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Autore: William

Il racconta fiabe 👦

L’avventura di Matteo alla ricerca della fantasia perduta.

C’è un tempo in cui le fiabe sembrano tutte già raccontate e ogni storia è una vecchia melodia.

È quello che accade a Matteo, un giovane narratore un po’ smarrito, che scoprirà come dietro ogni parola possa nascondersi un nuovo incanto, basta saperlo cercare nel posto giusto.

In questa fiaba ritroverete tanti personaggi familiari e un insegnamento: le storie più belle non vengono da un libro, ma dal cuore e dagli occhi di chi ascolta.

Sei pronto a seguir Matteo in questo viaggio tra boschi, incantesimi e fiabe mai sentite prima?

Questa fiaba si ispira al racconto popolare napoletano scritto da Luigi Capuana, noi di fabulinis l’abbiamo rielaborata e un po’ semplificata per essere raccontata anche ai bambini più piccoli


Alla fine del racconto troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Il racconta fiabe 👦“!


Guarda la videofiaba

Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da Silvia!

⚜️

Il racconta fiabe 👦


C’era una volta Matteo, un giovanotto che aveva cambiato tanti lavori, ma con scarsi risultati.

Un giorno gli venne l’idea di andare in giro a raccontare fiabe ai bambini. Gli sembrava un lavoro facile, perciò andò nella città vicina e cominciò a gridare:
– Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentire le fiabe?
I bambini accorsero da tutte le parti, spinti dalla curiosità.

Lui cominciò:
– C’era una volta un Re e una Regina, che non avevano figli, e non sapevano più…
– Ma questa la sappiamo! – dissero i bambini – E’ “La Bella addormentata nel bosco”. Un’altra! Un’altra!
– Va bene, ve ne dirò un’altra – disse sospirando, e cominciò:
– C’era una volta una bambina, che abitava nel bosco e aveva la nonna malata…
– Ma anche questa la sappiamo: è “Cappuccetto Rosso”! Un’altra! Un’altra!
Matteo, un po’ seccato, ricominciò da capo:
– C’era una volta un signore che aveva una figlia. La moglie era morta e si era risposato con una vedova che aveva due figlie…
– Ma è “Cenerentola”… sappiamo a memoria anche questa!
E visto che Matteo sapeva soltanto fiabe vecchie, i bambini si alzarono e andarono via.

Matteo partì e andò in un’altra città. Appena arrivato, cominciò a gridare:
– Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentire le fiabe?
I bambini accorsero da tutte le parti, spinti dalla curiosità. Ma ogni volta che l’uomo cominciava una fiaba, i bambini gridavano:
– La sappiamo! La sappiamo!
E visto che sapeva soltanto fiabe vecchie, i bambini si alzarono e andarono via.

Cambiò parecchie città, sempre con poco successo, perciò alla fine Matteo si perse d’animo.
Triste e sconfortato, continuò a camminare, e, senza accorgersene, si perse in mezzo a un bosco.
Arrivata la notte, cercò un posto per dormire, ma aveva una gran paura e non riusciva a chiudere occhio.

A mezzanotte in punto vide una gran luce nel bosco: da ogni pianta sbucava gente che rideva, cantava e ballava.
Era capitato in mezzo alla fiera delle Fate!
Gli venne in mente che le Fate potevano vendergli delle fiabe nuove nuove, e così incuriosito, si fece coraggio e si avvicinò.

Si fermò davanti a una Fata che vendeva fiori e domandò:
– Avete fiabe nuove?
– No, fiabe nuove non se ne trovano più… – disse la Fata sollevando le spalle.
Allora Matteo domandò a quella vicina:
– Avete fiabe nuove?
– Fiabe nuove non se ne trovano più! – disse ridendo la seconda Fata.

E andò avanti così con tante altre Fate, finché l’ultima, vedendolo triste e sconsolato, gli disse:
– Sai dove le puoi trovare? Da una vecchia Fata, si chiama Fata Fantasia. Ma attento: non le vuole dare a nessuno! Vive da sola in una grotta, e dovresti andare da lei in compagnia della Bella addormentata nel bosco, di Cappuccetto rosso, di Cenerentola, di Pollicino e gente simile, altrimenti si arrabbia… Tu prova, però sarà un’impresa difficile.
– Non importa, ci proverò. Grazie!

Così iniziò a cercare nel bosco i suoi compagni di viaggio:
– Bella addormentata, ti prego, vieni con me da Fata Fantasia?
– Volentieri!
– Cappuccetto rosso, verresti anche tu con me? Vado da Fata Fantasia…
– Va bene!
– O Cenerentola, ti prego, vieni anche tu!
– Ma certo!
Riuscì a radunarli tutti, e così partirono. Arrivarono alla grotta dove la vecchia Fata Fantasia viveva rinchiusa, e bussarono alla porta.

– Chi è?
– Siamo noi! – dissero tutti insieme.
Fata Fantasia, sentendo quelle voci familiari, venne ad aprire.
– Che bello vedervi! – disse sorridente, ma appena vide Matteo si arrabbiò:
– E tu chi sei? Come osi venire da me!
E voleva cacciarlo via.

Ma gli altri la tranquillizzarono e le raccontarono il motivo della loro visita:
– Matteo è molto triste. È un racconta fiabe, ma i bambini, che già sanno a memoria le nostre storie, ora vogliono delle fiabe nuove! E lui non sa come fare… Fata Fantasia, aiutalo tu!
– Fiabe nuove non ce ne sono più! – sorrise la Fata.
– Fata Fantasia, aiutami, ti prego! – disse Matteo piangendo.
Sentendosi pregare con le lacrime agli occhi, Fata Fantasia s’intenerì:
– Torno subito. – disse.

Rientrò nella grotta, e dopo un po’ si ripresentò con il grembiule pieno di oggetti strani:
– Tieni, queste cose forse ti aiuteranno.
E gli diede un biscotto, un ranocchio, un fiocco di neve… insomma tante cose strane.
– Cosa ci faccio?
– Portali con te e vedrai.
Matteo, anche se poco convinto, ringraziò comunque Fata Fantasia, accompagnò gli altri a casa e, arrivato nella prima città, iniziò a gridare:
– Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentire le fiabe?
I bambini accorsero da tutte le parti.

Lui prese in mano il biscotto e cominciò:
– C’era una volta…
Non sapeva cosa avrebbe raccontato, ma, aperta la bocca, le parole uscirono come se lui le avesse sempre sapute. E raccontò la fiaba de “L’omino di pan pepato”, che fu un successo!
– Un’altra! Un’altra! – gridarono i bimbi.
E Matteo, preso a caso dalla borsa uno dei regali della Fata, cominciò:
– C’era una volta…
Non sapeva cosa avrebbe raccontato, ma, aperta la bocca, le parole uscirono come se lui le avesse sempre sapute. E raccontò la fiaba de “Il Principe ranocchio”, un altro successo!
– Un’altra! Un’altra! – gridarono i bimbi.

Matteo alla fine ne raccontò un sacco, e si divertiva anche più dei bambini.
Poi cambiò città:
– Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentire le fiabe?
E ricominciò da capo. I bambini erano contentissimi.

Ma, passato poco tempo, le fiabe erano sempre le stesse: L’omino di pan pepato, Il Principe ranocchio, Nevina e Solleone… finché i bambini piano piano si stufarono, e appena cominciava:
– C’era una volta… – lo interrompevano:
– La sappiamo, la sappiamo a memoria!
Cosa poteva fare Matteo di quelle fiabe, ora che i bambini non volevano più sentirle?

Triste e sconsolato, pensò di regalarle al Mago Merigio, un mago che collezionava fiabe vecchie che nessuno voleva più sentire.
Decise di andare a trovarlo.
Il Mago Merigio, col suo barbone e gli occhi neri come il carbone, gridò:
– Chi sei? Che vuoi?
– Nulla, Mago; vengo solo a farti un regalo. Queste fiabe sono nuove e tu non le hai. Però i bambini ormai le sanno a memoria e non le vogliono più sentire, perciò ho pensato di regalartele per la tua collezione.

Il mago, stupito, si fece raccontare tutta la storia. Quando Matteo finì, il Mago Merigio gli sorrise con dolcezza e disse:
– Ah, sciocco! Non hai capito cosa ti è successo? Fata Fantasia ti ha aiutato con i suoi regali, ma la magia l’hai fatta tu: le fiabe sono uscite dal tuo cuore e come sono nate queste ne possono nascere altre mille.
– Non capisco… – disse Matteo.
– Vai nella città vicina e ricomincia a raccontare fiabe, ma non dimenticare di guardare bene i bambini negli occhi: la loro magia ti guiderà e andrà tutto bene.

Matteo ringraziò e partì. Arrivato in città iniziò a gridare:
– Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentire le fiabe?
I bambini accorsero da tutte le parti.
Guardandoli bene negli occhi iniziò:
– C’era una volta…
Non sapeva cosa avrebbe raccontato, ma, aperta la bocca, le parole uscirono come se lui le avesse sempre sapute. Aveva ritrovato la sua fantasia di bambino, che da quel momento non lo abbandonò mai più.

Così continuò a fare il racconta fiabe, per molto molto tempo, per la gioia di tanti bambini!

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Il pozzo di Noemi 👧🕳️

Il pozzo di Noemi: una dolcissima fiaba di amicizia, magia e meraviglia

Nel cuore di un bosco dimenticato si nasconde un pozzo speciale, pronto a raccontare una fiaba dolce e avventurosa che farà sognare i più piccoli… e scalderà il cuore dei grandi.

In questa fiaba tenera e delicata, incontrerai Noemi, una bambina curiosa e determinata, e un vecchio pozzo abbandonato che desidera solo un po’ di compagnia.

Insieme vivranno un’avventura inaspettata, tra farfalle sfuggenti, riflessi magici e un viaggio sotterraneo che conduce verso la meraviglia.

Scopri come un piccolo incontro può trasformare un giorno qualunque in un momento indimenticabile.


Alla fine del racconto troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Il pozzo di Noemi 👧🕳️“!


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Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da Silvia!

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Il pozzo di Noemi 👧🕳️


C’era una volta, appena dentro ad un bosco, un pozzo d’acqua. Dopo tanti anni di buon servizio, era stato abbandonato per un altro pozzo molto più grande e comodo, nel centro del paese.
Il povero pozzo cominciò così a sentirsi sempre più triste e, ogni volta che sentiva una voce lontana, sperava sempre che qualcuno andasse a prendere un po’ d’acqua da lui. Ma non arrivava mai nessuno…

Passarono gli anni, le edere rampicanti e gli arbusti crescevano, e lui ormai era ricoperto quasi per intero. C’era solo un piccolo spazio libero dove, ogni tanto, andava a specchiarsi la luna. E quando il pozzo riusciva a vedere la luna, si sentiva un po’ meno solo.

Un giorno di primavera, però, su uno degli arbusti che coprivano il pozzo, si posò una farfalla tutta gialla.
– Ciao farfalla gialla, sono contento di vederti. Cosa ti porta da queste parti? – domandò il pozzo tutto contento per la visita inaspettata.
– Cerco un nascondiglio: è tutto il pomeriggio che sono inseguita da una bimba che vuole catturarmi col suo retino!
– Oh povera farfalla, se mi farai compagnia per un po’, ti aiuterò.
– Va bene, ma fai in fretta! Sento i passi della bambina sempre più vicini.

Così il pozzo comandò all’edera di coprire più che poteva la farfalla. Ma l’edera non è abbastanza veloce: la bimba riuscì comunque a vedere la farfalla in mezzo alle foglie e andò verso di lei.

Noemi, che correva dietro alla farfalla già da un’ora buona, era stanca e sfinita.
– Adesso provo a prenderla per l’ultima volta. Se non ce la faccio, torno a casa che è già ora di merenda.
Così Noemi si avvicinò al pozzo e si sporse per acchiapparla, ma la farfalla con un batter d’ali volò via.
– Uffa! Questa volta l’avevo quasi presa!
Poi Noemi guardò giù in fondo pozzo, dove c’era l’acqua, e vide l’immagine di un’altra bambina, tutta uguale a lei.
– Ciao bambina! – disse Noemi, salutando anche con la manina.

Al pozzo, dopo anni di solitudine, non sembrava vero di aver trovato finalmente qualcuno con cui parlare.
– Ciao! – le risponse il pozzo – io qui mi annoio da morire, mi fai un po’ di compagnia?
– Certamente! Vengo subito da te! – Noemi si sporse per raggiungere l’altra bambina in fondo al pozzo, che in realtà era la sua immagine riflessa nell’acqua, e… ci cadde dentro!

Il pozzo, che non si aspettava una reazione del genere, fu preso dal panico. Alla bimba non doveva accadere nulla di male! Doveva trovare subito una soluzione, prima che diventasse troppo tardi.

Si ricordò che, poco più in profondità sotto terra, dove lui si riforniva di acqua fresca, c’era una piccola grotta dove poteva mettere al sicuro la bimba.
Così fece andare la corrente della sua acqua velocemente in quella direzione, e in un’istante la bimba si ritrovò in salvo nella piccola grotta.
Noemi non sembrava poi così spaventata di essere caduta nel pozzo, piuttosto si chiedeva dove era finita la bimba tutta uguale a lei.

Nella grotta comparve un piccolo bagliore luccicante, fluttuava nell’aria come un fantasmino.
– Ciao, io sono lo spirito del pozzo. Non avere paura, cercavo solo un po’ di compagnia, ma non volevo farti cadere…
– Ciao, io sono Noemi. Ma… dov’è finita l’altra bambina come me?
– In realtà l’altra bambina era la tua immagine riflessa nell’acqua del mio pozzo…
Noemi quasi ci rimase male.

– Sai, so che inseguivi la farfalla gialla, ti piacciono le farfalle? – le chiese lo spirito del pozzo.
– Siiì! A me piacciono le farfalle, volevo prenderla ma mi è sempre sfuggita…
– Ma lo sai che quella povera farfallina aveva tanta paura di venire catturata?
– Ma io volevo solo guardarla da vicino, era così bella. Poi l’avrei lasciata andare…
Lo spirito del pozzo comprese le sue intenzioni. In quel momento sentì però anche un rumorino proveniente dal pancino di Noemi.

– Hai fame?
– Sì, anzi, devo tornare a casa per la merenda, sennò mia mamma mi sgrida perché sono sempre in giro…
Lo spirito del pozzo non sapeva però come aiutarla.
– Posso chiedere a qualche uccellino di recuperare qualche bacca.
– Ma io voglio fare merenda con la marmellata e il succo di frutta!
– Posso chiedere a qualche scoiattolo di portare un frutto.
– Ma io voglio tornare a casa!

Lo spirito del pozzo capì che Noemi stava per mettersi a piangere e cercò subito di tranquillizzarla.
– Va bene, piccola Noemi, adesso troviamo un modo per riportarti a casa.
“Ma come faccio?” si chiese il pozzo. Se, come tanti anni prima, la gente fosse andata a prendere l’acqua da lui, avrebbe fatto in fretta. Bastava aspettare il primo secchio buttato giù nell’acqua e ci avrebbe fatto aggrappare Noemi. Ma, purtroppo, erano anni che nessuno passava più di lì…

Pensa pensa e ripensa, si ricordò che uno dei posti dove lui si riforniva d’acqua era un piccolo laghetto appena fuori del paese.
– Ho avuto un’idea, piccola Noemi. Tu stai qui e non ti preoccupare, torno subito!
E il piccolo bagliore scomparve dalla grotta.
Dopo poco, lo spirito del pozzo tornò.

– Eccomi qua, posso farti tornare al paese, sbucherai nel laghetto dove ci sono le barche dei pescatori. Conosci il posto?
– Sì, ci va sempre mio papà a prendere il pesce.
– Tutto quello che dovrai fare è prendere un bel respiro e aggrapparti alla coda del mio amico pesce – Dall’acqua spuntò una coda di pesce, tutta oro e arancione.
– Va bene.

– Sono contento che tu mi abbia fatto visita sai? Erano anni che nessuno passava più di qui, e io mi sentivo tanto solo.
– Se vuoi posso ritornare a salutarti.
– Ne sarei veramente contento, però mi basta che tu ti affacci dal muretto del mio pozzo, senza caderci dentro…
– La prossima volta starò più attenta, prometto.
I due si sorrisero.

Noemi prese un gran respiro e si aggrappò alla coda del pesce che, come un fulmine, prese a correre per tutti i cunicoli sotterranei che portavano al laghetto. Pochi attimi dopo, Noemi era sulla riva, proprio accanto alle barche dei pescatori.
– Grazie mille pesciolino!
Il pesce fece un gran salto e poi sparì.

Noemi corse a casa. La mamma, vedendola tornare con i vestiti tutti bagnati, la sgridò ma poi l’asciugò per bene e le preparò una fantastica merenda.

Il pozzo tornò a guardare la luna, che ogni tanto veniva a fargli compagnia di notte. Sperava in cuor suo che quella bambina si ricordasse della promessa fatta. Ma i giorni passavano e le stagioni pure, e Noemi non tornava…

Arrivò di nuovo la primavera.
Un’altra farfalla si posò sulle foglie che ricoprivano il pozzo.
Il pozzo stava già per salutarla quando sentì una voce che gli diceva:
– Ciao pozzo, come stai?
Era Noemi, ed il pozzo si sentiva di nuovo felice.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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L’albero delle uova di Pasqua 🌳🥚

La magia dell’albero della Pasqua: quando un abbraccio vale più di mille parole.

Poggio Fiorito, un luogo dove il tempo si ferma e la magia circonda le persone, custodisce un albero straordinario: l’Albero della Pasqua!

Ogni anno, tra i suoi rami, nascono uova di cioccolato, ma cosa accade quando la magia dell’albero di Pasqua svanisce?

Solo un gesto d’amore può ridare vita a una tradizione che rischia di perdersi.

Lasciati trasportare da questo racconto, dove la curiosità di una bambina e la voce di un albero antico ti guideranno in un viaggio ricco di dolcezza e poesia, e scopri come, a volte, la vera magia non sta nei doni che riceviamo, ma nell’amore che sappiamo donare.


Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “L’albero delle uova di Pasqua 🌳🥚“!

“L’albero delle uova di Pasqua 🌳🥚“

aspetta solo di essere ascoltata!
L’audiofiaba te la racconto io!

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L’albero delle uova di Pasqua 🌳🥚


Nel piccolo villaggio di Poggio Fiorito, ogni anno, a Pasqua, accadeva qualcosa di meraviglioso.

Al centro della piazza cresceva un albero antichissimo, dalle foglie argentate che frusciavano dolcemente al vento. Nessuno sapeva esattamente da quanto tempo fosse lì, ma tutti lo chiamavano l’Albero della Pasqua.

La sua magia era straordinaria: la notte prima della festa, tra i suoi rami spuntavano uova di ogni tipo!
Uova di cioccolato, di zucchero, decorate con colori vivaci o persino con piccoli disegni dorati che brillavano alla luce del sole.

Ogni bambino del villaggio, al mattino, correva a raccogliere la sua parte, ridendo e festeggiando con gli amici.
Ma c’era una regola importante: bisognava aspettare il giorno di Pasqua. Nessuno doveva toccare le uova prima dell’alba, altrimenti la magia sarebbe svanita!
E così, anno dopo anno, l’albero continuava a regalare la sua dolce sorpresa.

Un anno, però, qualcosa andò storto.
Quando la mattina di Pasqua i bambini corsero in piazza per raccogliere le uova… trovarono l’albero completamente spoglio!
Niente uova colorate, niente dolcetti, niente magia.
Solo rami silenziosi e foglie tristi.

– Non è possibile! – esclamò Lia, una bambina curiosa con due lunghe trecce che le scendevano sulle spalle. – Forse l’albero si è dimenticato che è Pasqua?
Gli adulti si guardarono perplessi, il sindaco si grattò la testa, e il fornaio cercò di consolare i bambini distribuendo biscotti appena sfornati.

Ma l’atmosfera era triste: la Pasqua senza l’Albero delle Uova non era la stessa.

Lia però, determinata a capire cosa fosse successo, si avvicinò all’albero e gli sussurrò:
– Albero, perché non ci hai dato le uova quest’anno? Ti senti bene?

Un lieve fruscio attraversò le foglie d’argento. Poi, con un soffio di vento, una vocina sottile rispose:
– Oh, piccola Lia… quest’anno mi sento triste.
Lia spalancò gli occhi.
– Triste? Ma perché?

L’albero sospirò. – Ogni anno offro le mie uova ai bambini, e mi rende felice vederli ridere. Ma ultimamente nessuno mi parla più, nessuno si ferma sotto le mie fronde a raccontare storie o a cantare come una volta. Tutti aspettano solo le uova, senza pensare a me. Ho creduto che forse la mia magia non servisse più…

Lia rimase senza parole. Poi, senza pensarci due volte, aprì le braccia e abbracciò il tronco dell’albero.
– Albero, mi dispiace! Noi ti vogliamo bene! Ti prometto che da oggi in poi passerò qui a salutarti e, ogni anno la sera prima di Pasqua, canteremo per te e racconteremo storie sotto i tuoi rami!

L’albero tremò leggermente, le sue foglie d’argento brillarono… e puff! Dai rami iniziarono a spuntare centinaia di uova colorate!

I bambini urlarono di gioia, gli adulti sorrisero, e il sindaco dichiarò che da quel giorno, ogni vigilia di Pasqua, tutti si sarebbero riuniti attorno all’albero per raccontare storie, cantare e ringraziarlo.

Da quel momento, il villaggio cambiò. Non solo per le uova magiche, ma per la nuova tradizione che Lia aveva iniziato.

La vigilia di Pasqua divenne una festa ancora più speciale, con canti, balli e storie che riscaldavano i cuori di tutti.
L’albero, ora più che mai, era al centro della vita del villaggio, e la sua magia sembrava più forte e luminosa che mai.

Da quel momento ogni anno a Pasqua, l’albero ricambiava l’affetto del villaggio con le sue meravigliose uova magiche, e il legame tra lui e gli abitanti di Poggio Fiorito divenne indissolubile.

La magia non era più solo nelle uova, ma nell’amore e nella gratitudine con cui ora tutti circondavano l’albero, rendendo così ogni Pasqua un momento di vera gioia e felicità.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Dalla frenesia alla calma: come le fiabe serali aiutano i bambini a rilassarsi 🍃

Hai mai avuto la sensazione che tuo figlio, anche alla fine della giornata, dentro di sé sta ancora correndo anche se è fermo nel lettino?

Io sì.

Lo conosco bene, quel momento: Romeo che si rigira sotto le coperte e gli occhi sbarrati sul soffitto, la mente ancora agganciata a qualche partita di Brawl Stars o a qualche manga rimasto a metà.

Undici anni e non sapere dove far finire tutta l’energia che ha in corpo.

Io, nel frattempo, sono seduto sul bordo del letto con quella sensazione familiare ai genitori di tutto il mondo: la stanchezza di tutta la giornata che ti piomba addosso, e non sa come trovare il modo giusto per aiutarlo ad addormentarsi.

E allora ho imparato che la risposta non sta nel convincere Romeo a dormire. Sta nel raccontargli qualcosa.

Il racconto come momento di fine giornata

Anche a 11 anni (anzi soprattutto in questa fase preadolescente di transizione), i bambini non rallentano per comando. Rallentano perché qualcosa li prende per mano e gli fa capire che possono rallentare.

Anche a 11 anni, quando si inizia a raccontare una storia (magari leggendo insieme un romanzo breve un capitolo alla volta), accade qualcosa di quasi magico, e il corpo di tuo figlio lo percepisce prima ancora che la mente lo decodifichi: è il momento di accettare la fine della giornata.

Per millenni è stato così per intere generazioni, e così è ancora, è un segnale inequivocabile e riconoscibile di tutte le culture.

Per millenni col rito serale della narrazione, i bambini hanno imparato che dopo la storia arriva il buio, e che il buio, in fondo, non spaventa poi così tanto.

C’è qualcosa di profondamente antico e ancestrale nell’atto di ascoltare una voce nell’oscurità.

Qualcosa che il sistema nervoso dei bambini (piccoli e grandi) riconosce come sicuro, come familiare, come casa.

La voce dice: sei qui, sei al sicuro, puoi rilassarti e lasciare andare la giornata.

Attraversare la notte

Il buio fa paura soprattutto quando non sai cosa contiene.

Le fiabe serali fanno esattamente questo: danno ai bambini una mappa del mondo notturno.

È una mappa che non è geografica, ma interiore.

Attraverso i personaggi che cadono e si rialzano, che incontrano il mostro e trovano il coraggio, che si perdono e poi ritrovano la strada, tuo figlio costruisce una mappa di possibilità.

Impara, non con il ragionamento ma con la pancia, che le cose spaventose hanno una fine.

Che dopo il bosco buio c’è sempre un posto luminoso.

Come il tuo bambino, anche Romeo ha attraversato fasi in cui l’addormentarsi sembrava un’impresa impossibile.
Semplicemente non dormiva, si svegliava anche dieci volte a notte, chiedeva il latte o un bicchiere d’acqua, anche se non ne aveva bisogno davvero.

E allora ho capito che forse aveva bisogno di qualcuno che gli mostrasse come si fa, attraverso una storia, ad attraversare quel momento.

Ed ecco che la fiaba diventa qualcosa di più di una storia: diventa prova generale.

Un posto dove il coraggio si esercita in modo protetto, dove le emozioni trovano forma e nome prima di sciogliersi nel sonno.

E quando uso le audiofiabe di fabulinis per sua sorella più piccola, Romeo è lì che ascolta attento, e inizia a fidarsi della notte.

Il rituale del “sempre”

C’è una parola che i bambini usano raramente ma di cui hanno bisogno come dell’aria, ed è “sempre”

Il “sempre” non è monotonia: è sicurezza.
È la struttura portante su cui tuo figlio costruisce la sua capacità di stare nel mondo senza ansia.

Sapere che il momento della fiaba arriverà, stasera come ieri come domani, è per lui una forma di padronanza sul tempo.

Il rituale non funziona perché è magico. Funziona perché è costante.
Perché ogni sera ripete lo stesso messaggio implicito: sei al sicuro, il giorno è finito, puoi lasciarti andare.

E il corpo impara.
Il sistema nervoso impara. Anche quello di un bambino che sembra non fermarsi mai.

Quando la notte comincia

Mentre scrivo queste righe, Romeo dorme già.
Non è stato sempre così. C’è stato un periodo in cui l’ora di andare a letto era un momento di angoscia in cui io e Silvia tiravamo a sorte per decidere chi l’avrebbe addormentato.

Poi abbiamo cominciato a raccontare (ed è nato fabulinis 🥰).

Prima leggendo libri illustrati (ai tempi in cui facevamo le recensioni abbiamo riempito la casa di centinaia di albi).

Poi con storie inventate sul momento, con personaggi che magari avevano le sue stesse paure.

E poi, dopo aver creato il sito e caricato le prime registrazioni, nelle sere in cui ero davvero stanco, lasciavo che fossero le nostre audiofiabe di fabulinis a raccontare.

Romeo ha cominciato ad aspettare quel momento. A chiederlo. A sistemarsi sotto le coperte con un’espressione nuova: quella di qualcuno che sa cosa sta per succedere e non vede l’ora.

Credo che raccontare storie ai figli sia uno di quei gesti che sembrano piccoli e di poco conto, ma sono invece enormi.

Non aiuta soltanto sonno: costruisce fiducia. Costruisce la sensazione di essere stati accompagnati.
Di non dover attraversare la notte da soli.

E allora, se stasera anche tu ti trovi sul bordo del letto di tuo figlio, con la giornata sulle spalle e ancora un ultimo sforzo da fare, prova a regalargli una storia.

La tua voce, stanca com’è, è già tutto ciò di cui ha bisogno.
(E se proprio non ce la fai ricordati che le audiofiabe di fabulinis sono qui per te! 😉)

Ascoltare insieme, costruire per sempre: come rinforzare il legame genitore-bambino 🥰

Ricordi l’ultima volta che hai davvero ascoltato tuo figlio?

Non parlo di quella distrazione frammentata mentre rispondi a un messaggio, prepari la cena, o pensi già alla prossima cosa da fare.
Parlo di quell’ascolto intero, totale, in cui il mondo si ferma e restate solo voi due.

Quando Lara ancora non sapeva leggere, spesso si metteva sul divano a sfogliare un libro illustrato.
Io di solito ero lì accanto, ma con la testa ero altrove. Scorrevo il telefono mentre pensavo alle email non lette, ai progetti da mettere online, e avevo quella sensazione perenne di rincorrere il tempo.

Poi Lara diceva qualcosa che mi riportava lì con lei, in quella stanza:
– Papà, mi leggi questo libro?

Il primo istinto è sempre quello di risponderle “Guarda, sto facendo una cosa… magari dopo”, poi alzavo lo sguardo verso di lei che mi guardava con attesa, abbassavo gli occhi sul display del telefonino dove c’era il feed di qualche social e comprendevo che potevo tranquillamente chiudere la app e mettermi lì con lei.
I social avrebbero aspettato.

E in quel gesto semplice sapevo che avrei dato la priorità a qualcosa di più importante: costruire una memoria, un ricordo nella sua vita.

Non un ricordo qualsiasi, ma un ricordo che resterà, che la accompagnerà anche quando noi non ci saremo più.

L’architettura invisibile dell’attenzione

Tuo figlio non ha bisogno di grandi gesti.
Ha bisogno di te, della tua presenza vera.
Quando ti siedi accanto a lui e ascoltate insieme una storia, che sia la tua voce a narrarla o anche ascoltando un’audiofiaba di fabulinis, stai dicendo qualcosa di più profondo di mille «ti voglio bene». Gli stai dicendo: in questo momento, tu sei la cosa più importante del mondo per me.

Ed ecco che si crea quello spazio sacro di cui parlano i libri ma che pochi riescono davvero a costruire: uno spazio dove il bambino si sente visto, riconosciuto, al centro.

Non è magia, è attenzione, e l’attenzione è la valuta più preziosa che abbiamo da offrire ai bambini, più di qualsiasi giocattolo, più di qualsiasi attività strutturata.

Se anche nella tua famiglia il rituale della storia serale diventa un appuntamento importante, un momento in cui tutto il resto può aspettare, tuo figlio impara che merita questo tempo, che le sue emozioni contano abbastanza da fermare il mondo per qualche minuto.

E questa certezza si radica dentro di lui, diventa parte della sua architettura emotiva.

Quando le storie parlano per noi

Ma c’è qualcosa di ancora più sottile che accade: le storie diventano un linguaggio condiviso per parlare di cose difficili da dire.

Quando il protagonista della fiaba ha paura, tuo figlio può riconoscere la sua stessa paura senza sentirsi esposto.
Quando l’eroe trova il coraggio, il tuo bambino esplora quella possibilità per sé, al sicuro tra le tue braccia o accanto a te sul divano.

Ed ecco che la storia si apre a dialoghi inaspettati.
– Papà, secondo te il lupo aveva davvero fame o era solo arrabbiato? – mi ha chiesto Romeo una sera, e in quella domanda c’era tutto il suo mondo: le incomprensioni con i compagni di classe, la rabbia che non sapeva dove mettere, il bisogno di capire che anche i sentimenti difficili hanno un senso.

Credo che sia questo il potere nascosto dell’ascolto condiviso: offre a tuo figlio un terreno sicuro dove sperimentare emozioni complesse.

L’amore, la perdita, la gelosia, il coraggio: tutto passa attraverso il filtro protettivo della storia raccontata.
E tu sei lì, guida silenziosa, a validare quello che sente, a dare nome a quello che non sa ancora dire.

La ripetizione che conta

A volte uso le audiofiabe di fabulinis quando sono troppo stanco, quando la giornata è stata troppo lunga.
Ascoltare la mia voce a volte mi imbarazza: è imperfetta, non impostata, nasale… ma è autentica e calda come quella di qualsiasi genitore che racconta al proprio bambino.

E anche in quei momenti, ciò che conta è esserci: commentare insieme un passaggio, ridere di una battuta, stringere una mano quando la storia si fa tesa.

Perché, vedi, non è la perfezione della lettura che conta.
È la ripetizione di questo rituale, sera dopo sera, che crea il senso di sicurezza nella vita di tuo figlio.

Lui impara che può contare su questo momento, che tu ci sarai.
E questa certezza diventa l’impalcatura su cui costruirà la sua capacità di fidarsi, di aprirsi, di amare.

Ma soprattutto ho capito che questi momenti costruiscono una “storia condivisa”: tra molti anni tuo figlio non ricorderà la trama esatta di quella fiaba, ma ricorderà il calore di quando stavi accanto al lui, dell’abbraccio che lo circondava e la sensazione di essere completamente al sicuro.

Ricorderà di essere stato importante.

Quello che resta

Quelle sere in cui Lara mi chiedeva di leggere per lei, non ricordo minimamente cosa le leggevo.
Ricordo invece il modo in cui rimaneva attenta, come appoggiava la testa sulla mia spalla a metà racconto, come alla fine sorrideva felice.

E allora capivo: la storia era solo un pretesto.
Quello che contava per lei era che per quei venti minuti ero stato completamente suo, senza residui di attenzione sparsi altrove.

E lei lo aveva sentito, quel dono silenzioso dell’esserci.

Oggi la guardo crescere e so che quei momenti sedimentano dentro di lei qualcosa di prezioso: la certezza di essere amata, la capacità di stare nelle emozioni, la fiducia che ci sarà sempre uno spazio dove può essere se stessa.

E questo spazio nasce ogni volta che mi siedo accanto a lei, e ascoltiamo insieme una fiaba.

Perché alla fine, è questo che resterà: non le fiabe perfettamente raccontate, ma il fatto che tu c’eri.

Interamente, completamente, solo per loro.

Le uova di Pasqua del coniglietto 🐰

Ma come sono nate le prime uova di cioccolato? Te lo racconto in questa dolce fiaba!

In un paesino incantato, due bambini si prendono cura di un dolce coniglietto rosso e bianco, ignari della sorpresa che li aspetta.

Deciso a ricambiare il loro affetto, il coniglietto decora due splendide uova, ma una fata misteriosa trasforma il suo dono in qualcosa di ancora più speciale. Così nasce una tradizione amata da tutti i bambini.

Vuoi scoprire come le uova colorate sono diventate di cioccolato? Immergiti in questa fiaba pasquale, ricca di magia, amicizia e dolci sorprese!


Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Le uova di Pasqua del coniglietto 🐰“!

“Le uova di Pasqua del coniglietto 🐰“

aspetta solo di essere ascoltata!
L’audiofiaba te la racconto io!

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Le uova di Pasqua del coniglietto 🐰


Era il giorno prima della Pasqua, e in tutto il paese si stavano facendo i preparativi per le festa.
In questo piccolo paesino vivevano due bambini, Alfio e Serena, che si volevano tanto bene e stavano sempre insieme.

I due vivevano nello stesso cortile, e da qualche mese avevano iniziato a prendersi cura di un piccolo coniglietto dal pelo tutto rosso e bianco.
Il coniglietto voleva tanto bene ai due bambini, perché lo coccolavano e non gli facevano mai mancare carote e acqua a volontà.

Sapendo che tra poco sarebbe arrivata la Pasqua, il coniglietto voleva regalare ai due bambini qualcosa di speciale.
Andò quindi dalla sua amica gallina, chiedendole se avesse un paio di uova da dargli. Le voleva decorare tutte con righine e fiori per poi darle ad Alfio e Serena.
La gallina gli diede le uova ben volentieri, e il coniglietto iniziò subito a decorarle con mille colori.

Una volta finito di decorare le uova, il coniglietto le guardò tutto soddisfatto, e pensò che sarebbe stata una sorpresa fantastica per i due bimbi!
Però, per fare una sorpresa ad Alfio e Serena, doveva trovare un posto dove tenerle nascoste fino al giorno dopo.
Corse subito nel bosco, lì si ricordava che c’era un piccolo prato fiorito frequentato solo dai piccoli animaletti della foresta.

Quando arrivò al prato sistemò le uova ben riparate in mezzo ai mille fiori colorati che ricoprivano tutto.
Ma su quel prato fiorito stava gustandosi il primo sole di primavera una fata che, vedendo il coniglietto che nascondeva le splendide uova decorate, gli chiese tutta incuriosita cosa stava facendo.
– Sono per i miei due cari amici Alfio e Serena, voglio fare loro una sorpresa per domani che è il giorno di Pasqua – disse il coniglietto.

La fata sorrise – sarà sicuramente una bellissima sorpresa! – e guardò il coniglietto andare via tutto contento verso casa.
Poi la fata andò a rimirare le due meravigliose uova decorate, e le venne un’idea.
Al mattino seguente, il coniglietto corse al prato per prendere le due uova da regalare ad Alfio e Serena, ma quale sorpresa lo attendeva quando arrivò!

Il prato era interamente ricoperto da splendide uova decorate del tutto simili alle sue, e ce n’erano talmente tante da farci un regalo a tutti i bimbi del paese!
La fata si avvicinò al coniglietto con in mano le due uova che aveva lui stesso decorato e gli disse.
– Ecco tieni, portale ai tuoi amici, e spero che il piccolo cambiamento che ho fatto gli piaccia.

– Quale cambiamento, a me sembrano identiche a come le ho fatte io… – rispose il coniglietto.
– Sì, fuori sono uguali, non mi sarei mai permessa di toccare la tua opera d’arte, ma dentro ora sono di dolce cioccolato!
Il coniglietto fu tanto sorpreso quanto contento della magia che aveva fatto la fata che non sapeva più come ringraziarla.

– Se vuoi ringraziarmi, dì ai tuoi amici di portare qui tutti i bimbi del paese per festeggiare assieme, sentire le loro voci piene di gioia sarà per me il migliore dei ringraziamenti.
Così il coniglietto corse via a portare le uova ad Alfio e Serena, che quando scoprirono che erano fatte di cioccolato non sapevano più dove nascondere la felicità.

Ma la vera festa fu vedere tutti i bimbi del paese correre al prato fiorito e sedersi a mangiare il loro uovo di Pasqua, mentre nascosta in un angolino una fata dal cuore d’oro si gustava tutta contenta le loro grida di gioia.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Il coniglietto di Pasqua del Re 🐇🤴

Ma lo sapete che il coniglietto di Pasqua in realtà era una magica gallina dalle uova d’oro?! Ma come ha fatto a diventare un coniglietto? E perchè regala le uova a Pasqua?

Molto tempo fa, prima che il Coniglio di Pasqua portasse uova ai bambini, un re avaro desiderava un regalo speciale. Una povera donna gli donò la sua gallina, ma lui voleva di più.

Grazie alla magia, la gallina iniziò a deporre uova colorate e, di tanto in tanto, persino uova d’oro! Ma l’avidità del re e un piccolo errore del suo mago cambiarono per sempre la storia.

Come ha fatto un semplice coniglio bianco a diventare il simbolo della Pasqua? Scopri con questa incantevole fiaba il segreto nascosto tra le uova colorate!


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“Il coniglietto di Pasqua del Re 🐇🤴“

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L’audiofiaba te la racconto io!

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Il coniglietto di Pasqua del Re 🐇🤴


Tanto tempo fa, molto prima che il coniglietto di Pasqua portasse le uova ai bambini, c’era un re.

Era il periodo prima della Pasqua, il compleanno del re si stava avvicinando e lui si aspettava che tutte le persone del regno gli facessero un regalo. E più i regali erano costosi, più gli piacevano.

Nel suo regno viveva una donna molto povera, che di prezioso aveva solo una gallina che deponeva molte uova. La donna non aveva soldi per comprare un regalo al re, così decise di regalargli la sua gallina.

L’avido re non fu molto colpito dal regalo, anche se la gallina gli dava tutte le mattine gustose uova da mangiare a colazione. Ma un giorno gli venne un’idea.

Chiamò il suo mago di corte e gli disse che gli sarebbe piaciuto di più se la gallina avesse deposto uova d’oro.
Il mago si mise a lavorare molto duramente per trovare un incantesimo che facesse deporre alla gallina uova d’oro, e alla fine ci riuscì.

L’incantesimo del mago, però, non era perfetto: ogni mattina infatti la gallina deponeva splendide uova tutte colorate, e solo ogni tanto deponeva anche uno splendido uovo d’oro.

Il re ne fu comunque molto felice, perché così diventava sempre più ricco e se ne poteva vantare con tutti.
La gallina dalle uova d’oro, però, attirò le invidie di tutti i nobili del regno, così il re decise di far costruire una solida gabbia per proteggerla.

Il re, poi, pensò furbamente anche ad uno stratagemma per evitare che la gallina venisse rubata: ogni volta che qualcuno fosse venuto a fargli visita al castello, avrebbe detto al mago di nascondere la gallina speciale e sostituirla con una gallina normale.

Un giorno venne a far visita al re una delegazione di nobili di un altro paese e quindi la gallina speciale fu scambiata con una normale.
Come il re aveva previsto, quella notte qualcuno rubò la gallina dalla gabbia.

La mattina dopo, quando il re vide la gabbia vuota, si mise a ridere perché sapeva che la sua gallina speciale era ancora al sicuro.
Il re disse al mago di rimettere nella gabbia la sua gallina dalle uova d’oro e se ne andò a fare una passeggiata.

Quando tornò a controllare la gabbia, però, ci vide dentro solo un coniglio bianco.
– E tu come sei entrato lì? – disse il re.

Pensando ad un buffo scherzo del suo mago, il re chiamò il suo inserviente e gli ordinò di riportare il coniglio nella foresta.
Il re convocò il mago, perché voleva sapere dove fosse la sua gallina speciale.

Il mago rispose che l’aveva rimessa nella gabbia, poi sbiancò in viso e si rese conto di aver dimenticato qualcosa…
– Tutte le volte che qualcuno vi viene a far visita, mio sire, trasformo la gallina in un coniglio bianco per nasconderla meglio, solo che questa volta, quando ho rimesso il coniglio nella gabbia, mi sono dimenticato di ritrasformarlo in gallina! – disse piangendo il mago.

Il re si rese conto che il coniglio che aveva fatto riportare nella foresta era in realtà la sua gallina speciale…
Tutti i suoi soldati perquisirono l’intera foresta, ma ormai del coniglio non c’era più traccia. Il re pianse per molti giorni la perdita della sua gallina dalle uova d’oro, ma alla fine se ne fece una ragione.

Passarono gli anni e il coniglietto non si vide mai più, ma i bambini del regno ancora oggi, proprio nel periodo prima della Pasqua, trovano delle strane ma bellissime uova colorate lasciate nei giardini e nella foresta vicino al paese.

E ogni tanto qualche bambino fortunato, trovava anche un uovo d’oro!

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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La fata del lago ⭐

Il canto perduto della fata del lago: una fiaba di magia e autostima

In una valle nascosta tra le montagne, il canto di una misteriosa fata rendeva le giornate più leggere e felici.
Nessuno l’aveva mai vista, finché due piccoli pastorelli non scoprirono il suo segreto.

Ma la fata del lago, spaventata e insicura per via dei suoi capelli color del mare, smise di cantare, gettando l’intera valle nella tristezza.
Solo i due bambini possono rimediare al loro errore, riusciranno a convincere la fata a tornare a cantare?

Scopri una fiaba magica che parla di bellezza, autostima e dell’importanza di ciò che ci rende unici.

Questa fiaba è tratta da un racconto popolare originario della Val d’Aosta


Alla fine del racconto troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “La fata del lago ⭐“!


Guarda la videofiaba

Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da Silvia!

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La fata del lago ⭐


C’era una volta un lago dove, nascosta dentro una grotta, viveva una splendida fata.
Nessuno degli abitanti della valle però l’aveva mai vista, perché era abilissima a nascondersi e se necessario a trasformarsi in qualche animaletto per sfuggire dalle persone.
Tutti però l’avevano sentita cantare, la sua voce era così bella e armoniosa che, anche le più dure giornate di lavoro, sembravano più leggere ascoltandola.

Un giorno due piccoli pastorelli che stavano controllando le loro pecore, sentirono la voce della fata cantare. Era così vicina che i due si nascosero dietro un albero per paura di essere visti, ed infatti dopo un attimo comparve nel prato la bellissima fata dai capelli color blu come il mare.
Il più piccolo dei due esclamò:
– E’ la fata del lago!

Il più grande non fece in tempo a tappargli la bocca che la fata si girò verso di loro, sorpresa.
La fata, a questo punto fuggì via veloce e si rifugiò dentro al bosco.
I due pastorelli cercarono invano di rincorrerla, ma lei fu troppo veloce e dopo poco non riescirono più a vederla, era sparita.
I due tornarono a casa di corsa, volevano raccontare a tutti dell’incontro con la fata, ma appena entrarono in casa sentirono il papà che diceva alla mamma:

– Oggi ad un certo punto la fata del lago ha smesso di cantare… non l’abbiamo più sentita, arrivare a fine giornata senza il suo canto è proprio dura…
I due pastorelli si guardarono i faccia, forse la fata aveva smesso di cantare proprio per colpa loro, pensarono entrambi, e se ne stettero zitti zitti.

E infatti da quel giorno la fata non cantò più, e tutti gli abitanti della valle si sentivano sempre più tristi e stanchi dal duro lavoro.
Il canto della fata mancava a tutti.
I due pastorelli pensarono di averla combinata proprio grossa, e decisero di rimediare.

Si misero a cercare la grotta della fata per tutto il lago, finché un giorno mentre ne stavano esplorando una, sentirono dei singhiozzi di pianto provenire dal fondo.
– Signora fata del lago? – disse il più grandicello dei due pastorelli.
– Non avvicinatevi! Cosa volete da me?! – rispose piangendo la fata.
– Volevamo solo scusarci per l’altra volta, non era nostra intenzione farle prendere paura…

– Non ho preso paura… è solo che voi mi avete vista!
– Ci scusi se l’abbiamo vista, eravamo solo curiosi e…
– Ma perché non vuole essere vista? Lei è così bella! – interruppe il pastorello più piccolo.
– Non è vero! – rispose la fata, piangendo ancora di più – sono orribile!
I due pastorelli si guardarono in faccia meravigliati.

– No, no signora fata, lei è proprio bella! – continuò il più piccolo.
– Come fai a dire che sono bella con questi orribili capelli blu! Tutte le altre fate hanno i capelli color dell’oro, io invece ho i capelli color del mare… – e scoppiò in un altro pianto.
I due pastorelli rimasero ammutoliti per quella strana spiegazione. Per loro due la fata era la donna più bella che avessero mai visto.

– Mi creda signora fata che per noi lei è bellissima… e poi la sua voce lo è ancora di più, da quando non la sentiamo più cantare, tutti gli abitanti della valle sono più tristi…
La fata pian piano smise di piangere.
– Davvero senza il mio canto tutti gli abitanti della valle sono più tristi?
I due pastorelli annuirono con forza.

La fata stette un attimo in silenzio.
– E davvero nonostante i miei capelli color del mare voi pensate che io sia bella?
I due pastorelli annuirono con ancor più forza.
La fata li guardò negli occhi, non mentivano.
– Se promettete di non dire a nessuno dove sta la mia grotta, tornerò a cantare per tutti gli abitanti della valle.
– Promettiamo! – dissero in coro i due pastorelli.

La fata sorrise, e i due pastorelli pieni di felicità e orgoglio per aver risolto la questione, si misero a saltare e gridare di gioia.
I due salutarono la fata e corsero subito verso casa, e già dopo pochi passi, sentirono alle loro spalle la meravigliosa voce della fata riprendere a cantare.

Tutti gli abitanti della valle, sentendo di nuovo il canto della fata, si fermarono ad ascoltare incantati. Di colpo erano di nuovo tutti felici, e quella sera stessa fecero una gran festa in onore della fata, con canti balli e un gran banchetto.
E i due pastorelli erano i bimbi più felici di tutti.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Il paese senza dolci 🍬

Ma quanto può durare un intero paese senza torte nè biscotti?

In un piccolo paese isolato dal mondo, il rigido Conte aveva imposto un divieto assurdo: niente dolci, né in pasticceria né in casa!
Un evento tragico lo aveva spinto a questa decisione, e nessuno osava ribellarsi.

Ma un giorno un misterioso pellegrino arrivò in città. Nessuno sapeva che fosse un pasticcere e che, con il profumo delle sue creazioni, avrebbe riacceso la voglia di dolcezza nel cuore di tutti gli abitanti.

Riuscirà la magia dei dolci del pellegrino a sciogliere il cuore del Conte?
Una storia di coraggio e bontà che ci insegna come un gesto gentile possa trasformare un intero paese!

Questa simpatica fiaba popolare è originaria della Germania


Alla fine del racconto troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Il paese senza dolci 🍬“!


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Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da Silvia!

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Il paese senza dolci 🍬


C’era una volta, nelle terre lontane lontane, un piccolo paesino isolato dal resto del mondo.
Gli abitanti del paesino erano molto legati alle loro tradizioni, proprio perché non avevano contatti con persone di altri posti.

Il Conte del paese era l’unico nobile che avevano a disposizione, e per questo motivo era stato eletto sindaco.

Purtroppo il Conte qualche anno prima, aveva perso la moglie, e da quando era rimasto solo era diventato una persona molto rigida e severa. Gli abitanti del paese dovevano rispettare tutte le sue decisioni senza fiatare, e guai a chi si comportava diversamente!

Ma la cosa più assurda era che in questo paese erano state vietate le pasticcerie!
Nemmeno in casa propria si potevano fare dolci! Lo aveva proibito il conte dopo la scomparsa della moglie, che era morta per una indigestione di pasticcini alla crema.
Quella terribile vicenda gli aveva fatto perdere la ragione, e gli abitanti non avevano avuto la forza ed il coraggio di ribellarsi alla sua autorità.

Ma un giorno, mentre soffiava fortissimo il vento, giunse in paese un pellegrino, che cercava un posto dove riposarsi per qualche giorno. Il Conte non amava gli stranieri, aveva paura che potessero agitare l’apparente tranquillità della gente del paese. Comunque, per non sembrare troppo cattivo, gli offrì ospitalità.

Ma il Conte non poteva sapere che quell’uomo di mestiere faceva il pasticcere!
Senza conoscere le leggi imposte dal Conte, il pasticcere incominciò a sfornare dolci da dare alla gente del paese per ringraziare dell’ospitalità ricevuta. Purtroppo, quando il conte venne a sapere cosa aveva fatto il pasticcere, andò su tutte le furie e lo cacciò immediatamente dal paese.

Gli abitanti, felici ed entusiasti per avere potuto mangiare dolci e torte dopo anni di forzato digiuno, erano tornati di nuovo tristi.
Decisero che questa volta il Conte aveva esagerato, erano ormai stanchi e stufi delle sue decisioni.

E’ vero che i dolci non sono indispensabili, ma come si poteva pensare di festeggiare un compleanno soffiando sulle candeline di una torta fatta di carote e patate?
I bambini non mangiavano più dolci da così tanto tempo che ormai preferivano saltare la merenda!

Il pasticciere non si diede per vinto e decise di parlare con le persone del paese per trovare una soluzione. Insieme decisero di organizzare una festa a sorpresa per il Conte, una festa tutta a base di torte, dolci e pasticcini. E così fu.
Con una scusa banale, invitarono il Conte nella casa più grande del paese che era stata addobbata con ghirlande e festoni, e quando il Conte entrò dentro la casa e vide tutti quei dolci e una torta fatta solo in suo onore, rimase impietrito, non si aspettava una tale sorpresa!

Il Conte non disse una parola, nessuno gli aveva più fatto una torta da quando la sua amata moglie era volata in cielo.
Ma bastò un applauso, un gesto d’affetto e una canzone per fare tornare il sorriso a quell’uomo, che aveva tanto sofferto…
Guardò commosso i suoi compaesani e li abbracciò con lo sguardo, lo sguardo di un uomo solo che aveva tanto bisogno di affetto.
Da quel giorno il Conte decise di istituire la “Festa del Dolce”.

Ancora oggi i pellegrini di tutto il mondo si fermano in quel paese, per la “Festa del Dolce” e per assaggiare le prelibatezze della pasticceria “Il Pellegrino”.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Il tempo per rallentare e disconnettersi: il potere delle fiabe serali 📱

Esiste un momento della sera in cui tutto è ancora troppo acceso, i giochi non del tutto rimessi a posto, la tavola da rassettare, la mente piena di cose che non ci vogliono mollare…

Sì quel momento esiste, e noi lo conosciamo bene.

Anche a casa nostra, per molto tempo, le nostre serate sono state un piccolo campo di battaglia…

E poi, quasi per caso, abbiamo capito che le fiabe potevano essere una soluzione (e non a caso abbiamo realizzato fabulinis).

Quando rallentare è necessario

Il giorno, per ogni bambino, è come se fosse una giostra, che gira e gira come una trottola.

Romeo torna dagli allenamenti con l’adrenalina ancora addosso, le guance rosse, la voce che sale tre toni sopra il normale per la stanchezza. Lara, che è più timida, porta dentro di sé tutto ciò che ha visto e sentito e lo elabora lentamente, senza sosta.

Fermarli, rallentarli, è sempre una piccola impresa. Puoi provarci in ogni modo, arrivando anche ad alzare la voce per disperazione, ma alla fine io ho capito che l’unica soluzione non era opporre resistenza all’energia che si portavano dentro, ma offrire un’alternativa che deviasse quel flusso di energia: una storia.

L’ascolto di una fiaba fa qualcosa di preciso: inverte la direzione del flusso di energia.
Il corpo si rilassa, la voce si abbassa, la mente comincia a seguire un filo che non è il suo, capace di distoglierlo dai pensieri precedenti.

È come se la narrazione offrisse al bambino un altro posto dove stare, un posto che non richiede di fare, di rispondere, di performare. Solo di ascoltare.

E in quell’ascolto, qualcosa succede.

Tuo figlio, in quel momento, non sa che si sta preparando al sonno. Sa solo che c’è una voce, e una storia, e che entrambe lo aspettano.

La voce come interruttore

Credo che non sia banale soffermarsi su questo: non è solo cosa viene raccontato, ma come viene detto.

La voce che racconta porta con sé qualcosa che nessuno schermo può replicare: il calore della voce umana, il ritmo del respiro, le pause.

Quando leggo ad alta voce, a volte mi sorprendo a usare un’intonazione che non uso mai di giorno. Qualcosa di più lento, più morbido, come se anche la mia voce capisse che è ora di calmarsi.

E Romeo, che di solito rimbalza da un angolo all’altro della stanza, si ferma, e anche Lara si avvicina, a me in ascolto.

È lì che ho capito una cosa: la voce non è solo un veicolo per le parole. È essa stessa una forma di presenza. Il tuo bambino la riconosce come rassicurante non perché sia perfetta, ma perché è umana, come lui, come te.

Ed è per questo che, nelle sere in cui il tempo stringe o la stanchezza vince anche me, uso io stesso le audiofiabe di fabulinis (e mi fa sempre strano sentire la mia voce, quando non è quella di Silvia).

Nelle nostre audiofiabe non ci sono effetti speciali, noi non facciamo le vocine o parliamo come attori.

C’è solo una voce e una storia: esattamente ciò di cui tuo figlio ha bisogno.

Lo spazio tra il giorno e la notte

C’è una parola che amo molto, anche se la uso raramente: soglia. Quella zona di mezzo in cui non sei ancora andato via, ma non sei più del tutto dove eri.

La fiaba serale è precisamente questo: una soglia.

Il bambino che ascolta una storia non è più nel giorno, con i suoi compiti, i suoi problemi e i suoi schermi, ma non è ancora nella notte.

È in quello spazio sospeso dove i pensieri e le emozioni rallentano.
Come avviene per qualunque bambino pieno di vita, anche i miei figli avevano bisogno di un rituale che segnasse il confine in modo netto, riconoscibile.

La fiaba è è quel confine. Non un’imposizione, ma un invito: questo è il momento in cui la giornata finisce, e tu puoi lasciarla andare.

Per il tuo bambino è lo stesso (ognuno a modo suo ovviamente), la narrazione gli offre uno spazio che non impone nulla, solo la possibilità di lasciare andare la giornata, in silenzio, mentre qualcuno racconta.

Disconnettersi

Viviamo in un tempo in cui il termine disconnessione sembra quasi una parola d’ordine, qualcosa di un po’ militante. Ma quello di cui parlo non è una battaglia contro gli schermi: è qualcosa di molto più semplice e di molto più antico.

Quando tuo figlio smette di guardare un video o di giocare e comincia ad ascoltare una storia, accade qualcosa di preciso a livello neurologico: gli stimoli si riducono e il cervello comincia a produrre le condizioni per il sonno. Non è magia, è fisiologia, ma sembra magia, e forse è giusto che sembri così.

La disconnessione che offre la fiaba è uno spazio pieno di immagini interiori, di mondi costruiti solo con le parole e la voce. Il bambino non si stacca dalla realtà, anzi, accede a una realtà diversa, più lenta, più sicura.

E in quella realtà, il sonno arriva quasi da solo.

Ma soprattutto ho capito, e questo è forse il dato più prezioso di questi anni di serate condivise, che il rituale conta quanto il contenuto.

Non importa che la storia sia perfetta.
Importa che ci sia.
Possibilmente ogni sera.

Essere abbastanza

Mi rendo conto, scrivendo queste righe, che sto raccontando qualcosa che va molto al di là del sonno.

Le fiabe serali ci hanno dato qualcosa che non avevamo messo in preventivo: ci hanno insegnato a stare insieme, senza dover inventare attività particolari.

Entrambi i miei figli, a loro modo, hanno trovato nella favola della buonanotte il filo che li accompagna fuori dal giorno.

Io ho trovato in quel momento serale qualcosa di inatteso: la sensazione di essere abbastanza.

Non il papà che ha fatto tutto, che ha risolto tutto.
Solo quello che racconta.

E allora ti dico: se stai cercando un modo per trasformare la sera da campo di battaglia a momento di pace, inizia con una storia.

La tua voce, o quella di qualcuno che la racconta con la stessa cura, come le nostre audiofiabe su fabulinis, faranno il lavoro che solo le parole sanno fare: costruire una soglia morbida tra il rumore del giorno e il silenzio della notte.

Tuo figlio è lì che aspetta solo di attraversarla.

Filastrocche sulla Pasqua 🐇🐣

Le filastrocche di Pasqua divertenti e simpatiche.

Questa filastrocca per bambini è ispirata ad uno dei momenti più golosi dell’anno, quello di Pasqua, dove le uova di cioccolato riempiono di allegria e colore le nostre case, e fanno felici i bambini.
Questa filastrocca l’ha scritte Lulù, con la sua solita leggerezza e simpatia.

L’uovo di cioccolato con sorpresa 🥚

Sopra un uovo di cioccolato
un uccellino si era posato,
non si capiva cosa volesse fare
e intanto lui cominciò a beccare.

Passò li vicino un bel bambino
e vide l’uovo con su l’uccellino,
non riusciva proprio a capire
da dove quell’uovo potesse venire.

No, non gli era mai capitato
di vedere un uovo di cioccolato
con sopra la mamma che lo covava:
che cosa strana che gli capitava!

Andò dai suoi amici a raccontare
e tutti insieme magari sperare
in un qualcosa di eccezionale,
tutti i giornali ne potevan parlare.

Chissà cosa si poteva trovare
dentro quell’uovo, non tanto normale.
A bocca aperta stettero a guardare
mentre l’uccello continuava a beccare.

Oh, che bel botto, ecco, si è rotto,
ma dentro, ahimè, c’era un fagotto
con dentro un sacchetto di palline,
erano tante, tutte piccine.

Un po’ delusi ma ugualmente contenti
se le spartirono, erano venti,
quello che avevan a lungo sperato
in un momento si era dileguato.

Chi sono

Lulù - fabulinis.com

Ciao sono Lulù, sono una nonna con molteplici passioni fra cui quella di attingere da esperienze quotidiane spunti per scrivere una fiaba o una filastrocca. Sono appassionata di tutto ciò che è bello. Non mi pongo obiettivi ma mi piacerebbe un giorno riuscire a pubblicare un libretto con i miei racconti. 😊

www.tiraccontounastoriablog.com


Favorire il sonno nei bambini: l’effetto rilassante delle fiabe 🥱

Ti ricordi l’ultima volta che il sonno del tuo bimbo si è fatto attendere a lungo?

Ci sono volte in cui le serate sembrano non finire mai, quando i bambini giocano fino a tardi, e io invece sono lì stanca, con la sola voglia di sdraiarmi sul divano.

Mentre loro no, invece di crollare esausti, sembrano caricati a molla, e saltano da una parte all’altra della casa.

Così a volte mi ricordo che posso sempre spegnere le luci lasciando accese solo le lucine di Natale, quelle che lasciamo perennemente montate sul soffitto della nostra mansarda e l’atmosfera si è fatta subito più soffusa, calda e rilassata (ebbene si, da noi le lucine funzionano tutto l’anno: da novembre a gennaio fanno “festività natalizie” e da febbraio a ottobre fanno “sagra di paese” 😅).

E comincio a raccontare, non una fiaba elaborata, solo la mia voce che si faceva strada nella penombra, raccontando di principesse che amano i colori, di cavalieri alla ricerca del drago e di mamme che rimboccano le coperte ai loro figli che magicamente si addormentano subito…

La cosa incredibile è che se ti metti per davvero a raccontare anche storie senza senso, loro rallentano, si calmano e si fermano ad ascoltarti.

Perché la voce non è solo uno strumento per dire parole una dopo l’altra, è un abbraccio che non si vede ma si sente.

È, letteralmente, uno strumento capace di incantare e attrarre l’attenzione come nessun altro è capace di fare.

E la voce che incanta è incantatrice ed è capace di lanciare incantesimi potenti, come il canto di una ninna nanna…

Il suono che “incanta” il sistema nervoso

Quando il tuo bambino ascolta una voce che racconta una fiaba, non sta semplicemente sentendo parole.

Sta ricevendo un segnale profondo: tutto va bene, puoi lasciarti andare. Il tono basso e rassicurante agisce come un massaggio invisibile sul suo sistema nervoso, sciogliendo la tensione.

Come avviene per la musica, anche la voce possiede una frequenza capace di sincronizzarsi con il battito cardiaco e rallentarlo dolcemente.

Il ritmo di una narrazione ben cadenzata guida il respiro, invita il corpo a rallentare. Sono come le onde del mare sulla riva, sempre uguali eppure sempre diverse.

Quella ripetitività ipnotica accompagna il bambino dal rumore del giorno al silenzio della notte.

E il timbro della voce, soprattutto se è quella di un genitore, diventa un abbraccio sonoro: familiare, caldo, protettivo.

Credo che questo sia uno dei motivi per cui le audiofiabe di fabulinis funzionano così bene: non sono voci impostate, ma voci normali, rassicuranti, come quelle di qualunque genitore.
Voci che raccontano con semplicità.

È questo che i bambini cercano quando hanno bisogno di calmarsi: l’autenticità.

Anche la chimica fa la sua parte

Ma soprattutto ho capito che ascoltare una fiaba innesca nel corpo dei bambini un meccanismo chimico straordinario.

Quando la voce dolce di una fiaba riempie la stanza, il loro organismo risponde rilasciando ossitocina: l’ormone della fiducia, del legame, della serenità.

È lo stesso ormone di un abbraccio, di una carezza, di quei momenti di vicinanza che i bambini cercano quando hanno paura.

Ed ecco che la narrazione diventa molto più di un intrattenimento: si trasforma in un rituale terapeutico.

La voce crea un ambiente emotivo sicuro, un’isola protetta dove il bambino può esplorare le proprie emozioni senza paura.

Il drago della fiaba non fa davvero paura perché la voce rassicurante lo tiene a distanza.
E così, mentre la storia si sviluppa, loro si rilassano, lo stress scende, e il sonno (finalmente) bussa alla porta.

La voce è anche vibrazione fisica, un’onda che attraversa l’aria e tocca il corpo.
Come una nota sulla chitarra che fa vibrare la cassa armonica, la voce penetra il corpo del bambino e lo culla dall’interno.

È un fenomeno che conoscono tutte le madri del mondo, che da sempre cantano ninne nanne usando la voce come strumento di rilassamento.

Predisporre al sonno

E allora, inconsapevolmente, abbiamo cominciato a costruire un piccolo rituale serale.
Ogni sera, più o meno alla stessa ora, anche se stanchi morti (in quel caso usiamo anche noi le audiofiabe) ci ritroviamo a leggere o ascoltare qualcosa sul divano o sul lettino.

E i nostri bambini hanno imparato a riconoscere quel segnale. appena nell’aria inizia a sentirsi il racconto di una fiaba, i loro corpi sanno che è tempo di lasciar andare la giornata.

Il potere di questo rituale sta nella sua prevedibilità: come succede ai miei bambini, anche il tuo bambino ha bisogno di riferimenti stabili per sentirsi sicuro.

Quando sa che ogni sera, dopo la cena, il pigiama e aver lavato i denti, arriverà la fiaba della buona notte, il loro cervello si prepara per il relax.

È un condizionamento positivo che li avvicina al sonno.

Il silenzio dopo il racconto

Quando Romeo e Lara sembrano indomabili, a volte la mia voce compie il miracolo che ogni genitore spera avvenga la sera.

Piano piano, parola dopo parola, i loro respiri si fanno più profondi e le loro palpebre più pesanti.

E quando la storia finisce, il silenzio che scende non più teso e irrequieto, è un silenzio morbido, pieno di sogni che stanno per sbocciare.

Ho scoperto che l’effetto calmante persiste anche dopo la fine del racconto.
È come se le parole continuassero a risuonare, accompagnandoli nelle prime fasi del sonno.

È per questo che ora, tutte le sere, dedichiamo questo tempo alla voce: a volte è la mia, a volte quella di William e a volte lasciamo che siano le audiofiabe di fabulinis a fare da tramite tra il giorno e i sogni della notte.

E mentre li guardo addormentarsi, con i visi finalmente sereni, penso che forse è questo il segreto della genitorialità: offrire ai nostri figli la nostra voce più dolce, incanti parlati che li aiutano a trovare la via per un sonno sereno.

La voce che narra non è solo un modo per far addormentare un bambino.
È un atto d’amore quotidiano che intrecciamo sera dopo sera per costruire una sicurezza che li sosterrà per tutta la vita.

Perché ciò che rimarrà in loro non saranno le storie che gli abbiamo raccontato, ma il ricordo di quella voce che, nel buio, li ha fatti sentire al sicuro.