Dalla frenesia alla calma: come le fiabe serali aiutano i bambini a rilassarsi 🍃

Hai mai avuto la sensazione che tuo figlio, anche alla fine della giornata, dentro di sé sta ancora correndo anche se è fermo nel lettino?

Io sì.
Lo conosco bene, quel momento: Romeo che si rigira sotto le coperte e gli occhi sbarrati sul soffitto, la mente ancora agganciata a qualche partita di Brawl Stars o a qualche manga rimasto a metà.
Undici anni e non sapere dove far finire tutta l’energia che ha in corpo.
Io, nel frattempo, sono seduto sul bordo del letto con quella sensazione familiare ai genitori di tutto il mondo: la stanchezza di tutta la giornata che ti piomba addosso, e non sa come trovare il modo giusto per aiutarlo ad addormentarsi.
E allora ho imparato che la risposta non sta nel convincere Romeo a dormire. Sta nel raccontargli qualcosa.
Il racconto come momento di fine giornata
Anche a 11 anni (anzi soprattutto in questa fase preadolescente di transizione), i bambini non rallentano per comando. Rallentano perché qualcosa li prende per mano e gli fa capire che possono rallentare.
Anche a 11 anni, quando si inizia a raccontare una storia (magari leggendo insieme un romanzo breve un capitolo alla volta), accade qualcosa di quasi magico, e il corpo di tuo figlio lo percepisce prima ancora che la mente lo decodifichi: è il momento di accettare la fine della giornata.
Per millenni è stato così per intere generazioni, e così è ancora, è un segnale inequivocabile e riconoscibile di tutte le culture.
Per millenni col rito serale della narrazione, i bambini hanno imparato che dopo la storia arriva il buio, e che il buio, in fondo, non spaventa poi così tanto.
C’è qualcosa di profondamente antico e ancestrale nell’atto di ascoltare una voce nell’oscurità.
Qualcosa che il sistema nervoso dei bambini (piccoli e grandi) riconosce come sicuro, come familiare, come casa.
La voce dice: sei qui, sei al sicuro, puoi rilassarti e lasciare andare la giornata.
Attraversare la notte
Il buio fa paura soprattutto quando non sai cosa contiene.
Le fiabe serali fanno esattamente questo: danno ai bambini una mappa del mondo notturno.
È una mappa che non è geografica, ma interiore.
Attraverso i personaggi che cadono e si rialzano, che incontrano il mostro e trovano il coraggio, che si perdono e poi ritrovano la strada, tuo figlio costruisce una mappa di possibilità.
Impara, non con il ragionamento ma con la pancia, che le cose spaventose hanno una fine.
Che dopo il bosco buio c’è sempre un posto luminoso.
Come il tuo bambino, anche Romeo ha attraversato fasi in cui l’addormentarsi sembrava un’impresa impossibile.
Semplicemente non dormiva, si svegliava anche dieci volte a notte, chiedeva il latte o un bicchiere d’acqua, anche se non ne aveva bisogno davvero.
E allora ho capito che forse aveva bisogno di qualcuno che gli mostrasse come si fa, attraverso una storia, ad attraversare quel momento.
Ed ecco che la fiaba diventa qualcosa di più di una storia: diventa prova generale.
Un posto dove il coraggio si esercita in modo protetto, dove le emozioni trovano forma e nome prima di sciogliersi nel sonno.
E quando uso le audiofiabe di fabulinis per sua sorella più piccola, Romeo è lì che ascolta attento, e inizia a fidarsi della notte.

Il rituale del “sempre”
C’è una parola che i bambini usano raramente ma di cui hanno bisogno come dell’aria, ed è “sempre”
Il “sempre” non è monotonia: è sicurezza.
È la struttura portante su cui tuo figlio costruisce la sua capacità di stare nel mondo senza ansia.
Sapere che il momento della fiaba arriverà, stasera come ieri come domani, è per lui una forma di padronanza sul tempo.
Il rituale non funziona perché è magico. Funziona perché è costante.
Perché ogni sera ripete lo stesso messaggio implicito: sei al sicuro, il giorno è finito, puoi lasciarti andare.
E il corpo impara.
Il sistema nervoso impara. Anche quello di un bambino che sembra non fermarsi mai.
Quando la notte comincia
Mentre scrivo queste righe, Romeo dorme già.
Non è stato sempre così. C’è stato un periodo in cui l’ora di andare a letto era un momento di angoscia in cui io e Silvia tiravamo a sorte per decidere chi l’avrebbe addormentato.
Poi abbiamo cominciato a raccontare (ed è nato fabulinis 🥰).
Prima leggendo libri illustrati (ai tempi in cui facevamo le recensioni abbiamo riempito la casa di centinaia di albi).
Poi con storie inventate sul momento, con personaggi che magari avevano le sue stesse paure.
E poi, dopo aver creato il sito e caricato le prime registrazioni, nelle sere in cui ero davvero stanco, lasciavo che fossero le nostre audiofiabe di fabulinis a raccontare.
Romeo ha cominciato ad aspettare quel momento. A chiederlo. A sistemarsi sotto le coperte con un’espressione nuova: quella di qualcuno che sa cosa sta per succedere e non vede l’ora.
Credo che raccontare storie ai figli sia uno di quei gesti che sembrano piccoli e di poco conto, ma sono invece enormi.
Non aiuta soltanto sonno: costruisce fiducia. Costruisce la sensazione di essere stati accompagnati.
Di non dover attraversare la notte da soli.
E allora, se stasera anche tu ti trovi sul bordo del letto di tuo figlio, con la giornata sulle spalle e ancora un ultimo sforzo da fare, prova a regalargli una storia.
La tua voce, stanca com’è, è già tutto ciò di cui ha bisogno.
(E se proprio non ce la fai ricordati che le audiofiabe di fabulinis sono qui per te! 😉)
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