Affrontare le emozioni dei bambini usando le fiabe 😡😱

Ti è mai capitato di vedere tuo figlio stringere le labbra e trattenere qualcosa che non riesce a dire?

A me succede spesso con Lara.
Ci sono volte che la trovo a bordo del divano, con le ginocchia strette al petto e quello sguardo che conosco bene: un misto di rabbia e qualcos’altro che non riesce a venire fuori.
Di sicuro le è successo qualcosa, qualcosa che magari per noi è una di poco conto, ma per lei è importante.
E le parole per raccontarmelo sembrano sempre incastrate da qualche parte tra la gola e il cuore.
Allora di solito faccio l’unica cosa che so può essere in grado di scardinare quel “loop” in cui si è infilata: inizio a raccontarle una fiaba.
Non per distrarla, ma per darle il tempo di ascoltare un’altra storia mentre la sua cercava di prendere una forma più tangibile.
Credo che questo sia uno dei grandi poteri delle fiabe: non risolvono i problemi, ma creano lo spazio perché le emozioni possano essere assorbite.
E mentre le emozioni sedimentano piano piano, spesso, arriva anche la parola giusta capace di aprire “la porta giusta” per parlare col cuore dei bambini.
Una presenza che non abbandona
Viviamo in una corsa continua.
La sveglia, la colazione mangiata in piedi, lo zaino da preparare, il traffico, gli impegni che si accavallano.
E i nostri bambini corrono con noi, assorbono la nostra fretta, imparano che tutto deve essere veloce, efficiente, produttivo.
Ma le emozioni non funzionano a questo ritmo: hanno bisogno di lentezza, di uno spazio dove potersi muovere senza l’ansia della prossima cosa da fare.
Quando tuo figlio ascolta una fiaba, si crea una sospensione temporale.
Il mondo esterno continua a girare, certo, ma dentro la stanza, in quei dieci o quindici minuti, il tempo assume un’altra consistenza.
Ed è proprio in questo momento di calma che tuo figlio può permettersi di sentire davvero quello che prova.
Perché per “sentire” davvero sé stessi serve tempo, e il tempo ormai è diventato un bene raro.
Quando le emozioni trovano il loro posto
Ho sempre pensato che le fiabe siano una specie di palestra emotiva.
Non nel senso didattico della parola, ma come uno spazio dove tuo figlio può provare a indossare sentimenti che ancora non conosce bene.
La paura del lupo, il coraggio del piccolo eroe, la tristezza della principessa sola, la gioia del ritorno a casa: sono tutte emozioni che la storia gli permette di attraversare in sicurezza, con la certezza che alla fine tutto si ricomporrà.
Quando Lara era piccola e ie leggevo le storie prima di dormire, notavo come il suo viso cambiasse a seconda delle scene.
Si faceva concentrato durante i momenti di tensione, sereno quando il protagonista trovava una soluzione e trionfava.
Era come se il suo corpo stesse imparando la grammatica delle emozioni attraverso la narrazione.
E il bello è che nessuno la stava giudicando: poteva avere paura del mostro, ridere della situazione assurda, commuoversi per l’addio, tutto nello stesso racconto, tutto legittimo.
Questa libertà emotiva è un dono raro.
Nella vita quotidiana, spesso i bambini imparano presto a mascherare quello che sentono: “non piangere che sei grande”, “non avere paura che non c’è niente”, “non bisogna arrabbiarsi” e così via.
Ma durante l’ascolto di una fiaba, tutte queste emozioni trovano il diritto di esistere.
Il tuo bambino può sentire che anche il cavaliere più coraggioso ha paura, che anche la fata più saggia può sbagliare, che la tristezza e la gioia possono convivere nella stessa storia.
E quindi anche in lui.

La voce che accompagna attraverso il buio
C’è qualcosa di profondamente rassicurante in una voce che racconta. Non importa se sia la tua o quella delle audiofiabe di fabulinis: ciò che conta è la presenza sonora, dove la voce diventa una mano che non abbandona, soprattutto quando la storia entra nei suoi momenti più oscuri.
Ricordo quando Lara attraversò un periodo di paure notturne intense.
Ogni ombra era una minaccia, ogni scricchiolio un pericolo.
Le spiegazioni razionali servivano a poco: la paura non ragiona, soprattutto quella di una bambina di quattro anni.
Ma la voce che raccontava storie, quella sì che funzionava.
Non perché negasse la paura, ma perché le dava un nome, una forma, un percorso.
La voce raccontava come attraversare il bosco buio senza negare l’esistenza dei lupi, come affrontare il drago senza fingere che non faccia paura.
E tuo figlio impara: impara che le emozioni difficili non vanno eliminate, ma nominate e attraversate.
Impara che la paura si può guardare negli occhi e che dall’altra parte c’è sempre una via d’uscita.
La voce che continua a raccontare, anche quando la storia si fa complicata, è la prova che niente dura per sempre, e che dopo ogni notte arriva l’alba ad illuminare il mondo.
La presenza che resta, parola dopo parola
Sono passati anni da quando ho iniziato a raccontare storie ai miei figli. Romeo ormai è grande, preferisce leggere da solo i suoi fumetti, ma ogni tanto, quando sente che parte un’audiofiaba per Lara, si avvicina con noncuranza e si mette ad ascoltare anche lui.
Fa finta di niente, naturalmente, ma io lo vedo: sta ancora cercando quello spazio dove le emozioni possono esistere senza dover essere spiegate.
E Lara, quella bambina che aveva le parole incastrate in gola, dopo aver ascoltato la storia a volte riusciva finalmente a confidarsi.
Ed ecco che le sue emozioni avevano trovato una forma, un nome, una storia in cui riconoscersi.
Le fiabe non ci insegnano a non provare rabbia, paura, tristezza, ma ci insegnano che tutte queste emozioni hanno diritto di esistere, che fanno parte della trama della vita tanto quanto la gioia e il coraggio.
E quando tuo figlio lo capisce, quando scopre che può sentire tutto quello che sente senza essere sbagliato, allora dentro di lui inizierà a costruire qualcosa che durerà ben oltre l’infanzia.
Costruirà un ricordo che gli sussurrerà continuamente: non sei mai solo con le tue emozioni, c’è sempre una storia che le può accogliere, c’è sempre uno spazio dove puoi essere esattamente quello che sei.
E forse, un giorno, anche lui trasmetterà questo dono ai suoi figli.
Perché le storie si tramandano, e con esse la certezza che ogni emozione merita di essere ascoltata.
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