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Categoria: fiabe classiche

Cenerentola 👠


Cenerentola, grazie al magico aiuto della fata madrina, parteciperà al gran ballo indetto dal Principe, e perdendo una scarpetta di cristallo riuscirà a coronare il suo sogno!

Le origini di Cenerentola si perdono nella notte dei tempi, la prima versione moderna però è di Giambattista Basile col titolo di La gatta Cenerentola, poi verranno Charles Perrault, i fratelli Grimm ed infine Walt Disney col suo famoso cartone animato del 1950, che ci ha regalato Cenerentola per come la conosciamo oggi e di cui nel 2015 è stato realizzato anche un film. Noi di fabulinis abbiamo creato la nostra versione adatta anche ai bambini più piccoli, speriamo tanto che vi piaccia!

la videofiaba arriverà presto!

Cenerentola 👠 storia completa


C’era una volta una ragazza di nome Lucrezia, ma da tutti veniva ormai chiamata Cenerentola…
Dovete infatti sapere che Cenerentola era stata una bimba molto sfortunata, crebbe senza la mamma fin da quando era molto piccola. Il caro papà per cercare di darle una figura materna sposò una vedova, anche lei con due figlie, con le quali era sempre dolce e benevola, ma si rivelò poi molto severa e ingiusta con Cenerentola.

Il padre cercava sempre di rincuorarla, ma ahimè anche lui poco dopo morì di malattia. E così Cenerentola si ritrovò sola, ma grazie al sorriso del papà che portava sempre nel cuore rimaneva sempre allegra e sorridente.
La matrigna iniziò a trattarla sempre peggio, le faceva fare tutte le faccende domestiche e i lavori più pesanti facendosi servire come se fosse una gran signora. Mentre le sorellastre le facevano ogni tipo di scherzo, visto che erano invidiose della sua naturale bellezza.

Così la sera, stanca ed esausta, Cenerentola si rintanava in un angolo della casa, vicino al caminetto acceso e caldo.
Proprio dal tempo passato vicino al caminetto, sporcandosi i vestiti con la cenere, le sorellastre presero a chiamarla col nomignolo di Cenerentola. Ma a lei non importava, aveva infatti scoperto che dietro al camino c’era la tana di alcuni piccoli topolini che le tenevano compagnia e la rallegravano nei momenti di sconforto.

Un giorno però nel paese accadde un fatto davvero straordinario. Dal castello arrivò un messaggero del Re che proclamò:
“Il figlio del re, il Principe erede al trono, ha indetto un gran ballo nelle sale reali a cui sono invitate tutte le ragazze del regno in età da marito!”

Quando la matrigna lo venne a sapere prese le sue due figlie e iniziò a prepararle come principesse per il gran ballo.
Cenerentola, che stava correndo a destra e sinistra per obbedire agli ordini delle tre donne, sognava ad occhi aperti di quanto sarebbe stato bello poter partecipare a quel gran ballo.

Così prese coraggio e disse alla matrigna:
– Voglio anche io partecipare al ballo! L’invito è aperto a tutte le ragazze del regno in età da marito…
La matrigna e le sue sorellastre, guardandola tutta impolverata e vestita di stracci, si misero a ridere.
– Come pensi di presentarti al castello? Vestita di stracci sporchi?! – e se ne andò via facendole capire che non c’era nessuna possibilità che lei partecipasse al ballo.

Così arrivò la sera del ballo, Cenerentola vide la matrigna e le sorellastre prepararsi, vestirsi con abiti meravigliosi e indossare splendidi gioielli. Aspettò che uscissero di casa, e una volta che si furono allontanate corse a piangere disperata nell’angolino vicino al camino.
I topini suoi amici uscirono dalla tana e cercarono di consolarla strofinando il loro musetto contro le guance bagnate dalle lacrime di Cenerentola.

Le sue lacrime erano così tante che caddero per terra, sopra un piccolo mucchietto di cenere. Ma da quel mucchietto di cenere accadde una cosa inaspettata, piano piano come per magia, una piccola luce iniziò a brillare sempre più forte, finché davanti a Cenerentola non si materializzò una fata!
– Su non fare così piccola Cenerentola mia… – disse la fata Madrina.
– Chi ha parlato!? – esclamò Cenerentola che aveva ancora gli occhi pieni di lacrime e non riusciva a vederci bene.
– Sono io, la tua fata Madrina, e vedrai che adesso sistemeremo un po’ di cose…
– La mia fata Madrina… ? – chiese stupita Cenerentola – … e cosa dovremmo sistemare?
– Beh, tanto per iniziare, ti piacerebbe partecipare al gran ballo di stasera?
– Ma certo! Mi piacerebbe tanto… – rispose Cenerentola che si stava ancora asciugando le lacrime col dorso delle mani – … ma come faccio? Non ho neppure un abito da sera…
– Di questo non ti devi preoccupare, piuttosto portami una zucca e raduna qui i tuoi amici topolini.
– Una zucca? – chiese sorpresa Cenerentola, ma senza chiederle il perché si precipitò nell’orto a prenderne una bella tonda e gliela portò.

Così, la fata Madrina di fronte agli occhi stupefatti di Cenerentola, pronunciò una formula magica e trasformò la zucca in una splendida carrozza, e i topolini in magnifici cavalli bianchi che la trainavano.
Cenerentola rimase a bocca aperta, e non riusciva a pronunciare nemmeno una parola per la meraviglia.

– E ora veniamo a te, mia bella fanciulla – disse la fata che in un colpo di bacchetta magica trasformò l’abito fatto di stracci di Cenerentola in un magnifico vestito da sera color bianco perla, degno di una regina.
– Ma… ma… ma è stupendo! – balbettava Cenerentola – come posso ringraziarti fata Madrina!?
La fata sorrise e disse:
– Piuttosto, ti mancano ancora delle scarpette, degne di questi piedini così piccoli e graziosi – e così ai piedi di Cenerentola comparvero delle magnifiche scarpette di cristallo che le calzavano alla perfezione.

Ora Cenerentola sembrava veramente una principessa.
– E ora vai, corri al ballo ma ricorda solo una cosa, la più importante: questa magia durerà solo fino a mezzanotte, entro il dodicesimo rintocco del campanile tutto ciò che ho fatto sparirà! La carrozza tornerà zucca, i cavalli topolini e il tuo vestito sarà di nuovo di stracci!


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Cenerentola, che ancora non credeva a quello che le stava succedendo, non se lo fece ripetere due volte, salì sulla carrozza e partì per il castello.
Al castello era tutto un susseguirsi di musiche e danze, e Cenerentola fu ricevuta con gli omaggi che si fanno ad una principessa.
Le persone presenti al gran ballo iniziarono a chiedersi da dove mai venisse quella fanciulla così bella ma di cui nessuno sapeva il nome.
Il Principe aveva promesso un ballo a tutte le ragazze presenti, ma quando finalmente fu il turno di Cenerentola, non volle più ballare con nessun’altra.

Tutte le altre ragazze diventarono verdi d’invidia, comprese la matrigna e le sorellastre di Cenerentola.
Così il Principe e Cenerentola continuarono a ballare per tutta la serata, tanto che lei si scordò del del tempo che passava…
Ma ci pensò il campanile a ricordarle che ormai era giunta la mezzanotte, e la campana iniziò a fare i primi rintocchi.
Cenerentola fu presa dal panico.

– Mi scusi sua maestà, ma io ora devo proprio andare… – si congedò frettolosamente dal Principe che non capiva il perché di una fuga così improvvisa, così decise di rincorrerla.
Cenerentola correva veloce, ma mentre scendeva la scalinata che portava alla carrozza perse una delle scarpette di cristallo. Fece per voltarsi a riprenderla, ma mancava ancora un solo rintocco di campana e tutta la magia sarebbe svanita, e il Principe avrebbe visto chi era in realtà.
Così saltò sulla carrozza e gridò ai cavalli di correre al galoppo verso casa.

Al Principe non rimase altro da fare che raccogliere la scarpetta di cristallo, e vedere la carrozza di quella fanciulla senza nome che si allontanava a tutta velocità.
Non appena dal campanile arrivò il dodicesimo rintocco, la carrozza svanì, i cavalli ritornarono ad essere topolini e Cenerentola tornò ad essere vestita di stracci. Per fortuna erano ormai abbastanza lontani dal castello e nessuno vide nulla, così a Cenerentola toccò fare l’ultimo tratto di strada a piedi, in compagnia dei topolini.

Il giorno dopo la matrigna e le sorellastre erano furenti, avevano saputo che il Principe aveva ordinato alle sue guardie di cercare la splendida fanciulla senza nome. Per essere certi che la fanciulla fosse quella giusta, avrebbero fatto calzare la scarpetta di cristallo per scoprire quella al cui piede avrebbe calzato alla perfezione.
Dopo qualche giorno dunque le guardie bussarono anche alla porta della casa di cenerentola.
– Vai a nasconderti subito nell’orto – disse la matrigna a Cenerentola – che sennò ci fai fare brutta figura.

Così Cenerentola si mise a fare lavori nell’orto, mentre intanto cercava di origliare cosa stesse succedendo in casa. Ovviamente a nessuna delle due sorellastre, per quanto provassero e riprovassero, la scarpetta di cristallo andava bene.
Così le guardie dopo innumerevoli prove sentenziarono che nessuna delle due era la ragazza del ballo.
Ma quando uscirono di casa, ad una delle guardie cadde l’occhio proprio nell’orto dove stava Cenerentola, e vista la ragazza la chiamarono per farle provare la scarpetta.

– Ma cosa volete far provare la scarpetta a quella ragazza, non vedete che è vestita di stracci? – disse la matrigna quando si accorse delle intenzioni delle guardie – non avrebbe mai potuto partecipare al gran ballo conciata a quel modo!
– Noi abbiamo l’ordine di far provare la scarpetta a tutte le ragazze del regno, nessuna esclusa!
La matrigna dopo quelle parole non ebbe il coraggio di aggiungere nulla.

A Cenerentola batteva forte il cuore, quella era la scarpetta di cristallo che aveva usato al ballo, e il Principe aveva ordinato di cercare per tutto il regno la ragazza che l’aveva indossata!
E questa ragazza era proprio lei!
Mentre la guardia si inchinava per infilarle la scarpetta Cenerentola tremava, e per la paura chiuse gli occhi, finché non sentì la scarpetta perfettamente calzata sul piede e la guardia esclamare a gran voce:
– E’ lei!!!

Cenerentola riaprì gli occhi, la scarpetta era lì sul suo piccolo piedino.
– Non è possibile! – esclamò la matrigna.
– Non è possibile! – ribatterono le due sorellastre.
Le guardie invece chiamarono una carrozza ed invitarono Cenerentola a salirci sopra.
– Sua maestà il Principe la sta aspettando a corte – dissero le guardie facendola salire, e la carrozza partì verso il castello sotto sguardo esterrefatto della matrigna e delle sorellastre.

E così una volta giunta a corte il Principe riconobbe in Cenerentola la bellissima ragazza con cui aveva ballato un’intera sera.
Così le propose di sposarla, Cenerentola felice come non mai accettò, e di lì a poco si sarebbero celebrate le più belle nozze del regno.
E vissero tutti felici e contenti.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Cappuccetto Rosso 🐺


Per salvarsi dal Lupo Cattivo, bisogna sempre ascoltare mamma e papà…

Cappuccetto Rosso è una fiaba che tutti conosciamo e che tutti raccontiamo ai nostri bambini. E’ talmente famosa che qui a fabulinis abbiamo deciso di giocarci un po’, perciò abbiamo provato a cambiare il finale, senza esagerare però…

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba di Cappuccetto rosso:

Cappuccetto Rosso 🐺 storia completa


C’era una volta una bimba tanto carina. Tutti le volevano bene, specialmente la nonna che la coccolava e passava sempre un sacco di tempo con lei.
Un giorno la nonna le regalò una mantellina di velluto rosso e, siccome i suoi regali erano importantissimi, non voleva mai toglierla.
In paese iniziarono quindi a chiamarla Cappuccetto Rosso.

La nonna però si ammalò, e un giorno la mamma di Cappuccetto Rosso disse alla bimba:
– La nonna è debole e malata. Portale questa focaccia e questa tisana alle erbe, così si rimetterà in forze. Salutala per me, e mi raccomando: segui la strada che attraversa i campi di grano e non entrare nel bosco, altrimenti rischi di finire nei guai.
– Sì, mamma, farò come mi dici – promise la bimba alla mamma, dandole un bacio.

Ma la nonna abitava in una casetta a una mezz’ora buona di cammino dal villaggio, e Cappuccetto rosso sapeva che prendendo la scorciatoia dentro il bosco sarebbe arrivata prima.
“Cosa potrà mai succedermi? Ho fatto tante volte quel sentiero in compagnia del papà” pensò la bimba.
Cappuccetto Rosso, quindi, prese la scorciatoia. Camminava con passo spedito e, man mano che andava avanti, il bosco diventava sempre più fitto e buio.

Finché ad un certo punto, proprio in mezzo alla strada, incontrò un lupo che sembrava quasi la stesse aspettando.
Cappuccetto Rosso non ebbe paura: non sapeva che quella era una bestia tanto cattiva.
– Buon giorno bimba – disse il lupo.
– Buon giorno a te – rispose Cappuccetto Rosso
– Dove vai così di fretta?
– Vado dalla nonna che è malata.
– E che cos’hai nel cestino? – continuò il lupo.
– Una tisana e una focaccia, la aiuteranno a guarire –
– Ma che brava bimba! Ma dimmi, dove abita la tua nonna? –
– Vicino al mulino, dove ci sono gli alberi di noccioli – disse Cappuccetto Rosso.

Il lupo pensò: “Questa bimba è proprio ingenua…” – Se vuoi ti faccio compagnia fino dalla nonna, qui nel bosco si possono fare dei brutti incontri sai?
Cappuccetto Rosso annuì e sorrise felice.
Il lupo iniziò a camminarle a fianco ma sembrava pensieroso, finché all’improvviso sorrise tra sé e sé. Aveva escogitato un diabolico piano.

Aspettò di arrivare appena fuori dal bosco e le disse:
– Ecco bimba mia, da qui in avanti puoi continuare da sola, spero di rivederti presto!
– Grazie mille signor lupo, a presto! – rispose Cappuccetto Rosso.
– Ma guarda quanti bei fiori ci sono laggiù! – disse il lupo – non sarebbe bello raccoglierne un mazzo per la nonna?
Cappuccetto Rosso guardò i fiori: erano stupendi e corse a raccoglierne un bel mazzetto per la nonna.

Il lupo approfittò del momento di distrazione di Cappuccetto Rosso e corse dritto alla casa della nonna.
– Chi è? – chiese la nonna quando sentì bussare alla porta.
– Cappuccetto Rosso, nonna. Aprimi! – disse il lupo con la vocina più dolce che poteva.
– Devi solo spostare il chiavistello – rispose la nonna, – io sono troppo debole per alzarmi.
Il lupo spostò il chiavistello ed entrò, andò dritto verso il letto della nonna e… gnam! se la mangiò in un sol boccone.
Poi indossò i suoi vestiti e la sua cuffia e si nascose sotto le coperte ad attendere.


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Cappuccetto Rosso, dopo aver raccolto un bel mazzolino di fiori, corse dalla nonna.
Stranamente trovò la porta spalancata e, entrando piano piano nella stanza, ebbe una sensazione così cupa che pensò: “c’è un silenzio strano qui oggi, mi vien quasi voglia di andare via… davvero strano, di solito sto così volentieri con la nonna…”
Si avvicinò al letto e spostò la coperta: la nonna aveva la cuffia abbassata sulla faccia e aveva un aspetto strano.

– Nonna, che orecchie grandi che hai! – disse la bimba
– Per sentirti meglio, bambina mia! – rispose il lupo
– E che occhi grossi che hai!
– Per vederti meglio, bambina mia!
– Nonna, ma anche le tue mani sono così grandi! – disse Cappuccetto, sempre più spaventata.
– Per afferrarti meglio! – iniziò a ghignare il lupo.
– Ma, nonna, e che bocca spaventosa che hai! – gridò Cappuccetto Rosso.
– Per divorarti meglio! – E dicendo queste parole, il lupo balzò dal letto e… gnam! Mangiò la povera Cappuccetto Rosso in un sol boccone.
Poi, con la pancia bella piena, il lupo si rimise a letto, si addormentò e incominciò a russare sonoramente.

Solo che la nonna e Cappuccetto Rosso, dentro la pancia del lupo, stavano veramente strette.
Cappuccetto Rosso allora iniziò a fare il solletico dentro la pancia del lupo, e subito anche la nonna cominciò a farlo.
Il sonno del lupo iniziò a essere molto disturbato, si girava di qua e di là dal fastidio, finché non si svegliò di soprassalto.
Iniziò a tossire così forte che anche le mura della casa tremavano, finché fece due colpi talmente forti che dalla bocca gli uscirono fuori sia Cappuccetto Rosso che la Nonna!

Caso vuole che proprio il quel momento passasse di lì il cacciatore, il quale, sentito tutto quel trambusto, non poté fare a meno di affacciarsi alla finestra a guardare tutta la scena.
Il lupo, che si teneva la pancia con le mani per il dolore provocatogli dai forti colpi di tosse, quando vide il cacciatore affacciarsi alla finestra, gridò di paura e corse veloce fuori dalla casa della nonna.

Il cacciatore non fece in tempo ad imbracciare il fucile che il lupo era ormai già lontano. Ma andava bene così, lo avrebbe acciuffato un altro giorno. L’importante era che Cappuccetto Rosso e la nonna stessero bene.
Le due, un po’ frastornate per l’accaduto, stavano comunque bene e ringraziarono il cacciatore per aver fatto scappare il lupo.

Poi Cappuccetto Rosso guardò la nonna, e si scusò dicendole:
– Scusami nonnina, è tutta colpa mia se il lupo è entrato in casa tua e ha cercato di mangiarci… sono stata una sciocca ad inoltrarmi nel bosco da sola, e a fidarmi di un lupo cattivo. Prometto che non lo farò mai più!

La nonna, visto che Cappuccetto rosso aveva compreso bene i suoi sbagli, la abbracciò forte forte, la baciò in fronte e le disse di ascoltare sempre quello che diceva la mamma, che era solo per il suo bene.
Così Cappuccetto Rosso tornò a casa, ma per la strada che attraversava i campi di grano, mica attraverso il sentiero del bosco!

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com

Se vuoi leggere al tuo bimbo un libro molto particolare su Cappuccetto Rosso, ti consigliamo la versione illustrata da Xavier Deneux, che è bellissimo perché le pagine sono in rilievo!
Leggi qui la nostra recensione 🙂

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Biancaneve e i sette nani 🍎


L’invidia è proprio una brutta cosa, fa solo innervosire e alla fine non premia mai…

Specchio specchio delle mie brame… hai indovinato di che fiaba parliamo? Biancaneve e i sette nani è una tra le fiabe più famose che esistano, tanto che Walt Disney decise di realizzare suo primo lungometraggio animato proprio utilizzando questa fantastica storia. Noi di fabulinis ti abbiamo preparato la nostra versione, speriamo ti piaccia!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba di Biancaneve e i sette nani:

Biancaneve e i sette nani 🍎 storia completa


C’era una volta Biancaneve, una principessa che viveva con suo padre il Re e una matrigna tanto bella quanto cattiva.
Grimilde, la matrigna di Biancaneve, era riuscita a sposare il Re perché era in realtà una strega, e gli aveva fatto un sortilegio.

Da quel giorno, alla corte del castello tutto era diventato più triste.
Grimilde pretendeva di essere servita e riverita in ogni cosa, e aveva fatto in modo che Biancaneve fosse considerata poco più di una serva qualunque.
Ma Biancaneve sopportava anche le peggiori scortesie perché, per tornare felice, le bastava ricordare la sua cara mamma che ora non c’era più.

Grimilde, poi, aveva uno specchio magico, che poteva rispondere a tutte le sua domande, ma lei ne faceva una sola soltanto:
– Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame? – chiedeva ogni mattina appena sveglia.
E lo specchio, che era uno specchio magico serio, le rispondeva la verità.
– Mia signora, voi siete la più bella di tutte.
E Grimilde sorrideva maligna…

Ma Biancaneve diventava ogni giorno più bella e Grimilde era invidiosa, per questo le faceva fare i lavori più umili, sperando che così rimanesse meno bella di lei.
Finché un giorno, dopo la solita domanda di Grimilde, lo specchio rispose:
– Mia signora, è Biancaneve la più bella del reame…
Grimilde iniziò a gridare infuriata e per poco non ruppe lo specchio dall’ira.
Quella notte non chiuse occhio, e pensò ad un piano per far sparire Biancaneve, così da rimanere la più bella del reame.

Al mattino chiamò il cacciatore, suo servitore, e gli ordinò di portare Biancaneve nel bosco e riportarle il suo cuore, come prova per averla uccisa.
Il povero cacciatore a malincuore obbedì.

– Dove mi portate signor cacciatore? – chiedeva Biancaneve, ma il cacciatore rimaneva zitto e con lo sguardo basso.
Quando furono finalmente nel bosco profondo, si fermarono. Il cacciatore avrebbe dovuto prendere il fucile, ma voleva troppo bene a Biancaneve per poterle fare del male.
– Cosa succede signor cacciatore? – chiese Biancaneve?
– Grimilde vuole essere la più bella del reame, e quindi mi ha dato l’ordine di portarti qui nel bosco e…

Ma il cacciatore non riuscì a finire la frase. Pensò che bastava lasciare la ragazza da sola lì nel bosco, al resto ci avrebbero pensato i lupi.
Salutò Biancaneve con un cenno della mano, e con le lacrime agli occhi scappò via.

Biancaneve, che ancora non aveva ben compreso cosa era successo e perché era stata portata lì, iniziò a guardarsi attorno impaurita, non era mai stata da sola nel profondo bosco.
Iniziò a correre a destra e sinistra, senza riuscire a ritrovare il sentiero che portava al castello, finché non si imbatté un una piccola casetta.

Impaurita e stanca bussò alla porta, ma nessuno aprì. Scostò lentamente la porta chiedendo il permesso, ma nessuno rispose.
Si ritrovò dentro ad una minuscola cucina, con un piccolo tavolo e sette piccole sedie tutt’intorno.
Sulla tavola c’erano del pane e dell’acqua. Biancaneve ne prese un pochino per placare la fame e la sete, e poi si mise a curiosare per la casetta.

Si ritrovò in una stanza da letto con sette piccoli lettini. Era veramente meravigliata e si sedette su uno di questi, ma per la stanchezza si appisolò.

A svegliarla ci pensò un gran fracasso proveniente dalla cucina. Era già sera e dall’altra stanza arrivavano voci di uomini che si chiedevano chi mai fosse entrato nella loro casa.
Così Biancaneve corse in cucina.
– E tu chi sei?! – Esclamarono i sette piccoli ometti quando la videro arrivare.
– Io sono Biancaneve, dovete scusarmi per essere entrata in casa vostra senza permesso ma… – e Biancaneve raccontò loro tutta la sua triste storia.

Quando ebbe finito, i sette nani si guardarono e sentenziarono all’unanimità:
– Non preoccuparti Biancaneve, rimani pure a casa nostra, sei la benvenuta. Ti offriremo riparo e protezione dalla matrigna cattiva.
– Vi ringrazio miei cari ometti – disse Biancaneve – mi saprò sdebitare, non dubitate! – e prese subito a preparare la cena e sistemare casa.
I sette nani, che si chiamavano Brontolo, Cucciolo, Dotto, Eolo, Gongolo, Mammolo e Pisolo, non potevano essere più felici.


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Il giorno dopo Grimilde si alzò tutta felice pensando di essersi liberata di Biancaneve, e chiese al suo specchio:
– Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?
Ma lo specchio rispose:
– Mia signora, è Biancaneve la più bella del reame, e ora vive nel bosco insieme a sette piccoli nani.

– Non è possibile! – gridò Grimilde – l’ho fatta portare nel bosco dal cacciatore, guarda, questo è il suo cuore! – e mostrò un cofanetto di legno.
– Quello nel cofanetto, è il cuore di un capretto! – le rispose lo specchio.
Grimilde gridò furiosa contro lo specchio ed il cacciatore infedele, e decise che avrebbe risolto lei personalmente la questione.
Corse nelle segrete del castello dove nascondeva il suo laboratorio di pozioni magiche e iniziò a fare stregonerie.

Biancaneve intanto era tutta felice che i sette nani la avessero accolta come una sorella. Mentre loro di giorno andavano a lavorare nella vicina miniera, lei preparava il pranzo, rassettava la casa e lavava i panni.
E la sera si divertivano un sacco a raccontarsi storie e filastrocche.

Ma un giorno alla porta della casetta bussò una vecchia signora dai capelli bianchi e vestita di cenci.
– Buongiorno vecchina, cosa posso fare per lei?
– Buongiorno mia cara fanciulla, sono una povera vecchia che vende mele, ne vuoi una? – disse la vecchia.
– Le vostre mele rosse sono bellissime, ma io non ho soldi per pagarvi… – rispose Biancaneve.

La vecchia sorrise e le disse:
– Siete così bella mia giovane fanciulla che ve ne regalo una, tenete, mangiatela pure.
Biancaneve prese la mela e la portò alla bocca…
Ma non appena ne morse un pezzettino, Biancaneve cadde svenuta a terra!

La vecchia allora si mise a ridere, ridere e ridere, e poco dopo in un “puff” si tramutò in Grimilde che si era camuffata da vecchia e aveva avvelenato la mela.
Così, mentre Grimilde spariva nel bosco, Biancaneve giaceva a terra come morta.
La sera i sette nani tornarono a casa, e vedendola così si disperarono e piansero tutta la notte.

Il giorno dopo, non ebbero il coraggio di seppellirla tanto era ancora bella, e prepararono per lei una bara di cristallo che sistemarono in una piccola radura. Piangendo la lasciarono lì in compagnia di scoiattoli e uccellini.
Verso sera passò di lì il principe del reame vicino, Florian, che tornava a casa dalla battuta di caccia.
Incuriosito da quella teca di cristallo con dentro una ragazza si avvicinò, e quando vide la bellezza di Biancaneve se ne innamorò subito.

Lui non sapeva che Biancaneve era stata avvelenata da Grimilde e pensava stesse solo riposando di un sonno profondo.
Così la prese tra le braccia. Ma proprio in quel momento il piccolo pezzo di mela avvelenata che Biancaneve aveva ancora in bocca, cadde a terra.
Il principe Florian la baciò, e Biancaneve che non aveva più il veleno in bocca poco a poco rinvenne e si risvegliò.
Anche Florian era un bel giovane e Biancaneve fu felice di ritrovarsi fra le sue braccia.

Florian portò Biancaneve al suo castello, le giurò eterno amore e promise di proteggerla per sempre dalle grinfie della sua matrigna.
Quando organizzarono il banchetto di nozze fu invitata anche Grimilde, che verde d’invidia e di rabbia per la bellezza di Biancaneve andò via e scomparve. Da quel momento nessuno la vide più.

Biancaneve tornava spesso e volentieri far visita ai suoi amici nani, ed ogni volta era sempre una grande festa!
E vissero tutti felici e contenti.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Continua il tuo viaggio tra le fiabe 🏰 qui sotto te ne suggeriamo alcune che sicuramente ti piaceranno! ❤


La Bella e la Bestia 👧🦁


L’abito non fa il monaco, e questa fiaba ce ne racconta uno splendido esempio

la favola de “La Bella e la Bestia” è antichissima, e proprio per questo si è diffusa in tutta Europa con moltissime varianti. Tutti noi ricordiamo il bellissimo film animato realizzato dalla Disney nel 1991, una meraviglia! Tanto che nel 2017 ne hanno fatta una versione con attori veri.
Anche noi di fabulinis abbiamo preparato la nostra un po’ più corta e semplificata rispetto all’originale, così da poter essere letta anche ai bambini più piccoli, speriamo ti piaccia!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba de la Bella e la Bestia:

La Bella e la Bestia 👧🦁 storia completa


C’era una volta un mercante a cui la fortuna aveva girato le spalle, ed era caduto in disgrazia insieme alla figlia dolce e gentile che si chiamava Bella.
Un giorno il mercante decise di andare a tentar fortuna in una lontana città, dove aveva sentito che al porto stavano arrivando delle navi piene di merci esotiche.

Prima di partire chiese a Bella cosa volesse per regalo di ritorno dal suo viaggio.
– A me basta solo una rosa, perché la cosa più importante è il bene che ti voglio, papà – rispose Bella.
Il padre commosso, partì per il lungo viaggio, ma purtroppo quando arrivò al porto non riuscì a combinare nessun affare, e riprese il cammino verso casa ancora più povero di prima.

Ma quando ormai mancava poco per arrivare a casa, il padre di Bella fu preso alla sprovvista da una forte bufera.
Si rifugiò dentro l’unico edificio che riuscì a vedere nelle vicinanze, un castello che pareva abbandonato.
Dentro al castello però c’era una bellissima e rigogliosa serra piena di piante e fiori, tra cui anche un roseto. Il padre di Bella si ricordò della promessa fatta alla figlia, e senza pensarci, prese una rosa da portarle in dono.

Ma non appena la colse si sentì afferrare da delle possenti braccia che lo immobilizzarono e lo legarono come un salame. Era il padrone del castello, e la sua faccia era simile a quella di una bestia feroce, come un leone!
– Come osi raccogliere le mie rose! – ruggì la Bestia.
– Mi scusi signore, mi sono rifugiato nel suo castello per ripararmi dalla bufera, e quando ho visto queste magnifiche rose mi son ricordato della promessa che ho fatto a mia figlia…

– Quale promessa? – ringhiò la Bestia.
– Che di ritorno dal mio lungo viaggio al porto le avrei portato una rosa in dono.
La Bestia grugnì.
– Così tu hai una figlia… dovrei ucciderti, ma se in cambio della tua vita, tu porterai la tua figlia qui, lei vivrà per sempre insieme a me e tu sarai libero!

Lì per lì il mercante, non sapendo cosa fare, disse di sì, ma uscito dal castello e imboccato il sentiero di casa si pentì di quello che aveva fatto:
– Saluterò Bella e le dirò quanto le voglio bene, poi tornerò dalla Bestia e affronterò il mio destino.
Così arrivò a casa, abbracciò la figlia e le diede in dono la rosa, dicendole anche che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrebbe visto.

Bella non capiva ed insisteva per farsi spiegare il perché, finché suo padre non le raccontò tutta la storia.
– Ma allora è tutta colpa mia! – disse Bella tra le lacrime.
– Come colpa tua? – le rispose il padre.
– Se io non ti avessi chiesto in dono questa rosa, tu adesso non saresti in questa situazione… non è giusto!
Bella insistette così tanto che alla fine costrinse suo padre ad accompagnarlo al castello della Bestia.
Quando arrivarono fu la stessa Bestia in persona ad aprire il portone.

– Vedo che hai mantenuto la promessa – disse rivolto al padre di Bella, poi con un gesto fulmineo prese con sé la ragazza e chiuse con forza il portone dietro di sé.
Il padre di Bella cercò con tutte le forze di entrare, batté forte i pugni sul portone, prese un lungo bastone cercando di forzare la serratura, ma niente, il portone non si aprì…
Bella ormai era prigioniera nel castello della Bestia, ma contrariamente a quello che pensava, la Bestia non trattò mai male Bella, anzi.


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La bestia era molto premurosa nei suoi confronti, la trattava sempre con gentilezza, aveva sempre un pensiero carino per lei e non le faceva mancare niente.
Ascoltava con attenzione tutte le storie che Bella gli raccontava la sera e poi, con un inchino, si congedava e andava a dormire, per poi farle sempre trovare la colazione pronta al mattino.
Bella amava passeggiare per la stupenda serra fiorita, e la Bestia la accompagnava con piacere. Stare accanto a lei era veramente incantevole, tanto che senza nemmeno accorgersene, se ne innamorò.

Ma a Bella mancavano tanto la sua casa e il suo papà. Una sera la Bestia la vide piangere e le chiese il perché. Quando scoprì il motivo di tanto sconforto le regalò uno specchio magico.
Nello specchio Bella poteva vedere una stanza della sua casa, e di conseguenza come stava suo padre. Ma purtroppo suo padre non stava tanto bene. Si era ammalato e arrivò il giorno in cui Bella nello specchio lo vide immobile a letto.

Bella si disperò e decise di chiedere alla Bestia se poteva tornare a vedere suo padre almeno per l’ultima volta.
– E’ molto malato, vedi? – e fece vedere lo specchio alla Bestia, che grugnì di disappunto.
– E va bene, vai pure, ma se entro una settimana non tornerai, io morirò certamente di crepacuore.
Sentendo quelle parole, Bella capì cosa provava per lei la Bestia.

– Tornerò – disse sorridendo, poi prese le sue cose e uscì dal castello.
Che sorpresa fu per suo padre rivedere Bella, sana e salva e pure ben vestita! La visita di sua figlia gli fece talmente bene che già il giorno dopo stava meglio.
E così fu per tutti i giorni seguenti, tanto che alla fine della settimana il padre di Bella era tornato in piena forma.
– Ora che stai meglio papà, io dovrei tornare al castello.
– Non tornare figlia mia – le disse – se mi sono ammalato è per il dispiacere di non averti qui accanto a me! Rimani qui con me ancora un giorno, così da rimettermi ancora meglio.

Bella esitò un momento, ma non riuscì a lasciare da solo il padre che era così felice di rivederla.
Passò un giorno, poi due e poi tre, e ogni volta suo padre riusciva a trattenerla con la scusa di guarire sempre di più dalla sua malattia.
Ma a Bella la Bestia iniziava a mancare veramente. Solo ora che non era più con lui si era accorta di quanta gentilezza aveva avuto nei suoi confronti e di quanto buono fosse il suo cuore.
E poi il rimorso della promessa non mantenuta era troppo forte, e la sua coscienza non le dava pace. Così quella notte decise di scappare e tornare al castello.

Quando finalmente arrivò, Bella trovò la Bestia per terra agonizzante. Lo prese tra le sue braccia e lo sollevò, ma lui quasi non respirava più.
– Sono tornata! Sono tornata da te! Scusami se ci ho messo così tanto…
La Bestia riuscì ad aprire un poco gli occhi e la guardò con dolcezza.
– Cosa posso fare per aiutarti? – gli chiese con voce tremante Bella.
Bestia fece un lungo sospiro, esitò, finché in un sussurro disse:
– Un bacio… solo un ultimo bacio di addio.

Bella gli prese il viso, lo guardò negli occhi lacrimanti, si avvicinò e lo baciò, chiudendo gli occhi.
Un forte brivido scosse tutto il corpo della Bestia, tanto che Bella si spaventò. Ma la sorpresa fu davvero enorme quando vide che la Bestia si era trasformato in un bellissimo uomo.
– Ma cosa è successo? – domandò Bella incredula ma felice come non mai.
– Col tuo bacio hai spezzato l’incantesimo di una fata malvagia che mi aveva trasformato in Bestia per gelosia… grazie mia Bella…
Bella lo abbracciò forte, lui si sentiva già meglio.

Pochi giorni dopo il Principe che era stato trasformato in Bestia si era rimesso in perfetta salute. Finalmente poteva stare accanto alla sua Bella tenendola per mano senza doversi nascondere per il suo aspetto, e di lì a poco si sarebbero anche sposati.
E vissero tutti felici e contenti.

Questa fiaba ci insegna che non bisogna giudicare solo dalle apparenze, perchè anche sotto un aspetto brutto si può nascondere una bella persona dal cuore d’oro.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com

Se vuoi leggere al tuo bimbo un libro molto particolare su la Bella e la Bestia, ti consigliamo la versione pop-up realizzata da Robert Sabuda, che è bellissima perché dalle pagine si crea come per magia tutto un mondo tridimensionale fantastico!
Leggi qui la nostra recensione 🙂

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I tre porcellini 🐷🐷🐷


Per vincere il lupo non bisogna essere pigri, ma bisogna impegnarsi e fare le cose fatte per bene!

I 3 porcellini è una fiaba classica che si racconta sempre ai bambini, e la ragione è più che valida! Non solo insegna a stare attenti al lupo cattivo, ma anche a fare le cose per bene e senza fretta. L’unica casetta che infatti resiste alla furia del lupo è quella costruita con calma e con solidi e resistenti mattoni. Noi di fabulinis ti abbiamo preparato la nostra versione.

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba dei tre porcellini:

I tre porcellini 🐷🐷🐷 storia completa


C’erano una volta tre porcellini, Timmy, Tommy e Gimmy che abitavano tutti ancora nella casa della mamma.
Un giorno la mamma disse loro – siete ormai grandicelli ragazzi miei, penso sia ora che prendiate ognuno di voi la vostra strada e costruiate ognuno la propria casetta!
I tre porcellini, seppur a malincuore, sapevano che era la cosa giusta da fare, erano diventati finalmente grandi e così si fecero forza e prepararono ognuno il proprio bagaglio.

Timmy fece un fagotto con tutti i suoi dolci e il flauto che amava tanto suonare.
Tommy riempì di giocattoli una borsa assieme al suo caro violino.
Gimmy invece preparò la sua cassetta degli attrezzi con tutto ciò che gli sarebbe servito per costruire una solida casetta.
Così si prepararono, salutarono la mamma che augurò loro buona fortuna, e si incamminarono allegri e felici per il sentiero.
– Fate attenzione al lupo cattivo! – si raccomandò tanto la mamma mentre li salutava con una lacrimuccia agli occhi.

I tre porcellini sorrisero, la salutarono ancora e proseguirono nel loro cammino.
Ma dalla collina, nascosto tra i cespugli, qualcuno stava osservando la scena, qualcuno a cui piacevano tanto i porcellini, soprattutto con contorno di patate arrosto… era il Lupo Cattivo!
Dopo un po’ che i tre porcellini camminavano allegramente Gimmy disse:
– Io mi fermerò qui per costruire la mia casetta, qui vicino c’è un ruscello e questi begli alberi mi faranno ombra nei mesi caldi.

– Va bene – risposero gli altri due – noi continuiamo a camminare!
Gimmy li salutò e cominciò a costruire la sua casetta.
Poco dopo Anche Tommy decise di fermarsi – io costruirò la mia casetta qui, dove ci sono tutti questi rami di legno già pronti per essere tagliati, così costruirò la mia casetta di legno!
– Va bene fratellino mio, io proseguo sul sentiero, a presto!

Timmy quindì salutò Tommy e continuò a camminare, finché non vide un bel covone di paglia dorata essiccata al sole.
– Potrei costruire la mia casetta con quella paglia, ci metterei pochissimo così poi potrei subito andare a giocare! – disse, e così fece.
In quattro e quattr’otto, con qualche rametto qua e là, la casetta di paglia era pronta, così potè subito uscire in giardino e mettersi a suonare il suo amato flauto.

Anche Tommy ormai aveva ultimato la sua casetta. Non era molto robusta perché per fare presto e poter andare a divertirsi nei prati, aveva deciso di inchiodare le assi di legna in fretta e furia, giusto per arrivare al tetto e ripararsi dalla pioggia in caso di intemperie.
Non appena finì, prese il violino e cominciò a suonare.

L’ultimo a finire il suo lavoro fu Gimmy, che lavorò fino a sera per costruirsi la sua robusta casetta di mattoni con una bella porta in legno e una grossa serratura.
Ci fece perfino un bel caminetto, per non patire il freddo nelle lunghe giornate invernali.
Solo allora si godette il meritato riposo.


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Il giorno seguente, il Lupo Cattivo, che aveva spiato i tre porcellini per tutto il giorno precedente, si presentò alla casetta di paglia di Timmy e disse con la sua vociona:
– Porcellino, porcellino, posso entrare un momentino?
Ma Timmy, che si ricordava bene delle parole della mamma guardò fuori dalla finestra e disse:
– Non sono mica matto! Tu sei il Lupo Cattivo! – e chiuse anche la finestra pensando così di essere al sicuro.

Ma il Lupo Cattivo si mise a ridere e preso un gran respiro si mise a soffiare così forte sulla casetta di Timmy, che la paglia volò via, e della casetta non rimase nulla…
Timmy corse via più forte che poteva e raggiunse Tommy nella sua casetta di legno.

– Il Lupo Cattivo con un gran soffio ha fatto volar via la mia casetta!
– Non ti preoccupare – rispose Tommy – puoi rimanere nella mia casetta di legno.
Ma poco dopo il Lupo bussò anche lì:
– Porcellino, porcellino, posso entrare un momentino?

I due capirono subito che si trattava del Lupo Cattivo e risposero in coro:
– Non siamo mica matti! Tu sei il Lupo Cattivo!
Ma il Lupo Cattivo si mise a ridere e, preso un gran respiro, si mise a soffiare così forte che anche la casetta di Tommy, con le assi di legno inchiodate in tutta velocità, volò via…
Timmy e Tommy corsero via a perdifiato e andarono da Gimmy, che li accolse subito.
– Tranquilli fratellini miei, questa è una solida casa di mattoni, e il Lupo non riuscirà a spazzarla via.

Infatti poco dopo arrivò il Lupo Cattivo.
– Porcellino, porcellino, posso entrare un momentino?
– Non siamo mica matti! – risposero i tre in coro.
Ma il Lupo Cattivo si mise a ridere e, preso un gran respiro, si mise a soffiare forte, ma così forte che… non successe nulla.
La casetta di mattoni era ancora lì.

Il lupo allora provò e riprovò, ma niente, neanche uno scricchiolio.
– Entrerò dal camino! – disse, e con un balzo era già sul tetto.
Gimmy capì cosa aveva in mente di fare il Lupo e quindi preparò un gran pentolone di acqua bollente sul fuoco del camino, così quando il Lupo Cattivo si calò giù dal camino finì dritto in pentola!

Il Lupo gridò dal dolore e scappò via su per la canna fumaria del camino con la coda tutta scottata!
Da quel giorno nessuno dei 3 porcellini vide mai più il Lupo Cattivo. Anche Timmy e Tommy decisero di rimboccarsi le maniche e costruire ognuno una bella casa di mattoni proprio accanto a quella di Gimmy, così tutti i giorni potevano suonare e ballare:

“Siam tre piccoli porcellini
siamo tre fratellini.
Mai nessuno ci dividerà
tra-lalla-la-là”

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com

Se vuoi leggere al tuo bimbo uno spassosissimo libro che parla di maialini, ti consigliamo di vedere la nostra recensione di Lindo porcello, è bellissimo e ai bambini piace da matti
Leggi qui la nostra recensione 🙂

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La bella addormentata nel bosco 👸


Se non si abbandona la speranza, la felicità arriva sempre!

La bella addormentata nel bosco è una fiaba antichissima, la sua origine si perde nella notte dei tempi… E’ arrivata fino a noi attraverso tutti questi secoli e in mille versioni, sia Charles Perrault che i fratelli Grimm e Walt Disney, col suo film animato del 1959, ne hanno scritta una loro interpretazione. Scopriamo insieme come Aurora ha aspettato per 100 anni il bacio del suo principe azzurro, e buon divertimento!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba della bella addormentata nel bosco:

La bella addormentata nel bosco 👸 storia completa


C’era una volta un re, che viveva in un magnifico castello insieme alla regina e alla figlia, la piccola Aurora.
La bimba era nata da poco e i due sovrani erano così felici, che decisero di organizzare una grande festa per il suo battesimo.

Invitarono anche le fate che abitavano nel bosco, le quali arrivarono cariche di sorprese speciali per la piccola principessa.
Fu così che Aurora ricevette in dono bellezza, intelligenza, simpatia e tante altri doti che la rendessero una bambina davvero unica.

Purtroppo, però, il re non aveva invitato alla festa la fata più anziana del regno. Da tempo non si avevano sue notizie e tutti credevano che fosse morta.
Non sapevano quanto avrebbero pagato caro questo errore.

La fata venne a sapere della festa e si presentò al castello, più arrabbiata che mai.
– Vedo che state festeggiando senza di me – disse con sarcasmo. – E vedo che la principessa ha già ricevuto molti doni. Nessuno si offenderà se le offrirò anche il mio.
Così dicendo, alzò la sua bacchetta verso la culla di Aurora e tuonò:
– Sarai anche la più bella e la più intelligente di questo reame, ma ciò non ti servirà: prima del tuo diciottesimo compleanno, ti pungerai con l’ago di un fuso per filare e morirai.
E la fata svanì, lasciando il palazzo nello scompiglio più totale.

La regina era disperata, mentre il re dava ordine alle guardie di catturare questa fata malvagia. Ma era tutto inutile: di fronte ad una maledizione non si poteva fare nulla.

Si fece però avanti la fata più giovane, la quale cercò di consolare la regina e poi disse:
– Non posso annullare la maledizione della fata anziana, non ho tanto potere. Ma posso provare a renderla meno terribile, se me lo permettete.
La regina annuì speranzosa, e la fata alzò la bacchetta verso Aurora:
– Piccolina, una brutta maledizione ti ha colpito, un fuso ti pungerà ma non me morirai. Cadrai in un sonno profondo finché un principe, baciandoti, ti risveglierà e diventerà il tuo sposo.
Il Re e la Regina ebbero un piccolo sospiro di sollievo, perlomeno il nuovo incantesimo della giovane fata aveva allontanato lo spettro della morte dalla bambina.

Fu così che Aurora crebbe felice, amata e circondata da persone che le volevano bene.
In tutto il reame però erano stati vietati tutti gli attrezzi per filare: aghi, fusi, arcolai non potevano nemmeno essere nominati, nella speranza che così la maledizione non si avverasse.

Aurora stava ormai per compiere diciotto anni. Mancavano pochi giorni e i suoi genitori avevano deciso di organizzare una sontuosa festa: ormai credevano che il pericolo fosse scampato.


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Ma la fata cattiva non poteva permettere che la sua maledizione fallisse. E così, una sera si intrufolò nel castello senza farsi vedere, e fece un piccolo sortilegio che impedì ad Aurora di dormire, rendendola nervosa.
La principessa non riuscendo a chiudere occhio, decise di fare una passeggiata nel castello per provare a rilassarsi. Ma, dal fondo di un corridoio, vide una strana luce azzurrognola filtrare da una porta.

Curiosa, si avvicinò per vedere meglio. Entrò nella stanza e si ritrovò davanti una vecchietta che filava la lana usando un misterioso attrezzo: un fuso. Aurora non ne aveva mai visti, e chiese: – Che cos’è? A cosa serve?
– Toccalo e ti spiegherò tutto – rispose la vecchietta, che era la fata cattiva travestita.
Aurora allungò la mano, toccò il fuso, si punse e… cadde svenuta.

Una risata malefica si levò dalla stanza e svegliò tutti. Il re e la regina accorsero e trovarono solo la loro ragazza svenuta.
Disperati, la portarono nel salone delle feste e chiamarono le fate per chiedere loro di fare qualcosa, ma quelle non potevano più nulla: bisognava solo aspettare che un principe passasse di lì e baciasse la principessa.

La fata che aveva addolcito la maledizione, provava molta pena nel vedere il dolore di quei genitori. Decise, quindi, di fare un incantesimo su tutto il castello: tutti avrebbero dormito fino a quando Aurora non si fosse svegliata.

E così fu, per cento anni. Nel castello tutto si fermò, e il bosco prese il suo posto: gli alberi crescevano dappertutto e tanti animaletti avevano fatto lì la loro tana.

Un giorno un giovane principe, durante una battuta di caccia, passò proprio vicino a quel castello che sembrava ormai in rovina. Incuriosito decise di avventurarsi per scoprire cosa nascondeva al suo interno.
– Magari sono le rovine di cui parla la leggenda… – si disse. Aveva infatti sentito parlare di una principessa bellissima che giaceva addormentata in un bosco, ma pensava fosse solo un racconto di fantasia.

Iniziò ad esplorare sale e corridoi ormai invasi dagli alberi, finché si ritrovò nel salone delle feste e… non credette ai suoi occhi. Distesi a terra giacevano servitori, dame e cavalieri, tutti profondamente addormentati. Riconobbe il re e la regina dalle loro corone e, in mezzo a loro, vide Aurora. Era bellissima, ancora di più di quanto non narrasse la leggenda.
Si avvicinò e pensò: “E’ così bella che non posso resistere: le darò un bacio”, e così fece.

Il principe sobbalzò nell’accorgersi che, dopo il suo bacio, Aurora iniziò a muovere la bocca per poi sbadigliare e aprire gli occhi.
Anche il re e la regina e tutte le persone distese a terra iniziarono a svegliarsi e ad alzarsi. Piano piano anche le rovine del castello si ricomponevano e gli alberi sparivano, mostrando tutto il loro splendore originario.

Il principe era frastornato dall’accaduto, non riusciva a capire cosa stava succedendo finché il re non gli prese le mani e gli disse:
– Grazie cavaliere, hai salvato mia figlia Aurora da un terribile sortilegio che la teneva addormentata da anni. Qualunque cosa tu desideri, la riceverai come dono in cambio di ciò che hai fatto.
Il principe guardò Aurora, già innamorato e disse: – Sono felice di avervi salvato e vorrei tanto poter sposare la principessa Aurora.

Il Re guardò Aurora, che, visti i buoni propositi del principe acconsentì, felice. Le nozze vennero organizzate immediatamente e fu una festa memorabile.

E vissero tutti felici e contenti.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Il Gatto con gli stivali 🐈👢


Per diventare fortunati bisogna anche saper usare anche un po’ di furbizia ed ingegno!

“Il Gatto con gli stivali” è una fiaba popolare della tradizione europea che è stata rivisitata in mille modi. Nell’originale il gatto era l’eredità che il protagonista riceveva dal padre, mentre il messaggio insegnato dalla favola è questo: bisogna impegnarsi e ingegnarsi per ottenere la fortuna che si desidera.
Noi di fabulinis abbiamo preparato la nostra versione e quello che vogliamo dire è questo: anche un amico fidato e astuto può dare un aiuto prezioso, anche se all’apparenza sembra solo in grado di… miagolare!

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba del Gatto con gli stivali:

Il Gatto con gli stivali 🐈👢 storia completa


C’era una volta Marcello, un ragazzo che aveva per migliore amico un gatto, ma non uno qualunque. Questo gatto se ne andava sempre in giro con addosso un paio di stivali, perciò Marcello l’aveva chiamato “Gatto con gli Stivali”.

I due erano cresciuti assieme, e il gatto si era sempre dimostrato molto furbo e felice di aiutare Marcello, quando era in difficoltà.
Un giorno parteciparono alla festa del paese, dove Marcello conobbe Sandra, la figlia del ricco Signorotto del posto.
I due si trovarono subito simpatici, ma Sandra già sapeva che non avrebbe potuto frequentare Marcello perché suo padre non l’avrebbe permesso. Infatti, il padre di Sandra non voleva che la figlia avesse amici tra gli abitanti del paese, da lui ritenuti dei sempliciotti.

Marcello quando capì che non avrebbe più potuto vedere Sandra, diventò triste.
– Non abbatterti Marcello, vedrai, ti darò una mano io! – gli disse il Gatto con gli Stivali.
– E come puoi aiutarmi? – chiese perplesso Marcello.
– Tu non ti preoccupare – gli rispose il Gatto dopo avergli fatto l’occhiolino. E sparì nel bosco.
Era andato a caccia, e in breve tempo riuscì a catturare un paio di leprotti. Poi si recò a casa del Signorotto, padre di Sandra, e gli porse le due prede dicendogli:
– Sono il Gatto con gli Stivali e questi leprotti sono un omaggio del Signor di Carabàs – e fece un profondo inchino.

Il Signorotto, tutto contento, ringraziò il Gatto con gli stivali, chiedendosi chi mai fosse questo Signor di Carabàs.
Il Gatto portò dei doni anche il giorno dopo e il giorno dopo ancora.
Il Signorotto era sempre più curioso, perciò quando rivide il Gatto gli chiese:
– Ma quando posso incontrare il vostro signore, per poterlo ringraziare di tutte queste cortesie?
– Lo incontrerete presto, statene certo – rispose il Gatto con gli Stivali inchinandosi. E corse via.

Sandra osservava quell’andirivieni già da un po’ di tempo. Le sembrò di ricordare che quello era il gatto tanto amico di Marcello.
Quel giorno decise di chiamarlo.
– Gatto con gli Stivali! Posso parlarti?

Il Gatto già temeva il peggio, pensando di essere stato scoperto nel suo piano.
– Ma tu non sei il gatto amico di Marcello?
– Sì Sandra, lo sono – rispose il gatto.
– E sei anche amico di questo Signor di Carabàs?
– …sì… – rispose timoroso il gatto, sapendo ormai di essere stato scoperto.
Sandra intuì, e sorrise.


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– E per caso io lo conosco il Signor di Carabàs?
– … hem, in qualche modo sì… – il gatto non sapeva più come togliersi dall’imbarazzo.
– Ho capito… – disse Sandra sempre sorridente – Puoi riferire al Signor di Carabàs che domani io e mio padre andremo al paese qui vicino a far compere? Chissà mai che non ci si incontri…

Il Gatto con gli Stivali fu sorpreso da quelle parole, e intuì a sua volta che Sandra aveva sì capito il suo piano, ma anche che stava dalla sua parte.
– Certamente Sandra – il gatto sorrise, fece un inchino e corse via.

Lungo la strada per il paese vicino c’erano molti campi. Il Gatto con gli Stivali portò ai contadini che lavoravano lì un po’ di selvaggina, convincendoli così a dire che quei campi erano proprietà del Signor di Carabàs.
E così, man mano che quel giorno Sandra e suo padre procedevano a cavallo, i contadini li salutavano a nome del Signor di Carabàs.

Il Signorotto pensò non solo che il Signor di Carabàs fosse di una gentilezza mai vista, ma che fosse anche molto ricco.
A quel punto il Gatto con gli Stivali tornò da Marcello e gli disse:
– Sbrigati! Corri al fiume, e quando te lo dico io, buttati dentro gridando che sei il Signor di Carabàs e che ti hanno derubato di tutti i tuoi averi!

Marcello era all’oscuro di tutte le mosse del Gatto e chiese incuriosito:
– E chi sarebbe il Signor di Carabàs? –
– Vuoi incontrare di nuovo Sandra e poterla vedere finalmente quando ti pare?
– Certamente! – rispose Marcello.
– E allora non discutere e fa come ti dico!
Marcello, fidandosi dell’amico Gatto, corse veloce al fiume e si nascose dietro una siepe, in attesa del segnale per buttarsi dentro.

Intanto, il Signorotto e Sandra stavano arrivando al ponte sul fiume.
Il Gatto con gli Stivali fece un fischio, e Marcello capì che era il momento di buttarsi.
Dopo poco si sentì un grido.
– Aiuto! Aiuto! Sono il Signor di Carabàs e sono stato derubato di tutti i miei averi! Aiuto!

Il Signorotto e Sandra accorsero per vedere cosa stava succedendo, e videro Macello uscire tutto bagnato dalle acque del fiume.
– Cosa ti è successo, ragazzo? – disse il Signorotto.
– Sono il Signor di Carabàs, e due furfanti mi hanno derubato di tutti i miei averi e scaraventato nel fiume…
Finalmente il Signorotto aveva l’occasione di conoscere chi, nei giorni scorsi, gli aveva fatto tanti regali.

– Padre, non possiamo lasciarlo così bagnato fradicio. Portiamolo a casa nostra e diamogli dei vestiti! – disse Sandra che aveva riconosciuto Marcello.
– Certamente! – rispose il Signorotto.
E così Marcello fu portato a casa del Signorotto, asciugato e vestito con abiti molto eleganti.

Il Signorotto lo ringraziò per tutti i regali che gli aveva fatto, e anzi, lo invitò a frequentare spesso quella casa: per lui le porte sarebbero sempre state aperte.
E fu così che finalmente Marcello e Sandra poterono vedersi come e quando volevano, e il Gatto Con gli Stivali fu contento di vederli insieme e felici.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Il brutto anatroccolo 🐣


La fiaba che racconta come credere in sè stessi e non perdere mai la fiducia nelle proprie capacità.

Questa favola di Andersen non ha bisogno di molte presentazioni, è una fiaba classica che da bambini fa sempre piacere ascoltare. Noi di fabulinis speriamo ti possa aiutare se devi spiegare al tuo piccolo che col tempo diventerà un magnifico cigno, anche se al momento c’è qualcuno che al momento gli dice il contrario.

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba del brutto anatroccolo:

Il brutto anatroccolo 🐣 storia completa

C’era una volta un’anatra che stava aspettando la schiusa delle sue uova, poste nel nido fatto sulla riva di un laghetto all’interno del campo di una fattoria.
Poco a poco le uova si schiusero tutte, e ne uscirono dei bellissimi pulcini tutti dorati. Però mancava ancora un uovo, quello più grande di tutti, lui tardava a schiudersi.

Finalmente l’uovo si aprì e… Che sorpresa! Mamma anatra e i suoi fratellini videro uscire da quell’uovo più grande del normale uno strano anatroccolo, tutto grigio e goffo!
I suoi fratellini lo ribattezzarono subito “Brutto Anatroccolo” e non mancavano mai di prenderlo in giro e fargli gli scherzi.

Mamma anatra cercava di difenderlo come poteva, e quando era triste il Brutto Anatroccolo correva da lei a farsi stringere e coccolare.
Ma purtroppo anche le altre anatre che abitavano il laghetto lo deridevano e lo prendevano in giro, tanto che il poverino tornava sempre a casa con i lacrimoni agli occhi.

Un giorno il Brutto Anatroccolo decise che ne aveva abbastanza di tutte quelle stupide anatre che lo trattavano male.
– Andrò dove troverò delle anatre che mi sapranno apprezzare per quello che sono – si disse, e spiccò un volo incerto con le sue piccole alette.

Non riuscì ad andare molto lontano, e per la stanchezza si fermò in uno stagno lì vicino, dove vide arrivare uno stormo di anatre selvatiche.
– Forse loro mi accetteranno meglio di come mi hanno accettato le anatre della fattoria – pensò.

Il Brutto Anatroccolo si avvicinò piano piano allo stormo che stava riposando sulle acque dello stagno, e quando fu abbastanza vicino si presentò facendo la riverenza.
– Salve a tutte signore anatre selvatiche io sono…

Ma non fece in tempo a finire la frase che già le anatre selvatiche lo stavano additando e deridendo.


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– E cosa saresti tu? Un anatroccolo mostriciattolo? – e continuarono a ridere.
Il povero anatroccolo, deluso, amareggiato e pieno di lacrime, scappò via anche da lì, finché stremato dal volo non si fermò sulle rive di un altro stagno non molto lontano.

Lì vide degli splendidi e candidi cigni che nuotavano con grazia ed eleganza sullo specchio d’acqua.
Erano così belli che il Brutto Anatroccolo ne rimase incantato.
Più li guardava e più pensava: “quanto vorrei essere bello come loro…”

Così, senza nemmeno accorgersene, aveva nuotato verso di loro, fino ad arrivare praticamente in mezzo al gruppo.
“Forse mi beccheranno e mi cacceranno anche loro” pensò l’anatroccolo “ma preferisco che siano a farlo loro, che sono bellissimi davvero, piuttosto che quelle stupide anatre vanitose…”

Ma invece che deriderlo e cacciarlo, i cigni gli corsero tutti incontro, salutandolo e abbracciandolo.
Il Brutto Anatroccolo non capiva, e chiese: – come mai non mi deridete e non mi prendete in giro per quanto sono brutto?
Una di loro gli rispose – brutto tu?! Ma se stai per diventare uno splendido cigno!

– Cigno io?! – rispose sbalordito il Brutto Anatroccolo
Tutti i cigni si misero a far di sì con la testa e gli sorrisero con calore.
– Aspetta qualche giorno e vedrai…

E fu così che dopo pochi giorni il Brutto Anatroccolo si svegliò, ed andatosi a specchiare nello stagno vide che tutte le sue piume grigiastre erano diventate bianche come il latte, e la sua goffaggine si era trasformata in un portamento elegante ed aggraziato: era diventato un cigno!

E quanto era bello, il più bello di tutto lo stagno!
– Quando ero ancora un Brutto Anatroccolo, non avrei mai immaginato che un giorno sarei stato così felice!
E spiccò il volo insieme a tutti i suoi nuovi amici.

Morale della favola: solo credendo sempre in sè stessi e nelle proprie capacità alla fine si riesce a diventare grandi accettandosi per quello che si è.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com

Se vuoi leggere al tuo bimbo un libro molto particolare sul brutto anatroccolo, ti consigliamo la versione illustrata da Arianna Papini, che oltretutto è scritto con simboli PCS, così anche chi ha qualche difficoltà di lettura può seguire bene la storia!
Leggi qui la nostra recensione 🙂

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La principessa sul pisello 👸


Essere delle persone molto sensibili non è un difetto, anzi, a volte è una caratteristica che premia!

Questa è una fiaba scritta da Hans Christian Andersen, che si è ispirato ad una storia che gli avevano raccontato quando lui era piccolo, e grazie alla sua trascrizione è diventato un classico tra le fiabe per bambini. Come sempre noi di fabulinis ti proponiamo una nostra simpatica versione

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba della principessa sul pisello:

La principessa sul pisello 👸 storia completa


C’era una volta il principe Ilario, spirito libero e selvaggio, a cui piaceva sempre andare in giro per il mondo, far festa e divertirsi.
Sua madre la regina però, visto che il figlio tra un po’ sarebbe dovuto diventare re, voleva che Ilario mettesse la testa a posto e gli ordinò di sposare una bella principessa.

Ilario accettò ma, per allontanare il più possibile il giorno delle nozze, pose una condizione: doveva essere la principessa più principesca tra le principesse.
La regina dovette accettare la richiesta, e indisse il bando reale in cui annunciava la ricerca della futura sposa.

In men che non si dica, alle porte del castello si formò una lunga coda di principesse. La cosa non stupì la regina. Ilario era un bel ragazzo, conosciuto da tutti per il suo animo indipendente, leale e gentile. Ebbe quindi un gran daffare ad esaminare le credenziali di tutte queste principesse.
Ma l’ultima parola spettava sempre ad Ilario, che di sposarsi non aveva nessuna intenzione.

Le principesse venivano ricevute ad una ad una nella grande sala del re, dove Ilario le esaminava. Lui però riusciva sempre a trovare dei difetti e quindi a mandarle via.
Una aveva i capelli troppo lunghi, l’altra troppo corti, una aveva gli occhi troppo scuri, l’altra camminava storta, e così via…
Finché di principesse da esaminare non ce ne furono più. Ilario le aveva scartate tutte senza pietà.

La regina era furiosa, non capiva perché suo figlio avesse rifiutato di sceglierne almeno una.
Arrabbiata come non mai, gli disse:
– Figlio mio, adesso devi dirmi una caratteristica, una soltanto, che deve avere per forza la principessa che sposerai!
Le parole della regina non lasciavano scampo, e Ilario, colpito e impaurito, rispose con un po’ di esitazione:
– Deve essere la più sensibile tra le principesse!
– Bene! – tuonò la regina, e lo lasciò andare.

Passarono un paio di mesi e nessuna principessa si presentò al castello. Ormai Ilario si sentiva tranquillo, aveva quasi dimenticato la questione del matrimonio.

Ma una notte d’autunno, in cui infuriava un forte temporale, qualcuno bussò al portone.
Il maggiordomo andò ad aprire e trovò una ragazza, bagnata fradicia e sporca di fango.
– Sono la principessa Holga, vengo qui per incontrare il principe Ilario – disse la ragazza tremando dal freddo.

Il maggiordomo, vedendola così conciata, la fece entrare subito. La portò in cucina davanti al camino e le diede una zuppa calda e una coperta per scaldarsi. Dopodiché corse ad informare la regina della visita.
La regina, che non vedeva principesse da mesi, accorse subito, ma quando la vide rimase delusa. Così coperta di fango, Holga non sembrava una principessa, e non capiva se potesse piacere a suo figlio Ilario.
Titubante, decise di darle un’opportunità.


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– Buonasera, sono la regina madre di Ilario. Con chi ho il piacere di parlare?
– Buona sera maestà, sono la principessa Holga e vengo per incontrare vostro figlio – e mostrò alla regina il diadema che aveva appeso al collo, a dimostrazione di essere una vera principessa.
La regina rimase molto colpita. Chiamò degli altri inservienti e ordinò di farle fare un bagno caldo.
– Purtroppo questa sera il principe Ilario è già a dormire. Potrete incontrarlo domattina, principessa Holga.
– Come desiderate maestà – disse Holga inchinandosi.

In realtà, Ilario si stava divertendo con gli amici in una sala del castello, ma la regina voleva prendere tempo. “Devo inventarmi qualcosa che riesca a dimostrare la sensibilità di questa principessa, ma cosa?” pensava la regina mentre andava ad avvertire Ilario di questa visita.
Appena prima di entrare nella sala dove si trovava il figlio, le venne un’idea.

– Figlio mio, poco fa è venuta a farci visita una principessa. Ho pensato a una prova per vedere se ha la sensibilità di cui tu parli: le metterò un piccolo pisello sotto il materasso. Solo le principesse più sensibili possono accorgersene, che ne dici?
Ilario pensò che nessuno avrebbe mai sentito un pisello sotto il materasso. E così, pur di riprendere al più presto la serata con gli amici, acconsentì alla prova.
La regina, soddisfatta, mise il piccolo pisello sotto il materasso dove avrebbe dormito Holga, e tornò da lei.

Nel frattempo Holga si era lavata e preparata per la notte, e… quale sorpresa per la regina!
Ripulita da tutto il fango, Holga era di una bellezza mai vista prima. La regina si pentì di non aver inventato una prova più facile da superare…
La accompagnò personalmente in camera e le diede la buona notte, dopodiché andò a dormire pure lei.

Il mattino seguente, la regina svegliò di buon’ora Ilario, e gli disse di seguirla per andare a trovare la principessa Holga.
Quando entrarono nella stanza, al principe Ilario quasi venne un colpo per quanto era bella quella ragazza.
Holga, però, aveva un viso molto stanco e due grandi borse sotto gli occhi.
– Principessa Holga, vi vedo molto stanca. Per caso non avete dormito bene questa notte? – chiese la regina.
– Purtroppo no, mia regina. Ho passato la notte in bianco per via di un continuo dolore alla schiena, come se ci fosse un sassolino nel materasso…

La regina sorrise e guardò il figlio, che, ancora colpito dalla bellezza di Holga, non aveva capito cosa fosse successo.
– Ilario, figlio mio, questa principessa è sicuramente la più sensibile di tutte le principesse della terra. Come hai potuto sentire, non ha dormito tutta la notte a causa del pisello che ho messo sotto il materasso.
Holga guardò incuriosita la regina, che continuò dicendo:
– Quindi, figlio mio, in virtù della grande sensibilità dimostrata da questa ragazza, credo che acconsentirai di buon grado a sposarla.

Ilario non ebbe nulla da controbattere, anzi, già innamorato di Holga disse solo: – Certamente!
E fu così che finalmente il principe Ilario mise la testa a posto e sposò la principessa Holga.

E vissero tutti felici e contenti.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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Il principe felice 🤴


Un grande cuore può nascondersi ovunque, anche dentro una fredda statua di metallo.

Tutti possiamo fare molto per aiutare gli altri, e il racconto Il principe felice mostra che perfino una statua ci può riuscire grazie all’aiuto di un valido amico. Il testo originale è stato scritto da Oscar Wilde e noi di fabulinis, come sempre, ne abbiamo fatto la nostra versione.

Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba del principe felice:

Il principe felice 🤴 storia completa


C’era una volta un principe, ma non un principe qualunque, lui era un Principe felice.
Durante il suo regno ci fu pace e prosperità, tanto che alla sua morte tutta gli abitanti della città decisero di erigere in suo onore una statua tutta d’oro, con zaffiri per occhi e rubini sull’elsa della spada.
Così da quel giorno la statua del Principe felice fece sempre compagnia alla gente della città.

Ma passarono molti anni, talmente tanti che le persone quasi non si ricordavano più del perché quella statua si chiamasse “il Principe felice”.
Una sera di fine estate una rondine, che stava volando verso sud per passare l’inverno al caldo, decise di riposarsi ai piedi della statua.

– Qui troverò un po’ di riparo – pensò la rondine.
Stava per mettere la testolina sotto l’ala per dormire quando una goccia le cadde addosso. Guardò il cielo, ma lo vide tutto stellato e senza una nuvola.
– Che strana cosa, piove col cielo sereno – e rimise la testa sotto l’ala.
Ma un’altra goccia le cadde addosso, alzò la testa e non vide nulla di strano.
– Ma guarda te, questa statua non riesce a ripararmi nemmeno dalla pioggia, disse guardando verso il viso del principe felice, e fu allora che cadde un’altra goccia, proprio sulla sua testa.

La rondine capì: quelle non erano gocce di pioggia, erano lacrime che cadevano dagli occhi della statua. Spiccò il volo e andò a vedere meglio.
– Cosa ti succede statua, perché piangi? – chiese la rondine.
– Sono il Principe felice, e piango perché da qui posso vedere tutte le miserie del mio popolo, e il mio cuore anche se di piombo, è molto triste.

– Mi spiace molto – disse la rondine, colpita dall’espressione addolorata della statua.
– Cara rondine, tu potresti aiutarmi. Giù in quella casa c’è una donna molto povera, il suo lavoro di ricamatrice non le permette di guadagnare abbastanza soldi per curare il suo bambino malato. Le porteresti il rubino che ho incastonato nella spada? – disse il Principe felice.
– Ma io devo volare verso sud… – replicò la rondine.
Ma lo sguardo pieno di lacrime del principe la commosse.
– Va bene, solo per questa notte rimarrò qui e ti aiuterò.


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La rondine prese il rubino e lo portò alla donna, e quando vide suo figlio a letto con la febbre alta si fermò un attimo sopra il suo viso a rinfrescarlo col suo battito d’ali.
Poi tornò dal Principe felice e riposò.
La sera seguente la rondine disse al principe che sarebbe partita.

– Rondine mia, resta ancora una notte. Vedo un giovane che è affamato e vive al freddo in quella casa, prendi uno degli zaffiri che mi fanno da occhi e portaglielo.
La rondine sul momento protestò, ma il principe insistette, e il buon cuore della rondine lo accontentò e portò lo zaffiro al giovane.
Il giorno dopo la rondine cercò di salutare il Principe, ma lui le chiese di rimanere un’ultima notte: c’era una piccola fiammiferaia da aiutare, non aveva venduto nemmeno un fiammifero, e di certo non avrebbe passato una bella notte se non avesse ricevuto aiuto.

– Portale l’altro zaffiro che ho per occhio – la disse il Principe felice.
– Ma così rimarrai cieco! – esclamò la rondine.
– Non importa.
Così la rondine prese lo zaffiro e lo portò alla piccola fiammiferaia, che non sapeva come ringraziarla dalla gioia.
La rondine tornò dal principe, e notò che il suo viso era più sereno. Ma ora era cieco e non poteva lasciarlo così da solo.

– Tu ora non puoi più vedere la gente della tua città… rimarrò io al tuo fianco, e sarò i tuoi occhi – gli disse.
– Ma rondine mia, tu devi andare al caldo verso sud!
Ma la rondine non volle lasciarlo e iniziò a volare per tutta la città e raccontargli tutto quello che vedeva. Quando incontrava un mendicante, un povero o un bisognoso, prendeva una fogliolina d’oro dal corpo della statua del Principe felice e andava a portargliela.

Finché la statua del Principe felice divenne tutta grigia e spoglia, senza più neanche una fogliolina d’oro sopra.
Ma nonostante questo, ora gli abitanti della città erano tutti un po’ più felici.
Finalmente sul viso del Principe c’era un gran sorriso, e la rondine non smise mai di fargli compagnia.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com


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