Perché odiare il Piccolo Principe 💫

Perché ci mette di fronte al “noi” che non vogliamo più ascoltare, e raccontarlo fa male…

Odio il Piccolo Principe, lo dico senza girarci intorno.
Lo odio perché ogni volta che apro quelle pagine, sento una stretta alla gola che mi costringe a fermarmi.
È un odio viscerale, il mio, lo stesso che si prova per le persone che si amano troppo, quelle che ti fanno piangere senza un motivo apparente.
Ho provato a leggerlo ad alta voce (per registrare l’audiofiaba) e mi sono dovuto fermare al settimo capitolo.
La voce mi si incrinava, le parole mi si impastavano di commozione. Silvia è stata più brava di me e l’ha letta tutta…
Perché il Piccolo Principe non è un libro per bambini.
O meglio, lo è, ma solo se accetti che i bambini capiscano cose che noi adulti abbiamo dimenticato di sapere.
E questo, diciamocelo, è difficile. È difficile scoprire che una favola apparentemente semplice e per bambini, ti mette invece davanti a tutte le tue contraddizioni, alle tue mancanze, a tutte le parole che non hai detto a chi amavi e che ora non puoi più dire.
Odio il Piccolo Principe perché mi costringe a guardare dentro me stesso, e dentro me stesso, spesso, non c’è nulla di cui essere orgoglioso.
Ci sono le scuse mai fatte, i silenzi ostinati, le volte in cui ho confuso il lavoro con la vita.
E lui, quel bambino biondo venuto da un asteroide lontano, con la sua rosa capricciosa e la sua volpe che chiede di essere addomesticata, me lo ricorda ogni volta.
Senza pietà.
Lo odio perché mi fa piangere.
Piango davvero quando ripenso alla scena dell’addio, alla fragilità del corpo del Piccolo Principe che cade nella sabbia senza fare rumore.
Piango perché quella fine non è una fine, è un inizio, è il momento in cui capisci che l’amore vero non è possesso, non è per forza esserci sempre, è qualcosa di più sottile e più profondo: è la capacità di lasciare andare.
Lo odio perché mi fa sentire in colpa.
Ogni pagina è una piccola accusa, un promemoria di tutte le volte in cui ho dimenticato di guardare con il cuore, di tutte le volte in cui ho dato per scontato l’amore di chi mi stava accanto.
Il re senza sudditi, l’ubriacone che beve per dimenticare la vergogna di bere, il businessman che conta le stelle senza mai guardarle: sono io, siamo noi, tutti noi adulti che abbiamo smesso di stupirci, che abbiamo barattato la meraviglia con la produttività, la curiosità con la sicurezza.
E il Piccolo Principe invece, con le sue domande incessanti e innocenti, ci chiede di rendere conto di questo baratto. Ci chiede se siamo ancora capaci di vedere un elefante dentro un boa, o se abbiamo definitivamente ceduto alla risposta più semplice e logica del cappello.
Lo odio perché è troppo bello.
Perché ogni frase sembra scritta apposta per colpirti al momento giusto, per aprirti una crepa nel petto e lasciarti lì, con il cuore in mano, a chiederti come hai fatto a vivere fino a ora senza sapere queste cose.
È un libro che non ti lascia scampo, che ti segue anche quando lo chiudi, che riaffiora nei pensieri nei momenti più impensati: mentre guardi il cielo al tramonto, mentre annusi una rosa, mentre ascolti il vento tra le spighe di grano.
Lo odio perché mi fa sentire solo.
Perché mi ricorda che siamo tutti soli, su questo pianeta, con le nostre rose e le nostre volpi, a cercare di costruire qualcosa che assomigli all’amore.
E l’amore, ci fa capire il Piccolo Principe, è lentezza, è pazienza, è attesa.
È tutto ciò che la nostra società ci ha insegnato a considerare come uno spreco di tempo.
E allora capisci che il vero spreco è stato il contrario: correre, produrre, accumulare, senza mai fermarsi a guardare davvero chi avevamo accanto.
Il Piccolo Principe ci insegna questo, e noi non possiamo fare a meno di odiarlo per la sua capacità di smontarci pezzo per pezzo e rimontarci completamente diversi.
Lo odio perché è un libro per tutte le età e per nessuna.
Perché un bambino lo legge come una favola mentre un adulto lo legge come un’autocritica.
E allora mi arrendo.
Mi arrendo alla profondità di questo odio, che è poi solo l’altra faccia dell’amore.
Mi arrendo alle parole di Saint-Exupéry, che da quasi un secolo continua a parlarci e a ricordarci che l’essenziale è invisibile agli occhi, e che solo il tempo che hai perduto per la tua rosa la rende così importante.
E quindi finalmente sciolgo il mio odio trasformandolo in gratitudine.
Gratitudine per un libro che non smette mai di insegnarmi, di commuovermi, di farmi vedere ciò che non vedo.
Gratitudine per un bambino biondo che non ho mai incontrato, ma che conosco meglio di tante persone reali.
Gratitudine per le parole che ho letto e riletto, per le lacrime che ho tenuto dentro, per le volte in cui ho dovuto chiudere il libro perché non ce la facevo più.
Il Piccolo Principe, con la sua rosa e la sua volpe, con il suo pianeta minuscolo e il suo viaggio infinito, ci insegna che bisogna vedere oltre.
Che l’amicizia è un rito, un tempo dedicato, una cura paziente.
Che la felicità non è un traguardo, ma un modo di camminare.
Che l’amore, quello vero, non è possedere, ma lasciare andare.
Ora che ho smesso di odiare il Piccolo Principe posso finalmente vederlo in tutta la sua bellezza, la bellezza di un bambino che, ogni volta, mi prende per mano e mi riporta a casa.

Possiamo sempre fare pace col Piccolo Principe e con noi stessi, basta continuare a leggere o ascoltare le sue parole!
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