Oltre le parole: l’amore silenzioso delle fiabe serali 💓

Ti è mai capitato di chiederti cosa resta davvero, di una giornata intera?

C’è stato un periodo in cui Romeo mi chiedeva: “Mamma, leggimi ancora questa storia”.
Voleva sentire solo quella, anche dopo settimane e settimane, sempre uguale, eppure per lui era sempre diversa.
É in quei momenti che capivo qualcosa di essenziale: ciò che resta non sono le parole che pronunciamo, ma il modo in cui scegliamo di starci, semplicemente.
La fiaba della sera è diventata per noi il linguaggio dell’affetto, della coccola, quello che non ha bisogno di dichiarazioni solenni perché si manifesta nell’atto stesso del fermarsi, del sedersi accanto, dell’esserci veramente.
Quei dieci/quindici minuti in cui tutto il mondo si ferma, e diventa un momento sospeso nel tempo
Quando essere vicini significa dire tutto
Credo che esistano forme di comunicazione che viaggiano sotto la superficie delle parole, come fanno le correnti del mare che plasmano il fondale marino.
Quando ti siedi accanto a tuo figlio e inizi a raccontare, quello che stai davvero facendo è costruire un alfabeto emotivo fatto di gesti minuscoli e potentissimi: la mano che sfiora i suoi capelli, il peso del tuo corpo che affonda nel materasso accanto al suo, la cadenza della voce che si adatta al ritmo del suo respiro.
I bambini non registrano consciamente questi dettagli, eppure li assorbono tutti, li depositano in quel posto profondo dentro loro stessi dove si forma la certezza di essere amati.
Ed ecco che la vicinanza fisica diventa un messaggio cifrato che comunica protezione meglio di mille “ti voglio bene” pronunciati di fretta.
Come succede anche a te quando il tuo bambino si addormenta appoggiato alla tua spalla: in quel momento non state parlando, eppure vi state dicendo tutto.
Il contatto è la prima lingua che impariamo e l’ultima che dimentichiamo, ed è attraverso quella prossimità corporea durante la narrazione che trasmettiamo la sicurezza primaria, quella che dice: qui sei al sicuro, qui puoi lasciarti andare.
Quello che la voce dice oltre le parole
Ma soprattutto ho capito che la voce porta in sé una dimensione di amore e affetto che sfugge al significato letterale delle parole.
Non è importante solo cosa racconti, ma come lo racconti: quella modulazione particolare che adotti quando narri la parte emozionante della storia, quel rallentare sui passaggi più dolci, quella capacità di far vibrare le consonanti proprio quando l’eroe della fiaba trova il coraggio.
Tuo figlio percepisce ogni sfumatura, ogni inflessione diventa una pennellata emotiva che colora la storia di presenza e di cura.
Quando anche io uso le audiofiabe di fabulinis, a volte mi capita di aggiungere qualcosa alla mia stessa voce che narra, non perché la registrazione non funzioni (se conosci le audiofiabe di fabulinis sai già che sono raccontate esattamente come farebbe una mamma o di un papà qualunque), ma perché mi piace pensare che i miei bambini sentano che sono lì, presente, anche quando è un’audiofiaba che racconta per me.
E allora magari commento, sospiro, faccio eco alle emozioni del protagonista, creo un dialogo che unisce la voce registrata e la mia presenza fisica.
È questa stratificazione sonora che crea unione emotiva, questo insieme di voci che si intrecciano: la narrazione dell’audiofiaba e la mia presenza vocale che la commenta, la completa, la fa risuonare nella nostra storia personale.
L’ascolto smette di essere passivo e diventa un modo per creare una relazione, un momento in cui io e i miei figli condividiamo non solo una storia, ma un’esperienza emotiva che ci appartiene.

Quando nulla esiste tranne noi due
La pazienza con cui aspetti che tuo figlio scelga quale storia ascoltare, quella disponibilità a ricominciare daccapo quando ti interrompe per fare una domanda, quel restare anche quando sei stanchissima e vorresti solo sprofondare nel divano: tutto questo è amore tradotto in tempo.
I bambini lo sanno.
È un messaggio che plasma la sua autostima più di qualsiasi complimento, perché gli dimostra concretamente che merita attenzione piena, esclusiva, non negoziabile.
La fiaba serale diventa una promessa: ogni sera io sarò qui, ogni sera questo tempo è tuo, ogni sera puoi contare su questo momento.
Ed è proprio nella ripetizione che si annida la magia: non è la storia in sé a essere importante, ma il fatto che si ripeta, creando una routine stabile in un mondo che per il bambino è ancora imprevedibile e a volte spaventoso.
Raccontare una storia richiede un investimento personale che va oltre il semplice leggere parole su una pagina.
Quello che rimane, dopo
Quando esco dalla cameretta dei miei bambini, quando finalmente dormono, a volte mi soffermo sulla soglia della porta a guardarli: sono sereni, stanno bene, si sentono al sicuro e sanno di essere amati.
Un giorno, quando saranno grandi, non ricorderanno i dettagli delle storie che gli ho raccontato, ma ricorderanno l’atmosfera di quelle sere, di quel calore particolare del sentirsi al centro dell’attenzione, di quella certezza fisica di non essere solo, di quella dolcezza che rallentava il mondo.
La fiaba della buonanotte non è solo un momento di intrattenimento prima della nanna, è un atto d’amore ripetuto che costruisce, sera dopo sera, la base su tutti i bambini costruiranno la loro capacità di amare e di sentirsi degni d’amore.
E forse è questo il vero incantesimo delle storie: non quello che raccontano, ma quello che permettono a noi genitori di dire senza dirlo, di donare senza proclamarlo, di amare nella forma più pura e silenziosa che esista.
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