una volta dissetati, consegnarono le bottiglie di plastica ai castori.

⚜ Fine della fiaba ⚜
fabulinis ringrazia Rossana Costantino per aver condiviso con tutti noi questa bella fiaba a sfondo ecologico.

La volpe e l’uva 🦊🍇

La volpe vuole l’uva appesa in alto sul tralcio di vite, ma anche saltando non ci arriva…

La volpe e l’uva è una favola famosissima, che può dare un insegnamento molto importante: non bisogna disprezzare qualcosa solo perché non lo si può ottenere, come fanno le persone che non ammettono di non riuscire in qualcosa.

Capita a tutti di fallire in qualcosa, ma non per questo bisogna svalutare le cose, o peggio le persone, per dei limiti che sono solo nostri. Piuttosto sarebbe meglio impegnarsi di più per raggiungere l’obiettivo, con molta pazienza e umiltà.

Questa favola breve scritta in origine da Esopo è arrivata a noi grazie anche a Fedro e a mille versioni successive, questa è la nostra versione.

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare della volpe e l’uva!

🔊 Audiofiaba 😴

Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare la volpe e l’uva raccontata da Silvia!

La volpe e l’uva 🦊🍇 storia completa


C’era una volta una volpe che vagava tranquilla per il bosco. Aveva appena bevuto ad un ruscello e si stava avventurando in cerca di cibo verso i campi coltivati, appena fuori dal paesello vicino.

Era già mattina inoltrata, e la fame iniziava a farsi sentire con sonori brontolii provenienti dal pancino.
Ad un certo punto, dopo aver camminato per un po’, vide una bella vigna piena di bellissimi grappoli d’uva.

La volpe controllò che non ci fossero pericoli in vista e si avvicinò furtiva ad uno dei grappoli, quello che le sembrava più vicino.
Non c’era nessuno nelle vicinanze. Era il momento perfetto per fare un bel salto e prendersi il grappolo d’uva!

La volpe quindi prese la rincorsa e… hop! Fece un balzo cercando di afferrare coi denti il grappolo, ma niente: non ci arrivò.
La volpe allora prese un po’ più di rincorsa e hop! Fece un altro balzo, ma anche questo non era abbastanza alto per riuscire ad arrivare al grappolo d’uva.
La volpe allora provò a prendere una rincorsa ancora più lunga e hop! Niente, non arrivò a prendere il grappolo d’uva.
Intanto il suo pancino brontolava sempre più dalla fame.

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Favole di Esopo. Ediz. illustrata

Favole di Esopo. Ediz. illustrata

La volpe provò e riprovò. Le mancava sempre un soffio per prendere il grappolo d’uva ma non c’era verso, non riusciva ad arrivarci.
Stremata dalla fatica e dalla fame, la povera volpe guardò se nella vigna c’erano altri grappoli, magari più bassi, da poter prendere. Ma niente, erano tutti più in alto di quel grappolo che lei aveva cercato con tutte le sue forze di acciuffare.

La volpe diede un ultimo lungo sguardo al bel grappolo d’uva che tanto aveva sognato di mangiare, e per non ammettere di non essere riuscita nella sua impresa, si disse:
– Meglio così, tanto di sicuro quel grappolo era ancora acerbo e mangiarlo mi avrebbe solo fatto venire mal di pancia! – anche se sapeva benissimo che non era vero.

Così, sconsolata e ancora più affamata, ritornò con la coda tra le gambe nel suo boschetto. Si mise a caccia di qualcos’altro da mangiare, cercando questa volta di adocchiare qualcosa che avrebbe sicuramente preso.

Morale della favola: è facile e tipico di chi è arrogante disprezzare ciò che non si può avere. Meglio impegnarsi con molta umiltà per ottenerlo o trovare un’altra soluzione.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com

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Il bambino che parlava con la Luna 🌙

Non si è mai veramente soli, basta alzare lo sguardo e usare la fantasia

Questo racconto notturno perfetto come fiaba della buonanotte, parla di un bimbo che guarda la luna fuori dalla finestra e inizia ad osservarla e parlare insieme a lei raccontandole una favola.

fabulinis ringrazia Armando e Paola (la maestra Paola) Goldin per aver condiviso con noi questo racconto, che speriamo vi piaccia tanto quanto è piaciuto a noi!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba del bambino che parlava con la luna:

Il bambino che parlava con la Luna 🌙 storia completa


In una città qualunque, in un palazzo qualunque, viveva un bambino che si sentiva solo perché non aveva fratelli e nel suo palazzo non vi erano bambini che lui conoscesse con cui giocare.
Così, una sera in cui si sentiva più solo del solito si mise a guardare fuori dalla finestra della sua camera e tutto ad un tratto fu attratto da una luce: quella della luna! Una falce di luna!

Incuriosito cominciò a fissarla e la luna gli tenne compagnia con la sua aura argentata.
Ad un certo punto un bruco fece capolino sulla luna e, strisciando, si acciambellò su se stesso formando un occhio (sembrava che la luna avesse un occhio solo) e tutto ciò fece sorridere il bambino.

Il giorno dopo e nei giorni successivi il bambino si mise sempre a guardare la luna dalla finestra e, a mano a mano che lei cresceva, sembrava quasi che venisse fuori un viso perché, ad un certo punto, invece che un bruco, se ne presentarono due che appallottolati diventarono due occhi e, poco dopo arrivò un terzo bruco che si mise per lungo formando una specie di sorriso nella luna e questo confortava il bambino che iniziava a sentirsi meno solo e, per ringraziare la grande luna, una sera decise di raccontarle una storia.

“Questa è la storia del treno dei desideri” iniziò il piccolo. “È un treno che fa un lungo viaggio e ogni paese che lui attraversa ha un nome speciale: felicita’, amicizia, amore, rispetto, condivisione, gioia…
Ad ogni stazione si può esaudire un desiderio.
Il capotreno quando il treno si ferma, consegna ai viaggiatori una busta contenente un desiderio, così, alla fine del viaggio, anziché essere triste sei felice perché ricco di desideri esauditi!”
“Sarebbe bello” disse il bambino sospirando “ che esistesse davvero un treno del genere”.

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Luna. Ediz. a colori

Luna. Ediz. a colori

La luna , a quel punto, chiese al bambino quale fosse il suo più grande desiderio “Non essere mai più solo” rispose il piccolo e lei lo invitò a guardarsi intorno e… lui vide le luci delle camere da letto degli altri palazzi tutte accese e tanti bambini e bambine che lo salutavano .

Anche la luna ringraziò il bambino: “mi sentivo tanto sola anche io, non avevo le stelle vicino ed ero sempre triste; poi sei arrivato tu e mi hai fatto tornare il sorriso!”
Infatti i tre bruchi altro non erano che il risultato della fantasia del bambino! Lui aveva desiderato di poter parlare con la luna e il capotreno lo aveva sentito provvedendo ad esaurire i suoi desideri

La sera dopo la luna sorrideva:anche lei era felice perché il cielo era pieno di stelle e da allora non si sentì mai più sola e il bambino trovò tantissimi amici lungo il suo cammino e, diventato grande, diventò il capotreno più gentile al mondo.

⚜ Fine della fiaba ⚜
Ringraziamo Armando e Paola (la maestra Paola) Goldin per aver condiviso con noi questa tenera fiaba.


L’Uovo di gallina di Pasqua 🐔

A volte nelle uova di Pasqua c’è una sorpresa inaspettata!

Bastano dei piccoli e semplici gesti di condivisione per far felici i bambini, magari solo un po’ più sfortunati degli altri.

L’Uovo di gallina di Pasqua 🐔

C’era un uovo che era stato lasciato dalla gallina in una zona appartata del fienile. Lo aveva lasciato lì di proposito perché era straordinariamente grande, diverso dagli altri.
E sapeva che, come tutte le cose diverse doveva essere isolato, non far parte del gruppo.

Questo è quello che pensava la gallina. Non era poi successo così anche alla sua amica anatra? Non aveva uno degli anatroccoli, il più brutto, che aveva lasciato di proposito mamma e fratelli perchè lo insultavano sempre? Era troppo grosso e diverso. Proprio come il suo uovo!

E l’odiosa e dispettosa gatta, non aveva messo da parte un piccolo gattino perchè il suo istinto lo credeva malato?
E la coniglietta, che dopo aver partorito è stata con loro solo due minuti per allattarli. Eh sì, lei dice che lo ha fatto per proteggere i piccoli, così la tana resta segreta.  Ma a chi la vuole dare a bere?
E l’odiosa aquila, che ogni tanto arriva dalle montagne sorvolando sopra le loro teste facendole scappare tutte. A volte però riusciva ad afferrare al volo qualche animale e lo portava via con gli artigli: si dice che lasci che i figli si azzuffino tra di loro senza intervenire. Poverini!

Insomma, avrebbe potuto raccontarne tante altre di storie che aveva visto in prima persona in cascina, quindi anche lei doveva fare qualcosa.
E lo fece, aveva contribuito mettendo da parte il suo uovo diverso. Ma era in fin dei conti una buona mamma, quindi lo depose nella paglia, al morbido, in una zona più fresca, in alto, in modo che altri animali non se ne cibassero.
Di più non poteva fare, affidava tutto al destino. Il suo compito era finito.

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Caccia alle uova di Pasqua. Poppy e Sam.

Caccia alle uova di Pasqua. Poppy e Sam.

Sta di fatto che quel giorno fosse Pasqua e, nel pomeriggio, tutti i bimbi del vicinato chiesero al padrone della cascina se potevano fare una festa nel fienile, portando tutte le uova ricevute in dono e giocando con le varie sorprese contenute. L’uomo acconsentì, ben sapendo che gli avrebbero lasciato tutte le carte e la paglia sparpagliata qua e là. Figuriamoci se non avessero giocato a buttarsela addosso. Ma In fin dei conti era Pasqua!

Al pomeriggio ecco che un frotta di bimbi arrivarono, chi con uno chi con due o più uova. Sarebbe stata una grande festa!
Il figlio del contadino non potette partecipare perché era povero, non aveva ricevuto nemmeno un uovo. Che figura avrebbe fatto ad entrare? Da mendicante, e lui non voleva questo. Stette in disparte a sbirciare e vide tirar fuori dalle uova tanti giochi. Ma lui avrebbe preferito prima mangiarsi un uovo di cioccolata intero, poi i giochi.

I ragazzi, una volta finito con le uova fecero quello che il padrone aveva pensato: giocare con la paglia. Ma mentre fecero questo chi trovarono? Il nostro grande uovo di gallina! Meravigliati dalla grossezza lo esaminarono tutti e a uno di loro, il più giudizioso, venne in mente che il figlio del contadino non era con loro, e sapevano che era molto orgoglioso per accettare di condividere con lui le uova di cioccolato ma…

In cerchio, perché lui non vedesse (lo avevano intravisto che sbirciava), presero dolcemente l’uovo di gallina, lo pulirono bene, e, con i pezzetti di cioccolato avanzati fecero un mosaico attorno al guscio: diventò così un bellissimo uovo di cioccolato variopinto. Cioccolato nero fondente, al latte, bianco, alla nocciola. Lo avvolsero nella carta più bella che avevano e lo chiamarono. Entrato gli diedero il suo uovo, visto che la gallina era sua. Non poteva così rifiutarlo!

Lo apri delicatamente, e, meraviglia, anche lui aveva il suo Uovo di Pasqua, molto particolare e dentro c’era un pulcino.
Che bellissimo regalo. Ma la sorpresa maggiore fu capire che aveva tanti amici e non lo immaginava.

Adesso anche lui e il suo pulcino potevano unirsi con loro a giocare.
Che bella Pasqua!

⚜ Fine della fiaba ⚜

Copyright del Testo © Lulù Barabino

Chi sono

Lulù - fabulinis.com

Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

www.tiraccontounastoriablog.com

Il funghetto vanitoso 🍄

Essere troppo vanitosi può portare molto presto alla solitudine, così Funghetto ha deciso di cambiare…

C’è un bosco incantato dove vive un Funghetto molto vanitoso, ma nessuno dei suoi amici ormai lo sopporta più… per fortuna Funghetto si accorge che la sua vanità non lo rende migliore, anzi…

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba del funghetto vanitoso:

Il Funghetto vanitoso 🍄 storia completa


C’era laggiù, lontano nel bosco di Biù un Funghetto piccino e grazioso, col gambo bianco, il cappello marrone un po’ spiovente e la punta più chiara come se fosse stato intinto nel latte.
Funghetto però non era molto contento, poiché era talmente piccino da non essere mai notato dalle Fatine della Rugiada.

Anche lui avrebbe voluto avere il cappello adornato di perline luccicanti, come gli altri suoi compagni, loro erano più alti o avevano cappelli più grandi e colorati, e le fatine accorrevano leste leste a fare le loro meraviglie.

Un giorno Funghetto brontolò cosi tanto ma cosi tanto che la regina delle fate andò da lui e gli chiese cosa c’era che lo rendeva cosi scontento.
Funghetto le raccontò tutto, alla fine la regina tacque e rimase in silenzio.
Poi chiese a Funghetto se sarebbe stato disposto a cambiare per riuscire ad essere notato dalle Fatine della rugiada, subito questo rispose che si, era prontissimo!

E balibbalò, tira un po’ qui, alza un po’ lì, in una nuvola di brillante polvere magica il piccolo funghetto era divenuto un bel fungo alto, dal cappello rosso sgargiante, puntinato di macchioline bianche, lucido come le mele al sole!
Funghetto era talmente contento che non vedeva l’ora fosse il mattino seguente per avere le sue goccioline di rugiada.

Al sorgere del sole infatti, quando le fatine giunsero videro subito quel magnifico fungo rosso e accorsero, adornandolo con una miriade di piccole gocce risplendenti, dorate alla luce dell’aurora.

Funghetto si vedeva talmente bello che si pavoneggiava con tutti, mostrando a chiunque passasse di lì quanto fosse brillante il Suo colore, quanto fosse candido il gambo, oppure quanto perfette e lisce le lamelle sotto al cappello.
S’era gonfiato talmente tanto che… si era gonfiato veramente!

Era diventato Cicciotto e ingombrante.
Insomma tutti quelli che passavano di lì non ne poterono più, così cominciarono a cambiare strada: le sue amiche formichine che tutti i giorni in fila indiana gli passavano accanto si spostarono, anche le coccinelle, che si posavano sugli steli d’erba vicino per scambiare due chiacchiere non tornarono più, e cosi tutti gli altri.

Funghetto era rimasto solo.
Nessuno parlava più con lui perché aveva dimenticato quando un tempo chiacchierava con loro solo per il piacere di farlo, scambiandosi gentilezze e chiedendo anche solo semplicemente come andava la giornata.

Funghetto si disse che la sua vita di prima, in fondo in fondo non era poi così male, aveva avuto così tanti amici… che ora senza di loro si sentiva terribilmente solo.

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L'astuccio del signor Biù, di Isabella Sanfilippo

L’astuccio del signor Biù, di Isabella Sanfilippo

Ma si vergognava a chiamare la regina e chiederle aiuto una seconda volta, quindi stette zitto in silenzio, cercando di farsi più piccolo e invisibile possibile, anche se sapeva che c’era ben poco da fare: ormai era talmente paffuto e gonfio che era impossibile non notarlo.
– Ah! Quanto mi manca essere un piccolo funghetto, dal cappelluccio spiovente e dalla punta color latte… – pensò.

Un giorno passò di li un’ape e si soffermò accanto a Funghetto per pulirsi le antenne.
Funghetto avrebbe voluto fare quattro chiacchiere ma non ne aveva più il coraggio, sicché l’ape visto che non parlava gli chiese perché fosse così silenzioso:
– Sei forse timido?

L’altro non rispose, ma quella era un’ape curiosa come se ne vedono in giro di solito e quindi non si arrese: come poteva lui, un bel fungo rigoglioso essere tanto modesto.

– Sei forse troppo bello per rispondere?
Alla fine Funghetto capitolò e spiegò a gran singhiozzi il perché fosse così taciturno … e non certo perché era troppo bello!
E ad ogni singhiozzo si faceva sempre più grassoccio, sempre giù tondo…
– Hic! Hic!

A quelle parole, vedendo il funghetto singhiozzare e rattristarsi come non mai, l’ape venne circondata da una nuvola di mille colori.
Quando la nube si dissipò ecco che al posto dell’ape c’era la bellissima Regina delle fate.

Funghetto rimase sbalordito, non si era proprio reso conto che era sempre stata lei fin dall‘inizio.
Si fece coraggio e con la sua vocina chiese scusa alla regina; le disse che non pensava gli sarebbe mancato così tanto essere quel piccolo funghetto marrone dal gambo bianco, e che forse, la rugiada come ornamento era davvero cosa di poco conio.

La regina rispose che lo aveva accontentato solo per mostrargli quanto fosse preso dal rendersi bello davanti a tutti, a tal punto che si era scordato degli amici.
Non avevano bisogno di vederlo impreziosito da alcun gioiello, per loro lui era bello e interessante al medesimo modo, forse anche di più!

– Le mie amiche formichine e le mie amiche coccinelle! – sospirò il Funghetto.
La Regina delle fate si intenerì, capì che Funghetto aveva imparato la lezione e quindi…
Balibbalo’, tira un po’ qui, tira un po’ lì, ecco che funghetto ritornò come prima!

Non esistono parole per descrivere quanto fosse felice, aveva ancora il suo corto gambo bianco e la punta del cappellino color latte.
Promise che mai e poi mai avrebbe più voluto essere ciò che non era.

Tutti i suoi amici ritornarono, risero e scherzarono ancora insieme, circondandolo di abbracci e affetto, e poté quasi toccare il cielo da tanto era felice.

Ma aspettate un po’… a toccare il cielo dalla felicità… Funghetto, più alto di un pollice si ritroverà.
Ogni Fatina Rugiada orbene lo vedrà e di goccine luccicanti Funghetto si rivestita.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️
fabulinis ringrazia di cuore l’amica Isabella Sanfilippo per aver condiviso qui con noi la sua bella fiaba.

La bacca dell’eternità 🌱

Perchè passare del tempo a litigare quando ci si può aiutare tutti quanti a vicenda?

L’insegnamento che ci vuole dare La bacca dell’eternità, scritta dal piccolo Marco, è molto chiaro: perdere tempo a litigare è assolutamente inutile, molto meglio parlarsi, fare pace e aiutarsi a vicenda.

Noi di fabulinis ringraziamo Marco e la sua mamma Luciana che hanno voluto condividere questa bellissima fiaba.

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba della bacca dell’eternità:

La bacca dell’eternità 🌱 storia completa


Tanto tempo fa, nella parte più fitta dei boschi dell’appennino Tosco-Emiliano, vivevano maghi, streghe, folletti e troll.
Questi purtroppo, vivevano sempre in lotta perché ognuno di loro voleva per sé l’unica bacca della grande quercia, che avrebbe dato la vita eterna a chiunque l’avesse mangiata in una notte di luna piena.

I maghi, che erano bravi e amavano la natura e tutti gli esseri viventi, erano aiutati dagli elfi e dai folletti.
Mentre le streghe, cattive, egoiste e che pensavano solo a sé stesse, erano aiutate dai trolls che le amavano perdutamente.

In una notte di luna piena, durante una delle battaglie che si svolgevano a colpi di bacchette magiche, spade, pugni e tranelli, scoppiò un terribile temporale, come non se ne vedeva da molto tempo.
Tuoni, fulmini, lampi e grandine, non si capiva più niente, il vento spazzava via ogni cosa, sembrava che la natura si fosse definitivamente stancata di quelle inutili battaglie.
Poi, un fulmine colpì la grande quercia, che prese fuoco e bruciò insieme alla sua bacca della vita eterna.

Tutti, maghi, streghe, folletti e troll si fermarono, finalmente capirono che non esisteva la vita eterna, ma che tutto ha una fine.
Da allora vissero in pace, aiutandosi a vicenda.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️
fabulinis ringrazia di cuore il piccolo Marco, che ha scritto la fiaba, e la sua mamma Luciana per averla condivisa con noi.

Gli scioglilingua 😝

Gli scioglilingua, detti anche scioglilingue, sono delle frasi che intenzionalmente mettono in difficoltà la nostra capacità di pronunciarle.
Il bello degli scioglilingua infatti è sfidare sè stessi a pronunciarli il più velocemente possibile senza fare errori… ma il divertimento sta proprio quando si inciampa e ci si aggroviglia tra le parole.
Prova anche tu da solo o insieme ai tuoi amici!

    Gli scioglilingua più famosi

  • Trentatré trentini entrarono a Trento, tutti e trentatré trotterellando.
  • Li vuoi quei kiwi? E se non vuoi quei kiwi che kiwi vuoi?
  • A quest’ora il questore in questura non c’è.
  • Treno troppo stretto e troppo stracco stracca troppi storpi e stroppia troppo
  • Una platessa lessa lesse la esse di Lassie su un calesse fesso.
  • Ma fossi tu quel barbaro barbiere che barbassi quella barba così barbaramente a piazza Barberini.
  • Se oggi seren non è, doman seren sarà, se non sarà seren si rasserenerà.
  • Tito, tu m’hai ritinto il tetto, ma non t’intendi tanto di tetti ritinti.
  • Una rana nera e rara sulla rena errò una sera.
  • Assolto in assise l’assassino dell’assessore di Frasassi in missione segreta a Sassari.
  • Eva dava l’uva ad Ava, Ava dava le uova ad Eva, ora Eva è priva d’uva mentre Ava è priva d’uova .
  • Sul tagliere gli agli taglia non tagliare la tovaglia la tovaglia non è aglio se la tagli fai uno sbaglio.
  • Forse Pietro potrà proteggerla.
  • Caro conte chi ti canta tanto canta che t’incanta.
  • Chi ama chiama chi ama, chiamami, tu che chi ami chiami. Chi amo chiamerò se tu non chiami.
  • In un pozzo poco cupo si specchiò una volta un lupo, che nel cupo pozzo andò a sbattere di cozzo con un cupo tonfo fioco da smaltire a poco a poco e credette di azzanare un feroce suo compare, ma rimase brutto e cupo il feroce lupo
  • Filastrocca sciogligrovigli con la lingua ti ci impigli ma poi te la sgrovigli basta che non te la pigli
  • Filo fine dentro il foro, se l’arruffi non lavoro, non lavoro e il filo fine fora il foro come un crine.
  • Guglielmo coglie ghiaia dagli scogli scagliandola oltre gli scogli tra mille gorgogli.
  • Ho in tasca l’esca ed esco per la pesca, ma il pesce non s’adesca, c’è l’acqua troppo fresca. Convien che la finisca, non prenderò una lisca! Mi metto in tasca l’esca e torno dalla pesca.
  • Sa chi sa se sa chi sa che se sa non sa se sa, sol chi sa che nulla sa ne sa più di chi ne sa.
  • Sopra la panca la capra campa, sotto la panca la capra crepa.
  • Sotto un cespo di rose scarlatte offre il rospo té caldo con latte. Sotto un cespo di rose paonazze tocca al rospo sciacquare le tazze.
  • Stiamo bocconi cogliendo cotoni, stiamo sedendo cotoni cogliendo.
  • Quanti rami di rovere roderebbe un roditore se un roditore potesse rodere rami di rovere?
  • Il cuoco cuoce in cucina e dice che la cuoca giace e tace perché sua cugina non dica che le piace cuocere in cucina col cuoco.

Scioglilingua simili tra di loro

  • A che serve che la serva si conservi la conserva se la serva quando serve non si serve di conserva?
  • A che serve una serva che non serve? Manda la serva che non serve da chi si servirà di una serva che non serve e serviti di una serva che serve.
  • Porta aperta per chi porta, chi non porta parta pure per la porta aperta, poco importa.
  • A chi porta porta aperta, a chi non porta porta aperta non importa.
  • Mi attacchi i tacchi tu che attacchi i tacchi? Io attaccarti i tacchi a te? Attaccati te i tuoi tacchi tu che attacchi i tacchi!
  • Ti che te tacchet i tacc’, tacchem i tacc’! Chi?! Mi, taccat’ i tacc’ a ti, che te tacchet i tacc’. taccheti ti i tó tacc’, ti che te tacchet i tacc’.

Scioglilingua basati su una simmetria della frase

  • Tigre contro tigre
  • Tre tigri contro tre tigri
  • Apelle figlio d’Apollo fece una palla di pelle di pollo, tutti i pesci vennero a galla per vedere la palla di pelle di pollo fatta da Apelle figlio d’Apollo.
  • Sono un setaccia sassi, ho un setaccio di sassi setacciati e un setaccio di sassi non setacciati, perché sono un setaccia sassi.
  • Andavo a Lione cogliendo cotone, tornavo correndo cotone cogliendo.
  • Figlia, sfoglia la foglia sfoglia la foglia, figlia.
  • Il Papa pesa e pesta il pepe a Pisa, Pisa pesa e pesta il pepe al Papa.
  • Pisa pesa e pesta il pepe al papa; il papa pesa e pesta il pepe a Pisa.
  • Al solstizio il Sol sta, sol stando; sol stando il Sol sta al solstizio!
  • Nel giardin di don Andrea don Anton cogliea coton, nel giardin di don Anton don Andrea coton cogliea.
  • Scopo la casa, la scopa si sciupa; ma, se non scopo sciupando la scopa, la mia casetta con cosa la scopo?
  • Porte aperte per chi porta; chi non porta parta, pur che non importa aprir la porta.
  • Regna il ragno dentro il buco, nella mela regna il bruco, nella mela il bruco regna, dentro il buco il ragno regna.

Scioglilingua basati sui numeri

  • Due tazze strette in due strette tazze
  • Tre stecchi secchi in tre strette tasche stanno.
  • Tre fiaschi stretti stan dentro tre stretti fiaschi, ed ogni fiasco stretto sta dentro lo stretto fiasco.
  • Tré tozzi di pan secco in tré strette tasche stanno in tré strette tasche stan tré tozzi di pan secco
  • Sopra quattro rossi sassi quattro grossi gatti rossi.
  • Sette zucche secche e storte stanno strette dentro al sacco
  • Stanno stretti sotto i letti sette spettri a denti stretti.
  • Nove navi nuove navigavano.
  • Nell’anfratto della grotta trentatré gretti gatti si grattano

Scioglilingua che parlano di pozzi e pazzi…

  • Dietro il palazzo c’è un povero cane pazzo, chi darà un pezzo di pane a quel povero pazzo cane.
  • Sopra al terrazzo, c’è un cane pazzo, te’ pazzo cane, sto pezzo di pane.
  • Dentro quel palazzo c’è un povero cane pazzo, date un pezzo di pane a quel povero pazzo cane.
  • Quel pazzo ha rubato un pizzo prezioso con un pezzo di pizza in un pozzo.
  • Al pozzo dei pazzi c’era una pazza che lavava pizzi e pezze. Andò un pazzo, prese la pazza e buttò nel pozzo la pazza, i pizzi e le pezze.
  • Al pozzo di santa Pazzia protettrice dei pazzi c’è una pazza che lava una pezza. Arriva un pazzo con un pezzo di pizza e chiede alla pazza se ne vuole un pezzo. La pazza rifiuta, il pazzo si infuria e butta la pazza la pezza e la pizza nel pozzo di santa Pazzia protettrice dei pazzi.
  • Al pozzo di Santo Patrizio, ci va una pazza a lavare una pezza, arriva un pazzo con un pezzo di pizza, offre la pizza alla pazza, la pazza rifiuta, il pazzo s’adira, prende la pizza, la pazza, la pezza, le butta nel pozzo di Santo Patrizio.


Filastrocche sulla primavera 🌼

Le filastrocche che profumano di sole e prati fioriti.

Queste divertenti filastrocche ispirate alla primavera e tutto quello che ci ruota attorno, vi terranno compagnia fino all’arrivo dell’estate. Ma ora godetevi la dolcezza e la poesia delle simpatiche filastrocche di Lulù.

La primavera e l’inverno 🌼⛄

La primavera è una bella signora
con tante collane e una corona
fatta di semi e tanti fiori
una miriade di svariati colori.

Arriva correndo in compagnia
del sole e del vento, in armonia.
Vuole portare tanta allegria
mentre l’inverno deve andar via.

Le passa davanti un bel ragazzino
che sta correndo col suo motorino
Ha anche il casco, è molto eccitato
e sta correndo lungo un fossato.

Vede passare una coppietta
lui che va piano ma lei che va in fretta.
Un picnic vogliono fare
poi mettersi a l sole a crogiolare.

Incontra una donna con un cagnolino
che gioca a palla nel suo giardino.
Tutti vorrebbero poter uscire
e il calor sul corpo sentire.

Ma qualcuno non è fortunato
ed è in casa molto ammalato.
Il signor inverno se ne deve andare
per molto tempo a riposare.

Lei è molto amica del caro inverno,
lui è un vecchio ed ha il cappello,
la barba bianca come la neve
e il suo passo è proprio greve.

Egli ama la bella signora
dai lunghi capelli e una bella chioma,
dalla risata accattivante
che lo fa “sciogliere” sempre all’istante.

Fece di tutto per non andar via,
voleva stare in sua compagnia.
Ecco, diciamo che è innamorato
della fanciulla che gli toglie il fiato.

Ma egli ben sa che non deve sperare,
è troppo vecchio, si deve rassegnare.
Per la primavera egli è un caro fratello,
anche se in fondo una volta era bello.

Ma non ci vuole proprio pensare
È giunta l’ora, lo deve salutare!

Maggio 🌞

Eccoci a Maggio, il mese del sole,
di verdi prati per far capriole.
I fiori sono di tanti colori,
per tutti i gusti e tutti i cuori.

Il vento intenso fa dondolare
le fronde degli alberi, lo senti arrivare…
I nidi sui rami stan quasi cadendo
mentre le uova si stanno schiudendo.

La primavera è proprio strana,
un po’ caldo e freddo nella stessa settimana.
Se c’è il sole si sta bene fuori
ma con le nuvole mettiamo i maglioni.

Se poi piove è tutto un pantano,
le rane nei fossi si danno la mano.
Si danno la mano per far un girotondo,
per loro la pioggia è la fine del mondo!

Ma adesso che vi ho parecchio annoiata
con una filastrocca non proprio azzeccata,
auguro a tutti una bella giornata.
Col sole o con il vento la primavera è arrivata!

La farfalla innamorata 🦋

Volteggia leggera,
si posa su un fiore
e hanno quasi
lo stesso colore.

Sbatte le ali,
vuol corteggiare
quell’esile fiore,
ha bisogno di amare!

Il fiore la osserva
e la sente pesare
sull’esile stelo
“Ma se ne vuole andare?

Ero felice,
mi godevo il sole
e questa farfalla
quasi marrone

mi sa che non mi vuole
proprio lasciare,
ma ha capito
che non c’è niente da fare?

Lei è una farfalla
io sono un fiore
e tra noi due
non può sbocciare l’amore.

Posso darle riparo,
farla riposare,
ma non c’è altro
che io possa fare!”

La farfallina
allora ha capito,
il piccolo fiore
può esser solo suo amico.

No, non si può accontentare,
lei cerca l’amore
che lui non può dare.

Con molta tristezza
e un velo nel cuore
riprende il suo viaggio
in cerca d’amore!

La natura incontrollata ⛈

C’era il sole lassù nel cielo
anche se questi non era sereno,
dall’altra parte c’era la luna
la sua presenza era inopportuna.

Ecco di corsa arrivare le stelle
erano tante ed erano belle.
Facevano però una confusione
in un contesto senza ragione.

Ma cosa stava succedendo nel cielo,
era sereno o pioveva davvero?
E come mai la neve imbiancava
quel terreno che la gente lavorava?

Passarono insieme moltissimi uccelli,
alcuni brutti alcuni belli.
Non si capiva proprio più niente,
c’era qualcosa di imminente.

Era sbagliata la confusione
che c’era in cielo, non c’era ragione.
Ognuno lassù era fuori posto,
se c’era la luna il sole è nascosto
e se pioveva non c’eran le stelle,
sembrava che ognuno fosse ribelle.

Ecco era marzo, il pazzerello,
quello del sole e dell’ombrello,
quello che a volte fa nevicare
e il raccolto danneggiare.

Era arrivata la primavera
e sulla terra ognuno spera,
in belle giornate di sole o di pioggia
solo così la natura s’invoglia
di dare frutti, un buon raccolto,
le camminate quando il sole è già sorto.

Allora il Signore lassù nel cielo
si diede da fare e in un baleno
tutto fu bene sistemato
e il Signore tirò di fiato!

Il trattore verde pisello 🚜

Ho visto un trattore
sfrecciare lontano.
andava veloce
però contromano.

Il suo colore
era verde pisello
disegnato sul cofano
un bel pipistrello.

Correva per strada
e infine nei prati
e i miei occhi
eran incantati.

Volevo salire
sul grande trattore,
volevo guidare
a tutte le ore.

Di giorno, di notte
non era importante
bastava guidare
per sentirmi grande.

Mi avvicinai
allora pianino,
guardai su in alto,
ero proprio piccino!

Chi lo guidava
era un gran omaccione,
mi diede uno sguardo
mi fece terrore.

Tornai allora a casa,
presi i miei giochi
e ve lo assicuro,
non erano pochi.

Presi il trenino,
le mie macchinine
e il mio trattorino
con le ruote piccine.

Avevo anch’io
la mia fattoria
con tanti animali
e chiesi alla zia:

“Ti prego, giochiamo
io prendo il trattore,
le mucche, le pecore
il vecchio furgone.”

Giocammo insieme
per tantissime ore.
Da grande, sicuro
avrei fatto il fattore!

Copyright dei Testi © Lulù Barabino


Chi sono

Lulù - fabulinis.com

Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

www.tiraccontounastoriablog.com


Filastrocche sulla Pasqua 🐇🐣

Le filastrocche di Pasqua divertenti e simpatiche.

Questa filastrocca per bambini è ispirata ad uno dei momenti più golosi dell’anno, quello di Pasqua, dove le uova di cioccolato riempiono di allegria e colore le nostre case, e fanno felici i bambini.
Questa filastrocca l’ha scritte Lulù, con la sua solita leggerezza e simpatia.

L’uovo di cioccolato con sorpresa 🥚

Sopra un uovo di cioccolato
un uccellino si era posato,
non si capiva cosa volesse fare
e intanto lui cominciò a beccare.

Passò li vicino un bel bambino
e vide l’uovo con su l’uccellino,
non riusciva proprio a capire
da dove quell’uovo potesse venire.

No, non gli era mai capitato
di vedere un uovo di cioccolato
con sopra la mamma che lo covava:
che cosa strana che gli capitava!

Andò dai suoi amici a raccontare
e tutti insieme magari sperare
in un qualcosa di eccezionale,
tutti i giornali ne potevan parlare.

Chissà cosa si poteva trovare
dentro quell’uovo, non tanto normale.
A bocca aperta stettero a guardare
mentre l’uccello continuava a beccare.

Oh, che bel botto, ecco, si è rotto,
ma dentro, ahimè, c’era un fagotto
con dentro un sacchetto di palline,
erano tante, tutte piccine.

Un po’ delusi ma ugualmente contenti
se le spartirono, erano venti,
quello che avevan a lungo sperato
in un momento si era dileguato.

Copyright dei Testi © Lulù Barabino


Chi sono

Lulù - fabulinis.com

Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

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Lola e Margherita 🌼

Lola è triste ma la sua nuova amica Margherita sa come fare per farla tornare felice!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba della storia del signor tempo:

Lola e Margherita 🌼


C’era un sole meraviglioso e caldo quella mattina, si sentivano voci di bambini e mamme allegre. Margherita uscì nel bosco.
Dovete sapere che Margherita era un fiore speciale. Non era una una normale margherita con i petali bianchi, i suoi petali erano tutti colorati ed erano magici. La sua mamma le aveva infatti appena confidato che dai suoi petali Margherita poteva sprigionare una polvere magica per attirare l’attenzione dei bambini che incontrava e, parlando con loro, avrebbe potuto rallegrarli se erano tristi. Margherita non vedeva l’ora di provare!

C’era tranquillità nell’aria, una tranquillità che contagiò anche Margherita fino a che, però, vide una bimba un po’ triste che camminava. Aveva una bella maglia verde, pantaloni rosa, uno zaino tutto colorato e un paio d’occhiali verdi proprio come la sua maglietta. Margherita continuando ad osservarla pensò, tra sé e sé, che magari quella bambina così carina era un po’ triste perchè non aveva molta voglia di andare a scuola. Così decise che avrebbe aspettato prima di parlare con lei.

Passarono un po’ di giorni ed ecco che si ritrovò la stessa bimba davanti agli occhi ed era ancora triste.
Margherita pensò alle parole che le aveva detto la sua mamma e decise di far uscire la polverina magica. Incrociò subito lo sguardo della bimba. Lei incuriosita cercò di capire da dove venissero tutti quei puntini luminosi. Si guardò intorno e vide questo fiore bellissimo, tutto colorato, un po’ come i suoi vestiti. Decise di avvicinarsi per toccarlo e così “MAGIA!” il fiore iniziò a parlare.”Buongiorno bambina io mi chiamo Margherita e tu?”

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Fiori! di Hervé Tullet

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“Ciao io sono Lola” rispose la bambina che non credeva ai suoi occhi
“Si lo so i fiori non parlano! Posso farti una domanda? Perchè la mattina vai a scuola sempre triste?”
“Odio i miei occhiali! Le altre bambine sono così belle senza!” Margherita si avvicinò a Lola e l’abbracciò forte, poi disse “Secondo me i tuoi occhiali sono molto belli! Me li presti?”

Lola era un po’ preoccupata, la mamma le diceva sempre che non erano un giocattolo.
“Dai prestameli solo per un pochino , voglio vedere come ci si vede!” disse Margherita.
A quel punto la bambina glieli porse e Margherita se li infilò. In quello stesso istante Lola iniziò a sentirsi strana: tutto ciò che la circondava era diventato appannato, i colori erano sbiaditi e, nonostante fosse tanto vicino a lei, non riusciva a vedere bene neanche Margherita.
La piccola scoppiò a piangere.

“Non posso stare senza i miei occhiali, non riuscirei nemmeno a giocare, a correre, restituiscimeli subito per favore” implorò Lola singhiozzando.
Margherita le restituì gli occhiali e cercò di spiegarle che c’erano dei bambini, proprio come lei, che avevano bisogno di quelle due piccole lenti per vedere meglio. “Non devi sentirti diversa o più brutta! Sei bellissima comunque!”

Lola asciugò le lacrime e riprese i suoi occhiali, se li mise e tutto tornò chiaro, bello com’era sempre. “Ora possiamo anche giocare: riesco a vedere anche te!” Tutte e due scoppiarono in una grande risata e trascorsero insieme tutto il pomeriggio, giocando e divertendosi.

Lola, da quel giorno capì, grazie a Margherita, che i suoi occhiali non la rendevano diversa, anzi! Grazie a loro, lei riusciva a fare tutto quello che facevano le altre bambine! Finalmente non era più triste!
La nostra Margherita era contentissima di aver aiutato Lola grazie alla sua magia e si incamminò in cerca di qualche altro bambino da rendere felice.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️
fabulinis ringrazia di cuore l’amica Ilaria Pasquali per aver condiviso qui la sua fiaba.

Matteo e il fratellino dispettoso 😜

E’ nato un nuovo fratellino, e Matteo è un po’ triste…

Questo breve racconto è un valido aiuto per i genitori quando arriva un nuovo bimbo in famiglia e il fratellino più grande ha delle difficoltà con quello più piccolo.

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba della storia del signor tempo:

Matteo e il fratellino dispettoso 😜


Era un giorno di festa e nel bosco pioveva. Margherita si sentiva un po’ triste perché era sicura che nessun bambino sarebbe passato di lì.
Margherita era un fiore, proprio una margherita, ma era speciale: non aveva i soliti petali bianchi, i suoi erano tutti colorati, ma soprattutto erano magici. Grazie a loro, Margherita poteva sprigionare una polvere magica per attirare l’attenzione dei bambini che incontrava e, parlando con loro, avrebbe potuto rallegrarli se erano tristi. Ma se non ne incontrava nessuno, non poteva farlo, ed era per questo che la pioggia di quel giorno la rattristava.

Ad un tratto però smise di piovere e, come per magia, spuntò un grande e bellissimo arcobaleno.
Dopo poco iniziò a vedere i primi bambini arrivare felici con le biciclette, con il pallone in mano, pronti al divertimento!
Da lontano sentì un bambino piangere, ma non riusciva a capire dove fosse. Curiosando in giro si accorse che il pianto veniva da un bimbo piccolissimo dentro un passeggino. Pensò che questa volta sarebbe stato faticoso ridonargli il sorriso: piangeva disperato!

Si soffermò anche sul bambino un po’ più grande che gli era accanto e vide che anche lui era molto triste. Allora decise di sprigionare la polverina magica e cercare di capire cosa poteva renderli così desolati. In fondo era una giornata bellissima!

Il bambino grande fissava, incantato, lo spettacolo di colori creato da Margherita e rimase senza parole quando si sentì chiamare “Bambino sono qui, abbassa la testa.”
“Ciao mi chiamo Margherita e tu, credo di aver capito, Matteo vero?” “Sì”
“Vuoi giocare un po’ con me?”
Il bimbo, con la faccia un po’ triste ma ora anche meravigliata, le spiegò che non poteva perché il suo fratellino piccolo stava piangendo e lui con la sua famiglia sarebbero dovuti tornare a casa. Margherita prese coraggio e chiese a Matteo il motivo della sua tristezza.

“Il mio fratellino piccolo piange sempre e la mamma deve stare sempre con lui, così non possiamo stare mai insieme”.
“E che vorresti fare?” chiese Margherita curiosa della risposta.
“Venderlo” rispose serio Matteo. Il fiore scoppiò in una grande risata e spiegò a Matteo che i bambini non potevano essere venduti…
“Ma ti prometto che ti aiuterò a volergli bene” disse fiduciosa Margherita.

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Inventario illustrato dei fiori


Matteo si mise a raccontare delle cose strane che faceva il suo fratellino: le pernacchie nella minestra quando non voleva più mangiare, oppure il bagnetto e l’acqua che finiva ovunque perché a Valerio non piaceva proprio lavarsi e poi di quella volta in cui la mamma gli stava cambiando il pannolino e lui le aveva fatto la pipì addosso. Margherita si accorse subito che mentre Matteo raccontava queste storie bizzarre rideva e allora gli disse “Io lo trovo divertente tutto questo, tu no?”

Matteo disse “Lui è un bambino simpatico mi fa ridere, ma la mamma, il papà e anche la nonna che prima giocavano sempre con me ora… ecco ora se la mamma mi sta raccontando una fiaba e Valerio inizia a piangere lei deve scappare da lui ed io rimango solo”. Margherita colpita da quelle parole suggerì a Matteo di chiudere gli occhi per un solo istante e di provare a pensare a come sarebbe stato se non ci fosse stato il suo fratellino. E poi di pensare a tutte le cose che potevano fare insieme quando Valerio sarebbe diventato un po’ più grande.

“Potrebbe essere bello giocare insieme a lui e fare castelli di sabbia al mare. Lui mi fa divertire molto. Io gli voglio bene. Però nessuno ha più tempo per me.” Disse Matteo un po’ preoccupato.
Margherita guardò il bimbo e gli disse: “La prossima volta che succede che Valerio piange e la mamma corre da lui ricordati di ciò che ti ho detto: voi da grandi sarete due fratelli fantastici e vi divertirete tantissimo. Poi mentre Valerio dorme tu cerca di stare con la mamma, o di giocare con papà, vedrai anche loro saranno felicissimi. La mamma e il papà hanno tempo per tutti e due bisogna solo organizzarsi, sono sicura che anche tu manchi a loro”

Così il bimbo prese i suoi giochi e corse verso casa felice, in fin dei conti aveva ragione Margherita: Valerio sarebbe diventato un fantastico compagno di marachelle.
Margherita guardò Matteo allontanarsi: era molto contenta di aver reso felice un altro bambino e non vedeva l’ora di aiutarne tanti altri!

⚜️ Fine della fiaba ⚜️
fabulinis ringrazia di cuore l’amica Ilaria Pasquali per aver condiviso qui la sua fiaba.

Filastrocche sui papà 👨‍👧‍👦

Come faremmo senza i nostrei forti papà?!

Queste filastrocche per bambini parlano proprio di loro, di come spesso debbano dimostrarsi forti e sicuri, anche se in fondo anche loro sono pieni di paure ed insicurezze, che li rendono ancora più simpatici e unici.
Queste filastrocche le ha scritte col cuore Lulù, con la sua dolcezza e simpatia.

È forte il mio papà 💪

Il mio papà è tanto bello
e porta sempre un fiore all’occhiello,
dice sempre alla mia mamma
che lei è stata la sua prima fiamma.

Io non lo so che cosa vuol dire
ma questa frase la fa impazzire,
allora lo copre di mille bacetti:
i miei genitori sono perfetti!

Dorme vicino alla mia mamma,
mi sa che il buio lo attanaglia,
quasi quasi gli do il pupazzetto
che è da sempre con me nel letto.

Ma ho paura che ci rimanga male
per tutti forte deve sembrare,
in vacanza dice che è un lupo di mare
ma se non sa nemmeno nuotare…

Ma nonostante queste paure
la sua presenza ci rende sicure,
con lui vicino ci sentiamo protette
e ci sentiamo due reginette.

Copyright dei Testi © Lulù Barabino


Chi sono

Lulù - fabulinis.com

Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

www.tiraccontounastoriablog.com


I musicanti di Brema 🐎🐕🐈🐓

I musicanti di Brema voglio entrare a far parte della banda cittadina, ma sul loro cammino incontreranno una banda di briganti!

I musicanti di Brema è una fiaba dei fratelli Grimm, famosa per l’allegra combriccola (un asino, un cane, un gatto ed un gallo) che vogliono andare fino a Brema per scappare al loro triste destino di animali senza più valore per ii loro padroni.

Ma anche se vecchi ed acciaccati, con l’ingegno e l’astuzia riusciranno a mettere nel sacco anche i briganti!

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare dei musicanti di Brema!

🔊 Audiofiaba 😴

Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare i musicanti di Brema raccontata da William!

🌟 Favola breve 🤏

Giornata stancante? Vai di fretta? Abbiamo preparato anche la versione breve dei musicanti di Brema!

I musicanti di Brema 🐎🐕🐈🐓 racconto completo


C’era una volta un vecchio asino che ormai faceva fatica ad alzarsi, camminare e trasportare i sacchi di farina che il suo padrone gli caricava sulla schiena ogni giorno.

– Ormai sei diventato inutile! – disse l’uomo – Domani ti porterò al macello!

Il povero asino pensò tra sè e sè: “che razza di ingrato, dopo tutto il lavoro che ho fatto per te…”
Così gli venne un’idea: non appena il padrone si allontanò, scappò via dalla stalla e si incamminò verso la vicina città di Brema, in cerca di fortuna.

Mentre camminava l’asino pensava a cosa avrebbe fatto una volta arrivato a Brema, e decise che sarebbe entrato a far parte della banda cittadina.
Lungo la strada l’asino incontrò un cane accucciato, che si lamentava borbottando.

– Cos’hai da lamentarti, cane? – chiese l’asino.
– Son vecchio e malandato, così non riesco più ad andare a caccia col mio padrone. Ha pure cercato di accopparmi ma io sono scappato… solo che adesso non so cosa fare…

– Allegro, vecchio mio! Vieni con me a Brema, entreremo nella banda cittadina e vivremo bene! – disse l’asino.
Il cane, trovando l’idea interessante, decise di seguirlo.

Proseguendo per la strada, i due incontrarono un gatto sdraiato per terra, che si lamentava borbottando.

– Cos’hai da lamentarti, gatto? – chiese l’asino.
– Son vecchio e malandato, poi oggi ho graffiato il sofà della mia padrona, e lei ha cercato di tirarmi il collo, quindi sono scappato… solo che adesso non so cosa fare…

– Allegro, vecchio mio! Vieni con noi a Brema, entreremo nella banda cittadina e vivremo bene! – disse l’asino.
Il gatto, trovando l’idea interessante, decise di seguirli.

Poco dopo si trovarono tutti nei pressi di una fattoria, dove incontrarono un gallo che, appollaiato sopra la staccionata, si lamentava cantando a squarciagola.

– Cos’hai da lamentarti, gallo? – chiese l’asino.

– Son vecchio e malandato, poi domani arriveranno ospiti e la mia padrona ha deciso di cucinarmi in brodo, quindi sono scappato… solo che adesso non so cosa fare…

– Allegro, vecchio mio! Vieni con noi a Brema, entreremo nella banda cittadina e vivremo bene! – disse l’asino.
Il gallo, trovando l’idea interessante, decise di seguirli.

Ma Brema era lontana e iniziava a fare buio. La compagnia era ormai stanca e affamata e voleva fermarsi a dormire sotto gli alberi del bosco.

L’asino, scrutando in mezzo agli alberi, vide una casetta con una luce accesa e propose di andare a vedere. Tutti lo seguirono.

Avvicinandosi piano, sbirciarono da una delle finestre, e videro che dentro c’era una banda di briganti seduti attorno ad una tavola riccamente imbandita.
Vedendo tutto quel cibo, ai quattro gli si strinse lo stomaco dalla fame.
– Quanto vorrei anch’io poter mangiare tutto quel ben di Dio… – disse il cane.
– Quella tavola imbandita farebbe proprio al caso nostro – continuò il gatto.
– Già, ma come facciamo a prendere quel cibo? – continuò il gallo.
– Forse mi è venuta un’idea… – concluse l’asino, che si mise a spiegare sottovoce il suo piano.

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I musicanti di Brema. Ediz. illustrata

I musicanti di Brema. Ediz. illustrata

Dopo che furono tutti d’accordo, l’asino puntò le zampe anteriori sul davanzale della finestra, sul suo dorso salì il cane, sulla groppa del cane salì il gatto e sulla schiena del gatto salì il gallo.

Al segnale dell’asino iniziarono tutti a far rumore a più non posso: l’asino ragliava, il cane abbaiava, il gatto miagolava e il gallo cantava a squarciagola.

L’asino diede un colpo al vetro della finestra, che si frantumò, e con un balzo entrarono in casa.

I briganti, terrorizzati da quel frastuono infernale, credettero che fosse entrato in casa uno spettro maligno e se la diedero a gambe, scappando di corsa nel bosco.

Finalmente l’asino, il cane, il gatto e il gallo avevano di che mangiare a sazietà. Dopo che ebbero riempito per bene le loro pance, decisero che era giunta l’ora di dormire.

Spensero la luce. L’asino si sistemò fuori casa vicino al letamaio, il cane dietro la porta sul retro, il gatto nella calda cenere del camino e il gallo sulla trave più alta del tetto.

Intanto i briganti, nascosti nel bosco, vedendo che nella casa era tutto buio, decisero di tornare a riprendersi il loro bottino nascosto in un baule. Il più fifone tra loro fu estratto a sorte per andare a controllare se nella casa fosse tutto tranquillo.

Il brigante fifone entrò senza far rumore, e volendo accendere una lampada accostò un fiammifero vicino ai carboni ardenti del camino.

Ma quelli che credeva essere carboni ardenti, erano in realtà gli occhi del gatto, sfavillanti al buio!

Il gatto, profondamente infastidito, gli saltò addosso graffiandogli tutta la faccia.

Il brigante si spaventò a morte e cercò di fuggire dalla porta sul retro, dove inciampò nel cane che prontamente lo morse ad una gamba.

Sempre più terrorizzato, cercò allora di attraversare il cortile passando per il letamaio dove, svegliato dal trambusto, lo stava aspettando l’asino, che gli sferrò un bel calcio nel sedere.

Il gallo, svegliato di soprassalto, gridò a squarciagola “chicchirichì!”. Il brigante, sgomento, scappò via di corsa nel bosco e tornò a raccontare ai suoi compari:

– Nella casa c’è un’orribile strega che mi ha graffiato tutta la faccia! E poi sulla porta c’è un uomo col coltello che mi ha ferito alla gamba! E nel cortile c’è un mostro che mi ha colpito con un bastone di legno! E in cima al tetto c’era un giudice che diceva “portatemi quel brigante!”.

Tutti i briganti si guardarono in faccia atterriti, e si dissero che non valeva la pena rischiare la vita per il bottino nascosto nella casa. E così fuggirono via e non si fecero mai più vivi.

Intanto i quattro musicanti di Brema, contenti di aver finalmente trovato un posto tutto per loro, non vollero più andare a Brema a far parte della banda, ma restarono per tutta la vita in quella comoda casetta.

E vissero tutti felici e contenti.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️
Copyright dei Testi © Silvia e William – fabulinis.com

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scarica il disegno da colorare dei musicanti di Brema

I musicanti di Brema 🐎🐕🐈🐓 storia breve


C’era una volta un asino troppo vecchio per lavorare.

Siccome il padrone voleva liberarsi di lui, decise di scappare e andare a Brema in cerca di fortuna: avrebbe suonato nella banda cittadina.

Lungo la strada incontrò un cane.

Il cane era troppo vecchio per andare a caccia, e il padrone voleva liberarsene.

– Vieni con me a Brema, entreremo nella banda! – disse l’asino.
E il cane lo seguì.

Lungo la strada i due incontrarono un gatto

Il gatto era molto vecchio, e quel giorno aveva pure graffiato il sofà di casa. La sua padrona voleva liberarsene.
– Vieni con noi a Brema, entreremo nella banda! – disse l’asino.
E il gatto li seguì.

Poco dopo incontrarono un gallo.
Siccome era vecchio, la padrona voleva cucinarlo.

– Vieni con noi a Brema, entreremo nella banda! – disse l’asino.
E il gallo li seguì.

Ma Brema era lontana, si avvicinava la sera e i nostri amici erano stanchi e affamati.

L’asino notò una casetta nel bosco e decisero di andare a vedere.

Sbirciando da una finestra videro una banda di briganti, seduti ad una tavola riccamente imbandita.
I quattro volevano mangiare e prepararono un piano per cacciare via i briganti.

Sulla groppa dell’asino salì il cane, sulla groppa del cane salì il gatto e sulla groppa del gatto salì il gallo.

Iniziarono a fare un gran baccano: l’asino ragliava, il cane abbaiava, il gatto miagolava e il gallo cantava a squarciagola.

Poi, con un balzo, entrarono in casa.

I briganti, terrorizzati, scapparono nel bosco.

I nostri amici mangiarono a sazietà e poi andarono a dormire, sistemandosi in giro per la casa.

I briganti, però, volevano riprendersi il bottino e mandarono uno di loro a controllare la situazione.

Ma una volta dentro il brigante venne graffiato dal gatto, morso dal cane e prese un calcio dall’asino mentre il gallo gridava “chicchirichi!!

Allora fuggì e raccontò ai compari di aver incontrato una strega, un assassino, un mostro e un giudice! I briganti decisero quindi di andarsene per sempre.

Alla fine i quattro amici non andarono più a Brema ma decisero di vivere in quella casa per il resto dei loro giorni, felici e contenti.

⚜ Fine della fiaba ⚜
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com

Carlo impara a non arrabbiarsi 😡

Come mai Carlo si arrabbia sempre!?

Carlo si arrabbia per tutto, per la colazione troppo calda fatta dalla mamma, per gli amici che secondo lui non sanno giocare a pallone, per i sassi che gli entrano nelle scarpe ecc. ecc. senza mai godersi la vita per quella che è.

Ma ci penserà un fiore a fargli cambiare punto di vista…

Carlo impara a non arrabbiarsi 😡


C’era un tempo, al posto dei grandi edifici e delle strade trafficate, una bella e tranquilla campagna adornata da tanti fiori selvatici che ne profumavano l’aria; qui abitava Carlo, un ragazzino che, nonostante avesse per sé tanti docili animali, amici con cui giocare e la fortuna di vivere in quell’incantevole paesaggio bucolico, non riusciva mai ad arrivare a sera senza che qualcuno l’avesse fatto arrabbiare.

Sorse alto il sole in una mattina dal cielo limpido, e baciò tutti i terreni del paesino e infine un raggio, attraverso la finestra, carezzò il volto di Carlo, che piano aprì gli occhi.

Carlo, ancora un po’ intontito, si alzò e si diresse in cucina, dove la sua mamma gli servì la colazione.

“Questo latte scotta, non posso mica berlo!”, esclamò Carlo infastidito.
“Potresti soffiarci un po’ su. O più semplicemente, aspettare che si raffreddi”, gli rispose pacatamente la mamma, che ai capricci di Carlo ormai era abituata.

Ma Carlo non ne volle sapere nulla di aspettare, poiché fermamente convinto che la mamma avrebbe dovuto essere meno sbadata e preparare il latte come piace a lui. Così, con la sua lingua troppo lunga e ora anche bruciata, andò a prepararsi per uscire a giocare.

Durante la sua passeggiata, un cane che giocava in un laghetto, si scosse l’acqua da dosso e schizzò accidentalmente Carlo.

“Che cane stupido!”, ancora una volta, il ragazzino s’innervosì.

Queste cose accadevano proprio sempre a lui che non aveva nessuna colpa, e non ci volle molto prima che la prossima seccatura lo raggiungesse: una volta arrivato dai suoi amici iniziò a giocare con loro a calcio, ma Luca, con un tiro sbagliato, fece finire la palla accidentalmente in testa a Carlo.

“Hai idea di quanto mi sarei potuto far male se l’avessi tirata più forte?”
“Mi dispiace, non l’ho fatto apposta!” Provava a giustificarsi mortificato Luca.
“Se hai una mira così pessima, forse non dovresti proprio giocare col pallone!” Continuava Carlo, infuriato.

Luca provò a farsi perdonare, ma Carlo ormai non ne poteva più, non riusciva mai a trascorrere tranquillamente la sua giornata.

Anche nelle ore successive continuava a sembrargli che tutto gli si ritorcesse contro; durante il tragitto di ritorno un sassolino gli entrò nella scarpa, il vento gli spettinò i capelli, e stava perfino inciampando su un gradino.

“Stupido sasso, stupido vento e stupido gradino!” Carlo ancora non capiva cosa avesse fatto di male per meritarsele tutte.

Carlo tornò a casa spazientito, e inoltre non gradì nemmeno il pranzo: la mamma si ostinava a preparare le verdure, ma lui non le voleva proprio assaggiare.

Carlo riposò, e una volta alzatosi la rabbia per la sua sventurata mattinata era ormai sbollita, ed era deciso, una volta per tutte, ad arrivare al letto col sorriso. Dunque Carlo mise in atto una serie di precauzioni: disse alla mamma cosa avrebbe voluto mangiare a cena, indossò un impermeabile per non bagnarsi o sporcare i propri abiti, un casco per prevenire le pallonate maldestre di Luca e scarpe ben chiuse per evitare che qualche sassolino vi s’intrufolasse all’interno. In più, camminava guardando con la massima attenzione dove metteva i piedi, per evitare di inciampare.

Una volta arrivato dai suoi amici, tutti risero di come Carlo si fosse conciato, ma appena videro che ciò lo stava facendo infuriare per l’ennesima volta, decisero di assecondarlo per evitare inutili litigi.

Carlo, ben protetto, iniziò a giocare con gli altri bambini, ma dopo un po’ dovette fermarsi: faceva troppo caldo per l’impermeabile, il casco era ingombrante e scomodo, le scarpe gli stavano strette e, nel timore d’inciampare, non correva.

Ormai annoiato, Carlo andò via.

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Una rabbia da leone. Ediz. a colori

Una rabbia da leone. Ediz. a colori

Calava uno spettacolare tramonto, ma Carlo non lo notò perché percorreva la strada verso casa a testa bassa e sconsolato, nulla riusciva a distrarlo dal pensare a tutto ciò che lo infastidiva, nemmeno quel bel quadro che i colori della natura stavano dipingendo sulle strade che percorreva.

La spina di una rosa graffiò la caviglia di Carlo, lì dove il suo impermeabile non arrivava.

“Stupida rosa!” Disse Carlo, con tono rassegnato, in quanto aveva constatato accettato di essere un bambino sfortunato.
“Stupida io?” Parlò con voce dolce la rosa. “Potrò non avere occhi e orecchie come le tue ma ci sento, e soprattutto, vedo più di te”

Carlo rimase stupido, ma incuriosito e anche un po’ scettico, si voltò e chiese alla rosa:

“Tu non hai occhi, come potresti vederci meglio di me?” chiese con aria di sfida.
“Sono più saggia di te.” Rispose fieramente la regina dei fiori.
“Io resto qui a testa alta, e accolgo tutto ciò che il cielo mi offre. Lascio che il sole mi scaldi e che la pioggia mi bagni, così ho imparato ad apprezzare il loro ciclico alternarsi e a giovare di entrambi, crescendo forte e bella” continuò la rosa.
“Ma io non ho bisogno ne di bagnarmi ne della luce del sole, non sono un fiore!” Disse un po’ deluso Carlo.
“Certo, ma ti sforzi tanto nel creare tua pace, non sarebbe più facile accettare che gli eventi indesiderate, che tu lo voglia o meno, a volte accadono? E se ti concentri solo su questi aspetti, non ammirerai mai ciò che invece di bello ti viene offerto, hai mai pensato a quanto sei fortunato per la tua mamma, i tuoi amici e l’incanto che ti circonda?

Carlo rimase in silenzio. Guardò il cielo, la rosa, e rimase a pensare.
“Dinanzi a ciò che ti ferisce, la pazienza e l’ottimismo sono disarmanti, e i tuoi problemi così non potranno farti alcun male se non farti crescere più forte, senza che tu abbia bisogno di ripararti tanto” disse per l’ultima volta la rosa, addormentandosi al primo accenno di luna.
Carlo percorse la strada di casa guardando ammaliato ciò che aveva intorno, salì di freneticamente i gradini e baciò la mamma, mangiò con gusto e infine andò a dormire col sorriso, nel suo letto che gli parve per la prima volta il più comodo del mondo.

⚜ Fine della fiaba ⚜
fabulinis ringrazia Laura per aver condiviso con tutti noi questa fiaba, afficace per tutti quei bambini che molto spesso si arrabbiano per un non nulla.

Pollicino 👦⚪⚪⚪

Pollicino è tanto piccolo quanto furbo, e riuscirà a salvarsi dall’orco cattivo insieme a tutti i suoi fratelli!

Pollicino è una famosa fiaba di Charles Perrault, tradotta in italiano anche da Carlo Collodi, che narra la brutta avventura di sette fratelli abbandonati nel bosco e catturati da un orco cattivo.

Ma grazie all’astuzia di Pollicino e anche all’aiuto dei magici stivali delle sette leghe, tutto finirà per il meglio e i bimbi potranno far ritorno a casa dalla loro mamma. 😊

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare di Pollicino!

🔊 Audiofiaba 😴

Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare Pollicino raccontata da William!

🌟 Favola breve 🤏

Giornata stancante? Vai di fretta? Abbiamo preparato anche la versione breve di Pollicino!

Pollicino 👦⚪⚪⚪ racconto completo


C’era una volta, tanto tempo fa, un casotto isolato e vicino alla Foresta Nera, dove vivevano un povero boscaiolo, sua moglie e i loro sette figli, tutti maschi.

Era stato un anno di carestia e ultimamente il boscaiolo non riusciva a guadagnare abbastanza da portare cibo a sufficienza per sfamare tutta la famiglia.

Il boscaiolo era un uomo rude e molto irascibile. Una sera, capendo che il giorno successivo non avrebbe avuto di che sfamare se stesso e di conseguenza tutta la famiglia, prese la moglie e le disse:

– Non abbiamo in casa più cibo nemmeno per arrivare a sera. Ho deciso che domani porteremo nel bosco i bambini e li abbandoneremo, così almeno noi due ce la caveremo.

La moglie inorridita per quella dura e crudele sentenza si mise a piangere disperata, cercò di convincere il marito a non abbandonare i loro figli, ma l’uomo fu irremovibile.

I due non si accorsero però che, sotto al tavolo della misera cucina, stava rannicchiato Pollicino, il più piccolo dei loro figli che era talmente minuscolo da potersi nascondere ovunque senza essere scoperto. Pollicino sentendo discutere animatamente i genitori volle scoprire di cosa stavano parlando.

Nel sentire quelle terribili parole, Pollicino che era tanto piccolo quanto intelligente, capì che doveva fare qualcosa per salvare se stesso e i suoi fratelli.

Corse fuori di casa fino al vicino ruscello e iniziò a prendere tanti piccoli sassolini bianchi fino a riempire il tascapane che portava sempre con sé, poi tornò a casa e si mise a dormire nel suo lettino.

Il mattino seguente il boscaiolo e la moglie, presero tutti i loro bambini e li portarono nel bosco con la scusa di farsi aiutare a raccogliere della legna.

I bambini, che non immaginavano le reali intenzioni dei genitori, partirono entusiasti. Tutti tranne Pollicino, che si mise in coda al gruppo.

Pollicino, senza farsi vedere, ogni tanto lasciava cadere sul sentiero uno dei piccoli sassolini bianchi raccolti sul greto del fiume, certo che l’avrebbero aiutato a ritrovare la strada di casa una volta abbandonati nel bosco.

Dopo una lunga camminata fin dentro il cuore della Foresta Nera, il boscaiolo e la moglie dissero ai bambini di fermarsi a raccogliere tutte le frasche e rametti che potevano, mentre loro sarebbero andati a raccogliere legna lì vicino.

– Non muovetevi da qui – disse con voce ferma il loro padre – noi torneremo presto a prendervi.

E così il boscaiolo e la moglie sparirono tra gli alberi della foresta.
I bambini che non sospettavano nulla iniziarono felici a fare il loro dovere, finchè non arrivò quasi sera, e i loro genitori non si erano ancora fatti vivi…

Tutti i fratellini a poco a poco iniziarono ad avere paura, poi alcuni di loro iniziarono a piangere, finché non intervenne Pollicino:

– Fratelli miei, non preoccupatevi, io so come riportarvi tutti a casa, seguitemi! – e con sicurezza iniziò a camminare spedito nel bosco seguendo la traccia dei sassolini lasciati a terra.

Prima che il buio impedisse loro di vedere il sentiero, furono di nuovo a casa.

La madre, non appena li vide, corse ad abbracciarli tutti, piena di gioia. Il padre invece sbuffò e inventò la scusa che si erano persi pure loro nella foresta, e non erano più riusciti a ritrovarli.

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Pollicino. Storie animate.

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Ma dopo aver aspettato che tutti i bambini fossero a letto a dormire, il boscaiolo riprese la moglie e le disse nuovamente:

– Non possiamo assolutamente permetterci di mantenere tutti quei bambini, domani li porteremo in un’altro punto della foresta, più lontano ancora, e li abbandoneremo!

La donna spense tutta la gioia che aveva provato nel riabbracciare i suoi piccoli e, chinando il capo, cercò di nascondere le lacrime che scendevano sul suo viso.

Pollicino, che aveva sospettato una nuova decisione del genere da parte del padre, era rimasto sveglio e si era messo ad origliare dall’altra parte della stanza.

Sentendo quelle parole, decise di ritornare al fiume a riempire il tascapane di sassolini, ma purtroppo trovò la porta di casa sprangata e non poté uscire. L’unica cosa che trovò fu un piccolo pezzo di pane raffermo, con quello poteva fare piccole briciole per segnare il sentiero.

Il mattino seguente, con un’altra scusa i genitori presero i loro figli e li portarono ancora più in fondo nella Foresta Nera, in un punto in cui anche la luce faceva fatica a passare tra le fronde degli alberi. E li abbandonarono di nuovo.

Come il giorno precedente, i bambini in un primo momento rimasero sereni, ma non ci misero molto a comprendere che erano stati di nuovo lasciati soli.

Pollicino, sicuro di sé, li radunò tutti e li tranquillizzò dicendo che li avrebbe ricondotti a casa, e si mise a cercare le bricioline che aveva lasciato sul sentiero.

Ma non riuscì a trovarle perché gli uccellini si erano mangiati tutte le bricioline di pane!

Impauriti e disperati i sette fratelli iniziarono a vagare per la foresta.
Stava arrivando la sera, quando a Pollicino venne un’idea. Si arrampicò fino in cima ad un albero per vedere meglio la direzione da prendere.

Con sorpresa, vide che poco distante c’era una casa con le luci accese e il comignolo fumante.
– Ho trovato una casa fratelli! Andiamo a chiedere ospitalità per la notte! – esclamò Pollicino.
E così si incamminarono.

Giunti alla casa, Pollicino bussò. Poco dopo aprì la porta un’orchessa che guardandoli con meraviglia chiese:
– Cosa ci fate qui bambini?!

– Ci siamo persi nel bosco, abbiamo freddo e fame e non sappiamo dove passare la notte… – rispose Pollicino.
– Ma questa è la casa di un orco ghiotto di bambini, se vi trova vi mangia! – disse preoccupata l’orchessa.

– Moriremo comunque di stenti qui nel bosco se lei non ci aiuta… a questo punto meglio essere mangiati da un orco… – concluse Pollicino.

L’orchessa, impietosita dagli sguardi spauriti dei bambini disse:
– …e va bene, entrate, svelti, vi darò da mangiare e vi nasconderò – e così fece.

Poco dopo l’orco rientrò a casa annusando l’aria con soddisfazione:
– Senti senti che bell’odorino di bambini paffuti e grassottelli che c’è nell’aria… moglie, volevi farmi una sorpresa? – e si precipitò subito ad aprire la porta del ripostiglio dove erano nascosti tutti i fratellini.

L’orchessa tentennante rispose:
– … sì caro mio, ma li mangerai domani, per stasera ti ho già preparato un’abbondante cena…
L’orco sorrise beffardo e si mise a cenare.

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Pollicino.

Pollicino.

L’orchessa prese Pollicino e i suoi fratelli e li accompagnò a dormire.

Nella camera erano presenti due enormi letti, in uno stavano dormendo le sette figlie degli orchi, nell’altro avrebbero dormito i sette fratelli.

Le piccole figlie degli orchi erano amate dal loro padre come fossero principesse, tanto che ognuna di loro aveva in testa una graziosa coroncina intrecciata. Pollicino notò la cosa e la tenne a mente.

Dopo averli messi tutti a letto l’orchessa chiuse la porta della stanza. Pollicino aveva un brutto presentimento e chiese ai suoi fratelli di scambiare i loro berretti con le coroncine delle piccole orchette.

Le preoccupazioni di Pollicino erano ben fondate perchè, quando ormai stavano tutti dormendo, sentì aprirsi piano la porta della stanza. Era l’orco che nel buio era venuto a prenderli!

L’orco ben sapeva che le sue bimbe portavano una coroncina in testa, quindi nel buio si mise a tastare le testoline dei sette fratelli, e sentendo le coroncine si spostò spedito verso l’altro letto, aprì un sacco e credendo di prendere i bambini, vi gettò dentro invece tutte le sue figlie. Poi uscì dalla stanza.

Pollicino svegliò i suoi fratelli.
– Svelti! Svelti! E’ il momento di scappare!
I bimbi fuggirono via dalla finestra, per fortuna c’era la luna piena ad illuminare il sentiero nella foresta.

Non passò molto tempo che l’orco, aprendo il sacco, si accorse di aver preso per sbaglio le sue bambine. Infuriato come non mai si infilò i magici stivali delle sette leghe e partì all’inseguimento di Pollicino e i suoi fratelli.

Gli stivali delle sette leghe consentivano di fare decine di metri per ogni passo fatto, e in breve l’orco si era avvicinato moltissimo a Pollicino e i suoi fratelli senza però raggiungerli.

Purtroppo gli stivali erano tanto portentosi quanto stancanti e l’orco, dopo aver corso per alcuni minuti, si fermò stremato a riposare appoggiato al tronco di un albero, e siccome era notte fonda, si addormentò.

Pollicino, sentendo russare sonoramente l’orco, decise di rubargli gli enormi stivali e indossarli. Siccome erano stivali magici si adattarono subito ai piccoli piedi di Pollicino.
– Fratelli ho avuto un’idea, aspettatemi qui! – disse, e poi si precipitò a casa dell’orchessa.

– Signora orchessa, è successa una disgrazia! – gridò Pollicino – suo marito l’orco è stato rapito dai banditi, e se non avranno tutto il vostro oro, lo uccideranno!
L’orchessa senza farselo ripetere due volte prese tutto quello che aveva in casa e lo consegnò a Pollicino, che corse di nuovo dai suoi fratelli.

– Con tutto quest’oro e con questi stivali non avremo più preoccupazioni fratelli miei! – disse entusiasta Pollicino. Tutti i suoi fratelli gli fecero festa.

Ripresero il cammino verso casa, dove arrivarono alle prime luci dell’alba.

Entrando Pollicino trovò la loro madre che piangeva disperata.
– Mamma, siamo tornati! – esclamò.
La madre si voltò e corse ad abbracciarli tutti quanti, riempiendoli di baci.

Pollicino chiese dov’era il loro padre e la madre raccontò loro che avevano litigato furiosamente a causa del loro abbandono, così lui aveva deciso di andarsene via per sempre, in cerca di fortuna da qualche altra parte.

I bambini mostrarono alla madre tutto l’oro sottratto agli orchi e Pollicino, il giorno stesso, si presentò dal re, ottenendo un incarico come messaggero privato grazie agli stivali delle sette leghe.

La madre era incredula che le loro sorti potessero essere cambiate così tanto in così poco tempo, ma era felice di poter essere riunita ai suoi bambini, e la loro famiglia visse per sempre felice e contenta.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️
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Pollicino 👦⚪⚪⚪ storia breve


Pollicino era l’ultimo di sette fratelli. La sua famiglia era poverissima e, una sera, sentì che il padre voleva abbandonare i bambini nel bosco perchè non avevano abbastanza cibo per tutti.

Allora corse al ruscello e raccolse tanti sassolini, poi tornò a letto.

Il mattino seguente i genitori portarono i bambini nel bosco, ma Pollicino, senza farsi vedere, lasciava cadere i sassolini, segnando la strada di casa.

Dopo un po’, il boscaiolo disse ai bambini di fermarsi e di aspettare i genitori.
Ma, quando arrivò la sera, i genitori ancora non erano tornati e i bambini avevano molta paura.
Ma Pollicino, seguendo la scia dei sassolini, riportò tutti a casa.

Quella sera però sentì che il padre li avrebbe abbandonati di nuovo, e decise di raccogliere altri sassolini. Purtroppo la porta di casa era chiusa e al posto dei sassolini prese un pezzetto di pane per farne briciole da lasciare sul sentiero.

Il mattino seguente i genitori portarono i bambini ancora più lontano nel bosco, e li abbandonarono di nuovo.
Pollicino, però, non riuscì a riportarli a casa perché gli uccellini avevano mangiato tutte le briciole lasciate sul sentiero!

I bambini erano disperati, ma Pollicino, arrampicatosi su un albero vide una casa.
– Andiamo a chiedere ospitalità! – esclamò.

Lì incontrarono un’orchessa, che non voleva accoglierli perché suo marito l’orco era ghiotto di bambini.
Ma alla fine, impietosita, li sfamò e li nascose.

Quando l’orco arrivò, annusando l’aria e sentendo odore di bambini, aprì subito il ripostiglio e trovò i fratellini dicendo di volerli mangiare.

Ma l’orchessa disse:
– Li cucinerò domani! – servì la cena all’orco e accompagnò i bambini a dormire.
Nella camera c’erano due letti, uno era per le sette figlie degli orchi, ognuna con in testa una coroncina, nell’altro avrebbero dormito i sette fratelli.

Non appena l’orchessa se ne andò, Pollicino scambiò i berretti con le coroncine delle orchette.

Poco dopo la porta della stanza si aprì: era l’orco, venuto a prenderli!

L’orco tastò le testoline dei fratelli ma, sentendo le coroncine, li lasciò lì e gettò in un sacco le sue figlie. Poi uscì.

– Scappiamo! – disse Pollicino e i bimbi fuggirono.

Quando l’orco si accorse di aver sbagliato, infilò gli stivali delle sette leghe e partì all’inseguimento dei bambini.

Con quegli stivali poteva fare passi lunghissimi e stava raggiungendo Pollicino e i suoi fratelli. Però era anche molto stanco, si fermò per riposare un attimo ma si addormentò.

Pollicino indossò gli stivali e tornò dall’orchessa.
– l’orco è stato rapito dai banditi! – gridò – se non riceveranno oro, lo uccideranno!
L’orchessa consegnò tutto quello che aveva a Pollicino, che tornò dai fratelli e li riportò a casa.

Quando la madre li vide, li abbracciò tutti.
I bambini mostrarono l’oro e Pollicino divenne messaggero del re, grazie agli stivali delle sette leghe.

Da quel momento la loro famiglia visse per sempre felice e contenta.

⚜ Fine della fiaba ⚜
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I tre porcellini 🐷🐷🐷

Per salvarsi dal lupo cattivo non bisogna essere pigri, ma bisogna impegnarsi e fare le cose fatte per bene, e questo i tre porcellini lo impareranno sicuramente!

I 3 porcellini è una fiaba classica che si racconta ai bambini per una ragione molto valida, non solo insegna a stare attenti al lupo cattivo, ma anche a fare le cose per bene e senza fretta.

L’unica casetta che infatti resiste alla furia del lupo è quella costruita con calma e con solidi e resistenti mattoni.

Noi di fabulinis ti abbiamo preparato la nostra versione adatta anche ai più piccoli.

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare dei tre porcellini!

🔊 Audiofiaba 😴

Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare i tre porcellini raccontata da Silvia!

🌟 Favola breve 🤏

Giornata stancante? Vai di fretta? Abbiamo preparato anche la versione breve dei tre porcellini!

I tre porcellini 🐷🐷🐷 storia completa


C’erano una volta tre porcellini, Timmy, Tommy e Gimmy che abitavano tutti ancora nella casa della mamma.

Un giorno la mamma disse loro – siete ormai grandicelli ragazzi miei, penso sia ora che prendiate ognuno di voi la vostra strada e costruiate ognuno la propria casetta!

I tre porcellini, seppur a malincuore, sapevano che era la cosa giusta da fare, erano diventati finalmente grandi e così si fecero forza e prepararono ognuno il proprio bagaglio.

Timmy fece un fagotto con tutti i suoi dolci e il flauto che amava tanto suonare.
Tommy riempì di giocattoli una borsa assieme al suo caro violino.
Gimmy invece preparò la sua cassetta degli attrezzi con tutto ciò che gli sarebbe servito per costruire una solida casetta.

Così si prepararono, salutarono la mamma che augurò loro buona fortuna, e si incamminarono allegri e felici per il sentiero.
– Fate attenzione al lupo cattivo! – si raccomandò tanto la mamma mentre li salutava con una lacrimuccia agli occhi.

I tre porcellini sorrisero, la salutarono ancora e proseguirono nel loro cammino.
Ma dalla collina, nascosto tra i cespugli, qualcuno stava osservando la scena, qualcuno a cui piacevano tanto i porcellini, soprattutto con contorno di patate arrosto… era il Lupo Cattivo!

Dopo un po’ che i tre porcellini camminavano allegramente Gimmy disse:
– Io mi fermerò qui per costruire la mia casetta, qui vicino c’è un ruscello e questi begli alberi mi faranno ombra nei mesi caldi.
– Va bene – risposero gli altri due – noi continuiamo a camminare!
Gimmy li salutò e cominciò a costruire la sua casetta.

Poco dopo Anche Tommy decise di fermarsi – io costruirò la mia casetta qui, dove ci sono tutti questi rami di legno già pronti per essere tagliati, così costruirò la mia casetta di legno!
– Va bene fratellino mio, io proseguo sul sentiero, a presto!

Timmy quindì salutò Tommy e continuò a camminare, finché non vide un bel covone di paglia dorata essiccata al sole.
– Potrei costruire la mia casetta con quella paglia, ci metterei pochissimo così poi potrei subito andare a giocare! – disse, e così fece.

In quattro e quattr’otto, con qualche rametto qua e là, la casetta di paglia era pronta, così potè subito uscire in giardino e mettersi a suonare il suo amato flauto.

Anche Tommy ormai aveva ultimato la sua casetta. Non era molto robusta perché per fare presto e poter andare a divertirsi nei prati, aveva deciso di inchiodare le assi di legna in fretta e furia, giusto per arrivare al tetto e ripararsi dalla pioggia in caso di intemperie.
Non appena finì, prese il violino e cominciò a suonare.

L’ultimo a finire il suo lavoro fu Gimmy, che lavorò fino a sera per costruirsi la sua robusta casetta di mattoni con una bella porta in legno e una grossa serratura.
Ci fece perfino un bel caminetto, per non patire il freddo nelle lunghe giornate invernali.
Solo allora si godette il meritato riposo.

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I tre porcellini in rilievo

I tre porcellini in rilievo

Il giorno seguente, il Lupo Cattivo, che aveva spiato i tre porcellini per tutto il giorno precedente, si presentò alla casetta di paglia di Timmy e disse con la sua vociona:
– Porcellino, porcellino, posso entrare un momentino?

Ma Timmy, che si ricordava bene delle parole della mamma guardò fuori dalla finestra e disse:
– Non sono mica matto! Tu sei il Lupo Cattivo! – e chiuse anche la finestra pensando così di essere al sicuro.

Ma il Lupo Cattivo si mise a ridere e preso un gran respiro si mise a soffiare così forte sulla casetta di Timmy, che la paglia volò via, e della casetta non rimase nulla…
Timmy corse via più forte che poteva e raggiunse Tommy nella sua casetta di legno.

– Il Lupo Cattivo con un gran soffio ha fatto volar via la mia casetta!
– Non ti preoccupare – rispose Tommy – puoi rimanere nella mia casetta di legno.

Ma poco dopo il Lupo bussò anche lì:
– Porcellino, porcellino, posso entrare un momentino?
I due capirono subito che si trattava del Lupo Cattivo e risposero in coro:
– Non siamo mica matti! Tu sei il Lupo Cattivo!

Ma il Lupo Cattivo si mise a ridere e, preso un gran respiro, si mise a soffiare così forte che anche la casetta di Tommy, con le assi di legno inchiodate in tutta velocità, volò via…

Timmy e Tommy corsero via a perdifiato e andarono da Gimmy, che li accolse subito.
– Tranquilli fratellini miei, questa è una solida casa di mattoni, e il Lupo non riuscirà a spazzarla via.

Infatti poco dopo arrivò il Lupo Cattivo.
– Porcellino, porcellino, posso entrare un momentino?
– Non siamo mica matti! – risposero i tre in coro.

Ma il Lupo Cattivo si mise a ridere e, preso un gran respiro, si mise a soffiare forte, ma così forte che… non successe nulla.
La casetta di mattoni era ancora lì.

Il lupo allora provò e riprovò, ma niente, neanche uno scricchiolio.
– Entrerò dal camino! – disse, e con un balzo era già sul tetto.
Gimmy capì cosa aveva in mente di fare il Lupo e quindi preparò un gran pentolone di acqua bollente sul fuoco del camino, così quando il Lupo Cattivo si calò giù dal camino finì dritto in pentola!

Il Lupo gridò dal dolore e scappò via su per la canna fumaria del camino con la coda tutta scottata!

Da quel giorno nessuno dei 3 porcellini vide mai più il Lupo Cattivo. Anche Timmy e Tommy decisero di rimboccarsi le maniche e costruire ognuno una bella casa di mattoni proprio accanto a quella di Gimmy, così tutti i giorni potevano suonare e ballare:

“Siam tre piccoli porcellini
siamo tre fratellini.
Mai nessuno ci dividerà
tra-lalla-la-là”

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I tre porcellini 🐷🐷🐷 fiaba breve


C’erano una volta tre porcellini, Timmy, Tommy e Gimmy che abitavano con la mamma.
Un giorno la mamma disse – ormai siete grandi, è ora che ciascuno costruisca la propria casetta!
I porcellini, a malincuore, prepararono i bagagli e partirono.

Timmy prese il suo flauto.
Tommy raccolse il suo violino.
Gimmy invece prese la sua cassetta degli attrezzi.
Salutarono la mamma e si incamminarono allegri.
– Fate attenzione al lupo cattivo! – si raccomandò la mamma mentre li salutava.

E infatti, nascosto sulla collina, qualcuno stava osservando la scena… era il Lupo Cattivo!

Dopo aver camminato un po’, Gimmy disse:
– Io mi fermerò qui per costruire la mia casetta di mattoni.

Poco dopo anche Tommy decise di fermarsi:
– io costruirò la mia casetta qui, con questo legno!
E iniziò a inchiodare le assi di legno alla bell’è meglio, finito il lavoro prese il violino e cominciò a suonare.

Timmy proseguì, finché non trovò dei gran covoni di paglia con cui in fretta e furia costruì la sua casetta e uscì subito a suonare il flauto.

Gimmy invece lavorò a lungo, ma alla fine costruì una robusta casetta di mattoni. Ci fece persino un camino, per non avere freddo d’inverno.
Solo allora si prese il meritato riposo.

Il giorno seguente, il Lupo Cattivo si presentò alla casetta di paglia di Timmy e disse:
– Mi fai entrare, porcellino?
Ma Timmy, ricordando le parole della mamma, rispose:
– Fossi matto! Tu sei il Lupo Cattivo! – e chiuse la finestra.

Ma il Lupo, preso un gran respiro, soffiò così forte che la casetta di paglia volò via e Timmy scappò veloce da Tommy che lo accolse nella sua casetta di legno.

Ma poco dopo il Lupo bussò anche lì:
– Mi fai entrare, porcellino?

I due gridarono:
– Fossimo matti! Tu sei il Lupo Cattivo!
Ma il Lupo, preso un gran respiro, soffiò così forte che la casetta di legno volò via e Timmy e Tommy fuggirono veloci da Gimmy che li accolse
nella sua solida casa di mattoni.

Poco dopo arrivò il Lupo Cattivo.
– Mi fai entrare, porcellino?
– No! – risposero i tre in coro.
Ma il Lupo, preso un gran respiro, soffiò così forte che… non successe nulla.
La casetta di mattoni era ancora lì.

Il lupo provò e riprovò, ma niente.
Il Lupo allora provò a entrare dal camino, ma Gimmy aveva messo un pentolone d’acqua a bollire sul fuoco e il Lupo scendendo giù ci cadde dentro!

Il Lupo scappò via urlando dal dolore e nessuno lo vide mai più. Anche Timmy e Tommy costruirono una casa di mattoni e tutti e tre suonavano e ballavano insieme:

“Siam tre piccoli porcellini
siamo tre fratellini.
Mai nessuno ci dividerà
tra-lalla-la-là”

⚜ Fine della fiaba ⚜
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Cappuccetto Rosso 🐺

Cappuccetto Rosso, per salvarsi dal Lupo Cattivo, avrebbe dovuto ascoltare meglio i consigli della mamma…

Cappuccetto Rosso per raggiungere più in fretta la nonna prende la scorciatoia per il bosco, e ben presto si ritrova in mezzo ai guai…

Cappuccetto Rosso è la fiaba che mette in guardia dall’ascoltare e credere alle parole dei “lupi cattivi” che in realtà vogliono solo farci del male.

Spesso i bambini, nella loro purezza, sottovalutano i consigli di mamma e papà nello stare in guardia dagli sconosciuti, con questa fiaba potrete insegnarglielo in modo gentile e sereno.

Siccome non ci piace fare male agli animali, nella nostra versione scritta da fabulinis il lupo cattivo non fa una brutta fine 😉

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare di Cappuccetto Rosso!

🔊 Audiofiaba 😴

Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare Cappuccetto Rosso raccontata da Silvia!

Cappuccetto Rosso 🐺 racconto completo


C’era una volta una bimba tanto carina. Tutti le volevano bene, specialmente la nonna che la coccolava e passava sempre un sacco di tempo con lei.
Un giorno la nonna le regalò una mantellina di velluto rosso e, siccome i suoi regali erano importantissimi, non voleva mai toglierla.
In paese iniziarono quindi a chiamarla Cappuccetto Rosso.

La nonna però si ammalò, e un giorno la mamma di Cappuccetto Rosso disse alla bimba:
– La nonna è debole e malata. Portale questa focaccia e questa tisana alle erbe, così si rimetterà in forze. Salutala per me, e mi raccomando: segui la strada che attraversa i campi di grano e non entrare nel bosco, altrimenti rischi di finire nei guai.
– Sì, mamma, farò come mi dici – promise la bimba alla mamma, dandole un bacio.

Ma la nonna abitava in una casetta a una mezz’ora buona di cammino dal villaggio, e Cappuccetto rosso sapeva che prendendo la scorciatoia dentro il bosco sarebbe arrivata prima.
“Cosa potrà mai succedermi? Ho fatto tante volte quel sentiero in compagnia del papà” pensò la bimba.
Cappuccetto Rosso, quindi, prese la scorciatoia. Camminava con passo spedito e, man mano che andava avanti, il bosco diventava sempre più fitto e buio.

Finché ad un certo punto, proprio in mezzo alla strada, incontrò un lupo che sembrava quasi la stesse aspettando.
Cappuccetto Rosso non ebbe paura: non sapeva che quella era una bestia tanto cattiva.
– Buon giorno bimba – disse il lupo.
– Buon giorno a te – rispose Cappuccetto Rosso
– Dove vai così di fretta?
– Vado dalla nonna che è malata.
– E che cos’hai nel cestino? – continuò il lupo.
– Una tisana e una focaccia, la aiuteranno a guarire –
– Ma che brava bimba! Ma dimmi, dove abita la tua nonna? –
– Vicino al mulino, dove ci sono gli alberi di noccioli – disse Cappuccetto Rosso.

Il lupo pensò: “Questa bimba è proprio ingenua…” – Se vuoi ti faccio compagnia fino dalla nonna, qui nel bosco si possono fare dei brutti incontri sai?
Cappuccetto Rosso annuì e sorrise felice.
Il lupo iniziò a camminarle a fianco ma sembrava pensieroso, finché all’improvviso sorrise tra sé e sé. Aveva escogitato un diabolico piano.

Aspettò di arrivare appena fuori dal bosco e le disse:
– Ecco bimba mia, da qui in avanti puoi continuare da sola, spero di rivederti presto!
– Grazie mille signor lupo, a presto! – rispose Cappuccetto Rosso.
– Ma guarda quanti bei fiori ci sono laggiù! – disse il lupo – non sarebbe bello raccoglierne un mazzo per la nonna?
Cappuccetto Rosso guardò i fiori: erano stupendi e corse a raccoglierne un bel mazzetto per la nonna.

Il lupo approfittò del momento di distrazione di Cappuccetto Rosso e corse dritto alla casa della nonna.
– Chi è? – chiese la nonna quando sentì bussare alla porta.
– Cappuccetto Rosso, nonna. Aprimi! – disse il lupo con la vocina più dolce che poteva.
– Devi solo spostare il chiavistello – rispose la nonna, – io sono troppo debole per alzarmi.
Il lupo spostò il chiavistello ed entrò, andò dritto verso il letto della nonna e… gnam! se la mangiò in un sol boccone.
Poi indossò i suoi vestiti e la sua cuffia e si nascose sotto le coperte ad attendere.

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Cappuccetto Rosso, fiabe ritagliate

Cappuccetto Rosso, fiabe ritagliate

Cappuccetto Rosso, dopo aver raccolto un bel mazzolino di fiori, corse dalla nonna.
Stranamente trovò la porta spalancata e, entrando piano piano nella stanza, ebbe una sensazione così cupa che pensò: “c’è un silenzio strano qui oggi, mi vien quasi voglia di andare via… davvero strano, di solito sto così volentieri con la nonna…”
Si avvicinò al letto e spostò la coperta: la nonna aveva la cuffia abbassata sulla faccia e aveva un aspetto strano.

– Nonna, che orecchie grandi che hai! – disse la bimba
– Per sentirti meglio, bambina mia! – rispose il lupo
– E che occhi grossi che hai!
– Per vederti meglio, bambina mia!
– Nonna, ma anche le tue mani sono così grandi! – disse Cappuccetto, sempre più spaventata.
– Per afferrarti meglio! – iniziò a ghignare il lupo.
– Ma, nonna, e che bocca spaventosa che hai! – gridò Cappuccetto Rosso.
– Per divorarti meglio! – E dicendo queste parole, il lupo balzò dal letto e… gnam! Mangiò la povera Cappuccetto Rosso in un sol boccone.
Poi, con la pancia bella piena, il lupo si rimise a letto, si addormentò e incominciò a russare sonoramente.

Solo che la nonna e Cappuccetto Rosso, dentro la pancia del lupo, stavano veramente strette.
Cappuccetto Rosso allora iniziò a fare il solletico dentro la pancia del lupo, e subito anche la nonna cominciò a farlo.
Il sonno del lupo iniziò a essere molto disturbato, si girava di qua e di là dal fastidio, finché non si svegliò di soprassalto.
Iniziò a tossire così forte che anche le mura della casa tremavano, finché fece due colpi talmente forti che dalla bocca gli uscirono fuori sia Cappuccetto Rosso che la Nonna!

Caso vuole che proprio il quel momento passasse di lì il cacciatore, il quale, sentito tutto quel trambusto, non poté fare a meno di affacciarsi alla finestra a guardare tutta la scena.
Il lupo, che si teneva la pancia con le mani per il dolore provocatogli dai forti colpi di tosse, quando vide il cacciatore affacciarsi alla finestra, gridò di paura e corse veloce fuori dalla casa della nonna.

Il cacciatore non fece in tempo ad imbracciare il fucile che il lupo era ormai già lontano. Ma andava bene così, lo avrebbe acciuffato un altro giorno. L’importante era che Cappuccetto Rosso e la nonna stessero bene.
Le due, un po’ frastornate per l’accaduto, stavano comunque bene e ringraziarono il cacciatore per aver fatto scappare il lupo.

Poi Cappuccetto Rosso guardò la nonna, e si scusò dicendole:
– Scusami nonnina, è tutta colpa mia se il lupo è entrato in casa tua e ha cercato di mangiarci… sono stata una sciocca ad inoltrarmi nel bosco da sola, e a fidarmi di un lupo cattivo. Prometto che non lo farò mai più!

La nonna, visto che Cappuccetto rosso aveva compreso bene i suoi sbagli, la abbracciò forte forte, la baciò in fronte e le disse di ascoltare sempre quello che diceva la mamma, che era solo per il suo bene.
Così Cappuccetto Rosso tornò a casa, ma per la strada che attraversava i campi di grano, mica attraverso il sentiero del bosco!

⚜️ Fine della fiaba ⚜️
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La cicala e la formica 🐜

La cicala balla e canta mentre la formica fa provviste per l’inverno che sta per arrivare… chi delle due arriverà meglio preparata all’arrivo del freddo?

La cicala e la formica è una favola famosissima, scritta da Esopo e arrivata a noi grazie a Jean de La Fontaine.

La morale della favola ci insegna che, se si vuole arrivare preparati ad affrontare i momenti difficili, è necessario prima impegnarsi!

Noi di fabulinis ti abbiamo preparato la nostra versione, ma ci piace citare anche Gianni Rodari che ha una diversa “visione” della morale della favola:

Chiedo scusa alla favola antica
se non mi piace l’avara formica
io sto dalla parte della cicala
che il più bel canto non vende…
regala!

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La cicala e la formica 🐜 racconto completo


C’era una volta un’estate calda calda, e una cicala a cui non piaceva né sudare né far fatica. L’unica cosa che le piaceva fare era cantare tutto il giorno.

Sotto il ramo dell’albero dove stava sdraiata comoda la cicala, passava avanti e indietro una formica, tutta indaffarata a portare sulla sua schiena un sacco di cose: pezzetti di cibo, sassolini, legnetti ecc.
La cicala, vedendo quanto era sudata la formica, iniziò a prenderla in giro:
– Vieni quassù con me, signora formica. Fa più fresco e, mentre ti riposi, cantiamo insieme qualche canzone – e, così dicendo, iniziò a cantare.

– Grazie mille per l’invito, signora cicala, ma io sono molto indaffarata a mettere via provviste per l’inverno e a sistemare la mia casetta per proteggermi dal freddo, quando arriverà – e, così dicendo, continuò ad andare avanti e indietro per il prato, indaffarata.
– Ma l’estate è ancora lunga – continuò la cicala – e l’inverno ancora lontano. Non preoccuparti adesso, ci sarà tempo più avanti per mettere via le provviste!

La formica scosse un po’ la testa e continuò imperterrita il suo lavoro, senza più badare alla cicala.
– Fai come vuoi, formica mia. Io intanto mi godo questa meravigliosa giornata standomene qui rilassata a riposare – e la cicala riprese a cantare un’altra canzone.

Ma i giorni e poi i mesi passarono veloci, ed ecco che, puntuale, arrivò l’inverno, col suo freddo e col suo ghiaccio.
La cicala vagava per i campi e i prati arrabattandosi come poteva, recuperando qua e là qualcosa da mangiare e riparandosi dal freddo dove capitava.

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La cicala e la formica. Ediz. a colori

La cicala e la formica. Ediz. a colori

Vagando vagando, una sera in cui il buio era sceso molto presto, incontrò una piccola casetta con la finestrella illuminata. La cicala aveva tanta fame e tanto freddo, così bussò alla porta.
La porta si aprì ed uscì la formica. Quella era la sua casetta costruita con fatica durante tutta l’estate, dall’interno si sentiva arrivare un bel calduccio e un odorino di cibo molto invitante.

– Buonasera signora cicala, cosa ti porta qui da me?
– Buonasera signora formica – rispose tutta infreddolita la cicala, tremando nel leggero cappottino che aveva addosso. – Ho freddo, ho fame e non ho un tetto dove passare la notte.

La formica guardò la cicala con compassione.
– Ah signora cicala, come ricordo bene le calde giornate d’estate in cui, mentre io faticavo per metter via provviste e costruirmi una casa, tu, beata sul tuo ramo al fresco e all’ombra, cantavi cantavi e cantavi… Beh, facciamo così: entra, per questa volta ti aiuterò e ti darò da mangiare e un letto per dormire. Tu però prometti che la prossima estate mi aiuterai a far provviste.

La cicala, imparata la lezione, promise che avrebbe fatto la brava e ringraziò di cuore la formica per l’aiuto.

Morale: chi non fa nulla, non ottiene niente, è per questo che bisogna impegnarsi.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️
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Hänsel e Gretel 👦👧🏡

Hänsel e Gretel, con l’astuzia e un pizzico di furbizia, vincono anche contro la strega cattiva!

Hänsel e Gretel è una fiaba dei fratelli Grimm molto famosa per la “Casetta di Marzapane” che serve alla strega cattiva per attirare i bambini che si sono persi nel bosco e cercare poi di mangiarseli, ma questa volta sarà la strega a fare una brutta fine…

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Giornata stancante? Vai di fretta? Abbiamo preparato anche la versione breve di Hänsel e Gretel!

Hänsel e Gretel 👦👧🏡 Racconto completo


C’era una volta, ai margini della foresta della Turingia, una piccola casetta dove vivevano due fratellini, Hänsel e Gretel.

Il loro papà faceva il taglialegna e la loro mamma, oltre ad occuparsi di tutte le faccende domestiche, spesso lo aiutava nel lavoro.
Era stato un anno difficile, poche persone avevano avuto bisogno del lavoro del taglialegna, e nelle ultime settimane il cibo sulla loro tavola scarseggiava.

Spesso la sera, Hänsel e Gretel dalla loro cameretta, sentivano il loro povero papà piangere per la paura di non riuscire a guadagnare abbastanza da poter sfamare la sua famiglia.

Hänsel e Gretel si rannicchiavano sotto le coperte, tristi e con gli occhi lucidi.
– Dobbiamo fare qualcosa – mormorò Hänsel.
– Ma cosa possiamo fare noi due piccoli bambini? – rispose Gretel.
Dopo un lungo silenzio di riflessione, Hänsel propose:
– Possiamo andare nel bosco insieme al papà e aiutarlo nel raccogliere la legna.
– E’ una bella idea – rispose entusiasta Gretel.

Così il mattino seguente i due bambini si presentarono pronti per accompagnare nel bosco il loro papà, che li guardò orgoglioso per aver due bambini così volenterosi.
Si incamminarono quindi per il bosco, fino ad arrivare ad una grande catasta di legna. Il papà si fermò e con la sua ascia riprese il lavoro che aveva interrotto il giorno precedente.

Disse ai suoi ragazzi di raccogliere i rami più piccoli e ammucchiarli in un punto lì vicino.
I due piccoli iniziarono subito a correre di qua e di là raccogliendo tutti i rami che trovavano per terra. Il papà taglialegna, con la coda dell’occhio, li guardava felice e allo stesso tempo divertito.

Hänsel e Gretel svolgevano il loro compito in maniera molto diligente, finchè ad un certo punto Hänsel gridò:
– Guardate, una lepre!
Gretel e il loro papà si girarono verso di lui, era proprio una bella lepre che si era fermata sulle due zampe a guardarli incuriosita.
– Posso rincorrerla papà? – chiese Hänsel.
– Anche io! – aggiunse Gretel
Il loro papà li guardò, sorrise e disse:
– Va bene, ma non allontanatevi troppo! – “chissà mai che non la acchiappino così stasera mangiamo un bel leprotto arrosto” pensò rimettendosi al lavoro.

I due scattarono subito verso la lepre che immediatamente si mise a correre a zig zag tra gli alberi. Anche Hänsel e Gretel erano veloci ma ben presto la lepre svanì dalla loro vista.
I due bambini, senza rendersene conto, per qualche tempo credettero pure di starle dietro, cercando di indovinare la strada che aveva percorso, poi di colpo Gretel si fermò.
– Dove siamo Hänsel? – disse con la voce ansimante per la corsa.

Hänsel si fermò anche lui, spaesato, si guardava intorno cercando di ritrovare la direzione da dove erano venuti, ma non riusciva a riconoscere niente intorno a sè, nessun albero, nessun arbusto.
– Siamo… siamo… – Hänsel cercava di dire qualcosa di rassicurante alla sua piccola sorellina mentre con lo sguardo perlustrava i dintorni, quando finalmente gli parve di riconoscere uno scorcio familiare – andiamo di là – disse con convinzione.

I due camminarono tra la fitta vegetazione fino ad un tronco abbattuto a terra, lo scavalcarono e si ritrovarono su un piccolo sentiero battuto. I loro cuori si riempirono di sollievo, certi che quel sentiero li avrebbe riportati a casa.

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Hänsel e Gretel. Fiabe intagliate

Hänsel e Gretel. Fiabe intagliate.

Camminavano spediti, l’uno accanto all’altra, pensando alla lepre sfuggita e alle risate che si sarebbe fatto il papà quando li avrebbe rivisti tornare a mani vuote, finché non arrivarono ad un bivio.

Si guardarono in faccia incerti, poi decisero per il sentiero di destra. Accelerarono il passo e si presero per mano. La giornata stava volgendo al termine, e la grande foresta silenziosa diventava sempre più buia.

Nell’aria iniziava a spargersi uno strano odore dolciastro e senza accorgersene finirono per seguirlo d’istinto.
Gretel iniziava ad avere paura – ci siamo persi… – mormorava al fratello, ma quando ormai stavano entrambi perdendo la speranza di riuscire a ritornare a casa, intravidero un grande slargo nella foresta.

Al centro di questo slargo c’era una buffa casetta azzurra, dal tetto rosa confetto e la porta e le finestre cicciotte come salsicce.
Hänsel e Gretel si avvicinarono di corsa e quando erano ormai praticamente sulla soglia della porta, si accorsero che l’intera casa era fatta di dolcissimo marzapane!

Presi dai morsi della fame, i due staccarono un piccolo pezzetto dal muro e iniziarono a mangiarlo, piano, con timore. Quando furono certi che il marzapane era vero ed era anche buonissimo, ne presero manciate sempre più grosse.
Ne mangiarono fino a riempirsi le pance e stavano per afferrarne un altro pezzetto quando la porta di cioccolato della casa si aprì.

Una vecchietta con gli occhi socchiusi, probabilmente miope, disse con voce forte e minacciosa:
– Chi siete, cosa volete?!
Hänsel e Gretel spaventati fecero un balzo all’indietro e si abbracciarono forte.
– Ci scusi tanto signora, siamo solo due poveri bambini che si sono persi nella foresta, e spinti dalla fame abbiamo dato qualche morso alla sua casa di marzapane… ci perdoni… – disse Hänsel.

La vecchietta sentendo queste parole cambiò subito espressione, e la sua voce si fece molto dolce – Oh poveri miei bambini, vi siete persi! Potevate bussare, vi avrei offerto una calda zuppa fumante… ma venite, venite vi prego, non vorrete passare la notte qua fuori al freddo… questa sera potrete dormire da me.

I due bambini, immensamente grati per la cortesia della vecchina, entrarono. La casa era piccola ma accogliente e riccamente decorata, piena di suppellettili d’oro e d’argento, e molti altri ornamenti avevano addirittura pietre preziose incastonate.
Si accorsero subito che la vecchietta non ci vedeva molto bene, perchè per trovare e dare loro un pezzo di pane e del latte andava cercando a tastoni per tutta la cucina.

Dopo la cena li accompagnò in una piccola stanzetta con due lettini, dove Hänsel e Gretel si coricarono e la vecchina diede loro la buonanotte. I due bambini, dopo quella lunga e stancante giornata, caddero in un sonno profondo.

Al mattino seguente Hänsel si svegliò, si stiracchiò un poco ma si accorse subito che non riusciva a muoversi bene. Poi, aperti meglio gli occhi, capì che qualcosa non andava: era rinchiuso dentro ad una grossa gabbia appesa sopra la cucina. Subito prese a gridare.
– Gretel! Gretel!

Un istante dopo comparve la vecchietta che spintonava Gretel fin sotto la gabbia di suo fratello.
– Tieni! Dai da mangiare a tuo fratello che deve diventare bello grassottello, così poi potrò farmi un bell’arrosto gustoso! – rise malignamente le vecchia, che uscì dalla stanza.

Gretel si avvicinò alla gabbia di Hänsel e gli passò un piatto con un bel pollo arrosto ancora fumante.
– La vecchietta è in realtà una strega cattiva… – mormorò Gretel – mi ha detto che vuole farti ingrassare per poi mangiarti… – continuò la piccola scoppiando a piangere.
– Non piangere sorellina mia, vedrai che riusciremo a cavarcela in qualche modo – cercò di rincuorarla Hänsel, prendendole e stringendole la mano attraverso le sbarre della gabbia. Poi osservò il pollo e gli venne un’idea…

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Hansel e Gretel. Storie animate.

Hansel e Gretel. Storie animate.

La vecchia strega passava tutto il giorno a preparare deliziose pietanze da far mangiare ad Hänsel, mentre usava Gretel come sguattera per tenere in ordine la casa.
Ogni sera poi andava sotto la gabbia appesa di Hänsel e gli ordinava di porgerle il dito così da poterlo tastare e sentire se fosse ingrassato abbastanza da infilarlo nel forno e farci un bell’arrosto.

Ma Hänsel sapendo che la vecchia strega era quasi cieca, invece di porgere il suo dito, le porgeva un osso di pollo. La strega tastava l’osso e si rendeva conto che il bambino non era ingrassato per niente.
– Com’è possibile che non ingrassi mai con tutte le leccornie che ti cucino?! Vabbè, vedremo domani… – e se ne andava via sbuffando.

Continuò così quasi per un mese intero, finchè una sera, dopo aver tastato ancora il finto dito di Hänsel, la strega andò su tutte le furie:
– Non è possibile che non ingrassi mai bambino! Ora sono stufa! Ho deciso che ti mangerò lo stesso! – urlò.
E così riempì il forno di legna e lo accese mentre Gretel osservava la scena impietrita e terrorizzata.
– Tu! – gridò la strega rivolta a Gretel – infila la testa nel forno e controlla che sia ben caldo!

Gretel intuì al volo che se solo si fosse avvicinata al forno la strega avrebbe buttato dentro anche lei.
– Non ho capito cosa devo fare… – disse con un filo di voce Gretel.
– Infila la testa nel forno e controlla che sia ben caldo! – tuonò la strega.
– Ma io non so come si fa! – rispose Gretel.

La strega, in un impeto d’ira e al colmo della rabbia, la prese per il vestito, la strattonò fin davanti al forno e le disse:
– Guarda come si fa, incapace! – aprì lo sportello del forno infilandoci la testa.
Gretel come un fulmine diede un forte spintone alla strega, che barcollò e cadde dentro al forno, dopodichè chiuse con forza lo sportello.

Per la strega ormai non c’era più niente da fare.

Gretel corse da suo fratello e lo liberò dalla gabbia.
– Sei stata fantastica Gretel! – i due si abbracciarono forte.
Fecero un fagotto con del cibo e tutto l’oro e l’argento e le pietre preziose che riuscirono a portare via, dopo di che ripresero il sentiero per la foresta.

Camminarono per ore, senza sapere dove andassero realmente, quando all’improvviso sopra le loro teste comparve uno stormo d’anatre disposte a “V” come ad indicare una direzione.
– Guarda Hänsel! – gridò sorpresa Gretel.
– Sembra un segno, forse dovremmo seguirle! – rispose Hänsel.

E così fecero. Camminarono spediti fino ad arrivare ad un fiume.
– Questo fiume lo riconosco! – disse Hänsel.
– E’ vero, è il fiume che passa vicino casa nostra! – esclamò Gretel.

I due iniziarono a correre fino a raggiungere il sentiero che portava dritto a casa loro, dove sulla soglia della porta li stavano già aspettando la mamma e il papà che non avevano mai smesso di pregare per il loro ritorno.

Si abbracciarono tutti felici e pieni di gioia, i due bimbi raccontarono la loro terribile avventura, ma grazie a tutto l’oro e l’argento che avevano sottratto alla strega cattiva, non avrebbero mai più sofferto la fame.

E vissero tutti felici e contenti.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️
Copyright dei Testi © Silvia e William – fabulinis.com

Note su Hänsel e Gretel

In questa versione di Hänsel e Gretel realizzata da fabulinis, molti di voi avranno notato che è stato completamente omesso il passaggio iniziale in cui Hänsel e Gretel, dopo essere stati abbandonati nella foresta dai genitori, ritrovano la strada di casa grazie ai sassolini lasciati lungo il sentiero da Hänsel.

Questa parte di storia è praticamente identica all’incipit di un’altra famosissima fiaba: “Pollicino” (leggi la nostra versione della fiaba di Pollicino 👈)

Ma mentre Pollicino viene ricordata soprattutto proprio per l’astuzia dei “sassolini” lasciati a segnare il sentiero per tornare a casa, Hänsel e Gretel viene ricordata maggiormente per la “Casetta di Marzapane” della strega cattiva.

Non volendo scrivere due fiabe con l’inizio identico, abbiamo deciso di differenziarle leggermente mantenendone però inalterato lo svolgimento globale.

Speriamo che questa nostra versione vi sia piaciuta!

🖌 scarica il disegno da colorare di Hänsel e Gretel! 🎨

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Hänsel e Gretel 👦👧🏡 fiaba breve


C’era una volta, in una foresta, una casetta dove vivevano due fratellini, Hänsel e Gretel.

Il papà era un povero taglialegna e i bimbi un giorno lo accompagnarono nel bosco per aiutarlo col suo lavoro.

Mentre ammucchiavano dei rami, Hänsel gridò:
– Guardate, una lepre! Rincorriamola!

I bambini la inseguirono ma si allontanarono troppo e si persero nel bosco.
I due si ritrovarono su un sentiero pensando fosse quello di casa e accelerarono il passo perché ormai si era fatta sera.

Ma non era la strada giusta e giunsero ad uno slargo con al centro una buffa casetta azzurra, dal tetto rosa e la porta e le finestre cicciotte come salsicce.
Hänsel e Gretel si avvicinarono e videro che la casa era fatta di goloso marzapane!

Affamati, iniziarono a mangiare pezzetti di casa, ma ad un certo punto la porta di cioccolato si aprì e una vecchietta evidentemente miope chiese con voce forte e minacciosa chi fossero.

– Siamo due bambini – risposero – ci siamo persi nella foresta e spinti dalla fame abbiamo dato qualche morso alla sua casa… ci perdoni… –
La vecchietta cambiò espressione, e la voce si addolcì – Oh poverini! Entrate, non vorrete passare la notte lì fuori! – e i bambini, grati, entrarono.

La casa era piccola ma accogliente e piena di oggetti preziosi. I bimbi cenarono e la vecchietta li accompagnò in una stanzetta con due lettini dove Hänsel e Gretel si addormentarono.

Ma al mattino seguente ebbero un’amara sorpresa: Hänsel si svegliò rinchiuso in una grossa gabbia e Gretel era costretta a fare da serva alla vecchietta.

– Dai da mangiare a tuo fratello che deve ingrassare, così potrò farne un gustoso arrosto! – disse malignamente la vecchia a Gretel uscendo dalla stanza.
– La vecchietta è una strega cattiva… – mormorò in lacrime Gretel passando del pollo ad Hänsel.
– Non piangere Gretel, ce la caveremo – rispose Hänsel. Poi osservò il pollo e gli venne un’idea…

La vecchia strega miope ogni sera ordinava ad Hänsel di porgerle il dito per tastarlo e sentire se fosse ingrassato abbastanza per cucinarlo.
Ma Hänsel, invece del dito, le porgeva un osso di pollo. La strega tastava l’osso e pensava che il bambino fosse ancora troppo magro.

Continuò così quasi per un mese, finchè la strega si infuriò:
– Non è possibile che non ingrassi mai! Sono stufa, ti mangerò lo stesso! – urlò.

Accese il forno e quando lo aprì infilandoci la testa per controllare se fosse caldo, Gretel le diede uno spintone facendola cadere dentro, poi chiuse lo sportello e liberò Hänsel.

I due raccolsero tutto il cibo e gli oggetti preziosi che poterono e scappando nella foresta, finalmente ritrovarono il sentiero che portava a casa, dove c’erano la mamma e il papà che li stavano aspettando a braccia aperte.

E grazie a tutto l’oro e l’argento che avevano sottratto alla strega cattiva, non soffrirono mai più la fame.

E vissero tutti felici e contenti.

⚜ Fine della fiaba ⚜
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com

Riccioli d’Oro e i tre Orsi 👱‍♀️🐻🐻🐻

Cosa succede se una bimba un po’ monella entra in casa di una famiglia di orsi?

Riccioli d’oro è una bimba un po’ birbante che, senza permesso, entra nella casa della famiglia dei tre orsi.

Poveri i tre orsi che si ritroveranno tutta la casa sottosopra…!

Come se la caverà Riccioli d’oro?

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare di Riccioli d’Oro e i tre Orsi!

🔊 Audiofiaba 😴

Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare Riccioli d’Oro e i tre Orsi raccontata da William!

🌟 Favola breve 🤏

Giornata stancante? Vai di fretta? Abbiamo preparato anche la versione breve di Riccioli d’Oro e i tre Orsi!

Riccioli d’Oro e i tre Orsi 👱‍♀️🐻🐻🐻 racconto completo


C’era una volta, nel folto di un grande bosco, la casetta della famiglia degli orsi.
Dentro ci vivevano il papà orso, mamma orsa e il piccolo orsetto, che quel giorno erano tutti intenti a fare qualcosa:
Papà orso stava leggendo il giornale, mamma orsa stava preparando la zuppa per il pranzo e il piccolo orsetto stava giocando.

Ad un certo punto la mamma orsa esclamò:
‒ E’ pronta la zuppa!
Tutti si sedettero a tavola e presero la loro scodella, ma non appena l’assaggiarono si accorsero subito che era ancora troppo bollente per essere mangiata.

‒ Mentre aspettiamo che la zuppa si raffreddi, faremo una bella passeggiata nel bosco ‒ disse papà orso.
‒ Bella idea! ‒ rispose mamma orsa.
‒ Siiiii! ‒ esclamò il piccolo orsetto tutto felice.
Così i tre orsi uscirono di casa dimenticandosi di chiudere a chiave la porta.

Poco dopo, arrivò davanti la loro casa una bambina il cui nome era Riccioli d’Oro, per via dei suoi capelli ricci e dorati.
Riccioli d’oro bussò alla porta:
‒ C’è nessuno? ‒ disse, ma non ebbe risposta e, vedendo che la porta era aperta, decise di entrare a curiosare un po’.
Sentì subito un profumo delizioso di zuppa calda nell’aria e vide sul tavolo le tre scodelle. Siccome sentì arrivare un certo languorino allo stomaco, decise di assaggiare la zuppa.

Prese un cucchiaio di zuppa dalla scodella più grande ma si accorse subito che era troppo bollente per i suoi gusti, così assaggiò quella nella scodella media, che invece era troppo fredda! Infine prese la scodella più piccolina e, siccome la zuppa era perfetta, la mangiò tutta.

Poi Riccioli d’Oro, sentendo la pancia piena, decise di riposarsi un pochino su una delle poltrone del salotto. Cercò di salire su quella più grande, ma per lei era troppo alta. Così provò quella media, che però era troppo scomoda. Alla fine si sistemò sulla poltroncina piccolina, che era comodissima, ma Riccioli d’Oro iniziò a dondolarsi avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro… finchè la poltroncina non si ruppe in mille pezzi!

Stanca e infastidita per la poltroncina che si era rotta proprio nel momento in cui si stava divertendo di più, Riccioli d’Oro decise di salire a riposarsi al piano di sopra, dove si trovava la camera da letto dei tre orsi.

Si sdraiò sul letto più grande, che però era troppo alto! Provò allora il letto medio, ma era troppo largo! Alla fine si sdraiò sul lettino piccolino, che era perfetto per lei, e si addormentò.

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Riccioli d'oro e i tre orsi

Riccioli d’oro e i tre orsi

I tre orsi finalmente tornarono dalla loro passeggiata e con sorpresa trovarono la porta di casa aperta.
Entrati, il papà orso esclamò:
‒ Chi ha assaggiato la mia zuppa?!
E mamma orsa a sua volta esclamò:
‒ Chi ha assaggiato la mia zuppa?!
Mentre il piccolo orsetto, con voce triste disse:
‒ Chi ha mangiato tutta la mia zuppa…?!

Poi papà orso si voltò verso il soggiorno e, notando tutti i cuscini della sua poltrona messi in disordine, disse:
‒ Chi si è seduto sulla mia poltrona?!
Anche mamma orsa disse:
‒ Chi si è seduto sulla mia poltrona?!
Il povero orsetto invece, guardando la sua poltroncina rotta in mille pezzi, disse tristemente:
‒ Chi ha rotto la mia poltroncina…?!

I tre orsi decisero di andare al piano di sopra, da dove sentivano arrivare un sonoro russare…
Papà orso, vedendo il suo letto tutto sottosopra, esclamò:
‒ Chi ha dormito nel mio letto?!
E mamma orsa disse anche lei:
‒ Chi ha dormito nel mio letto?!
Mentre il piccolo orsetto, tutto arrabbiato disse:
‒ Chi sta dormendo nel mio lettino!?

Mamma e papà orsi si girarono a guardare meravigliati la bimba che beatamente dormiva dentro il lettino del loro bambino ed esclamarono tutti all’unisono:
‒ E tu chi sei?!
Solo allora quella monella di Riccioli d’Oro si svegliò di soprassalto, guardando terrorizzata i tre orsi che le stavano attorno e, senza aspettare un attimo di più, prese a correre giù per le scale come un fulmine, infilò la porta di casa e corse via nel bosco senza mai farsi più rivedere.

I tre orsi si guardarono in faccia attoniti e senza parole, grattandosi la testa per l’accaduto.

Presto papà orso sistemò la poltroncina del piccolo orsetto, mentre la mamma prese un po’ della sua zuppa e quella del papà per metterla nella ciotolina del loro cucciolo, così finalmente mangiarono tutti la zuppa felici e contenti!

⚜️ Fine della fiaba ⚜️
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Riccioli d’Oro e i tre Orsi 👱‍♀️🐻🐻🐻 fiaba breve


C’erano una volta papà orso, mamma orsa e il piccolo orsetto che vivevano in una casetta.

Un giorno mamma orsa preparò la zuppa, e mentre aspettavano che si raffreddasse, uscirono a fare una passeggiata, dimenticando la porta aperta.

Poco dopo, arrivò una bambina di nome Riccioli d’Oro, per via dei capelli ricci e dorati.
Riccioli d’Oro bussò, ma non ebbe risposta.
Vedendo la porta aperta, entrò a curiosare.
Sentì il profumo di zuppa, e la assaggiò.

La zuppa nella scodella più grande era troppo bollente, quella nella scodella media invece era troppo fredda.
Quindi mangiò tutta la zuppa nella scodella piccola, perché era perfetta.

Poi Riccioli d’Oro decise di riposarsi un po’.
La poltrona più grande era troppo alta, quella media troppo scomoda.
La poltroncina piccolina, invece, era comodissima, e Riccioli d’Oro si dondolò finché… la ruppe!

Riccioli d’Oro decise di andare nella camera da letto degli orsi.

Il letto più grande era troppo alto, quello medio era troppo largo!
Il lettino piccolino, invece, era perfetto, e lei si addormentò.

I tre orsi tornarono a casa.
Entrati, papà orso esclamò:
‒ Chi ha assaggiato la mia zuppa?!
Mamma orsa esclamò:
‒ Chi ha assaggiato la mia zuppa?!
Il piccolo orsetto singhiozzò:
‒ Chi ha mangiato tutta la mia zuppa…?!

Papà orso vide le poltrone in disordine, e disse:
‒ Chi si è seduto sulla mia poltrona?!
Mamma orsa disse:
‒ Chi si è seduto sulla mia poltrona?!
Il povero orsetto invece pianse:
‒ Chi ha rotto la mia poltroncina…?!

I tre orsi andarono in camera da letto.
Papà orso, vedendo i letti sottosopra, esclamò:
‒ Chi ha dormito nel mio letto?!
Mamma orsa disse:
‒ Chi ha dormito nel mio letto?!
Il piccolo orsetto ringhiò:
‒ Chi sta dormendo nel mio lettino!!?

I tre orsi, guardando la bimba, gridarono:
‒ E tu chi sei?!
Riccioli d’Oro si svegliò di soprassalto, vide i tre orsi e corse via terrorizzata senza farsi mai più rivedere.

I tre orsi rimasero senza parole, poi però papà orso aggiustò la poltroncina, la mamma diede un po’ di zuppa al piccolo orsetto e finalmente mangiarono tutti la zuppa felici e contenti!

⚜ Fine della fiaba ⚜
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com

Biancaneve e i sette nani 🍎

Biancaneve e i sette nani è tra le fiabe più famose dei fratelli Grimm, tanto che Walt Disney decise di realizzare suo primo lungometraggio animato basandosi proprio su questa storia.

Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?” E’ la frase che ripete ogni giorno Grimilde, la strega cattiva matrigna di Biancaneve, e lo specchio le risponde sempre “mia signora, voi siete la più bella di tutte”.

Ma un giorno questo non accade più e per l’invidia Grimilde metterà in seria difficoltà la vita di Biancaneve…

Noi di fabulinis abbiamo scritto la nostra versione, speriamo ti piaccia!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba di Biancaneve e i sette nani:

Biancaneve e i sette nani 🍎 storia completa


C’era una volta Biancaneve, una principessa che viveva con suo padre il Re e una matrigna tanto bella quanto cattiva.
Grimilde, la matrigna di Biancaneve, era riuscita a sposare il Re perché era in realtà una strega, e gli aveva fatto un sortilegio.

Da quel giorno, alla corte del castello tutto era diventato più triste.
Grimilde pretendeva di essere servita e riverita in ogni cosa, e aveva fatto in modo che Biancaneve fosse considerata poco più di una serva qualunque.
Ma Biancaneve sopportava anche le peggiori scortesie perché, per tornare felice, le bastava ricordare la sua cara mamma che ora non c’era più.

Grimilde, poi, aveva uno specchio magico, che poteva rispondere a tutte le sua domande, ma lei ne faceva una sola soltanto:
– Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame? – chiedeva ogni mattina appena sveglia.
E lo specchio, che era uno specchio magico serio, le rispondeva la verità.
– Mia signora, voi siete la più bella di tutte.
E Grimilde sorrideva maligna…

Ma Biancaneve diventava ogni giorno più bella e Grimilde era invidiosa, per questo le faceva fare i lavori più umili, sperando che così rimanesse meno bella di lei.
Finché un giorno, dopo la solita domanda di Grimilde, lo specchio rispose:
– Mia signora, è Biancaneve la più bella del reame…
Grimilde iniziò a gridare infuriata e per poco non ruppe lo specchio dall’ira.
Quella notte non chiuse occhio, e pensò ad un piano per far sparire Biancaneve, così da rimanere la più bella del reame.

Al mattino chiamò il cacciatore, suo servitore, e gli ordinò di portare Biancaneve nel bosco e riportarle il suo cuore, come prova per averla uccisa.
Il povero cacciatore a malincuore obbedì.

– Dove mi portate signor cacciatore? – chiedeva Biancaneve, ma il cacciatore rimaneva zitto e con lo sguardo basso.
Quando furono finalmente nel bosco profondo, si fermarono. Il cacciatore avrebbe dovuto prendere il fucile, ma voleva troppo bene a Biancaneve per poterle fare del male.
– Cosa succede signor cacciatore? – chiese Biancaneve?
– Grimilde vuole essere la più bella del reame, e quindi mi ha dato l’ordine di portarti qui nel bosco e…

Ma il cacciatore non riuscì a finire la frase. Pensò che bastava lasciare la ragazza da sola lì nel bosco, al resto ci avrebbero pensato i lupi.
Salutò Biancaneve con un cenno della mano, e con le lacrime agli occhi scappò via.

Biancaneve, che ancora non aveva ben compreso cosa fosse successo e perché fosse stata portata lì, iniziò a guardarsi attorno impaurita, non era mai stata da sola nel profondo bosco.
Iniziò a correre a destra e sinistra, senza riuscire a ritrovare il sentiero che portava al castello, finché non si imbatté un una piccola casetta.

Impaurita e stanca bussò alla porta, ma nessuno aprì. Scostò lentamente la porta chiedendo il permesso, ma nessuno rispose.
Si ritrovò dentro ad una minuscola cucina, con un piccolo tavolo e sette piccole sedie tutt’intorno.
Sulla tavola c’erano del pane e dell’acqua. Biancaneve ne prese un pochino per placare la fame e la sete, e poi si mise a curiosare per la casetta.

Si ritrovò in una stanza da letto con sette piccoli lettini. Era veramente meravigliata e si sedette su uno di questi, ma per la stanchezza si appisolò.

A svegliarla ci pensò un gran fracasso proveniente dalla cucina. Era già sera e dall’altra stanza arrivavano voci di uomini che si chiedevano chi mai fosse entrato nella loro casa.
Così Biancaneve corse in cucina.
– E tu chi sei?! – Esclamarono i sette piccoli ometti quando la videro arrivare.
– Io sono Biancaneve, dovete scusarmi per essere entrata in casa vostra senza permesso ma… – e Biancaneve raccontò loro tutta la sua triste storia.

Quando ebbe finito, i sette nani si guardarono e sentenziarono all’unanimità:
– Non preoccuparti Biancaneve, rimani pure a casa nostra, sei la benvenuta. Ti offriremo riparo e protezione dalla matrigna cattiva.
– Vi ringrazio miei cari ometti – disse Biancaneve – mi saprò sdebitare, non dubitate! – e prese subito a preparare la cena e sistemare casa.
I sette nani, che si chiamavano Brontolo, Cucciolo, Dotto, Eolo, Gongolo, Mammolo e Pisolo, non potevano essere più felici.

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Biancaneve in rilievo

Biancaneve in rilievo

Il giorno dopo Grimilde si alzò tutta felice pensando di essersi liberata di Biancaneve, e chiese al suo specchio:
– Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?
Ma lo specchio rispose:
– Mia signora, è Biancaneve la più bella del reame, e ora vive nel bosco insieme a sette piccoli nani.

– Non è possibile! – gridò Grimilde – l’ho fatta portare nel bosco dal cacciatore, guarda, questo è il suo cuore! – e mostrò un cofanetto di legno.
– Quello nel cofanetto, è il cuore di un capretto! – le rispose lo specchio.
Grimilde gridò furiosa contro lo specchio ed il cacciatore infedele, e decise che avrebbe risolto lei personalmente la questione.
Corse nelle segrete del castello dove nascondeva il suo laboratorio di pozioni magiche e iniziò a fare stregonerie.

Biancaneve intanto era tutta felice che i sette nani la avessero accolta come una sorella. Mentre loro di giorno andavano a lavorare nella vicina miniera, lei preparava il pranzo, rassettava la casa e lavava i panni.
E la sera si divertivano un sacco a raccontarsi storie e filastrocche.

Ma un giorno alla porta della casetta bussò una vecchia signora dai capelli bianchi e vestita di cenci.
– Buongiorno vecchina, cosa posso fare per lei?
– Buongiorno mia cara fanciulla, sono una povera vecchia che vende mele, ne vuoi una? – disse la vecchia.
– Le vostre mele rosse sono bellissime, ma io non ho soldi per pagarvi… – rispose Biancaneve.

La vecchia sorrise e le disse:
– Siete così bella mia giovane fanciulla che ve ne regalo una, tenete, mangiatela pure.
Biancaneve prese la mela e la portò alla bocca…
Ma non appena ne morse un pezzettino, Biancaneve cadde svenuta a terra!

La vecchia allora si mise a ridere, ridere e ridere, e poco dopo in un “puff” si tramutò in Grimilde che si era camuffata da vecchia e aveva avvelenato la mela.
Così, mentre Grimilde spariva nel bosco, Biancaneve giaceva a terra come morta.
La sera i sette nani tornarono a casa, e vedendola così si disperarono e piansero tutta la notte.

Il giorno dopo, non ebbero il coraggio di seppellirla tanto era ancora bella, e prepararono per lei una bara di cristallo che sistemarono in una piccola radura. Piangendo la lasciarono lì in compagnia di scoiattoli e uccellini.
Verso sera passò di lì il principe del reame vicino, Florian, che tornava a casa dalla battuta di caccia.
Incuriosito da quella teca di cristallo con dentro una ragazza si avvicinò, e quando vide la bellezza di Biancaneve se ne innamorò subito.

Lui non sapeva che Biancaneve era stata avvelenata da Grimilde e pensava stesse solo riposando di un sonno profondo.
Così la prese tra le braccia. Ma proprio in quel momento il piccolo pezzo di mela avvelenata che Biancaneve aveva ancora in bocca, cadde a terra.
Il principe Florian la baciò, e Biancaneve che non aveva più il veleno in bocca poco a poco rinvenne e si risvegliò.
Anche Florian era un bel giovane e Biancaneve fu felice di ritrovarsi fra le sue braccia.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️
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Biancaneve e i sette nani

Biancaneve e i sette nani

Conte per bambini in rima 🤸

Con le conte per bambini in rima… sei sotto proprio tu!

Vi ricordate quando da piccoli dovevamo scegliere a chi toccava fare un certo ruolo in un gioco? Usavamo le conte, e ognuno di noi ha di sicuro la sua preferita! 🥰

In questa pagina abbiamo raccolto tutte le conte per bambini che abbiamo trovato, cerca la tua preferita e “cantala” insieme al tuo bimbo, siamo sicuri che vi divertirete come matti 😄

Indice delle conte

Conte con gli animali

  • Din, din, din, gattino mio,
    tutto il bene lo voglio a te,
    la ciccina la mangio io,
    e l’ossicino lo do a te.
  • L’uccellin che vien dal mare quante penne puo’ portare?
    puo’ portarne 33 un, due e tre!
  • Farfallina bella bianca
    vola, vola mai si stanca,
    vola, vola sempre in su,
    farfallina non c’è più
    e resti fuori sempre tu.
  • Tre gattini tre gattini
    se ne van per i camini
    i gattini sono tre
    a star sotto tocca a te.
  • L’uccellin dal becco rosso
    è caduto giù nel fosso;
    giù nel fosso non c’è più:
    resti fuori proprio tu.
  • Lepre leprottino
    la mamma col bambino
    uno due tre
    tocca a te.
  • Cavallino arrò, arrò,
    prendi la biada che ti do,
    prendi i ferri che ti metto
    per andare a San Francesco.
    A San Francesco c’è una via
    che ti porta a casa mia.
    A casa mia c’è un altare
    con tre monache a pregare
    una dell’altre è più belletta
    è Santa Barbara benedetta.
  • Rinoceronte che passa sul ponte
    che sta sull’attenti,
    che fa i complimenti,
    che dice buongiorno
    girandosi attorno.
    Gira e rigira, la testa mi gira,
    non ne posso più
    e puff cade giù:
    a star fuori sei proprio tu!
  • Orlando paladino
    avea un bel cavallino.
    Trotterella, trotterella
    per cercar la caramella.
    Caramelle non ce n’è:
    a cercarla tocca a te.
  • Passa Paperino
    con la pipa in bocca
    guai a chi la tocca,
    la tocchi proprio te
    uno due e tre!
  • Questa è la conta dei tre somarelli
    che si baciavano sotto gli ombrelli.
    Un giorno disse il re:
    “Vi ordino di contare fino a tre!”
    Uno, due, tre.
  • Luzega luzega barbagialla
    metti la briglia alla mia cavalla,
    la cavalla è di un re,
    luzega, luzega, vien con me.
  • An ghin gò
    tre galline e tre cappò
    per andare alla cappella
    c’era una ragazza bella
    che suonava le ventitre
    uno due e tre.
  • Un due tre
    la gallina fa coccodè
    chicchirichì
    fa il gal che canta
    puoi contare fino a quaranta
    quarantuno e quarantatre
    sei più bella e scelgo te.
  • Margherita col corallo
    salta su che canta il gallo!
    Canta il gallo e la gallina,
    salta su Margherita!
  • Una gallina zoppa
    quante penne tiene in groppa?
    Ne tiene ventiquattro
    uno due tre e quattro.
  • Uno, due, tre, quattro
    la moglie di maestro Giacomo
    Maestro Giacomo va al mulino
    tira la coda al cagnolino
    il cagnolino fa bug, bug
    il gattino miao, miao
    il pulcino pio, pio
    Ti saluto caro mio.

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Conte con i numeri

  • sette, quattordici, ventun ventotto,
    questo è il gioco di paperotto,
    paperotto medicina,
    vai fuor tu che sei regina.
  • Macchinina rossa rossa dove vai? (un bambino dice il nome di una città)
    e quanti chilometri farai? (il bambino dice un numero, poi si comincia a contare).
  • 4,3,2,1
    a casa tua non c’è nessuno.
    Ma se vai a casa mia
    lì di certo c’è mia zia.
    C’è mia zia che lava i panni
    e saluta tutti quanti,
    tutti quanti tranne uno…
    Non è un fante, non è un re
    la fortuna ha scelto te!
  • Uno, due, tre, quattro,
    c’era un topo e c’era un gatto,
    cinque , sei sette otto,
    che mangiavano il risotto
    nove chicchi e dieci piatti,
    topo e gatto sono matti.
    L’uno è piccolino
    il due è più grandino
    e poi arriva il tre
    e se lo prende il re.
  • Ci son tante fragoline
    tutte rosse e piccoline,
    ci son tante pecorelle
    tutte bianche e tutte belle,
    ci son fiori nei giardini,
    ci son tanti pesciolini.
    Tutto questo sai perché?
    Ora tocca proprio a te!
  • Conta dieci, conta venti,
    leva tutti e quattro i denti,
    poco male ti farà
    se nel cielo volerà.
    Vola vola, canta canta,
    scrivi sulla carta bianca.
    Io ti scrivo e ti rispondo,
    ho girato tutto il mondo
    fino al giorno ventitrè,
    a star sotto tocca a te!
  • Il reuccio alla fontana
    nel bel mezzo della piana
    vede tre brocche, tre orchi, tre dame
    e fatine ventitrè.
    A chi tocca? Tocca a te!
  • Uno, due e tre cancelli
    ceci cotti e campanelli
    mentre incontra l’uccello papà
    quante penne mi vuol portar?
    Me ne porta ventitre
    Uno, due e tre
  • Hai visto mio marito,
    di che colore era vestito,
    quanti soldi aveva in tasca… (Si dice la cifra)
    (si conta)…!
  • Bin, bin, cinesin,
    conta tutti i cappellin.
    Bin, bin, cinesin,
    casta giù dal lettin
    a contare i cappellini:
    conta uno due tre,
    ora tocca proprio a te!
  • Mio fratellino
    ha perso un ciabattino.
    Va dal calzolaio,
    ne compra un altro paio.
    “Scusi quanto costa?”
    “Mille e otto”
    “Ma lei è pazzo!”
    “Facciamo mille e quattro.”
    Uno, due, tre e quattro.
  • Din e Dan, Dan e Din
    bolle l’acqua nel catin.
    Il catin va in sette cocci,
    se ne fan sette cartocci,
    uno a me, uno a te,
    uno allo sguattero del re,
    uno dallo a chi vuoi tu,
    che di cocci non ne ho più
  • Uno il pruno
    Due il bue,
    Tre il re,
    Quattro il cioccolato,
    Cinque le aringhe,
    Sei gli scarabei,
    Sette le civette,
    Otto il biscotto,
    Nove le ove,
    Dieci pasta e ceci.
  • Conta dieci conta venti
    leva tutti e quattro i denti
    poco male ti farà
    se nel cielo volerà
    Vola vola, canta canta
    scrivi sulla carta bianca.
    Io ti scrivo io ti rispondo
    ho girato tutto il mondo
    fino al giorno ventitre
    a star sotto tocca a te!
  • Pepino Pepè
    va incontro al re
    seduto sulla panca
    per centocinquanta
    per uno per due per tre
    per quattro per cinque per sei
    per sette per ottobre
    pan biscotto
    biscottino
    sta fuori Peppino.
  • Uno due tre
    conta conta fin che ce n’è
    ce n’è quattro cinque sei
    sono sette e sono otto
    questo fuori e questo sotto.
  • Un due tre
    La pepina la fa’l cafè
    la fa’l cafè co la cioccolata
    la Pepina l’è meza ma…ta!
    Veneto.
  • 1 2 3 4 5 6 7 8 mortadella pan biscotto
    pan biscotto mortadella era morto Pulcinella.
    Pulcinella aveva un podere
    che ogni giorno andava a vedere.
    Quando mancava uno dava la colpa al muro,
    quando manca due dava la colpa al bue,
    quando mancava tre dava la colpa al Re,
    1 2 3 a star fuori tocca a te.

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Conte con la frutta o il cibo

  • Amblimblone goccia di limone
    goccia d’arancia viene il mal di pancia
    bevo un tè, ma non c’è
    conto fino a tre, uno due tre
  • Il re del Portogallo
    va a trovare la regina
    che fa la torta con la farina.
    La farina è troppo bianca,
    la regina è molto stanca,
    molto stanca del lavoro;
    esci fuori e vai con loro.
  • Coccodè
    La mamma non c’è
    è in cucina
    Che prepara il caffè
    Tutto per me
    Niente per te
    Uno due tre.
  • Sotto la pergola nasce l’uva,
    prima acerba, poi matura.
    Zeffirin, zeffirà,
    a chi tocca toccherà.
    Toccherà al figlio del re,
    il figlio del re va al mulino
    col cane vicino.
    Il cane bau-bau,
    la gatta miao-miao,
    il pulcino pio-pio:
    ti saluto caro mio.
  • Sotto la pergola nasce l’uva
    prima acerba e poi matura
    cenci cenci rattoppati
    rivenduti e ricomprati
    rivenduti in Barberia
    salti fuori la bella Maria.
  • Olio, pepe e sale, per condire l’insalata
    insalata non ce n’è,
    a star fuori tocca a te.
    Lava lava le scodelle
    per mangiare le tagliatelle
    lava bene, lava male
    butta l’acqua nel canale
    Sei per otto quarantotto
    vai in cucina fai il risotto
    fallo come lo vuoi tu
    un due tre
    stai fuori tu
  • Piso pisello colore così bello
    colore così fino di Portofino
    la bella pulinaia che sale sulle scale
    le scale del pavone la piuma del piccione
    la bella zitella che gioca a pollastrella
    la figlia del re…
    …tocca precisamente a te!

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Conte famose

  • Ambarabà cicci coccò
    tre civette sul comò
    che facevano l’amore
    con la figlia del dottore
    il dottore si ammalò
    ambarabà cicci coccò
  • Conta conta contarello
    questo gioco è molto bello,
    molto bello come te,
    conta uno, due, tre!
    Conta conta tamburino
    che il nemico è qui vicino,
    se giochiamo in compagnia
    il nemico scappa via.
    Fafofì, fifofà, a chi tocca non si sa.
    Fafofà, fifofì, chi comanda eccolo qua.
  • Cade la stella in mezzo al mare
    mamma mia mi sento male
    mi sento male in agonia
    prendo la barca e fuggo via
    fuggo via di là dal mare
    dove sono i marinai
    che lavoran tutto il dì
    a bi ci di!
  • Carlomagno re di Francia
    con tre pulci sulla pancia.
    Una tira, l’altra molla,
    l’altra fabbrica la colla.
    Gratta gratta tutto il dì
    ma le pulci restan lì.. (l’ultimo è il prescelto…)
  • sotto la cappa del camino
    c’era un vecchio contadino
    che suonava la chitarra
    pim pum barra
  • pimpum d’oro la rincia e l’arancia
    quanti giorni sei stato in Francia?
    al lunedì, al martedì
    tocca sempre e proprio a ti
  • Affacciata al balcone
    c’è la figlia del dottore.
    Forza, avanti chi si fa?
    Zero, uno, due e tre:
    ora tocca proprio a te!
  • Sono alto sono basso?
    Sono magro oppure grasso?
    Sono bruno o sono biondo?
    Ogni specchio che c’è al mondo
    mi risponde lì per lì
    che io son così.
  • Tic tac la fontana
    chi la rompe e chi la sana
    l’ha sanata San Francesco
    che veniva giù da Urbino
    e portava l’uccellino
    l’uccellino fa cucù
    scappa fuori che sei tu!
  • Ho una spilla regalata
    ma non so chi me l’ha data
    me l’ha data mia sorella
    che si chiama mortadella
    me l’ha data mio cognato
    che si chiama scornacchiato
    me l’ha data mio cugino
    che si chiama formaggino
    me l’ha data mio papà
    che si chiama baccalà.
  • Sotto il ponte ci sono tre bombe
    passa il lupo e non le rompe
    passa il re e ne rompe tre
    passa la regina e ne rompe una dozzina
    passa il reggimento e ne rompe cinquecento.
  • Chi è dentro è dentro
    chi è fuori è fuori
    chi è dietro di me
    batte uno due e tre.
  • Encio bilencio
    le scarpe di cencio
    le calze di lana
    vattene fuori
    la mamma ti chiama.
  • Alla cena del signore
    c’eran centoventi suore
    la più vecchia s’ammalò
    e un dottore si chiamò
    la guarì da quel malanno
    tu sta fuori tutto l’anno.
  • Il rombo rimbomba, suona la tromba,
    suona l’italiano, suona il tedesco,
    suona il francese, suona l’inglese,
    stai fuori perlo-meno un mese!
  • I tre saggi di Baviera
    hanno per barca una zuppiera
    che se a galla fosse stata
    la conta sarebbe continuata
    anche fino a centoventitrè,
    toccherebbe precisamente a te!
  • La luna è una ruota gialla,
    cade in mare e resta a galla,
    gettano le reti i pescatori,
    noi siamo dentro e tu sei fuori.
  • Mariolino biricchino
    tutti i giorni va a Portofino
    e va pure in Portogallo,
    se si sveglia al canto del gallo.
    Certe volte si sveglia alle tre,
    a giocare tocca a te!
  • La regina è andata a Roma
    a comprare la corona
    la corona è già venduta
    la regina è già svenuta
    è svenuto pure il re
    a star fuori tocca a te.
  • Passin passetto,
    salii sul tetto,
    salii sulla cima
    d’un’alta collina.
    Di lassù vidi il mondo
    da quadrato farsi tondo.
  • Guardandomi in giro
    mi venne il capogiro.
    Giro girello
    esci fuori bimbo bello.
    Tre ragazze a una fontana
    una strizza e l’altra lava
    una prega a Santo Vito
    che le mandi un buon marito
    bianco rosso e colorito
    come la faccia di Santo Vito.
  • Barabì barabà
    tu sei andato in Canadà
    per trovare il tuo papà
    e perciò fuori di qua.
  • Per te per te per te
    io ne tengo solo tre
    solo tre cavalli e re
    uno due e tre.
  • Santa Chiara monachella
    tira fuori la più bella
    la più bella del maggiore
    Sant’Antonio pescatore
    pesca e ripesca
    salta fuori questa
    questa e quest’altra
    tira fuori l’altra
    l’altra l’altrina
    salta fuori colombina.
  • Nel giardino del papa
    ci si pianta l’insalata
    l’insalata e la lattuga
    salta fuori la più ciuca
    la più ciuca e la più elegante
    quella che porta il guardinfante
    guardinfante e chicchirichì
    bella zitella vuoi te venir?
    Volete venire a raccoglier le rose?
    Ce ne sono troppo poche
    Pipene una pipene due pipene tre
    Bella zitella venite con me.
  • Trippe trappe con rose e fiori
    questo è dentro e questo è fuori
    questo è fuori e questo è dentro
    il serpente fa spavento
    fa spavento quando c’è
    trippe trappe tocca a te.
  • Un pezzo di legno, poco fuoco
    due pezzi un po’ di fuoco,
    ma se un altro, o due, ce ne metto,
    ecco fatto un bel fuochetto.
  • Mappamondo, mappamondo,
    fa girare tutto il mondo,
    fa girare anche te:
    uno, due, tre!
  • Lincia, lancia
    la melarancia;
    Francia e Lombardia:
    insegnami la via.
    Via, viella,
    incontrai una fontanella:
    mi ci lavai le mani,
    persi l’anello
    del dito picciriello.
    Andai dal curato,
    il curato non c’era,
    c’era la cuoca
    che friggeva le frittelle.
    Dammene una,
    dammene due,
    dammene tre,
    andar via tocca a te.
  • Alle bombe del cannon
    Pastasciutta e maccheron
    da buttare nel bidon
    Bim bum bom!
  • Le belle statuine
    d’oro e d’argento
    che valgon mille e cento
    uno due tre
    uno due tre
    ora tocca a te!
    Ora tocca a me!
  • Questo è l’occhio bello
    quetso è suo fratello
    Questa è l’orecchietta bella
    questa è sua sorella
    Questo è il campanin
    che fa sempre din din
    Questo è il grande forno
    che mastica tutto il giorno.
  • Oh Maria Giulia
    alza gli occhi al cielo
    fai un salto
    fanne un altro
    fa la riverenza
    fa la penitenza
    leva il cappellino
    fai un bell’inchino
    guarda in su
    guarda in giù
    offri il fiore a chi vuoi tu.
  • Giro giro tondo
    il pane cotto in forno
    un mazzo di viole
    per darle a chi le vuole
    le vuole la Sandrina
    caschi a terra la più piccina
    Giro giro tondo
    il pane cotto in forno
    un mazzo di viole
    per darle a chi le vuole
    le vuole la Marina
    caschi a terra la più piccina.
  • Pon pon d’ora
    larillarancia
    quanti giorni
    sei stato in Francia
    uno due tre
    uno due tre
    pon pon d’oro
    tocca a te!
  • Evviva la torre di Pisa
    che pende che pende
    che mai casca giù
    Evviva la torre di Pisa
    che pende che pende
    che mai casca giù.
  • Ciribiribì
    cirimbirimbella
    a chi tocca la più bella
    la più bella tocca al re
    a star sotto tocca a te!
  • Botta bottanta
    chi viene a Roma
    chi ha perso la corona
    la corona dei ventitre
    uno due tre.
  • Son venuto su al castello
    per trovare mio fratello
    tuo fratello qui non c’è
    esci fuori via anche te!
  • Uno, due… un due tre
    cerchi il papa e trovi il re
    cerchi il quadro e trovi il tondo
    cerchi il capo e trovi il fondo
    cerchi il saggio e trovi il matto
    cerchi il cane e trovi il gatto
    cerchi il gatto e trovi il topo…
    … io vengo prima e tu vieni dopo.
  • Piedi pieduno
    La madre digiuno
    La bella pettegola
    Comandi Maria
    Anna Susanna
    Prendi la scopa
    Gettala in terra
    Quando arriva la figlia del re
    Uno due tre
    Alza la gamba che tocca a te!
  • Torino Torino che bella città
    si mangia si beve l’amore si fa.
    Hai visto mio marito? (si deve rispondere si o no)
    Di che colore era vestito? (si deve dire un colore)
    Quanti soldi aveva in tasca? (si deve dire un numero, poi si conta quel numero)

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Filastrocche per tutto l'anno

Filastrocche per tutto l’anno

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Conte senza senso

  • Ponte ponente
    ponteeppi’tappetapperugia,
    ponte ponente ponteppi’
    tappe tapperi’
  • Ritico,
    vitico,
    sanatoco,
    vitoco,
    ravanello,
    bonavito e fora quello
  • Au liu lè tuli lè
    a tam blem a tam blum
    fora buseta fora boton,
    fora mi, dentro ti!
  • Auli’ ule’
    catamiflit all’usigne’
    tulilemblemblu’
    tulile’ mblemblu’
  • Auli ule meta buse,
    metà perfitte da lusinghè
    tutli lem blem blu
    tuli lem blen blu.
  • Auli aulè che te prime a lusingher,
    tu li lem blem blum
    tu li lè blem blum.
  • Pimperipetta nusa?
    Pimperipetta pan
  • Oh mony mony mony accademia mustafà
    mustafà fa dartagnan gnan gnan
    mucci demi demi demi
    mucci uà uà uà
    mucci demi demi demi
    mucci uà uà uà

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Filastrocche di Natale 🎅

Mentre si aspetta il Natale, e fuori fa tanto freddo, perché non divertirsi a recitare o cantare delle simpaticissime filastrocche?

In questa pagina raccogliamo alcune bellissime filastrocche a tema natalizio, così da poter passare dei bei momenti insieme ai vostri bambini, ridendo e scherzando con le rime.

Gesù Bambino 👼

Oggi la mia nipotina
mi è venuta vicina
e mi ha chiesto, d’amblé
“Nonna, il Natale cos’è?”

Cara, il Natale è assai bello,
c’è un bue e un asinello
e nella grotta un bambino
che giace nel suo paglierino

A fianco ha la sua mamma
che gli mette a posto la paglia,
mentre il suo papà lo governa
e guarda in alto una stella

La nascita di questo bambino
è stata un evento divino,
tutti lo voglion vedere
e accorron per questo ottenere

Ecco il Natale cos’è,
non regali o luci, ahimè,
ma la nascita di questo Bambino
che ha cambiato il destino

Babbo Natale in mutande 🎅🩲

Oh oh, che fatica, sono arrivato
ma il mio vestito è tutto bagnato,
ho tanta strada ancora da fare,
devo per forza farlo asciugare.

Lo stendo per bene in un cortile,
devo far piano, non mi devon sentire.
Sento rumore nella casetta,
voci di bimbi e di una maestra.

Sono in mutande, non mi devon vedere,
sennò che figura…è meglio tacere.
Mi affaccio un pochino alla finestra,
tanti visini, c’è aria di festa.

Vedo le luci, un alberello,
vedo il presepe con l’asinello,
che armonia, che pace mi dà,
presto il vestito si asciugherà.

Mi spiace lasciare questo ambiente fatato,
ma il mio tempo ormai se n’è andato,
metto il vestito tutto di fretta,
aspetto la slitta e auguro “Buona Festa!”

Gli elfi e Babbo Natale 🎅

Siamo gli elfi e siam piccini,
noi piacciamo a tutti i bambini
ma non abbiamo ancora capito
se è per i doni o il nostro vestito.

Alla mattina di buon’ora
siamo ancora sotto le lenzuola,
una campana rimbomba nell’aria,
è la nostra sveglia ed è necessaria.

Tutti di corsa andiamo a lavarci,
è un grande caos per accaparrarci
sia il sapone che l’asciugamano,
facciamo presto o la colazione saltiamo.

Poi profumati e tutti bellini
andiamo a finire i giocattolini,
chi è addetto alle bambole o ai trenini,
chi ai peluche o ai cavallini.

Che bella atmosfera che noi creiamo,
una musica dolce nell’aria sentiamo,
siamo ancora assonnati e anche stanchini
ma Natale è vicino: pensiamo ai bambini!

Ecco, siam pronti, è tutto finito,
facciamo i pacchetti con qualche candito,
le renne aspettano che i sacchi mettiamo,
son pronte a partire e tutti aspettiamo.

Ecco Babbo Natale, è ancora più bello,
per noi lui è un caro fratello,
no , anzi, qualcosa di più,
gli vogliamo un gran bene tutti quassù.

Ed ecco che partono, con un saluto,
anche questo Natale abbiamo potuto
costruire giocattoli per i bambini,
siamo proprio contenti, anche se siam piccini.

Caro Babbo Natale 🧸

Toc toc. Posso entrare?
Però nessuno mi deve disturbare,
sono venuto a portare dei doni,
mi hanno detto che i bimbi son stati buoni.

Ecco in un angolo una letterina,
non c’è nessuno in casa stamattina.
Con questo freddo chissà dove sono andati,
c’è anche la neve, si saran bagnati!

Ora mi siedo in questa bella poltrona,
è di raso rosso e sono sveglio di buon’ora.
Sprofondo così nel morbido tessuto
mi sento proprio molto benvoluto.

Però purtroppo nel caldo tepore
mi addormento e passano le ore
e mi ricordo d’un tratto della letterina,
non l’ho ancora aperta, che figura barbina!

“Caro Babbo Natale, sono dovuta partire,
oggi la mamma deve partorire,
ti ho lasciato sul tavolo i biscottini,
un poco di latte e alcuni grissini.

Dona i miei regali a un altro bambino,
a me basta avere un fratellino,
non c’è al mondo cosa più bella,
sul mio albero di Natale aggiungo una stella!”

Arriva il Natale 🌠

Arriva il Natale
è tutto imbiancato, 
guardo la neve 
e resto abbagliato.
Tutti i bambini
comincian a sognare
e invece le mamme
ad incartare…
Brilla la luce
sull’alberello, 
ha tante palline, 
è proprio bello.
Dona allegria
in tutti i cuori
e i bambini
sono più buoni. 
Dentro al presepe
l’asino raglia
e il bue lo osserva
e mangia la paglia. 
Gesù Bambino 
deve arrivare
e dentro al presepe
poi riposare.
E tu che dici,
sei stato buono?
allora ecco, 
questo è il mio dono.

Babbo Natale e la casa nel bosco 🎅

In una piccola casa nel bosco
viveva un uomo, era un po’ orso,
non gli piaceva molto parlare
ma tutto il giorno si dava da fare.

Tagliava la legna, curava gli uccelli,
amava molto i pipistrelli,
erano brutti, nessun li voleva,
forse per questo ad esso piacevan.

Un giorno al caldo, nella casetta,
mentre di fuori c’era tempesta,
si mise a pensare: “Che vita che faccio,
sono qui solo, con questo tempaccio.

Io sono qui, nella casetta,
sono al caldo ma nessuno mi aspetta,
lo so, non amo molto parlare,
ma se insisto ce la posso fare”.

Chiamò a raccolta i suoi amici animali,
doveva lasciarli e andar dagli umani,
solo così poteva trovare
un nuovo amico con cui conversare.

Qualcosa di bello doveva portargli,
qualcosa di raro doveva fargli,
prese del legno e cominciò a lavorare,
fece un carretto, poteva bastare.

Ma fece ancora tanti altri oggetti,
venivano bene, eran perfetti.
Un cavallino, la macchinina,
anche un pupazzo e la bambolina.

E mise tutto dentro un sacco,
pesava tanto, era proprio fiacco,
chiamò allora degli amichetti,
erano gnomi, piccoletti.

Avete capito di chi parliamo,
e che ogni anno noi festeggiamo?
È Babbo Natale, che ama i bambini
e porta i doni anche ai birichini.

Copyright dei Testi © Lulù Barabino


Chi sono

Lulù - fabulinis.com

Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

www.tiraccontounastoriablog.com


Canto di Natale 🕯 di Charles Dickens

Lo Spritito del Natale vive in ognuno di noi, basta saperlo ascoltare.

Canto di Natale di Charles Dickens è uno dei racconti di Natale tra i più famosi e commoventi, incentrato sulla conversione dell’arcigno Ebeneezer Scrooge da vecchio avaro ed egoista a uomo generoso e altruista pronto ad aiutare il prossimo. Ci penserano lo spirito del suo ex socio in affari e tre bei fantasmi a riportarlo sulla retta via.

🎨 Disegno da colorare! 🖌

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare del Canto di Natale!

 

Canto di Natale 🕯 racconto completo


Indice dei capitoli

  1. Primo canto: il fantasma di Marley
  2. Secondo canto: il fantasma del Natale passato
  3. Terzo canto: il fantasma del Natale presente
  4. Quarto canto: il fantasma del Natale futuro
  5. Quinto canto: lo spirito del Natale

 

Primo canto: il fantasma di Marley


Sette anni erano passati da quando Jacob Marley era morto, eppure il suo socio in affari Ebeneezer Scrooge non era per nulla cambiato. L’unica cosa a cui teneva per davvero erano i soldi.

Anche nel giorno della vigilia di Natale, il vecchio e avaro Scrooge se ne stava seduto nell’ufficio della “Scrooge & Marley”, una ditta di cambi e prestiti, tutto preso dai suoi affari.

Era una giornata nebbiosa e cupa, fuori faceva molto freddo e nell’ufficio di Scrooge non faceva molto più caldo rispetto all’esterno.
Scrooge teneva sempre un occhio sul suo commesso, Bob Cratchit, che era intento a copiare delle lettere, riscaldato da un unico pezzo di carbone che ardeva nella stufa. La cassetta del carbone era nell’ufficio di Scrooge, e lui non avrebbe dato al commesso un altro pezzo per tutto il resto della giornata.

– Buon Natale, zio! Un allegro Natale! Dio vi benedica! – gridò una voce allegra.
Era la voce di Fred, nipote di Scrooge, piombato nell’ufficio così all’improvviso che lo zio non lo aveva sentito arrivare.
– Bah! – disse Scrooge – sciocchezze!
– Come, zio, Natale sarebbe una sciocchezza?! – esclamò Fred.
– Al diavolo il Natale con tutta l’allegria! – ribatté Scrooge – Cos’altro è il Natale se non un giorno in cui ci si trova più vecchi di un anno e nemmeno di un’ora più ricchi?!

– Ma perchè siete così amaro, ricco come siete? – continuò il nipote.
– E che ragione hai tu di esser così felice, povero come sei?! – lo zittì Scrooge.
– Ma zio, il Natale… – lo pregò Fred.
– Nipote! – lo rimbeccò Scrooge – Tu festeggia il Natale come vuoi tu, che io lo festeggio come voglio io! – sentenziò Scrooge.
Fred non si perse d’animo e per rallegrare lo zio lo invitò a cena il giorno di Natale, come aveva fatto per tutti i Natali precedenti.
Ma Scrooge rispose di no a tutte le suppliche di suo nipote e infine lo salutò facendogli capire che la conversazione era finita. Così Fred se ne andò, scambiandosi gli auguri con Bob Cratchit.

Poco dopo, entrarono nell’ufficio due distinti signori per raccogliere denaro da dare ai poveri che non avevano un posto dove andare in quel freddo inverno.
Scrooge li accolse in malo modo, non diede loro nemmeno un soldo bucato e anzi, chiese sarcasticamente ai due gentiluomini di lasciare l’ufficio. I due, capito che non avrebbero ricavato nulla, se ne andarono.

Quando fu il momento di chiudere l’ufficio, Scrooge si rivolse al suo impiegato, Bob Cratchit:
– Vuoi tutto il giorno libero domani, vero?
– Se per lei va bene, signore – rispose l’impiegato.
– Non va bene e non è giusto – disse Scrooge – dopotutto, devo pagarti la giornata anche se non lavori. Ma se così deve essere, vedi di iniziare a lavorare molto presto la mattina seguente…
Cratchit promise che l’avrebbe fatto e i due tornarono ognuno a casa propria.

Scrooge viveva tutto solo in una casa vecchia e decrepita. Quella sera il cortile sembrava più buio e scuro del solito e, quando Scrooge cercò di aprire la porta, ebbe l’impressione di vedere nel battiporta dell’ingresso il viso del suo vecchio socio in affari Marley, morto sette anni prima.

La cosa lo scosse per un attimo, ma Scrooge non si lasciava spaventare facilmente e, strizzati gli occhi, si accertò che il battiporta fosse tornato quello di sempre. Ripresosi da quella singolare visione, aprì ed entrò chiudendo a chiave la porta, cosa che di solito non faceva.
Ancora sgomento per l’accaduto, Scrooge fece il giro delle stanze per controllare che tutto fosse a posto.

Non trovò nulla di diverso dal normale, perciò si infilò la camicia da notte e le pantofole e si mise seduto comodo davanti al fuoco del camino a sorseggiare una tisana.
Improvvisamente, proprio quando stava iniziando a rilassarsi, Scrooge udì un rumore cupo, come se qualcuno stesse trascinando delle pesanti catene.

Il rumore saliva per le scale di casa e si faceva sempre più vicino, fino a sembrare appena dietro la porta della stanza, dove cessò di colpo. Scrooge si voltò. Uno spettro stava attraversando la porta e, per la paura, il suo viso diventò bianco tanto quanto lo spettro.
– Ma io ti conosco! Sei il fantasma di Marley! – esclamò Scrooge.
Era proprio lo spettro del suo vecchio socio in affari.

– Cosa vuoi da me? – continuò Scrooge con tono di freddo distacco.
– Sono Marley, e sono venuto per darti un avvertimento… le vedi queste pesanti catene che mi cingono il corpo? Me le sono fabbricate io in vita grazie alla mia avarizia e taccagneria. Non ho mai pensato ad altro se non al mio tornaconto, e questo è il peso che debbo pagare per la mia misera vita egoista.

Scrooge tremava mentre il fantasma continuava a parlare.
– Ora sono qui per avvertirti: tu hai ancora una possibilità, Ebenezer. Questa notte, già dal primo rintocco delle campane, tre spiriti verranno a farti visita. Se non vuoi fare la mia stessa fine, seguili e ascoltali.
Non appena ebbe detto queste parole, il fantasma di Marley scomparve, e la notte tornò tranquilla.

Scrooge andò subito a letto, e forse per la stanchezza della giornata e le troppe emozioni appena vissute, cadde subito in un sonno profondo.

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Secondo canto: il fantasma del Natale passato


Quando Scrooge si svegliò, nella stanza faceva un gran freddo e non c’era rumore di persone per le strade. Il pensiero del fantasma di Marley lo infastidiva, non capiva se fosse stato un sogno o meno. Poi si ricordò che uno spirito avrebbe dovuto visitarlo al primo rintocco delle campane, così Scrooge decise di rimanere sveglio e aspettare di vedere cosa sarebbe successo.

Infine udì le campane rintoccare: era l’una del mattino.
Una luce brillò nella stanza e una piccola manina tirò indietro le tende del letto a baldacchino. Scrooge si ritrovò faccia a faccia con un nuovo fantasma.

Era una strana figura, il corpo era quello di un bambino ma i suoi capelli, che ricadevano intorno al collo e lungo la schiena, erano bianchi come quelli di un vecchio. Eppure il viso non aveva una ruga.

– Chi e cosa sei? – chiese Scrooge al fantasma.
– Io sono il fantasma del Natale passato. Alzati e vieni con me.

Scrooge, come per magia iniziò a fluttuare nell’aria sopra il letto, e nonostante implorasse di non voler uscire e che non era l’ora per fare una passeggiata, fu portato dallo spirito fuori, attraverso la finestra.

Scrooge tremava e urlava dalla paura, eppure non precipitava, volava insieme allo spirito sopra le campagne intorno alla città. In poco tempo si ritrovarono su una strada che portava ad un altro paese.

– Ma questo è il luogo dove sono cresciuto da bambino! – esclamò Scrooge.
Il fantasma aveva riportato Scrooge indietro nel tempo. Lì Scrooge poteva vedersi più giovane, mentre giocava con altri bambini. Correvano allegramente intorno all’albero di Natale intonando canti e facendosi gli auguri; e sebbene fossero molto poveri, si divertivano molto.
Scrooge osservava la scena con occhi velati di nostalgia, ma il fantasma lo portò davanti ad un edificio di mattoni rossi.
– La mia scuola… – mormorò tra sé Scrooge.

Guardando dentro un’aula si poteva intravedere un bambino tutto solo che leggeva un libro; era lui da giovane, abbandonato per volere di suo padre in quel collegio. Scrooge dovette sforzarsi per non scoppiare in lacrime.

Poi come per magia, la scena cambiò. Era la stessa identica stanza, ma invecchiata di dieci anni, e il giovane che vi stava dentro era Scrooge diciassettenne.

La porta dell’aula si aprì ed entrò una giovinetta che corse ad abbracciare al collo Scrooge ricoprendolo di baci – Caro fratello mio! – esclamò – sono venuta per riportarti a casa!
– A casa? Per davvero?! – rispose meravigliato il giovane Scrooge.

Fan, sua sorella, rispose di sì. Il loro padre era mutato profondamente negli ultimi anni ed era diventato una persona molto buona, così ora lo rivoleva a casa con loro.

– Aveva un cuore gentile – mormorò il vecchio Scrooge al fantasma – è morta poco dopo aver messo al mondo mio nipote…
– Vero – disse lo spirito – tuo nipote…
– Si… – Scrooge di colpo si sentì in colpa per come aveva trattato Fred il giorno prima, quando era andato a trovarlo in ufficio.
Poi tutto svanì di nuovo.

Lo spirito portò Scrooge in un magazzino, dove un giovane Scrooge faceva l’apprendista. Il signor Fezziwig, proprietario della ditta, aveva organizzato una gran festa con cibo, musica e balli. C’era tanta felicità quella vigilia di Natale.

– C’è voluto poco a far divertire tutte quelle persone – disse il fantasma del Natale passato – quella festa sarà costata pochi soldi, ma tutti erano felici.
– Che Dio Benedica il buon caro vecchio Fezziwig – disse con voce raggiante Scrooge – era così buono e gentile…

Le emozioni che Scrooge stava provando erano così forti e intense che avrebbe voluto entrare nella scena e riallacciare tutti i rapporti persi con i suoi vecchi colleghi e amici, ma la scena svanì di nuovo.

Uno Scrooge ormai trentenne stava lavorando alla “Scrooge & Marley” e negli occhi aveva i primi segni dell’avidità, dati da una ricchezza guadagnata improvvisamente.

Marley, nell’altra stanza, stava chiudendo a chiave con le catene la cassetta di sicurezza della ditta e a quella vista il vecchio Scrooge rabbrividì: erano le stesse catene che tenevano prigioniero il fantasma di Marley.

Poi sentì piangere qualcuno, la scena era nuovamente cambiata, Scrooge era più vecchio adesso. Non era solo, ma sedeva a fianco di una bellissima ragazza, Belle.

– È triste constatare che un altro amore ha preso posto nel tuo cuore, l’amore per i soldi… – disse tristemente, ma con una nota di dolcezza nella voce, la giovane ragazza.
Scrooge era cambiato, la ricchezza lo aveva reso freddo e distante.

– Posso chiederti perché giudichi così male la voglia di guadagnare molto denaro? – le rispose lo Scrooge
– Il tuo cuore era pieno d’amore una volta, ma ora…? Penso che sia meglio per noi separarci. Possa tu essere felice nella vita che hai scelto – concluse Belle, mentre usciva piangendo dall’ufficio di Scrooge.

– Basta così – disse il vecchio Scrooge con voce rotta – Riportami indietro Spirito! Non torturarmi oltre, non posso più sopportare tutto questo!
Il volto del fantasma sorrise beffardo e tutto iniziò a brillare di una luce fortissima. A Scrooge sembrò di precipitare nel vuoto e per la paura chiuse gli occhi.

Quando li riaprì si ritrovò di nuovo nel suo letto. Era talmente esausto che non ebbe nemmeno la forza di gridare, e sprofondò in un sonno profondo.

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Terzo canto: il fantasma del Natale presente


Scrooge si svegliò mentre russava sonoramente, poco prima che l’orologio suonasse di nuovo l’una. Si sedette sul letto e aspettò che arrivasse il secondo fantasma.

La campana rintoccò. Subito dopo la stanza fu nuovamente inondata di luce, ed ecco lì davanti a lui il fantasma.
Aveva capelli ricci, occhi scintillanti e indossava una semplice veste verde con pelliccia bianca. I suoi piedi erano nudi e sul capo portava una ghirlanda di agrifoglio.

– Sono il fantasma del Natale Presente – annunciò a gran voce lo spettro.
Compreso che non avrebbe potuto sottrarsi alla lezione che gli sarebbe stata impartita da quel fantasma, Scrooge disse:
– Spirito, sono pronto, portami dove desideri.

Il fantasma sorrise allegro e portò Scrooge a casa di Bob Cratchit, una piccola dimora molto povera. In cucina si vedeva la signora Cratchit che preparava la cena di Natale. I suoi figli correvano allegramente in giro per le stanze e Bob Cratchit entrò con Tiny Tim sulle spalle. Tiny Tim era il figlio più giovane di Bob Cratchit e camminava con una piccola stampella. Aveva le gambe malate che dovevano venire sorrette da una specie di gabbia metallica, per poter camminare.

– Questo è quello che il tuo fedele dipendente può permettersi con il misero stipendio che gli dai – disse lo spirito.
Scrooge sospirò.
Il pranzo di Natale di casa Cratchit era pronto e tutti si sedettero a tavola. Dato che i Cratchit erano molto poveri, non avevano molto da mangiare per la cena di Natale. Ma nonostante ciò, tutti erano gioiosi e si sentiva che tutti loro avevano lo Spirito del Natale nei loro cuori.

– Buon Natale a tutti noi! Dio ci benedica! – disse Bob Cratchit.
– Dio ci benedica tutti! – disse il piccolo Tim, che si sedette al fianco di suo padre sul suo piccolo sgabello. Bob gli teneva forte la manina, come se temesse di perderlo.
– Spirito – disse Scrooge, che era veramente dispiaciuto per il ragazzo – dimmi se Tiny Tim sopravviverà.
Ci fu il silenzio. Poi il fantasma parlò.

– Vedo un posto vuoto il prossimo Natale, e una stampella senza padrone.
Questa notizia rese Scrooge molto triste. Proprio in quel momento veniva servito in tavola l’arrosto, portato in solenne processione da due dei figli di Bob Cratchit.

Sebbene non avessero potuto permettersi un tacchino come era di tradizione, il profumo dell’arrosto era davvero invitante. Bob si alzò in piedi col bicchiere in mano, e tutti fecero altrettanto.

– Un brindisi al Signor Scrooge, che ci permette di avere questo banchetto! Se non fosse per il lavoro che mi dà ogni giorno, non avremmo nulla su questa tavola.
Scrooge non riusciva a credere che Bob stesse facendo un brindisi proprio a lui.

La signora Cratchit, contrariata, fece una smorfia e disse:
– Patrono del banchetto, come no! Vorrei che fosse qui per dargli il fatto suo a quello spilorcio…
– Cara, ci sono i bambini ed è il giorno di Natale… – disse sorpreso Bob.
– E’ Natale si, ma tu come fai a brindare a quell’avaro e insensibile vecchio?!

Bob guardò la moglie e in tutta tranquillità disse:
– Tesoro, è Natale ed è un giorno di gioia ed amore – Bob infine alzò il bicchiere – Buon Natale a tutti noi, miei cari, che Dio ci benedica!
Gli altri membri della famiglia alzarono i loro calici senza troppo entusiasmo e si unirono al brindisi.
– Che Dio ci benedica! – esclamò invece gioioso Tiny Tim.

Scrooge osservava la scena rapito.
– Spirito, dimmi che Tiny Tim si salverà – lo implorò Scrooge.
Il fantasma del Natale presente scosse addolorato la testa.
– Se queste ombre non cambieranno in futuro, il bambino morirà.

Scrooge ammutolì per la tristezza. Non fece però in tempo a formulare un’altra frase che lo spirito lo prese e lo portò a casa di suo nipote.
Fred e i suoi amici avevano organizzato una festa molto allegra e avevano fatto dei giochi tra loro e con i bambini.
In quel momento stavano discutendo proprio di Scrooge, e delle frasi infelici che aveva avuto per suo nipote quando era andato a trovarlo nel suo ufficio.

Scrooge cercò di non guardare, ma il fantasma lo prese e lo costrinse. Scrooge aveva capito che ad ogni tappa di quello strano viaggio, si sarebbe sentito sempre più mortificato e addolorato.

– E’ un tipo un po’ strano – disse Fred – e non è di facile compagnia.
– Ma è straricco! – aggiunse la moglie.
– E con questo? – ribatté Fred – La sua ricchezza non gli serve a niente, non ci fa nulla di buono Non li spende nemmeno per le sue comodità e si fa del male da solo. Vedi, lui ha deciso che non verrà a cena da noi, e qual è il risultato? Che si perde una cena.
Nella stanza risero tutti, ma anche se si era divertito, Fred non riusciva a non pensare al suo triste zio.

– Sarebbe comunque da ingrati non brindare a mio zio, un felice Natale allo zio Scrooge!
Tutti alzarono il calice e brindarono insieme a lui.

Scrooge guardava la scena con sentimenti contrastanti, si sentiva deriso ma allo stesso tempo non poteva dare loro torto. E nonostante tutto, suo nipote aveva brindato alla sua salute. Fred aveva ereditato il buon cuore di Fan, la sua amata sorellina.

Tutto d’un tratto Scrooge fu portato via da quella scena e si ritrovò di fronte agli enormi ingranaggi dell’orologio all’interno della torre. Mancava un solo minuto a mezzanotte.

Guardò in viso il fantasma, che era invecchiato di colpo, e notò qualcosa di strano ai suoi piedi.
C’erano due figure simili a bambini: un maschio e una femmina. Ma sembravano vecchi e spaventosi, come piccoli mostri.

– Spirito, chi sono le due creature ai tuoi piedi? – Chiese Scrooge impietrito.
– Sono le creature dell’Umanità – disse lo spirito – Il ragazzo è l’Ignoranza, la ragazza è l’Avidità. Stai attento a entrambi…

Scrooge li guardò bene, e capì che i due bambini rappresentavano semplicemente la sua ignoranza e la sua avidità.

La campane suonarono. Il fantasma del Natale Presente svanì in una polvere luccicante e, attraverso il luccichio, Scrooge intravide il terzo fantasma venire verso di lui.

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Canto di Natale

Canto di Natale

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Quarto canto: il fantasma del Natale futuro


Lentamente e silenziosamente il fantasma si avvicinò. Era molto alto e indossava un indumento nero che copriva tutto il suo corpo e non lasciava visibile nulla, tranne una mano tesa.

– Tu sei il fantasma del Natale Futuro? – chiese quasi in lacrime Scrooge – ti temo più di ogni altro spirito incontrato finora, ma so che sei qui per il mio bene e sono pronto a seguirti.

Il fantasma non disse una parola, ma poco dopo Scrooge si sentì precipitare nel vuoto. Cadde con un tonfo, poi Scrooge cercò di rialzarsi in piedi.

Erano in una strada vicino casa sua, e due uomini stavano parlando di una persona appena morta.

Da lontano stava arrivando un carro funebre, e Scrooge aveva la netta sensazione che fosse stato chiamato per lui.

– Spirito, c’è qualcuno che ha provato compassione per quel morto?
Il fantasma non rispose, ma lo condusse ad una casa che riconobbe subito, quella di Bob Cratchit. Bob stava rientrando, mentre sua moglie lo stava aspettando come se attendesse una notizia importantissima.

– E’ morto – disse Bob.
– Dio sia lodato! – esclamò la donna, pentendosi subito di aver provato gioia per la morte di una persona – ma adesso a chi passeranno i nostri debiti?
– Non lo so, ma nessuno sarà mai peggio del vecchio Scrooge…

Scrooge era sconvolto. Non era pronto a sapere che i sentimenti provati per la sua morte sarebbero stati di gioia.

Ci fu un bagliore e poi tornò la stessa stanza, dove l’intera famiglia Cratchit era riunita intorno allo stesso tavolo della loro gioiosa festa di Natale. Ma ora l’aria che si respirava era tetra, silenziosa e triste.

I piccoli e rumorosi Cratchit erano immobili come statue. Quando Bob entrò, i bambini gli corsero incontro a salutarlo e lui li strinse forte abbracciandoli.
– Ci sei andato oggi? – chiese sua moglie.

Bob Cratchit, che era appena tornato dal cimitero alzò lo sguardo verso di lei e le rispose in lacrime:
– Sì, mia cara… gli ho promesso che saremmo andati a trovarlo ogni domenica… Il mio piccolo, piccolo Tim…
Gli altri figli lo abbracciarono più forte che poterono.

Scrooge si sentì sopraffare dal dolore, con un filo di voce disse allo spirito:
– Immagino che il momento in cui noi due ci separeremo sia vicino.. non so come ma lo so… dimmi, chi era la persona trasportata nel carro funebre?

Il fantasma del Natale Futuro fece un gesto con la mano e tutto scomparve nell’oscurità.

Quando un filo di luce iniziò ad illuminare debolmente il paesaggio intorno a loro, Scrooge capì di essere in un cimitero. Lo spettro camminò lentamente avanti a lui, finché non si fermò tra le tombe e ne indicò una.

Scrooge si avvicinò e, seguendo il dito del fantasma, lesse sulla pietra della tomba un nome, il suo: EBENEZER SCROOGE.

– Spirito! – gridò Scrooge – ascoltami! Non sono più l’uomo che ero! Non sarò più l’uomo che sono stato finora! Perché mostrarmi tutto questo se ormai ho superato ogni speranza? …Buon spirito, onorerò il Natale nel mio cuore e cercherò di mantenerlo tutto l’anno. Vivrò nel passato, nel presente e nel futuro, gli spiriti di tutti e tre saranno dentro di me e non ignorerò le lezioni che mi hanno insegnato. Oh, dimmi che posso cambiare il mio destino, dimmelo!

Pieno di paura, Scrooge prese la mano dello spirito con forza. Lo spirito cercò di divincolarsi ma Scrooge, con tutta la tenacia che gli rimaneva in corpo, non mollò la presa.

Più si dimenava, più lo spirito cambiava forma, rimpicciolendosi, contorcendosi e mutando, come per magia, fino a trasformarsi in un letto.

Il suo letto.
La sua stanza.
Ebenezer Scrooge era di nuovo a casa sua.

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Quinto canto: lo spirito del Natale


– Vivrò nel Natale passato, in quello presente e in quello futuro – ripeté a bassa voce Scrooge, alzandosi dal letto.

“Sono felice come un angelo! Non so che giorno del mese sia. Non so quanto tempo sono stato tra gli spiriti, non…” pensò tra sé.
D’improvviso corse alla finestra, l’aprì e sporse fuori la testa, vide un ragazzo giù in strada e gli urlò:
– Che giorno è oggi?!
– Oggi? – rispose il ragazzo stupito dalla domanda – oggi è il giorno di Natale!

“È il giorno di Natale!” si disse Scrooge. “Non l’ho perso! Gli spiriti hanno fatto tutto in una sola notte.”

– Ragazzo! – continuò Scrooge – vai dal pollivendolo all’angolo e prendimi il tacchino più grande che hanno, torna qui col garzone del pollivendolo e ti darò una moneta d’oro se lo consegnerai all’indirizzo che ti dirò!
Il ragazzo non se lo fece ripetere due volte e corse dal pollivendolo.

“lo farò recapitare a casa di Bob Cratchit, penso che Tiny Tim ne sarà felice…”
Scese le scale ed il ragazzo era già di ritorno col garzone, che teneva in mano un tacchino enorme. Diede i soldi a entrambi e l’indirizzo a cui portarlo.

– Bravo ragazzo! – gli disse, e questi volò a casa di Bob Cratchit.
Scrooge, ancora tremante per l’emozione, risalì in casa, si mise l’abito buono e scese in strada.

Non era andato lontano, quando intravide due signori. Erano gli stessi che erano entrati nel suo ufficio a chiedere la carità per i poveri.
– Miei cari signori – disse Scrooge – come state? Temo di non essere stato molto gentile con voi ieri. Permettetemi di chiedervi scusa, avrete la gentilezza di accettare questo piccolo dono da parte mia.
Scrooge prese la mano di uno dei due e gli mise nel palmo un piccolo sacchetto.

– Dio vi benedica! – gridò il gentiluomo – Mio caro signor Scrooge, fate sul serio? Non so cosa dire per tanta generosità!
Scrooge sorrise, ma in un batter d’occhio si voltò e a passi veloci si allontanò da loro.

Scrooge andò a casa di suo nipote e bussò alla porta.
– Fred, sono tuo zio Scrooge! Sono venuto a cena. Mi lasci entrare? Fred, sorpreso, lo fece entrare con gioia, tutti gli diedero un caloroso benvenuto e fecero una festa meravigliosa in splendida compagnia.

Il mattino seguente Scrooge era in ufficio di buon’ora. Oh, era in anticipo, se solo fosse riuscito a sorprendere Bob Cratchit arrivare in ritardo… E c’era riuscito!

Bob era in ritardo di ben diciotto minuti e mezzo. Scrooge sedeva davanti alla porta spalancata, per poterlo vedere entrare.

– Buongiorno! – grugnì Scrooge quando lo vide arrivare, cercando di imitare il suo solito tono di voce arcigno – come ti viene in mente di presentarti al lavoro a quest’ora!?
– Sono desolato signor Scrooge – disse Bob col berretto in mano e gli occhi bassi – non si ripeterà mai più, ieri sera abbiamo fatto un po’ di festa e…

– Ascolta bene quello che ti dico – riprese Scrooge – non intendo tollerare ulteriormente questo genere di cose!
Bob Cratchit sbiancò in viso e si mise a tremare per la paura.

– Quindi – aggiunse Scrooge mentre il ghigno gli si trasformava in sorriso – ho deciso di darti un sostanzioso aumento di stipendio!
Bob spalancò gli occhi e per l’emozione quasi svenne, ma lo sorresse Scrooge, che lo abbracciò forte e gli disse:
– Buon Natale Bob! Che sia migliore di tutti quelli che ti ho fatto passare in tutti questi anni. Ti aumenterò lo stipendio e farò di tutto per aiutare la tua famiglia.

Scrooge mantenne la parola, fece di tutto e anche di più, e per Tiny Tim , che non morì, fu come un secondo padre.

Scrooge divenne un uomo buono, amato da tutta la città. Tutti si chiesero, nei tanti anni che Scrooge ebbe ancora da vivere, il motivo del suo grande cambiamento. Ma lui non se la prendeva, anzi ne ridacchiava felice.

In lui e nel suo cuore era finalmente sceso il vero spirito del Natale.

Buon Natale a tutti, e che Dio vi benedica!

 

⚜️ Fine della fiaba ⚜️
© Copyright dei Testi: Silvia e William – fabulinis.com


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Canto di Natale. Oscar Junior

Canto di Natale. Oscar Junior

Il rapimento di Babbo Natale 🎅😈

E se Babbo natale non può consegnare i regali, cosa succede?

I diavoletti hanno deciso di rapire Babbo Natale per far arrabbiare tutti i bambini del mondo, ma il loro astuto piano non andrà come previsto…

Ispirata al racconto di Frank Baum, già autore de “Il mago di Oz” (che potete leggere anche nella nostra versione di fabulinis) questa fiaba vi terrà compagnia in attesa della magica notte di Natale.

🎨 Disegno da colorare! 🖌️

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare del Rapimento di Babbo Natale!


 

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba del Rapimento di Babbo Natale raccontata da William:

 

Il rapimento di Babbo Natale 🎅😈 – racconto completo

Babbo Natale viveva nella Valle Ridente insieme ai suoi cari amici folletti e fate che, dentro alla sua grande casa sempre sommersa dalla neve, fabbricavano i giocattoli da regalare ai bambini.

In tutta la Valle Ridente di Babbo Natale la felicità regnava sovrana.

Tutta questa felicità fa pensare che il caro buon vecchio Babbo Natale, così gentile e
affettuoso, non abbia nemici. E invece non è così!

Rintanati nelle cinque grotte delle montagne intorno alla Valle Ridente, vivono cinque piccoli Diavoletti, a cui Babbo Natale non piaceva per niente.

Ciascun Diavoletto viveva in una grotta tutta sua, e ognuno di loro aveva una caratteristica ben precisa; c’era il Diavoletto dell’Egoismo, il Diavoletto dell’Invidia, il Diavoletto dell’Odio, il Diavoletto dell’Inganno e infine il Diavoletto del Pentimento.

Questi Diavoletti delle caverne, pensando di avere un buon motivo per non amare il caro Babbo Natale, un giorno si riunirono per discutere la questione.

‒ Sono davvero arrabbiato! ‒ disse il Diavoletto dell’Egoismo ‒ Babbo Natale distribuisce così tanti bei regali di Natale a tutti i bambini, che diventano felici e generosi e non ascoltano più i miei consigli egoisti.

‒ Sto avendo lo stesso problema ‒ rispose il Diavoletto dell’Invidia ‒ I più piccoli sono così contenti di Babbo Natale, che in effetti riesco a convincerne pochi a diventare invidiosi.

‒ E questo mi fa infuriare! ‒ dichiarò il Diavoletto dell’Odio ‒ Perché se un bambino non prova egoismo o invidia, non può diventare odioso…‒

‒ E non pensa a ingannare il prossimo… ‒ aggiunse il Diavoletto dell’Inganno.

‒ Se è per quello ‒ disse il Diavoletto del Pentimento ‒ se nessun bambino ha bisogno di voi, figuratevi di me…

‒ E tutto a causa di Babbo Natale! ‒ esclamò il Diavoletto dell’Invidia ‒ Sta semplicemente rovinando il nostro lavoro. Bisogna fare qualcosa subito!

Approvarono tutti queste ultime parole e decisero di cercare di turbare le belle convinzioni di Babbo Natale con le loro cattiverie, per farlo diventare molto meno buono…

Così il giorno dopo, mentre Babbo Natale era impegnato al lavoro, circondato dai suoi piccoli assistenti, il Diavoletto dell’Egoismo gli spuntò vicino ad un orecchio e gli disse:

‒ Questi giocattoli sono meravigliosi! Perché non li tieni per te? È un peccato darli a quei ragazzi che li rompono e li distruggono così in fretta.

‒ E’ una cosa senza senso! ‒ disse Babbo Natale ‒ se riesco a renderli felici anche per un solo giorno all’anno, sono contento.

Il Diavoletto capì che non sarebbe riuscito a far cambiare idea a Babbo Natale e tornò dagli altri dicendo:

‒ Ho fallito, perché Babbo Natale non è affatto egoista.

Il giorno seguente il Diavoletto dell’Invidia fece visita a Babbo Natale e gli disse nell’orecchio:
‒ I negozi di giocattoli sono pieni di giocattoli belli quanto quelli che stai facendo tu. Li vendono per denaro, mentre tu non ottieni nulla per il tuo enorme lavoro.

Ma Babbo Natale si rifiutò di essere invidioso dei negozi di giocattoli.

‒ Il mio lavoro è fatto di amore e gentilezza, mi vergognerei di ricevere denaro per i miei piccoli doni. E poi io faccio i regali una volta sola l’anno, ma durante tutto l’anno i bambini devono divertirsi in qualche modo. I negozi di giocattoli sono in grado di portare molta felicità ai miei piccoli amici. Mi piacciono i negozi di giocattoli e sono felice di vederli prosperare.

Il Diavoletto dell’Invidia andò via sconsolato. Così il giorno dopo il Diavoletto dell’Odio entrò nell’affollata officina e disse all’orecchio di Babbo Natale:

‒ Nel mondo ci sono molte persone che non credono in Babbo Natale! Dovresti odiarle da tanto sono cattive!

‒ Ma io non li odio! ‒ esclamò positivamente Babbo Natale ‒ Queste persone non mi fanno nessun male, semplicemente rendono infelici se stesse e i loro figli. Preferirei di gran lunga aiutarle in qualche modo piuttosto che ferirle.

I Diavoletti capirono che, cercando di instillare sentimenti cattivi in Babbo Natale, non avrebbero ottenuto nulla. Così abbandonarono le parole dolci e decisero di usare la forza.

Era risaputo che Babbo Natale, finchè si trovava nella Valle Ridente, era ben protetto dalle fate e dagli elfi. Ma alla vigilia di Natale guidava le sue renne nel grande mondo, portando una slitta carica di regali per i bambini. Era questo il momento migliore per colpirlo. Così i Diavoletti prepararono i loro piani e aspettarono l’arrivo della vigilia di Natale.

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Fiabe di Natale per Bambini

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La luna splendeva grande e bianca nel cielo, e la neve giaceva fresca e scintillante sul terreno, mentre Babbo Natale si allontanava a tutta velocità dalla Valle Ridente per andare nel grande mondo.

Assieme a lui erano partiti quattro fedeli aiutanti elfi, che stavano seduti sotto il sedile di guida, felici ed emozionati.

Babbo Natale rideva, fischiava e cantava per la gioia. Perché in tutta la sua vita allegra questo era il giorno dell’anno in cui era più felice, il giorno in cui con amore donava i tesori della sua bottega ai bambini.

Improvvisamente, però, accadde una cosa strana: una fune schizzò al chiaro di luna, un grosso cappio si posò sulle braccia e sul corpo di Babbo Natale e si strinse, legandolo stretto. Prima che potesse resistere o anche solo gridare, fu strattonato via dal sedile della slitta e ruzzolò con la testa in avanti in un cumulo di neve.

Le renne che trainavano la slitta non si accorsero di nulla e continuarono il loro viaggio, allontanandosi velocemente. Neppure gli elfi si accorsero di nulla, da sotto il sedile non potevano vedere cosa fosse successo.

I Diavoletti tirarono fuori Babbo Natale dal cumulo di neve e lo legarono per bene, per portarlo nelle loro grotte nascoste sulla montagna

‒ Ah, ah, ah! ‒ risero i Diavoletti con gioia crudele ‒ Cosa faranno adesso i bambini? Come piangeranno e si arrabbieranno quando scopriranno che non ci sono giocattoli sotto i loro alberi di Natale! Vedrai come esploderà in loro l’egoismo, l’invidia, l’odio e l’inganno!

Intanto i piccoli elfi sistemati sotto il sedile di guida iniziarono a sentire la mancanza della voce allegra di Babbo Natale, e siccome lui cantava o fischiava sempre durante tutti i suoi viaggi, il silenzio faceva intendere che qualcosa non andava.

Sporsero la testa da sotto il sedile e videro che Babbo Natale era sparito, nessuno stava guidando il volo delle renne.
Il più vicino alle briglie le prese in mano e gridò alle renne di fermarsi.

‒ Che cosa facciamo adesso? ‒ chiese uno di loro.

‒ Dobbiamo tornare subito indietro e trovare Babbo Natale ‒ disse il secondo con molta determinazione.

‒ No, no! ‒ esclamò il terzo ‒ Se ci fermiamo a cercarlo o torniamo indietro, non ci sarà tempo per portare i giocattoli ai bambini prima dell’alba, e questo addolorerebbe Babbo Natale più di ogni altra cosa.

‒ Hai ragione, dobbiamo prima compiere la nostra missione, poi cercheremo Babbo Natale! ‒ concluse l’ultimo.

Così presero le redini della slitta e ripartirono a tutta velocità per consegnare i regali a tutti i bambini del mondo.

Ma gli elfi non conoscevano bene i bambini quanto Babbo Natale. Quindi non c’è da meravigliarsi che abbiano commesso alcuni piccoli errori.

Ad una bambina che voleva una bambola consegnarono un un tamburo. Mentre un bambino che voleva degli stivali di gomma nuovi per giocare all’aperto, ricevette una scatola da cucito piena di fili colorati e aghi.

Se avessero fatto molti di questi errori, i Diavoletti avrebbero realizzato il loro malvagio scopo e reso infelici i bambini. Ma i piccoli amici di Babbo Natale si impegnarono moltissimo, cercando di concentrarsi su quello che Babbo Natale in persona avrebbe fatto, e commisero meno errori di quanto ci si potesse aspettare in circostanze così insolite.

Lavorando il più rapidamente possibile, riuscirono a distribuire tutti i regali e a tornare nella Valle Ridente. Dopo aver messo le renne e la slitta nella stalla, il piccolo popolo degli elfi e delle fate cominciò a chiedersi come avrebbe potuto salvare Babbo Natale. Tutti si resero conto che la prima cosa da fare era scoprire cosa gli fosse successo e dove si trovasse.

Tutte le fate cominciarono a sorvolare la Valle Ridente e i suoi confini, finché una di loro non notò un andirivieni strano tra le caverne dei piccoli Diavoletti. Si intrufolò in una grotta senza farsi vedere e scoprì… Babbo Natale legato come un salame! Subito tornò indietro a riferire quanto aveva visto.

Babbo Natale per tutta la notte appena trascorsa non era stato per niente allegro. Sebbene avesse fiducia nel buon cuore dei suoi piccoli amici bambini, non poteva non essere preoccupato per la delusione che una notte di Natale senza regali avrebbe portato loro.

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Fiabe e racconti per il Natale

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I Diavoletti, che lo sorvegliavano a turno uno dopo l’altro, non mancavano di prenderlo in giro, e all’alba del giorno di Natale, il Diavoletto dell’Inganno gli disse:

‒ I bambini si stanno svegliando Babbo Natale! E non stanno trovando regali sotto l’albero! Vedrai come verranno a cercarci tutti i bambini arrabbiati!

Ma Babbo Natale lo guardò senza dire nulla. Vedendo che Babbo Natale non avrebbe risposto ai suoi scherni il Diavoletto dell’Inganno se ne andò e chiamò il Diavoletto del Pentimento a prendere il suo posto.

Quest’ultimo Diavoletto non era così sgradevole come gli altri. A volte era gentile, e la sua voce aveva un tono dolce e cortese.

‒ Buongiorno Babbo Natale ‒ disse ‒ ormai è mattina e la notte di Natale è andata. Non potrai più far visita ai bambini per tutto un intero anno.

‒ Vero ‒ rispose Babbo Natale quasi allegramente ‒ La vigilia di Natale è passata, e per la prima volta in molti secoli non ho portato i regali ai bambini.

‒ I piccoli saranno molto delusi ‒ mormorò il Diavoletto del Pentimento, quasi con rammarico ‒ È probabile che il loro dolore renda i bambini egoisti, arrabbiati, invidiosi e pieni di odio, e verranno a cercare noi Diavoletti. Poi forse qualcuno verrà anche da me, ma sai sono poche le persone che si pentono per davvero…

‒ Ma tu non ti penti mai? ‒ chiese Babbo Natale, curioso.

‒ Oh, sì, a volte capita ‒ rispose il Diavoletto ‒ Anche adesso mi pento di aver contribuito alla tua cattura. Naturalmente è troppo tardi per rimediare al male che ti abbiamo fatto; ma il pentimento, sai, può venire solo dopo un pensiero o un’azione cattiva, perché all’inizio non c’è niente di cui pentirsi.

‒ Ho capito ‒ disse Babbo Natale ‒ se non si fa del male, nessuno viene mai a cercarti per parlare con te. Sei sempre tanto solo…

‒ Vero… ‒ rispose il Diavoletto pensieroso ‒ tu però sei qui con me e mi stai parlando senza odio o rancore perchè non hai fatto alcun male… è la prima volta che succede… per dimostrarti che mi pento sinceramente ti permetterò di scappare.

Questo discorso sorprese molto Babbo Natale, finché non rifletté che era proprio quello che ci si poteva aspettare dal Diavoletto del Pentimento. Il tipo si diede subito da fare per sciogliere i nodi che legavano Babbo Natale quindi gli fece strada attraverso un lungo tunnel finché entrambi emersero dalla Grotta del Pentimento.

‒ Spero che mi perdonerai ‒ disse il Diavoletto ‒ Non sono un cattivo ragazzo e credo che pentirsi ogni tanto faccia molto bene alle persone.

Babbo Natale annusò l’aria fresca con gratitudine.
‒ Non porto rancore ‒ disse con voce gentile ‒ e sono sicuro che il mondo sarebbe un posto molto triste senza di te. Quindi buon Natale a te!”

Con queste parole uscì per salutare il luminoso mattino, e un attimo dopo stava fischiettando verso la sua casa nella Valle Ridente.

A camminargli incontro sulla neve c’era una colonna di elfi circondati dalle fate, partiti per salvare Babbo Natale dalle grinfie dei Diavoletti.

Non appena lo videro gli corsero incontro e iniziarono a ballare e danzare di gioia

‒ È inutile dare la caccia ai Diavoletti ‒ disse Babbo Natale ‒ Saranno pure fastidiosi, ma hanno anche loro un compito in questo mondo, e non si possono togliere di mezzo…

Gli elfi raccontarono a Babbo Natale di come avevano distribuito i giocattoli. Raccontarono anche dei piccoli errori che erano stati commessi.

Babbo Natale si mise a ridere sonoramente, poi li abbracciò tutti ringraziandoli per il grande lavoro fatto, ordinando prontamente di andare a sostituire o aggiungere regali là dove ce ne fosse stato bisogno. Così che anche quei pochi bimbi delusi dal regalo sbagliato, diventarono felici.

Per quanto riguarda i Diavoletti delle Caverne, si riempirono di rabbia e dispiacere quando scoprirono che la loro astuta cattura di Babbo Natale non era servita a nulla per colpa degli elfi.

In effetti, nessuno in quel giorno di Natale sembrava essere diventato egoista, invidioso o pieno di odio.

Fu così che i Diavoletti delle caverne non tentarono mai più di interferire con la consegna dei regali di Babbo Natale, ma si limitarono a brontolare mentre guardavano i bambini di tutto il mondo diventare molto felici nel giorno di Natale.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️
Copyright dei Testi © Silvia e William – fabulinis.com

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Il primo albero di Natale 🎄


Tanto tempo fa non c’erano gli alberi di Natale perchè nessuno li aveva ancora inventati! Ma chi sarà mai stato quindi ad avere questa splendida idea?!

Questa simpatica fiaba risponde in modo semplice e allegro a questa domanda; è stata ripresa da una leggenda nordica che noi di fabulinis abbiamo pensato di riscrivere usando un po’ di immaginazione.
Ecco allora una storia natalizia, adatta a questo periodo dell’anno in cui i bambini sognano e sperano di vedere realizzare i loro desideri.

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba del primo albero di Natale:

Il primo albero di Natale 🎄 racconto completo

La vigilia di Natale, nel tardo pomeriggio, Babbo Natale camminava nel bosco col suo sacco in spalla, tutto nervoso…
Tra poco sarebbe dovuto partire con la sua slitta per portare i doni ai bambini di tutto il mondo, ma un pensiero lo tormentava.
Rifletteva su come lo spirito del Natale fosse cambiato negli ultimi anni.

Certo, i bambini erano felici di ricevere giocattoli e dolci, ma lui avrebbe voluto che cantassero e ballassero con le loro famiglie per festeggiare il Natale, cosa che purtroppo ormai accadeva sempre più raramente.
Avrebbe voluto riportare di nuovo tutta questa gioia ai bambini, ma non gli era venuta nessuna bella idea.
“Adesso ne parlerò con il mio aiutante Gimpy.” pensò. “Dobbiamo incontrarci per organizzare la distribuzione dei regali, magari insieme riusciamo a trovare una soluzione anche per questa cosa.”

Gimpy stava già aspettando Babbo Natale nella casetta in mezzo al bosco da dove partivano tutti i regali. Appena vide Babbo Natale gli corse incontro, ma si fermò, vedendolo così cupo.
– Cosa succede, Babbo Natale? Non sei pronto per andare a portare i regali ai bambini?-
– Non lo so – rispose Babbo Natale. – Quest’anno mi sento tanto stanco, forse è successo qualcosa che mi ha fatto perdere l’entusiasmo. Cibo e giocattoli vanno bene, ma bisognerebbe trovare un’idea nuova per rendere davvero felici le persone, per farle di nuovo cantare e ridere di gioia…

– Ci avevo pensato anch’io sai, ma non è così facile – disse Gimpy pensieroso.
– Lo so – continuò Babbo Natale, – E io ormai sono troppo vecchio. A forza di pensare ad inventare qualcosa, mi è perfino venuto mal di testa. Se si va avanti così, rischiamo che il Natale diventi una festa come tutte le altre, e questo mi renderebbe davvero molto triste.

Nel frattempo era arrivata la sera. La luna ormai saliva in cielo e il tempo iniziava a stringere, perciò decisero di fare una passeggiata: camminare nel bosco li avrebbe forse aiutati a trovare un po’ di ispirazione.
Cammina cammina, giunsero ad una grande radura circondata da piccoli e grandi abeti. Era un posto bellissimo. La neve brillava sui rami degli alberi e, sotto la luce della luna, sembrava fatta d’argento.
Gli abeti scuri per la notte e bianchi per la neve formavano un paesaggio incantato.

Rimasero però colpiti da un abete in particolare: aveva dei ghiaccioli che penzolavano dalla punta dei rami e che scintillavano per i riflessi di luce. Non avevano mai visto niente di simile.
Gimpy si avvicinò a quell’abete ed esclamò: – Che meraviglia! Babbo Natale, non è bellissimo quest’albero?
– Sì, davvero… – rispose Babbo Natale.


Erano lì incantati a guardarlo, quando Gimpy all’improvviso disse – Dammi delle mele!
– Mele? – chiese meravigliato Babbo Natale
– Su, veloce, ho avuto un’idea. Dobbiamo legarle con delle cordicelle in modo da poterle appendere all’abete.

Babbo Natale era molto perplesso, ma iniziò a cercare nel suo grande sacco e trovò sia delle mele che un po’ di corda.
Fabbricò dei piccoli lacci con la corda e, dopo averci legato le mele, le diede a Gimpy. L’elfo le prese, le lucidò bene fino a farle diventare di un rosso acceso e le appese all’albero. Quando finì sorrise soddisfatto.
– Già che ci siamo, attacchiamoci anche delle noci – continuò Gimpy.
Babbo Natale era sempre più confuso, non riusciva a capire dove l’elfo volesse andare a parare. Ma lo vedeva così deciso che non replicò.

Gimpy sfregò le noci su un panno speciale che portava sempre con sé, così da farle diventare dorate.
Quando ebbero finito, Gimpy chiese ancora: – Per caso nel tuo sacco hai delle luci, Babbo Natale?
– Purtroppo no, ma ho delle candeline, e dei fiammiferi per accenderle.
– Perfetto! – gridò Gimpy con gioia. Così presero anche tutte le candeline e le misero sui rami dell’abete e sulla sua cima. Poi le accesero.

Lo spettacolo era meraviglioso.

Nel buio, questo piccolo albero brillava come una stella, le mele mandavano riflessi rossi e le noci lo facevano splendere come se fosse d’oro. Gimpy batteva le mani e rideva felice, mentre Babbo Natale non era più arrabbiato.
Gimpy, serio ma felice, guardò Babbo Natale e disse – Ora portiamo l’albero giù in paese così com’è.
Così fecero. Giunsero in paese a notte fonda, quando tutti ancora dormivano. Gimpy indicò la porta della casa più povera del villaggio, la aprì piano e aiutò Babbo Natale a portare dentro l’abete.

Lo sistemarono in mezzo al salotto e Babbo Natale ci lasciò sotto anche un sacco di belle cose: dolci, giochi, mele e noci. Poi, sempre in silenzio, andarono via.
La mattina dopo, il più piccolo dei bambini che abitavano in quella casa si alzò per primo e, come sempre, andò in salotto.
Immaginate quanto grande fu lo stupore nel vedere lo spettacolo dell’albero addobbato!

Corse subito a svegliare mamma, papà e i fratelli, e tutti, sbalorditi per quella meravigliosa sorpresa, cominciarono a ballare e cantare intorno all’albero tenendosi per mano.
La gioia era talmente grande che non guardarono nemmeno i regali: l’albero era il vero dono per tutti.
I vicini, sentendo tutto quel cantare, corsero a vedere e a poco a poco tutto il paese si riversò in quella casa.

Rimasero tutti incantati e volevano tutti un abete così in casa loro!
Andarono nel bosco a prendere un abete e lo addobbarono con mele, noci e luci, proprio come quello fatto da Babbo Natale e Gimpy.
Quando fu sera, in ogni casa si poteva vedere brillare un albero e si potevano sentire canti di Natale.

Nel giro di pochi anni tutte le famiglie del mondo iniziarono ad addobbare un abete per Natale.
Ma la cosa più importante era che Babbo Natale era riuscito a rendere unica e indimenticabile la festa del Natale.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com



Continua il tuo viaggio tra le fiabe 🏰 qui sotto te ne suggeriamo alcune che sicuramente ti piaceranno! ❤


La storia di Rudolph la renna 🦌 🎅


Sapete che Babbo Natale ha una renna col naso rosso? Ed è anche la più famosa nonostante sia la più giovane di tutte… Ma questo non è importante, perché la renna Rudolph ha un naso davvero speciale!

Rudolph la renna è stata creata da Robert L. May nel 1939, e da quel momento non ha mai smesso di essere la renna che col suo naso rosso è a capo della slitta di Babbo Natale. Noi di fabulinis abbiamo preparato la nostra versione della sua storia, ascoltala o leggila qui con noi mentre aspetti il Natale!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba della storia di Rudolph la renna:

La storia di Rudolph la renna 🦌 🎅 storia completa

Le renne abitano lassù a nord, dove le notti d’inverno sono lunghissime e la neve è bianchissima. Babbo Natale va sempre lì a cercare quelle più forti e più veloci: gli servono per far volare la sua slitta.

Lì a nord viveva una famiglia di renne che aveva cinque piccoli. Il più giovane si chiamava Rudolph ed era un cucciolo particolarmente vivace e curioso.
Lui infilava il suo naso dappertutto. Ed era un naso veramente particolare. Infatti, quando Rudolph era felice, arrabbiato o si emozionava, il naso si illuminava e diventava rosso come un pomodoro.

I suoi genitori ed i suoi fratelli lo trovavano adorabile e lo amavano per questa sua particolarità, ma fin dall’asilo era diventato lo zimbello dei compagni.
“Rudolph ha il naso rosso! Rudolph ha il naso rosso!” lo prendevano in giro.
E alla scuola elementare andò anche peggio! Rudolph cercava con tutti i mezzi di nascondere il suo naso ma non ci riusciva.

Aveva provato a rimanere sempre serio, a metterci un cappuccio di gomma e addirittura a dipingerlo di nero, ma non c’era niente da fare. In qualche modo quel naso rosso e luminoso saltava sempre fuori e i suoi compagni ridevano a crepapelle. Rudolph ci restava molto male: piangeva amareggiato, e i suoi genitori e i suoi fratelli non riuscivano mai davvero a consolarlo.

Passarono gli anni e Rudolph divenne un giovane forte e agile. Finché fu abbastanza grande da poter partecipare alla selezione delle renne che avrebbero trainato la slitta di Babbo Natale.
Anche quell’anno, infatti, l’inverno era ormai alle porte e la visita di Babbo Natale visita si avvicinava. In vista di quell’appuntamento, le renne giovani e forti si facevano belle. Le loro pellicce venivano strigliate e spazzolate fino a brillare come il rame, le corna venivano lucidate fino a risplendere più della neve. Ed ecco che arrivò il gran giorno.

Tutte le renne si riunirono nel piazzale dove di solito atterrava Babbo Natale in quell’occasione e, nell’attesa, cercavano di intimorire e impressionare gli altri concorrenti. Ciascuno avrebbe infatti voluto essere scelto: trainare la slitta di Babbo Natale è un onore immenso!
Tra di loro c’era anche Rudolph, e bisogna ammettere che spiccava tra gli altri per bellezza e vigore.

Babbo Natale atterrò puntuale. Era partito da casa sua con la slitta leggera trainata solo da Donner, il suo fedele caporenna.
Babbo Natale si mise subito al lavoro ed esaminò ogni concorrente. Siccome le renne erano molte e Babbo Natale ne avrebbe scelte solo otto, ci volle molto tempo per guardarle tutte con attenzione e il tempo sembrava non passare mai. Anzi, a Rudolph sembrava un’eternità.

Quando finalmente toccò a lui, però, il suo naso diventò incandescente per l’agitazione, era quasi luminoso come il sole.
Babbo Natale lo guardò e sorrise amichevole, ma scosse la testa. – Sei grande e robusto. E sei un bellissimo giovanotto – disse – ma purtroppo non posso sceglierti. Il tuo naso rosso potrebbe spaventare i bambini.

Non potete immaginare la tristezza ed il dolore che queste parole diedero a Rudolph.
Corse nel bosco più veloce che poteva, scalpitando e ruggendo per la rabbia. A tutti gli scoiattoli che venivano a chiedergli cosa succedesse, rispondeva: – Guarda come brilla il mio naso. Nessuno ha bisogno di una renna con il naso rosso! – e piangeva per la tristezza.

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Ollie e la renna di Natale.

Ollie e la renna di Natale.


Piano piano si calmò e tornò a casa, dove i suoi genitori e i suoi fratelli lo abbracciarono forte. Lui riprese le sue normali attività, cercando di non badare a quanto si vantavano i suoi compagni che erano stati scelti da Babbo Natale. Spesso tornava nel bosco a salutare gli scoiattoli che l’avevano aiutato quel giorno che era stato tanto triste.

Intanto il Natale si avvicinava e tutti erano così occupati con i preparativi per le feste, che nessuno si accorse che il tempo peggiorava ogni giorno di più.
Al punto che Babbo Natale, quando lesse le previsioni per la notte della Vigilia, disse preoccupato: – Come potrò trovare la strada per arrivare alle case dei bambini? Nevicherà così tanto che rischio di non vedere nemmeno le mie renne!

Quella notte non riuscì a dormire. Doveva trovare una soluzione. Perciò decise di tornare al paese delle renne, forse loro avrebbero potuto aiutarlo.
Ma nevicava così tanto che Babbo Natale non riusciva a vedere niente tranne una luce rossa. Tutto ciò che era intorno a lei era illuminato a giorno.

Babbo Natale si avvicinò e si accorse che quella luce proveniva dal naso della renna che lui aveva scartato. La ricordava benissimo.
– Ciao – le disse – mi ricordo ti te. Ti dissi che il tuo naso avrebbe spaventato i bambini, ma mi rendo conto che è eccezionale. Illumina a giorno la strada anche nella bufera. Ti va di essere la prima delle renne attaccate alla mia slitta e di mostrarmi così la strada per raggiungere i bambini?

Rudolph non credeva alle sue orecchie: per l’emozione inciampò nella neve e il suo naso divenne ancora più rosso.
Finalmente rispose: – Naturalmente, lo farò volentieri. Mi fa un enorme piacere.
– Allora ti aspetto domani sera con tutti gli altri. Dobbiamo partire puntuali per essere sicuri che i bambini ricevano i loro doni a mezzanotte.

Figuratevi la faccia dei compagni di Rudoplh quando lo videro a capo della squadra di renne. Loro l’avevano sempre preso in giro per il suo naso bizzarro, ma proprio quel naso si era rivelato indispensabile per permettere a Babbo Natale di portare a termine la sua missione.
Nonostante la bufera di neve, la slitta partì puntuale e fece tutto il suo giro senza intoppi. La luce del naso di Rudolph aveva guidato le renne sane e salve.

Il giorno dopo Rudolph venne festeggiato come un eroe. Le renne ballarono e cantarono felici perché una di loro era entrata nella storia.
Da allora Rudolph è sempre a capo della slitta di Babbo Natale, per illuminargli la strada e far sì che tutti i bambini ricevano il loro regalo di Natale.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com



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Un ciuccio per Babbo Natale 🎅


Come faccio a togliere il ciuccio al mio bambino? Questa domanda tormenta tante mamme e papà, ma questa storia di Natale potrà aiutarvi.

Per molti bambini, infatti, il ciuccio è un oggetto molto prezioso ed amato. Eppure per crescere bisogna lasciarlo andare…
Ma una bella storia con un po’ di magia può far superare al piccolo (e a te…) questa fase delicata: c’è chi lo regala a una fatina o chi lo regala ai delfini al mare.
Noi di fabulinis ti proponiamo questa bella fiaba in cui il ciuccio viene donato a Babbo Natale. L’ha scritta Gabriella Arcobello, psicopedagogista esperta di fiabe, e siamo sicuri che ti aiuterà in questo momento così delicato!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba de un ciuccio per Babbo Natale:

Un ciuccio per Babbo Natale 🎅 storia completa


Mancavano solo due giorni al Natale e nella casa di Leo era davvero tutto pronto: il presepe preparato nel camino e pieno di lucine; l’albero con le sue decorazioni scintillanti; il vischio verde, un po’ fatato…
Leo aveva quasi cinque anni e non vedeva l’ora che arrivasse il giorno di Natale.
L’attesa era stata lunga ma eccitante.

In quei giorni, alla scuola materna, spesso sognava ad occhi aperti l’arrivo di Babbo Natale con la sua slitta volante, tirata dalle amiche renne e stracolma di doni e pacchettini.
Con l’aiuto della mamma gli aveva scritto una letterina, chiedendogli un robot, una macchinina, un puzzle e un peluche.
Anche nel paese di Babbo Natale era ormai quasi tutto pronto.

Babbo Natale con i suoi folletti aveva lavorato tanto e a lungo per preparare e confezionare tutti i doni per tutti i bambini della terra. Ora stava facendo le ultime conte, perché guai a dimenticarsi di qualcosa e soprattutto di qualcuno.
Il pianto di un folletto piccolo piccolo però disturbava i suoi calcoli…
Conta e riconta, era costretto tutte le volte a rifare la somma. E questo era un bel problema.

Non la conta, ma quel tenero folletto di pochi mesi che piangeva così tanto: piangeva quando doveva addormentarsi; piangeva quando si svegliava; piangeva quando aveva freddo e piangeva quando aveva caldo; piangeva quando qualcuno gli si avvicinava e piangeva quando qualcuno se ne andava; piangeva, piangeva, piangeva!

Babbo Natale decise che era ora di fare qualcosa per aiutare il suo folletto più piccolo, che si chiamava Tendy.
Aveva sentito dire da qualche parte che, sul pianeta Terra, le mamme offrivano ai bambini un ciuccio per consolarli e per calmarli.
Doveva assolutamente chiedere aiuto a una mamma del pianeta Terra. E fu così che scelse proprio la mamma di Leo.



Questa gli spiegò che il ciuccio, per i bambini piccoli, è un oggetto morbido che li consola, li distrae e li aiuta ad addormentarsi.
Babbo Natale le disse: «Ora comprendo! Ne vorrei uno anch’io per regalare un po’ di serenità al mio folletto Tendy».
Pensa e ripensa, alla mamma venne un’idea:
– Stai tranquillo Babbo Natale. Chiederò a Leo, il mio bambino, e forse lui potrà aiutarti.

Il giorno dopo la mamma disse a Leo:
– Sai, Babbo Natale stanotte arriverà con i doni. Nel suo paese c’è un folletto piccolo piccolo che ha bisogno di un ciuccio. Che ne dici di offrirgli il tuo? Babbo Natale sarà contento e ti sarà grato per averlo aiutato!
Leo la guardò un po’ perplesso e molto indeciso, perché lui era davvero affezionato al suo ciuccio.

Ma alla fine accettò. La sera, prima di andare a letto, impacchettarono il ciuccio con una bella carta rossa e un fiocco dorato. Lo misero sotto l’ albero, insieme al latte per le renne e a qualche delizioso biscotto per Babbo Natale.
La mattina seguente il pacchettino che aveva preparato era sparito, insieme con il latte e i biscotti.

Leo trovò sotto l’ albero tutti i doni che aveva chiesto; anzi, c’era un pacchetto in più, proprio per lui.
Lo scarto per ultimo e dentro Vi trovò un grande lecca-lecca rosso a forma di cuore, al sapore di fragola.
C’era anche un bigliettino che diceva:
– Grazie Leo! Donando il tuo ciuccio hai fatto una cosa molto generosa. Tu hai un cuore grande grande. Per ringraziarti, io ti nomino mio FOLLETTO SPECIALE del pianeta Terra.
Firmato: Babbo Natale.

— Fine della fiaba —
Ringraziamo la psicopedagogista Gabriella Arcobello per aver condiviso con noi questa fiaba molto educativa.


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Lupetto vuole il ciuccio.

Lupetto vuole il ciuccio.


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Sara alla ricerca di Babbo Natale 🎁


La piccola Sara vuole scoprire dove vive Babbo Natale, anche perchè a furia di non vederlo mai per davvero sta iniziando a credere che non esiste! Ma per fortuna alla fine ascolterà il suo cuore…

Nel periodo di Natale è sempre bello raccontare delle favole che parlano di sogni e di desideri che si realizzano. Quello di Sara alla ricerca di Babbo Natale lo abbiamo scrito noi di fabulinis per insegnare ai bamibini che ad ascoltare il proprio cuore non si sbaglia mai. Sara lo ha fatto ed ha ricevuto una bellissima sorpresa!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba di Sara alla ricerca di Babbo Natale:

Sara alla ricerca di Babbo Natale 🎁 storia completa

C’era una volta una bimba che non era per niente convinta dell’esistenza di Babbo Natale.
Sara, questo era il suo nome, aveva sempre chiesto di essere portata a vedere la casa di Babbo Natale, ma nessuno era mai riuscito ad accontentarla.

La sera della Vigilia di Natale, mamma e papà le avevano messo il pigiamino e portata in cameretta per darle il bacio della buona notte.
Quando fu tutta sola, Sara iniziò a parlare al suo caro orsacchiotto.

– Io non capisco perché nessuno mi riesce a dire dove abita Babbo Natale… io vorrei tanto incontrarlo di persona!
L’orsacchiotto la fissava con i suoi grandi occhioni neri, ma non poteva darle una risposta.
– Nessuno sa dove sia Babbo Natale, e nessuno l’ha mai visto… secondo me non esiste…
In quel momento nella stanza si sentì come il suono di un campanellino.
– Ne sei proprio sicura? – disse una vocina leggera che non si sapeva da dove arrivasse.
Sarà si guardò intorno per capire chi avesse parlato, poi guardò il suo orsacchiotto, che la guardava col solito sorriso.

– Sei sicura che Babbo Natale non esista? – continuò la vocina.
– Bè no, non ne sono sicura, è che vorrei tanto vederlo, ma nessuno mi sa dire dove sia…
– E cosa ti dice il tuo cuore…?
Sara esitò un attimo.
– Che esiste…
– Allora infilati le pantofole, forse questa sera il tuo desiderio verrà esaudito…

Sara balzò giù dal letto e infilò le pantofole, che però non erano proprio le sue, erano pantofole magiche! Ma Sara non ci fece nemmeno caso.
Una volta infilate le pantofole, la finestra della cameretta si aprì, e come per magia i suoi piedini si staccarono dal pavimento e Sara uscì dalla stanza volando leggera come un soffio di vento.

Sara era tutta circondata da piccole scintille, e continuò a salire sempre più in alto, finché le luci delle case del paese diventarono piccole piccole.
Sara iniziò a sorvolare prati innevati, foreste e pianure, finché ad un certo punto arrivò ad una vallata tutta piena di abeti addobbati con luci e festoni. In mezzo c’era una piccola casetta, tutta illuminata.

Piano piano Sara cominciò a scendere verso la casetta, fino a posarsi proprio di fronte alla porta.
Sara era ancora tutta emozionata per il volo appena fatto e per i meravigliosi paesaggi visti, ed era rimasta davanti alla porta con la bocca aperta.
Dalla casetta tutta illuminata si sentivano provenire dei bellissimi canti di Natale.

Sara alzò la manina per bussare, ma la porta si aprì ancor prima di averla toccata. Davanti a lei c’era un elfo vestito di verde, tutto sorridente.
– Ciao! – esclamò l’elfo – benvenuta nella casa di Babbo Natale!
Sara, sempre più meravigliata e piena di gioia, entrò.

Si ritrovò in un enorme e fiabesco salone, dove c’era l’albero di Natale più grande che avesse mai visto.
Nella sala cantavano e saltellavano un sacco di elfi, tutti indaffarati per i preparativi della Vigilia di Natale, e tutt’intorno all’albero era un tripudio di regali, dolci, festoni e colori.
Sara era talmente sbalordita da tutta quella meraviglia che continuava a guardarsi intorno ancora a bocca aperta.

Finché, da una porta laterale, entrò un grande omone, tutto vestito di rosso e bianco. Era Babbo Natale!
Sara non credeva ai propri occhi, era lui, era veramente lui! Finalmente ogni dubbio era svanito.
Babbo Natale le andò incontro per salutarla.
– Ciao piccolina, come ti chiami? – le chiese con la sua vociona bella e calda.
– Io mi chiamo Sara.. Ma tu… ma tu.. sei Babbo Natale!? – chiese esitante Sara.
– Certo, mia piccola Sara! – e ridendo per la domanda, Babbo Natale fece un “Oh oh oh” che rimbombò per tutto il salone.



La bocca di Sara si spalancò dalla gioia come mai si era spalancata prima.
– Ma allora esisti!
Babbo Natale annuì con un gran sorriso, e accarezzandole i capelli, le rispose:
– Mi spiace solo di non poterti dedicare molto tempo mia piccola Sara. Purtroppo stasera è la Vigilia di Natale, e io e i miei amici Elfi siamo molto indaffarati a preparare tutti i regali da consegnare ai bambini, vedi? – e indicò con la mano il grande salone e tutti i doni posti intorno all’albero.

Sara si voltò a guardare gli elfi che correvano come matti in ogni dove a prendere e spostare i pacchi regalo.
“Con tutto quello che ha da fare, Babbo Natale è riuscito a trovare un momento tutto per me e salutarmi”.
Sara era commossa da tanta gentilezza.
– Scusami piccola Sara, ma ora devo proprio andare – disse Babbo Natale sorridendole.
Sara lo guardò, ed in un impeto di coraggio gli chiese:
– Posso venire con te sulla tua slitta? Sono piccolina, mi metto in un angolino e prometto di non disturbare…!

Babbo Natale guardò il suo aiutante elfo, che sorrise.
– Va bene, vieni con me! – la prese per mano e la portò fuori sul retro della casa, dove c’era la grande slitta di Babbo Natale.

Era la più grande slitta che avesse mai visto, strapiena di regali, con le renne scalpitanti pronte a partire.
Babbo Natale prese Sara e la fece sedere accanto a lui.
– Tieniti forte al mio braccio! – le disse facendole l’occhiolino. Partirono veloci veloci sulla neve finché, come per magia, la slitta cominciò a volare sopra gli alberi della vallata, e poi sempre più su!

A Sara sembrava di vivere in un sogno. Sotto di lei il mondo era piccolo piccolo, e la slitta andava così veloce che in un attimo furono sopra una città.
Babbo Natale si fermava sopra i tetti, spariva giù per i camini a consegnare i regali e, in un batter di ciglia, era di nuovo accanto a lei.

E continuarono così di città in città, fino ad arrivare al paesello dove viveva Sara.
Babbo Natale accostò la slitta alla finestra ancora aperta della cameretta di Sara, la accompagnò dentro e le rimboccò le coperte.
Sara sentì gli occhietti chiudersi dalla stanchezza: quante emozioni aveva vissuto in così poco tempo…
– Buon Natale mia piccola Sara, e sogni d’oro.

Mentre Sara chiudeva gli occhi, Babbo Natale le fece un’altra carezza, e prima di ripartire con la sua grande slitta a consegnare tutti i regali, andò dove c’era l’albero di Natale di Sara…

Così arrivò il mattino di Natale. Non appena sveglia, Sara infilò le pantofole, prese il suo orsacchiotto e corse in salone, dove c’era l’albero di Natale.
E il suo regalo era proprio lì sotto, una bellissima scatola rossa con un fiocco d’oro sopra.

Papà e mamma la presero in braccio e le augurarono buon Natale.
Lei li abbracciò entrambi tutta felice e raccontò loro la meravigliosa avventura della notte appena trascorsa. I suoi genitori erano un po’ confusi, non si erano accorti di niente e stentavano ad immaginare la loro bambina in compagnia di Babbo Natale a consegnare i regali… Ma non importava.

Per Sara quello era stato il Natale più bello della sua vita, già non vedeva l’ora che arrivasse quello successivo!
Perché ora sapeva che Babbo Natale esiste veramente, le era bastato ascoltare il suo cuore.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com



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Nevina e Solleone ❄ 🌞


Riuscirà Nevina, figlia di re Gennaio a raggiungere e vedere il mare? Per lei che non è mai uscita dal paese dei ghiacci potrebbe essere una pericolosa avventura, ma per fortuna un nuovo amico l’aiuterà.

La storia di “Nevina e Solleone” spiega come grazie agli amici possiamo realizzare i nostri desideri, aiutandoci a vicenda. Per scrivere questo racconto noi di fabulinis ci siamo ispirati ad una fiaba di Guido Gozzano, speriamo tanto che vi piaccia!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba di Nevina e Solleone:

Nevina e Solleone ❄ 🌞 storia completa

La Principessa Nevina viveva da sola con suo padre Gennaio, il fabbrica neve.

Re Gennaio preparava la neve che Nevina raccoglieva nelle sue tasche e poi spargeva sulle terre fredde del ghiaccio.
Nevina era una bambina bravissima, ma tanto triste. Quando padre Gennaio dormiva e non produceva più la neve, Nevina fissava la fredda notte stellata sognando le terre calde del mare che non aveva mai potuto vedere.

Ma un giorno prese coraggio e, senza farsi vedere, partì, lasciando le terre dei ghiacci.

Giunse a valle. Lì l’aria era più calda e Nevina iniziava a sentirsi affannata, ma continuò a camminare per i prati pieni di fiori e alberi. Non si accorgeva che dalle sue tasche usciva ancora la neve, e alle sue spalle si formavano nuvoloni grigi e un vento di aria gelida.

Cammina cammina, arrivò sul ciglio di una collina dove fu abbagliata dai riflessi di una sterminata distesa azzurra: era il mare!
All’improvviso le corse incontro un bimbo, il suo nome era Solleone. Le disse che doveva fermarsi, perché quello non era il suo regno e non poteva andare oltre perché stava portando neve e gelo per tutte le sue terre.


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Fiocco di neve

Fiocco di neve


Ma a Nevina si formarono delle grosse lacrime agli angoli degli occhi, voleva toccare solo per una volta le cose che non aveva mai potuto vedere. Solleone si commosse e, invece di bloccarle la strada, si offrì di farle vedere tutto il suo regno. Tenendosi per mano, i due bambini cominciarono a scendere verso la spiaggia.

Fu così che Nevina riuscì finalmente a toccare il mare!

Ma le tasche di Nevina erano ormai senza più un fiocco di neve, e lei si sentiva così stanca che cadde sulla sabbia sfinita.
Solleone capì che doveva riportarla al più presto nelle sue terre del ghiaccio e della neve. Se la caricò sulle spalle e iniziò a correre.
Mano a mano che si avvicinavano alle terre fredde Nevina si sentiva meglio, ma Solleone cominciava a fare sempre più fatica, finché, pieno di brividi, non si fermò e la posò a terra.

Nevina gli prese le mani e lo ringraziò per quella giornata così bella che le aveva regalato, però capì che Solleone non poteva resistere ancora molto con tutto quel freddo e lo pregò di ritornare di corsa verso il mare.

Ma, prima di lasciarsi, si promisero che ogni anno, per un intero giorno, si sarebbero incontrati di nuovo per tornare a tenersi per mano.

— Fine della fiaba — (Liberamente ispirata a “Nevina e Fiordaprile” di Guido Gozzano)
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Il pupazzo di neve

Il pupazzo di neve


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Stella di neve ❄


E se un pupazzo di neve diventasse una bambina? Sarebbe un regalo bellissimo, soprattutto per la sua mamma e il suo papà che desideravano tanto avere un figlio.

“Stella di neve” è una rielaborazione della leggenda russa che ha per protagonista Sneguročka, la fanciulla di neve, che nel periodo natalizio porta i doni assieme al Nonno Gelo (il nostro Babbo Natale). Viene citata anche nel cartone animato Masha e Orso nell’episodio intitolato “Buon Natale”.

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba di Stella di neve:

Stella di neve ❄ storia completa

C’era una volta un vecchietto ed una vecchina che abitavano in una casetta isolata, in cima ad una collina.
Non avevano avuto figli, e perciò, per passare in tranquillità gli ultimi anni della loro vita, avevano scelto di isolarsi dal resto del mondo.

Passarono molti anni in cui i due, felici, non avevano avuto più contatti con nessuno, finché, in un freddo giorno d’inverno, con la neve alta fino alle ginocchia, andarono a cercare legna nel bosco vicino.
Il buon vecchietto sapeva che nei paraggi c’era anche un piccolo lago, e voleva vedere se era ghiacciato per il freddo.
Una volta arrivati sulle sponde del laghetto, videro che effettivamente era completamente ghiacciato, e ci si poteva camminare sopra!

Ma la vera sorpresa fu quella di vedere un piccolo gruppo di bambini che si divertiva a pattinare, o semplicemente a scivolare il più a lungo possibile senza cadere sbattendo il muso.
Altri bambini, invece, stavano sulla riva facendo pupazzi di neve. I due rimasero lungo a guardare la scena: avrebbero sempre voluto avere dei bambini e vederli giocare in quel modo!

La vecchina guardò suo marito sorridendogli e gli disse:
– Caro, perché non facciamo anche noi un pupazzo di neve come quei bambini?
Il vecchino rispose di sì con un cenno del capo, e subito si misero ad accumulare la neve.

Piano piano quello che doveva essere un semplice pupazzo di neve diventava una figura sempre più elaborate, finché, dopo quasi un’ora di lavoro, il pupazzo somigliava molto ad una bambina con cappellino, sciarpa e guanti.
Era la bambina che avevano sempre sognato di avere ma che non era mai arrivata…

I due vecchi guardavano la loro creazione con le lacrime agli occhi. Quanto avrebbero voluto che fosse reale!
Ma non si erano accorti che, sul ramo di un pino, li stava osservando una fata. Commossa da quella scena emozionante, la fata decise di avverare il loro sogno. Dalle sue mani partì una scintilla che volò leggera leggera fino sulla punta del naso della bimba fatta di neve.

I due vecchini videro quella minuscola stella posarsi sul nasino di neve, e… Meraviglia! Davanti ai loro occhi la bimba di neve, piano piano, stava prendendo colore!
Ma ancora più sbalorditi furono quando la bimba di neve, che ormai era una bimba in carne ed ossa, aprì gli occhi e sorrise loro.

I due vecchini scoppiarono a piangere dalla gioia, l’abbracciarono e la coprirono di baci. Decisero di chiamarla Stella.
Stella era una bimba piena di vita, correva, saltava ed era sempre sorridente. Ma, soprattutto, Stella cresceva in fretta, in un solo anno era quasi diventata una ragazzina, e ai due vecchini non sembrava vero di veder crescere la loro bimba.

A Stella, però, non piaceva l’estate. Si sentiva fiacca e svogliata e non voleva mai uscire di casa; si sentiva meglio e più felice solo quando arrivavano i grandi temporali che rinfrescavano l’aria.

Giunse quindi un altro inverno e poi un’altra estate. I tre vivevano felici e contenti ma, abitando lontani dal paese, Stella passava le sue giornate sempre da sola. Vedendola anche un poco triste, visto che era estate, la convinsero ad andare alla grande festa che si teneva giù in paese, dove alla sera avrebbero acceso anche un grande falò.
Stella non voleva andare, ma dopo le insistenti preghiere della vecchina, si mise il vestitino più bello e prese la strada che portava al paese.

– Ciao mia cara Stella, divertiti stasera!
Stella le sorrise e incominciò a camminare.


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La neve in tasca

La neve in tasca


Quel giorno il sole era particolarmente forte e l’aria molto calda, Stella doveva riposarsi spesso all’ombra dei grandi alberi, beveva molto e poi ripartiva.
Giunse in paese, che aveva visto solo un paio di volte in occasione delle feste invernali, quando con la vecchina andava a comprare il cibo.

Il paese era tutto addobbato a festa, e le persone ballavano ad ogni angolo delle strade, molti giovani danzavano a gruppi i balli popolari. Stella si avvicinò a loro, e dopo qualche timido sorriso tra lei ed altre ragazze del gruppo, fu trascinata nelle danze.
Stella ballava e ballava, senza mai fermarsi, finché poco a poco giunse la sera.
L’aria era diventata di colpo fresca e Stella nonostante fosse da ore che ballava, si sentiva ancora piena di energie, e continuava a ballare.

Fu il momento di accendere l’enorme falò per concludere in bellezza la festa del paese; era talmente grande che tutte in cerchio, prendendosi per mano, servivano quasi cento persone per circondarlo.
Stella e le altre ragazze presero a danzare tutta la notte intorno al falò che aveva fiamme alte fino al cielo.

Il falò però era caldo, troppo caldo per Stella, che iniziava a sudare e sentirsi male. Lei non voleva smettere di ballare, ma ad un certo punto, guardandosi le mani, si accorse che erano diventate quasi trasparenti!
Si guardò i piedi ed anche loro erano trasparenti! Si toccò il viso e sentì come se stesse toccando dell’acqua gelatinosa…

Stella si rese conto che si stava lentamente sciogliendo, di quel passo si sarebbe sicuramente trasformata in una pozzanghera!
Raccolse tutte le sue forze e corse fuori dal paese e il più lontano possibile da quel falò, voleva tornare a casa ma era buio e si sarebbe sicuramente persa.
Cercò quindi del refrigerio in riva al fiume immergendosi quasi completamente. Il fiume era freddo, ma per Stella il freddo significava la vita.

Fu in quel momento che capì che non poteva più rimanere in quel paese dove le estati erano così calde e afose. Doveva andare più a nord, verso le terre dei ghiacci, solo lì avrebbe potuto vivere serena ed essere veramente felice.

Poco dopo, sul fiume, comparve un tremulo bagliore. Era la barca di un pescatore che risaliva la corrente.
– Scusi signor pescatore, dove sta andando? – chiese Stella.
– Sto andando verso nord, verso il regno roccioso. Ma tu, che ci fai qui in riva al fiume e a quest’ora della notte?!
– Cerco un po’ di refrigerio… visto che va verso nord posso chiederle un passaggio?

Il pescatore sembrava un po’ confuso, ma le disse che non c’era nessun problema, che l’avrebbe portata fino al regno delle rocce, poi lui sarebbe tornato indietro.
A Stella andava benissimo, saltò sulla barchetta e si sedette rannicchiata sulla panchetta davanti, pensando ai due vecchini, mamma e papà, che non vedendola arrivare avrebbero avuto un grande dispiacere.

Ma Stella sentiva che stava per intraprendere una grossa avventura, l’avventura della sua vita.
Dalla riva del fiume una piccola scia luminosa fluttuò fino a lei, era una piccola fata, che le si posò sulla spalla.

– Ciao, io sono la fata Thea, tu non lo sai ma io ti conosco fin da quando eri piccina…
– Ciao fata Thea, piacere di conoscerti… – Stella e Thea si sorrisero, e capirono che erano destinate ad un lungo e meraviglioso viaggio assieme.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Fiocco di neve

Fiocco di neve


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L’arrivo dei Magi 🎁


Sicuri che valga veramente la pena litigare con una persona e rischiare di perderla anche se le si vuole veramente bene…?

“L’arrivo dei Magi” è una fiaba creata da noi di fabulinis ispirandoci al racconto di O. Henry “Il dono dei Magi”. E’ ambientata nel periodo dell’epifania e della festa della Befana. Spiega ai bambini come la generosità venga sempre premiata, ed é un racconto con un po’ di nostalgica magia da raccontare ai nostri bambini durante tutto il periodo delle feste natalizie.

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba de l’arrivo dei Magi:

L’arrivo dei Magi 🎁


Era il giorno prima dell’arrivo dei Magi, i grandi saggi che venivano da oriente a portare i doni ai bambini, e in paese si stavano facendo i preparativi per le feste.
In questo piccolo paesino vivevano due fratellini, Delia e Gioele, che si volevano tanto bene e stavano sempre insieme.
Ma anche loro, come tutti i fratellini, ogni tanto bisticciavano, e a volte si facevano dei dispetti veramente tremendi.

E quel giorno Delia e Gioele litigarono furiosamente. I due si azzuffarono talmente tanto che quando la mamma li divise, li sgridò così sonoramente che Delia e Gioele piansero tantissimo.
– Se non fate subito la pace i Magi penseranno che siete due bambini cattivi, e saranno veramente dispiaciuti! – disse loro la mamma.
Ma Delia e Gioele non volevano ascoltarla. Ognuno di loro pensava di aver ragione e non avrebbe mai chiesto scusa all’altro.
Così la mamma li mise in castigo, a riflettere sul loro comportamento.

Delia stringeva forte la sua bambola, era il suo giocattolo preferito e non la lasciava mai.
Gioele stringeva forte il suo inseparabile trenino di legno, che trascinava col cordino per tutta la casa.
Dopo un po’ la mamma tornò e chiese:
– Avete riflettuto bene sulla vostra condotta?
– Sì… – risposero i due con un tono non molto convinto.
– Fate la pace?
– Sì… – sempre con lo stesso tono.
– Allora datevi un bell’abbraccio e fate pace.
Delia e Gioele si avvicinarono lentamente, si diedero un abbraccio velocissimo e poi si allontanarono sempre col broncio.

La mamma, che aveva notato questo finto abbraccio di pace, li riprese:
– Bimbi miei, ricordatevi che i Magi sanno leggere nel vostro cuore, e se le vostre scuse non sono sincere loro lo sapranno, e ne saranno veramente dispiaciuti!
Delia e Gioele furono molto colpiti da queste parole.
I Magi venivano una volta sola l’anno, e per i bambini avevano sempre dei bei regali, ma sapevano anche che ai bambini monelli portavano solo del carbone…

I due si guardarono di nuovo negli occhi, ma l’orgoglio ferito bruciava ancora troppo, e corsero via nelle rispettive camerette.
Le parole della mamma continuavano a ronzare nelle loro teste. In fin dei conti Delia e Gioele si volevano veramente un gran bene, e iniziavano a sentirsi veramente dispiaciuti per come si erano comportati.
Delia teneva in mano un disegno che Gioele le aveva fatto e a cui era tanto affezionata. Più lo guardava e più si sentiva in colpa per quello che era successo.

Decise che doveva andare a scusarsi. Lasciò andare il disegno, che scivolò per terra, e in punta di piedi andò verso la cameretta di Gioele.
Gioele stava per fare la stessa cosa, ma mentre infilava una delle ciabatte inciampò e cadde per terra. Guardando furioso la ciabatta disse:
– Cattiva!
Ma Delia era lì sulla porta e, sentendo quelle parole, credette che Gioele fosse ancora arrabbiato con lei. Perciò corse via.

– Gioele è davvero arrabbiato con me, devo farmi perdonare ad ogni costo! – si disse la bimba con le lacrime agli occhi, mentre stringeva a sé la sua amata bambola.
Gioele sentì correre, capì che era Delia, e quando uscì in corridoio vide la sua cameretta vuota col disegno per terra.
– Delia non avrebbe mai buttato a terra il mio disegno se non fosse veramente arrabbiata con me… devo assolutamente farmi perdonare! – si disse Gioele, mentre tirando il suo trenino di legno correva a vedere dove fosse andata Delia. Ma di lei in casa non c’era più nessuna traccia…

Delia era uscita. Per le vie del paese c’erano tante bancarelle, piene di cose bellissime: dolci, vestiti, leccornie e chi più ne ha più ne metta.
– Per farmi perdonare da Gioele potrei fargli un super regalo… – pensò Delia.
Cammina cammina, Delia arrivò alla bancarella di un rigattiere, che tra le altre cose aveva un sacco di giocattoli usati ma ancora tenuti bene.




Delia si avvicinò e tra tutte le cose notò una piccola stazioncina ferroviaria in legno, che sarebbe stata benissimo col trenino di Gioele.
Delia guardò il rigattiere e indicò la stazioncina di legno.
– Sono venti soldini piccola mia – disse il rigattiere.
Ma Delia venti soldini non li aveva… l’unica cosa che aveva era la sua amata bambola, e la porse al rigattiere.
L’uomo fu molto colpito da quel gesto.

– Vuoi fare a cambio con la stazioncina?
Delia fece di sì con la testa.
Il rigattiere prese la bambola e diede la stazioncina alla bimba, che dando un ultimo sguardo alla sua amata bambola, corse via.
Il rigattiere, ancora stupito per quel gesto, guardò la bambola, e poi la mise sotto il suo banchetto, in modo che non si potesse vedere.

Anche Gioele era uscito in cerca di un regalo da fare a Delia per farsi perdonare, e anche lui capitò alla bancarella del rigattiere.
Vide tra tutti i giocattoli una bella culla per le bambole. Lì dentro Delia avrebbe potuto mettere la sua e giocare tutta felice.
Gioele guardò il rigattiere e indicò la culla.
– Sono venti soldini piccolo mio – disse il rigattiere.

Ma Gioele venti soldini non li aveva… l’unica cosa che aveva era il suo trenino, e lo porse al rigattiere.
– Vuoi fare a cambio con la culla?
Gioele fece di sì con la testa.
Il rigattiere prese il trenino e diede la culla al bimbo, che dando un ultimo sguardo al suo amato giocattolo, corse via urtando una signora che passava.

– Gioele! Attento a dove corri! – lo sgridò la signora, ma Gioele ormai era lontano per sentirla.
– Conosce quel bambino signora? – chiese il rigattiere.
– Si, è il figlio di una mia cara amica…
Il rigattiere annuì, e ripose il trenino sotto il suo banchetto, proprio accanto alla bambola di Delia.

Quando Gioele tornò a casa c’era Delia ad aspettarlo, aveva le mani dietro la schiena e sembrava molto emozionata.
Gioele non vedeva l’ora di fare pace con la sorellina ed era così emozionato che inciampò e cadde a terra insieme alla culla.
Delia gli corse incontro – ti sei fatto male?
– No no… tutto a posto – e prendendo la culla da terra gliela porse – tieni Delia, questa è per la tua bambola… scusami tanto per prima… mi perdoni?

Delia guardò la culla dove avrebbe potuto mettere la sua bambola, poi prese la stazioncina e la porse a Gioele.
– Perdonami tu fratellino, anche a me dispiace tanto per prima… ma dov’è il tuo trenino?
Gioele, mentre rimirava la stazioncina in legno, le disse:
– L’ho scambiato per la culla… ma dov’è la tua bambola?
Delia indicò la stazioncina e Gioele capì.

I due si abbracciarono forte forte piangendo di gioia e si promisero che non avrebbero mai più litigato, non ricordavano nemmeno il motivo…
Avevano sacrificato entrambi la cosa più preziosa che avevano per far felice l’altro, e i Magi sarebbero stati fieri di loro.

Delia e Gioele andarono a nanna felici, stringendo forte forte i loro nuovi giocattoli, e fecero sogni bellissimi.
Al mattino la mamma li svegliò di buon’ora – Delia, Gioele, sveglia che è pronta la colazione!
I due corsero in cucina dove li aspettava la mamma che subito chiese loro:
– Ma come mai questa notte avete lasciato la bambola e il trenino fuori dalla porta di casa a prendere il freddo?
Delia e Gioele si guardarono stupiti, i Magi erano passati per davvero a dare i regali, e che regali! Avevano riportato i loro amati giocattoli!
Per Delia e Gioele fu uno dei giorni più felici della loro vita, e da quel momento non smisero mai più di volersi bene.

— Fine della fiaba — (Liberamente ispirata al racconto di O. Henry “Il dono dei Magi”.)
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com



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Filastrocche sull’inverno ❄

Le filastrocche invernali, adatte per quando fuori fa freddo.

Queste simpatiche filastrocche a tema invernale, terranno compagnia a te e i tuoi bambini durante tutta la fredda stagione 😊


L’uccellino altruista 🐦

Un uccellino è passato su un prato
e si è appoggiato ad un ramo spezzato,
gira la testa di qua e di là,
ha molta fame ma fortuna non ha.

Nel freddo inverno, dove tutto è ghiacciato,
trovare del cibo non è proprio scontato,
i vermi ormai sono tutti spariti
e anche i semi si son rinsecchiti.

Eppure qualcosa deve trovare,
non può vivere senza mangiare.
Ecco, vede una luce in una casina,
è molto lontana ma è tanto carina.

Dispiega le ali, è pronto a partire,
prima o poi la fortuna deve venire,
comincia a volare e va piano piano,
fa molta fatica e la casa è lontano!

Si appoggia sul vetro della finestra,
si accorge che dentro c’è una gran festa,
ma poi, con lo sguardo vede un piattino
con dentro le briciole, sul balconcino.

Anche per lui oggi è un festa,
mangia le briciole ma qualcuna ne resta,
vuole dividerle con un altro uccellino
e spicca il volo dal balconcino.

Gennaio ❄

Sono Gennaio, non son tanto bello
e porto in testa un grande cappello,
a molti piaccio e sono proprio buoni
invece molti mi voglion far fuori.

Sono un po’ strano, questo lo so,
porto la pioggia oppure no,
porto la neve che riscalda i cuori
ma solo ai bambini perché giocano fuori.

Molti vecchietti di me han paura,
io porto il freddo e non è cosa sicura,
ma che volete, non c’è nulla da fare,
io devo venire, non mi posso assentare.

Copyright dei Testi © Lulù Barabino


Chi sono

Lulù - fabulinis.com

Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

www.tiraccontounastoriablog.com


Filastrocche sugli animali 🐦

Le filastrocche divertenti che parlano di animali.

Queste sono filastrocche per bambini ispirate ad alcuni degli animali che più ci stanno a cuore, e che ci tengono compagnia, chi con il suo canto, chi con il suo caratteristico verso.
Queste filastrocche le ha scritte Lulù, con la sua solita leggerezza e simpatia.

Lo scambio 🌱

Un giorno mentre ero in giardino,
si è avvicinato un uccellino,
era stanco e molto assetato
e nella mano un po’ d’acqua ho versato.

Con molta paura ha iniziato a bere
dalla mia mano, come fosse un bicchiere,
poi ha preso il volo e si è allontanato
e, secondo me. un bacino mi ha inviato.

Dopo qualche giorno è ritornato,
nel suo beccuccio un seme ha portato,
lo ha fatto cadere vicino a me
e mi son chiesta:” chissà che seme è!”.

Quel seme dopo è germinato
e un grande albero è diventato
e mi ricorda quell’uccellino,
che ha scambiato un po’ d’acqua con un semino.

Il gattino 🐈

Oggi ho preso in mano un gattino
e l’ho girato vedendo il pancino;
tante tettine, un nido d’amore
e ho sentito batter forte il suo cuore.

E allora ho iniziato a pensare
a quante boccucce poteva sfamare,
se abbia 4 o 10 tettine,
se faccio il conto c’è da impazzire.

Ci son tanti gatti sparsi nel mondo
e tante persone gli portan conforto,
chi lascia il cibo fuor dal portone
e chi li fa entrare per poche ore.

E poi ci sono i più fortunati
che addirittura sono stati acquistati,
dal pelo raso o morbidosi,
per tutti i gusti si rendon preziosi.

Essi sono di compagnia
anche se a volte se ne vanno via,
riescono a tranquillizzare gli ansiosi
e se ci giocano li rendon gioiosi.

Non si può dire altro dei gatti,
se non che fanno molti misfatti,
addio alle tende o ai cuscinoni,
in fin dei conti i gatti son…birboni!

La zanzara Pitì 🦟

Son una zanzara e mi chiamo Pitì,
a nessuno piaccio ma son fatta così,
ho un triste compito, son fastidiosa
io pungo tutti e mi diverto a iosa.

Forse non tutti sanno perché,
siamo noiose e facciamo male, ahimè,
il nostro ronzio è per attirare un compagno,
lo cerco sempre attorno allo stagno.

Non sono cattiva, ho questo difetto,
non piaccio ai bambini, soprattutto a letto,
vi do un consiglio, lasciatemi fuori
perché se entro sono dolori.

Ogni animale è diverso dall’altro,
c’è chi è buono e chi invece tutt’altro,
son piccolina, mi puoi anche schiacciare,
solo così mi riuscirai a debellare.

Questa è la storia della zanzara Pitì,
è durata poco, solo per un dì,
forse è servita la sua esistenza
o forse per noi è meglio star senza!

La mantide cerca marito 👰‍

Una mantide religiosa si vuole sposare
ma non trova nessuno che la porti all’altare.
Tanti maschietti ci vorrebbero andare
ma non c’è nessuno che lo osa fare.
Questo insetto infatti è un po’ strano
se allunghi una zampa la mangia pian piano.
È molto strana questa cosa qui
ma purtroppo la Mantide fa proprio così.
Prima di tutto non è molto bella,
però ha un corpo da modella,
le lunghe zampe sono una figura
da far invidia a qualsiasi creatura.
La sua nomea gira in qua e in là
non ha amicizie e lei questo lo sa,
ma non importa, lei è fatta così
È alta e snella e si piace così.

L’eleganza del merlo 🐦

Un merlo passa
e poi vola via
ha fatto notare
la sua grande maestria
nel prendere il volo
e nel camminare
a testa alta
senza tanto pensare.

Col suo manto nero
di estrema eleganza
con gli altri uccelli
dà dimostranza
che non serve avere
un colorato piumaggio
e una livrea
non ti dà il coraggio.

Per quanto si dice
che il nero non è bello
se hai un bel portamento
diventa un gioiello,
il becco arancione
gli dona quel tocco
di estrema eleganza
in un corpo un po’ tozzo..

Persino le uova
che fa sono belle,
un tocco di cielo
e qua e là delle stelle.

La rinascita della farfalla 🦋

Oggi ho visto che nella piscina
era caduta una farfallina,
sbatteva le ali, voleva volare
ma non ce la poteva proprio fare.

La tirai fuori delicatamente
ma il suo respiro era assente,
io non sapevo che cosa fare
e la misi al sole ad asciugare.

Aveva le ali trasparenti
con delle strisce fluorescenti
e due antenne sul suo capino
e un corpicino marroncino.

E dopo vidi che respirava
e l’ala di destra piano vibrava,
voleva aiutarsi e darsi calore,
voleva togliersi da quel torpore.

E poi a un tratto cominciò a volare
e poco dopo sopra a un fiore girare.
L’avevo aiutata a tornare in vita,
la mia preghiera era stata esaudita

Le sette paperelle 🦆

Ho visto al lago sette paperelle,
eran fratelli e anche sorelle,
la loro mamma le guardava
e in mezzo ai bagnanti le accompagnava.

Alcuni bambini si misero ad osservare
mentre altri continuavano a giocare,
c’era anche chi giocava al pallone
mentre gli adulti prendevano il sole.

Un pezzetto di pane galleggiava
e mamma papera lo beccheggiava,
giunsero di corsa i piccolini
con l’entusiasmo di tutti i bambini.

Non più uno solo ma a decine
furono i pezzi, non c’era fine,
ognuno aveva un pezzo di pane
e quindi le papere continuavano a mangiare.

E dopo essersi ben ingozzate
presero il largo, un poco ingrassate,
guardarono indietro per un saluto
e presero il largo con fare piaciuto.

La gazza e il corvo ⚪⚫

Una gazza disse al corvo:

“lo sai il bene che ti voglio
son più bella e ho dispiacere,
ho le piume bianche e nere
che sono belle da vedere.

Il tuo piumaggio non è elegante
e di te se ne dicono tante,
che vai a caccia di serpenti
e metti ogni cosa sotto i denti.

C’è poi un detto un po’ strano
e si riferisce a un umano.
Se ti si incontra nella notte buia
c’è da aver proprio paura.

Poi si fan dei paragoni
che non sono certo buoni.

Ma il Signore ti ha creato
e un motivo avrà trovato,
ogni animale ha un suo perché,
ma non spetta dirlo a me.

Il tuo amore è fedele,
solo una ti appartiene,
una vita sempre insieme,
nulla lei adesso teme.

Ora andiamo a passeggiare,
siamo amici, non lo scordare
e se i bimbi mi guarderanno
su di te porrò il mio sguardo.

Ti dovranno ben vedere,
nulla a loro può accadere,
e vedran che da vicino
anche tu sei un po’ carino”.

Il bruco con lo scotch 🐛

Ho visto un bruco giallo e marrone
e mi ha fatto proprio impressione,
mentre su e giù egli strisciava
la coda sbatteva sulla strada.

Tun, tun, tun ad ogni passo,
vederlo andare era uno spasso,
però il bruco aveva un problema,
non era possibile, non se ne accorgeva?

Passo di lì il Gufo dottore
e vide il lombrico che, senza ragione,
strisciava per terra con grande fatica.
Non era giusto, non era vita!

Gli andò vicino, gli diede un’occhiata,
voleva vedere la camminata,
aveva dello scotch in fondo alla coda,
capì così perché zigzagava a iosa.

Chiamò a raduno i suoi aiutanti
e subito questi si fecero avanti,
l’uccello Carmelo tirò con il becco,
mentre Pallino aiutò lo stesso.

Con gli artigli districò lo scotch
e in poco tempo questo si staccò,
avevano fatto un bel lavoro,
ora il bruco poteva andar da solo.

Si girò indietro, guardò i suoi amici
e vide che questi erano felici.
Diede uno sguardo e salutò…
e una farfalla da terra si alzò.

Il topolino birichino 🐭🐱

Un gattino riposava
nella cuccia e non si alzava,
mamma gatto lo chiamava
ma il micetto non l’ascoltava.

Mentre dormiva passò un topolino
e vide il gattino nel suo cestino,
si avvicinò pian pianino
e lo morsicò sul sederino.

“Ahi che dolore, povero me”
Disse il micio tra sé e sé,
il sederino intanto gonfiava
e il topolino sghignazzava.

“Perché mi hai fatto tanto male,
io sono buono, non lo scordare
e la mia pappa con te ho condiviso,
il riso e il formaggio abbiamo diviso.”

Il topolino aveva sbagliato,
come poteva aver scordato
che il gattino era suo amico,
perché mai lo aveva ferito?

Chiese perdono al povero gatto
del misfatto che aveva fatto,
era davvero molto pentito
e del micetto fu di nuovo suo amico.

L’orsetto lavatore 🐻

Un orsetto lavatore
si lavava a tutte le ore
e quando aveva quasi ultimato
ricominciava tutto daccapo.

Passò di lì un maialetto
e lo vide fare il bagnetto.
“Non si deve lavarsi mai,
se lo fai sei nei guai”.

Il procione non capiva
quel che questi gli suggeriva
con un tono un po’ acceso,
beh, lo aveva quasi offeso!

“Perché mai dovrei lasciare
di far quello che mi pare,
a me piace esser bello
e lavarmi nel ruscello”.

Il maialetto non capiva,
era d’indole impulsiva,
e sbeffeggiò così l’orsetto
che nuotava nel laghetto.

Non aveva grandi amici,
tutti gli altri eran felici,
di mangiare, di saltare
e fra di loro anche giocare.

Forse il suo era un difetto,
l’esser bello, esser perfetto!
Si doveva rassegnare
e con gli altri insieme stare.
Era bello avere amici,
sol così si è felici.

I sette uccellini 🐤🐤🐤🐤🐤🐤🐤

Dentro un’anfora
nel mio giardino
un cinguettio
udii vicino.

Mi avvicinai
allora pianino
posi l’orecchio
dentro al buchino.

Di colpo vidi
uscir un uccellino
le piume eran gialle
era un canarino?

No, non poteva
essere quello
poteva forse
esser un fringuello.

Ma cosa dico,
è una cinciallegra,
che fregatura
che mi son presa.

Aveva covato
sette ovetti
e tutti quanti
uscirono lesti.

Non sanno ancora
bene volare,
ci tocca dunque
allora aspettare

E quando son pronti
se ne potranno andare
e il mio giardino
potran visitare.

Dopo che avranno
dato uno sguardo
voleran via
senza nessun traguardo.

Ma tanta strada
non deve fare
dovrà a Giugno
ancor ritornare

Ritroverà
la stessa casetta,
cioè l’anfora
che l’aspetta!

La rana invidiosa 🐸

Ho visto una tortora
in un giardino,
vicino al laghetto
del mio vicino.

Tra rane e pesci
essa volava
mentre una rana
vicino saltava.

Fece un sobbalzo,
lei sapeva volare
mentre la rana
sapeva saltare.

Voleva imparare
a far quella cosa,
tutti l’avrebbero
invidiata a iosa.

Che ci voleva,
lo poteva fare
si mise in posa
per osservare.

Allargò le zampe,
si fece anche male,
ma non importa,
doveva imparare.

Si mise d’impegno,
slanciò le zampine
e cadde in terra
in mezzo al cortile.

Tenta e ritenta,
non c’era nulla da fare.
La rana saltava,
lei doveva volare!

Il passerotto occhialuto 🐦👓

Un passerotto mentre volava
contro ogni cosa si schiantava
e non riusciva a capire il perché,
sapeva volare, altro non c’è!

Il passerotto era carino,
aveva un musino birichino,
un piccolo becco molto appuntito
ma alcune volte era ferito.

Andando a sbattere continuamente,
a volte si faceva male e a volte niente,
ma molto spesso era ammaccato
e qualche volta anche tagliato!

Mamma passero lo portò dal dottore,
un gufo saggio e molto sornione:
guardò il musino e poi gli occhietti
che non trovò proprio perfetti.

Doveva trovare una soluzione
per il passerotto e aveva ragione.
Tutta la notte restò alzato
ma un rimedio aveva trovato.

Quel povero passero tanto carino
non ci vedeva da vicino!
Prese due lenti, un fil di ferro,
li mise insieme e fece un modello,
forse un po’ strano ed inusuale
di occhialino, per poter volare.

Ora se guardi lassù nel cielo
e vedi brillare a ciel sereno,
è il passerotto, ma non lo fissare
perché si potrebbe… vergognare!

Copyright dei Testi © Lulù Barabino


Chi sono

Lulù - fabulinis.com

Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

www.tiraccontounastoriablog.com


Giacomino il piccolo elfo 🧝


Come si sente un elfo alla sua prima consegna dei regali di Natale?

Beatrice di 10 anni ha scritto questa dolce fiaba in cui parla dell’elfo Giacomino e delle sue emozioni nella prima notte in giro con Babbo Natale a consegnare regali

Giacomino il piccolo elfo 🧝


Tutti gli elfi e le fatine di Babbo Natale erano allegri e ubbidienti e non disubbidivano mai alle sue indicazioni.
Gli elfi erano di gran lunga più golosi delle loro amiche fate, ogni volta che si sedevano a tavola, divoravano tutto il cibo così in fretta, da non lasciare il tempo a Babbo Natale neanche di sedersi, a contrario delle fatine, che erano così educate da aspettare tutti prima di iniziare a mangiare.

Quando si trattava di costruire giocattoli, gli elfi erano precisi e ordinati nel loro lavoro, ad eccezione di uno, si chiamava Giacomino ed era il più piccolo.

La Vigilia di Natale, Babbo Natale, elencò i nomi degli elfi che lo avrebbero aiutato a consegnare tutti i doni a tutti i bambini, indovinate un po’?

Giacomino fu chiamato, era la prima volta per lui e non sapeva come comportarsi, cosa fare e dove andare, Babbo Natale gli disse che sarebbe andato insieme a lui a consegnare i doni, giusto per imparare.

Quella sera, Giacomino era super terrorizzato, aveva paura di fare qualcosa di sbagliato e di rallentare Babbo Natale, il quale in quel periodo, era un po’ stanco per l’enorme quantità di letterine con troppi desideri da parte dei bambini.


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Il giro del mondo in 24 elfi

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Dopo aver salutato i loro amici rimasti al Polo Nord, gli elfi partirono e furono impegnati tutta la notte, mentre Giacomino andò dalla nonna per farsi rassicurare. Appena giunto da lei, si vergognò a dire che aveva paura, poiché lo guardava orgogliosa e quindi, proprio non se la sentiva.

Arrivò il momento in cui Giacomino, con Babbo Natale, salì sulla loro slitta magica e gli altri elfi sulle loro.
Incominciarono dal Canada, Babbo Natale mostrò a Giacomino come infilare i pacchetti nei camini e come scendere giù senza farsi sentire e vedere.

Dopo toccò all’Alaska, Babbo Natale disse a Giacomino di infilare i pacchi nei caminetti e a entrare nelle case senza farsi scoprire, Giacomino si divertì nel farlo e nel riuscirci.

Andarono in tutti i Continenti insieme agli altri elfi e portarono i regali in tutto il mondo.

Quando tornarono al Polo Nord, la mamma, la nonna e gli amici di Giacomino lo applaudirono per aver consegnato i regali la prima volta e Babbo Natale gli disse che aveva sentito tutto quello che diceva nella sua mente, che non doveva agitarsi così tanto e che doveva avere più fiducia in sé stesso.

Giacomino annuì e gli chiese come facesse a sapere quello che stava pensando, allora Babbo Natale gli disse… beh… che lui era
Babbo Natale!

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Beatrice Bonizzoni di 10 anni per aver condiviso con tutti noi questo bel racconto sulla notte di Natale.
Beatrice ha anche un canale youtube in cui racconta le sue storie.



Lo scoiattolo Coda mozza 🐿️


Un racconto di Natale per imparare a essere più felici, anche quando ci manca qualcosa…

Capita nella vita di perdere qualcosa, e il nostro piccolo scoiattolo è tanto triste perché ha perso un pezzo di coda in un incidente… ma grazie a tutti gli amici che gli sono rimasti vicino, ritroverà il sorriso.

Lo scoiattolo Coda mozza 🐿️

C’era una volta uno scoiattolo molto triste perché, a differenza di tutti gli altri, compresi i suoi fratelli, aveva una coda cortissima, come se fosse stata mozzata a metà. Per questo era sempre deriso dagli altri animali del bosco e aveva pochi amici in quanto si isolava spesso, in seguito al suo problema.

Un giorno andò dalla sua mamma e gli chiese:
«Mamma, io voglio essere come tutti. Perché la mia coda non cresce più? Non mi piace e tutti mi prendono in giro per questo.»
«Figlio mio…» disse la mamma «lo sai che la tua bellissima coda alcuni mesi fa è rimasta incastrata tra i rami dell’albero da cui saltavi ogni giorno. Devi rassegnarti, hai un bellissimo pelo morbido e lucente, due stupendi occhi, delle forti zampette, sei molto agile e simpatico. Devi vedere quello che possiedi non quello che non hai.»

Il piccolo scoiattolo si rassegnò: la sua mamma proprio non lo capiva. Nessuno riusciva a comprendere il malessere che aveva dentro. I suoi numerosi fratelli erano orgogliosi della loro coda mentre lui si vergognava di farla vedere.

Si stava avvicinando il Natale e tutti gli animali del bosco avevano parlato con i loro amici gnomi perché comunicassero a Babbo Natale il regalo desiderato ma coda mozza, come lo soprannominavano tutti, non aveva richieste da fare. Nulla gli interessava.

Lo gnomo incaricato di portare tutte le richieste di doni si accorse che quest’anno, per la prima volta, il suo amico scoiattolo non era andato da lui come sempre aveva fatto.


Ma le voci nel bosco girano veloci e la storia di coda mozza la conoscevano tutti. Come poteva fare? La cosa più ovvia era parlarne con Babbo Natale che sicuramente avrebbe trovato una soluzione.

Era giunta la notte del Santo Natale e tutti gli animali andarono nelle loro tane appena si fece buio, in attesa di vedere il regalo richiesto alle prime luci dell’alba.

Il mattino dopo, il giorno di Natale, il bosco si animò velocemente. Tutti gli animali, grandi e piccoli, trovarono i loro doni: castagne, noci, bucce di banane, funghi, semi ma anche cappelli, bastoni, scope, ecc. Le richieste inviate erano varie.

Tutti si radunarono per fare festa ma coda mozza non uscì dal suo nido nell’albero. Era troppo triste per festeggiare. Fino a quando un pacchettino dal fiocco rosso attirò il suo sguardo. Cosa poteva contenere? Lui non aveva chiesto nulla. La curiosità prevalse per cui scartò il pacco e… sorpresa. Conteneva una coda! Ogni animale aveva donato alcuni dei suoi peli perché Babbo Natale potesse costruirgliene una.

Era troppo bello ed eccitante. Inserì l’elastico della nuova coda nel suo moncone e voilà, finalmente si sentiva di nuovo uno scoiattolo, e addirittura super dotato.

Saltò da un albero all’altro, saltellando in mezzo a tutti i suoi amici. Cosa poteva desiderare di più? Sentiva il calore della loro amicizia.

Era di nuovo, finalmente, felice!

— Fine della fiaba —

Copyright del Testo © Lulù Barabino


Chi sono

Lulù - fabulinis.com

Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

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Continua il tuo viaggio tra le fiabe 🏰 qui sotto te ne suggeriamo alcune che sicuramente ti piaceranno! ❤


Freddy, il pupazzo di neve ☃️


I momenti belli della vita non scompaiono, ma si portano con gioia nel cuore per sempre.❤️

A volte anche i pupazzi di neve parlano! e ci ricordano che se anche si dovessero sciogliere per il sole, basterà un’altra nevicata per ritrovare la magia di farne un altro!

Freddy, il pupazzo di neve ☃️

Candidi fiocchi iniziavano a scendere sul paesino di Arcobaldo. I bambini non attendevano altro, tanta neve per poter finalmente giocarci.
Caterina e Lorenzo avevano passato tutto il pomeriggio al parco, dopo l’abbondante nevicata, per costruire con cura il loro pupazzo di neve: due tappi di bottiglia per gli occhi, una carota per il naso, un pezzo di stoffa rosso per la bocca.
Sulla testa un vecchio cappello nero e una sciarpa scolorita al collo, al corpo cicciotto avevano applicato una fila di bottoni marroni e una fibbia di metallo per cintura.

«Che carino questo pupazzo, siamo stati bravi, vero sorellina?» esclamò felice Lorenzo.
«Bellissimo, pare quasi vero, gli manca solamente… la parola!» disse Caterina.
«La parola… chi dice che i pupazzi di neve non parlino, eh?» fece una voce roca.

I bimbi sul momento pensarono ad uno scherzo degli amici. Si guardarono intorno, ma non videro nessuno.
«Ehi, piccoli! Dico a voi!» tuonò nuovamente la voce roca.
Caterina e Lorenzo si girarono entrambi in direzione del pupazzo di neve e videro che la sua bocca si era spostata lievemente dalla posizione originale.

«Si, si, sono proprio io che vi parlo! L’amico di neve che avete appena costruito» fece il pupazzo.
«Ma i pupazzi di neve non parlano… o almeno…» mormorò Lorenzo.
«Io sono speciale, mi chiamo Freddy! Sono veramente felice di fare la vostra conoscenza, mi avete modellato davvero bene» disse il pupazzo.

Iniziò a farsi buio.
«Ciao Freddy, domani torneremo a trovarti!» fecero i due fratelli.
«Va bene, ma dovete farmi una promessa. Spero di rivedervi presto, ma se questo non dovesse accadere, non rattristatevi: ritornerò con la prossima nevicata e voi mi ricostruirete più grande e più bello!».

Caterina e Lorenzo scossero la testa, il giorno dopo si sarebbero ritrovati tutti e tre nello stesso punto, nello stesso parco.
Il mattino seguente i bambini si alzarono presto, fecero colazione, si infilarono il cappotto e uscirono. La giornata era fredda ma soleggiata. Corsero dal loro pupazzo di neve… ma una brutta sorpresa li attendeva: Freddy non c’era più. Il sole lo aveva sciolto quasi completamente.

«Che tristezza, il nostro amico è sparito!» disse Lorenzo con le lacrime agli occhi.
Caterina si ricordò allora della promessa fatta a Freddy.
«Dai, Lorenzo, non piangere! Il nostro amico ritornerà, vedrai, ritornerà!».

Alzando lo sguardo al cielo, la bimba vide alcune nuvole scure avanzare nascondendo il sole. Sorrise.
«Ora andiamo fratellino! Mamma e papà ci stanno aspettando per il pranzo! Vediamo chi arriva primo!».
Iniziarono a correre veloci, lungo la stradina che portava alla loro casa.

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Rita Bimbatti, Pedagogista Clinico e autrice di racconti per l’infanzia, per aver condiviso con tutti noi questa storia, per far capire con delicatezza ai piccoli che i momenti belli della vita non scompaiono, ma si portano con gioia nel cuore per sempre.

www.ritabimbatti.it


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Il pupazzo di neve

Il pupazzo di neve


Continua il tuo viaggio tra le fiabe 🏰 qui sotto te ne suggeriamo alcune che sicuramente ti piaceranno! ❤


Nomi maschili 👦 da fiaba con significato 🌟

Perchè non ispirarsi ai nomi delle fiabe o della letteratura per il proprio bambino in arrivo?

In questa pagina troverai una lunga serie di nomi, tutti insoliti ed ispirati alle fiabe, alla mitologia o alla letteratura, con anche una piccola descrizione del significato e giorno dell’onomastico! Non ti rimane che sfogliarli tutti e scegliere quello che più si addice a te!

Menù dei nomi:

🤴 Nomi ispirati ai film Disney

Menù dei nomi:

🏰 Nomi delle fiabe classiche

Menù dei nomi:

🌺 Nomi esotici

Menù dei nomi:

⚡ Nomi mitologici


Menù dei nomi:

📚 Nomi della letteratura

Menù dei nomi:

Scheletrino e la maledizione di Halloween 💀


Che barba e che noia stare tutto il tempo da soli al cimitero…

Scheletrino e il suo nuovo amico Fantasmino si lanciano in un’avventura alla ricerca del Grande Mago della Foresta Oscura per chiedergli un favore, ma il “Grande Mago” non sembre volerli accontentare…

🎨🖌️ Disegno da colorare! 🎨🖌️

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare di Scheletrino!

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba di Scheletrino raccontata da William:

Scheletrino e la maledizione di Halloween 💀

Era una notte buia buia e Scheletrino stava guardando il primo spicchio di luna crescente nel cielo pieno di stelle.

Scheletrino abitava in un piccolo e sgangherato cimitero di montagna, talmente piccolo che praticamente c’erano solo mamma, papà e le due bisbetiche zie… Una noia mortale.

A fargli compagnia c’erano solo gli animaletti del bosco e la luna d’argento.

Ma quella sera buia buia, mentre guardava la luna spostarsi piano piano nel cielo, sentì uno strano rumore provenire da appena fuori il cancello del cimitero.

Scheletrino corse a vedere cosa succedeva, e dietro ad una delle siepi vide qualcosa color bianco etereo che si muoveva.

Si avvicinò piano piano, senza far rumore, quando all’improvviso, dalla siepe…

‒ Bhoooooo!

Scheletrino fece un balzo all’indietro per lo spavento, mentre il Fantasmino che era saltato fuori dalla siepe ridacchiava per lo scherzo riuscito.

‒ Ti sei spaventato? ‒ chiese il Fantasmino mentre lo aiutava a rialzarsi da terra.
‒ Un po’…. ma tu chi sei?
‒ Sono Fantasmino, passavo di qua per caso e volevo vedere se c’era qualcuno con cui passare un po’ di tempo, sto facendo un lungo viaggio sai…

‒ Ci sono solo io sveglio… gli altri dormono tutti, ma che viaggio stai facendo?
‒ Sto andando dal Grande Mago della Foresta Oscura per chiedergli un favore.
‒ E cosa vuoi chiedergli?

‒ Di ritornare in carne ed ossa, mi ha raccontato una strega che lui può farlo… Vuoi venire con me?
‒ no… non posso, se vado via senza dire nulla a mamma e papà poi si arrabbiano ‒ disse poco convinto Scheletrino.
‒ Ma va’, vedrai ci mettiamo un attimo, domani mattina saremo di ritorno e nessuno si sarà accorto di nulla! ‒ gli sorrise Fantasmino.

Scheletrino ci pensò un attimo, pensò alla sua noiosa vita nel piccolo cimitero sgangherato e alle sue zie insopportabili.
‒ Ok vengo! ‒ e iniziarono a correre per il sentiero che portava al Bosco Oscuro.

Dopo poco sentirono un rumore metallico non molto lontano da loro. Era un treno che si stava fermando alla stazione.

Scheletrino disse a Fantasmino:
‒ E se prendiamo il treno? Così arriviamo Prima!
‒ Ottima idea compagno! rispose Fantasmino.

Così salirono sul treno, Scheletrino dalla porta del vagone, Fantasmino attraversando il finestrino della carrozza, sbucando e sedendosi di fianco ad un distinto uomo d’affari di ritorno dal lavoro.

L’uomo, avvertendo qualcosa di strano al suo lato, su voltò verso Fantasmino che…

‒ Bhoooooo!

L’uomo urlò talmente forte per lo spavento che tutti nel vagone si girarono a guardarlo mentre fuggiva via a gambe levate dalla carrozza.
Poi quando gli altri occupanti della carrozza videro Scheletrino che li salutava felice, scapparono tutti urlando anche loro.

‒ Perchè vanno via urlando? ‒ chiese Scheletrino deluso.
‒ Penso perchè non gli piace il nostro aspetto ‒ rispose Fantasmino che stava ancora ridendo per la scena divertente della gente che scappava terrorizzata ‒ meglio così, viaggeremo comodi comodi.
Scheletrino e Fantasmino si sedettero e il treno ripartì.

Arrivarono finalmente alla stazione di Foresta Oscura, dove scesero tra le urla spaventate di tutti i viaggiatori, ma loro non ci fecero caso e proseguirono per il sentiero che attraversava il bosco.

‒ Ma tu sai dove stiamo andando? ‒ chiese Scheletrino.
‒ Certo! Dobbiamo trovare la grande Quercia Maledetta, ha un grande buco proprio al centro del tronco, e dentro ci vive il grande Mago.
“Dev’essere proprio grande questa quercia se dentro ci vive addirittura un mago!” pensò Scheletrino.



Si addentrarono nel bosco, e man mano che camminavano incontravano tanti animaletti, tutti che scappavano via urlando di paura non appena li vedevano passare.

Solo una civetta dagli occhi gialli che brillavano nel buio non ebbe paura di loro, anzi domandò dall’alto del suo ramo:
‒ Cosa ci fate qui nella Foresta Oscura?
‒ Stiamo cercando la grande Quercia Maledetta, dobbiamo parlare col grande Mago! ‒ rispose Fantasmino.
‒ Il grande Mago? Mai sentito nominare… però se cercate la grande Quercia Maledetta siete sulla strada giusta, la troverete poco più avanti non farete fatica a notarla, i suoi rami argentei brillano nel buio ‒ e detto questo volò via.

Cammina cammina i due erano ormai arrivati nel profondo della Foresta Oscura, dove era più buio della notte buia, e il silenzio era talmente denso che metteva i brividi anche a due come Scheletrino e Fantasmino.

Poi la videro, i suoi rami d’argento brillavano nel buio come aveva detto la civetta! Finalmente erano arrivati alla grande Quercia Maledetta.

‒ Scusi grande Mago è in casa? ‒ disse Fantasmino.
Nessuno rispose.
‒ Grande Mago?! ‒ Dal buco della grande quercia si udì un rumore, poi due occhi di fuoco immersi nel buio spuntarono dal buco al centro dell’albero.

‒ Chi siete voi, e cosa volete!? ‒ rispose un vocione grosso e rauco.
‒ Siamo Fantasmino e Scheletrino e volevamo chiederti un favore…
‒ No! ‒ Rispose il vocione socchiudendo gli occhi di fuoco.

‒ Ma la Strega Griselda mi ha detto che tu esaudisci i desideri…
Ci fu un momento di silenzio assoluto nella foresta, poi:
‒ Si ma solo nella notte di Halloween.
‒ Domani è Halloween! ‒ esclamò Scheletrino ‒ aspetteremo qui!

Dall’interno dell’albero si sentì un rumoraccio tipo imprecazione.
‒ Ma serve che ci sia anche la luna piena! ‒ rispose il vocione.

Scheletrino e Fantasmino si guardarono sconsolati in faccia, la prossima luna piena sarebbe stata tra 28 giorni e Halloween sarebbe passato da un pezzo.
‒ Ma non puoi aiutarci lo stesso? abbiamo fatto tanta strada…
‒ No! E ora sparite da qui!
‒ Ma dai, sei un grande Mago tu, facci un piccolo piacere…
‒ No! Sparite! ‒ e visto che i due non sembravano per nulla intenzionati ad andarsene, dal buco nella Quercia Maledetta vennero lanciate delle ghiande. Una colpì in testa Scheletrino, l’altra trapassò senza problemi il corpo di Fantasmino.

“Ghiande?” pensarono entrambi.
Fantasmino si avvicinò a Scheletrino e sottovoce gli disse:
‒ Adesso gli faccio lo scherzetto… ‒ e ridendo sotto i baffi scivolò veloce fin sotto la Quercia maledetta e attraversò il tronco sbucando all’interno del buco.

‒ Bhoooooo!
‒ AHHHHRRRRGGGGG ‒ si sentì urlare da dentro il buco, e poi veloce come un fulmine sbucò un opossum che saltò giù dal tronco terrorizzato

‒ E tu saresti il grande Mago?! ‒ chiese Scheletrino sconcertato.
‒ No! sono il vecchio Opossum e non faccio nessuna magia, volevo solo prendere in giro due sprovveduti come voi! ‒ gridò.
‒ Ma la Strega Griselda mi aveva detto che…
‒ Di’ alla tua amica strega di aggiornarsi… il grande Mago è già da un secolo che non abita più qui, si era stufato di tutto questa noiosa foresta e ora vive su una spiaggia dei Caraibi… e ora tornatevene a casa che sta per diventare mattino!

Scheletrino e Fantasmino, tristi per la notizia e per il fatto che nessuno avrebbe esaudito i loro desideri, tornarono mestamente a casa.

Arrivati all’ingresso del cimitero si salutarono.
‒ Ciao Scheletrino, mi ha fatto piacere averti come compagno di viaggio.
‒ Ciao Fantasmino, anche a me è piaciuta la nostra avventura, sai qui è una noia mortale, non succede mai niente…
‒ Allora vorrà dire che andremo a fare qualche altro viaggetto io e te… ‒ sorrise furbamente Fantasmino.
‒ Ma certo! Ora però devo andare, che sennò chi la sente mia mamma…

Ma Scheletrino non fece in tempo a mettere piede nel suo sgangherato cimitero, che dal fondo di una tomba arrivò tonante la voce della mamma che lo chiamava per nome…
‒ Scheletrinooooooooooo…

Chissà che scusa avrà inventato Scheletrino 😉

⚜️ Fine della fiaba ⚜️
Copyright dei Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Nomi femminili 👧 da fiaba con significato 🌟

Perchè non ispirarsi ai nomi delle fiabe o della letteratura per la propria bambina in arrivo?

In questa pagina troverai una lunga serie di nomi, tutti insoliti ed ispirati alle fiabe, alla mitologia o alla letteratura, con anche una piccola descrizione del significato e giorno dell’onomastico! Non ti rimane che sfogliarli tutti e scegliere quello che più si addice a te!

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Masino e la Strega Micilina 🧙‍♀️

Anche i misteri più fitti si risolvono con un po’ di astuzia

Masino e la Strega Micilina è un racconto popolare di origine piemontese, dove le streghe sono chiamate “masche”. Ne parla anche Italo Calvino nella sua raccolta “Fiabe Italiane”, questa è la versione scritta da fabulinis, buon racconto!

Masino e la Strega Micilina 🧙‍♀️


Masino veniva dal paese di Pocapaglia, era un tipo molto sveglio ma era partito per fare il soldato in giro per il mondo. Mancava molto ai suoi compaesani perché, essendo così in gamba riusciva a risolvere sempre i misteri del paese e i guai di tutti i suoi abitanti.

Pocapaglia è una paesino nato sul versante di una collina talmente ripida che gli abitanti legavano un sacchetto sotto la coda delle galline, per evitare che le uova rotolassero giù fino in pianura, quando venivano deposte.

E qui inizia la nostra storia: infatti, non passava notte senza che la Strega Micilina sbucasse fuori dai boschi, furtiva, per portarsi via, con il suo malefico soffio, capre, pecore e buoi, mentre rientravano alle stalle.

Gli abitanti avevano acceso grandi falò per illuminare la via e avevano organizzato spedizioni per ritrovare gli animali rubati, ma la Strega Micilina sorprendeva i pastori alle spalle stordendoli col suo terribile soffio. Purtroppo le orme lasciate dalle scarpe della Strega, sparivano nel sottobosco senza lasciare traccia, l’unica cosa che rimaneva erano ciuffi di pelo scuri attaccati ai cespugli.

I contadini alla fine, per disperazione, rinchiusero nelle stalle gli animali, e si riunivano tutti, la sera, attorno al fuoco acceso nel bel mezzo della piazza, per piangere questo triste destino. Nel frattempo, mucche, pecore e capre diventavano sempre più magre… e la Micilina continuava a rubarle lo stesso, approfittando del fatto che i contadini in piazza non facevano la guardia alle stalle.

I Pocapagliesi, ormai, avevano talmente tanta paura da non riuscire a prendere nessuna decisione, e l’unica cosa che ormai riuscivano a fare era sperare che arrivasse Masino. Ma Masino era sempre in giro per il mondo a fare il soldato e nessuno sapeva quando sarebbe tornato.

Pensa e ripensa, decisero di andare dal Conte.

Il Conte viveva chiuso nel castello in cima alla collina, ed aveva una schiera di soldati al suo servizio. Gli abitanti erano sicuri che tutti questi guerrieri non avrebbero avuto difficoltà a catturare la Strega Micilina.

Così, una mattina, salirono al castello, e lo trovarono in un cortile pieno di soldati mentre si lisciava la lunga barba nera e ben pettinata.
I contadini si inchinarono, toccando quasi terra con la testa; e il più vecchio di loro, fattosi coraggio, prese a parlare.

– Signor Conte – disse – siamo venuti qui per chiedervi aiuto per risolvere un problema, solo Vostra Signoria è in grado di liberarci da questa sventura. Nei boschi vive nascosta la Strega Micilina, e di notte arriva furtiva e ci porta via tutte le bestie. Noi non possiamo che disperarci senza fare nulla, perché non siamo armati e basta il suo soffio malvagio per buttarci a terra. Imploriamo perciò Vostra Signoria di mandare i soldati a far la guardia e prendere la ladra.

– Se mando i soldati – ribattè il Conte – devo mandare anche il capitano; ma il capitano la sera deve giocare a tombola con me, perciò se ne resta qui.

I contadini si gettarono ai piedi del Conte, lo supplicarono di aver pietà di loro e di concedere il suo aiuto, ma invano.

Alla fine il Conte, infastidito, chiuse la discussione dicendo:
– Io di streghe non ne ho mai viste, quindi la Strega Micilina non esiste!
E fece cenno ai soldati, i quali cacciarono via i contadini.

I Pocapagliesi, quella sera, si ritrovarono attorno al falò ancora più disperati di prima. Discutevano sul da farsi, e alla fine il più vecchio disse:
– Dobbiamo proprio cercare Masino.

Furono tutti d’accordo, e, sapendo che si trovava in Africa, gli scrissero per chiedergli di tornare.

Fu così che Masino arrivò a Pocapaglia una sera, e trovò tutti i suoi compaesani disperati accanto al fuoco. Quando lo videro, gli fecero una gran festa ed erano tutti curiosi di conoscere tutte le sue avventure.
Ma lui volle prima sapere perché l’avevano fatto tornare.

I contadini raccontarono tutta la storia della Strega e del Conte, e alla fine Masino disse:
– Forza e coraggio! A mezzanotte andrò io nel bosco e vi porterò la Strega, parola di Masino. Ma devo prima sapere tre cose.

– Che cosa vuoi sapere? – fecero i contadini rincuorati.
– Barbiere, quanti clienti ha avuto in questo mese?
– Tutti i presenti sono stati sbarbati e rasati da me nell’ultimo mese. Ho tagliato tante di quelle barbe e tanti di quei capelli che potrei riempirci un fosso! – rispose il barbiere.

– Ciabattino, quante scarpe ha riparato nell’ultimo mese?
– Eh, nessuna, qui i contadini vanno tutti scalzi e il mio mestiere serve ben a poco… – disse con voce triste il calzolaio.

– E tu, cordaio, quante corde hai venduto ultimamente? – chiese ancora Masino.
– Ho venduto tutto quello che avevo in bottega: corde, funi, canape e corregge: non mi è rimasto nulla!

– Adesso so quanto mi basta, svegliatemi a mezzanotte e manterrò la mia promessa – concluse Masino. E si mise a dormire.

A mezzanotte in punto lo svegliarono. Masino si scrollò il sonno di dosso, bevve una ciotola di brodo bollente e se ne andò, addentrandosi da solo nel bosco scuro.

I contadini rimasero seduti attorno al fuoco in silenzio, fino a quando il fuoco morì. Attesero ancora e, quando ormai albeggiava, ecco tornare Masino e portare dietro di sè, tirandolo legato ad una fune, il signor Conte dalla lunga, lucida e nera barba.

– Questa è la vostra Strega! E’ il signor Conte, che, guarda un po’ non vi aveva voluto aiutare.
Tutti lo guardarono meravigliati, poi Masino continuò:
– Ho capito che non potesse essere uno spirito perché aveva bisogno di legare le bestie per portarle via; dunque il ladro doveva essere un essere umano. Ma non era nessuno di voi, perché voi camminate scalzi senza scarpe o zoccoli ai piedi, e c’erano invece le orme. Tutti, poi, avete barba e capelli corti, perciò non potevate lasciare ciuffi di pelo attaccati ai cespugli. Ma il Conte ha la barba lunga, e in più porta le scarpe e ha a disposizione molte funi.»

– E il terribile soffio che ci buttava a terra? – Chiesero i Pocapagliesi.

– Macché soffio! Portava con sè un bastone coperto di stracci, con il quale vi colpiva per tramortirvi: voi lo sentivate fischiare nell’aria e, quando vi risvegliavate dal colpo, vi ritrovavate con la testa pesante e senza ferite. Perciò credevate di essere stati abbattuti da un soffio, ma in realtà vi aveva solo dato una bella legnata. Ma adesso del Conte che cosa ne volete fare? – concluse Masino.

I contadini iniziarono a vociare e a parlarsi uno sopra l’altro: qualcuno proponeva di mettere il Conte al rogo, altri volevano gettarlo nel fiume, magari chiuso in un sacco con quattro gatti arrabbiati…

Il Conte, in ginocchio, invocava pietà e chiedeva perdono.

Infine Masino chiese a tutti di tacere e disse:
– Morto non serve a nessuno. Possiamo però approfittare del fatto che conosce il bosco come le sue tasche e che, per fingersi la Strega, è abituato a stare sveglio di notte. La mia proposta è questa: lo manderemo di notte a raccogliere legna nel bosco e portarvela già in fascine. E, già che c’è, potrà dare l’allarme se un lupo o qualunque altro pericolo si avvicina al paese. Così sarà stato utile a tutti e potrà ripagare il suo debito con tutti voi.

I contadini furono d’accordo, ed il Conte lavorò per loro, finché la barba gli divenne bianca e non ebbe più le forze per farlo. Ma a quel punto era ormai diventato amico di tutti in paese e i Pocapagliesi si presero cura di lui durante la sua vecchiaia.

Masino però non potè vedere invecchiare il conte e rifiorire Pocapaglia, perché appena risolto questo mistero ripartì per il mondo, tanto adesso di lui non avevano più bisogno.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️
Copyright dei Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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La strega Rossella.

La strega Rossella.


Filastrocche sui bambini 👧👦

Le filastrocche che regalano un momento di tenerezza pensando ai nostri bimbi

Queste filastrocche per bambini parlano proprio di loro, dei loro sogni, delle loro avventure e anche dei momenti un po’ meno felici, ma alla fine c’è sempre un grande sorriso per tutti ad attenderli.
Queste filastrocche le ha scritte col cuore Lulù, con la sua dolcezza e simpatia.

Un nuovo amico 😄

Perché mi guardi così,
non sono bello ma qui,
dentro il mio petto ho un cuore
che sprizza sempre d’amore.

Chi parla è un bambino
che nessuno trova carino,
ma ha la bellezza dentro
e poi è sempre contento.

A scuola ha moltissimi amici
e li rende sempre felici,
se i compiti non sanno fare
egli è sempre pronto ad aiutare.

Anche nei giochi non è prepotente,
se perde a lui non importa niente,
invece è contento di chi ce la fa
e con un bell’applauso se ne va.

E dopo averlo ascoltato
Il nuovo amico ci ha ripensato,
cosa importa se un bell’aspetto non ha,
ha molte altre doti e qualità!

Il sogno incantato 🌅

Stamattina presto mi sono svegliata
e in un batter d’occhio mi son preparata,
ho indossato il vestito più bello
ed ero incerta se metter il cappello.

Ho preferito inserire dei fiocchi,
ci stavan bene, i capelli sono corti,
poi sono uscita di casa, pianino
e mi sono diretta verso il giardino.

Che bella atmosfera che ho trovato,
un albero tronco che ho attraversato,
al di là un castello e mille colori,
scintillii di luci venivano fuori.

Ero in un mondo tutto incantato,
i piedi leggeri in un posto fatato
e mi destreggiavo di qua e di là,
tra nuvole e fiori, con molta abilità.

Di colpo un rumore mi fa sobbalzare,
c’è poca luce, mi devo adattare
e mi ritrovo nella mia cameretta
e sulla porta la mamma che aspetta.

È stato un sogno ed è stato bello,
mi alzo di scatto con un saltarello
e guardo la mamma e il suo sorriso,
l’abbraccio forte: questo è il Paradiso!

Il bambino paffuto 😄

Sono carino ma ho un po’ di pancino,
ma non mi vergogno: sono carino.
Le mie guancette sono tondette,
ma se guardate sono perfette.

Io sono allegro e anche burlone,
se poi mi amate vi dono un fiore.
Questa immagine era sfocata,
ma con photoshop l’ho ritoccata.

Sono seduto sopra di un ramo,
spero che regga, ce lo auguriamo,
non voglio fare un capitombolo
se no poi rotolo, tanto sono tondo.

Gioiamo alla vita, a chi è paffuto,
a chi è magro o occhialuto,
in questo lavoro il mondo è solare,
un lampione mi illumina: che bello sognare!

Il mio nuovo amico ⚽

Lo sai che il mondo oggi è proprio strano
disse un bambino alla sua palla in mano,
gli aveva disegnato due grandi occhioni
e una bocca larga con due dentoni.

Se tu oggi parli non ti stanno a sentire,
se alzi la voce ti dicon di zittire,
non ho capito cosa devo fare,
posso dir la mia o solo ascoltare?

Vorrei comunicare ciò che sento,
anche se alcune volte non ha nessun senso,
ma è pur bello poter dialogare
e non sempre e solo dover bisbigliare.

Non ho paura di dir ciò che penso,
solo così la mia presenza ha un senso,
altrimenti sarei proprio come te,
che ascolto soltanto, come un bebè.

Decisi allora di darmi da fare,
parlare al pallone non era normale,
gli diedi un calcio e urtò un bambino,
con lui da allora gioco per benino.

Il mio fratellino 👶

Mamma ha chiamato me e papà,
doveva parlarci, altro non si sa,
forse ho fatto una marachella,
oppure deve dirci una cosa bella.

Ella ci ha detto che aspetta un bambino,
papà è raggiante, io solo un pochino.
dovrei divider con lui la stanza
e poi di giochi non ne ho abbastanza.

Non era proprio quello che volevo,
ho detto la mia, non so se potevo.
La famiglia adesso si allargherà,
un nuovo bebè presto arriverà.

Dovrò dividere adesso il loro amore,
ma ci sarò ancora sempre nel loro cuore?
Oppure di me si sarebbero scordati
e nemmeno a scuola saremmo più andati?

Passarono i mesi in tranquillità,
mamma era più bella, il perché non si sa,
ella si sentiva stanca e affaticata,
ma un bel giorno sarebbe stata ripagata.

Ed ecco che nacque il mio fratellino,
era piccolo, gracile ma era bellino,
gli presi la mano, era freddina,
ma era molto bella e piccolina.

Mi dispiacque subito di aver pensato
che questo bimbo non lo avrei amato,
lo strinsi a me con grande affetto,
era mio fratello ed era perfetto!

Vado all’asilo 🎒

Oggi ho indossato il grembiulino,
sì, lo so, era bello e verdino,
però mi sta stretto e proprio male:
io all’asilo non ci voglio andare!

Il mio papà dice che sono bella
e assomiglio a una piccola stella.
Secondo me gli piace scherzare:
io all’asilo non ci voglio andare!

Allora interviene la mia mammina,
anche per lei io sono carina,
ma poi mi sistema il grembiulino
e mi dà una pacca sul sederino.

Mi sa che all’asilo devo proprio andare
e non ci voglio più pensare,
metto lo zaino e il giacchino
e vado all’asilo pianin pianino.

La fontana ⛲

C’è una fontana
nel mio paese,
è molto lontana
ma ogni mese
tutti i bambini
ci vogliono andare,
grandi e piccini
e insieme giocare.

Alcuni hanno
delle barchette
e altri invece
delle cannette,
anche i più piccoli
ci voglion salire
ma uno coi riccioli
si fa sentire.

“Non sono piccino,
ho già 4 anni,
sono magrino
ma non mi inganni,
mi vuoi vedere
fare un bagnetto
ma io non casco
e ti faccio un dispetto”.

E mentre lo dice
un tuffo fa giù,
non è felice
ma non ne può più
sentirsi dire
sempre, ogni giorno,
“Sei piccolino,
levati d’attorno”!

Tutto imbronciato
si tira su,
è tutto abbacchiato
ma sembra Gesù,
i suoi capelli
biondo dorato
sono sempre belli
anche da bagnato.

La piccola calciatrice ⚽

Sono salita su un covone di paglia,
guardo lontano, il sole mi abbaglia.
Che bella vista che vedo quassù,
i prati, le case e le mucche laggiù.

Essere alti ha un grande vantaggio,
ti senti forte e ti viene il coraggio
di dire a tutti quello che pensi
e poi lasciare gli altri sgomenti.

Che senso ha però questa idea,
le cose van dette ma in buona maniera.
Esser educati è la cosa migliore
e dire agli altri la propria opinione.

Allora son scesa giù dal covone
e ho visto gli amici che giocavan a pallone,
son la più piccola, questo lo so
e anche gli altri mi deridono un po’.

Mi sono messa il cappellino,
sembro più alta anche se solo un pochino,
ho dato un calcio al loro pallone
e ho fatto gol, senza rigore.

I miei amici mi hanno alzata,
come in trionfo mi hanno portata.
Ecco, ero grande per loro, perciò
nel grande covone mai più salirò.

La montagna dei bambini ⛰️

La montagna è da adorare
ci son pochi che lo posson fare
ai bambini può piacere
sol per quel che si può vedere.

Puoi incontrare uno stambecco
l’ermellino o il gippeto,
uno scoiattolo nel bosco
o un picchio su un ramo morto.

Passa un merlo con un verme in bocca,
cerca il nido e il suo cuore scoppia,
Il movimento lo ha disorientato
e il suo piccolo è ancora affamato.

Queste cose piacciono a un bambino
Ma per questo deve fare un
cammino
sarà lungo o sarà breve
chissà quel che dalla strada riceve.

Ma tutto questo ti arricchisce
e la visione non svanisce,
quando a casa tornerai
dentro il tuo cuore troverai

Mano nella mano 🤝

Vieni con me
dammi la mano
e verso il mondo
insieme andiamo.

Forse la strada
sarà pesante,
non preoccuparti,
non mi farò da parte.

Ti lascerò solo
quando vorrai,
fino ad allora
con me starai.

E quando un giorno
tu partirai
verso una meta
che ancora non sai,

io non sarò a te vicino
ma nel mio cuore
resterà il cammino
che insieme abbiam fatto.

Or che sei grande
ti devo lasciare.
Ti voglio una gran bene,
non lo scordare!

Mi è caduto un dentino 🦷

Oggi mi è caduto un dentino
e l’ho trovato nel mio lettino,
mi sono addormentata con lui vicino
ma me lo ha rubato un topolino.

Alcuni dicono che è una fatina
che ruba i denti per la Regina,
ma invece per me è stato un topino,
ho visto la cacca sul comodino.

E al mattino ho trovato un soldino,
è stato tirchio, era bellino,
sì, piccolino ma era carino
ed era bianco, pulito a puntino.

La filastrocca è quasi finita,
non fatemi ridere, lo faccio a fatica,
adesso in bocca ho un buchetto,
non riesco nemmeno a dare un bacetto.

Metto il guadagno nel salvadanaio,
forse da grande farò il gelataio
e porterò gelati ai bambini,
che senza un dente sono sempre carini

Il pupazzo rosa 🐻

Ho un pupazzo tutto rosa
che nel letto mio riposa.

Se mi alzo al mattino
non dimentico il bacino.

È un orsetto delicato
dal musetto assonnato.

Io gli voglio un gran bene,
esso è mio. Mi appartiene!

E di giorno poi giochiamo
e a volte conversiamo.

Me lo coccolo benino
e lo stringo al mio pancino.

All’asilo dovrò andare
e l’orsetto potrò portare,
ma starà con me vicino
solo per il riposino.

Ora però devo andare
con la nonna a passeggiare;
lascio a casa il mio orsetto,
lo rimetto dentro al letto.

Il bimbo e l’ospedale 🏥

In un letto d’ospedale
c’è un bambino che sta male.

È da poco stato operato
e ancora non si è alzato.

Vicino a lui ha la sua mamma
che gli fa fare la nanna;
il bambino è assonnato
e il suo cuore è beato.

Non è giusto non star bene
e soffrire tante pene.

Perché mai devo star qui,
non è giusto, non è così
che volevo la mia giornata
deve esser bella e spensierata,
devo correre e gioire,
invece ho male da morire.

La sua mamma lo capisce
Anche se lui parol non dice.

Anche lei non si dà pace,
vede il bimbo che nel letto giace.

Pensa ai giorni che verranno,
quando insieme usciranno
da quel triste ospedale,
dove nessuno vorrebbe andare.

Guarda in alto e ringrazia,
non è mai grata abbastanza,
il suo bimbo ora sta bene
quel che è l’oggi non le appartiene.

Sarà solo un ricordo
che svanirà con il nuovo giorno.

Figlio mio, sei il prediletto,
sono qui, accanto al tuo letto!

I sogni dei bambini 😴🦄

Quando un bambino
dorme nel lettino,
chissà cosa sogna,
è un mistero divino.

Nessuno di noi
se lo può ricordare
ma forse da mamma
ti piace pensare

che sogni pascoli,
miriade di fiori,
uccelli fatati
dai mille colori.

Orsetti giganti
che gli danno la mano,
una musica dolce
che suona lontano.

Una casa pepata
e fuori un giardino
con tanti dolcetti
su un tavolino.

Intorno alla tavola
tanti bambini,
di tutte le razze
per stare vicini.

Ognuno parla
ma non si capisce
nulla di quello
che insieme si dice.

Ma non importa,
si stringe la mano
al bambino vicino
e insieme facciamo

un bel girotondo
dai mille colori,
dal bianco al marrone,
nessuno sta fuori.

La mamma continua
ancora a pensare
che è tanto bello
per il bimbo sognare.

Allora si siede
e lo guarda dormire.
E pensa che è bello
e lo ama da morire!

Copyright dei Testi © Lulù Barabino


Chi sono

Lulù - fabulinis.com

Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

www.tiraccontounastoriablog.com


Raperonzolo (Rapunzel) 👸💈🤴

Per raggiungere l’amore della vita si scalano torri e si vaga per i deserti…

Rapunzel, meglio conosciuta in italiano come Raperonzolo, è stata scritta dai fratelli Grimm, ma molto probabilmente anche loro si sono ispirati ad alcuni racconti tradizionali dell’epoca, tra cui il mito di Danae (risalente all’antica Grecia) e il racconto “Petrosinella” di Giovan Battista Basile, antecedente di quasi 200 anni l’edizione dei Grimm.
Anche Italo Calvino ne ha fatto una sua versione intitolata “Il Principe Canarino”.
Questa è la versione di fabulinis, buon racconto!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba di Rapunzel:

Rapunzel 👸💈🤴 storia completa


C’era una volta in un paese lontano lontano una coppia di giovani sposi, che avevano avuto la sfortuna di prender casa all’ombra delle alte mura del giardino di una strega…
I due all’inizio non se ne preoccuparono, anche perché pare che nessuno negli ultimi anni avesse mai visto la Dama Gothel (così si chiamava la strega) e quindi la davano tutti per morta.

Passarono alcuni mesi e i due sposi ebbero la felice notizia di aspettare un bambino. I due erano le persone più felici del mondo, e il marito cercava di soddisfare in tutto e per tutto le “voglie” della moglie, che fossero di cibi particolari o di fiori bellissimi.
Un giorno la donna, passando vicino alle mura della strega, vide da una apertura nel muro che nel giardino vi erano dei bellissimi raperonzoli, i fiori a forma di campanula dal colore violetto, e se ne innamorò.

Così la sera stessa pregò il marito di andare a prenderne un mazzetto per adornare la casa. L’uomo all’inizio ebbe gran paura della strega, ma poi, rassicurato dal fatto che della strega non c’era più traccia già da un bel pezzo, prese coraggio e scavalcò l’alto muro del giardino e colse un bel mazzetto di raperonzoli.

La donna quando vide i fiori fu felicissima, tanto felice che chiese al marito di prenderne un altro mazzetto. Così l’uomo scavalcò di nuovo il muro, ma questa volta dall’altra parte si ritrovò faccia a faccia con la Dama Gothel.
– Cosa ci fai tu qui nel mio giardino?! – gridò la strega.
L’uomo balbettando rispose – Mi scusi… volevo solo raccoglie un mazzetto di fiori di raperonzolo… sa mia moglie aspetta un bambino e a volte ha delle “voglie” incontrollabili…

La strega strinse gli occhi e si avvicinò all’uomo – Così aspettate un bambino eh… Bene! Se volete aver salva la vita mi dovrete consegnare quel bambino non appena nato, lo tratterò come fosse figlio mio, non preoccupatevi…
L’uomo disperato pensò che era meglio salvare la vita del nascituro, anche a costo di darlo in mano ad una strega, piuttosto che morire tutti quella stessa notte.

Così quando dopo qualche mese nacque una bellissima bimba, la Dama Gothel la prese con sé e le diede il nome di Rapunzel.
Rapunzel crebbe tranquilla e spensierata tra le mura del giardino, e i suoi genitori, guardando attraverso una delle aperture nel muro, potevano vedere che stava crescendo bene ed in salute.

Rapunzel ignorava completamente che la Dama Gothel non fosse la sua vera mamma, ma, come da promessa, la strega la trattava bene e non le faceva mancare nulla. Anzi le stava curando gli splendidi capelli in modo da farle crescere una lunga treccia dorata.
Ma un giorno Rapunzel, ormai stanca di vivere dietro quelle alte mura e curiosa di vedere il mondo, cercò di scappare. Ma non ce la fece e la strega accortasi del tentativo, andò su tutte le furie.

La Dama Gothel rinchiuse così Rapunzel in una torre altissima, senza scale per salirci né porte per entrarci.
L’unico modo per salir fin lassù era far calare la lunga treccia di Rapunzel giù per la torre, in modo da usarla come corda per arrampicarsi.
Così ogni giorno la strega passava per la torre e diceva – Rapunzel, cala la tua treccia, che per salir lassù mi serve quella…
E Rapunzel calava la treccia e la strega saliva per darle cibo e da bere.

L’unico modo che aveva Rapunzel per sfogare tutta la sua solitudine e dolore era cantare tristi melodie per tutto il giorno.
Un giorno un principe, passando vicino alla torre per caso, udì quella bellissima voce cantar quelle tristi melodie, e si avvicinò incuriosito.
Vide così che dall’unica finestra della torre era affacciata una bellissima fanciulla.


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Rapunzel, libro puzzle

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Decise di provare a raggiungerla, ma non trovò né porte di entrata né scale per salir sulla torre.
Il principe non si perse d’animo e tornò più e più volte sotto la torre ad ascoltare il canto della dolce ma triste fanciulla.
Finché un giorno il principe, nascosto tra alcune siepi, trovò la Dama Gothel che pronunciava la frase con cui Rapunzel faceva calare la sua lunga e bionda treccia. Vide così qual era l’unico modo con cui si poteva salire fino in cima alla torre.

Aspettò che la strega si allontanasse e dopo poco pronunciò anche lui la frase – Rapunzel, cala la tua treccia, che per salir lassù mi serve quella…
Rapunzel calò la treccia, e lui salì. Quale sorpresa fu per la ragazza vedere il principe invece della Dama Gothel!
Rapunzel all’inizio cercò di gridare per la paura, ma il principe la tranquillizzò, dicendole che era venuto solo per conoscerla e per sapere come mai una così bella fanciulla fosse rinchiusa dentro una così alta torre.

Rapunzel spiegò la sua storia al principe, che dopo averla ascoltata disse:
– Ti salverò io mia bella Rapunzel, troverò un modo per farti fuggire da qui!
– No! – gli rispose la ragazza – se fuggo da qui, sono sicura che la Dama Gothel ci troverà e ci ucciderà entrambi!
Sentendo quelle parole il principe le disse:
– Allora tornerò qui ogni giorno, a farti compagnia.
– Va bene… – disse Rapunzel, che dopo tanta solitudine sentiva il bisogno di aver qualcuno con cui passare del tempo.

Così ogni giorno, per molti giorni, il principe andò a farle compagnia, e la rallegrava con i suoi racconti e le avventure che aveva vissuto girando il mondo.
Piano piano i due si innamorarono.
Ma la cosa non sfuggì alla strega, che vedeva Raperonzolo diventare sempre più felice e cantare melodie sempre più gioiose.
Così un giorno decise di aspettare tutto il giorno sotto la torre, nascosta tra le siepi, per vedere cosa succedeva. Ed infatti vide il principe far calare la treccia e salire su in cima alla torre.

La strega era furente e decise che si sarebbe vendicata.
Aspettò che il principe se ne andasse per tornare da Rapunzel.
– Come mai siete tornata Dama Gothel? – chiese la ragazza.
– Fai pure la finta tonta! – gridò la strega – ma ora io ti punirò!
Con una grossa forbice le taglio la lunga treccia dorata, e con una magia la trasportò in un deserto lontano lontano, da cui non sarebbe mai più potuta tornare.

La Dama Gothel però voleva punire anche il principe, così il giorno dopo aspettò che arrivasse, e quando lui pronunciò la frase “Rapunzel, cala la tua treccia, che per salir lassù mi serve quella… “ la strega calò la treccia tagliata di Rapunzel.
Che sorpresa per il povero principe trovar in cima alla torre la strega invece di Rapunzel!
La Dama Gothel gli disse che non avrebbe mai più rivisto Rapunzel perché l’aveva confinata in uno dei deserti più lontani del mondo.
E vedendo la disperazione sul volto del principe, la strega si mise a ridere e con una magia lo scaraventò giù dalla torre, dove lo aspettavano dei rovi pieni di spine che gli ferirono gli occhi, togliendogli la vista.

Il principe sentiva ancora l’eco delle risa della strega alle sue spalle, ma senza perdersi d’animo decise di andare a cercare Rapunzel, anche in capo al mondo.
Iniziò a vagare per tutti i deserti della terra. Cieco, poteva fidarsi soltanto del suo udito che diventò allenatissimo a riconoscere anche i più piccoli rumori e sussurri.

Finché un giorno, quando ormai stava per perdere la speranza, udì in lontananza un triste canto melodioso…
– E’ lei, è Rapunzel! Non posso sbagliarmi, riconoscerei quella dolce voce in mezzo a mille altre! – gridò il principe, e corse in quella direzione.
Rapunzel sentendo dei passi che correvano nella sua direzione, alzò lo sguardo e, quando riconobbe il suo principe, gli corse incontro.
I due si abbracciarono forte piangendo dalla gioia, e le lacrime di Rapunzel caddero sugli occhi del principe, che come per magia riacquistò la vista.

I due tornarono a casa, titubanti per la paura che la strega potesse far loro ancora del male.
Ma della Dama Gothel nessuno seppe più nulla. Alcuni pensarono che, impazzita dalla rabbia, rimase rinchiusa dentro la torre per il resto dei suoi giorni.
Così Rapunzel ed il principe poterono sposarsi e vivere per sempre felici e contenti.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Il Mago di Oz 🌪️

“Il Mago di Oz” vi porterà in terre lontane abitate da strani personaggi, tutti in cerca di qualcosa che in realtà già hanno, ma non sono ancora riusciti a trovare dentro di sè.

“Il meraviglioso mago di Oz” di L. Frank Baum, è una delle più straordinarie favole moderne, capace di incantare ancora oggi, raccontando di un paese lontano e magico, dove persone, streghe e maghi, convivono per meravigliare e divertire i bambini che leggeranno le fantastiche avventure di Dorothy, lo Spaventapasseri, il Boscaiolo di Latta, il Leone Codardo e il cagnolino Toto.

Il Mago di Oz 🌪️ storia completa


 

Indice dei capitoli

  1. Il tornado
  2. Dorothy incontra lo Spaventapasseri, il Boscaiolo di Latta e il Leone.
  3. Il viaggio verso Oz.
  4. La Città di Smeraldo.
  5. Alla ricerca della Strega Cattiva dell’Ovest.
  6. Il ritorno dal Mago di Oz.
  7. La Strega Buona del Sud.

 

1) Il tornado


Dorothy viveva in una fattoria nelle grandi praterie del kansas col suo cane Toto, lo zio Henry e la zia Em. La casa era piccola, formata da un’unica stanza che faceva da cucina, soggiorno e camera da letto. Non c’erano né soffitte né cantine, e l’unico posto dove potevano rifugiarsi in caso dell’arrivo di un tornado, era una buca stretta e buia fatta nel terreno a cui si accedeva tramite una botola nel pavimento della casa.

Quando Dorothy guardava fuori casa, poteva vedere solo la sterminata e piatta prateria fatta di terra e sterpaglie, non c’era un solo albero e anche l’erba non era verde, ma di colore quasi grigiastro. Non c’era nulla di gioioso in quel posto.
Solo Toto, il suo cagnolino, riusciva a portare un po’ di sorriso in quel posto grazie alle sue feste e i suoi salti.

Quel giorno zio Henry era seduto fuori dalla porta e guardava preoccupato il cielo più grigio del solito, Dorothy era lì vicino a lui con Toto in braccio. Poco dopo il vento iniziò ad alzarsi e in un attimo l’aria diventò gelida.

– Em! C’è un tornado in arrivo! – gridò zio Henry – vado a sistemare le bestie.
E così corse al capanno dove c’erano le mucche e i cavalli. Zia Em corse fuori casa a vedere.

– Svelta Dorothy, scendi nel rifugio! – gridò alla bambina, ma proprio in quel momento Toto le scappò dalle braccia e si nascose sotto il letto, Dorothy gli corse dietro mentre zia Em corse alla botola sul pavimento, la aprì e vi si calò dentro.

Finalmente Dorothy acchiappò Toto e fece per scendere nel rifugio, ma la casa colpita dalle raffiche di vento iniziò a tremare, Dorothy perse l’equilibrio e si ritrovò seduta sul pavimento.
A quel punto accadde qualcosa di straordinario.

La casa iniziò a girare su sé stessa e poi si alzò lentamente in aria, quasi fosse una mongolfiera. I venti del nord e del sud si erano incontrati proprio sopra casa sua, creando quello che si chiama l’occhio del ciclone.

La casa continuava fluttuare dolcemente nell’aria, Toto abbaiava e correva per la stanza e quasi cadde giù per quello che era il buco della botola del rifugio, ma Dorothy lo afferrò per un orecchio e lo riportò vicino a sé.

Il tempo passava, la casa continuava a fluttuare dolce al centro del tornado, e lo spavento iniziale piano piano iniziò a passare. Alla fine, stanca e cullata dal dondolio della casa, la bambina si trascinò fino al suo lettino e si addormentò con Toto accanto.

Dorothy fu svegliata da un colpo improvviso, si mise a sedere sul lettino e si accorse che la casa non si muoveva più. Saltò giù dal letto e corse fuori.

La casa era stata depositata con delicatezza dal tornado in mezzo a una campagna con fiori, prati e alberi verdi, come non aveva mai visto.

Mentre contemplava quella meraviglia di paesaggio, si accorse che un gruppetto di persone vestite in modo alquanto bizzarro, le stava venendo incontro.

Erano tre uomini e una donna di bassa statura, alti quasi come lei, vestiti con cappelli a cono da cui pendevano dei campanellini che tintinnavano ad ogni passo. Gli uomini erano vestiti tutti di blu, mentre la donna di un bianco candido. Tutti e quattro parlavano tra di loro sottovoce.

L’anziana donna infine le si avvicinò facendo un inchino, e con voce dolce ed emozionata disse:
– Benvenuta o nobile maga nel paese dei Munchkin, ti siamo infinitamente grati per aver ucciso la Strega Cattiva dell’Est e aver liberato questo popolo dalla schiavitù.

Dorothy ascoltava senza capire e le rispose:
– La ringrazio gentile signora, ma dev’esserci un errore, io non ho ucciso nessuno!
– Ma la tua casa si! – rispose la donna indicando una parte dell’abitazione da cui sbucavano fuori dei piedi calzati da scarpette d’argento.

Dorothy sobbalzò spaventata – Povera me! La casa deve esserle caduta addosso… ma io non ne ho colpa è stato il tornado…
– Non devi preoccuparti, anzi! Te l’ho detto era la Strega Cattiva dell’Est, e tu ci hai fatto un grosso favore liberandoci dalla sua schiavitù!

Dorothy era ancora molto confusa, ma l’anziana signora continuò.
– Io sono la Strega del Nord, ma sono buona e benvoluta dai Munchkin. Purtroppo non sono mai stata potente come la Strega dell’Est e non sono mai riuscita ad aiutarli con i miei poteri…

Dorothy rimase sorpresa.
– Ma io ho sempre creduto che tutte le streghe fossero cattive! – le disse.
– Oh no! In tutto il paese di Oz solo le streghe dell’Est e dell’Ovest sono cattive, io del Nord e la Strega del Sud siamo buone! Adesso grazie a te rimane una sola strega cattiva! – Rispose felice la Strega del Nord.

Dorothy rimase un attimo in silenzio, poi uno dei tre Munchkin gridò indicando là dove spuntavano le gambe della Strega Cattiva dell’Ovest: la strega si era dissolta in una nuvola di fumo ed erano rimaste solo le sue scarpette d’argento!

La Strega del Nord si accovacciò a prendere le scarpette e le pose gentilmente in mano a Dorothy.
– Ora queste scarpette sono tue. – le disse.

Dorothy guardò meravigliata le scarpette e subito le indossò, poi aggiunse quasi sottovoce:
– Devo tornare a casa da zia Em e zio Henry…
– E dove si trova casa tua?
– Nel Kansas…

La Strega del Nord la guardò dispiaciuta piena di tenerezza.
– Non ho idea di dove si trovi il Kansas… non so come aiutarti…
Dorothy stava per scoppiare a piangere, poi la Strega del Nord aggiunse:
– Ma forse il potente Mago di Oz saprà farti tornare a casa! Devi solo andare alla città di Smeraldo, là potrai chiedergli udienza, sono certa che lui saprà aiutarti a ritrovare la strada di casa.

Sul viso di Dorothy si dipinse un sorriso.
– E come faccio ad arrivare alla città di Smeraldo?!
– Devi solo seguire il sentiero di mattoni dorati che inizia proprio dietro quella collinetta.
– Potete accompagnarmi? – chiese speranzosa Dorothy.
– Oh no, purtroppo no, non possiamo venire con te, però posso darti il mio bacio, nessuno oserà mai fare del male a chi ha ricevuto il bacio della Strega del Nord – e così prese la sua testa fra le mani e la baciò sulla fronte.

I tre Munchkin e la strega fecero un profondo inchino salutandola, Dorothy prese in braccio Toto e si incamminò verso il sentiero di mattoni dorati con ai piedi le magiche scarpette argentate della Strega dell’Est.


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2) Dorothy incontra lo Spaventapasseri, il Boscaiolo di Latta e il Leone.


Superata la collina, Dorothy trovò l’inizio del sentiero di mattoni dorati. Rimase meravigliata dal paesaggio che la circondava, pieni di prati verdi, alberi da frutto e campi di grano.
Dopo un po’ Dorothy decise di fare una pausa, e si sedette su una staccionata a contemplare un buffo spaventapasseri in mezzo al campo di grano. Lo Spaventapasseri le fece l’occhiolino.

In un primo momento Dorothy pensò di essersi sbagliata, ma poi vide che lo Spaventapasseri le faceva un cenno col capo per salutarla, a quel punto Dorothy scese dallo steccato e andò a vederlo meglio, seguita dal suo cagnolino Toto.

– Buongiorno! – disse lo spaventapasseri con una voce un po’ rauca.
– Ma tu parli! – rispose meravigliata Dorothy.
– Certo! Ho il cervello pieno di segatura e non sono molto intelligente, ma so parlare – le sorrise.

Dorothy era stupita, non aveva mai visto uno Spaventapasseri parlare – Ma tu te ne stai sempre qui? non puoi scendere?
– Purtroppo sì, ho un palo infilato nella schiena… se tu mi facessi la cortesia di togliermelo mi faresti una grande cortesia.
Dorothy tese entrambe le braccia e lo sfilò dal palo.

– Grazie mia cara bambina, mi sento un uomo nuovo! – disse lo spaventapasseri, poi aggiunse – ma come ti chiami, e che ci fai qui?
– Mi chiamo Dorothy, e sto andando alla Città di Smeraldo dal Mago di Oz, tu sai dove sono?
– Città di Smeraldo? Mago di Oz? Mai sentiti – disse incuriosito lo Spaventapasseri.
– Ma come non conosci il Mago di Oz?! Lui è l’unico che può farmi tornare in Kansas, dai miei zii… – rispose Dorothy con lo sguardo triste.
– No purtroppo non so un bel niente, io ho la testa imbottita di paglia e non ho un cervello per capire le cose… ma dimmi, questo Mago di Oz è molto potente?

– Si è molto potente, almeno così mi hanno detto… – rispose non molto sicura Dorothy.
– E dici che potrebbe darmi un cervello? – chiese lo Spaventapasseri.
– Non ne ho idea, però puoi accompagnarmi fino alla Città di Smeraldo così potrai scoprirlo.
– Va bene, accetto volentieri! – disse entusiasta lo Spaventapasseri, e si incamminarono assieme sul sentiero di mattoni dorati.

Camminarono e camminarono fino ad arrivare dentro un bosco dove c’era un ruscello di acqua limpida, e lì si fermarono. Dorothy si sciacquò il viso e fece una merenda. Ne offrì anche allo Spaventapasseri, ma lui la bocca ce l’aveva solo dipinta e non aveva bisogno di mangiare.
Ad un certo punto sentirono uno strano rumore.

– Cosa è stato? – chiese intimorita Dorothy.
– Non ne ho idea – rispose lo Spaventapasseri.
Il rumore sembrava provenire da un punto alle loro spalle. Si volsero e, fatti pochi passi nella foresta, l’attenzione di Dorothy fu attratta da qualcosa che luccicava in mezzo agli alberi.

Davanti a loro c’era un uomo fatto di latta con una scure in mano. Se ne stava immobile in quella scomoda posizione con la scure alzata, rigido come una statua.
Toto gli ringhiò contro abbaiando e addentandogli la gamba, ma si dovette allontanare subito uggiolando dal dolore ai denti per aver morso un pezzo di dura latta.

– Sei stato tu a fare quel gemito rumoroso? – chiese Dorothy.
– Si – rispose l’uomo di latta con voce roca – ero proprio io, da quasi un anno mi lamento in continuazione, ma mai nessuno è venuto qui ad aiutarmi finora…

– Cosa possiamo fare per te? – domandò la bambina.
– Prendi l’oliatore che sta in quel capanno e ungimi le giunture, sono talmente arrugginite che non riesco più a muovermi…

Dorothy corse al capanno, prese l’oliatore e con cura iniziò ad oliare tutte le giunture, collo, spalle, braccia e gambe, finché l’Uomo di Latta non fu libero di muoversi liberamente.

– Grazie mille amici miei! Sarei rimasto per sempre in quella scomoda posizione se non foste arrivati a salvarmi! Come mai siete capitati da queste parti?
– Stiamo andando alla Città di Smeraldo per incontrare il Mago di Oz. Io voglio chiedergli di farmi ritornare nel Kansas dai miei zii, mentre lo Spaventapasseri vorrebbe chiedergli di ricevere un cervello.

– Pensate che il Mago di Oz mi possa dare un cuore? – chiese l’Uomo di Latta
– Be’, non sarebbe più difficile che dare un cervello allo Spaventapasseri… vieni con noi! – gli disse Dorothy.
– Va bene! Però devo portarmi dietro l’oliatore, se dovessi bagnarmi mi arrugginirei di nuovo…

I tre ripresero il cammino sul sentiero di mattoni dorati. Dopo un po’ Dorothy, presa dalla curiosità, chiese all’Uomo di Latta:
– Ma perché vuoi chiedere al mago di Oz di darti un cuore?
– Perché una volta ero un uomo di carne ed ossa, mi ero innamorato di una ragazza, ma sua madre non ne voleva sapere di me, quindi ha chiesto alla Strega Cattiva dell’Est di impedire che io e sua figlia ci sposassimo. Con un incantesimo la strega mi ha trasformato in un uomo di latta, senza più un cuore per essere innamorato della mia bella… ecco, se potessi riavere un cuore potrei tornare ad essere innamorato di lei.

Dorothy e lo spaventapasseri ascoltarono con attenzione, capendo perché ci teneva tanto a volere un cuore. Intanto continuavano a camminare sul sentiero di mattoni dorati attraverso il folto bosco.

Ad un certo punto si udì uno spaventoso ruggito, e d’un tratto, con un balzo, dalla foresta sbucò fuori un grosso leone che, con una zampata, fece volare lo spaventapasseri a bordo strada e, con gli artigli affilati, colpì il Boscaiolo di Latta.

Toto iniziò ad abbaiare forte e il leone spalancò le fauci per azzannarlo, ma Dorothy per paura che il suo caro cagnolino facesse una brutta fine, si piantò davanti al leone tirandogli due sonori schiaffi sul muso.

– Non azzardarti a toccare Toto! – gridò Dorothy – Vergognati! Un bestione grosso come te che se la prende con un piccolo cagnolino!
– Ma io non l’ho morso… – rispose piagnucolando il leone, che si stava strofinando il muso con le sue grosse zampe, per il dolore degli schiaffi ricevuti.
– No, ma ci hai provato, sei solo un codardo!

– Lo so, sono un codardo, ma che ci posso fare se sono fatto così? – disse in tono triste il leone.
– E che cosa ti ha fatto diventare così? – chiese Dorothy con curiosità.
– Non lo so, ci sono nato codardo… di solito per far paura a qualcuno mi basta fare un grosso ruggito, e quello scappa a gambe levate, ma se qualcuno volesse battersi con me, penso che scapperei io a gambe levate…

– Ma un leone come te dovrebbe essere il re della foresta! – esclamò lo Spaventapasseri, che intanto si stava rassettando i vestiti mentre l’Uomo di Latta si puliva i graffi.
– Hai ragione, sapessi quanto sono infelice per questo! Dovete scusarmi se vi ho spaventato ora vi lascio andare per la vostra strada… a proposito, dove siete diretti?
– Stiamo andando alla Città di Smeraldo a chiedere udienza al grande Mago di Oz, devo chiedergli di rimandarmi nel Kansas dai miei zii – disse Dorothy.

– E io devo chiedergli di darmi un cervello – continuò lo Spaventapasseri.
– E io devo chiedergli di darmi un cuore – aggiunse l’Uomo di Latta.
Il Leone Codardo li guardò un attimo incuriosito, poi con un fil di voce chiese:
– Pensate che il Mago di Oz potrebbe darmi del coraggio?

– Se può dare un cervello a me… – disse lo Spaventapasseri.
– E a me un cuore… – aggiunse il Boscaiolo di Latta.
– Se può aiutarmi a tornare dai miei zii nel Kansas… – concluse Dorothy.
– Allora se non avete nulla in contrario, posso unirmi a voi?
– Sei il benvenuto! – risposero tutti in coro. A nche Toto abbaiò con approvazione.

Il gruppetto quindi si rimise felice in viaggio lungo il sentiero di mattoni dorati che portava alla Città di Smeraldo


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3) Il viaggio verso Oz.


Dorothy, il cagnolino Toto, lo Spaventapasseri, il Boscaiolo di Latta e il Leone Codardo, camminarono a lungo finché non arrivò la notte e si accamparono sotto un grande albero.

Al mattino seguente ripresero il viaggio lungo il sentiero di mattoni dorati, attraversarono un fitto e buio bosco fino ad arrivare alla riva di un fiume. Il Boscaiolo di Latta prese la sua ascia e si mise a fabbricare una zattera per attraversarlo, ma non appena si misero in acqua si accorsero subito che la corrente del fiume era molto forte.

Lo Spaventapasseri ed il Boscaiolo di Latta cercarono di tenere la zattera dritta con dei lunghi bastoni che facevano da pertiche, per non farla ribaltare.

Ma il povero Spaventapasseri ci mise talmente tanta foga che la sua pertica rimase impigliata nel fondo fangoso del fiume. Cercò di estrarre il bastone dal fondo fangoso ma non ci riuscì, e siccome lui era fatto di leggera paglia, rimase appeso alla pertica in mezzo al fiume mentre la zattera gli scivolava via da sotto i piedi.

– Addio miei cari amici! – gridò lo Spaventapasseri.
Gli altri lo guardarono dalla zattera, allarmati ma impossibilitati a fare qualsiasi cosa, perché la corrente li stava trascinando velocemente via dal punto in cui lo Spaventapasseri era rimasto impigliato. Lo salutarono tristemente con la mano, cercando di capire come si sarebbero potuti mettere in salvo.

Dopo molto tempo passato in balia della corrente del fiume, e senza nessuna speranza di riuscire a salvare lo Spaventapasseri, qualcosa balenò nella testa del Leone Codardo.

– Tenetevi stretti alla mia coda! – esclamò, e si gettò nel fiume nuotando con tutta la forza che aveva in corpo verso riva.
La sua idea funzionò. Tutti quanti, ancora spaventati e stanchi morti, si riposarono a riva.

– E adesso che si fa? – chiese il Boscaiolo di Latta.
– In un modo o nell’altro dobbiamo ritrovare la strada per la Città di Smeraldo – disse Dorothy.
– La soluzione migliore è risalire lungo la riva del fiume finché non la troviamo – consigliò il Leone.

La soluzione piacque a tutti quanti e svelti si incamminarono, finché ad un certo punto il Boscaiolo di Latta non esclamò:
– Guardate! Laggiù!
Tutti si girarono e videro lo Spaventapasseri ancora aggrappato alla pertica in mezzo al fiume. Aveva un aria triste e sconsolata.

– Come possiamo salvarlo? – Chiese Dorothy.
Il Leone Codardo e il Boscaiolo di Latta scossero la testa, non ne avevano idea… Così si misero tutti a sedere sulla sponda del fiume a guardare lo spaventapasseri.

Proprio in quel momento passò sopra di loro una cicogna.
– Chi siete voi? Dove state andando? – Chiese.
– Io sono Dorothy e questi sono i miei amici il Boscaiolo di Latta e il leone Codardo, stiamo andando alla Città di Smeraldo, ma abbiamo perso il nostro amico Spaventapasseri là in mezzo al fiume…

– Se non fosse così grande e grosso ve lo riporterei io a riva… – rispose la cicogna.
– Ma non è per niente pesante, è molto leggero perché fatto di paglia!
– Io ci provo, ma se è troppo pesante lo lascio cadere nel fiume… – Così la cicogna si avvicinò allo spaventapasseri, lo prese per le spalle e senza sforzo lo portò fino a riva.

Non appena fu a riva lo Spaventapasseri iniziò a saltare dalla gioia abbracciando tutti quanti – grazie mille signora cicogna! – gridò – come posso sdebitarmi?!

– Non preoccuparti, aiutare le persone in pericolo è un dovere! Vi auguro un buon viaggio verso la Città di Smeraldo, il vostro cammino è ancora lungo… – con un forte battito di ali si allontanò e nessuno di loro riuscì a sentire l’avvertimento che quella non era la strada giusta per la Città di Smeraldo.

L’allegra comitiva, ignara di andare nella direzione sbagliata riprese il viaggio, fino ad arrivare ad un immenso campo pieno di magnifici papaveri rossi, il loro profumo era intensissimo.

Mentre avanzavano nel campo di papaveri, a Dorothy iniziarono a diventar pesanti le palpebre e dopo poco, non riuscendo a tenere più gli occhi aperti, si addormentò, come pure il cane Toto ed i Leone Codardo. Tutti caddero in un sonno profondo, tranne lo Spaventapasseri ed il Boscaiolo di Latta, che non avendo necessità di respirare, non avevano subito l’effetto sonnifero del profumo dei papaveri.

I due si guardarono in faccia – dobbiamo portarli via da questo campo di papaveri il più in fretta possibile – disse lo Spaventapasseri, così insieme al Boscaiolo di Latta, presero Dorothy che aveva ancora Toto in braccio e corsero attraverso lo sconfinato campo di papaveri che sembrava non finire mai.

Arrivarono fino alla riva del fiume, dove deposero Dorothy con dolcezza. Poi pensarono a come trasportare via da lì il Leone Codardo, ma si resero conto che per loro era troppo grosso e pesante, e a malincuore dovettero lasciarlo in mezzo al campo di papaveri.

– Dobbiamo ritrovare il sentiero di mattoni dorati – disse lo Spaventapasseri.
– Non dovremmo essere lontani, siamo di nuovo al fiume, basterà ripercorrerlo a ritroso – gli rispose il Boscaiolo di Latta.

Proprio in quel momento sentirono un ringhio non lontano, una lince stava inseguendo un povero topolino; il Boscaiolo di Latta prese la sua ascia e si mise in mezzo proprio tra la lince ed il topolino a difesa di quest’ultimo. Alla vista di quello strano uomo tutto di metallo, la lince scappò via a gambe levate.

– Non so come ringraziarvi – disse il topolino.
– Figurati! – disse il Boscaiolo di Latta – anche se non ho un cuore sento il bisogno di aiutare chi sta in pericolo, anche se si tratta di un piccolo topolino.

– Ma io non sono un semplice topolino, io sono la Regina dei Topi di Campagna, e voglio sdebitarmi per il vostro atto di coraggio – così, richiamò a sé tutta la sua corte di topolini, un centinaio circa, che si inchinarono di fronte al Boscaiolo di Latta.

Allo Spaventapasseri venne un’idea – Regina dei Topi, voi siete centinaia, e noi abbiamo un nostro amico, un leone, che è rimasto addormentato in mezzo al campo di papaveri, riuscireste a trasportarlo fin qui? Così vi sdebitereste col Boscaiolo di Latta!

– Un leone?! – gridarono spaventati in coro i topolini – ci mangerà tutti in un sol boccone!
– Oh no, questo è un Leone Codardo, garantiamo noi che non vi farà nulla di male, e poi, ora dorme come un ghiro…

La Regina dei Topi confabulò con i suoi consiglieri, finché non iniziarono ad organizzarsi per andare a recuperare il leone. Chiesero aiuto al Boscaiolo di Latta e allo Spaventapasseri per costruire un carretto dove mettere il grosso leone, per poi trasportarlo fin li sulla riva.

In men che non si dica il carretto fu pronto, e tutti i topolini andarono a recuperare il leone, con grandi sforzi lo misero sopra il carretto e lo portarono vicino a Dorothy e Toto che si stavano lentamente risvegliando.

Dopo aver deposto il leone, i topolini corsero via per paura di essere mangiati. Rimase solo la Regina dei Topi che disse:
– Abbiamo riportato qui il vostro amico, se doveste avere ancora bisogno di noi, non esitate a tornare qui nei campi a chiamarci, noi accorreremo in vostro aiuto! – e dopo un cenno del capo corse via anche lei in mezzo all’erba alta.

Poi sedettero tutti accanto al Leone Codardo ad aspettare che si svegliasse. Pian piano il leone si riprese, e il Boscaiolo di Latta e lo Spaventapasseri raccontarono a lui e Dorothy l’incredibile avventura avuta con i topolini.

Ripresero quindi il viaggio verso la Città di Smeraldo, per fortuna riuscirono quasi subito a ritrovare il sentiero di mattoni dorati. In lontananza iniziavano ad intravedere quella che sembrava proprio la Città di Smeraldo.


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Il mago di Oz

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4) La Città di Smeraldo


Dopo un lungo cammino, finalmente, raggiunsero le porte della Città di Smeraldo. C’era una piccola campana da suonare e Dorothy tirò la cordicina.

Dopo poco la porta si aprì e si presentò davanti a loro un ometto piccoletto tutto vestito di verde che li fece entrare in una stanza tutta verde tempestata di sfavillanti smeraldi.

– Cosa vi porta alla Città di Smeraldo? – chiese l’ometto che aveva il ruolo di guardia della città.
– Siamo venuti per incontrare il Grande Mago di Oz – disse Dorothy

La guardia rimase sorpresa dalle parole della bambina, poi disse – Sono anni che nessuno chiede di disturbare le sagge meditazioni di Oz, lui è un mago potente e terribile, se si tratta di sciocchezze di sicuro si arrabbierà…
– Ma non si tratta di sciocchezze! – replicò lo Spaventapasseri – sono richieste molto importanti!

Vedendo la convinzione con cui lo Spaventapasseri aveva risposto la guardia decise di condurli all’interno della Città di Smeraldo, dove tutto era verde: le strade, le case, i vestiti della gente, le caramelle nelle vetrine dei negozi…

La guardia condusse il gruppetto fino al palazzo del Grande Mago di Oz e li fece accomodare in un grande e sontuoso salone ricoperto di marmi e cristalli verdi.

– Andrò ad annunciare il vostro arrivo al Mago di Oz, aspettate qui il mio ritorno – e la guardia sparì dietro una porticina.
Passò molto tempo prima che la guardia ritornasse, Dorothy, lo Spaventapasseri, il Boscaiolo di Latta ed il Leone Codardo lo guardarono con il fiato sospeso in attesa che parlasse.

– Oz vi concederà udienza, ma ognuno di voi dovrà presentarsi al suo cospetto da solo e in giorni differenti per non stancarlo troppo. Vi mostro le stanze dove potrete attendere la sua chiamata – E li condusse ognuno in una stanza diversa – Ecco, fate come foste a casa vostra, qui potrete riposarvi dalle fatiche del viaggio e domani mattina verrà chiamato uno di voi per incontrare il Grande Oz – detto questo la guardia sparì.

Tutti quanti riposarono e dormirono profondamente quella notte. Il mattino seguente, una ragazza tutta vestita di verde svegliò Dorothy per condurla dal Grande Mago di Oz. Attraversarono lunghi corridoi, sale e saloni, fino ad arrivare ad una porticina con un soldato a farvi da guardia.

Poco dopo la porticina si aprì, e Dorothy entrò nella grande sala del Mago di Oz. Era grandissima e tonda, tutta illuminata dalla luce che colpiva gli smeraldi verdi.

Al centro della stanza stava un enorme trono di marmo verde, con al di sopra una enorme testa fluttuante che la fissava intensamente negli occhi.
– Io sono Oz, il grande e terribile. Tu chi sei e perché vuoi parlarmi? – la voce profonda ma per niente terribile, riempì la stanza.
– Io sono Dorothy, e sono qui per chiederti aiuto. Sono arrivata qui per colpa di un tornado che ha fatto volare via la mia casa, che poi è atterrata sulla testa della Strega Cattiva dell’Est, e purtroppo l’ho uccisa, ma non volevo… Sono qui a chiedervi di farmi tornare a casa dai miei zii, nel Kansas.

L’enorme testa la guardò severa, poi parlò:
– Dove hai preso quelle scarpette d’argento? E il segno che hai sulla fronte?
– Le scarpette le ho prese alla Strega Cattiva dell’Est, il bacio in fronte me l’ha dato la Strega Buona del Nord per proteggermi.

La testa gigante rimase a lungo silenziosa, infine disse:
– Se vuoi che io ti aiuti a tornare a casa dai tuoi zii, tu in cambio devi fare qualcosa per me: uccidere la Strega Cattiva dell’Ovest.
– Ma non posso! – urlò Dorothy sconcertata – non ho ucciso di proposito la Strega Cattiva dell’Est! – e si mise a piangere e singhiozzare.
– Così ho deciso! Finchè la Strega Cattiva dell’Ovest non sarà morta non ripresentarti al mio cospetto, e ora và – rispose con voce accesa il Grande Mago di Oz.

Dorothy uscì dalla stanza triste e sconfortata, e andò a piangere nella sua stanza.

Il mattino seguente fu il turno dello Spaventapasseri incontrare il Mago di Oz. Quando entrò nella grande sala si ritrovò davanti una bellissima fata che stava seduta sul trono.

– Io sono Oz, il grande e terribile. Tu chi sei e perché vuoi parlarmi? – la voce dolce e delicata della fata si udì a malapena nella stanza.
– Sono uno Spaventapasseri imbottito di paglia, e sono venuto qui a chiedervi un cervello per poter essere più intelligente.
– Posso esaudire il tuo desiderio solo se anche tu farai qualcosa in cambio per me: uccidere la Strega Cattiva dell’Ovest – furono le ultime parole della dama.

Anche lo Spaventapasseri uscì triste e demoralizzato dalla sala per poi rinchiudersi nella sua stanza a meditare sul da farsi.

Toccò quindi al Boscaiolo di Latta che si trovò davanti seduta sul grande trono una belva feroce, con testa di rinoceronte, corpo di elefante, cinque braccia e cinque gambe.

– Io sono Oz, il grande e terribile. Tu chi sei e perché vuoi parlarmi? – la voce potente come un ruggito riecheggiò per tutta la sala.
– Sono un boscaiolo e sono fatto di latta, perciò mi manca un cuore che sono venuto a chiedervi in dono – disse con un po’ di timore.
– Se davvero desideri un cuore devi guadagnartelo: devi uccidere la Strega Cattiva dell’Ovest – ruggì la belva.

Il Boscaiolo di Latta tornò mogio mogio nella sua stanza, deluso e triste.

Infine toccò al Leone Codardo, quando entrò nella sala del Mago di Oz di fronte a sé si ritrovò una enorme palla infuocata talmente splendente che quasi accecava.

– Io sono Oz, il grande e terribile. Tu chi sei e perché vuoi parlarmi? – la voce bassa e calma si diffuse per tutta la sala.
– Sono il Leone Codardo e manco di coraggio, sono qui a chiedervi di infondermelo per diventare davvero il Re della Foresta – disse tremante di paura.

La palla di fuoco si accese ancora di più – se vuoi che ti infonda il coraggio, tu devi fare qualcosa per me: uccidere la Strega Cattiva dell’Ovest – rispose diventando ancora più splendente e calda.

Il Leone, sconfortato uscì dalla sala, e si ritrovò finalmente con i suoi amici. Si confrontarono sul fatto che nessuno di loro aveva visto il Mago di Oz con le stesse sembianze e conclusero che doveva essere proprio un grande mago per potersi trasformare in tutti quei modi.

– E ora cosa facciamo? – chiese Dorothy tutta triste.
– Non abbiamo scelta, dobbiamo andare a uccidere la Strega Cattiva dell’Ovest… – disse il leone. Tutti, a malincuore, furono d’accordo. Si rimisero quindi in viaggio il mattino seguente.


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Il mago di Oz

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5) Alla ricerca della Strega Cattiva dell’Ovest


La compagnia quindi uscì dalle mura della Città di Smeraldo, e chiese alla guardia che li aveva accolti qualche giorno prima quale fosse la strada da seguire.

– Non c’è nessuna strada, nessuno vuole andare nel regno della Strega Cattiva dell’Ovest…
– Ma allora come facciamo a trovarla?! – chiese Dorothy.
– Non preoccupatevi, non appena arriverete nel paese dei Winkie sarà lei a trovarvi per farvi diventare suoi schiavi… comunque dirigetevi verso ovest, dove tramonta il sole, e la troverete di sicuro.

Dorothy e gli altri salutarono e iniziarono la loro marcia verso ovest intimoriti dalle parole della guardia, ma determinati a portare a termine la loro missione.

Man mano che si allontanavano dalla Città di Smeraldo il terreno si faceva sempre più brullo ed impervio e non c’erano né case né fattorie nei territori dell’ovest. Non c’era nulla che non fossero pietre e terra bruciata dal sole.

Con facilità, quindi, qualcuno da molto lontano si accorse di loro. Era la Strega Cattiva dell’Ovest, a cui era rimasto un occhio solo, ma potente come un telescopio, e dalla torre del suo palazzo si era subito accorta che degli stranieri stavano attraversando i suoi aridi e desolati territori.

La strega andò su tutte le furie. Vide che tra quegli stranieri vi era pure un grande e possente leone, quindi senza indugio prese la magica Cuffia d’Oro e la indossò sulla testa.

La Cuffia d’Oro era incantata e permetteva di richiamare le fortissime Scimmie Alate che avrebbero obbedito a tre desideri che il proprietario della cuffia avesse impartito loro. Due di questi desideri erano già stati usati, ne restava soltanto uno e la Strega Cattiva dell’Ovest decise di usarlo.

La strega pronunciò la formula magica «Zizzi, Zuzzi, Zik!» a squarciagola. Quasi immediatamente il cielo si oscurò e si udì il rombo di un tuono, in un attimo arrivarono le Scimmie Alate, il loro Re si avvicinò inchinandosi alla Strega.

– Cosa ci comandate Strega Cattiva dell’Ovest? – disse il Re delle Scimmie Alate.
– Annientate quegli stranieri che stanno attraversando le mie terre, ma non toccate il leone, lo voglio nel mio zoo! – gridò con forza la Strega.
– I tuoi ordini saranno eseguiti, ma ricordati mia strega, questo è il tuo ultimo desiderio, dopo di che saremo liberi dai tuoi comandi – detto questo il Re volò via insieme a tutte le sue scimmie fino a raggiungere Dorothy e gli altri, che ancora non immaginavano cosa sarebbe successo loro.

Alcune scimmie presero il Boscaiolo di Latta, lo sollevarono in aria e lo trasportarono fino ad un crepaccio pieno di rocce aguzze, dove lo lasciarono andare a schiantarsi e ammaccare tutto.

Altre agguantarono lo Spaventapasseri e con le loro veloci manine estrassero tutta la paglia dai vestiti, la sparsero sul terreno e appesero quel poco che rimaneva di quegli indumenti ad un ramo di un albero.

Un altro gruppo di scimmie gettò delle corde attorno al leone, legandolo e catturandolo. Con enorme sforzo lo sollevarono e lo trascinarono al palazzo della Strega.

Dorothy era rimasta immobile, come pietrificata, con Toto tra le braccia, a guardare con gli occhi pieni di lacrime il destino dei suoi poveri compagni. Il Re delle Scimmie Alate in persona volle occuparsi di lei, e la stava già per colpire quando si accorse del luminoso bacio della Strega Buona del Nord sulla sua fronte, allora si fermò e non le torse un capello.

Ordinò alle sue scimmie di prenderla dolcemente tra le braccia e ti trasportarla dalla Strega senza farle alcun male. Quando furono al palazzo il Re delle Scimmie Alate disse:
– Strega Cattiva dell’Ovest, abbiamo esaudito i tuoi desideri, ma alla bambina non abbiamo potuto far nulla perché è protetta dal bacio della Strega Buona del Nord. Con questo ultimo favore noi ti salutiamo, addio! – E tutte le Scimmie alate sparirono volando lontano nel cielo.

La Strega Cattiva guardò Dorothy, il bacio stampato sulla sua fronte e le scarpette argentate, e si preoccupò molto. Pensò all’incantesimo custodito dalle scarpette, ma sapeva che non poteva toccare la bambina nemmeno con un dito. Avrebbe comunque dovuto tenerla d’occhio giorno e notte.

– Bene! – disse infine la Strega – tu diventerai la mia serva personale! – e la portò in cucina dove le disse di lavare e sistemare tutte le stoviglie e le pentole. Dorothy, mesta e triste ma sollevata per non essere stata uccisa dalla Strega, iniziò a lavorare sodo.

Iniziò così un lungo periodo in cui Dorothy tutti i giorni doveva obbedire ad ogni singolo ordine della Strega Cattiva dell’Ovest, mentre la sera, di nascosto andava a scambiare due chiacchiere col suo amico Leone che era stato rinchiuso in una gabbia.

La Strega Cattiva dell’Ovest voleva impossessarsi a tutti i costi delle scarpette di Dorothy, ma la bambina le indossava anche quando dormiva, le toglieva solo quando faceva il bagno. Alla Strega Cattiva dell’Ovest però l’acqua faceva paura, di più, ne era terrorizzata e quindi non si avvicinava mai a Dorothy per rubarle le scarpette quando lei faceva il bagno.

Un giorno alla Strega Cattiva dell’Ovest venne in mente uno stratagemma, prese una sbarra di ferro e la rese invisibile, poi la poggiò sul pavimento della cucina e attese che Dorothy vi inciampasse.

Dorothy cadde a terra, e nella caduta una delle scarpette le si sfilò dal piede. La Strega subito se ne impossessò.
– Ridatemi la scarpa! – gridò subito Dorothy.
– Nemmeno per sogno! – sghignazzò ridendo la Strega – e prima o poi mi prenderò anche l’altra! Ah! Ah! Ah!

A quelle parole Dorothy si arrabbiò così tanto che prese un secchio pieno d’acqua e glielo rovesciò tutto addosso.
La strega, colpita dall’acqua, lanciò un urlo terribile – Mi sto sciogliendooooo – gridò, e pochi minuti dopo la Strega era ormai evaporata e sparita come per magia. L’acqua era l’unica cosa che poteva uccidere la Strega Cattiva dell’Ovest.

Dorothy, ancora sorpresa per aver sconfitto la Strega, si rimise la scarpetta d’argento e corse a liberare il suo amico Leone dalla gabbia.

Poi andarono insieme dal popolo dei Winkie, spiegarono loro che la Strega Cattiva dell’Ovest ormai non esisteva più e che erano finalmente liberi. I Winkie festeggiarono, e chiesero a Dorothy come poterla ringraziare per averli finalmente liberati dalla schiavitù.

– Potreste aiutarci a ritrovare i nostri amici Spaventapasseri e Boscaiolo di Latta! – disse la bambina, così si organizzarono delle squadre di soccorso. Dopo mezza giornata di ricerche ritrovarono il Boscaiolo di Latta, tutto ammaccato, lo presero e lo riportarono al paese dei Winkie.

Lì i fabbri del paese iniziarono a riparare e lucidare tutte le parti del Boscaiolo, quando misero a posto anche la bocca finalmente riuscì a dire un sonoro ”Grazie!”.

Organizzarono quindi le ricerche anche dello Spaventapasseri. Arrivarono fino all’albero dove erano stati appesi i vestiti, li raccolsero e una volta tornati al paese dei Winkie li riempirono tutti con paglia fresca e pulita, facendolo tornare più bello di prima.

Finalmente Dorothy, lo Spaventapasseri, il Boscaiolo di Latta, il Leone Codardo e il cagnolino Toto erano riuniti, e fu gran festa.
– Dobbiamo tornare dal Mago di Oz per dirgli che la Strega Cattiva dell’Ovest è stata battuta e chiedergli di mantenere le promesse! – disse Dorothy.

Il giorno dopo, durante i preparativi per il viaggio, mentre prendeva un po’ di cibo dalla dispensa, Dorothy notò la Cuffia d’Oro, se la provò e vide che le stava a pennello, così decise di portarla con sé. Poi partirono alla volta della Città di Smeraldo.


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Il mago di Oz

Il ma go di Oz


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6) Il ritorno dal Mago di Oz


Non c’erano strade per la Città di Smeraldo, sapevano solo che dovevano andare verso est, ma arrivò sera e ancora della città non c’era l’ombra. Quando erano attaccati dalle scimmie alate, avevano volato velocissimi sopra i campi, adesso a piedi era tutto molto più complicato.

Il giorno dopo il gruppo si consultò sul da farsi.
– Secondo me ci siamo persi – disse lo Spaventapasseri.
– Così non raggiungeremo mai la Città di Smeraldo e io non avrò mai un cuore – disse il Boscaiolo di Latta.
– E io il mio coraggio – aggiunse il Leone.
– E se chiamassimo i Topi di Campagna? – propose Dorothy.

Così fecero e dopo poco li raggiunse la Regina dei Topi di Campagna – Cosa posso fare per voi, miei amici? – chiese.
– Ci potresti indicare la direzione per la Città di Smeraldo? – disse Dorothy.
– Certo! Ma è molto lontana da qui, stavate andando nella direzione sbagliata… – poi notando la cuffia d’oro indossata dalla bambina, la Regina aggiunse – ma perché non chiamate le Scimmie Alate?

– E come si fa? – chiese Dorothy.
– Basta usare l’incantesimo della Cuffia d’Oro, la formula magica è scritta all’interno.
– Non sapevo fosse magica! – esclamò.

Dorothy si tolse la cuffia e lesse la formula magica ad alta voce, in pochi minuti la banda delle Scimmie Alate era tutta davanti a loro.
– Cosa comanda mia signora? – chiese il Re delle Scimmie Alate con un inchino.
– Vogliamo tornare alla Città di Smeraldo – disse Dorothy – e abbiamo smarrito la strada!
– Vi portiamo noi – e girandosi verso le Scimmie Alate il Re comandò loro di prenderli e portarli alla Città di Smeraldo. Così lo presero sulle loro spalle e iniziarono a volare per i campi spogli e desolati delle terre dell’ovest.

In poco tempo arrivarono alla Città di Smeraldo, dove le Scimmie Alate li deposero con dolcezza.
– Ricordati che hai ancora a disposizione solo due comandi da impartire a noi Scimmie Alate – disse il Re a Dorothy prima di volare via con tutta la sua banda.

Il guardiano della porta, stupito nel vederli tornare tutti sani e salvi, li fece entrare nella città.
– Abbiamo ucciso la Strega Cattiva dell’Ovest, adesso il Mago di Oz ci deve ricevere ed esaudire le nostre richieste – disse Dorothy alla guardia, che subito corse da Oz ad avvertirlo.

Tutti si aspettavano di essere ricevuti immediatamente dal mago e anche in modo trionfale, ma così non fu. Anzi, furono fatti di nuovo accomodare nelle loro stanze e fatti aspettare, aspettare e aspettare. I giorni passavano ma nulla accadeva.

Alla fine, spazientiti, Dorothy e gli altri fecero recapitare un massaggio a Oz in cui dicevano che se non li avesse subito ricevuti, avrebbero chiamato in loro aiuto le Scimmie Alate.

Oz dopo aver ricevuto quel messaggio li convocò al suo cospetto per il mattino seguente.

Quando finalmente furono portati nella grande sala di Oz, ognuno di loro si aspettava di vedere il mago sotto le sembianze con cui lo aveva visto prima di partire. E invece con gran sorpresa di tutti, nella stanza sopra il trono, non c’era nessuno.

Ad un tratto sentirono una voce che proveniva da un punto indistinto della grande sala.
– Io sono Oz, il grande e terribile, perché mi cercate?
– Abbiamo Eliminato la Strega Cattiva dell’Ovest e siamo venuti a chiedervi di mantenere le vostre promesse – disse Dorothy.

– Quali promesse? – rispose Oz.
– A me avete promesso di riportarmi a casa nel Kansas! – disse con fermezza la bambina.
– E a me avete promesso un cervello! – aggiunse lo Spaventapasseri.
– E a me avete promesso un cuore! – continuò il Boscaiolo di Latta.
– E a me avete promesso di darmi il coraggio! – concluse ruggendo il Leone Codardo.

Nella sala ci fu silenzio.
– Tornate domani, ho bisogno di riflettere – disse Oz.
– No! Non aspetteremo un minuto di più! – urlò Dorothy.
A quel punto il Leone ruggì così forte che per lo spavento il cagnolino Toto fece un balzo e andò a nascondersi dietro un paravento che stava proprio lì accanto.

Il paravento cadde, e dietro stava nascosto un vecchino calvo e pieno di rughe.
– Chi sei tu?! – disse il Boscaiolo di Latte che con l’ascia pronta a colpire gli fu subito addosso.
– io sono Oz, il grande e terribile… ma ti prego non farmi del male… farò tutto quello che volete…
Tutti quanti lo guardarono sbalorditi e sorpresi – adesso spiegaci tutto – dissero.

Oz chinò il capo e iniziò a raccontare.
– Non sono un mago, sono un illusionista e lavoravo per il circo. Un giorno durante uno dei miei spettacoli in mongolfiera, la fune che la teneva legata a terra si spezzò, e io volai e volai lontano, fino ad atterrare qui a Oz. Gli abitanti del posto, vedendomi arrivare dal cielo credettero subito che io fossi un potente mago e quindi mi proclamarono re per poterli difendere dalle Streghe Cattive.

– Ma quindi sei un impostore! – disse Dorothy.
– Si, sono un impostore… – rispose a capo chino Oz mentre sul loro volto si dipingeva la delusione – ma non abbiate paura, recito la parte del mago da così tanti anni, che forse posso ancora aiutarvi.

Negli occhi di Dorothy e gli altri si riaccese la speranza.
– Se manterrete il segreto sulla mia identità, venite qui domani mattina, ed esaudirò i vostri desideri.

Così il mattino dopo si ripresentarono tutti quanti nella grande sala davanti ad un Mago di Oz pensoso e silenzioso.
– Sono qui per il mio cervello – disse lo Spaventapasseri.
– Per darti un cervello dovrò levarti la testa – disse con solennità teatrale Oz.

E così tolse la sua testa, levò un poco di paglia e prese da una scatoletta un po’ di crusca e una manciata di chiodi con cui la riempì. Rimise a posto la paglia e riattaccò con cura la testa al corpo dello Spaventapasseri.

– D’ora in poi sarai un grande uomo, perché ti ho dato un cervello pieno di acume! – esclamò Oz. Lo Spaventapasseri, felice ed orgoglioso del suo nuovo cervello, ringraziò di cuore il Mago.

– Ora è il mio turno! Sono venuto a prendermi un cuore! – disse il Boscaiolo di Latta.
– Siediti, dovrò fare un buco nel tuo petto per metterci un cuore – gli rispose Oz indicandogli una sedia su cui sedersi.

Oz prese un paio di cesoie e fece un foro nel petto di latta del Boscaiolo, poi frugò in una borsa e ne tirò fuori un cuore di pezza che sistemò con cura al suo interno, infine richiuse tutto al meglio che poteva.

– Ecco fatto! Adesso hai un cuore di cui qualunque uomo andrebbe fiero. – disse Oz mentre il Boscaiolo non finiva più di ringraziarlo.

Venne il turno del Leone Codardo – sono qui per il coraggio! – disse.
– Vado subito a prenderlo, aspetta un attimo – gli rispose Oz, che aprì un armadio e ne estrasse una bottiglietta che porse al Leone – bevila – gli disse, e il Leone bevve tutto il contenuto.

– Ora sei pieno di coraggio – aggiunse Oz, e il Leone ruggì forte sentendo il nuovo coraggio che si stava infondendo in lui.

Infine toccò a Dorothy – ora devi farmi tornare nel Kansas – disse a Oz.
Il Mago di Oz sorrise, le prese la mano e la accompagnò alla finestra, dicendole di guardare fuori. Sul piazzale di fronte al palazzo stava gonfiata una enorme mongolfiera.

– Quella è la mongolfiera che mi ha portato qui al paese di Oz, ora sono stanco di far finta di essere un grande mago e voglio tornare a casa, come te, quindi oggi stesso partiremo!

Dorothy saltò dalla felicità insieme a Toto. Oz la accompagnò fino alla mongolfiera e iniziò i preparativi per la partenza al viaggio slegando le grosse funi che tenevano la mongolfiera ancorata al suolo, poi salì nella cesta salutando i suoi sudditi.

– Sto andando a trovare un grande mago che abita tra le nuvole – disse loro – fino al mio ritorno sarà il saggio Spaventapasseri a governarvi! – tra gli applausi della gente, lo Spaventapasseri gonfiò il petto d’orgoglio per l’incarico ricevuto.

Intanto la mongolfiera iniziava a staccarsi dal suolo. Le grida di gioia della gente furono così forti che Toto per la paura scappò via dalle braccia di Dorothy nascondendosi. La bambina che proprio in quel momento stava salendo nella cesta della mongolfiera corse subito a cercare il cagnolino.

– La mongolfiera sta per partire Dorothy! – le urlò Oz. Proprio in quel momento una folata di vento iniziò a spingere la mongolfiera che si staccò definitivamente dal suolo e iniziò piano piano l’ascesa verso le nuvole.

Dorothy riacciuffò Toto e guardò verso la mongolfiera – torna indietro! Voglio venire anche io! – strillò la bambina.

– Non posso mia cara… Addio! – gridò di rimando Oz mentre si faceva piccolo piccolo nell’azzurro cielo.

Fu l’ultima volta che videro il Mago di Oz.



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7) La Strega Buona del Sud


Dorothy, vedendo ogni sua speranza di ritornare a casa dagli zii sfumare, si mise a piangere disperata. Tutti corsero a consolarla.
Quando si fu calmata, lo Spaventapasseri cercando di rincuorarla le disse che avrebbero potuto vivere tutti felice assieme lì a Oz, e che non le sarebbe mai mancato nulla.

– Ma io voglio tornare nel Kansas dai miei zii – piagnucolò ancora Dorothy.
Ci fu silenzio per un lungo momento, poi lo Spaventapasseri riprese la parola dicendo:
– Perché non chiami le Scimmie Alate e non chiedi loro di portarti nel Kansas?

Così fece Dorothy, e le Scimmie Alate arrivarono in un battibaleno, ma alla richiesta della bambina il Re delle Scimmie dovette scuotere il capo.
– Purtroppo non possiamo, noi apparteniamo solo a questo magico paese, e non abbiamo possibilità di andare dove tu ci chiedi. Arrivederci mia signora… – e volarono via lasciando ancor più triste sconsolata e Dorothy, pensando che aveva pure sprecato il secondo dei tre desideri della Cuffia d’Oro per niente.

Lo Spaventapasseri nel frattempo si era rimesso a pensare e pensare, finchè chiamò la guardia della Città di Smeraldo e gli chiese:
– Dorothy deve tornare a casa nel Kansas, conosci qualcuno che può aiutarla?

– Forse Glinda, la Strega Buona del Sud… – rispose la guardia – è una potente maga e regna sul popolo dei Quadling, il suo castello è al limite del deserto, forse lei vi può dire come attraversarlo.

– Come posso raggiungerla? – chiese Dorothy.
– Basta andare verso sud – e salutando, la guardia se ne andò.
Dorothy era pronta a partire, ma con gran sorpresa si accorse che anche tutti gli altri lo erano!

– Noi veniamo con te! – dissero in coro lo Spaventapasseri, il Boscaiolo di Latta e il Leone. E così partirono.
Il viaggio fu tranquillo e sereno, finché non si ritrovarono in una fitta foresta piena di alberi secolari.

– Che luogo magnifico! – esclamò il leone – è proprio il posto dove vorrei passare il resto dei miei giorni!
Dopo pochi passi si ritrovarono in una radura dove un rumore forte e cupo li colse d’improvviso. Centinaia di animali feroci di ogni tipo erano lì radunati: tigri, orsi, lupi e molti altri, Dorothy ebbe molta paura.

Ma il Leone, sentendo i latrati degli animali li tranquillizzò, e spiegò loro che erano in assemblea per discutere di un pericolo tremendo. Il Leone si avvicinò loro per capire meglio cosa stesse succedendo, tutti gli animali nel vederlo arrivare si inchinarono.

– Benvenuto Re degli animali! – esclamò una tigre.
– Cosa succede, vi vedo preoccupati – rispose il Leone.
– E’ così, una creatura orribile ci sta minacciando, si tratta di un ragno gigante che sta seminando terrore in tutta la foresta… – continuò la tigre.

– Ma non ci sono leoni a difendervi? – proseguì il Leone.
– Si c’erano ma sono stati tutti mangiati dal ragno. – disse la tigre.
– Allora, se mi farete diventare il vostro re, io ucciderò il ragno!

Tutti gli animali radunati gridarono di gioia acclamando il Leone che poco dopo partì alla caccia del ragno. Non ci mise molto, lo trovò mentre stava dormendo sonoramente e, con una zampata ben assestata lo eliminò.

Quando ritornò nella radura fu portato in trionfo per tutta la foresta. Tutti gli animali si inchinarono al suo cospetto e lo proclamarono Re della foresta.

Il leone promise che sarebbe tornato presto, prima doveva mantenere la promessa di accompagnare Dorothy fin dalla Strega Buona del Sud, così ripartirono tutti insieme.

Purtroppo, dopo qualche ora di cammino, si trovarono davanti ad un muro altissimo ed invalicabile, che sembrava non avere confini.

– E adesso come facciamo a scavalcare questo muro? Il castello della Strega Buona del Sud deve essere giusto dall’altra parte… – disse Dorothy.
– Perché non chiami le Scimmie Alate per farci trasportare dall’altra parte? – chiese il Boscaiolo di Latta.

– Buona idea! – Dorothy si mise la Cuffia d’Oro in testa, pronunciò la formula magica e in un attimo le scimmie furono lì da loro – portateci dall’altra parte del muro! – chiese la bambina.

– Sarà fatto! – disse il Re delle Scimmie, così li presero e li trasportarono dall’altra parte del muro, dove finalmente si poteva vedere il castello della Strega Buona del Sud – questa era l’ultima volta che potevi chiamarci, ti auguriamo buona fortuna, addio! – disse il Re prima di sparire definitivamente nel cielo con tutta la sua banda.

Non molto lontano, davanti a loro si stagliava il castello di Glinda, la Strega Buona del Sud. Felici per aver raggiunto finalmente la meta si avviarono di buon passo.

Arrivati sotto le mura del castello furono accolti da una guardia che dopo aver ascoltato la loro storia li fece accomodare in una stanza in attesa di essere accolti dalla Strega.

La guardia ritornò presto e li accompagnò alla grande sala di Glinda. Entrarono e finalmente videro la Strega che li accolse con un sorriso.

– Cosa posso fare per te bambina mia? – disse con un tono gentile e premuroso.
Dorothy le raccontò tutta la sua storia, dal tornado fino alla mongolfiera di Oz, infine disse:
– Sono qui a chiederle se può aiutarmi a tornare a casa dai miei zii, nel Kansas.

– Posso aiutarti bimba mia, ma in cambio devi darmi la Cuffia d’Oro – disse Glinda.
– Certamente! Tanto ormai a me non serve più… – Dorothy gliela porse, e la Strega la guardò brillare fra le sue mani.

– Penso che avrò bisogno dei servigi delle Scimmie Alate per le tre volte che mi sarà concesso – disse Glinda – una per riportare lo Spaventapasseri a Oz, dove dovrà regnare con saggezza, una per portare il Boscaiolo di Latta nei regni dell’ovest, dove i Munchkin aspettano una persona che li possa governare con cuore e l’ultima per riportare il Leone nella sua amata foresta.

Tutti, sentendo queste parole furono immensamente felici, Glinda era proprio una strega buona.

Poi Dorothy chiese – Ma io come faccio a ritornare a casa dei miei zii?!
La strega sorrise – Bimba mia, tu sei completamente all’oscuro degli straordinari poteri racchiusi nelle tue scarpette d’argento, saranno loro a riportarti a casa, oltre il deserto.

Dorothy rimase stupita, avrebbe potuto ritornare subito a casa e non lo sapeva! Però a ripensarci non avrebbe vissuto una fantastica avventura assieme allo Spaventapasseri, il Boscaiolo di Latta e il Leone Codardo. Poi guardò la Strega in cerca di spiegazioni.

– Non devi far altro che battere tre volte i tacchi e comandare di essere portata ovunque tu desideri – disse Glinda.

Dorothy guardò le scarpette, poi guardò i suoi compagni di avventure e li abbracciò affettuosamente uno per uno. Poi prese un grosso respiro e batté tre volte i tacchi delle scarpette d’argento.

In quel momento d’istinto chiuse gli occhi stringendo forte al petto Toto, e chiese con un filo di voce di essere riportata a casa, nel Kansas. Per un momento ebbe paura di riaprirli e avere di nuovo la delusione di essere ancora a Oz con lo Spaventapasseri, il Boscaiolo di Latta ed il Leone.

Ma zia Em era lì davanti a lei e le corse incontro a braccia aperte. Finalmente era tornata a casa.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️
© Copyright e Testi: Silvia e William – fabulinis.com


Curiosità sul Mago di Oz

● “Il Mago di Oz” fu solo il primo di una lunga serie di episodi (in tutto 13) che Baum scrisse sul paese incantato di Oz.

● Il libro è stato tradotto in oltre 50 lingue nel mondo.

● Del racconto fu realizzato nel 1939 uno dei film più amato di tutti i tempi: “The Wizard of Oz” interpretato da Judy Garland che è anche la cantante della famosissima canzone della colonna sonora “Over the Rainbow”. Se non la conoscete e volete ascoltare uno dei brani più belli della storia della musica seguite questo link su youtube.

● Nel film le scarpette di Dorothy non sono d’argento ma rosse, il cambiamento fu fatto per farle spiccare meglio sul grande schermo (Il Mago di Oz fu uno dei primi grandi film realizzato a colori)

● Sempre nel film il finale è stato cambiato: Dorothy alla fine si sveglia, il mondo di Oz era solo stato un lungo magnifico sogno…


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Il meraviglioso mago di Oz

Il meraviglioso mago di Oz.

Il Samsung e l’iPhone 📱


C’è una cosa meravigliosa che fa sorridere tutti i bambini, e L’astronave Ruggine lo scoprirà!

Ma è proprio vero che sulla terra ci sono solo guerre? L’astronave Ruggine non ne è proprio del tutto convinta, si ricorda che c’era anche qualcosa’altro di molto bello su quel lontano pianeta… scopriamolo insieme!

Il Samsung e l’iPhone 📱


Un telefono Samsung aveva come padrone la famiglia Rossi.

Un giorno cadde a terra e si ruppe e dovette lasciare la sua famiglia.

Andò nel giardino del loro vicino e incontrò un suo amico che si chiamava Iphone, ma appena lo vide cominciò a prenderlo in giro – sei vecchio e rotto che nessuno ti vorrà più AHAHAHAH.

Da allora, chiunque incontrava continuava a prenderlo in giro.

Si fece sera, e camminando e camminando arrivò fino alla tangenziale del suo paese dove finalmente incontrò un suo amico. ERA IL TELEFONO HUAWEI! Che gli disse: ciao, come va? Tutto ok?

Finalmente qualcuno che gli parlava senza prenderlo in giro: sono caduto e mi sono rotto, per favore mi aiuti?.
– Si – rispose, e insieme si incamminarono verso il centro assistenza.

Passarono i giorni e il Samsung finalmente guarì.

Una mattina, mentre passeggiava ai giardini pubblici, incontrò Iphone che gli disse:
– Ti trovo bene, come hai fatto? Chi ti Ha aiutato a tornare in forma?

E Samsung rispose:
– Ho incontrato il mio amico Huawei che mi ha a accompagnato in un centro assistenza e sono tornato come nuovo, forse non lo sai che nella vita è meglio aiutare gli altri invece che prenderli in giro?
MORALE: come dice Samsung, è meglio aiutare gli altri invece di prenderli in giro.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

fabulinis ringrazia Flavio De Fazio per aver condiviso con tutti noi questo bel racconto.



Il Lupo Sestante 🐺


L’amore vero non conosce limiti

Questo intenso racconto scritto sia in italiano che spagnolo racconta di come sia più importante ciò che sta dentro di noi piuttosto che l’aspetto esteriore.

Il lupo Sestante 🐺


C’era una volta, un lupo dagli occhi viola di nome Sestante.
Perduta una zampa, lui non si era mai perso d’animo, e pure se storpio e malfermo, obbligato a mangiare semi e bere tanta acqua, non aveva mai smesso di cantare la sua poesia alla luna, anche se con tono più basso, come la sua condizione gli imponeva, ugualmente orgoglioso di riempire coi suoi versi il creato.

“Però con quella zampa!” “Fa voltastomaco!” “Poverino!” giungevano di quando in quando, voci al suo orecchio “Non si può curare?”
“No! Ma si può continuare a vivere e a cantare!” asseriva lui per tutta risposta, levando in alto il muso, sorridente, un passo dietro gli altri.

“Acquazzone/dondola fra i rami/una piuma” cantava il lupo i suoi haiku, libero.
“In inverno i semi scarseggiano” “E se non ce la dovesse fare a trovarne sulla nuda pietra e dovesse cercarne altrove?” “Non sente la mancanza dell’altura?” “Non gli manca salire fin sullo sperone della montagna?”

E, Sestante per tutta risposta cantava, facendo risplendere il creato con la sua voce.
“Alla festa della primavera mi sembra, non sia mai stato invitato?!”.
E il lupo si destreggiava in gorgheggi ancora più brillanti.

“Come potrebbe mai riuscire ad arrivarci?” “Sestante?!” “Dovrebbe fermarsi troppo di frequente, dissetarsi in continuazione!” “Come farebbe ad affrontare un viaggio così lungo?” “Zoppo, brutto!”
“Ma se sei bellissimo!” sospirava Fersina, lupa dagli occhi d’ambra, per cui Sestante era perfetto: forte, coraggioso, l’unico in grado di guardarla facendola sentire amata, invincibile; lui, il suo gigante buono, con la massa del suo corpo a custodirla.
“Ma la mia zampa? Mi vedi bene?” guaiva lui “Pure se sono così brutto?”

E lei, tirandole giocosamente l’orecchio con le zanne, dinanzi alle sue paure sorrideva con dolcezza, scodinzolando. Facendogli dimenticare le malelingue.
“Sestante!” ululava lei, cuore nel cuore “Permettimi di partecipare alla tua Vita, di esserti al fianco. ‘Partecipazione’ è una parola importante, la più bella, dal latino tardo participatio-onis, indica il prendere parte, far parte. Ed è ciò che voglio. Sempre! Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia! Se tu sei Felice io sono Felice!”

“Eh, l’Amore!” balbettava commossa la lontra Penelope, seguita dall’usignolo Ovidio a zampettare tra le foglie “Animae duae, animus unus. Due vite, un’anima sola”.

“Oh, Fersina! Mia piccola strega! Cucciola!” la guardava lui innamorato.
“Dimmi?!” rideva lei conoscendo già la risposta, accostandosi con tenerezza.
“Che meraviglia! L’Amore universale è la magia di due anime che si carezzano, a dispetto dell’età, del sesso” sorrideva la tartaruga Pausania, avanzando retrocedendo in un tumulto di emozioni incontrollabli, col suo passo, lentamente, molto lentamente.

“Che incanto!” trillò l’albatros Amleto. “Amor Vincit Omnia. L’Amore Vince Tutto!” frullò le sue lunghe ali bianche la cicogna Adelaide.
“Fersina. Il cuore è il suo angolo di orientamento e non può sbagliare” balzò la lepre Castore “Orientamento: parola che deriva da “oriente”, dal latino oriens, voce del verbo “orirri” sorgere, volgere ad oriente, alla luce che permette di scegliere. E la lupa volge i suoi occhi alla luce: la luce dell’Amore, di ciò che è essenziale vedere”.

“Amor gignit amorem. L’Amore genera amore” saltò fra i rami dello stupendo abete rosso di risonanza stradivari, lo scoiattolo Avisio, librandosi fra gli innumerevoli picea abies “Amare significa avere cura”
“Ses- tan-te!” sussurrò la lupa.
“Fer-si-na!” mormorò il lupo.



“Il destino è quel filo rosso, quell’incontro voluto dalle anime, prima ancora che i corpi possano incontrarsi!” gonfiò il petto il suricato Cagliostro “Esso si allunga, si intreccia, ma non si spezza mai. I legami voluti dal destino sono indissolubili”.
“Ciò che è destinato a te troverà sempre il modo di raggiungerti!” fissò il merlo Javier il luccicore di Vega sopra le loro teste. “L’Amore non conosce restrizioni!” seguì l’allodola Ipazia.

“La tua zampa, Sestante, è il tuo sangue. E non si può cambiare!” soffiò la lupa “Ed io lo amo così com’è!” guaì “Senti come mi batte forte il cuore?”
“Fersina, il colore della tua voce quando pronunci, sussurri, scaldi (e talvolta anche sbraiti) il mio nome, dipinge i miei giorni di Gioia!” guaì il lupo “Il ricamo prezioso dei tuoi silenzi: è l’amore!” disse senza abbassare lo sguardo.

“L’Amor l’è tut. E’ qualcuno con cui correre (anche con una zampa rossa). Chest’è!” vibrò il cervo Ascanio “Nella buona come nella cattiva sorte, in salute ed in malattia!”.
E Sestante cantava allora ancora più forte, fino al cielo lassù: melodia d’amore d’impareggiabile bellezza “Sogno/s’apre di rugiada/una rosa”. Cuore nel cuore della sua Fersina, radioso.

El lobo Sestante 🐺


Érase una vez, un lobo de ojos  morados llamado Sestante.
A pesar de que había perdido una pata, el nunca perdió el ánimo, y además, aunque era deformado y enfermo, obligado a comer semillas y tomar mucha agua, nunca había dejado de cantar su poesìa a la luna, aunque lo hacía desde tonos bajas, tal como su condición lo obligaba, pero igualmente orgulloso de llenar con sus bellas notas la creación.

“¿Pero adónde va con esa pata?” “¡Da asco!” “¡Pobrecito!” les alcanzaban, de vez en cuando, las voces de otros aves a su oído “¿Pero no se puede curar?” “¿Nunca?”.
“¡No! ¡Pero puedes seguir viviendo y cantando!” devolvía él como respuesta, levantando hocico, sonriente, a un paso detrás de los otros.
“Chubascón/se balancea entre las ramas/una pluma” el lobo cantò sus haikus, libre.

“En el invierno las semillas son escasas” “¿Y si no las encuentras sobre las rocas desnudas, y tienes buscar en otras?” “¿Y en el terreno elevado nunca subes?” “¿No le echas de menos?” “¿No extraña subir al estribo de la montaña?”.
Y, por respuesta, Sestante cantaba, haciendo resplandecer la creación con su voz.
“¡¿A la fiesta de la primavera, me parece, nunca fue invitado?!”.

Y el lobo asintía con la cabeza, e se las apañaba con las palabras para cambiar discurso.
“¿Cómo podría alguna vez ser capaz de llegar?” “¿Sestante?” “¡Debería detenerse con demasiada frecuencia! ¡Entonces apaga tu sed todo el tiempo!” “¿Y luego cómo se enfrentan a un viaje tan largo?” “¡Cojear!¡El es tan feo!”.

“¡Pero si eres hermoso!” suspiraba Fersina, loba con ojos color ámbar. Para ella, Sestante era perfecto: fuerte, valiente, lo único capaz de mirarla haciéndola sentir amada, invencible; él, un gigante bueno con la masa de su cuerpo para protegerla.
“Pero, ¿y mi pata, me ves bien?” murmuraba èl “¿Incluso si soy tan fea?”.
Y ella, jugando, tirándo de su oreja con sus colmillos, viendo sus miedos sonriò dulcemente, meneando la cola.
Haciéndolo olvidar los chismes.

“¡Sestante!” aullaba ella, corazón en corazón “Permíteme participar en tu Vida, estar a tu lado. “Participación” es una palabra tan importante, la más hermosa, del latín tardío participatio-onis, indica participar, ser parte. Y eso es lo quiero. ¡Siempre! Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia: si tú si Feliz, yo soy Feliz!”.
“¡El amor!” tartamudeó de emoción la nutria Penelope, seguida por el ruiseñor Ovidio correteando entre las hojas “Animae duae, animus unus. Dos vidas, un alma”.


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Lupo Astolfo

Lupo Astolfo



“¡Oh, Fersina! ¡Mi pequeña bruja! ¡Cachorrita!” la mirada èl, enamorado.
“¡¿Dígame?!” ella se rió, ya sabiendo la respuesta, acercándose con ternura.
“¡Maravilloso! El amor es universal, es la magia de dos almas que se acarician, sin importar de la edad, el sexo” la tortuga de Pausania sonreía, mientras avanzaba, retrocediendo en un tumulto de emociones incontrolables, con su paso lento, muy lento.

“¡Me encanta!” trinó el albatros Hamlet “¡Amor Vincit Omnia! ¡El amor lo gana todo!” la cigüeña Adelaide agitó sus largas alas blancas.
“Fersina. El corazón es su ángulo de orientación y no puede equivocarse” brotò la liebre Castore. “Orientación: palabra que deriva de “este”, del latín oriens, voz del verbo “orirri” surgir, girar hacia el este. Y la loba vuelve los ojos hacia la luz: la luz del Amor, de lo que es esencial ver”.

“Amor gignit amorem. ¡El amor genera amor!” la ardilla Avisio saltó entre las ramas del precioso abeto rojo de resonancia stradivarius, flotando entre las innumerables picea abies “Amar significa cuidar”.
“¡Ses-tan-te!” susurró la loba.
“¡Fer-si-na!” murmuró el lobo.

“El destino es ese hilo rojo, ese encuentro deseado por las almas, incluso antes de que los cuerpos puedan encontrarse” el suricato Cagliostro hinchó su pecho “Se estira, se entrelaza, pero nunca se rompe. Los lazos queridos por el destino son indestructibles”.
“¡Lo que está destinado a ti siempre encontrará la manera de llegar a ti!” el mirlo Javier miró fijamente el brillo de Vega sobre sus cabezas. “¡El amor no conoce restricciones!” siguiò la alondra Ipazia.

“Tu pata roja, Sestante, es tu sangre. ¡Y no puedes cambiar!” sopló la loba “¡Y lo amo como es!” grito “¿Sientes cómo mi corazón derrota rápido?” suspirò “¡Mi amor!”.
“Fersina, el color de tu voz cuando pronuncias, susurras, calientas (ya veces incluso gritas) mi nombre, ¡pinta mis días de Alegría!” gritó el lobo “¡El precioso bordado de tus silencios: es l’amor!” dijo, sin bajar la mirada.

“L’amor es todo. Es alguien con quien correr (incluso con una pata roja). ¡Cofre!” vibraba el ciervo Ascanio “¡En la buena suerte como en la mala suerte, en la salud y en la enfermedad!”
Sestante cantaba aún más fuerte, hacia el cielo: melodía de amor de incomparable belleza. “Sueño/se abre de rocìo/una rosa” corazón en el corazón de sus Fersina, radiantes.

Traducción del Cuento al español por Fabio Pierri

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

fabulinis ringrazia Monica Fiorentino per aver condiviso con tutti noi questo bel racconto pieno d’amore in italiano e spagnolo.


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Una paura da lupo

Una paura da lupo


Ruggine l’astronave e il pianeta terra 🚀


C’è una cosa meravigliosa che fa sorridere tutti i bambini, e L’astronave Ruggine lo scoprirà!

Ma è proprio vero che sulla terra ci sono solo guerre? L’astronave Ruggine non ne è proprio del tutto convinta, si ricorda che c’era anche qualcosa’altro di molto bello su quel lontano pianeta… scopriamolo insieme!

Ruggine l’astronave e il pianeta terra 🚀


Da dove vengono le astronavi?
In un posto sopra le nuvole e oltre il cielo…c’è il pianeta delle astronavi: ci vivono quelle più coraggiose di tutte le galassie che vanno a visitare pianeti conosciuti e a scoprire quelli nuovi.

Ogni sera, l’astronave più saggia di tutte, la numero 001 chiede: “chi è che stasera va sulla terra?”
Le astronavi tutte in coro, senza pensarci gridano: “Sulla terra c’è la guerra!”
Nessuna vuole mai andarci.
Finché una notte..

“Aspettate! Vado io sulla terra!”
“Ma chi è che parla?” si chiedono tutti…
Viene avanti un’astronave tutta ammaccata e arrugginita…
Ma è Ruggine! l’astronave più anziana che c’è.

“Ci sono stata tanti anni fa. Sono sicura che non ci sia solo la guerra c’è un’altra cosa…solo che non mi ricordo cosa sia.”
Le astronavi si guardano tra loro un po’ sollevate ed un pò in pensiero, così si riuniscono nel cerchio galattico per parlarne. Dopo un po’ di tempo annunciano il verdetto: “Bene Ruggine, andrai tu sulla terra”!

1..
2..
3..
Ruggine parte e durante il viaggio, dopo due tempeste di asteroidi, perde un’antenna.
Infine, riesce ad arrivare sul pianeta che non piace a nessuno. Diventa invisibile ed inizia a visitare la terra in lungo e in largo.
In molti paesi Ruggine trova la guerra e dove non c’è, i terrestri non vanno molto d’accordo.

“Forse questo pianeta ha perso la cosa bella che aveva” – pensa tra se’- si ricorda allora degli esseri più antichi che vivono sulla terra e decide di andare a trovarli.
Gli alberi.

Arriva nel bosco più grande del pianeta e sceglie di rendersi visibile per poter dialogare con loro.
“Cari amici boscosi io sono ruggine un’astronave che viene dal pianeta delle navicelle esploratrici, sono qui perchè voglio sapere quale è la cosa più bella che c’è… potete aiutarmi?”
Un vento forte fa oscillare i rami degli alberi…

“Ma certo che ti aiutiamo strano oggetto che viene dal cielo! La cosa più bella che c’è su questo pianeta è la luce del sole che ci nutre e ci riscalda!” Risponde una acero alto e robusto.
Proprio in quel momento sta ronzando incuriosita un‘ape, che ha sentito tutto quanto…“No non è vero! Vieni con me strano essere volante…ti porto dalle mie amiche.”



Allora Ruggine va insieme all’ape in un prato pieno di fiori dove vivono migliaia di api.
“Care amiche api, sono Ruggine una navicella che viene da lontano, sono qui per sapere cos’ha di bello il vostro pianeta?”
Tutte le api regine si riuniscono in un cerchio di polline: “Cara Ruggine, sicuramente la cosa più bella e buona che ci sia… e’ il miele, così dolce e profumato!”

In quel momento, un cane tutto nero con lo sguardo giocherellone che sta inseguendo una farfalla, nel sentire le parole delle api si ferma. “Ma no, che state dicendo… la cosa più bella sono i grattini dietro le orecchie! Quelli che mi fa sempre la mia Umana!”
Allora Ruggine incuriosita, segue il cane per andare a conoscere i grattini dietro le orecchie. Cosa saranno?

Poco lontano ad est, su di una collina, vede un piccolo essere umano femmina che fa le capriole avanti e indietro.
Il cane tutto nero va dalla sua padrona e si fa fare le coccole: soprattutto i grattini dietro le orecchie.
Ruggine che ha visto tutto da lontano, si avvicina cercando di non spaventare la bambina ma è pur sempre un’astronave e i suoi motori a propulsione fanno rumore.

La bambina ha un po’ paura, fa due passi indietro, ma il cane nero la spinge con il muso verso lo strano aggeggio, così prendendo coraggio, tuttodiunfiato la piccola umana si presenta: “Ciao io mi chiamo Sonia sono una bambina, chi sei tu? Che cosa ci fai qui?”

“Ruggine” io mi chiamo ruggine… sono tanto contenta di conoscerti. Sono una navicella esploratrice, vengo dallo spazio lontano e vivo in un pianeta pieno di astronavi come me… sono venuta qui per dimostrare alle altre amiche mie, che qui sulla terra non c’è solo la guerra, c’è una cosa davvero bella ma non mi ricordo cosa è, mi puoi aiutare?”

“Le pernacchie sulla pancia!” -urla Sonia-
“La mia mamma, il mio papà e la mia nonna mi fanno sempre le pernacchie sulla pancia e se sono triste, inizio a ridere e mi torna il buon umore!”

Da quel giorno le due creature così diverse si incontrano sulla collina tutti i giorni e diventano grandi amiche finchè un giorno Ruggine decide di tornare sul suo pianeta. La sua missione è compiuta.
Ruggine parte perdendo un po’ di olio galattico che tradotto in termini spaziali significa che sta piangendo.
Arrivata sul suo pianeta inizia a raccontare alle compagne la sua avventura.

Le astronavi ascoltano con molta attenzione ma alla fine non sembrano averci capito molto e così 001 rompe il silenzio: “quindi perchè dovremmo andare sulla terra?”
Ruggine sorride nel modo in cui lo fanno le astronavi, poi sussurra in segreto alle amiche stelle di mettersi in cielo per formare una parola…

Tutte leggono la parola:
A-M-O-R-E.
“In effetti… non ci sarebbero le pernacchie, i grattini, il miele e neppure gli alberi senza quella parola lì”. Dice 001 sapendo che da quel giorno molte di loro si sarebbero offerte per andare sul pianeta dove esiste la cosa più bella e rara che c’è.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

fabulinis ringrazia Valeria Maraldi per aver condiviso con tutti noi questo bel racconto.



La Sirenetta 🧜‍♀️🌊

Ariel la sirenetta, per realizzare il proprio sogno è disposta a rischiare il tutto per tutto…

La Sirenetta è la fiaba del “cambiamento” per raggiungere i propri desideri, una sorta di crescita interiore, dove bisogna prima perdere qualcosa di molto importante prima di a provare ad inseguire i propri sogni.

E’ forse la fiaba più conosciuta scritta da Hans Christian Andersen, e in essa sono contenute tutte le emozioni che il grande scrittore ha saputo regalarci con i suoi racconti.

⚠️ ATTENZIONE!
Questa è la versione rielaborata da fabulinis, NON c’entra quasi nulla col famoso film della Disney, ma ricalca abbastanza fedelmente la versione originale di Andersen, discostandosene solo per il finale.

🎨🖌️ Disegno da colorare! 🎨🖌️

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare della Sirenetta!

🧸🔈 Vuoi Ascoltare l’audiofiaba della Sirenetta?

Ascolta l’audiofiaba completa nella pagina delle Audiofiabe! 👈

 

La Sirenetta 🧜‍♀️ fiaba completa


Indice dei capitoli

  1. Prima parte.
  2. Seconda parte.
  3. Terza parte.

 

La Sirenetta – Prima parte.


C’era una volta, in fondo al mare, un regno magico governato dal Re del Mare.

Il Re del Mare era rimasto vedovo, e a curare le sue sei figlie sirene c’era l’anziana nonna, che non faceva mancare loro nulla e le riempiva di amore e attenzioni.

La più piccola delle principesse sirene, Ariel, era anche la più bella di tutte e, oltre alla bellezza, aveva ricevuto in dono anche una voce capace di incantare chiunque la ascoltasse.

Ariel e le sue sorelle giocavano tutto il giorno sul fondo del mare e nei giardini del Castello, pieni di fiori e piante acquatiche, mentre la sera amavano ascoltare le storie degli uomini che vivevano in superficie e solcavano i mari, raccontate dalla loro cara nonna.

Ad Ariel queste storie piacevano molto, e la facevano sognare ad occhi aperti, immaginandosi avventure incredibili ed emozionanti.
Così non smetteva mai di chiedere sempre maggiori particolari all’anziana nonna, che alla fine ripeteva sempre a lei e le sue sorelle:
– Alla vostra maggiore età, potrete nuotare fino alla superficie, e vedere con i vostri occhi il mondo degli esseri umani.
Ariel non vedeva l’ora, ma era la più piccolina tra le sorelle e avrebbe dovuto aspettare a lungo…

Finalmente la più grande delle sorelle giunse alla maggiore età, e con enorme emozione intraprese il suo viaggio verso la superficie. Quando tornò aveva mille cose da raccontare, ma la cosa più bella di tutte era l’esser stata sdraiata al chiaro di luna su una spiaggetta riparata, guardando in lontananza la città piena di luci e rumori degli uomini.

Ariel l’ascoltava rapita, e ne avrebbe voluto sapere sempre di più, ma per ora doveva accontentarsi della sua immaginazione…
L’anno successivo fu il turno della seconda sorella, che al ritorno dal suo viaggio in superficie raccontò del tramonto infuocato e del cielo color oro che le aveva incantato gli occhi.

E poi toccò alla terza sorella, che più coraggiosa di tutte volle risalire il fiume per vedere palazzi, castelli, campi coltivati e vigneti immersi in uno splendido bosco dove cantavano gli uccellini.

La quarta sorella invece non era tanto coraggiosa, e quando toccò a lei risalire in superficie, era rimasta in alto mare a vedere le navi che passavano lontane e a giocare insieme ai delfini.

E l’anno dopo ancora toccò alla quinta sorella, era inverno e quando arrivò in superficie incontrò dei grandi blocchi di ghiaccio, grandi come isole, su cui si poteva passare il tempo ad ammirare i maestosi cieli grigio azzurri invernali.

Mancava solo Ariel, che la sera guardava con un velo di tristezza le sorelle prendersi per mano e nuotare lentamente verso la superficie.

Finalmente arrivò il grande momento anche per Ariel e il giorno della sua maggiore età abbracciò forte le sue sorelle, la nonna e il padre prima di nuotare leggiadra verso la superficie.

Quando uscì dall’acqua il sole stava tramontando e in lontananza c’era una grande nave piena di marinai che andavano e venivano. Decise di andare a guardare più da vicino.

Sul ponte della nave i marinai vociavano e cantavano, mentre attraverso i finestrini della nave si vedevano molte persone vestite elegantemente. Si stavano tutti preparando alla grande festa per il compleanno del Principe che si sarebbe tenuta quella sera stessa.

Non appena fu buio iniziarono i balli e poi, finalmente, il Principe uscì sul ponte. In quel momento furono sparati dei razzi che fecero mille fuochi colorati nel cielo. Ariel non aveva mai visto una cosa simile.

Com’era bello il giovane Principe! Stringeva la mano di tutti i suoi amici, e sorrideva mentre la musica suonava nella notte incantevole. Ariel lo guardava mentre il suo cuore batteva sempre più forte.

Ad un tratto però il vento iniziò a soffiare forte, nere nubi cariche di lampi e fulmini si stavano avvicinando velocemente. Tra non molto sarebbe arrivata una tempesta.

I marinai ammainarono in fretta le vele mentre il mare si ingrossava e le onde si facevano sempre più alte e forti. La nave gemeva e scricchiolava. L’albero maestro si spezzò sotto il forte vento e la nave iniziò velocemente ad imbarcare acqua; in pochi minuti era praticamente già affondata.

Ariel capì che tutto l’equipaggio era in pericolo, anche il giovane Principe!
Iniziò a nuotare cercando di evitare i pericolosi rottami che avrebbero potuto ferirla. Si tuffava giù sotto l’acqua, poi ricompariva in superficie guardandosi velocemente intorno, e poi ancora giù finché non trovò il suo Principe.

Lo prese che era già svenuto e lo portò il più rapidamente possibile fino a riva, dove lo depose sulla sabbia in attesa che rinvenisse e passasse la tempesta. Mentre Ariel lo vegliava e gli carezzava la testa arrivò prima l’alba e poi il giorno.

Non molto distante dalla spiaggia c’era una costruzione che ad Ariel sembrò un luogo di culto, da lì stava pian piano arrivando camminando in silenzio una ragazza col volto coperto da un cappuccio. Ariel che era una sirena, non poteva farsi vedere da lei e, a malincuore, dovette abbandonare il suo Principe.

Gli diede un bacio sulla fronte prima di tuffarsi nell’acqua del mare e nascondersi dietro ad uno scoglio per osservare cosa sarebbe accaduto.

Non appena la ragazza vide il Principe svenuto a terra, gridò e corse in suo soccorso, gli sollevò la testa tra le braccia e lo scosse leggermente. Poco dopo il Principe si risvegliò, Ariel notò che dopo un attimo di smarrimento, sul suo volto si dipinse un sorriso e probabilmente stava ringraziando profondamente la ragazza col cappuccio per averlo salvato da morte certa.

Se solo il Principe avesse saputo chi davvero era stata a salvarlo!

Ariel guardò tra le lacrime il suo Principe allontanarsi camminando aiutato dalla ragazza col cappuccio, e solo quando furono ormai troppo lontani dalla sua vista si rituffò nel mare, dove le sue lacrime non si sarebbero più potute vedere…


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La Sirenetta. Ediz. a colori

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La Sirenetta – Seconda parte.


Ritornata al castello di suo padre il Re del Mare, le sorelle le domandarono che cosa avesse visto la prima volta ch’era salita in superficie, ma Ariel si fece taciturna e non volle raccontare nulla.

Tutti i giorni ritornava nel luogo dove aveva visto il Principe per l’ultima volta, sperando di reincontrarlo, ma il tempo e le stagioni passavano e non c’era nessuna traccia del Principe. Tornava sempre sconsolata nella sua stanza del castello.

Alla fine non riuscì più a trattenere tutto il dolore che portava dentro e raccontò tutto alle sue sorelle. Una di loro, dopo aver ascoltato tutto, la prese per mano ed esclamò:
– Io conosco il Principe di cui parli, e so anche dove abita! Vieni sorellina mia!

Nuotarono insieme fino al palazzo del Principe, guardarono dentro gli enormi finestroni dell’edificio a strapiombo sul mare, e dopo alcuni tentativi di ricerca lo trovarono.
– Il mio Principe! – esclamò entusiasta Ariel nel rivederlo.

Da quel momento Ariel tornò ogni giorno e ogni notte al palazzo per poterlo vedere mentre passeggiava, parlava con altri nobili o prendeva la sua barca e salpava per il mare, dove lei, a debita distanza lo seguiva.

Ormai non riusciva più a vivere senza il suo Principe, “sono ormai pronta a tutto pur di conquistare il suo amore, questa sera, senza farmi vedere andrò dalla Strega del Mare e le chiederò di aiutarmi”

E così, di nascosto, nuotò fino ai confini del regno di suo padre, dove le acque erano gelide e scure, e dove i mostri marini erano spaventosi. Arrivare fino alla casa della Strega del Mare non fu facile, molti di quei mostri cercarono di ghermirla con i loro tentacoli, ma Ariel fu molto agile e veloce nello schivarli, finché non fu davanti alla soglia della casa della Strega del Mare.

Non servì bussare, la porta si aprì da sola come per magia, la Strega sapeva già del suo arrivo e la stava aspettando…
– E così la mia bella principessina Ariel vuole conquistare il cuore del Principe Eric… Lo sai che è stupido quello che stai facendo, vero?

Ariel annuì incerta, il cuore le batteva forte, ma ora sapeva addirittura come si chiamava il suo Principe!

– Bene ti accontenterò – la Strega la guardò dritta negli occhi – ti darò una pozione che trasformerà la tua coda di pesce in due gambe umane, ma ricordati che ti farà male, molto male… ti sembrerà di camminare sopra i vetri taglienti e infilzata dai pugnali ad ogni passo, anche se sarai la creatura più leggiadra ed elegante che ogni essere umano potrà mai incontrare… – sulla bocca della Strega si dipinse un ghigno malefico, poi continuò:
– Ma fai attenzione! – esclamò la Strega socchiudendo gli occhi – se il Principe si innamorerà e sposerà un’altra donna, tu il giorno seguente ti tramuterai in schiuma di mare… la vuoi ancora questa pozione?!

– Sì, dammela! Qualunque cosa pur di stare accanto al mio Principe! – disse Ariel tremando.
La strega del Mare rise sonoramente.
– Bene! Questa pozione però ha un prezzo… In cambio dovrai darmi la tua voce!

Ariel la guardò esitante.
– Ma se mi togli la voce melodiosa, come farò a far innamorare il Principe di me?
– Ti basterà la bellezza… – sorrise beffarda la Strega – allora, accetti?
Ariel fece cenno di sì con la testa, poi abbassò lo sguardo in attesa della sua sorte.

La Strega del Mare le mise in mano la pozione, e con un sortilegio prese la sua voce e la rinchiuse dentro ad un diadema che sistemò in bella mostra al proprio collo.
– Ora va’, sdraiati su una spiaggia, bevi la pozione e attendi…

Ariel con la pozione stretta tra le mani fuggì via mentre la Strega emetteva una grossa e sinistra risata. Passò davanti al castello di suo padre, dove c’erano anche le sue sorelle e la nonna, ma non ebbe il coraggio di andarli a salutare, ora che era diventata muta.

Così risalì in superficie, si adagiò sulla stessa spiaggetta riparata dove aveva lasciato il suo Principe subito dopo il naufragio e bevve la pozione. Mentre la beveva, la gola le bruciava come il fuoco, poi le sembrò che una spada affilata le trapassasse il corpo, e per il dolore svenne.



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La Sirenetta – Terza parte.


Quando riaprì gli occhi c’era qualcuno accanto a lei, il forte sole del mattino però le impediva di vedere bene il volto di questa persona, finché gli occhi si abituarono alla luce e vide che era proprio il Principe Eric che la stava sorreggendo!
– Finalmente si è riavuta mia fanciulla! Come sta? – chiese il Principe.

Ariel non poteva rispondergli, ma i suoi occhi si illuminarono di felicità, non avrebbe mai potuto immaginare una fortuna simile. Come venne a sapere solo tempo dopo, il Principe Eric ogni mattina si recava su quella spiaggia in cerca della fanciulla che lo aveva salvato dal naufragio, sperando di poterla reincontrare.
– Vieni, ti porto al Palazzo, lì potrai rimetterti in sesto – disse Eric guardandola in viso. Non aveva mai visto in vita sua una fanciulla più bella di Ariel.

Ariel era raggiante, prese la mano del Principe e solo allora si accorse di avere due gambe umane al posto della coda di pesce. Ma non appena si alzò in piedi il dolore fu lancinante, ed ogni passo che faceva le sembrava di camminare su lame acuminate, ma la felicità di essere accanto al suo Principe non le fece perdere il sorriso, nonostante il dolore.

Al Palazzo Ariel fu vestita con le più preziose vesti di seta e fu accompagnata a servire assieme alle ragazze che intrattenevano le giornate del Principe cantando. Ma lei non poteva cantare.

Ariel a quel punto prese coraggio, e sfidando il dolore, si mise a ballare. Ballò incantando tutte le persone presenti che rimasero sbalorditi ed affascinati da tanta leggiadria nella danza.

Il Principe Eric si alzò in piedi entusiasta ed applaudì sonoramente, e così fecero tutti gli altri.
– Voglio che quella ragazza diventi la mia unica damigella – esclamò Eric, e così fu che Ariel iniziò ad accompagnarlo in qualunque cosa lui facesse: viaggi in nave, battute di caccia e grandi banchetti.

Ariel era al settimo cielo, stare accanto al suo Principe era ciò che aveva sempre desiderato. Però le mancavano le sue sorelle, suo padre e la cara nonna… così la sera andava a sedersi sulla scalinata di marmo che dava sul mare e pensava a loro.

Una notte le sue sorelle le vennero a fare visita, cantavano tristemente quanto mancava loro la piccola e dolce Ariel. Lei piangeva di dolore nel vederle così affrante, ma ormai non poteva tornare più indietro e con la tristezza nel cuore le salutò.

Intanto il Principe Eric iniziava ad affezionarsi a lei ogni giorno di più, ma solo come amica. Purtroppo non aveva per Ariel alcuna intenzione di matrimonio.

“Non mi vuoi bene più che a tutte le altre” sembravano dire gli occhi di Ariel quando guardava il Principe, ma lui intuendo i suoi pensieri le rispondeva:
– Sì, nessuna mi è cara più di te, perché tu hai un buon cuore e sei la più dolce fra tutte, ma soprattutto somigli alla fanciulla che mi salvò tempo fa da una tempesta in mare e da naufragio sicuro… quella ragazza mi salvò la vita, ma da quel giorno non l’ho più potuta vedere perché consacrata al Tempio. Penso di poter amare soltanto lei, eppure tu le somigli tanto…

“Se solo sapessi che sono stata io a salvarti la vita e non la ragazza del tempio, che ti ha solo trovato sulla spiaggia dove io ti ho dolcemente deposto…” pensava col cuore pieno di dolore Ariel, “ma se la fanciulla è consacrata al Tempio, non potrà mai sposarsi col mio amato Principe” concludeva lei.

Invece, il destino beffardo volle proprio che questa fanciulla consacrata al Tempio, fosse in realtà la figlia del Re del vicino regno confinante, e visto che il Principe Eric era in età da matrimonio, gli fu fatta la proposta di sposarla.

Prima di accettare Eric volle vedere in viso questa fanciulla perché, piuttosto che sposare una ragazza qualunque, avrebbe sposato la sua cara damigella Ariel, e partì con la nave alla volta del vicino regno portando Ariel con sé.

La sorpresa di Eric nel vedere che la sua promessa sposa era la stessa ragazza che lo aveva trovato inerme sulla spiaggia fu enorme. Come fu enorme lo sconforto e il terrore che invasero Ariel non appena capì che il suo amato Principe si era innamorato all’istante di un’altra ragazza…

Eric prese la mano della Principessa sua promessa sposa e le disse:
– Tu sei l’angelo che mi ha salvato tempo fa da morte certa, le mie preghiere di rivederti sono finalmente state esaudite! Vuoi sposarmi!?

La Principessa, tutta rossa in viso annuì, e da quel momento fu un tripudio di festeggiamenti e grandi danze per l’imminente matrimonio.

Si preparò una grande nave dove celebrare il matrimonio, furono invitati tutti i nobili dei due regni e i migliori musici, poi salparono per il mare. Il banchetto di matrimonio fu meraviglioso e gli sposi si giurarono eterno amore.

Ariel li guardava appartata, triste, sconsolata, pensando che il giorno seguente all’alba sarebbe diventata spuma di mare. Non era riuscita a far innamorare di sé il suo amato Principe.

Diventò notte, ma i fuochi d’artificio illuminavano tutto a giorno. Ariel guardava il mare, poi tra le onde intravide qualcosa.
Erano le sue sorelle suo padre e la nonna che stavano cercando di richiamare la sua attenzione.

– Ariel! Siamo le tue sorelle! Abbiamo offerto i nostri lunghi e splendidi capelli alla Strega del Mare per salvarti la vita! Prendi questa pozione, ti farà ricrescere la coda di pesce e potrai tornare a nuotare insieme a tutti noi! – le urlò la maggiore delle sue sorelle dalle onde del mare. Anche suo padre e sua nonna con gli occhi la imploravano di tornare.

Ariel si sporse dalla nave e afferrò al volo la pozione lanciatale dalla sorella. Guardò l’ampolla piena di liquido scuro, poi guardò il suo Principe Eric, felice e gioioso accanto alla sua novella sposa.

“E’ giusto così, che voi possiate essere felici, io ho solo cercato di forzare il destino mio e di Eric… Addio mio caro Principe, addio…”.

Ariel bevve la pozione e non appena sentì il fuoco dentro di sé si buttò in mare, dove la accolsero a braccia aperte le sue sorelle che l’abbracciarono e la presero per mano per accompagnarla al Castello del mare dove avrebbero di nuovo potuto vivere tutte assieme, e forse, essere felici.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️
© Copyright dei Testi: Silvia e William – fabulinis.com


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Curiosità sulla Sirenetta

● “La Sirenetta” è probabilmente il racconto più autobiografico scritto da Hans Christian Andersen, dove il tema della “diversità” è molto sentito. Dovete sapere che Andersen era omosessuale, e vivendo nella Danimarca del 1800, gli era completamente precluso di poter liberamente amare un altro uomo, cosa che lo rendeva particolarmente infelice.

● “La Sirenetta” è stata il film che a fine anni ’90 ha rilanciato la Disney che, dopo una serie di incredibili flop, era in grande crisi.

● Nel racconto originale di Andersen, nessuno dei personaggi ha un nome proprio, quelli usati nella nostra fiaba sono stati presi in “prestito” dalla versione realizzata dalla Disney, diventata ormai un classico dell’animazione.

● In Danimarca Andersen e il suo racconto “la Sirenetta” sono talmente famosi che all’ingresso del porto di Copenaghen, è stata realizzata una statua in onore della protagonista della fiaba


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La sirenetta. Scorri le fiabe.

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La vita Ateniese


Come vivevano i bimbi nell’antica Grecia?

Beatrice di 10 anni ci descrive la vita di Iris, una bambina ateniese della Grecia antica.

La vita Ateniese


Ciao a tutti, il mio nome è Iris e come avrete già capito dal titolo, sono una bambina Ateniese.

Vivo ad Atene con mia madre, che mentre cucina squisite pietanze come zuppe di orzo, legumi e olio, ci sforna anche buonissime focacce aromatizzate con miele e sesamo e beve del vino con mio papà, poi bada a me e a mia sorella Eleni, la quale adora cucire e filare stoffe di tutti i tipi e aiutare la serva Agape (che è la sua migliore amica) a modellare i vasi con l’argilla e decorarli con ricamini di vita quotidiana fatti da loro.

Nella nostra città, i bambini vengono accolti dal padre a cinque giorni dalla nascita.

Mio padre di mestiere fa l’“amanuense”, cioè colui che trascrive testi o documenti di autori, copiando i manoscritti a servizio di privati o per la vendita al pubblico (prima dell’invenzione e diffusione della stampa era l’unico modo per pubblicarli). Il suo maestro privato, quand’era piccolo, gli insegnò a leggere e scrivere e da allora gli è sempre piaciuta molto sia la letteratura che la filosofia.

Ma ora parliamo un po’ di me. La mia passione l’ho ereditata da mio nonno, al quale piaceva molto navigare per i mari. Io vado a pesca con una barca che mio padre ha costruito per il mio compleanno, avvenuto pochi giorni fa. La mia barca viene chiamata “Galea o Galera”, una nave da commercio che sicuramente mi sarà molto utile quando dovrò andare nell’Agorà delle varie città, a vendere i vasi che Agape ed Eleni hanno preparato.

Dimenticavo! Se non lo sapete, l’Agorà è la piazza principale di ogni poleis (città indipendente) della Grecia, un vero centro di commercio dove si discute anche dei problemi della poleis e si trova a nord-ovest dell’Acropoli, ovvero la parte più alta della città.
Io non vado a scuola, le femmine non possono, però siamo comunque in grado di imparare a leggere e scrivere in casa, nostro padre può insegnarci, in più impariamo anche a filare, tessere, cucire, cucinare e pulire la casa.



Noi bambini e bambine Ateniesi, ci divertiamo a giocare con giocattoli che costruiamo (ad esempio bambole in legno, trottole, cavalli in terracotta, yo-yo o barchette di legno) o giochi che inventiamo, tra cui:

• l’AKINE TINDA, un gioco dove occorre stare immobili sopportando le spinte degli avversari, e resistendo senza muoversi
• il GIROTONDO, un gioco dove cantiamo delle canzoni e ci teniamo tutti per mano e alla fine delle cantate ci buttiamo tutti a terra
• il COCCIO, noi bambini ci separiamo in due gruppi, divisi da una linea tracciata sul terreno: una squadra si posiziona dalla parte dove sorge il Sole e l’altra dalla parte opposta. Uno di noi lancia una conchiglia o un coccio tinto di nero da una parte e di bianco dall’altra, gridando: “Giorno o notte”. Se la conchiglia cade dalla parte bianca, l’altra squadra insegue gli avversari che devono cercare di non farsi prendere. Chi viene preso, è deriso dai suoi compagni.
• PARI O DISPARI, si nascondono nella mano un certo numero di noci, sassi o mandorle ed il compagno deve indovinare se il numero è pari o dispari.

Come tante popolazioni, anche noi Ateniesi abbiamo molte danze, che balliamo in situazioni particolari, sono tutte in onore del dio Apollo, del Sole, della giovinezza, della bellezza e dell’arte. Tra le più famose troviamo: l’Emmèleia, danza usata nella tragedia, il Peana, danza magica eseguita dal coro, e infine la danza Ipochermatica, un abbinamento perfetto per la vivacità del ritmo.

La nostra scala sociale è divisa in tre categorie:

• gli Eupàtridi sono i nobili di nascita ed infatti il termine significa uomini ben nati. Essi sono grossi proprietari terrieri.
• i Geòmori sono i piccoli proprietari terrieri ed i lavoratori della terra.
• i Demiurgi sono piccoli artigiani e operai

I Geòmori e i Demiurgi sono esclusi da ogni carica pubblica, però fanno parte dell’Ecclesia, cioè una riunione di aristocratici politici.

Le abitazioni private dei Greci sono semplici, senza decorazioni. Normalmente hanno un solo piano o al massimo due, nel caso delle abitazioni delle famiglie più ricche. Al loro interno le case hanno un cortile, su cui si affacciano tutte le stanze. Nella casa, ci sono tante stanze, tra cui quella degli uomini, e quella delle donne, chiamata gineceo. Nelle case dei ricchi o degli aristocratici, il gineceo si trova al piano superiore e lì le donne tessono, filano.

I letti con i materassi si trovavano solo nelle case dei ricchi; le persone comuni dormono per terra, su sacchi riempiti di foglie secche o paglia. Per riscaldarsi c’è un braciere, mentre l’illuminazione è costituita da torce. Le nostre abitazioni sono fatte di mattoni.

Penso di avervi raccontato abbastanza cose su di me e credo che vi siate fatti un’idea di chi siamo io, la mia famiglia, noi Ateniesi e di come sia il posto in cui abito, ora però devo andare a letto e la mia giornata finisce qui…

Un’ultima cosa, io vivo in una famiglia di benestanti, quindi come sarà il mio letto?
Se siete stati attenti al mio racconto, lo avrete già capito, buona notte.

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Beatrice Bonizzoni di 10 anni per aver condiviso con tutti noi questo racconto ambientato ad Atene nella Grecia antica.
Beatrice ha anche un canale youtube in cui racconta le sue storie.


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Miti Greci per Bambini

Miti Greci per Bambini


Tala e la festa della primavera alla Tschalvrina 🧚‍♀️


Ritornare nelle terre natali è sempre una festa!

La primavera sta arrivando e Tala ha nostalgia dei Boschi della Tschalvrina dove si sta preparando una grande festa.

Tala e la festa della primavera alla Tschalvrina


Fra poco arriverà la Primavera e Tala è impaziente di tornare nei Boschi della Tschalvrina e incontrare tutti i suoi Amici.
Una sera, mentre contemplava la Luna e le confidava la sua profonda nostalgia per il Bosco della Tschalvrina e dei suoi Abitanti, la Fanciulla vide al bagliore argentato della Luna la sagoma della sua fedele amica Lupa Naira.

Piena di gioia aprì la finestra e balzo` sulla sua schiena e, senza indugio, si lasciò trasportare verso le sue amate Montagne.
Nel frattempo la Luna aveva incaricato le sue fidate Fatine, Alleni e Aponia, di provvedere ai preparativi per una grande festa di benvenuto alla Primavera nei boschi della Tschalvrina.

Le due Fatine chiamarono a raccolta tutte le Tschalvrine, le creature del Bosco, e tutti gli Abitanti dei dintorni.
Giunsero alla dimora delle Tschalvrina il Saggio del Bettaforca, il Pastore Manuel, il Custode del villaggio dell’Alpenzug e tutti gli Abitanti della valle, portando doni di ogni genere: il latte delle caprette, le uova, squisite marmellate, biscotti, frutti dai colori intensi e dal profumo inebriante.

Mentre tutti si davano un gran da fare, il Signore delle Montagne richiamò tutti i Lupi e li invitò a radunarsi nei dintorni della Tschalvrina e di accogliere Tala con un meraviglioso coro di benvenuto.

Intanto anche gli Abitanti dei Boschi della Tschalvrina stavano preparando una sorpresa per la Fanciulla. Infatti ad attenderla non vi erano solo i suoi Amici, ma anche i suoi compagni di giochi a quattro zampe, la meravigliosa Tschalvrina’s Band.

Essa è composta dalla Bassottina Sati, dall’Asinello Pinfi, da Duke e da Lella, due vivaci e affettuosi cani dal pelo nero come la pece.
Tutto era ormai pronto e tutti erano ansiosi di rivedere Tala dopo lungo tempo.

Quando cominciò ad albeggiare, Naira e Tala giunsero al cospetto del Signore delle Montagne, che con grande gioia si illumino` di una luce radiosa e manifestò loro la sua benevolenza e la sua gioia.


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Il grande libro del bosco

Il grande libro del bosco



Tala lo ringraziò e insieme a Naira si avviarono verso la Tschalvrina, ove già a distanza si udiva l’ululato melodioso dei suoi amati Lupi e le voci di tutti i suoi amici: le Tschalvrine, la Fata Nuna, le Fatine e tutti gli abitanti.

Alla Tschalvrina era tornata la gioia: tutti ridevano, cantavano, danzavano e si cibavano con tutte le delizie a loro disposizione. Anche i Lupi furono premiati con del buon cibo.

Per concludere i festeggiamenti, la Tschalvrina’s Band allieto` tutti i presenti con un’esibizione canora memorabile, ma allo stesso tempo alquanto inconsueta e molto divertente.

Fra i “ bau, bau” di Duke e Lella e il ragliare ritmato di Pinfi, la Bassottina Sati diede il suo meglio improvvisando una danza sfrenata, intervallata da balzi e scodinzolii velocissimi.

Le sue orecchie accompagnavano le sue acrobazie e più lei si lanciava in evoluzioni straordinarie, più incoraggiava a unirsi ai suoi giochi anche Duke e Lella. Invece l’Asinello Pinfi preferì soddisfare il suo appettito e cercarsi un angolo tranquillo, dove gustare tutto quelle delizie cosi invitanti.

Tala era felicissima di essere tornata fra le sue Montagne e fra i suoi Amici e, ascoltando il suo cuore volse lo sguardo verso il Signore delle Montagne e si accorse, che Lui e la Luna la stavano osservando con dolcezza. Lei si sentì il cuore pieno di gioia e di pace, ma soprattutto rassicurata, perché era sotto la loro protezione.

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Klara Greschen per aver condiviso con tutti noi questo bel racconto di fate, boschi e magia delle montagne.


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Enciclopedia delle fate

Enciclopedia delle fate

Filastrocche sulla Natura 🌱

Le filastrocche che parlano della natura

Queste filastrocche per bambini sono scritte pensando alla natura e all’ambiente, ma non solo, esplorano anche le emozioni e le stagioni della vita, sempre piene di sogni e speranze.

Lulù ha condiviso noi queste stupende filastrocche, per darci un sorriso e anche qualche momento di riflessione.

Il potere dell’acqua 💦

Ci son due bambine sedute su un masso,
guardano il fiume che fa un gran fracasso,
seguon con gli occhi le onde sull’acqua,
le può bagnare e avrebbero un’esultanza.

L’acqua è proprio un bene prezioso,
ogni bambino la guarda gioioso,
che sia di un fiume oppure del mare,
ci porta gioia, non si può negare.

Le onde del mare sulla battigia,
una barca al largo in una giornata grigia,
una boa lontano per non affogare,
molte conchiglie si posson trovare.

Il fiume invece ti porta lontano,
le onde scorrono ma non vanno piano,
i sassi rotolano e fanno rumore,
un pesce salta e ti viene il batticuore.

Di altra acqua si può ancora citare,
ma è un’altra storia da raccontare,
per oggi del fiume e anche del mare,
abbiamo parlato e può bastare.

L’albero nel bosco 🌲

C’era un albero in fondo a un bosco,
non era bello, lo riconosco,
una volta aveva una grande famiglia,
sorelle e fratelli, una meraviglia.

Lui era stato sempre gracilino,
tutto il tronco macchiato, poverino,
tutti i suoi aghi cadevano giù,
quindi era spoglio con il capo all’ingiù.

I suoi fratelli eran stati tagliati
nel freddo inverno e poi portati,
chi in una casa, chi in un grande giardino,
chi in un terrazzo o un balconcino.

E lui da solo era rimasto
nel freddo bosco, con un tempaccio,
no, non poteva stare così,
che senso aveva ancora star lì?

Ma venne il caldo e il suo cuoricino
cominciò a battere quando un bambino,
venuto nel bosco, con molta fatica,
si appoggiò al suo tronco con esili dita.

Guardò il bambino e le sue gambette,
erano esili, non eran perfette
e lui capì perché era ancora lì,
per fare da appoggio a lui ogni dì.

La vita nel laghetto 🌅

Nel mio giardino
c’è un laghetto,
non è tanto grande
ma è perfetto.

Ci sono rane
e anche girini
ed è la gioia
di tutti i bambini.

Se guardi dentro
ci sono tante foglie
con sopra le rane
e l’acqua le accoglie.

Si tuffano sempre,
è un trampolino
e il loro ‘splash’
fa sussultare il bambino.

I fiori nell’acqua
sono ondeggiati
basta un poco di vento
per vederli spostati.

Non hanno una sede,
non sono ancorati,
si mischian tra loro
son molto fortunati.

E se la sera
ti fermi a guardare
è tutto più calmo
e ti ci puoi specchiare.

Sol le libellule
librano sopra,
dai colori brillanti,
verde, blu o rosa.

I semi delle virtù 🌱

Sono piccina ma tanto carina,
forse il visino ho da furbina,
ma sono brava con gli altri bambini,
so farmi amare per averli vicini.
Ogni mattino vado a vangare,
molte cose ho da seminare,
in un lungo solco metto la Speranza,
ma non credo che ce ne sia abbastanza.
Nel solco vicino vorrei l’Amore,
quella bella virtù che ti riempie il cuore,
di questi semi ne ho abbastanza
e ogni anno me ne avanza.
L’ultima cosa che vorrei seminare
si chiama Gioia, il lasciarsi andare:
un caldo abbraccio, un bacino fraterno,
con tutto questo il mondo è più bello.
Ora annaffio tutto per benino,
fra poco tempo spunterà un piantino,
e poi un altro e un altro ancora…
Che bella cosa, non vedo l’ora!

Scende la pioggia 🌧️

Scende la pioggia
sopra un ragnetto,
si bagna tutto,
persino il colletto.

Scende la pioggia
su un gattino,
gli bagna il pelo
sembra un barboncino.

Scende la pioggia
dentro una tana
e tutto galleggia,
anche una rana.

Scende la pioggia
in un giardino,
il cane è fradicio
e anche il nasino.

Scende la pioggia
sopra un bambino.
È tutto contento
e fa un bel saltino.

La pioggia fa bene,
nutre le piante,
i fiori e l’erba:
è molto importante.

Se dalla finestra
lei viene giù,
non essere triste,
la manda Gesù.

La presentazione degli ortaggi 🥦

Io sono una cipolla,
ma guai a chi mi spoglia,
comincia a singhiozzare
piangendo a tutto andare.

E io una melanzana,
beato chi mi ama,
sono sempre abbronzata
e mai sono arrabbiata.

Io sono una zucchina,
sono snella e sono carina,
ho sempre il cappellino,
faccio invidia al mio vicino.

E io che ci sto a fare,
sol cruda mi puoi mangiare,
sono l’insalata,
a volte frastagliata.

Noi siamo un po’ piccanti,
chi ci vuole si faccia avanti,
lasciamo tutti voi
a bocca aperta poi.

Io sono timidino,
arrossisco pian pianino,
sono un pomodoro,
mi piace star da solo.

Attento a non toccarmi,
mi difendo da tutti quanti,
sono un carciofino
per un gusto sopraffino.

Noi invece insieme danziamo
e ci teniamo per mano,
noi siamo i fagiolini
siam sempre magrolini.

Questa è la nostra danza,
per noi ora è abbastanza,
ce ne dobbiamo andare,
nell’orto a riposare.

Le stagioni del mare 🌊

Un bambino guarda il mare
e ritorna a giocare,
prende sabbia e secchiello
e comincia a fare un castello.
È talmente impegnato
con le torri e il tracciato,
non si accorge di nient’altro
gioca con il papà a fianco.

Un ragazzo guarda il mare
e comincia a scrutare,
cerca chi tra le onde nuota
e il suo sguardo intanto nota
una giovane ragazza
che gli piace abbastanza,
deve solo avvicinarsi
e in breve presentarsi.

Una mamma guarda il mare
e comincia a sognare,
era bello poter nuotare
e tuffarsi in alto mare.
E poi a riva ritornare
e abbronzarsi fino a scottare
ma ora non lo può più fare,
ha il bambino da guardare.

Una nonna guarda il mare
e il ricordo in mente appare,
lei, al sole a crogiolare
e il suo corpo da osservare.
Pensa al tempo che è volato
e le torna in mente il passato.
Quanti ricordi dentro al mare,
quanti pianti da dimenticare.

Lei da sola sulla spiaggia,
e il mare l’asciugamano bagna,
una lacrima cade giù,
non importa, è solo una in più.
La sua vita è stata bella,
alza lo sguardo e vede una stella.
Guarda l’onda avanzare
e ricomincia di nuovo a sognare.

Copyright dei Testi © Lulù Barabino


Chi sono

Lulù - fabulinis.com

Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

www.tiraccontounastoriablog.com


Il buon falegname


Donare quel poco che si ha, porta sempre a grandi ricompense!

Beatrice di 10 anni ha scritto questo bel racconto natalizio in cui si parla di generosità e buon cuore, anche se si ha poco da dare.

Il buon falegname


C’era una volta un anziano falegname molto solo, abitava in un paesino di montagna, vicino ad una grande foresta dove andava ogni mattina all’alba.

Il falegname non incontrava mai nessuno con cui poteva scambiare, anche solo uno sguardo, le uniche volte in cui aveva contatti con le persone, era quando andava a comprare del vino o del pane.

La sua casetta, si trovava in un piccolo prato in montagna, da cui si poteva vedere il paese.
La casa del vecchietto, profumava di legna, aveva tende di puro lino, c’era un tappetino di lana vicino a un caminetto al centro del salotto. Vedere le sue fiamme scoppiettare, la legna bruciare e le sfumature dal rosso all’arancione, erano l’unica cosa che dava calore al cuore dell’anziano signore.

Era la settimana prima di Natale, tutte le famiglie si stavano già preparando alla festa tanto attesa, solo il falegname sarebbe rimasto tutto solo nella magica notte.

Una sera, un uomo con la barba bianca più della neve, si presentò alla porta del falegname, era vestito con un abito un po’strappato e rattoppato, aveva degli stivali sporchi di fango e con sé, c’erano due cagnoloni di nome Stella e Fulmine.

Il falegname lo guardò un attimo, pensando cosa ci facesse una persona davanti alla sua porta, erano passati anni da quando qualcuno andava a casa sua.



Il signore gli chiese se avesse del latte e dei biscotti, il falegname rispose che aveva solo il latte, ma non i biscotti, allora l’uomo gli disse che la sera dopo si sarebbe ripresentato alla sua porta e gli avrebbe richiesto le stesse cose e che se lui avesse detto che non ce le aveva, non si sarebbe mai più presentato.

Il falegname non capiva, nessuno lo andava a trovare da anni e solo per dei biscotti e del latte si era presentato un uomo alla sua porta.

Quella notte, dopo che il falegname si fu addormentato, magicamente, nella sua casa apparve un albero addobbato con oro e argento. La mattina seguente, il falegname si stupì nel vedere l’albero tutto agghindato e sopra il camino, vide del latte e dei biscotti.

Quella sera, si ripresentò il signore povero, bussò alla porta e il falegname gli aprì, l’uomo gli chiese se avesse del latte e dei biscotti, allora il falegname gli diede ciò che aveva chiesto.

Gli chiese se volesse entrare dentro la sua casa, l’uomo entrò, si tolse le scarpe e vedendo che erano rotte, il falegname provò ad aggiustargliele come poteva, per i vestiti strappati non c’era molto da fare, quindi gli regalò una coperta di lana che usava d’inverno quando doveva andare a tagliare la legna.

L’uomo lo ringraziò e gli disse che era una brava persona.
Uscì dalla casa e rientrò con due renne, giubbotto e cappello rossi e un pacco regalo.

Il falegname, stupito, accettò il dono e gli chiese perché avesse finto di essere povero, l’uomo rispose di averlo fatto per sapere se fosse una persona generosa, che dava il poco che aveva a una persona che ne aveva più bisogno, o se fosse una persona avara che pensava solo a sé stessa.

Allora il falegname, gli domandò chi fosse veramente, l’uomo rispose di essere Babbo Natale…

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Beatrice Bonizzoni di 10 anni per aver condiviso con tutti noi questo bel racconto di Natale.
Beatrice ha anche un canale youtube in cui racconta le sue storie.


Un mondo a metà 🧱


Cosa succede se con la curiosità si oltrepassa il muro di una zona a noi sconosciuta?

Una fiaba tutta in rima per scoprire che in fondo i muri servono solo a dividere i cuori delle persone ❤

Un mondo a metà 🧱


Da qualche parte nella scura e stellata immensità,
c’era una volta un pianeta diviso a metà.
Di qua, vivevano gli Sciortini,
piccoli, scattanti e tutti peperini.
Di là, stavano i Talleroni,
altissimi, flemmatici e con degli enormi piedoni.

Li separava un muro alto quasi fino al cielo,
che nessuno aveva mai sormontato, nemmeno col pensiero.
Tra i due popoli esisteva infatti una diffidenza secolare,
solida come il muro e altrettanto difficile da scavalcare.

“Hanno la testa tra le nuvole”, dicevano gli Sciortini dei Talleroni,
“sono proprio una bella banda di pigroni”.
“Quante arie si danno”, pensavano i Talleroni degli Sciortini,
“e quanto sono presuntosi e perfettini”.

C’era però una bimba, tra gli Sciortini, con una grande curiosità
di scoprire come fosse il mondo, davvero, nell’altra metà.
Si chiamava Scheggia e il suo passatempo preferito
era andare in cerca di avventure all’infinito.

Girovagando, raggiunse un giorno per caso il muro,
dove tutto era tranquillo, perché lì non andava mai nessuno.
Subito si entusiasmò capendo di essere arrivata
a pochi passi dal confine con una terra inesplorata.

Si mise allora a correre con le gambe e con l’immaginazione,
fino a quando si accorse che al muro mancava un mattone.
A quel varco inaspettato la bambina si avvicinò trepidante,
e si trovò davanti un paio di piedi dalla grandezza strabiliante!

Dall’altra parte c’era infatti in quel momento un Tallerone
e Scheggia lo intuì, dopo un attimo di esitazione.
Il buco era grande abbastanza per la bambina,
che passò dall’altro lato facendosi ancora più piccina.

Al suo “Ciao!” squillante, il Tallerone si guardò intorno smarrito,
così Scheggia gli punzecchiò un piede con il dito.
Spilungo, era questo il nome del bambino, abbassò gli occhi e la vide,
e superata l’iniziale timidezza si chinò e sorrise.

Chiacchierando i due divennero amici per la pelle
e le giornate passate insieme erano per entrambi le più belle.
Nascosta nello zaino di Spilungo, sbirciando da una fessura,
Scheggia conobbe il mondo dei Talleroni, come in un’avventura!

E se Spilungo era troppo alto per intrufolarsi di là,
ci pensava la sua amica a raccontargli come fosse la vita nell’altra metà.
Finché un giorno agli Sciortini accadde un fatto eccezionale,
un fenomeno che secondo alcuni aveva del soprannaturale.
Dalla mattina alla sera gli alberi crebbero infatti a dismisura
e divenne impossibile raggiungere i rami carichi di frutta matura.



Fu deciso allora di organizzare una grande riunione
per risolvere quella spinosa situazione.
Si ragionò e si discusse con passione,
ma non si riuscì a prendere nessuna decisione.

Alla confusione seguì un silenzio profondo come il mare,
da cui si levò una voce argentina che disse: “Io sono come fare!”.
Armandosi di coraggio, con sguardo speranzoso e piglio sicuro,
Scheggia spiegò che la risposta stava dall’altra parte del muro.

Da principio, a tutti quella parve un’idea strampalata
e la proposta venne unanimemente rifiutata.
Quando fu chiaro, però, che non c’erano altre soluzioni,
Scheggia fu mandata in missione dai Talleroni.

Le altissime e flemmatiche creature reagirono con sconcerto,
quando l’amicizia tra Scheggia e Spilungo venne allo scoperto.
Con la promessa che il raccolto sarebbe stato diviso a metà, tuttavia,
i Talleroni accettarono di aiutare gli Sciortini nella loro traversia.

Prima di procedere all’azione c’era un grosso problema a cui pensare:
dal buco nel muro Spilungo e i suoi conterranei non potevano passare!
Per fortuna tra i Talleroni c’erano ingegneri sopraffini,
e gli Sciortini contavano tra le loro fila operai certosini.

In un battibaleno lo stretto passaggio venne allargato,
e fu possibile per tutti mettersi all’opera come concordato.
Appollaiati sulle spalle dei loro aiutanti,
gli Sciortini colsero la frutta dagli alberi svettanti.

Ogni Tallerone teneva tra le mani un grande cestino,
dove scivolava quel dolce e profumato bottino.
Il lavoro di squadra e quell’inaspettata esperienza
indebolirono piano piano la reciproca diffidenza.

Gli Sciortini scoprirono che la calma dei Talleroni era rassicurante,
e i Talleroni che l’energia degli Sciortini era galvanizzante.
Tanto che, portata a termine la raccolta brillantemente,
i due popoli presero a farsi visita di frequente.

Quell’andirivieni giorno dopo giorno diventò abituale,
e ampliare il passaggio tra i due mondi sembrò la cosa più naturale da fare.
Col tempo, il varco nel muro si allargò sempre di più,
fino a quando anche l’ultimo mattone cadde giù.
Perché era cambiato qualcosa nel cuore di tutti, in fondo in fondo,
e dalle due metà era nato un nuovo bellissimo mondo.

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Giulia Scianna per aver condiviso con tutti noi questo bel racconto scritto tutto in rima 😊



Pinocchio 🤥 Storia di un burattino

“Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino” di Carlo Collodi, è una delle favole per bambini più famose al mondo, e ci parla di come in ognuno di noi, in fondo, si nasconde un piccolo birbante Pinocchio dal cuore d’oro.

Chi non conosce Pinocchio? Ma siete sicuri di conoscerlo davvero? Eh sì, perché spesso, quando pensiamo a Pinocchio, ci viene in mente il cartone animato che Disney ci regalò molti anni fa, ma che ha davvero poco in comune con il libro originale…

Anche noi di fabulinis abbiamo deciso di proporre una nostra versione di questo meraviglioso racconto, ma il più fedele possibile all’originale. Così, se vuoi avvicinare i tuoi bimbi a questo capolavoro ma la versione originale ti sembra troppo lunga o complicata, puoi iniziare leggendogli questa versione di fabulinis.

Abbiamo suddiviso la storia (molto lunga rispetto alle altre presenti qui su fabulinis) in capitoli, così da poter leggerla tutta anche in momenti diversi 😊.

Guarda la playlist completa della videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Audiofiaba 😴

Nella pagina delle Audiofiabe, puoi ascoltare la favola di Pinocchio raccontata da Silvia!

Pinocchio 🤥 favola completa


Indice dei capitoli

  1. Mastro Ciliegia regala a Geppetto un pezzo di legno…
  2. Il grillo parlante.
  3. Mangiafuoco e il teatro dei burattini.
  4. Il gatto e la volpe.
  5. La fata turchina.
  6. Il Campo dei Miracoli.
  7. Pinocchio va a scuola.
  8. Il Paese dei Balocchi.
  9. Pinocchio diventa un bambino.
  10. EXTRA: Curiosità su Pinocchio.

 

1) Mastro Ciliegia regala a Geppetto un pezzo di legno…


C’era una volta un pezzo di legno. Era tenuto in un angolo della bottega di Mastro Ciliegia, che un giorno si decise di farne una gamba per un tavolino. Lo prese e lo mise sul tavolo per iniziare a tagliarlo, quando sentì una vocina che lo implorava:

– Ti prego, non farmi del male!
Mastro ciliegia si guardò intorno ma non vide nessuno, così riprese a lavorare il legno dandogli un bel colpo.
– Hai! Mi hai fatto male!

Mastro Ciliegia, spaventato dalla voce che proveniva dal pezzo di legno, lasciò cadere gli arnesi, e scivolò per terra dalla paura.

Proprio in quel momento, passava a trovarlo Geppetto, suo amico falegname, che lo trovò disteso a terra. Geppetto gli chiese cosa fosse successo, ma Mastro Ciliegia non voleva fare brutta figura, e come nulla fosse, chiese a Geppetto cosa fosse passato a fare nella sua bottega.

– Mi servirebbe un pezzo di legno, stamattina mi è venuta l’idea di costruirmi un bel burattino.
Mastro Ciliegia alzò un sopracciglio, guardò il pezzo di legno che stava ancora sul banco di lavoro e pensò che fosse un’ottima occasione per disfarsene.

– Guarda guarda, caro mio Geppetto, ho proprio quel che fa per te! – prese il pezzo di legno e glielo mise tra le mani.
Geppetto ringraziò e tornò verso casa. Decise che, una volta finito il burattino, lo avrebbe chiamato Pinocchio e, messo sul tavolo da lavoro il pezzo di legno, iniziò a intagliarlo.

Dopo alcune ore, finalmente, anche gli occhi e il naso erano finiti, mancava solo la bocca e non appena Geppetto si mise a realizzarla, questa iniziò a sghignazzare e a prenderlo in giro.
– Smetti di ridere boccaccia! – esclamò Geppetto, pensando che i morsi della fame gli stessero facendo un brutto scherzo.
La bocca del burattino smise di ridere, ma le sue mani veloci presero la parrucca di Geppetto e se la misero in testa.

– Birba d’un burattino, non sei ancora finito che già manchi di rispetto a tuo padre…
Pinocchio a quel punto saltò giù dal tavolo e cominciò a correre fuori di casa, mentre Geppetto gli correva dietro gridando di fermarsi.

Per fortuna sulla via c’era un carabiniere, che pigliò Pinocchio per il nasone e lo riconsegnò a Geppetto.
– Adesso andiamo a casa, poi faremo i conti! – disse Geppetto.

Pinocchio si buttò a terra e iniziò a piangere e far tanto fracasso da attirare l’attenzione di molte persone.
– Povero burattino – dicevano alcuni – ha ragione a non voler tornare a casa, chissà come lo picchierà Geppetto!…

Il carabiniere poco a poco si convinse che Pinocchio fosse scappato da Geppetto proprio perché lo voleva picchiare, e così lasciò andare Pinocchio e arrestò Geppetto.

– Sciagurato figliolo! E pensare che mi sono impegnato tanto per fare un burattino per bene… ma mi sta bene, dovevo pensarci prima… – disse tra sé Geppetto mentre veniva portato via dal carabiniere.

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il libro illustrato

Pinocchio. Fiabe intagliate. Ediz. a colori

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2) Il grillo parlante.


Mentre il povero Geppetto veniva condotto in carcere, Pinocchio se la filava via per tornare in fretta a casa e, non appena entrato, si sedette per terra, stanco ma contento.
– Cri-cri-cri!
– Chi è?! – disse subito Pinocchio.
– Sono io!

Pinocchio girò la testa e vide un grosso grillo poggiato al muro.
– E tu chi sei?!
– Io sono il Grillo Parlante e abito in questa casa da più di cent’anni.
– Oggi però questa casa è mia – disse Pinocchio – quindi vattene.
– Io non me ne andrò di qui finché non mi avrai ascoltato.

– Dimmi quello che hai da dire e vattene – gli rispose sgarbatamente Pinocchio.
– Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori, non avranno mai nulla di buono dalla vita.
– Canta pure grillo mio, tanto io domani me ne andrò di casa, che se rimango qui di sicuro mi manderanno a scuola! – gli rispose ormai spazientito Pinocchio.

– Così rimarrai un somaro e tutti ti prenderanno in giro! Se non vuoi studiare, perché non impari un mestiere e ti guadagni da vivere? – rispose il grillo parlante a tono.
– Io di mestiere voglio fare il vagabondo!
– Tutti quelli che fanno questo mestiere, prima o poi finiscono in ospedale o in prigione.
– Guarda che mi sto arrabbiando grillaccio del malaugurio!
– Sei proprio una testa di legno… – sospirò il grillo scuotendo la testa.

A queste ultime parole, Pinocchio prese un martello e glielo lanciò contro, mancandolo solo per un soffio. Il grillo però non ci pensò due volte e, con un salto, si buttò fuori dalla finestra. Pinocchio udì solo un flebile “cri-cri-cri” un po’ arrabbiato che si allontanava.

– Ecco, adesso senza quel grillaccio potrò finalmente mangiare qualcosa.
Pinocchio iniziò a cercare per tutta la casa qualcosa da mangiare, ma non trovò nulla finchè, stanco, affamato e assonnato, si sedette sulla sedia, distese le gambe sulla stufa (che era ancora accesa e caldina) e si addormentò.

Il giorno dopo Geppetto fu liberato e tornò di corsa a casa. Era molto arrabbiato e deciso a sgridare sonoramente Pinocchio, ma quando entrò e vide il suo burattino ancora addormentato con le gambe ormai tutte bruciacchiate distese sulla stufa, il suo cuore si intenerì.

– Ma cosa ti è successo Pinocchio!
Pinocchio si risvegliò di soprassalto.
– Le mie gambe! Mi si sono bruciate le gambe! – Pinocchio cominciò a piangere e Geppetto lo prese tra le braccia chiedendogli cosa fosse successo. Pinocchio raccontò del grillo parlante, della fame, di come non avesse trovato nulla da mangiare e di come poi si fosse addormentato con i piedi sulla stufa, per scaldarsi un po’.

– Non lo farò più! Non lo farò più, prometto! – piangeva Pinocchio.
Geppettò lo abbracciò, prese subito a fargli un nuovo paio di gambe e gliele incollò così bene che non si vedeva neppure la giuntura.

Pinocchio era talmente felice di riavere le gambe che, per ringraziare e far felice Geppetto, gli disse che il giorno dopo sarebbe andato a scuola.
– Per andare a scuola serve un vestito – così dicendo, Geppetto prese della carta a fiorellini e gli confezionò un vestitino, con della mollica di pane fece il cappellino.

– Ora per andare a scuola mi manca solo l’abbecedario – disse Pinocchio.
Geppetto non aveva molti soldi, ma per il suo Pinocchio avrebbe fatto qualunque cosa, perciò prese la sua giacca di fustagno rattoppata e gli disse di aspettarlo a casa.

Poco dopo Geppetto rincasò con l’abbecedario, ma addosso non aveva più la sua giacca. Pinocchio capì subito che Geppetto, pur di comprargli l’abbecedario, aveva venduto la sua giacca, nonostante fosse inverno e facesse freddo. Gli corse incontro e lo abbracciò forte forte.

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Le avventure di Pinocchio. Gribaudo

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3) Mangiafuoco e il teatro dei burattini.


Il giorno dopo Pinocchio uscì di casa per andare a scuola col suo abbecedario sotto braccio, ma non appena voltò la via, sentì in lontananza una musica di pifferi molto invitante.

La musica veniva dalla piazza grande del paese e, incuriosito da tutta la gente che si accalcava davanti, Pinocchio prese la strada che portava alla piazza.
– So che dovrei andare a scuola, ma ci andrò domani, oggi voglio sentire i pifferi… – disse tra sé Pinocchio.

Arrivato in piazza, Pinocchio chiese ad un signore cosa fosse quel trambusto.
– Ti basta leggere il cartello appeso lì sopra ragazzo mio – rispose il signore.
– Mi piacerebbe tanto, ma non so leggere… – disse mortificato Pinocchio.
– Bravo asino! Allora te lo leggerò io, è il gran teatro ambulante dei burattini. Lo spettacolo comincia proprio ora.
– E quanto costa lo spettacolo?
– Quattro soldi.

Pinocchio sapeva di non avere nemmeno un soldo bucato, ma voleva a tutti i costi vedere quello spettacolo.
– Buon uomo, mi prestereste quattro soldi?
L’uomo lo guardò dall’alto in basso, poi aggiunse:
– Ti do’ quattro soldi in cambio dell’abbecedario.

Pinocchio tentennò un attimo, ma poi diede l’abbecedario al signore e prese i quattro soldi, dimenticando il sacrificio che Geppetto aveva fatto per comprarglielo.

Pinocchio entrò così nel teatro dei burattini. In scena sul palco c’erano Arlecchino e Pulcinella, che non appena si accorsero che Pinocchio, burattino come loro, era venuto a vederli, iniziarono ad urlare di gioia e fargli tutte le feste possibili.

Lo invitarono a salire sul palco, lo abbracciarono e lo portarono in trionfo. Ma giù nella platea gli spettatori iniziarono ad arrabbiarsi perché lo spettacolo si era interrotto, e urlavano “vogliamo la commedia di Arlecchino e Pulcinella!”

In quel momento uscì il burattinaio, si chiamava Mangiafuoco, era un omone grande e grosso, con una barba lunga fino ai piedi e con due occhi rossi come il fuoco. In mano aveva una frusta ed iniziò a schioccarla.

– Perché sei venuto a gettar lo scompiglio nel mio teatro?! – gridò forte Mangiafuoco.
– Ma la colpa non è stata mia! – ribattè disperato Pinocchio.
– Basta così, adesso facciamo i conti.

Mangiafuoco prese il burattino e lo portò in cucina. Sulla stufa c’era un bell’arrosto, ma mancava la legna per finire di cuocerlo e Mangiafuoco era intenzionato ad usare Pinocchio come legna da ardere.

Pinocchio, capita la fine che avrebbe fatto, iniziò a piangere e implorare pietà – Non voglio morire! Non voglio morire! – gridava.
Mangiafuoco, che era sì un omaccione, ma in fondo aveva il cuore tenero, iniziò a commuoversi, finché, scappata anche una lacrimuccia, starnutì sonoramente.

Arlecchino e Pulcinella, che avevano seguito la scena nascosti, sorrisero e gioirono, sapevano che il burattinaio si era commosso, e non avrebbe fatto del male a Pinocchio.

– Grazie di avermi risparmiato la vita, sua… eccellenza – aggiunse Pinocchio.
A sentirsi chiamare eccellenza, Mangiafuoco divenne ancora più tenero, e iniziò a chiedere a Pinocchio da dove arrivasse e che cosa ci facesse lì nel suo teatro.

Così Pinocchio raccontò tutta la sua storia.
– Sei un bravo ragazzo Pinocchio mio, tieni, ti do’ cinque monete d’oro, portale al tuo caro papà Geppetto e salutalo tanto da parte mia. – Grazie mille signor Mangiafuoco, non saprò mai come ringraziarla – Pinocchio abbracciò Mangiafuoco, Arlecchino e Pulcinella e si incamminò per la strada di casa, lungo la quale incontrò una volpe zoppa ed un gatto cieco…

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4) Il gatto e la volpe


– Buongiorno Pinocchio – lo salutò la volpe.
– Com’è che sai il mio nome? – domandò il burattino.
– Conosco bene il tuo papà, l’ho visto ieri in maniche di camicia che tremava dal freddo.
– Povero papà… ma se tutto va bene non dovrà mai più patire il freddo, perché oggi son diventato un gran signore!

– Un gran signore, tu?! – la volpe si mise a ridere sonoramente, e il gatto rideva anche lui.
– C’è poco da ridere, guardate qui, sono cinque monete d’oro! – Pinocchio le tirò fuori dalla tasca e le fece vedere al gatto e alla volpe.

Per la sorpresa il gatto cieco spalancò entrambi gli occhi e la volpe zoppa saltò con entrambe la gambe, poi aggiunse: – E cosa ne vuoi fare di tutti questi soldi?
– Voglio comprare una nuova giacca al mio papà ed un abbecedario per me!
La volpe guardò Pinocchio con aria pensosa e gli disse – Vuoi raddoppiare le tue monete d’oro?
– Magari fosse possibile… – gli rispose Pinocchio.

– Basta che tu ci segua nel paese dei Barbagianni, dove c’è il Campo dei Miracoli. Tu in quel prato fai una piccola buca, ci metti dentro le monete e le annaffi. Poi te ne vai tranquillo a letto e, quando la mattina dopo torni, ci trovi un albero pieno di monete d’oro.
Pinocchio non credeva alle sue orecchie, eppure il Gatto e la Volpe gli sembravano due persone perbene, quindi decise di seguirli.

S’incamminarono per il paese dei Barbagianni, ma cammina cammina, arrivò la sera e si fermarono stanchi morti all’osteria del Gambero Rosso, dove si riempirono per bene la pancia.
La volpe ordinò all’oste:
– Dateci due buone camere, una per noi e una per il nostro amico Pinocchio, ma svegliateci a mezzanotte, che dobbiamo ripartire per un lungo viaggio!
– Certamente – rispose l’oste alla volpe strizzandogli l’occhio.

Pinocchio, non appena si mise sotto le coperte si addormentò subito, e iniziò a sognare di alberi strapieni di monete d’oro, ma mentre stava sognando di afferrare le monete, l’oste entrò in camera per dirgli che era ormai mezzanotte.

– I miei amici Gatto e Volpe sono pronti?
– Sono partiti due ore fa, il figlio maggiore del Gatto non stava bene e sono dovuti correre via senza poter pagare la cena purtroppo… – Ah… – disse Pinocchio allungando una moneta d’oro all’oste per saldare il conto – e dove hanno detto che li avrei ritrovati?
– hanno detto di incontrarvi domani mattina al Campo dei Miracoli.

Pinocchio si incamminò nella notte scura e silenziosa, interrotta ad un certo momento solo da uno strano sbattere d’ali che sembrava seguirlo.
– Chi va là? – gridò Pinocchio dalla paura.
– Sono il Grillo Parlante! Non fidarti ragazzo mio di chi dice di farti ricco dalla mattina alla sera, sono solo imbroglioni!

– Non darmi fastidio grillaccio del malaugurio! – gli rispose indispettito Pinocchio.
– Ricordati Pinocchio, i ragazzi che non ascoltano i buoni consigli, prima o poi se ne pentono…
– Bla bla bla… buona notte, Grillo.
– Stai attento, che di notte ci sono in giro i banditi…
Ma Pinocchio ormai camminava a passo spedito e non lo sentiva più.

Pochi minuti dopo Pinocchio, pensieroso per le parole del Grillo parlante, sentì dei rumori dietro di sé e vide due persone tutte vestite di nero che lo stavano seguendo.
Pinocchio capì subito che si trattava dei banditi, proprio come aveva detto il Grillo Parlante.
“Vorranno le mie monete d’oro” pensò il burattino, e con un gesto veloce le tolse dalla tasca e se le mise in bocca, iniziando a correre.

Ma una mano gli afferrò forte il braccio, e una voce orribile gli disse:
– O la borsa o la vita!
Pinocchio, che con le monete in bocca non poteva parlare, cercò sbracciandosi in tutti i modi di far capire che era solo un povero burattino.

– Meno storie e fuori i soldi! – gridavano minacciosamente i due banditi – se non ci dai le monete prima tireremo il collo a te, e poi anche a tuo padre!
– No! Il mio povero babbo no! – gridò allora Pinocchio, ma facendo così i banditi videro le monete d’oro nella sua bocca.
– Sputa subito le monete, birbante! – gli gridarono.
Ma Pinocchio non le sputava.

Allora i due banditi lo presero e cercavano in tutti i modi di aprirgli la bocca. Ma Pinocchio non mollava, anzi, morse una delle mani dei banditi facendolo urlare di dolore, e riuscì a liberarsi.
Iniziò a correre a più non posso verso una casetta lì vicino e, arrivato alla porta, iniziò a bussare forte.

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Le avventure di Pinocchio

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5) La Fata Turchina


Da una delle finestre si affacciò una bambina dai capelli turchini, che disse:
– In questa casa non c’è nessuno…
– E tu chi saresti allora?
La Bambina dai capelli turchini guardò i due banditi avvicinarsi di corsa vero la casa, e chiuse le imposte della finestra.

– Eccoti qua! Ora ti daremo una bella lezione – gridarono i banditi, prendendo Pinocchio. Lo portarono sotto una grande quercia, lo legarono e lo appesero ad uno dei rami dell’albero.
– E ora sputa le monete! – continuarono i banditi.

Pinocchio faceva di no con la testa tenendo la bocca chiusa. Intanto uno dei due banditi, quello a cui Pinocchio aveva dato un morso, si leccava la zampetta, che sembrava essere quella di un gatto.
Le ore passavano, Pinocchio dondolava piano piano al vento, ma non apriva la bocca.

I due banditi, assonnati e sfiniti decisero di andarsene a dormire.
– Ci vediamo domani burattino, e vedi di farci la cortesia di farti trovare con la bocca spalancata piena di monete… – e s’incamminarono sparendo nel buio della notte.
Pinocchio pensava a quanto fosse in pensiero per lui Geppetto, poi sbadigliò e si addormentò.

La bambina dai capelli turchini aveva assistito a tutta la scena dalla finestra, preoccupata per quel povero burattino. Battendo le mani, chiamò un un cane vestito da cocchiere che camminava sulle due zampe.
– Lo vedi quel burattino penzoloni dall’albero? Portamelo qui.
Il cane obbedì subito e, pochi minuti dopo, Pinocchio era steso sotto le coperte di un grande letto in una delle camere della casa.

Pinocchio pareva morto, e subito la bambina convocò i dottori più bravi della zona: un Corvo, una Civetta ed un Grillo Parlante. Il Corvo si avvicinò a pinocchio, lo guardò, gli tastò il polso e disse:
– Questo burattino è morto, ma se non è morto, è sicuramente vivo.
– No, no, mio collega – gli rispose subito la Civetta – Questo burattino è sicuramente vivo, ma se non è vivo, è certamente morto.

A quel punto prese la parola il Grillo Parlante.
– Io quel burattino lo conosco, è un birbante – a quelle parole Pinocchio aprì a fessura un occhio per vedere cosa succedeva, ma il Grillo continuò – è un monello, uno svogliato, un vagabondo!

Pinocchio piano piano si nascose sotto le lenzuola, e senza farsi vedere prese le monete d’oro dalla bocca e le mise in tasca.
– Quel burattino è un disubbidiente che fa morire di crepacuore il suo papà.
Da sotto le lenzuola si sentiva singhiozzare, era Pinocchio che piangeva.

La fata fece cenno ai dottori di uscire dalla stanza. Pinocchio da sotto le lenzuola guardò la bambina.
– Chi sei tu? – le chiese Pinocchio.
– Sono la Fata Turchina, e voglio aiutarti – poi poggiò la sua mano sulla fronte e sentì che aveva la febbre. Gli preparò allora un bicchiere d’acqua con dentro la medicina.

– Raccontami Pinocchio, com’è che ti sei ritrovato di notte inseguito dai banditi?
Allora Pinocchio le raccontò tutta la sua avventura, fino a quando i due banditi, per prendergli le monete d’oro, lo appesero all’albero.
– E dimmi, se le avevi in bocca, dove sono adesso le monete d’oro?
– Le ho perse! – le risponde Pinocchio.

Appena detta la bugia, il suo naso che già era grosso, gli si allungò di colpo di due dita.
– E dove le hai perse?
– Nel bosco qui vicino… – a questa seconda bugia il naso gli si allungò ancora.
– Allora sarà facile ritrovarle – continuò la Fata.
– Ora che mi ricordo le monete non le ho perse, le ho inghiottite prima quando ho bevuto la medicina…

A questa terza bugia il naso di Pinocchio diventò talmente lungo che non potè più girarsi dentro la stanza senza urtare qualcosa. La Fata Turchina lo guardò e scoppiò a ridere.
– Perché ridi!? – le chiese Pinocchio che stava per mettersi a piangere.
– Rido per le bugie che hai detto. Sai ci sono due tipi di bugie, quelle dalle gambe corte e quelle dal naso lungo. Le tue, come puoi vedere, sono bugie dal naso lungo.

Allora Pinocchio iniziò a piangere a dirotto, e la Fata lo lasciò piangere per una buona mezz’ora. Poi, quando le sembrava che Pinocchio fosse veramente pentito, battè le mani e fece arrivare due picchi che presero a beccargli il nasone, riportandolo alle dimensioni naturali.

– Prometto che non dirò più bugie mia Fata… – le disse Pinocchio asciugandosi le lacrime.
La Fata Turchina lo abbracciò e gli disse:
– Ho pensato anche al tuo papà, l’ho già fatto avvisare ed entro stasera sarà qui.
Pinocchio iniziò a saltare dalla felicità.
– Non vedo l’ora di poterlo abbracciare! Posso corrergli incontro?!
– Vai Pinocchio, ma stai attento a non perderti!
Ma ormai Pinocchio stava già correndo verso il bosco per abbracciare di nuovo Geppetto.

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6) Il Campo dei Miracoli


Mentre correva per il bosco, Pinocchio vide sul sentiero due persone che gli sembrava di conoscere. Erano il Gatto e la Volpe, che appena si accorsero di Pinocchio gli corsero incontro a fargli le feste.
– Ecco il nostro caro Pinocchio – gridò la Volpe abbracciandolo – cosa ci fai qui?!
– Cosa ci fai qui?! – ripetè anche il Gatto, che aveva una delle zampette tutta fasciata.

– Voi non ci crederete, ma ieri notte ho incontrato due banditi che volevano rubarmi le monete d’oro!
Il Gatto e la Volpe fecero una faccia sbalordita.
– Ma io sono scappato – continuò Pinocchio – e adesso vado incontro al mio papà Geppetto.
– Bravo! – gli dice la Volpe – ma le monete d’oro?
– Le ho qui in tasca! Me ne sono rimaste solo quattro che una l’ho dovuta spendere all’osteria del Gambero Rosso…
– E pensare che quelle quattro monete potrebbero diventare più di mille domani… – sospirò la Volpe – perché non vai a seminarle nel Campo dei Miracoli? E’ a pochi chilometri da qui!
Pinocchio esitò un attimo, pensò alla Fata Turchina, a Geppetto e anche al Grillo Parlante, ma poi scrollò le spalle e disse – Va bene, andiamo!

Dopo aver camminato due buone ore, arrivarono finalmente al Campo dei Miracoli.
– Eccolo! – esclamò la Volpe – ora scava una buca poco profonda, mettici le monete, ricopri tutto di terra, annaffia un po’ e vedrai che tra soli venti minuti sarà già cresciuta una piantina.

Una volta fatto tutto, la Volpe disse a Pinocchio che era stato un piacere aiutarlo e, insieme al Gatto gli consigliarono di andare a riposarsi al paesino che avevano attraversato poco prima e aspettare lì che il Campo dei Miracoli facesse il suo dovere.
Quindi Pinocchio e il Gatto e la Volpe si salutarono e se ne andarono ognuno per la sua via.

Pinocchio, ascoltando il consiglio della Volpe, andò al paese, dove rimase giusto i venti minuti che erano necessari al Campo dei Miracoli per far spuntare la piantina dalle monete d’oro, poi tornò di corsa indietro.
Ma della sua piantina non trovò nemmeno l’ombra, anzi dove aveva lasciato le monete d’oro era rimasta solo una buca senza nulla dentro.

Sopra la sua testa Pinocchio sentì un pappagallo ridere.
– Cosa ridi tu!?
– Rido perché mentre tornavi al paesino qui vicino, il Gatto e la Volpe son tornati qui a prendersi le tua monete d’oro! – gli rispose il Pappagallo.

Pinocchio, a bocca aperta, non voleva credere al pappagallo e iniziò a scavare nella buca, senza trovare nulla… A quel punto si disperò e decise di tornare al paese a denunciare il Gatto e la Volpe.
Il giudice che lo accolse era un grosso Gorilla con gli occhiali d’oro, e Pinocchio iniziò a raccontargli tutto.

Il giudice ascoltò attentamente Pinocchio con occhi fissi, senza mai dire nulla. Alla fine chiamò le due guardie accanto a sé.
– Questo burattino ha derubato quattro monete d’oro, mettetelo subito in prigione per quattro mesi!
– No! Lei non ha capito! Non sono io il ladro, sono stati… – ma Pinocchio non riuscì a finire la frase che le guardie lo presero e lo portarono dritto in cella.

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7) Pinocchio va a scuola


Quei quattro mesi di prigione sembrarono a Pinocchio un’eternità. Li aveva passati pensando a suo papà Geppetto, alla Fata Turchina e anche a quei due ladri del Gatto e la Volpe. Ma ora finalmente poteva uscire.

Appena fuori, iniziò a correre verso la casa della Fata Turchina, ma non appena arrivò sul posto si accorse che la casa della Fata non c’era più, al suo posto c’era una lapide che riportava questa scritta:

Qui giace
la Fata Turchina
Morta di dolore
per essere stata abbandonata
dal suo caro Pinocchio

Pinocchio a quel punto si inginocchiò sulla tomba ed iniziò a piangere disperato.
Il suo pianto attirò l’attenzione di un grosso uccello che volava lì in tondo.
– Se tu Pinocchio? – gli chiese l’uccello.
– Si sono io… – gli rispose Pinocchio singhiozzando.
– Vieni con me allora! Tuo padre Geppetto, disperato, si sta fabbricando una barca per andarti a cercare in mare!

A quel punto il grande uccello prese Pinocchio sulla groppa ed iniziò a volare più veloce che poteva, ma arrivati alla spiaggia videro tanta gente affollata che gridava in direzione di una barchetta in balìa delle onde di un mare grosso e tempestoso.

– Papà!!! – gridò Pinocchio, gettandosi giù dalla groppa dell’uccello e cadendo sulla spiaggia. Ma Geppetto, per via del forte vento e delle grandi onde, non lo sentì.
Allora Pinocchio si gettò in mare per raggiungerlo, ma il mare era troppo mosso, e lui non sapeva nuotare… Per fortuna che era fatto di legno e riusciva a stare a galla!

Dopo molte ore di naufragio, Pinocchio si ritrovò su una spiaggetta di un’isola sconosciuta. Pinocchio si incamminò per un sentiero, e vide tante persone che andavano avanti e indietro per la strada. La pancia gli brontolava dalla fame, ma non aveva neppure un soldo bucato per pagarsi del pane, così decise di sedersi e chiedere l’elemosina.

Tutti quelli che passavano, però, lo prendevano a male parole: “trovati un lavoro!”, “scansafatiche!”, “vergognati!” gli dicevano. Finchè non passò una donna con una sciarpa che le copriva parte del volto e due brocche piene d’acqua.
– Scusi signora, posso avere una sorsata d’acqua? – chiese Pinocchio.
– Bevi pure ragazzo mio! – gli rispose la donna.

Pinocchio, per la sete, bevve quasi tutta una brocca d’acqua, poi disse alla donna:
– La sete me la son levata, avete per caso anche qualcosa da mangiare?
– Se mi aiuti a portare a casa una di queste brocche d’acqua, ti darò un bel pezzo di pane.
Pinocchio allora prese la brocca e aiutò la donna a portarla fino a casa.

Entrati in casa la tavola era già apparecchiata con pane, affettati e anche il dolce. Pinocchio non credeva ai suoi occhi e si lanciò sul cibo, iniziando a divorare tutto quanto, poi una volta finito tutto quello che stava sulla tavola guardò in volto la padrona di casa che, togliendosi la grande sciarpa che le copriva la faccia, gli stava sorridendo.

– Ma tu… – Pinocchio sgranò gli occhi, quasi non credeva a quello che vedeva.
– Cos’è tutta questa meraviglia? – gli rispose lei, iniziando a sorridere ancor di più.
– Ma tu sei la Fata Turchina!!! – e con un balzo la abbracciò.

– Birba d’un burattino, dov’eri finito?
– Sapessi mia cara Fata… ma com’è che sei cresciuta?
– E’ una magia… mi hai lasciato che ero una bambina e ora mi ritrovi che sono una donna.

– Anche io voglio cambiar vita! Da domani prometto che andrò a scuola e diventerò un bravo ragazzo.
Così il giorno dopo Pinocchio iniziò ad andare a scuola. All’inizio tutti lo prendevano in giro perché era un burattino, ma in poco tempo diventò uno studente modello, e i maestri lo lodavano.

Ma un giorno, tornando da scuola, un gruppo di monelli suoi compagni di classe gli andarono incontro, uno di loro, Lucignolo, gli disse:
– La sai la notizia? Stanotte passa il carretto che porta i bambini al “Paese dei Balocchi”, dove si fa quel che si vuole dalla mattina alla sera. Ci sono divertimenti e dolci per tutti e soprattutto, non si deve mai andare a scuola! Noi andiamo, vieni anche tu?

Sulle prime Pinocchio non voleva andare, ma poi Lucignolo e tutti gli altri continuavano a decantargli tutte le meravigliose cose che avrebbero fatto e tutti i divertimenti che avrebbero trovato, tanto che il tempo passò e si era già fatto buio.
Dopo poco iniziarono a sentire il rumore del carretto che si avvicinava.

– Eccolo! – gridò Lucignolo verso il carretto guidato da un omino e trainato da dodici piccoli asinelli.
Tutti i ragazzi facevano a gara per saltarci su. Salito sul carro, Lucignolo gridò a Pinocchio:
– Dai vieni anche tu che ci divertiamo!
– No, io resto – gli rispose con un filo di voce Pinocchio.
– Dai vieni anche tu che ci divertiamo! – ripeterono tutti in coro.

Il carretto a quel punto ripartì, e Lucignolo gli urlò per l’ultima volta:
– Mai più scuola Pinocchio, mai più!
Pinocchio, sentendo quelle parole, senza pensarci troppo, prese la rincorsa e saltò sul carretto anche lui, dicendo fra sé e sé “chissà cosa penserà di me la povera Fata Turchina”. Ma ormai il carretto si stava già allontanando verso il Paese dei Balocchi.

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8) Il Paese dei Balocchi


Il viaggio era durato tutta la notte, e al mattino erano finalmente arrivati.
Nel paese c’erano solo ragazzi, dagli otto ai quattordici anni, tutti che correvano a destra e sinistra, che urlavano e gridavano, che giocavano e si divertivano tra loro. Era un pandemonio incredibile.
Festa dalla mattina alla sera e feste in ogni angolo del paese.

Pinocchio, Lucignolo e tutti gli altri ragazzi che avevano fatto il viaggio assieme sul carretto, si fiondarono in mezzo alla baraonda, e nel giro di pochi minuti diventarono amici di tutti.
– Che spasso! – diceva Lucignolo.
– Che bella vita! – gli faceva eco Pinocchio.

Parlando con gli altri ragazzi, però, a volte non si capivano. Quelli che erano lì da più tempo spesso sbagliavano a pronunciare le parole, dicevano “arin metica” al posto di aritmetica, “abasso la schola” al posto di abbasso la scuola ecc. Ma nè Pinocchio né Lucignolo ci badarono più di tanto.
Così in quel paese della cuccagna continuarono a divertirsi, non facendo nulla e non aprendo mai più un libro, per ben cinque mesi

Una mattina, però, accadde una cosa strana. Svegliandosi, Pinocchio si accarezzò la testa e al posto delle sue minuscole orecchie intagliate nel legno, trovò due enormi orecchie da asino.
Subito cercò uno specchio e, disperato, vide le due grandi orecchie ai lati della testa.

Poco dopo bussò alla porta Lucignolo, anche a lui erano spuntate due enormi orecchie da asino ed era disperato tanto quanto Pinocchio. Ma non riuscirono nemmeno a chiedersi cosa fosse successo che le loro gambe iniziarono a tremare, così che dovettero mettersi giù a quattro zampe.
In pochi minuti tutti e due si erano trasformati in due Asini completi, giusta punizione per chi, non volendo saperne di libri, scuole e maestri, passava le giornate a giocare e perdere tempo.

Qualcuno bussò alla porta, era l’omino che guidava il calesse. Era venuto a prenderli per venderli al mercato.
Lucignolo fu comprato da un contadino, mentre Pinocchio fu comprato dal direttore di un circo.

Il direttore del circo lo aveva comprato per preparare un grande spettacolo mai visto prima: un asino danzante.
Pinocchio non poteva neppure lamentarsi, perché al posto di parlare ragliava, e il direttore del circo lo convinse ad imparare il balletto a suon di frustate.

Così arrivò il giorno del debutto di Ciuchino-Pinocchio. Iniziò a fare i suoi numeri, prima al trotto, poi al galoppo e infine il salto nel cerchio, ma mentre saltava, Pinocchio, si accorse che tra il pubblico c’era la Fata Turchina che lo osservava, e cadde malamente azzoppandosi una gamba.

Per il circo Ciuchino-Pinocchio era ormai diventato inutile, così il direttore lo portò sopra una scogliera e lo buttò in mare.
Ciuchino-Pinocchio, non sapendo nuotare, andò subito a fondo, si agitò tutto cercando di ritornare a galla, ma per lo spavento e per lo sforzo piano piano perse i sensi e si lasciò trascinare dalla corrente…

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9) Pinocchio diventa un bambino


Piano piano Pinocchio riaprì gli occhi. Era tutto buio e non vedeva nulla.
– Ma dove sono? – disse con sorpresa, iniziando a tastarsi tutto – ma mi è tornata la voce! Ma sono di nuovo un burattino!!!
Tutto felice iniziò a saltellare nel buio più completo, finché i suoi occhi non si abituarono all’oscurità e videro un piccolo chiarore baluginare in lontananza.

Si incamminò lentamente, i suoi piedi sguazzavano come se fosse dentro una pozzanghera d’acqua grassa e sdrucciolevole, nell’aria c’era un forte odore di pesce.
Man mano che camminava, la luce si faceva sempre più distinta.

E sapete cosa trovò? Una tavola apparecchiata con seduto un vecchietto coi capelli tutti bianchi.
Pinocchio non credette ai suoi occhi.
– Papà, papà mio! – era Geppetto e gli corse subito incontro per abbracciarlo.
– Figliuolo mio! – gli rispose ricambiando l’abbraccio.
– Si, si, sono io papà! Sapessi quante avventure ho passate… – e Pinocchio prese a raccontargli tutto quello che gli capitato: il Gatto e la Volpe, la Fata Turchina, il Campo dei Miracoli, la scuola, il Paese dei Balocchi, il circo…

– Ma papà, dove siamo?
– Siamo nella pancia del gigantesco Pesce-Cane, che mi ha divorato quando ho costruito una barchetta per venirti a cercare dall’altra parte del mondo, e ora ha inghiottito pure te…
– Dobbiamo fuggire!
– E come?
– Scappando dalla bocca del Pesce-Cane.

All’inizio Geppetto era titubante, ma Pinocchio prese la candela e la sua mano e iniziarono a risalire su per lo stomaco del grande pesce, fino ad arrivare alla bocca.
– Aspettiamo che apra la bocca e poi ci lanciamo! – disse Pinocchio a Geppetto, e non appena il Pesce-Cane la aprì, si tuffarono in mare, nuotando verso riva.

Giunti a riva, si riposarono un attimo e si asciugarono per quello che potevano, poi si incamminarono in cerca di un capanno per passare la notte.
Ma sulla strada Pinocchio incontrò due vecchie conoscenze: il Gatto e la Volpe.

– Pinocchio, amico nostro, facci la carità! – i due erano conciati male e vestiti di stracci, le zampe fasciate e tremavano dal freddo.
– Non mi imbrogliate più voi due, ben vi sta se adesso patite la fame, le mie quattro monete d’oro non vi hanno portato fortuna! – così Pinocchio li salutò e li lasciò lì dov’erano a chiedere l’elemosina.

Cammina cammina, Pinocchio e Geppetto arrivarono ad una graziosa casetta di paglia, bussarono alla porta ma nessuno rispose. Così entrarono e non videro nessuno, ma poi una voce li salutò.
I due si voltarono, era il Grillo Parlante!
– Oh! Mio caro grillino! – disse Pinocchio, salutandolo gentilmente.
– Ora mi chiami il “tuo caro Grillino”, ma ti ricordi quando mi hai tirato dietro il martello a casa di Geppetto?

– Hai ragione… se vuoi vendicarti tira un martello addosso a me, ma lascia stare il mio papà Geppetto – rispose Pinocchio con lo sguardo basso.
– Non preoccuparti, ti ho già perdonato.
– Ora però devi aiutarmi, il mio papà è molto stanco e ha bisogno di un bicchiere di latte.
– Vai a chiedere al fattore che ha tre mucche.

Pinocchio corse dal fattore e gli chiese del latte.
– Per un bicchiere di latte fa un soldo – gli rispose il fattore.
– Ma io non ho nemmeno un soldo bucato!
– Allora potresti far girare la ruota per turare su l’acqua dal pozzo, sai il mio ciuchino si è ammalato proprio ieri.

– Potrei vedere quel ciuchino? – chiese Pinocchio.
– Certo! – gli rispose il fattore, conducendolo nella stalla. Dentro, disteso sulla paglia, c’era una vecchia conoscenza di Pinocchio.
Era Lucignolo, malato e stanco per aver girato la ruota ogni giorno, tutto il giorno, dal momento che si erano lasciati al mercato.

A Pinocchio si strinse il cuore, e allora iniziò a girare la ruota, guadagnando il bicchiere di latte da portare a Geppetto.
E da quel giorno in poi, per più di cinque mesi, si alzò ogni mattina per andar a girare la ruota al posto di Lucignolo e guadagnare un bicchiere di latte da portare al suo caro papà.
La sera, stanco dalla fatica, Pinocchio si esercitava sempre a leggere e scrivere usando un vecchio libro usato e tutto consumato, comprato per un soldo al paese.

Finché una mattina disse a suo padre:
– Vado qui al mercato di paese, mi compro una giacchina, un berretto e un paio di scarpe, che quando torno ti sembrerò un gran signore!
E uscito di casa cominciò subito a correre tutto allegro e contento.

Sulla strada incontrò un cane vestito da cocchiere, era quello che aveva portato Pinocchio svenuto e appeso all’albero, dalla Fata Turchina.
– Come sta la mia cara Fata?! – gli chiese subito Pinocchio.
– Male, molto male, si è ammalata e sta in ospedale, e non ha neppure più nulla per potersi permettere neppure un boccone di pane.

Pinocchio prese i quaranta soldi che aveva in tasca e li diede al cane.
– E il tuo vestito nuovo? – gli chiese il cane.
– Non mi importa! Venderei anche quelli che ho addosso per la mia Fatina! Ora va’ e portale questi soldi, e tra due giorni torna qui che te ne darò altri!
Il cane prese i soldi e corse subito dalla Fata.

Pinocchio tornò a casa e disse a Geppetto che non aveva trovato nessun vestito che gli andasse bene.
Quella sera Pinocchio, invece di star sveglio fino alle dieci a studiare, andò a letto dopo mezzanotte; e invece di lavorare sodo otto ore al giorno, iniziò a lavorarne dieci.

Così una sera, stanco ma felice, si addormentò e sognò che la Fata dai capelli turchini lo perdonava di tutte le monellerie fatte fino a quel giorno, e gli dava un bacio sulla fronte.
Lì finì il suo bel sogno e continuò a dormire beato fino al mattino.

La mattina Pinocchio riaprì gli occhi. Si sentiva strano, si stiracchiò tutto e si guardò allo specchio: non era più un burattino ma un ragazzo in carne ed ossa!
Pinocchio gridò di felicità.

Nella camera entrò Geppetto richiamato dal grido, e rimase di stucco nel vedere il suo burattino trasformato in un ragazzo vero! Pinocchio lo abbracciò forte.
– Ma come è potuto succedere?! – gli chiese Pinocchio.
– Sai a volte quando i ragazzi, da monelli diventano buoni, hanno la capacità di cambiare aspetto, loro e tutta la famiglia intera…

Pinocchio guardò in un angolo della camera, sopra una seggiola c’era seduto sopra un burattino, e dopo un po’ che lo guardava, disse dentro di sé con grandissima emozione:
– Com’ero buffo quando ero un burattino, e come son contento di essere diventato un ragazzo perbene!

⚜️ Fine della fiaba ⚜️
© Copyright e Testi: Silvia e William – fabulinis.com

Curiosità su Pinocchio

● Carlo Lorenzini, vero nome di Carlo Collodi, scrisse Pinocchio in un momento di difficoltà della sua vita.

● In realtà il vero Pinocchio era lui stesso, sempre pronto a far “bambinate” e pieno di debiti al gioco d’azzardo, si mise così a scrivere una storiella per bambini per guadagnare qualche soldo. Ma già dopo pochi capitoli si era stancato e aveva scritto la parola fine del suo racconto più o meno quando i due banditi appendono Pinocchio all’albero.

● Ma ormai Pinocchio aveva iniziato a viver di vita propria dentro l’entusiasmo e l’immaginazione dei bambini tanto che, a furor di popolo, fu costretto a tirar giù Pinocchio dall’albero e rimetterlo di corsa a vagabondare per la sua strada. Una strada piena di avventure e di crescita interiore che lo porterà a diventare finalmente un bambino in carne ed ossa.

● La verità è che dentro le pagine del libro, ognuno di noi può immedesimarsi in Pinocchio, perchè racconta con parole semplici e senza troppi giri di parole, il birbante che si nasconde dentro tutti i bambini.

● Pinocchio è anche stato un racconto da cui poi sono stati ripresi concetti e modi di dire che oggi sono di uso comune, come:

  • “le bugie dal naso lungo o dalle gambe corte” per indicare chi mente;
  • “il paese dei balocchi” per indicare un luogo immaginario e fantastico dove non si fa nulla dalla mattina alla sera;
  • “Sono fritto!” che si riferisce ad un momento non presente nella nostra versione della fiaba, dove Pinocchio rischia di essere messo in padella e mangiato da un pescatore.
  • “Il Gatto e la Volpe” per indicare una coppia di persone poco affidabili

● Il libro divenne talmente famoso in tutto il mondo (è il libro in lingua italiana più venduto nella storia e vanta ben 240 traduzioni in lingua estera) che anche Tolstoj nel 1936, ne scrisse una versione molto simile.

● Di Pinocchio si sono fatti film di animazione (il più famoso è sicuramente quello della Walt Disney) che dal vero (come non ricordare il Pinocchio interpretato da Benigni nel 2002 o, l’ultimo del 2019, con alla regia Garrone in cui sempre lo stesso Benigni interpreta Geppetto?)

● E la canzone di Edoardo Bennato sul Gatto e la Volpe chi può scordarla?
ascoltatela su youtube 😉

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il libro illustrato

Pinocchio. Disney

Pinocchio. Disney

La vita sumera


Come vivevano i sumeri più di 4000 anni fa?

Beatrice di 10 anni ci descrive uno spaccato di vita quotidiana degli antichi sumeri immaginando di essere un’artigiana dell’epoca 😊

La vita sumera


Io sono un’artigiana sumera, vivo con mia madre e mio padre.
Mia madre si occupa di lavorare l’argilla sopra il tetto con una sua amica (il tetto è piatto per permettere alle donne di lavorare con più spazio), mentre mio padre è il comandante dell’esercito, per ordine del re va a ispezionare i vari prodotti che propongono i mercanti. Le case qui a Uruk non sono tanto ampie e per salire sul tetto bisogna aprire una botola e tirare giù la scala. Un edificio che mi piace in particolare è la “ziggurat”, un grande palazzo costruito con mattoni d’argilla e formato da
lunghe terrazze (che sono) collegate l’una all’altra da scalinate.

Per tenere uniti i mattoni i Sumeri utilizzano il petrolio. Io so che nella parte bassa della ziggurat ci sono i magazzini, dove vengono conservati prodotti di ogni tipo, nella parte più alta della ziggurat si trova il tempio che è dedicato al dio che protegge la città, è lì che si svolgono i riti. Un altro edificio importante è il palazzo del re, all’interno del quale egli vive con la sua famiglia e i funzionari.

La “piramide sociale” è formata da diversi ruoli, quelli dei Sumeri sono:
a capo della società c’è il re o sovrano, lui dirige l’esercito e stabilisce le leggi, il sommo
sacerdote è la persona più importante dopo il re, egli si occupa di svolgere i riti in onore
degli Dèi, poi ci sono i comandanti dell’esercito e i funzionari che organizzano per ordine
del re il lavoro nei campi e controllano i prodotti; gli scribi si occupano di scrivere tutto ciò che riguarda la città.

I soldati vigilano alle mura della città-stato se ci sono nemici in vista.
La ruota dei carri dei soldati è la ruota che usano i vasai; proseguendo la scala sociale, ci sono gli artigiani che come me producono oggetti per la vita quotidiana e i mercanti che si occupano di scambiare oggetti grazie al sistema del “baratto”.

I contadini e i pastori costituiscono la maggior parte della popolazione, una volta finito il loro lavoro consegnano i loro prodotti al tempio dove verranno ripagati con risorse utili alla loro sopravvivenza; infine ci sono gli schiavi che si trovano all’inizio della piramide sociale, essi sono uomini prigionieri di guerra o che non sono riusciti a pagare i propri debiti.

Adesso parlo un po’ di me e vi racconto la mia vita quotidiana…allora, questa mattina mi sono svegliata presto perché dovevo preparare i vasi con l’argilla che mia mamma aveva preso, ho modellato l’argilla con il tornio fino a farle prendere forma, poi l’ho messa a
cuocere nel forno.

Dopo di che sono andata col carro al “mercato” o, come lo chiamo io, centro di commercio e ho venduto i miei vasi a un mercante che li venderà a sua volta.
Dato che a Uruk gli alberi sono pochissimi, il legno vale quasi più dell’oro, ma siccome nella mia famiglia lavoriamo tutti, sono riuscita a barattare un carro, sfortunatamente per tutte le scorte di latte che il mio asino aveva fatto, ma non era un problema, si potevano sempre comprare.



Noi Sumeri siamo politeisti, cioè crediamo in tanti Dèi, uno dei Dèi più importanti è il mito di “Gilgamesh” l’eroe sumero che come ogni dio ha sembianze umane ma è in grado di compiere missioni straordinarie, si vocifera che egli compì un incredibile missione per
raggiungere Utnapishtim l’unico umano sopravvissuto al diluvio. Altri Dèi conosciuti dai Sumeri sono Inanna dea della terra, Enlil dio dell’aria, Enki dio delle acque ed Anu dio del cielo.

La scrittura dei Sumeri è cuneiforme cioè ha forme triangolari e cunei. Dato che noi Sumeri abbiamo la necessità di “registrare” i prodotti avevamo inventato la scrittura numerica, per ogni oggetto corrispondeva un gettone d’argilla, essa fu poi rinvenuta su dei sigilli che utilizzavamo per sigillare i vasi che contenevano i prodotti e su ogni sigillo era impresso un semplice simbolo.

Poi vennero i pittogrammi, difficili da scrivere e da imparare, quindi i saggi e i sacerdoti li semplificarono fino a farli diventare ideogrammi. Gli ideogrammi indicavano idee e azioni. Con il tempo la scrittura si facilitò, gli ideogrammi diventarono trattini con una forma simile ai triangoli e ai cunei: da allora la scrittura fu chiamata “cuneiforme”, costituita da seicento segni.

Con l’invenzione della scrittura nacque il lavoro dello “scriba”, per andare a scuola ci sono degli scribi a insegnare e gli assistenti hanno la frusta, siccome i bambini che disattendono alle regole o si fanno i fatti loro devono essere puniti. Ai Sumeri piace imparare sempre cose nuove, è per questo motivo che ci siamo specializzati in diversi campi:

in matematica abbiamo introdotto l’abaco, uno strumento capace di indicare le unità, le decine e le centinaia con semplici calchi paralleli, ogni solco contiene piccoli sassolini detti calcoli, questi ultimi servono per fare le operazioni aritmetiche.

Ora arriva la parte che preferisco: l’astronomia. I sacerdoti conoscono i cinque pianeti visibili a occhio nudo: Venere, Marte, Mercurio, Saturno e Giove.

Noi Sumeri, siamo molto intelligenti ed esigenti ed è proprio grazie a queste qualità che siamo riusciti a prevedere l’andamento delle stagioni e delle piene improvvise del Tigri e dell’Eufrate (le piene sono le fuoriuscite dagli argini).

In realtà siamo riusciti a prevedere queste cose grazie alla nostra capacità di osservazione notturna del cielo e dei fiumi. Abbiamo diviso (da poco) il tempo in unità di sessanta minuti e oltre tutto abbiamo inventato un calendario formato da dodici mesi, quindi che comodità le persone del futuro con tutte queste invenzioni… le abbiamo create noi!

In medicina, i medici, per curarci quando stiamo male usano rimedi e miscugli a base di erbe medicinali, nella speranza di guarire i pazienti.
I medici per curarci a volte usano una sostanza minerale come “l’ametista”, che può servire per esempio per curare forti mal di testa come l’emicrania.
Oltre all’ametista i Sumeri utilizzavano anche l’aloe vera per i benefici alla pelle, per disinfettare le ferite e per preparare
cibi genuini.

Adesso vi saluto, la mia giornata è finita. Vi ho descritto la mia giornata e il mio popolo, ma adesso è arrivato il momento di salutarci e per me di prepararmi per andare a letto, oh è vero, mi sono dimenticata di dirvi che il mio letto è un tappetino di pelle di
animale che si stende a terra e adesso con il riposo, mi preparo ad affrontare una nuova giornata…

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Beatrice Bonizzoni di 10 anni per aver condiviso con tutti noi questo racconto ambientato nell’antica Mesopotamia.
Beatrice ha anche un canale youtube in cui racconta le sue storie.



Fingo di essere una bambina egizia

Hai mai immaginato di essere la figlia del faraone?

Beatrice ci propone questo racconto ambientato nell’antico egitto, in cui immagina di essere la figlia del faraone 😊

Fingo di essere una bambina egizia


Ciao a tutti, io sono la figlia del Faraone, il mio nome è Samira. Mio padre si chiama Akhenaton ed è simpatico con chi rispetta gli ordini, ma chi non li rispetta, non fa una bella fine…
I servi sono coloro che non hanno rispettato le leggi, che non sono riusciti a pagare i propri debiti e le persone schiave di guerra.
Mia madre era una nobile promessa sposa a mio padre, così è diventata regina: lei si chiama Nefrite ed è la donna più bella di tutto
l’Egitto.

Infine c’è mio fratello, il più piccolo della famiglia, si chiama Tutankhamon e sarà il prossimo Faraone dopo mio padre.
Io ho 6 anni, mentre mio fratello ne ha 5.

Mio fratello frequenta la scuola da quando aveva quattro anni, così hanno voluto i miei genitori. Lui ci ha raccontato che se qualcuno
disubbidiva alle regole, non venivano frustati, perché erano piccoli, però davano loro punizioni supplementari come rimanere fino alla
sera a scuola, oppure rimanere finché non avevano finito di pulire la classe.

Agli insegnanti non importava se i genitori dei bambini fossero il re e la regina, oppure nobili e funzionari: il compito dei bambini di quella età era andare a scuola dall’alba al tramonto.

Io durante la giornata vado a vedere che cosa fanno la mamma e il papà. La mamma chiacchiera con le donne nobili. Lei ha anche qualche amica artigiana che conosce da quando era piccola (essendo amiche, non le dava ordini). Il papà ordina ai funzionari di andare con il capo dell’esercito e agli scriba di controllare e a provare i prodotti artigianali, agricoli e via dicendo (perché dà qualche vizio ? anche a loro).



Dal momento che a casa non ho nessuno con cui giocare, vado a “spiare” mio fratello a scuola, per vedere cosa fa e vedo sempre qualcuno che si distrae. Siccome non ho voglia di vedere un bimbo che deve pulire tutta la classe dall’alba al tramonto, poiché sicuramente saranno puniti per la distrazione, me ne vado dalle mie amiche.

Quando qualche bambino mi fa pena, vado a chiedere a mio papà se può fare qualcosa, lui mi accontenta sempre (forse ispiro tenerezza, questa è una qualità da sfruttare).

Le mie migliori amiche sono Shira e Gohar. Shira è la figlia di due funzionari e Gohar di due contadini. Anche se apparteniamo a famiglie di livello sociale differente, siamo comunque amiche.

Quando mi annoio, gioco a palla con Gohar perché a lei piacciono molto gli sport La palla con cui giochiamo è fatta di cuoio con qualche disegnino ricamato sopra.

Con Shira, invece, giochiamo con bambole di pezza o di legno coi capelli di paglia, ma soprattutto di legno. Quando io, Shira e Gohar siamo tutte insieme ci divertiamo giocando con la corda: la nostra corda è fatta di filamenti di paglia intrecciati da tessuti
abbastanza resistenti come il “lino”, un tessuto usato anche per fare i vestiti o per mummificare i corpi dei defunti detti… mhmm…
credo che le persone li chiamino “mummie”.

Per essere così piccola sono orgogliosa di me stessa, io so scrivere i temi e adoro quello che faccio durante la mia giornata. Dato che mi piace molto scrivere, quando sarò grande il mio sogno nel cassetto è diventare la prima donna scriba di tutto l’Egitto, poter dire alla fine della mia giornata: “Bene per oggi è tutto”.

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Beatrice Bonizzoni di 10 anni per aver condiviso con tutti noi questo racconto ambientato nell’antico egitto.
Beatrice ha anche un canale youtube in cui racconta le sue storie.



Il pozzo dei sogni ✨


Da dove nascono le leggende?

Quasi sempre da una storia pregressa, il cui fondo di verità viene impreziosito dalla umana fantasia, che rende una storia banale, degna di essere tramandata.
Cosa sono le fiabe se non che delle leggende articolate?
Spesso sono storie d’amore! Questa è una tenera storia d’amore. Che nasce da una leggenda!

Il pozzo dei sogni ✨


Un giorno, prima della storia, in un paese più lontano dell’oltre, viveva una principessa che tutti chiamavano, Cuor di miele.

La bella principessa era sempre buona e gentile con tutti e tutti la ricambiavano con infinito Amore e riconoscenza.
Ella viveva in uno splendido castello con il suo principe William che adorava. Il principe, innamorato come pochi altri al mondo, la ricopriva di attenzioni.

Ma accadde, e accade ancora, che talune sventurate persone, oppresse dall’invidia, interpretano l’altrui felicità come la possibile causa della propria infelice condizione. Tanto li arrovella il tarlo da convincerli che, minando la felicità dell’altro, possano in qualche modo trovare la strada per la loro.

Così credeva una perfida strega maligna, di nome Mefista!
Mal tollerando la raggiante principessa, decise di farla vittima di un incantesimo.

Chiusa nella più profonda segreta del suo inquietante castello, la strega chiamò a raccolta tutte le sue conoscenze nelle magiche arti. Consultò antichissimi testi. Compose misteriose pozioni. Pronunciò incomprensibili formule e, infine, mise in atto il suo piano diabolico.

Curva, davanti al fetido stagno antistante il suo maniero, in una fredda e buia notte di novembre, diede inizio al rito magico. Tutto era stato preparato con cura e meticolosa pazienza.
Sulla superficie delle nere acque, la figura della principessa venne misteriosamente riflessa.

Poco dopo, si poteva distinguere nitidamente anche un cortile con un bel salice, un enorme e bellissimo pozzo e una coppia di splendidi pavoni. Un posto che Mefista conosce molto bene, poiché si tratta del cortile interno del castello reale, ove ella prestò la sua opera come veggente al servizio del Re, finché non venne cacciata per sospetta stregoneria.

Improvvisamente, una sfera luminosa sembrò fuoriuscire dalla testa della principessa. Lei sembrava non avvedersene ma, quella sfera luminosa era formata dall’energia di tutti i suoi sogni più belli e, la perfida Mefista, li stava nascondendo nel fondo del pozzo. Luogo da cui sperava non sarebbero mai più usciti.

Da quella notte, la principessa non poté più dormire senza avere degli incubi terribili, che sovente la destavano e rendevano sempre più difficile il suo riposo. Il tempo passava e sempre più spesso si svegliava urlando di notte, madida di sudore vittima, Dio solo sa, di quale terrificante demone.

Il principe, che l’adorava più della sua stessa vita, dopo aver consultato tutti i più eminenti studiosi del regno, in preda alla disperazione, decise di rivolgersi a colei che più esecrava tra tutti i suoi sudditi. La strega Mefista. Personaggio che egli stesso, aveva anni addietro esiliato nel bosco dove avrebbe dovuto meditare sulle sue nefandezze.

Era disposto a concederle qualunque cosa, pur di rendere la serenità e il sonno alla sua adorata compagna.
Così, prese un forziere d’oro, ben conoscendo la sua avidità, e si avventurò all’interno del bosco. Giunto al cospetto della strega, la pregò di intervenire con una pozione o quant’altro di magico, ma questa prese il forziere e, promettendo che avrebbe fatto qualcosa nei giorni successivi, lo cacciò in malo modo.

Il principe rientrò alla reggia, deluso e sconfitto, non confidando affatto nelle parole della strega. Appena varcate le alte mura di cinta, il suo udito, ormai avvezzo ai lamenti della sua amata, non gli risparmiò la conferma che ancora un incubo, la stava torturando.

Sciolse la fascia che teneva avvolta intorno alla vita e si approssimò al pozzo con l’intenzione di bagnare la stoffa, con la quale detergere poi la fronte della sua compagna, certamente imperlata di sudore. Ben sapendo, ormai per esperienza, che la qual cosa le avrebbe dato sollievo!

Giunto davanti al pozzo, si concentrò in una preghiera e, quando si chinò sul bordo per attingere dell’acqua, ebbe l’impressione di intravedere sul fondo, sotto la superficie dell’acqua, uno strano baluginio.

Sulle prime, pensò che si trattasse di uno scherzo della luna, il cui riflesso sull’acqua del pozzo creava sovente curiosi giochi di luce. Quando però realizzò che la sua ombra non sembrava rappresentare un ostacolo alla luce nel pozzo, trasalì!

Quella luce, non proveniva da fuori ma, sembrava scaturire dal fondo stesso del pozzo. Allora il principe, trasse una moneta dalla tasca della sua giacca e la gettò giù, come per saggiare l’effettiva profondità del pozzo, e verificare nello stesso tempo come ciò avrebbe influenzato quel curioso riflesso. Con sua meraviglia, vide la moneta brillare in modo innaturale per tutto il suo percorso fino a scomparire nell’acqua. Quella cosa, qualunque essa fosse, non era nell’acqua, ma al di sopra di essa.

William chiamò il suo scudiero e gli ordinò di aiutarlo a calarsi nel pozzo. Questi, da principio pensò che il principe fosse impazzito ma poi, di fronte alla sua determinazione obbedì.

Il principe, saldamente legato ad una corda fissata alla sella del suo cavallo cominciò a scendere nel pozzo. Più scendeva più il suo corpo sembrava emettere una tenue luce azzurrognola. Quando fu sul punto di toccare l’acqua, i suoi occhi si erano ormai abituati a quella strana luce. Guardò verso l’alto e rimase esterrefatto!

Come dei fantasmi, interi villaggi, persone, animali e cose, galleggiavano nell’aria fatti di sola luce! Inizialmente, il terrore sembrò pervadere tutto il suo corpo. Ebbe l’impulso di tornare in superficie in tutta fretta ma, si trattenne da questo proposito quando gli sembrò di scorgere, nelle immagini davanti a lui, qualcosa di famigliare. Inoltre, guardandole bene, quelle scene erano così serene da infondere un piacevole senso di pace!

Istintivamente William, comprese che non aveva nulla da temere da quella situazione e, cancellata la paura iniziale, riconobbe con facilità la tenuta dei genitori di Cuor di miele. La casa dove era cresciuta da bambina. Anzi, la bimba che ora si vedeva proprio nel mezzo della scena, con i capelli raccolti in una bella treccia nera, non poteva che essere lei!


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Le fiabe dei fratelli Grimm

Le fiabe dei fratelli Grimm



Il signore, che dolcemente l’ accompagnava tenendola per mano era certamente il padre, suo suocero. Certo, molto più giovane, ma era senz’altro lui! Quelle due figure eteree, passeggiarono sul Prato fino a raggiungere un grazioso pergolato che, il principe William non aveva mai visto prima ma, ne era certo, doveva essere il pergolato estivo che tante volte Cuor di miele gli aveva descritto, andato poi distrutto a causa di un incendio. Giunti al pergolato, era possibile vedere ora una piccola tavola imbandita con dei vassoi, sui quali erano disposti con cura, dei piccoli, variegati panini.

Ma certo!
Il principe William stava assistendo ad uno di quei giorni di festa che tanto erano rimasti nel cuore della principessa al punto che spesso tornavano nei suoi sogni. Giorni quelli, in cui il padre le dedicava il suo tempo e le offriva dei panini farciti di cui tanto era golosa, il cui sapore non ritrovò mai più!

La scena, cambiò di colpo. William sembrò improvvisamente circondato da un lussureggiante bosco, fitto come non ne aveva mai visti ma, inspiegabilmente luminoso.

Ecco che, all’improvviso, da una siepe saltò fuori una lepre dal muso incredibilmente espressivo. Lo fissò a lungo con i suoi inquietanti occhi gialli, prima di mettersi a recitare, con buffa espressione saccente, alcuni versi di un classico della letteratura. William, non seppe trattenere una sonora risata. Proprio come avvenne quando la Principessa gli aveva raccontato, nei minimi dettagli, ciò che lui stava vedendo ora!

Lo scudiero, in cima al pozzo, udite le risa del principe, si preoccupò e diede una voce. Il Principe lo tranquillizzò e lo pregò di farlo risalire. Aveva capito cosa stava osservando! Anche se non sapeva spiegarselo! Evidentemente, nel pozzo, vi erano i sogni della principessa. Quei sogni che non sembrava più in grado di fare!

Di certo, sapeva però, che questo prodigio doveva essere la causa del malessere della principessa. Era inoltre, altrettanto certo che un simile maleficio non poteva che essere opera di Mefista!

Una volta fuori dal pozzo indossò la sua armatura, l’elmo, la spada, prese il più veloce dei suoi cavalli e, correndo più veloce del vento, tornò sulla strada che conduceva alla magione della perfida Mefista.

Lungo la strada, di tanto in tanto, portava la mano sull’elsa della spada, in collera con se stesso al pensiero che solo poche ore prima, si era recato da lei con dei doni.

Irruppe nel castello con la violenza di un animale feroce.
La strega, vista la sua determinazione trasformò i pipistrelli del castello in tre draghi, che il principe sconfisse uno dietro l’altro, sorprendendosi egli stesso di come vi riuscì!

Salì i gradini della torre, dove nel frattempo si era barricata la strega, quattro alla volta.
Giunto davanti alla pesante porta chiusa dall’interno, estrasse dalla sua borsa la ghiandola di drago, asportata all’ultimo dei tre draghi uccisi e ricolma di liquido altamente infiammabile prodotto da quell’animale. La ruppe davanti alla porta, spingendo il liquido sotto la stessa. Mefista dall’interno, vide il liquido entrare da sotto la porta e, riconosciutone il tipico odore, intuì immediatamente le intenzioni di William e scoppiò in un pianto irrefrenabile.

Il principe, le intimò di aprire la porta senza indugio alcuno e, la strega, spaventata dalla prospettiva delle fiamme obbedì.
William spalancò la porta, entrò nella stanza, ed afferrò Mefista per i capelli in un unico fluido movimento.

Sguainata la spada, ne accostò la lama alla gola della strega, che ora aveva perso tutta la sua arroganza. William esercitò sulla spada una pressione sufficiente da evocare il pensiero della morte, e con esso il doveroso rispetto che la triste mietitrice incute anche e soprattutto nelle streghe.

Con esasperante lentezza, il principe, avvicinò il suo viso all’orecchio di Mefista, trattenendola sempre saldamente per i capelli. La sua voce, tremante di rabbia, risuonò come un sibilo roco nella testa di Mefista. Quella voce, le spiegava cosa aveva scoperto e non avendo bisogno di conferma alcuna, sentenziava la sua condanna a morte. Ma ciò che terrorizzò definitivamente la strega, fu la promessa che l’avrebbe tenuta in vita finché non avesse tolto l’incantesimo alla principessa. Il tono della voce di William, lasciava intendere che questo sarebbe stato persino peggio della morte per lei!

Così la strega confessò di essere l’artefice del sortilegio, e spiegò tra le lacrime che lei stessa non poteva far nulla per ridare alla Principessa i suoi sogni. Solo il “libro bianco dei buoni propositi” conteneva la formula che avrebbe infranto l’incantesimo. Purtroppo questa da sola non sarebbe bastata, se a leggerla non fosse stato un uomo dal cuore sinceramente innamorato. La pena, per chi avesse osato leggerne i contenuti, senza essere sinceramente innamorato, sarebbe stata quella di cadere anch’egli nel limbo del perpetuo incubo.

Il libro era nascosto nella parte più profonda del bosco e cercarlo, significava dover affrontare i peggiori personaggi generati dalle tenebre.

Il principe, trascinò allora Mefista con se all’interno del bosco, e con l’aiuto della strega, combattendo contro indicibili difficoltà, trovarono “il libro bianco dei buoni propositi”.

Il volume sembrò enorme agli occhi del principe che, rimase invece decisamente meravigliato nello scoprire quanto fosse sorprendentemente, leggero!

Tanto leggero, da rimanere sospeso a mezz’aria, come se volasse. Con estrema delicatezza il principe lo aprì e con suo grande stupore, scoprì che nulla vi era scritto. Tutte le pagine erano bianche. Si voltò inferocito verso Mefista, pretendendo una spiegazione e questa arrivò prontamente. Nessuno può leggere il libro bianco! Esso si svela di volta in volta che lo si interpella, generando l’incantesimo necessario.

William non ne aveva bisogno per se ma per la sua principessa! Era quindi necessaria la sua presenza per poterlo leggere.
William rientrò alla reggia. Fece rinchiudere Mefista in attesa della sua sorte e corse dalla sua principessa.
Sicuro del suo Amore, non temeva per se alcun male! Scese da cavallo, con il libro sottobraccio, più per trattenerlo dal volar via che per sostenerlo.

Si adagiò affianco alla sua principessa, la prese per mano, la baciò con tenerezza, e aprì il libro che teneva sulle sue ginocchia. Per incanto le parole cominciarono a comparire sul libro, come vergate da una mano invisibile. Dopo un breve momento di meraviglia, il principe cominciò a recitare le belle parole scritte nel libro.

Amore mio!
Adesso, Amore mio,
Chiudi gli occhi piano piano
E immergiti nel sonno, così come si entra nell’acqua,
Il più bello dei sogni ti accoglierà!
Chiudi gli occhi e abbandonati tra le mie braccia, nel tuo sonno non dimenticarmi mai!
Amore mio!
Io sarò sempre al tuo fianco, a difenderti, ad Amarti.
Ascolta il mio cuore!
Ti accompagnerà nel tuo sereno viaggio.
Chiudi i tuoi occhi scuri, nei quali io mi perdo.
Chiudi quegli occhi, ove arde una
fiamma che illumina la mia vita.
Lascia che il caldo abbraccio del sonno
Sfiori la tua pelle così morbida e profumata.
Lascia che le mie carezze giungano a te anche
attraverso il sonno così da avvertire la mia presenza.
Ricorda che nulla hai da temere,
poiché nulla può spegnere il nostro
Amore.
Amore mio!

La principessa, chiuse gli occhi e si lasciò finalmente rapire da un sonno, tranquillo e profondo tra le braccia del suo principe. Ricco di sogni bellissimi.
William era, stordito!

Non solo la sua principessa dormiva tranquilla, come ormai non faceva più da tempo, ma le parole che aveva appena letto nel libro, erano si apparse nel libro stesso ma, lui le aveva sentite uscire dal suo cuore!
Era dunque questo il potere del libro! Trasformare i buoni propositi in concrete realtà, usando l’Amore come magica fonte d’energia?

Trascorsero molti anni felici.
La grazia fu concessa alla perfida strega Mefista che, per mezzo del libro bianco dei buoni propositi, fu privata di tutti i suoi poteri è rispedita in esilio nel bosco.

Da allora, i sudditi del regno, si recano di frequente al pozzo che sorge al centro del cortile, dove si narra che, lanciandovi una moneta all’interno, esso possa esaudire i desideri di chi la moneta avesse lanciato!
Molti, sono infatti disposti a giurare che fu così, che la loro Principessa, per mano del suo Principe, ottenne il ritorno della serenità!

Da allora poi, tutti vissero felici e contenti!
Ogni volta in cui, il sonno della Principessa fosse minimamente turbato, il suo Principe si sdraia affianco a lei, le accarezza i capelli, e con infinita dolcezza, le sussurra.
Amore mio!

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Guglielmo Morelli per aver condiviso con tutti noi questa bella fiaba. Illustrazioni di Fabio Faneschi.


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Le fiabe più belle

Le fiabe più belle


Fiaba in rima 🏰


La cioccolata può essere un’arma molto potente…

Fiaba in rima 🏰


In un castello,
chiamato Bello,
viveva una principessina, piccina, piccina.
Quel castello era circondato da un ruscello,
un alberello,
fiori colorati
e muri di cioccolati!
I cuochi, a corte, come ne erano addolorati!
Ogni giorno dovevano preparare chili e chili di quel mangiare, perché, ahimè!
non si formava da sé.
I soldati nemici, diretti ad attaccare quel castello, si portavano non armi ormai, ma un cestello
e riempivano di cioccolato tutto quello.
Questa la tattica della principessina,
per assicurarsi pace vicina.
Tutti i nemici si lamentavano: “Ohibò! Che male che ho!” – un mal di pancia coi fiocchi,
che la principessina vedeva con gli occhi.
Questa tradizione tramandata le fu dal suo Re Padrone,
che con un aquilone
un giorno volò via in qualche direzione.
Invano la principessina tese la sua manina, pronunciando quella magia
che si sentiva in tutta la via:
“Abbullu! Ubballa! Fa che torni qua! “.
Sparito,
ma il suo Re Padrone
in quale cittadone
aveva posato il suo aquilone?
Questa volta con quale altra ideina salvava il castello di qualche regina?
Non più muri di cioccolato,
ma montagne di gelato?
La principessina trovò il suo coraggio
e si avventurò in un viaggio.
Ogni notte nella cabina della sua dorata nave,
domandava ad Ave, la fata in cui confidava,
dove il Re si trovava.
– Siamo troppo lontane, nulla sento se non del vento. –
La principessina si disperava
e intanto vagava.
Un giorno pensava al castello chiamato Bello,
alla felicità che sta là e al re lontano;
quando vide un nano,
che camminava sull’acqua, con un naso strano.
– Questo naso, per un caso sembra di raso! –
La principessina chiese: “Quelle botte come le hai prese?”
– E’ solo uno sfogo, che come un rogo, brucia, a me goloso.
Vicino al castello di quel paesello,
(con un dito indicò la costa)
ci sono montagne di castagne zuccherate e caramellate.
I nemici e non solo, cha altro fare se non mangiare ed abbuffare?
E in questo modo si tiene distante il brutto, il cattivo e il furfante! –
“Ecco perché il mio Re, ohimè, è volato lontano da me.
Questa è la sua missione:
portare al massimo mal di pancia, ma non battaglione!”

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Cristina Mori per aver condiviso con tutti noi questa fiaba scritta in rima.



La tartaruga contadina 🐢


La verdura meglio non cercarla in spaggia!

La tartaruga contadina 🐢


C’era una volta una tartaruga di nome Titti.

Titti era piccola e aveva tanti puntini sul guscio, trascorreva la maggior parte del tempo a piantare dei semini piccolissimi che riuscivano a vedere soltanto le aquile!

Come creava questi semini? Accanto alla sua tana c’era un orto di un contadino ed ogni tanto Titti andava a raccogliere i semi che lui piantava, li sminuzzava nella bocca e li portava nella sua tana.

Nel suo piccolo orto c’erano pomodori, carote e tante altre verdure minuscole.

Un giorno la sua amica Scrash l’aveva invitata al mare (Scrash viveva sulla spiaggia!!!! ). Titti si preparò per andare in spiaggia ma non portò nessuna verdura e quando arrivò se ne pentì perché si accorse che in spiaggia non crescevano carote e pomodori ma c’era una cosa che era ovunque …. SABBIA!

Scrash le andò incontro e le disse: “Ciao Titti! Vieni a fare un bagno?”.
“Ciao a te Scrash! Io però non so nuotare!”
“Dai che è facile”. “Ma io…”.
“Vuoi le verdure si o no? E allora andiamo”.

Scrash fece aggrappare Titti ad un pezzo di gommone che era stato abbandonato sulla spiaggia e le insegnò a nuotare.

Ma a Titti aspettava una brutta sorpresa…le verdure erano:
1 appiccicose come colla,
2 viscide come un’anguilla,
3 la cosa che disgustava Titti era che avevano un colore sgradevole!

Titti tornò a casa felice di aver trascorso un giorno con la sua amica e di aver imparato un po’ a nuotare.

Sarebbe tornata in spiaggia ma portandosi le sue deliziose verdure!

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia la piccola Giulia Venturi di 7 anni per aver condiviso con tutti noi questo bel racconto.



Il bambino che voleva fare tutti gli sport ⚽🏀🎾🏐


E’ bello voler fare tutti gli sport, ma a volte bisogna saper scegliere!

Il bambino che voleva fare tutti gli sport ⚽🏀🎾🏐


C’era una volta in un piccolo paese della città di Cleda, Simone.

Simone voleva fare tutti gli sport che conosceva ed erano tanti.

Voleva fare Calcio, voleva fare Basket, voleva fare Tennis, voleva fare Pallavolo e tanti altri.

Glie lo diceva ogni giorno a sua madre ma lei naturalmente diceva sempre no. Ma Simone insisteva.

Sua mamma si era stancata che Simone ogni giorno glielo chiedeva e quindi un giorno lo fece iscrivere a tutti questi sport per far capire a Simone che non era bello fare tutti questi sport.

Simone cominció il primo giorno di Calcio. Finí alle 4:30 e lui era già molto stanco ma alle 5:00 aveva Basket e alle 6:30 aveva Pallavolo.

Simone andò a tutto gli allenamenti e quando tornò a casa era cosí stanco che si buttò sul letto e si addormentò subito senza neanche cenare e fu cosí tante altre volte.

Poi a volte aveva le partite di Calcio e di Tennis allo stesso orario e doveva decidere che lezione saltare.

Dopo 2 mesi che continuava cosí decise di smettere e scelse di fare solo gli allenamenti di Basket che era il suo sport preferito.

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Antony di 12 anni e la sua mamma Cinzia per aver condiviso con tutti noi questo bel racconto.



La bambina che non voleva andare a scuola 🎒


Non si inventano scuse per non andare a scuola…

La bambina che non voleva andare a scuola 🎒


C’era una bambina che si chiamava Diana e non voleva mai andare a scuola.

Inventava sempre scuse, una volta si sentiva male una volta aveva dormito poco, e inventava molte altre scuse ma in nessun modo voleva andare a scuola!

Ma dopo più di due mesi che lei inventava sempre scuse una sera la mamma sentì Diana dire dire tra sè e sè:

“la mia mamma ci casca sempre e da più di due mesi che invento sempre scuse”.

La mamma per punizione non la fece uscire più per due mesi, a parte per andare a scuola.

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia Lisa di 9 anni e la sua mamma Cinzia per aver condiviso con tutti noi questo bel racconto.



Di pesce in pesce… 🐠


Bisogna sempre capire quando è il momento giusto per agire!

Di pesce in pesce… 🐠


C’era una volta un pesce di nome Mao.

Mao era piccolo piccolo, rosso, con due strisce viola.

Un giorno mentre nuotava tranquillo vide un pesciolone che gli stava dietro, dopo un po’ vide che c’erano altri 3 pesci, uno più grande dell’altro, alla fine erano 5.

Il piccolo Mao decise che era ora di agire. Andò dove un galeone navigava e c’era rimasto un minuscolo spazio dove entrava solo lui ed entrò, gli altri invece:

1. Andarono a sbattere come una frittata di pesce!
2. Si ruppero tutti i denti!
3. Vennero pescati!

E il pesciolino vedeva tutto e ritornò a casa sano e salvo!

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia la piccola Giulia di 7 anni per aver condiviso con tutti noi questo bel racconto.


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Un pesce sull'albero

Un pesce sull’albero


La scarpa imbrogliona 🥾


Meno male che a volte le scarpe hanno i buchi nella suola!

La scarpa imbrogliona 🥾


C’era una volta un gatto di nome Piripì.

Piripì aveva 12 anni e mezzo e non andava mai a scuola.

Era magro, sempre affamato, con poco pelo e la sua caratteristica era di avere una coda a strisce bianche e nere.

Un giorno mentre passeggiava vide un topolone che mangiava una fetta di fontina, Piripì si accovacciò dietro un masso verde, però non si era accorto che il topo Michelangelo aveva una scarpa a pochi metri di distanza, e lì cominciò l’inseguimento.

Finalmente il topino riuscì ad entrare dentro la scarpa, il gatto mise la testa dentro e per quanto spinse la testa gli si ruppero i pantaloni, il gatto Piripì si mise in piedi e aprì la bocca.

Il topo Michelangelo però era riuscito a trovare un buco nella suola e ci si infilò dentro e scappò.

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia la piccola Giulia di 7 anni per aver condiviso con tutti noi questo bel racconto.



La storia del principe azzurro 🤴


Da un piccolo seme, e dal buon cuore, può anche nascere la vita!

La storia del principe azzurro 🤴


C’era una volta, sulla strada, un piccolo semino tutto blu. Di lì passò un signore molto bello e ricco, ma avido e cattivo. Quando vide il semino gli diede un calcio e se ne andò via.

Poco dopo passò un povero contadino dal cuore puro e gentile, che quando vide il semino decise di raccoglierlo e di piantarlo nel suo giardino.

Passarono molti anni e il contadino morì; il piccolo seme era diventato un grosso e bellissimo albero dalle foglie blu; la moglie del contadino decise di mettere in vendita la casa, e di andarsene ad abitare con suo figlio.

Dopo un po’ di giorni, passò di lì il ricco signore che col tempo era diventato buono! Capì subito che quell’albero era il piccolo seme che aveva calciato per strada tanto tempo prima, decise di comprare la casa e la trasformò in un castello.

Curò l’albero come se fosse stato un figlio; poi un giorno, quando il signore ricco era da tempo molto vecchio, si mise a pregare e disse:

– Oh Dio, lo so che non sono stato un buon uomo, ma ti prego regala a questo albero vita umana.

Dopo di ciò le radici dell’albero iniziarono ad avvolgere l’albero, e da lì spuntò un bambino bellissimo, dai capelli castano chiaro e gli occhi di un blu come il mare, aveva anche un cuore buono, e così nacque il principe azzurro.

— Fine della fiaba —
fabulinis ringrazia la piccola Arianna Bossi di 10 anni per aver condiviso con tutti noi questo bel racconto.



Il talent del mare 🌊


L’unione fa la forza, e a volte si trovano anche degli amici per tutta la vita!

Il talent del mare 🌊


C’erano, una volta, in un fondale marino incantevole, un polpo