Il “tesoro emotivo” da costruire grazie alle fiabe 🌱

Ti sei mai chiesto dove vanno a finire tutte quelle sere passate insieme, quando la luce si abbassa e le voci si fanno più morbide?

Ieri sera Lara si è addormentata con la mano stretta attorno al mio indice, come faceva quando aveva due anni.
Stavo raccontandole una storia, una di quelle che ormai conosco a memoria ma che lei vuole sentire sempre uguale, con le stesse pause, gli stessi toni di voce.
E mentre lei si rilassava ho pensato: questo momento qui, questo preciso istante in cui il tempo sembra fermarsi, sta diventando qualcosa che rimarrà dentro di noi.
Un deposito emotivo che lei porterà con sé, una riserva di calore a cui attingere quando il mondo attorno a lei le sembrerà più freddo.
Perché è questo che facciamo, ogni volta che ci fermiamo ad ascoltare o raccontare una fiaba: costruiamo ricordi che dureranno una vita.
Non è retorica, non è una frase fatta.
È letteralmente ciò che accade nella mente dei bambini quando, sera dopo sera, gli dedichiamo quel tempo magico che risponde al nome di “fiaba della buonanotte”.
Ogni parola ascoltata, ogni intonazione della voce, ogni pausa di respiro diventa un mattone di un edificio invisibile ma solidissimo, che si chiama sicurezza interiore.
Le parole dell’affetto
Tuo figlio non ricorderà le singole parole delle fiabe che gli hai letto o fatto ascoltare.
Ma ricorderà come si sentiva.
Ricorderà la sensazione di essere al centro della tua attenzione, di essere importante abbastanza da meritare quel tempo dedicato solo a lui.
Questo è il cuore del tesoro emotivo: non è fatto di contenuti, ma di connessioni.
Ogni volta che vi sedete insieme per ascoltare una storia, state dicendo senza parole “tu conti, tu sei prezioso e io sono qui per te”.
E la ripetizione, quella routine quotidiana che a volte ci sembra monotona e pesante, è in realtà il linguaggio più potente che possiamo usare.
Perché i bambini imparano attraverso la ripetizione, sì, ma soprattutto attraverso la costanza.
Ogni sera che torna, ogni rituale che si ripete diventa una promessa mantenuta: il mondo può essere caotico, ma questo momento è nostro, stabile, prevedibile nel modo più rassicurante che esista.
A volte uso le audiofiabe di fabulinis, quando la voce mi manca o quando Lara ha bisogno di addormentarsi e io devo ancora sistemare la casa.
Non sono voci perfette nè professionali.
Sono voci normali, come potrebbero essere quella di un qualunque genitore.
Ed è proprio questo che funzionano: quella normalità rassicurante, quella quotidianità che non pretende di essere altro se non un abbraccio coccoloso, una carezza che accompagna verso il sonno.
Dove si depositano le emozioni
Immagina tuo figlio tra dieci anni, alle prese con il primo vero dispiacere.
Da dove attingerà la forza per rialzarsi?
Da quel tesoro nascosto che avete costruito insieme sera dopo sera: il ricordo di essersi sentito amato, protetto e al sicuro.
Questo deposito emotivo funziona come una riserva a cui attingere nei momenti difficili.
Non è magia, è neurobiologia: i ricordi positivi associati a sensazioni di sicurezza creano percorsi neurologici che il cervello riattiva quando serve conforto.
Il tuo bambino, senza saperlo, sta immagazzinando non solo storie, ma la sensazione fisica di essere al sicuro, di meritare attenzione e cura.
E l’autostima?
Si costruisce anche lì, in quelle serate apparentemente banali.
Perché quando dedichi tempo a tuo figlio, quando scegli di fermarti e ascoltare una fiaba insieme, gli stai dicendo: tu vali tutto questo tempo.
E lui lo impara, lo assorbe, lo trasforma in una certezza profonda su se stesso.

Il “posto sicuro” che rimane
Come succede a tuo figlio quando ha paura del buio, anche Romeo, a undici anni, ha ancora bisogno di tornare a certi ricordi per sentirsi al sicuro.
Non sono più solo le fiabe della buonanotte, certo. Magari è un fumetto o un libro più impegnativo, ma è quella sensazione di quando stavamo insieme, spalla a spalla, quella certezza che qualcuno c’era e ci sarebbe stato.
Il tesoro emotivo non svanisce con l’infanzia: si trasforma, matura, diventa parte dell’identità delle persone.
Questi ricordi diventano un rifugio interiore, un luogo mentale dove tornare quando il mondo esterno si farà troppo rumoroso o spaventoso.
E non serve che tuo bambino ricordi consapevolmente ogni singola storia: l’importante è che ricordi la sensazione che ha vissuto quando ascoltava storie.
Quella calma, quel calore, quella presenza.
Il corpo ricorda, anche quando la mente dimentica tutti i dettagli.
Ho notato che quando Lara è particolarmente stanca o stressata chiede sempre le stesse storie, quelle che le raccontavo quando era più piccola.
E io gliele faccio sentire, magari attraverso le audiofiabe di fabulinis quando proprio non ho voce, perché so che non è tanto la storia che cerca quanto quel senso di continuità, quella conferma che alcune cose non cambiano, che c’è ancora un posto sicuro dove tornare.
L’eredità che lasciamo
Ieri sera, mentre Lara si addormentava con la mano stretta al mio dito, ho pensato a tutte le sere che verranno.
A come anche Romeo, conservi ancora quel bisogno sottile di sapere che ci siamo, che siamo presenti.
E ho capito qualcosa: il tesoro emotivo che stiamo costruendo non è solo per loro, è anche per me.
Perché un giorno, quando saranno grandi e forse avranno dei figli, spero rifaranno quello che io e Silvia abbiamo fatto per loro.
Magari con le loro voci, magari con altri strumenti.
Ma rifaranno questo atto d’amore quotidiano, questa scelta di fermarsi e costruire un ricordo insieme.
Il tesoro emotivo che abbiamo costruito per loro diventerà il tesoro che loro costruiranno per i loro figli.
Ecco allora che il racconto, l’ascolto delle fiabe, non è più solo un momento serale: diventa un’eredità emotiva che attraversa le generazioni.
Un modo di dire “ti voglio bene” che si manifesta nella presenza, nella costanza, nella scelta quotidiana di esserci.
E mentre guardo Lara addormentarsi, penso: questo è il momento in cui si costruisce il suo futuro fatto di sicurezza interiore, di fiducia nel mondo, di certezza che l’amore è affidabile.
Tutto questo, semplicemente perché ci siamo fermati ad ascoltare una storia insieme.
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