Fratellino in arrivo! Come aiutare i bambini usando le fiabe🤰

C’è una domanda che mi sono fatto spesso, negli anni, guardando Romeo crescere: come si impara ad amare qualcuno che non si è scelto?

Romeo aveva quattro anni e Silvia era al settimo mese, il pancione già bello grande sotto il maglione.
Gli avevamo appena raccontato che stava per arrivare una sorellina, e lui sarebbe diventato fratello maggiore.
Spesso Romeo rimane assorto nei suoi pensieri e non dice nulla, ma quella volta, guardando verso il pavimento, ci chiese:
– Ma voi mi vorrete ancora bene…?
Lì per lì quella domanda mi sembrò naturale e senza darci troppo peso lo rassicurammo che si, gli avremmo ancora voluto un sacco di bene, e che l’amore che avevamo per lui non sarebbe diminuito affatto.
Non sapevo ancora che in lui quel pensiero avrebbe messo radici profonde, e che a volte, anche a distanza di anni, sarebbe riemerso all’improvviso.
Perché quello che Romeo stava vivendo non era capriccio, non era egoismo infantile: era una vera e propria paura ancestrale.
Il tipo di paura che non si vede dall’esterno ma che è capace di far tremare tutto dentro un bambino, fa tremare le certezze costruite nei suoi primi anni di vita e fa tremare anche la fiducia che ha in noi genitori.
Il mondo che crolla
Un bambino piccolo costruisce il suo universo su poche coordinate essenziali: la voce di mamma, le mani di papà, la coperta sul divano, la storia della sera.
Ogni rituale è un punto di riferimento, ogni abitudine è una certezza su cui poter immaginare il futuro con fiducia.
Quando arriva un fratellino, quelle certezze non spariscono, ma si spostano.
E per una mente che ancora non sa distinguere un cambiamento temporaneo da una perdita definitiva, quello spostamento può sembrare una catastrofe.
Come avviene per tanti bambini della sua età, Romeo aveva paura. Non la paura dei mostri sotto al letto, ma paura di una sensazione invisibile: di non essere più abbastanza, di dover cedere il posto, di diventare “il grande” prima di essere pronto.
C’è qualcosa di incredibile nella precisione con cui i bambini intuiscono le cose che gli adulti preferirebbero non dire ad alta voce.
La gelosia, in tutto questo, è forse il sentimento più frainteso.
Non è cattiveria: è il grido di un sistema d’attaccamento che si sente minacciato.
Romeo non ce l’aveva con Lara (che ancora doveva conoscere), ce l’aveva con l’incertezza, con un futuro che nessuno riusciva a rendergli abbastanza concreto, abbastanza afferrabile.
Ed ecco che mi sono accorto di una cosa fondamentale: non bastava spiegargli cosa sarebbe cambiato.
Dovevo aiutarlo a sentire cosa sarebbe rimasto.
Dare un significato
È qui che le storie sono entrate in gioco.
Non abbiamo mai perso l’abitudine di raccontare storie la sera (per fortuna), storie letta da libri illustrati o anche inventate da noi, e che raccontavano di eroi che affrontavano prove inaspettate, famiglie che si allargavano e scoprivano che l’amore non si divide, si moltiplica.
Romeo ha sempre ascoltato con quella concentrazione totale che hanno i bambini quando capiscono che qualcosa li riguarda, anche se nessuno glielo ha detto esplicitamente.
È in quei momenti che capisco il potere nascosto dell’ascolto.
Una storia ben raccontata è capace di bypassare le resistenze, arrivare dove le spiegazioni razionali non riescono ad arrivare.
Riescono a dare significato a ciò che appare invisibile e inafferrabile.
Romeo ascoltava quelle storie con gli occhi aperti, sognanti e persi nel vuoto, e io restavo lì accanto, guardando le sue emozioni che gli affioravano sul viso, a volte solo accennate, a volte più esplicite.
E potevo intuire cose che non avrebbe mai trovato il modo di dirmi in modo chiaro per me, ma soprattutto per sè stesso.

Crescere senza perdere se stessi
Nei primi caotici, meravigliosi mesi dopo la nascita di Lara, ho imparato a stare con Romeo in modo diverso, più attento e meno stressante.
Ho capito che il suo nuovo ruolo di fratello maggiore non doveva essere una promozione sul campo ma doveva essere una scoperta.
La scoperta di un nuovo equilibrio per lui, ma anche per noi.
Tutti i bambini, come anche Romeo, hanno bisogno di continuare a sentirsi unici.
Non il primo in classifica, unico.
Con la sua storia specifica, i suoi rituali irrinunciabili, il suo posto che nessun altro avrebbe potuto occupare.
Ogni volta che riuscivo a ritagliargli uno spazio tutto suo, anche solo venti minuti sul divano ascoltando le sue storie preferite, vedevo i suoi occhi che brillavano di felicità.
Le fiabe, in tutto questo, hanno fatto un lavoro silenzioso e straordinario.
Attraverso i personaggi delle fiabe, Romeo ha potuto esplorare emozioni che non riusciva ancora a nominare.
Ha incontrato bambini che avevano paura ma poi la superavano.
Ha visto famiglie che si trasformavano senza smettere di amarsi.
Ha assorbito, senza rendersene conto, una grammatica emotiva che lo ha preparato a diventare fratello.
Quello che resta, quando il terremoto finisce
Oggi Romeo ha undici anni e Lara ne ha sette.
Lui le legge i fumetti con quella ironia affettuosa che i fratelli sviluppano quando hanno attraversato insieme abbastanza cose.
Lei invece lo segue dappertutto con quella devozione silenziosa che hanno certi amori ancora senza nome.
Guardo questa cosa e non smetto di trovarcela strana, bella e un po’ commovente: Romeo che diventa fratello non è stato un evento.
È stato un processo.
Lungo, non lineare, fatto di passi avanti e passi indietro, e di notti in cui le storie erano l’unica lingua che riuscivamo ancora a condividere tutti e due.
Credo di aver capito adesso cosa cercava davvero nei giorni prima dell’arrivo di Lara.
Non cercava rassicurazioni. Cercava una storia in cui ci fosse ancora posto per lui.
E forse è questo il compito più vero che abbiamo come genitori nei momenti di cambiamento: continuare a raccontare.
Con la voce, con i gesti, con i rituali della sera che resistono anche quando tutto il resto si muove.
E, nelle sere in cui siamo tutti più stanchi, lasciare che sia un’altra voce a farlo al posto nostro.
Le audiofiabe di fabulinis sono diventate, in alcune di quelle sere, esattamente questo: un modo per dire a Romeo che la storia continuava.
Che c’era ancora qualcuno a raccontargliela.
E allora, se stai attraversando questo periodo con il tuo bambino, se lo vedi chiudersi, irrigidirsi, fare domande a cui non sai rispondere, prova a cercare la risposta non nelle spiegazioni, ma nelle storie.
Raccontagliene una stasera.
O ascoltatene una insieme, stretti sotto le coperte, con la luce bassa e il mondo fuori che può aspettare.
Sono sicuro che prima o poi troverete una storia che sarà la “sua” storia, che lo farà sentire unico e che porterà con sè per sempre.
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