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Pinocchio 🤥 Storia di un burattino

cover della storia per bambini "Pinocchio"

“Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino” di Carlo Collodi, è una delle favole per bambini più famose al mondo, e ci parla di come in ognuno di noi, in fondo, si nasconde un piccolo birbante Pinocchio dal cuore d’oro.

Chi non conosce Pinocchio? Ma siete sicuri di conoscerlo davvero? Eh sì, perché spesso, quando pensiamo a Pinocchio, ci viene in mente il cartone animato che Disney ci regalò molti anni fa, ma che ha davvero poco in comune con il libro originale…

Anche noi di fabulinis abbiamo deciso di proporre una nostra versione di questo meraviglioso racconto, ma il più fedele possibile all’originale. Così, se vuoi avvicinare i tuoi bimbi a questo capolavoro ma la versione originale ti sembra troppo lunga o complicata, puoi iniziare leggendogli questa versione di fabulinis.

Abbiamo suddiviso la storia (molto lunga rispetto alle altre presenti qui su fabulinis) in capitoli, così da poter leggerla tutta anche in momenti diversi 😊.

Pinocchio 🤥 favola completa


 

Indice dei capitoli

  1. Mastro Ciliegia regala a Geppetto un pezzo di legno…
  2. Il grillo parlante.
  3. Mangiafuoco e il teatro dei burattini.
  4. Il gatto e la volpe.
  5. La fata turchina.
  6. Il Campo dei Miracoli.
  7. Pinocchio va a scuola.
  8. Il Paese dei Balocchi.
  9. Pinocchio diventa un bambino.

 

1) Mastro Ciliegia regala a Geppetto un pezzo di legno…


Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

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Mastro Ciliegia regala a Geppetto un pezzo di legno…

C’era una volta un pezzo di legno. Era tenuto in un angolo della bottega di Mastro Ciliegia, che un giorno si decise di farne una gamba per un tavolino. Lo prese e lo mise sul tavolo per iniziare a tagliarlo, quando sentì una vocina che lo implorava:

– Ti prego, non farmi del male!
Mastro ciliegia si guardò intorno ma non vide nessuno, così riprese a lavorare il legno dandogli un bel colpo.
– Hai! Mi hai fatto male!

Mastro Ciliegia, spaventato dalla voce che proveniva dal pezzo di legno, lasciò cadere gli arnesi, e scivolò per terra dalla paura.

Proprio in quel momento, passava a trovarlo Geppetto, suo amico falegname, che lo trovò disteso a terra. Geppetto gli chiese cosa fosse successo, ma Mastro Ciliegia non voleva fare brutta figura, e come nulla fosse, chiese a Geppetto cosa fosse passato a fare nella sua bottega.

– Mi servirebbe un pezzo di legno, stamattina mi è venuta l’idea di costruirmi un bel burattino.
Mastro Ciliegia alzò un sopracciglio, guardò il pezzo di legno che stava ancora sul banco di lavoro e pensò che fosse un’ottima occasione per disfarsene.

– Guarda guarda, caro mio Geppetto, ho proprio quel che fa per te! – prese il pezzo di legno e glielo mise tra le mani.
Geppetto ringraziò e tornò verso casa. Decise che, una volta finito il burattino, lo avrebbe chiamato Pinocchio e, messo sul tavolo da lavoro il pezzo di legno, iniziò a intagliarlo.

Dopo alcune ore, finalmente, anche gli occhi e il naso erano finiti, mancava solo la bocca e non appena Geppetto si mise a realizzarla, questa iniziò a sghignazzare e a prenderlo in giro.
– Smetti di ridere boccaccia! – esclamò Geppetto, pensando che i morsi della fame gli stessero facendo un brutto scherzo.
La bocca del burattino smise di ridere, ma le sue mani veloci presero la parrucca di Geppetto e se la misero in testa.

– Birba d’un burattino, non sei ancora finito che già manchi di rispetto a tuo padre…
Pinocchio a quel punto saltò giù dal tavolo e cominciò a correre fuori di casa, mentre Geppetto gli correva dietro gridando di fermarsi.

Per fortuna sulla via c’era un carabiniere, che pigliò Pinocchio per il nasone e lo riconsegnò a Geppetto.
– Adesso andiamo a casa, poi faremo i conti! – disse Geppetto.

Pinocchio si buttò a terra e iniziò a piangere e far tanto fracasso da attirare l’attenzione di molte persone.
– Povero burattino – dicevano alcuni – ha ragione a non voler tornare a casa, chissà come lo picchierà Geppetto!…

Il carabiniere poco a poco si convinse che Pinocchio fosse scappato da Geppetto proprio perché lo voleva picchiare, e così lasciò andare Pinocchio e arrestò Geppetto.

– Sciagurato figliolo! E pensare che mi sono impegnato tanto per fare un burattino per bene… ma mi sta bene, dovevo pensarci prima… – disse tra sé Geppetto mentre veniva portato via dal carabiniere.


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2) Il grillo parlante.


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Il grillo parlante.

Mentre il povero Geppetto veniva condotto in carcere, Pinocchio se la filava via per tornare in fretta a casa e, non appena entrato, si sedette per terra, stanco ma contento.
– Cri-cri-cri!
– Chi è?! – disse subito Pinocchio.
– Sono io!

Pinocchio girò la testa e vide un grosso grillo poggiato al muro.
– E tu chi sei?!
– Io sono il Grillo Parlante e abito in questa casa da più di cent’anni.
– Oggi però questa casa è mia – disse Pinocchio – quindi vattene.
– Io non me ne andrò di qui finché non mi avrai ascoltato.

– Dimmi quello che hai da dire e vattene – gli rispose sgarbatamente Pinocchio.
– Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori, non avranno mai nulla di buono dalla vita.
– Canta pure grillo mio, tanto io domani me ne andrò di casa, che se rimango qui di sicuro mi manderanno a scuola! – gli rispose ormai spazientito Pinocchio.

– Così rimarrai un somaro e tutti ti prenderanno in giro! Se non vuoi studiare, perché non impari un mestiere e ti guadagni da vivere? – rispose il grillo parlante a tono.
– Io di mestiere voglio fare il vagabondo!
– Tutti quelli che fanno questo mestiere, prima o poi finiscono in ospedale o in prigione.
– Guarda che mi sto arrabbiando grillaccio del malaugurio!
– Sei proprio una testa di legno… – sospirò il grillo scuotendo la testa.

A queste ultime parole, Pinocchio prese un martello e glielo lanciò contro, mancandolo solo per un soffio. Il grillo però non ci pensò due volte e, con un salto, si buttò fuori dalla finestra. Pinocchio udì solo un flebile “cri-cri-cri” un po’ arrabbiato che si allontanava.

– Ecco, adesso senza quel grillaccio potrò finalmente mangiare qualcosa.
Pinocchio iniziò a cercare per tutta la casa qualcosa da mangiare, ma non trovò nulla finchè, stanco, affamato e assonnato, si sedette sulla sedia, distese le gambe sulla stufa (che era ancora accesa e caldina) e si addormentò.

Il giorno dopo Geppetto fu liberato e tornò di corsa a casa. Era molto arrabbiato e deciso a sgridare sonoramente Pinocchio, ma quando entrò e vide il suo burattino ancora addormentato con le gambe ormai tutte bruciacchiate distese sulla stufa, il suo cuore si intenerì.

– Ma cosa ti è successo Pinocchio!
Pinocchio si risvegliò di soprassalto.
– Le mie gambe! Mi si sono bruciate le gambe! – Pinocchio cominciò a piangere e Geppetto lo prese tra le braccia chiedendogli cosa fosse successo. Pinocchio raccontò del grillo parlante, della fame, di come non avesse trovato nulla da mangiare e di come poi si fosse addormentato con i piedi sulla stufa, per scaldarsi un po’.

– Non lo farò più! Non lo farò più, prometto! – piangeva Pinocchio.
Geppettò lo abbracciò, prese subito a fargli un nuovo paio di gambe e gliele incollò così bene che non si vedeva neppure la giuntura.

Pinocchio era talmente felice di riavere le gambe che, per ringraziare e far felice Geppetto, gli disse che il giorno dopo sarebbe andato a scuola.
– Per andare a scuola serve un vestito – così dicendo, Geppetto prese della carta a fiorellini e gli confezionò un vestitino, con della mollica di pane fece il cappellino.

– Ora per andare a scuola mi manca solo l’abbecedario – disse Pinocchio.
Geppetto non aveva molti soldi, ma per il suo Pinocchio avrebbe fatto qualunque cosa, perciò prese la sua giacca di fustagno rattoppata e gli disse di aspettarlo a casa.

Poco dopo Geppetto rincasò con l’abbecedario, ma addosso non aveva più la sua giacca. Pinocchio capì subito che Geppetto, pur di comprargli l’abbecedario, aveva venduto la sua giacca, nonostante fosse inverno e facesse freddo. Gli corse incontro e lo abbracciò forte forte.


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3) Mangiafuoco e il teatro dei burattini.


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Mangiafuoco e il teatro dei burattini.

Il giorno dopo Pinocchio uscì di casa per andare a scuola col suo abbecedario sotto braccio, ma non appena voltò la via, sentì in lontananza una musica di pifferi molto invitante.

La musica veniva dalla piazza grande del paese e, incuriosito da tutta la gente che si accalcava davanti, Pinocchio prese la strada che portava alla piazza.
– So che dovrei andare a scuola, ma ci andrò domani, oggi voglio sentire i pifferi… – disse tra sé Pinocchio.

Arrivato in piazza, Pinocchio chiese ad un signore cosa fosse quel trambusto.
– Ti basta leggere il cartello appeso lì sopra ragazzo mio – rispose il signore.
– Mi piacerebbe tanto, ma non so leggere… – disse mortificato Pinocchio.
– Bravo asino! Allora te lo leggerò io, è il gran teatro ambulante dei burattini. Lo spettacolo comincia proprio ora.
– E quanto costa lo spettacolo?
– Quattro soldi.

Pinocchio sapeva di non avere nemmeno un soldo bucato, ma voleva a tutti i costi vedere quello spettacolo.
– Buon uomo, mi prestereste quattro soldi?
L’uomo lo guardò dall’alto in basso, poi aggiunse:
– Ti do’ quattro soldi in cambio dell’abbecedario.

Pinocchio tentennò un attimo, ma poi diede l’abbecedario al signore e prese i quattro soldi, dimenticando il sacrificio che Geppetto aveva fatto per comprarglielo.

Pinocchio entrò così nel teatro dei burattini. In scena sul palco c’erano Arlecchino e Pulcinella, che non appena si accorsero che Pinocchio, burattino come loro, era venuto a vederli, iniziarono ad urlare di gioia e fargli tutte le feste possibili.

Lo invitarono a salire sul palco, lo abbracciarono e lo portarono in trionfo. Ma giù nella platea gli spettatori iniziarono ad arrabbiarsi perché lo spettacolo si era interrotto, e urlavano “vogliamo la commedia di Arlecchino e Pulcinella!”

In quel momento uscì il burattinaio, si chiamava Mangiafuoco, era un omone grande e grosso, con una barba lunga fino ai piedi e con due occhi rossi come il fuoco. In mano aveva una frusta ed iniziò a schioccarla.

– Perché sei venuto a gettar lo scompiglio nel mio teatro?! – gridò forte Mangiafuoco.
– Ma la colpa non è stata mia! – ribattè disperato Pinocchio.
– Basta così, adesso facciamo i conti.

Mangiafuoco prese il burattino e lo portò in cucina. Sulla stufa c’era un bell’arrosto, ma mancava la legna per finire di cuocerlo e Mangiafuoco era intenzionato ad usare Pinocchio come legna da ardere.

Pinocchio, capita la fine che avrebbe fatto, iniziò a piangere e implorare pietà – Non voglio morire! Non voglio morire! – gridava.
Mangiafuoco, che era sì un omaccione, ma in fondo aveva il cuore tenero, iniziò a commuoversi, finché, scappata anche una lacrimuccia, starnutì sonoramente.

Arlecchino e Pulcinella, che avevano seguito la scena nascosti, sorrisero e gioirono, sapevano che il burattinaio si era commosso, e non avrebbe fatto del male a Pinocchio.

– Grazie di avermi risparmiato la vita, sua… eccellenza – aggiunse Pinocchio.
A sentirsi chiamare eccellenza, Mangiafuoco divenne ancora più tenero, e iniziò a chiedere a Pinocchio da dove arrivasse e che cosa ci facesse lì nel suo teatro.

Così Pinocchio raccontò tutta la sua storia.
– Sei un bravo ragazzo Pinocchio mio, tieni, ti do’ cinque monete d’oro, portale al tuo caro papà Geppetto e salutalo tanto da parte mia. – Grazie mille signor Mangiafuoco, non saprò mai come ringraziarla – Pinocchio abbracciò Mangiafuoco, Arlecchino e Pulcinella e si incamminò per la strada di casa, lungo la quale incontrò una volpe zoppa ed un gatto cieco…


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4) Il gatto e la volpe


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Il gatto e la volpe

– Buongiorno Pinocchio – lo salutò la volpe.
– Com’è che sai il mio nome? – domandò il burattino.
– Conosco bene il tuo papà, l’ho visto ieri in maniche di camicia che tremava dal freddo.
– Povero papà… ma se tutto va bene non dovrà mai più patire il freddo, perché oggi son diventato un gran signore!

– Un gran signore, tu?! – la volpe si mise a ridere sonoramente, e il gatto rideva anche lui.
– C’è poco da ridere, guardate qui, sono cinque monete d’oro! – Pinocchio le tirò fuori dalla tasca e le fece vedere al gatto e alla volpe.

Per la sorpresa il gatto cieco spalancò entrambi gli occhi e la volpe zoppa saltò con entrambe la gambe, poi aggiunse: – E cosa ne vuoi fare di tutti questi soldi?
– Voglio comprare una nuova giacca al mio papà ed un abbecedario per me!
La volpe guardò Pinocchio con aria pensosa e gli disse – Vuoi raddoppiare le tue monete d’oro?
– Magari fosse possibile… – gli rispose Pinocchio.

– Basta che tu ci segua nel paese dei Barbagianni, dove c’è il Campo dei Miracoli. Tu in quel prato fai una piccola buca, ci metti dentro le monete e le annaffi. Poi te ne vai tranquillo a letto e, quando la mattina dopo torni, ci trovi un albero pieno di monete d’oro.
Pinocchio non credeva alle sue orecchie, eppure il Gatto e la Volpe gli sembravano due persone perbene, quindi decise di seguirli.

S’incamminarono per il paese dei Barbagianni, ma cammina cammina, arrivò la sera e si fermarono stanchi morti all’osteria del Gambero Rosso, dove si riempirono per bene la pancia.
La volpe ordinò all’oste:
– Dateci due buone camere, una per noi e una per il nostro amico Pinocchio, ma svegliateci a mezzanotte, che dobbiamo ripartire per un lungo viaggio!
– Certamente – rispose l’oste alla volpe strizzandogli l’occhio.

Pinocchio, non appena si mise sotto le coperte si addormentò subito, e iniziò a sognare di alberi strapieni di monete d’oro, ma mentre stava sognando di afferrare le monete, l’oste entrò in camera per dirgli che era ormai mezzanotte.

– I miei amici Gatto e Volpe sono pronti?
– Sono partiti due ore fa, il figlio maggiore del Gatto non stava bene e sono dovuti correre via senza poter pagare la cena purtroppo… – Ah… – disse Pinocchio allungando una moneta d’oro all’oste per saldare il conto – e dove hanno detto che li avrei ritrovati?
– hanno detto di incontrarvi domani mattina al Campo dei Miracoli.

Pinocchio si incamminò nella notte scura e silenziosa, interrotta ad un certo momento solo da uno strano sbattere d’ali che sembrava seguirlo.
– Chi va là? – gridò Pinocchio dalla paura.
– Sono il Grillo Parlante! Non fidarti ragazzo mio di chi dice di farti ricco dalla mattina alla sera, sono solo imbroglioni!

– Non darmi fastidio grillaccio del malaugurio! – gli rispose indispettito Pinocchio.
– Ricordati Pinocchio, i ragazzi che non ascoltano i buoni consigli, prima o poi se ne pentono…
– Bla bla bla… buona notte, Grillo.
– Stai attento, che di notte ci sono in giro i banditi…
Ma Pinocchio ormai camminava a passo spedito e non lo sentiva più.

Pochi minuti dopo Pinocchio, pensieroso per le parole del Grillo parlante, sentì dei rumori dietro di sé e vide due persone tutte vestite di nero che lo stavano seguendo.
Pinocchio capì subito che si trattava dei banditi, proprio come aveva detto il Grillo Parlante.
“Vorranno le mie monete d’oro” pensò il burattino, e con un gesto veloce le tolse dalla tasca e se le mise in bocca, iniziando a correre.

Ma una mano gli afferrò forte il braccio, e una voce orribile gli disse:
– O la borsa o la vita!
Pinocchio, che con le monete in bocca non poteva parlare, cercò sbracciandosi in tutti i modi di far capire che era solo un povero burattino.

– Meno storie e fuori i soldi! – gridavano minacciosamente i due banditi – se non ci dai le monete prima tireremo il collo a te, e poi anche a tuo padre!
– No! Il mio povero babbo no! – gridò allora Pinocchio, ma facendo così i banditi videro le monete d’oro nella sua bocca.
– Sputa subito le monete, birbante! – gli gridarono.
Ma Pinocchio non le sputava.

Allora i due banditi lo presero e cercavano in tutti i modi di aprirgli la bocca. Ma Pinocchio non mollava, anzi, morse una delle mani dei banditi facendolo urlare di dolore, e riuscì a liberarsi.
Iniziò a correre a più non posso verso una casetta lì vicino e, arrivato alla porta, iniziò a bussare forte.


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5) La Fata Turchina


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La Fata Turchina

Da una delle finestre si affacciò una bambina dai capelli turchini, che disse:
– In questa casa non c’è nessuno…
– E tu chi saresti allora?
La Bambina dai capelli turchini guardò i due banditi avvicinarsi di corsa vero la casa, e chiuse le imposte della finestra.

– Eccoti qua! Ora ti daremo una bella lezione – gridarono i banditi, prendendo Pinocchio. Lo portarono sotto una grande quercia, lo legarono e lo appesero ad uno dei rami dell’albero.
– E ora sputa le monete! – continuarono i banditi.

Pinocchio faceva di no con la testa tenendo la bocca chiusa. Intanto uno dei due banditi, quello a cui Pinocchio aveva dato un morso, si leccava la zampetta, che sembrava essere quella di un gatto.
Le ore passavano, Pinocchio dondolava piano piano al vento, ma non apriva la bocca.

I due banditi, assonnati e sfiniti decisero di andarsene a dormire.
– Ci vediamo domani burattino, e vedi di farci la cortesia di farti trovare con la bocca spalancata piena di monete… – e s’incamminarono sparendo nel buio della notte.
Pinocchio pensava a quanto fosse in pensiero per lui Geppetto, poi sbadigliò e si addormentò.

La bambina dai capelli turchini aveva assistito a tutta la scena dalla finestra, preoccupata per quel povero burattino. Battendo le mani, chiamò un un cane vestito da cocchiere che camminava sulle due zampe.
– Lo vedi quel burattino penzoloni dall’albero? Portamelo qui.
Il cane obbedì subito e, pochi minuti dopo, Pinocchio era steso sotto le coperte di un grande letto in una delle camere della casa.

Pinocchio pareva morto, e subito la bambina convocò i dottori più bravi della zona: un Corvo, una Civetta ed un Grillo Parlante. Il Corvo si avvicinò a pinocchio, lo guardò, gli tastò il polso e disse:
– Questo burattino è morto, ma se non è morto, è sicuramente vivo.
– No, no, mio collega – gli rispose subito la Civetta – Questo burattino è sicuramente vivo, ma se non è vivo, è certamente morto.

A quel punto prese la parola il Grillo Parlante.
– Io quel burattino lo conosco, è un birbante – a quelle parole Pinocchio aprì a fessura un occhio per vedere cosa succedeva, ma il Grillo continuò – è un monello, uno svogliato, un vagabondo!

Pinocchio piano piano si nascose sotto le lenzuola, e senza farsi vedere prese le monete d’oro dalla bocca e le mise in tasca.
– Quel burattino è un disubbidiente che fa morire di crepacuore il suo papà.
Da sotto le lenzuola si sentiva singhiozzare, era Pinocchio che piangeva.

La fata fece cenno ai dottori di uscire dalla stanza. Pinocchio da sotto le lenzuola guardò la bambina.
– Chi sei tu? – le chiese Pinocchio.
– Sono la Fata Turchina, e voglio aiutarti – poi poggiò la sua mano sulla fronte e sentì che aveva la febbre. Gli preparò allora un bicchiere d’acqua con dentro la medicina.

– Raccontami Pinocchio, com’è che ti sei ritrovato di notte inseguito dai banditi?
Allora Pinocchio le raccontò tutta la sua avventura, fino a quando i due banditi, per prendergli le monete d’oro, lo appesero all’albero.
– E dimmi, se le avevi in bocca, dove sono adesso le monete d’oro?
– Le ho perse! – le risponde Pinocchio.

Appena detta la bugia, il suo naso che già era grosso, gli si allungò di colpo di due dita.
– E dove le hai perse?
– Nel bosco qui vicino… – a questa seconda bugia il naso gli si allungò ancora.
– Allora sarà facile ritrovarle – continuò la Fata.
– Ora che mi ricordo le monete non le ho perse, le ho inghiottite prima quando ho bevuto la medicina…

A questa terza bugia il naso di Pinocchio diventò talmente lungo che non potè più girarsi dentro la stanza senza urtare qualcosa. La Fata Turchina lo guardò e scoppiò a ridere.
– Perché ridi!? – le chiese Pinocchio che stava per mettersi a piangere.
– Rido per le bugie che hai detto. Sai ci sono due tipi di bugie, quelle dalle gambe corte e quelle dal naso lungo. Le tue, come puoi vedere, sono bugie dal naso lungo.

Allora Pinocchio iniziò a piangere a dirotto, e la Fata lo lasciò piangere per una buona mezz’ora. Poi, quando le sembrava che Pinocchio fosse veramente pentito, battè le mani e fece arrivare due picchi che presero a beccargli il nasone, riportandolo alle dimensioni naturali.

– Prometto che non dirò più bugie mia Fata… – le disse Pinocchio asciugandosi le lacrime.
La Fata Turchina lo abbracciò e gli disse:
– Ho pensato anche al tuo papà, l’ho già fatto avvisare ed entro stasera sarà qui.
Pinocchio iniziò a saltare dalla felicità.
– Non vedo l’ora di poterlo abbracciare! Posso corrergli incontro?!
– Vai Pinocchio, ma stai attento a non perderti!
Ma ormai Pinocchio stava già correndo verso il bosco per abbracciare di nuovo Geppetto.


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6) Il Campo dei Miracoli


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Il Campo dei Miracoli

Mentre correva per il bosco, Pinocchio vide sul sentiero due persone che gli sembrava di conoscere. Erano il Gatto e la Volpe, che appena si accorsero di Pinocchio gli corsero incontro a fargli le feste.
– Ecco il nostro caro Pinocchio – gridò la Volpe abbracciandolo – cosa ci fai qui?!
– Cosa ci fai qui?! – ripetè anche il Gatto, che aveva una delle zampette tutta fasciata.

– Voi non ci crederete, ma ieri notte ho incontrato due banditi che volevano rubarmi le monete d’oro!
Il Gatto e la Volpe fecero una faccia sbalordita.
– Ma io sono scappato – continuò Pinocchio – e adesso vado incontro al mio papà Geppetto.
– Bravo! – gli dice la Volpe – ma le monete d’oro?
– Le ho qui in tasca! Me ne sono rimaste solo quattro che una l’ho dovuta spendere all’osteria del Gambero Rosso…
– E pensare che quelle quattro monete potrebbero diventare più di mille domani… – sospirò la Volpe – perché non vai a seminarle nel Campo dei Miracoli? E’ a pochi chilometri da qui!
Pinocchio esitò un attimo, pensò alla Fata Turchina, a Geppetto e anche al Grillo Parlante, ma poi scrollò le spalle e disse – Va bene, andiamo!

Dopo aver camminato due buone ore, arrivarono finalmente al Campo dei Miracoli.
– Eccolo! – esclamò la Volpe – ora scava una buca poco profonda, mettici le monete, ricopri tutto di terra, annaffia un po’ e vedrai che tra soli venti minuti sarà già cresciuta una piantina.

Una volta fatto tutto, la Volpe disse a Pinocchio che era stato un piacere aiutarlo e, insieme al Gatto gli consigliarono di andare a riposarsi al paesino che avevano attraversato poco prima e aspettare lì che il Campo dei Miracoli facesse il suo dovere.
Quindi Pinocchio e il Gatto e la Volpe si salutarono e se ne andarono ognuno per la sua via.

Pinocchio, ascoltando il consiglio della Volpe, andò al paese, dove rimase giusto i venti minuti che erano necessari al Campo dei Miracoli per far spuntare la piantina dalle monete d’oro, poi tornò di corsa indietro.
Ma della sua piantina non trovò nemmeno l’ombra, anzi dove aveva lasciato le monete d’oro era rimasta solo una buca senza nulla dentro.

Sopra la sua testa Pinocchio sentì un pappagallo ridere.
– Cosa ridi tu!?
– Rido perché mentre tornavi al paesino qui vicino, il Gatto e la Volpe son tornati qui a prendersi le tua monete d’oro! – gli rispose il Pappagallo.

Pinocchio, a bocca aperta, non voleva credere al pappagallo e iniziò a scavare nella buca, senza trovare nulla… A quel punto si disperò e decise di tornare al paese a denunciare il Gatto e la Volpe.
Il giudice che lo accolse era un grosso Gorilla con gli occhiali d’oro, e Pinocchio iniziò a raccontargli tutto.

Il giudice ascoltò attentamente Pinocchio con occhi fissi, senza mai dire nulla. Alla fine chiamò le due guardie accanto a sé.
– Questo burattino ha derubato quattro monete d’oro, mettetelo subito in prigione per quattro mesi!
– No! Lei non ha capito! Non sono io il ladro, sono stati… – ma Pinocchio non riuscì a finire la frase che le guardie lo presero e lo portarono dritto in cella.


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7) Pinocchio va a scuola


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Pinocchio va a scuola

Quei quattro mesi di prigione sembrarono a Pinocchio un’eternità. Li aveva passati pensando a suo papà Geppetto, alla Fata Turchina e anche a quei due ladri del Gatto e la Volpe. Ma ora finalmente poteva uscire.

Appena fuori, iniziò a correre verso la casa della Fata Turchina, ma non appena arrivò sul posto si accorse che la casa della Fata non c’era più, al suo posto c’era una lapide che riportava questa scritta:

Qui giace
la Fata Turchina
Morta di dolore
per essere stata abbandonata
dal suo caro Pinocchio

Pinocchio a quel punto si inginocchiò sulla tomba ed iniziò a piangere disperato.
Il suo pianto attirò l’attenzione di un grosso uccello che volava lì in tondo.
– Se tu Pinocchio? – gli chiese l’uccello.
– Si sono io… – gli rispose Pinocchio singhiozzando.
– Vieni con me allora! Tuo padre Geppetto, disperato, si sta fabbricando una barca per andarti a cercare in mare!

A quel punto il grande uccello prese Pinocchio sulla groppa ed iniziò a volare più veloce che poteva, ma arrivati alla spiaggia videro tanta gente affollata che gridava in direzione di una barchetta in balìa delle onde di un mare grosso e tempestoso.

– Papà!!! – gridò Pinocchio, gettandosi giù dalla groppa dell’uccello e cadendo sulla spiaggia. Ma Geppetto, per via del forte vento e delle grandi onde, non lo sentì.
Allora Pinocchio si gettò in mare per raggiungerlo, ma il mare era troppo mosso, e lui non sapeva nuotare… Per fortuna che era fatto di legno e riusciva a stare a galla!

Dopo molte ore di naufragio, Pinocchio si ritrovò su una spiaggetta di un’isola sconosciuta. Pinocchio si incamminò per un sentiero, e vide tante persone che andavano avanti e indietro per la strada. La pancia gli brontolava dalla fame, ma non aveva neppure un soldo bucato per pagarsi del pane, così decise di sedersi e chiedere l’elemosina.

Tutti quelli che passavano, però, lo prendevano a male parole: “trovati un lavoro!”, “scansafatiche!”, “vergognati!” gli dicevano. Finchè non passò una donna con una sciarpa che le copriva parte del volto e due brocche piene d’acqua.
– Scusi signora, posso avere una sorsata d’acqua? – chiese Pinocchio.
– Bevi pure ragazzo mio! – gli rispose la donna.

Pinocchio, per la sete, bevve quasi tutta una brocca d’acqua, poi disse alla donna:
– La sete me la son levata, avete per caso anche qualcosa da mangiare?
– Se mi aiuti a portare a casa una di queste brocche d’acqua, ti darò un bel pezzo di pane.
Pinocchio allora prese la brocca e aiutò la donna a portarla fino a casa.

Entrati in casa la tavola era già apparecchiata con pane, affettati e anche il dolce. Pinocchio non credeva ai suoi occhi e si lanciò sul cibo, iniziando a divorare tutto quanto, poi una volta finito tutto quello che stava sulla tavola guardò in volto la padrona di casa che, togliendosi la grande sciarpa che le copriva la faccia, gli stava sorridendo.

– Ma tu… – Pinocchio sgranò gli occhi, quasi non credeva a quello che vedeva.
– Cos’è tutta questa meraviglia? – gli rispose lei, iniziando a sorridere ancor di più.
– Ma tu sei la Fata Turchina!!! – e con un balzo la abbracciò.

– Birba d’un burattino, dov’eri finito?
– Sapessi mia cara Fata… ma com’è che sei cresciuta?
– E’ una magia… mi hai lasciato che ero una bambina e ora mi ritrovi che sono una donna.

– Anche io voglio cambiar vita! Da domani prometto che andrò a scuola e diventerò un bravo ragazzo.
Così il giorno dopo Pinocchio iniziò ad andare a scuola. All’inizio tutti lo prendevano in giro perché era un burattino, ma in poco tempo diventò uno studente modello, e i maestri lo lodavano.

Ma un giorno, tornando da scuola, un gruppo di monelli suoi compagni di classe gli andarono incontro, uno di loro, Lucignolo, gli disse:
– La sai la notizia? Stanotte passa il carretto che porta i bambini al “Paese dei Balocchi”, dove si fa quel che si vuole dalla mattina alla sera. Ci sono divertimenti e dolci per tutti e soprattutto, non si deve mai andare a scuola! Noi andiamo, vieni anche tu?

Sulle prime Pinocchio non voleva andare, ma poi Lucignolo e tutti gli altri continuavano a decantargli tutte le meravigliose cose che avrebbero fatto e tutti i divertimenti che avrebbero trovato, tanto che il tempo passò e si era già fatto buio.
Dopo poco iniziarono a sentire il rumore del carretto che si avvicinava.

– Eccolo! – gridò Lucignolo verso il carretto guidato da un omino e trainato da dodici piccoli asinelli.
Tutti i ragazzi facevano a gara per saltarci su. Salito sul carro, Lucignolo gridò a Pinocchio:
– Dai vieni anche tu che ci divertiamo!
– No, io resto – gli rispose con un filo di voce Pinocchio.
– Dai vieni anche tu che ci divertiamo! – ripeterono tutti in coro.

Il carretto a quel punto ripartì, e Lucignolo gli urlò per l’ultima volta:
– Mai più scuola Pinocchio, mai più!
Pinocchio, sentendo quelle parole, senza pensarci troppo, prese la rincorsa e saltò sul carretto anche lui, dicendo fra sé e sé “chissà cosa penserà di me la povera Fata Turchina”. Ma ormai il carretto si stava già allontanando verso il Paese dei Balocchi.


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8) Il Paese dei Balocchi


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Il Paese dei Balocchi

Il viaggio era durato tutta la notte, e al mattino erano finalmente arrivati.
Nel paese c’erano solo ragazzi, dagli otto ai quattordici anni, tutti che correvano a destra e sinistra, che urlavano e gridavano, che giocavano e si divertivano tra loro. Era un pandemonio incredibile.
Festa dalla mattina alla sera e feste in ogni angolo del paese.

Pinocchio, Lucignolo e tutti gli altri ragazzi che avevano fatto il viaggio assieme sul carretto, si fiondarono in mezzo alla baraonda, e nel giro di pochi minuti diventarono amici di tutti.
– Che spasso! – diceva Lucignolo.
– Che bella vita! – gli faceva eco Pinocchio.

Parlando con gli altri ragazzi, però, a volte non si capivano. Quelli che erano lì da più tempo spesso sbagliavano a pronunciare le parole, dicevano “arin metica” al posto di aritmetica, “abasso la schola” al posto di abbasso la scuola ecc. Ma nè Pinocchio né Lucignolo ci badarono più di tanto.
Così in quel paese della cuccagna continuarono a divertirsi, non facendo nulla e non aprendo mai più un libro, per ben cinque mesi

Una mattina, però, accadde una cosa strana. Svegliandosi, Pinocchio si accarezzò la testa e al posto delle sue minuscole orecchie intagliate nel legno, trovò due enormi orecchie da asino.
Subito cercò uno specchio e, disperato, vide le due grandi orecchie ai lati della testa.

Poco dopo bussò alla porta Lucignolo, anche a lui erano spuntate due enormi orecchie da asino ed era disperato tanto quanto Pinocchio. Ma non riuscirono nemmeno a chiedersi cosa fosse successo che le loro gambe iniziarono a tremare, così che dovettero mettersi giù a quattro zampe.
In pochi minuti tutti e due si erano trasformati in due Asini completi, giusta punizione per chi, non volendo saperne di libri, scuole e maestri, passava le giornate a giocare e perdere tempo.

Qualcuno bussò alla porta, era l’omino che guidava il calesse. Era venuto a prenderli per venderli al mercato.
Lucignolo fu comprato da un contadino, mentre Pinocchio fu comprato dal direttore di un circo.

Il direttore del circo lo aveva comprato per preparare un grande spettacolo mai visto prima: un asino danzante.
Pinocchio non poteva neppure lamentarsi, perché al posto di parlare ragliava, e il direttore del circo lo convinse ad imparare il balletto a suon di frustate.

Così arrivò il giorno del debutto di Ciuchino-Pinocchio. Iniziò a fare i suoi numeri, prima al trotto, poi al galoppo e infine il salto nel cerchio, ma mentre saltava, Pinocchio, si accorse che tra il pubblico c’era la Fata Turchina che lo osservava, e cadde malamente azzoppandosi una gamba.

Per il circo Ciuchino-Pinocchio era ormai diventato inutile, così il direttore lo portò sopra una scogliera e lo buttò in mare.
Ciuchino-Pinocchio, non sapendo nuotare, andò subito a fondo, si agitò tutto cercando di ritornare a galla, ma per lo spavento e per lo sforzo piano piano perse i sensi e si lasciò trascinare dalla corrente…


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9) Pinocchio diventa un bambino


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Pinocchio diventa un bambino

Piano piano Pinocchio riaprì gli occhi. Era tutto buio e non vedeva nulla.
– Ma dove sono? – disse con sorpresa, iniziando a tastarsi tutto – ma mi è tornata la voce! Ma sono di nuovo un burattino!!!
Tutto felice iniziò a saltellare nel buio più completo, finché i suoi occhi non si abituarono all’oscurità e videro un piccolo chiarore baluginare in lontananza.

Si incamminò lentamente, i suoi piedi sguazzavano come se fosse dentro una pozzanghera d’acqua grassa e sdrucciolevole, nell’aria c’era un forte odore di pesce.
Man mano che camminava, la luce si faceva sempre più distinta.

E sapete cosa trovò? Una tavola apparecchiata con seduto un vecchietto coi capelli tutti bianchi.
Pinocchio non credette ai suoi occhi.
– Papà, papà mio! – era Geppetto e gli corse subito incontro per abbracciarlo.
– Figliuolo mio! – gli rispose ricambiando l’abbraccio.
– Si, si, sono io papà! Sapessi quante avventure ho passate… – e Pinocchio prese a raccontargli tutto quello che gli capitato: il Gatto e la Volpe, la Fata Turchina, il Campo dei Miracoli, la scuola, il Paese dei Balocchi, il circo…

– Ma papà, dove siamo?
– Siamo nella pancia del gigantesco Pesce-Cane, che mi ha divorato quando ho costruito una barchetta per venirti a cercare dall’altra parte del mondo, e ora ha inghiottito pure te…
– Dobbiamo fuggire!
– E come?
– Scappando dalla bocca del Pesce-Cane.

All’inizio Geppetto era titubante, ma Pinocchio prese la candela e la sua mano e iniziarono a risalire su per lo stomaco del grande pesce, fino ad arrivare alla bocca.
– Aspettiamo che apra la bocca e poi ci lanciamo! – disse Pinocchio a Geppetto, e non appena il Pesce-Cane la aprì, si tuffarono in mare, nuotando verso riva.

Giunti a riva, si riposarono un attimo e si asciugarono per quello che potevano, poi si incamminarono in cerca di un capanno per passare la notte.
Ma sulla strada Pinocchio incontrò due vecchie conoscenze: il Gatto e la Volpe.

– Pinocchio, amico nostro, facci la carità! – i due erano conciati male e vestiti di stracci, le zampe fasciate e tremavano dal freddo.
– Non mi imbrogliate più voi due, ben vi sta se adesso patite la fame, le mie quattro monete d’oro non vi hanno portato fortuna! – così Pinocchio li salutò e li lasciò lì dov’erano a chiedere l’elemosina.

Cammina cammina, Pinocchio e Geppetto arrivarono ad una graziosa casetta di paglia, bussarono alla porta ma nessuno rispose. Così entrarono e non videro nessuno, ma poi una voce li salutò.
I due si voltarono, era il Grillo Parlante!
– Oh! Mio caro grillino! – disse Pinocchio, salutandolo gentilmente.
– Ora mi chiami il “tuo caro Grillino”, ma ti ricordi quando mi hai tirato dietro il martello a casa di Geppetto?

– Hai ragione… se vuoi vendicarti tira un martello addosso a me, ma lascia stare il mio papà Geppetto – rispose Pinocchio con lo sguardo basso.
– Non preoccuparti, ti ho già perdonato.
– Ora però devi aiutarmi, il mio papà è molto stanco e ha bisogno di un bicchiere di latte.
– Vai a chiedere al fattore che ha tre mucche.

Pinocchio corse dal fattore e gli chiese del latte.
– Per un bicchiere di latte fa un soldo – gli rispose il fattore.
– Ma io non ho nemmeno un soldo bucato!
– Allora potresti far girare la ruota per turare su l’acqua dal pozzo, sai il mio ciuchino si è ammalato proprio ieri.

– Potrei vedere quel ciuchino? – chiese Pinocchio.
– Certo! – gli rispose il fattore, conducendolo nella stalla. Dentro, disteso sulla paglia, c’era una vecchia conoscenza di Pinocchio.
Era Lucignolo, malato e stanco per aver girato la ruota ogni giorno, tutto il giorno, dal momento che si erano lasciati al mercato.

A Pinocchio si strinse il cuore, e allora iniziò a girare la ruota, guadagnando il bicchiere di latte da portare a Geppetto.
E da quel giorno in poi, per più di cinque mesi, si alzò ogni mattina per andar a girare la ruota al posto di Lucignolo e guadagnare un bicchiere di latte da portare al suo caro papà.
La sera, stanco dalla fatica, Pinocchio si esercitava sempre a leggere e scrivere usando un vecchio libro usato e tutto consumato, comprato per un soldo al paese.

Finché una mattina disse a suo padre:
– Vado qui al mercato di paese, mi compro una giacchina, un berretto e un paio di scarpe, che quando torno ti sembrerò un gran signore!
E uscito di casa cominciò subito a correre tutto allegro e contento.

Sulla strada incontrò un cane vestito da cocchiere, era quello che aveva portato Pinocchio svenuto e appeso all’albero, dalla Fata Turchina.
– Come sta la mia cara Fata?! – gli chiese subito Pinocchio.
– Male, molto male, si è ammalata e sta in ospedale, e non ha neppure più nulla per potersi permettere neppure un boccone di pane.

Pinocchio prese i quaranta soldi che aveva in tasca e li diede al cane.
– E il tuo vestito nuovo? – gli chiese il cane.
– Non mi importa! Venderei anche quelli che ho addosso per la mia Fatina! Ora va’ e portale questi soldi, e tra due giorni torna qui che te ne darò altri!
Il cane prese i soldi e corse subito dalla Fata.

Pinocchio tornò a casa e disse a Geppetto che non aveva trovato nessun vestito che gli andasse bene.
Quella sera Pinocchio, invece di star sveglio fino alle dieci a studiare, andò a letto dopo mezzanotte; e invece di lavorare sodo otto ore al giorno, iniziò a lavorarne dieci.

Così una sera, stanco ma felice, si addormentò e sognò che la Fata dai capelli turchini lo perdonava di tutte le monellerie fatte fino a quel giorno, e gli dava un bacio sulla fronte.
Lì finì il suo bel sogno e continuò a dormire beato fino al mattino.

La mattina Pinocchio riaprì gli occhi. Si sentiva strano, si stiracchiò tutto e si guardò allo specchio: non era più un burattino ma un ragazzo in carne ed ossa!
Pinocchio gridò di felicità.

Nella camera entrò Geppetto richiamato dal grido, e rimase di stucco nel vedere il suo burattino trasformato in un ragazzo vero! Pinocchio lo abbracciò forte.
– Ma come è potuto succedere?! – gli chiese Pinocchio.
– Sai a volte quando i ragazzi, da monelli diventano buoni, hanno la capacità di cambiare aspetto, loro e tutta la famiglia intera…

Pinocchio guardò in un angolo della camera, sopra una seggiola c’era seduto sopra un burattino, e dopo un po’ che lo guardava, disse dentro di sé con grandissima emozione:
– Com’ero buffo quando ero un burattino, e come son contento di essere diventato un ragazzo perbene!

⚜️ Fine della fiaba ⚜️
© Copyright e Testi: Silvia e William – fabulinis.com


3 commenti su “Pinocchio 🤥 Storia di un burattino

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