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Maurino e il suo treno 🚂

cover di "maurino e il suo treno"

Un racconto che parla della voglia di viaggiare verso posti lontani…

Maurino è un bambino incuriosito dai treni, li ammira alla stazione, e un giorno sa già che ne prenderà uno e andrà lontano, molto lontano.

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Maurino e il suo treno 🚂


C’era una volta… Una storia che si rispetti deve sempre cominciare così: anche questa che sto per raccontare. E’ la storia di Maurino e della sua passione per i treni. I suoi treni, però, non erano dei modellini, bensì dei treni veri, compresi quelli a vapore.

C’era una volta – come dicevo – un bambino di nome Maurino. Egli abitava in una città ligure di mare, dove c’era la stazione ferroviaria. La sua vita trascorreva circondata dal mondo dei treni. Per cominciare, la prima casa in cui abitò, era un alloggio nelle “Case dei ferrovieri”. Queste case erano tre grandi palazzi, costruiti appositamente per i lavoratori delle ferrovie, ma dove abitavano – come il papà di Maurino – anche altri lavoratori. Bisogna aggiungere che Maurino aveva anche due zii, che lavoravano come ferrovieri nella stazione della stessa città. Gli zii erano degli esperti meccanici e Maurino, quando li incontrava, ascoltava i loro racconti sulle riparazioni che essi facevano ai treni, curioso e attento, come oggi lo è un bambino che si interessa a quello che accade all’automobile del suo papà.

La seconda casa dove abitò dall’età di otto anni, era quella dei nonni paterni. Nella loro casa, non solo era nato, ma era quella dove spesso era ospite. Lui voleva proprio bene ai quei due nonni. Non soltanto essi esaudivano molti dei suoi desideri, ai quali, invece, mamma e papà dicevano ‘no’, bensì con loro poteva trascorrere ore e ore ad osservare i treni che si muovevano nella sottostante ferrovia. Sì, l’appartamento dei nonni era al quarto piano e le finestre delle camere davano su un terrazzo grande il quale si affacciava proprio sui binari. Questi binari, da lì ad un chilometro avrebbero portato alla stazione della città.

Per Maurino era un gran divertimento star lì a guardare non solo i treni in arrivo da Torino e Genova, ma anche quelli che i ferrovieri addetti alle manovre, erano impegnati a comporre sui diversi binari morti. Questi ferrovieri, tra i loro compiti, avevano quello di agganciare alla locomotiva i differenti vagoni, sia quelli passeggeri sia quelli merci. Oppure, ovviamente, quello di sganciarli. I nonni di Maurino gli avevano spiegato che alcuni vagoni – quelli scoperti – erano destinati alle merci alla rinfusa (carbone o minerali); altri ancora, chiusi, avrebbero, ad esempio, contenuto sacchi di granaglie o rotoloni di carta o altri materiali, i quali dovevano essere protetti dalla pioggia; altri, infine, che erano vagoni-cisterna, servivano per il trasporto specialmente di prodotti chimici.

Come urlavano quei ferrovieri! Li udiva persino Maurino, che era distante una cinquantina di metri: “Dai, sgancia questo vagone” oppure “Piano con quella motrice”. Ma quello che colpiva di più Maurino, che era un bambino beneducato, erano le parolacce. Io non so se è mai capitato anche a voi, bambini, ma Maurino era molto imbarazzato: si rendeva conto che non avrebbe dovuto ascoltare quelle parole “sporche”, come pretendevano i suoi genitori; tuttavia, non poteva resistere alla tentazione di farsi – diciamo così – un’istruzione linguistica.

Piano piano, col passare degli anni, la sua curiosità per l’aspetto tecnico dei treni cominciò a diminuire. In Maurino comparve un nuovo modo di considerarli. Prima, quando era più piccolo, li guardava dal punto di vista di come erano fatti e di come funzionavano; ora, invece, che aveva otto anni, pensava ai treni soprattutto, come mezzo di trasporto di passeggeri; rifletteva, cioè, sul fatto che i treni trasferivano le persone da un luogo ad un altro.

Nacque, allora, in lui una nuova curiosità: dove andavano i treni che scavalcavano o attraversavano, in galleria, quelle montagne, che Maurino vedeva dal terrazzo dei nonni? Farsi una simile domanda era forse normale per un bambino come lui, che era abituato a stare per ore sulla spiaggia a guardare l’orizzonte del mare. Gli era stato detto dai suoi nonni, i quali avevano viaggiato sulle navi per lavoro, che al di là di quell’orizzonte c’erano altre terre, dove abitavano altri uomini, persino con la pelle di un colore diverso. Questi uomini, le loro mogli e i loro bambini parlavano anche una lingua differente dalla sua, che lui non avrebbe potuto capire se non studiando e viaggiando.

Quante volte si era domandato, allora, chi fossero questi uomini e come suonassero le lingue che parlavano! Adesso, quando era sul terrazzo e osservava le montagne, si chiedeva sempre se, al di là di esse ci fossero altre città come la sua. Si domandava anche che lingua parlassero i bambini che le abitavano. Non gli bastava che la nonna gli rispondesse: “Al di là delle nostre montagne, che si chiamano Appennini, c’è il Piemonte, dove le persone parlano il piemontese, una lingua un po’ diversa dalla nostra, ma che noi possiamo capire. In Piemonte – aggiungeva la nonna – ci sono altre montagne, le Alpi, che sono molto più alte di quelle che ci stanno di fronte. In Piemonte poi ci sono città molto più grandi della nostra, come quella di Torino”.

I nonni, la conoscevano questa città, perché vi erano andati molti anni prima, col treno, in viaggio di nozze. Maurino ora si spiegava la presenza di quel quadretto, sopra il comodino della nonna, nel quale era incorniciata una fotografia della basilica di Superga, una bellissima chiesa che era stata costruita sulla cima di una montagna! Allora si formò nella mente di Maurino un pensiero. Più che un pensiero, era un proposito. Se i suoi nonni, che egli amava tantissimo e dai quali tantissimo era amato, quando si erano sposati erano andati a Torino, anche lui, da grande, sarebbe andato a Torino con la donna che avrebbe sposata.

Come credete, che sia andata a finire per Maurino? Tanto per cominciare egli, un giorno, molti anni fa, quando era ormai un giovanotto, prese finalmente quel treno – simile ad uno di quelli aveva visto passare tante volte – diretto a Torino, dove andò a completare i suoi studi. Al termine di questi, si fermò in quella città, dove trovò un lavoro. La cosa più straordinaria, però, fu che, un bellissimo giorno, si innamorò di una ragazza che, un anno più tardi, egli sposò. Riuscite ad indovinare dove la portò, subito dopo che si erano sposati? Non ve lo dico, tanto lo avete già capito!

Un’ultima cosa da suggerire ad ogni giovane lettore: “Prendi sempre il tuo treno! Non dimenticare, però, che la tua fantasia arriverà sempre più lontana di esso e correrà sempre più veloce”.

— Fine della fiaba —

fabulinis ringrazia Mauro Alfonso, nonno ed ex insegnante, per aver condiviso con tutti noi questo bel racconto dedicato alla voglia di scoprire il mondo!

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