Tra magia e zucchero filato: la storia di un’amicizia e di una lezione indimenticabile.
Nel silenzio di un boschetto incantato, Alfio, sente una vocina flebile chiedere aiuto.
Guardando tra gli arbusti, scopre una piccola fata in difficoltà e, con un gesto gentile, la libera. Lei in cambio gli da un dono magico: tre desideri da far esprimere alla persona a cui teneva di più.
Emozionato, Alfio corre a condividere questa magia con Serena, la sua migliore amica.
Ma cosa accade quando Serena pronuncia il primo desiderio?
Scopri come Alfio e Serena impararono che la felicità spesso si nasconde nelle cose più semplici.
Questa simpatica fiaba è la rielaborazione di fabulinis di un racconto popolare di Perrault “I desideri ridicoli”
Alla fine del racconto troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Lo zucchero filato 🍭“!
Guarda la videofiaba
Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da Silvia!
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Lo zucchero filato 🍭
C’era una volta Alfio, un bimbo curioso e un po’ monello, che un giorno stava gironzolando per il boschetto dietro casa.
Era alla ricerca di nuovi sassolini per la sua collezione, quando ad un tratto sentì una vocina che chiedeva aiuto.
Alfio drizzò le orecchie ma non riusciva a capire da dove provenisse quella vocina.
– Devi guardare più in basso! E stai attento a non calpestarmi! – disse la vocina
Alfio, che fino a quel momento stava cercando tra gli arbusti e sui rami degli alberi, abbassò lo sguardo, e quello che vide lo colse di sorpresa.
C’era una piccola fata che aveva un piede bloccato sotto un ramoscello. Per lei era come fosse un tronco, e non riusciva più a volare.
Alfio si chinò per vedere meglio, non aveva mai visto una fata prima di allora, ne aveva sentito parlare solo nelle fiabe.
– Aiutami bimbo, e ti sarò riconoscente – disse la fata.
Senza pensarci Alfio prese il ramoscello e lo scostò, lasciando così finalmente libera la fata.
– Grazie mille bimbo mio, per sdebitarmi ti farò un dono. La persona a cui vuoi bene potrà esprimere tre desideri e vederli realizzati.
– Grazie mille signora fata!
La fata sorrise e sparì volando via nel bosco.
Alfio, tutto contento, corse verso casa, dove incontrò Serena, la sua inseparabile amica che abitava lì vicino.
– Serena, Serena! Non sai cosa mi è capitato!
Serena lo guardò stupita e chiese:
– E cosa ti è capitato Alfio?
– Ero nel boschetto qua dietro e ho incontrato una fata con un piede bloccato da un ramoscello. Io l’ho liberata ed in cambio lei ha promesso che realizzerà tre desideri di una persona a cui voglio bene!
– Ma è bellissimo! – esclamò Serena – chissà cosa desidererà quella persona… se fossi io adesso vorrei un sacco di zucchero filato!
E come per magia Serena si ritrovò in mano uno stecco con una montagna di zucchero filato sopra.
Alfio, come anche Serena, rimase sbalordito.
– Ma no Serena! Hai sprecato uno dei desideri per dello zucchero filato! Potevi almeno chiedere una cassa di cioccolato!
E arrabbiato come non mai Alfio cercò di strappare lo zucchero filato di mano a Serena, ma per la foga inciampò e si ritrovò per terra con tutto lo zucchero filato tra i capelli.
– Ecco così impari a fare il monello, adesso hai tutto lo zucchero filato appiccicato ai capelli e non si può più mangiare! Ti meriteresti solo zucchero filato al posto dei capelli per punizione!
E come per magia i capelli di Alfio si trasformarono tutti in zucchero filato!
Serena, sempre più stupita e meravigliate, non perse l’occasione: prese una ciocca di zucchero filato e se lo mangiò.
– Ahi! – gridò Alfio – Mi strappi i capelli!
– Ti ho solo strappato dello zucchero filato… ed è pure buono! – si mise a ridere Serena.
– Noo che vergogna! Non posso rimanere così, chissà come mi sgriderà la mamma!
Serena intanto cercava di avvicinarsi per prendere un altro po’ di zucchero filato, ma Alfio scappava.
– Ti prego Serena fammi tornare i capelli come prima!
– Ma così sprechiamo l’ultimo desiderio!
– Ti prego Serena… – Alfio stava per mettersi a piangere.
– E va bene, però mi prometti che dopo mi compri dello zucchero filato!?
Alfio fece di si con la testa.
– Allora, vorrei che ti tornassero i capelli come prima!
E come per magia ad Alfio tornarono tutti i capelli.
Alfio capì che aveva sbagliato a comportarsi così con Serena. Lei desiderava del semplice zucchero filato, e quello le bastava per essere felice.
Così corse in casa a prendere i soldini e poi, mano nella mano, andarono al mercato a prendere lo zucchero filato.
⚜️ Fine della fiaba ⚜️
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Il mal di pancia di Tartagino può davvero salvare un’intera valle dai dinosauri?
Immaginate di dover salvare il mondo, ma il vostro alleato più fidato ha appena esagerato con la cena a base di felci…
Questa è la sfida di Vess il Velociraptor, il suo piano è semplice: lui vede il pericolo, pizzica la coda del suo amico Tartagino, e lo Stegosauro con un fischio potentissimo mette in allarme l’intera valle.
Un piano infallibile.
Almeno fino a quando il T-Rex non fa la sua comparsa e Tartagino, con il pancino pieno di gas di felci fermentate, scopre di avere un problema ben più urgente da risolvere…
Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Vess e Tartagino che illumina la notte 💥“!
“Vess e Tartagino che illumina la notte 💥“
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Vess e Tartagino che illumina la notte 💥
C’era una volta, tanto, ma tanto tempo fa, la Valle di Rocciaverde.
Era una valle bellissima, piena di felci, alberi giganteschi e dinosauri che vivevano in relativa pace, e quella notte la luna piena illuminava la valle con la sua luce argentata.
Vess il Velociraptor aveva un incarico importantissimo: doveva fare la guardia e avvisare tutti gli altri dinosauri se il T-Rex avesse deciso di venire a fare il gradasso nei paraggi.
Così si preparò, piazzando molte torce fiammeggianti vicino a sé per illuminare la notte che stava sopraggiungendo.
A fare compagnia a Vess quella sera c’era Tartagino lo Stegosauro.
– Ho un’idea geniale! – disse Vess, saltellando verso Tartagino.
Tartagino stava masticando felci con l’espressione beata di chi ha appena trovato il cibo più delizioso del mondo, poi diede uno sguardo a Vess che gli si stava avvicinando.
– Tartagino! Tu sarai la mia campanella d’allarme! – annunciò Vess, solenne come un generale che annuncia una strategia militare rivoluzionaria.
– Mmmmh? – fece Tartagino, mentre ruminava con la bocca piena.
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Consegnare o non consegnare? Il dilemma preistorico di Tito di fronte al sonno pesante di Tonko.
Un pacco consegnato all’indirizzo sbagliato, Tito il triceratopo è determinato a fare la cosa giusta: consegnarlo al suo legittimo proprietario.
Ma Tonko dorme come un sasso e Tito non vuole assolutamente svegliarlo!
L’ostinazione di Tito lo porterà a escogitare i piani più improbabili, più cerca di essere delicato, più il disastro sembra inevitabile.
E quando tutto sembra perduto, la soluzione arriva dall’unica cosa che non aveva considerato: il contenuto del pacco stesso…
Scopri come un gesto di pura cortesia possa innescare una reazione a catena di risate!
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“Tito e il pacco sbagliato 📦“
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Tito e il pacco sbagliato 📦
C’era tanto tanto tempo fa la valle di Rocciaverde, dove quella mattina regnava la tranquillità. Tito il triceratopo stava facendo colazione con foglie di felce, di cui la valle era piena, quando all’improvviso sentì un tonfo davanti alla sua grotta.
Era un pacco.
Un pacco bello grande, avvolto in corteccia di sequoia, con su scritto “Per Tonko, Via delle Pietre 45”
Grattandosi la testa con la zampa Tito borbottò:
– Quel postino pterodattilo ha sbagliato di nuovo!
Sospirò, avrebbe portato lui il pacco a Tonko, il suo vicino anchilosauro abitava solo cinque grotte più in là, sarebbe stata una cortesia da buon vicinato facile facile.
O forse no.
Tito arrivò davanti alla grotta di Tonko trascinando il pacco, mise la testa dentro ma non vide nulla perché c’era il buio più totale.
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Zuppe di felci e amicizia preistorica: come si supera una “puzzolente” prova di fedeltà?
Nella turbolenta Valle di Rocciaverde, un cuoco improvvisato e il suo migliore amico stanno per sedersi a tavola.
Il menù? Sette zuppe, sei sono immangiabili, ma l’ultima, la “Zuppa di Felci Fresche”, è buonissima.
Peccato che a Tartagino le felci facciano degli scherzetti al pancino…
Un gorgoglio, poi un tremore, poi… una puzzetta silenziosa capace di piempire un’intera caverna in pochi secondi.
Riuscirà la loro amicizia a sopravvivere ad un odore simile ai calzini bagnati di un mammut?
Preparate le mollette per il naso, sta per iniziare una storia… “aromatica”.
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“Tartagino e la zuppa dello chef 🍲“
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Tartagino e la zuppa dello chef 🍲
Tanto tanto tempo fa, nella Valle di Rocciaverde, dove i vulcani eruttavano un giorno sì e l’altro anche, vivevano due grandi amici: Tartagino e Tonko.
Tartagino era uno stegosauro, con le placche sulla schiena e un sorriso sempre stampato sul muso. Aveva un solo, piccolissimo difetto: se mangiava troppe felci il suo pancino produceva peti così potenti da far tremare le montagne.
Tonko, invece, era un anchilosauro con la coda a mazza chiodata e un carattere buono ma brontolone. Passava le giornate a lamentarsi del caldo, del freddo, della luce, del buio e soprattutto del fatto che non riusciva mai a dormire abbastanza.
Un pomeriggio però Tonko ebbe un’idea grandiosa: decise che sarebbe diventato un grande chef stellato!
Così iniziò a preparare tutta una serie di zuppe seguendo ricette di sua invenzione.
Una volta che furono pronte andò dal suo amico Tartagino e lo invitò ad assaggiarle tutte.
E così Tartagino, pensando che fosse sempre il momento buono per mangiare qualcosa, si incamminò verso la caverna di Tonko.
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Dalla tana del T-Rex al ponte pericolante: riusciranno i tre amici a trovare il Tesoro Perduto di Rocciaverde?
Cosa succede quando affidi una mappa del tesoro al velociraptor più distratto della preistoria?
Semplice: ti ritrovi a testa in giù appeso a una liana, inseguito da un tirannosauro con le braccia corte e con un dirupo di lava incandescente ad aspettarti.
Questa è l’epopea di Volas, Tito e Vess, tre dinosauri, un obiettivo e zero senso dell’orientamento.
La loro avventura vi dimostrerà che a volte il vero tesoro è la capacità di ridere delle disavventure mentre delle api giganti vi rincorrono minacciose.
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“La grande caccia al tesoro di Rocciaverde 🐝“
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La grande caccia al tesoro di Rocciaverde 🐝
C’era una volta, tanto tanto tempo fa, una valle chiamata Rocciaverde. Era verde e aveva tante rocce, come il nome faceva intuire.
In quella valle viveva Volas, uno pterodattilo, e quella mattina stava facendo il giro della morte sopra il laghetto davanti casa quando atterrò (malamente) davanti alla grotta del suo amico Tito.
Volas, senza nemmeno bussare entrò nella grotta dell’amico e gli parlò tutto emozionato:
– Guarda qua Tito! Secondo me ho trovato una mappa del tesoro! – urlò sventolandogli davanti al naso una foglia gigante tutta scarabocchiata.
Tito il triceratopo alzò un sopracciglio.
– Volas, l’ultima volta che hai trovato qualcosa di “fantastico” era un sasso che secondo te era una pizza appena sfornata…
– E sembrava davvero una pizza! – si difese Volas – comunque questa volta è diversa, guarda, ci sono disegnate delle montagne, degli alberi e… credo… una torta gigante!
– È un vulcano – aggiunse con tono pacato Tito, che alla vista della mappa iniziava ad incuriosirsi.
– Ah, questo spiega le fiammelle – continuò Volas avvicinando la mappa agli occhi per guardarla meglio.
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Cosa succede quando un ragazzo dal cuore d’oro, un amico con un’idea pessima e una ragazza innamorata si incontrano?
In una Napoli vibrante e rumorosa, due mondi si scontrano, da una parte, la ricchezza senza cuore del Magnifico Dottore, dall’altra, una fame senza fine e la smisurata generosità di Pulcinella.
Preparati a una storia dove gli spaghetti volano e a un banchetto che diventerà campo di battaglia, perché a volte per vincere, bisogna osare tutto… e mangiare come non si è mai mangiato prima!
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“Pulcinella e le nozze di Teresina 😜“
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Pulcinella e le nozze di Teresina 😜
C’era una volta, a Napoli, un ragazzo chiamato Pulcinella.
Aveva sempre fame, ma proprio sempre, e la sua pancia brontolava più forte di un tuono nella tempesta. Indossava un camicione bianco così largo che sembrava una vela di barca, e i pantaloni erano pieni di rattoppi come la coperta della nonna.
Dall’altra parte della città viveva il Magnifico Dottore, un signore ricchissimo che contava le monete d’oro prima di andare a dormire, per essere sicuro che nessuno gliele avesse rubate. Aveva più soldi di quanti ne potesse spendere in cento vite, ma non voleva regalarne nemmeno uno.
Il Magnifico Dottore aveva una nipotina, la Teresina, una ragazza che aveva visto Pulcinella al mercato, mentre rubava un pesce da una bancarella, ma poi, impietosito da un gattino affamato, l’aveva dato al gatto invece di mangiarlo lui.
Da quel giorno, Teresina pensava sempre a quel ragazzo buffo con il camicione bianco e il cuore grande.
– Voglio sposare Pulcinella! – aveva dichiarato un giorno a suo zio.
Il Magnifico Dottore quasi soffocò con il caffè.
– Pulcinella?! Quello straccione senza una lira? Mai! Tu sposerai Don Pancrazio, il mercante più ricco del porto!
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Cosa Si Nasconde Dietro la Maschera di Arlecchino? Scopri la sua storia!
In una città antica arrampicata sui colli, un bambino di nome Arlecchino osserva il mondo da dietro una finestra della sua povera casa. Ma oltre il vetro, si avvicina il più grande evento dell’anno: la festa di Carnevale.
Mentre tutti i bambini del quartiere mostrano i loro costumi sfarzosi, lui stringe i pugni in silenzio, convinto che non potrà mai avere un costume bello come il loro.
Fino a quando una notte, un gesto inaspettato cambierà tutto…
Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Arlecchino e il vestito dai mille colori 🟥🟨🟩🟦🟪“!
“Arlecchino e il vestito dai mille colori 🟥🟨🟩🟦🟪“
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Arlecchino e il vestito dai mille colori 🟥🟨🟩🟦🟪
A Bergamo, tanti e tanti anni fa, tra le vie che arrampicavano sul colle, viveva un bambino di nome Arlecchino.
Aveva otto anni, e passava le giornate osservando il mondo da dietro le tende della finestra di casa sua, perché si vergognava ad andare in giro per i vicoli con i suoi vestiti tutti usurati e rattoppati.
La sua mamma lavorava dall’alba al tramonto per mettere insieme una minestra e un tozzo di pane. Ma c’era sempre un sorriso sul suo viso, e questo, pensava Arlecchino, valeva più di qualsiasi tesoro.
Quel febbraio, però, tutti i bambini del quartiere parlavano di una cosa sola: la grande festa di Carnevale dove la piazza della città si sarebbe riempita di maschere e colori, di risate e di musica.
Tutti i bambini raccontavano come sarebbero stati belli i vestiti che avrebbero indossato alla sfilata di Carnevale:
– Quest’anno ho un mantello blu con le stelle dorate! – gridava Marco, il figlio del fornaio.
– E io avrò un cappello con tre piume di pavone! – rispondeva Giulia, gonfiando il petto.
Arlecchino che li ascoltava da dietro la finestra, invece, stringeva forte le mani dietro la schiena, si nascondeva in un angolo e non diceva niente.
Un pomeriggio, arrivò a casa sua Colombina, la sua unica vera amica, lei non lo guardava mai storto per i suoi vestiti rattoppati.
– Arlecchino, domani proviamo tutti i costumi di Carnevale in piazza! Vieni anche tu? – gli disse con entusiasmo.
Il bambino guardò i suoi piedi scalzi, poi alzò lo sguardo verso le nuvole che correvano veloci sopra i tetti.
– Non posso, devo… devo aiutare la mamma – rispose senza molta convinzione.
– Ma dopo averla aiutata? – ribatté subito Colombina.
– Dopo… dopo devo andare al mercato – continuò Arlecchino evitando di guardarla in viso.
– E poi? – lo incalzò ancora Colombina.
Arlecchino si morse il labbro, dire bugie gli pesava sulla lingua come sassi.
– E poi… poi devo sistemare casa – le disse con un filo di voce.
Colombina inclinò la testa, ma non disse nulla, gli prese solo una mano e gliela strinse forte, prima di correre via tra i vicoli.
Quando sua mamma tornò a casa, trovò Arlecchino seduto sul gradino della porta d’ingresso. Non piangeva, i bambini come lui avevano imparato presto che le lacrime non riempiono le pance vuote, ma i suoi occhi parlavano lo stesso.
– Cosa c’è, piccolo mio? – disse dolcemente lei.
– Niente, mamma – rispose lui con lo sguardo basso dando un piccolo calcio ad un sassolino.
Ma la mamma di Arlecchino aveva un cuore che vedeva oltre le parole.
Quella sera, mentre il bambino dormiva, uscì sul pianerottolo e trovò la signora Margherita, la sua vicina, che rammendava un lenzuolo alla luce d’una candela.
– Arlecchino non andrà alla festa di Carnevale – disse piano la mamma di Arlecchino con la voce malinconica – sa che non ho stoffa per fargli un costume e si è inventato mille scuse per non andare, ma io ho visto la vergogna nei suoi occhi…
La signora Margherita posò l’ago e alzò lo sguardo.
– Ma tutti i bambini devono festeggiare Carnevale…! – esclamò sottovoce.
Le due donne si guardarono in silenzio. Poi la signora Margherita sorrise, e quel sorriso aveva dentro il calore di un abbraccio amico.
Il giorno dopo, qualcosa di strano accadde nella casa di Arlecchino. La signora Margherita bussò alla porta, entrò e lasciò sul tavolo di casa un pacchettino avvolto in carta di giornale. Dentro c’era un quadrato di stoffa rossa, morbida come una carezza.
– È uno scampolo che non mi serve più – disse alla mamma di Arlecchino mentre, sorridendo, usciva dalla porta.
Nel pomeriggio arrivò la signora Teresa con un triangolo di velluto verde. Poi venne la vecchia Rosa con un nastro giallo come il sole. La signora Agnese portò una striscia di tessuto viola, la giovane Elena un quadrato blu di velluto.
La mamma di Arlecchino all’inizio non capiva come mai tutte le donne del vicinato portassero un pezzettino di stoffa, poi mentre guardava quel tesoro crescere sul tavolo, intuì finalmente il loro scopo, e quasi si mise a piangere dalla felicità per la generosità che tutte loro le stavano dimostrando.
Quando il giorno finì e Arlecchino andò a dormire, sua mamma radunò tutte le stoffe e si mise all’opera. Lavorò tutta la notte, le dita che si muovevano veloci con ago e filo e cuciva insieme rosso e verde, giallo e viola, blu e arancione, confezionando un vestito che nessuno ancora aveva immaginato.
All’alba, quando il primo raggio di sole entrò dalla finestra, il vestito era pronto.
Arlecchino si svegliò e, stropicciandosi gli occhi, vide un meraviglioso vestito di Carnevale appeso vicino al camino.
Per un momento pensò di sognare ancora, poi guardò sua mamma che aveva gli occhi stanchi per la nottata passata senza mai fermarsi, ma felici per aver fatto qualcosa di straordinario per il suo bimbo.
– È… è per me? – sussurrò ancora incredulo Arlecchino.
Sua mamma si limitò ad annuire sorridendo, allora Arlecchino corse da lei e l’abbracciò così forte che pensò di non lasciarla mai più.
– È fatto grazie alla generosità di tutto il vicinato. Sei amato, piccolo mio, anche quando pensi di essere invisibile.
Arlecchino indossò subito il vestito, e si ammirò: ogni pezza di colore diverso che indossava raccontava quanto amore si poteva dare grazie a un piccolo pezzettino di stoffa.
Quando arrivò in piazza, tutti i bambini si girarono verso di lui e si zittirono di colpo nel vederlo.
Arlecchino, sorpreso dalla loro reazione, sentì le ginocchia tremare e stava per scappare via quando sentì una vocina vicino a lui.
– Ma è bellissimo! – era Colombina che gli prendeva la mano sorridendo.
Poi accadde qualcosa di inaspettato, gli altri bambini si avvicinarono, uno dopo l’altro, per toccare tutti i colori del suo vestito, lo circondarono come in un abbraccio.
– Ma come brilla! – disse uno.
– Guarda quanti colori! – esclamò un altro.
– Non ho mai visto niente di simile! – gridò un altro ancora.
E tutti guardavano Arlecchino e il suo vestito con meraviglia ed ammirazione.
Poco dopo iniziò la sfilata di Carnevale e Arlecchino camminò per le strade di Bergamo tenendo la mano di Colombina.
Il suo vestito splendeva sotto il sole, e ogni passo era meno timido del precedente.
Il cuore gli batteva forte, ma non più di paura: batteva di gioia.
E quando il giudice della festa dovette scegliere il costume più bello, non ebbe dubbi, chiamò Arlecchino sul palco e gli mise in testa una corona di carta dorata.
Arlecchino guardò la folla e vide tutte le mamme del vicinato sorridere.
Vide sua madre con gli occhi lucidi.
Vide Colombina che saltava dalla felicità.
E per la prima volta nella sua vita, Arlecchino non abbassò lo sguardo, perché grazie alla generosità di tante persone e all’amore della sua mamma, un semplice vestitino fatto di tanti scampoli diversi cuciti assieme, lo aveva fatto diventare l’eroe della sfilata di Carnevale.
Quella sera Arlecchino si addormentò nel suo letto stringendo il suo vestito multicolore.
E nei suoi sogni, non c’era più grigia vergogna, ma solo arcobaleni che brillavano colorati e felici.
⚜️ Fine della fiaba ⚜️
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La vera magia del Natale è aiutare chi ne ha più bisogno
In una notte di Natale, mentre il mondo festeggia, una stella cometa di nome Lyra avverte un’ondata di fredda tristezza salire dalla Terra. Il suo sguardo cade su una piccola casa buia, dove una bambina veglia la madre malata in una stanza senza fuoco né speranza.
Lyra tenta di scaldare quel cuore spezzato con la sua luce, ma non basta.
Serve un miracolo più grande, un miracolo che solo il cuore di un bambino può aiutare a compiersi.
Riuscirà Lyra a trovare qualcuno, laggiù, abbastanza coraggioso da ascoltare un sussurro magico?
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“Lyra la Stella Cometa 💫“
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Lyra la Stella Cometa 💫
Lyra era una stella cometa, vagava nel cielo e la sua coda brillava di una magia luminosa. Quella sera, la notte prima di natale, mentre attraversava il buio con la sua coda d’argento sentì salire verso di lei una tristezza strana e fredda.
Guardò giù, verso un villaggio addormentato tra le colline dove dai comignoli delle case illuminate a festa, usciva il fumo dei camini accesi.
Poi notò una casetta piccola piccola, dove dal comignolo non usciva un filo di fumo, e dentro vi era solo una debole candela che illuminava una finestra quasi completamente buia.
Fu allora che la vide: era una bambina piccina piccina, seduta accanto a un letto dove dormiva sua madre. La stanza era gelida, non c’era fuoco nel camino, non c’era pane sulla tavola, solo il respiro pesante della madre della bimba riempiva l’aria.
La donna era gravemente malata, e forse non avrebbe superato la notte.
Ada, così si chiamava la bambina, teneva stretta la mano della madre ma non piangeva, forse perché aveva già consumato tutte le sue lacrime.
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Cosa nasconde davvero la Palla di Pelo dell’Infinita Saggezza?
Nel cuore di un cimitero di montagna, Scheletrino e Fantasmino vivono avventure notturne fatte di risate, brividi e incontri inaspettati. Ma quando un furbo e misterioso gatto nero chiede il loro aiuto, la notte prende una piega davvero sorprendente.
Tra soffitte polverose, streghe addormentate e strane scoperte, i due amici dovranno affrontare un compito che non avrebbero mai immaginato… e che li renderà protagonisti di un’avventura piena di mistero…
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“Scheletrino e la palla di pelo della saggezza 💀🐈⬛“
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Scheletrino e la palla di pelo della saggezza 💀🐈⬛
Era una notte buia buia, dove la luna sembrava un’unghia sporca che faticava a illuminare le lapidi del piccolo cimitero di montagna.
Su una di queste sedeva Scheletrino con il mento appoggiato a un metacarpo. Faceva rimbalzare una rotula contro la pietra tombale, producendo un toc-toc-toc che era l’unico suono a rompere il silenzio della monotona notte.
– Che noia mortale – borbottò, tamburellando le falangi sulla lapide – spaventare i pipistrelli, contare i lombrichi… sempre le stesse cose.
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Risolviamo un mistero di Halloween: chi ha rubato la carota magica?!
Nel cuore della notte, tra lapidi illuminate dalla luna e amici un po’ strampalati, Scheletrino scopre che perfino in un cimitero possono nascere avventure incredibili.
Un vampiro pasticcione, uno spaventapasseri volante e una carota scomparsa vi porteranno in un viaggio pieno di magia, risate e mistero… pronti a scoprire che fine ha fatto la carota magica?
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“Scheletrino e la carota scomparsa 💀🥕“
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Scheletrino e la carota scomparsa 💀🥕
La luna, piena e gialla come un formaggio stagionato, illuminava le lapidi del piccolo cimitero di montagna dove Scheletrino viveva.
Era una di quelle notti buie buie, ma non per questo meno noiose.
Una noia mortale, per l’esattezza.
Scheletrino stava contando le lucciole per la terza volta.
– Centotré, centoquattro… ah, chi se ne importa! – borbottò, lasciandosi cadere su una tomba muschiata con un tintinnio di vertebre stanche.
I suoi genitori erano impegnati in una partita a domino con le zie bisbetiche, che ogni tanto si lamentavano dei reumatismi alle falangi.
Proprio quando stava per mettersi a contare i fili d’erba, un’ombra scivolò silenziosa davanti alla luna, l’ombra poi scese a spirale e atterrò in modo piuttosto sgangherato dietro una lapide mezza rotta.
– Psst… Scheletrino! Sei lì?! – sussurrò una voce familiare.
– Draculino? – disse sorpreso Scheletrino che si raddrizzò di colpo – Cosa ci fai qui? Non è la notte del pigiama-party con il Conte Barbanera?
Draculino, un vampiretto paffutello con un mantello un po’ troppo lungo su cui inciampava continuamente, emerse dal buio.
– Ho saltato il pigiama-party! C’è un’emergenza di massima… urgenza! – annunciò, gonfiando il petto per sembrare più importante.
– Un’emergenza? – chiese Scheletrino con le orbite spalancate dalla curiosità.
– Sì! La Nonnina Lupus, ha un problema terribile! – continuò Draculino, drammatizzando al massimo la sua voce – la sua amatissima carota magica, quella che usa per far la zuppa ai suoi amati gattini, è scomparsa! Senza di quella, i suoi gatti miagoleranno affamati per l’eternità! È una tragedia!
Scheletrino, grattandosi il teschio, sentì un’ondata di eccitazione percorrergli ogni singola costola. Finalmente un’avventura! Una missione!
– Dobbiamo aiutarla! – esclamò – Ma… la sua casa nel bosco è così lontana… e i miei genitori non vogliono che io mi allontani dal cimitero…
– I tuoi genitori sono impegnati a battere le tue zie a domino, non si accorgeranno di nulla! – tentò di rassicurarlo Draculino – E per spostarci, ho già un’idea geniale!
Con un gesto teatrale, Draculino fischiò. Dopo qualche istante d’attesa, dal cielo scese sbandando un grosso… spaventapasseri!
Ma non uno spaventapasseri qualunque. Questo era gigante e, soprattutto, aveva due enormi scope di saggina legate incrociate sulla schiena che lo facevano volare!
– Scheletrino, ti presento Spaventibus! – disse Draculino – è Il mio amico spaventapasseri volante!
Scheletrino fissò il buffo essere di paglia con aria perplessa
– Dai, salta su! Aggrappati alle sue scope di saggina! – gli urlò Draculino mentre con un balzo era già sopra la schiena di Spaventibus.
Dopo un attimo di esitazione, Scheletrino salì anche lui e poco dopo Spaventibus si lanciò giù dal dirupo che costeggiava il cimitero, planando goffamente nel buio.
Il vento fischiava tra le costole di Scheletrino e faceva sbattere il mantello di Draculino. Volavano sopra i tetti dei villaggi addormentati, dove tutte le luci erano ormai spente.
– Guarda laggiù! – indicò Draculino a un certo punto – la Casa degli Specchi Storti! Si dice che il fantasma di un clown pasticciere vi sia rimasto intrappolato e non riesca più a uscirne!
Mentre lo diceva, Spaventibus, forse per la distrazione, forse per la sua goffaggine, sbandò bruscamente e andò a schiantarsi contro un albero, ridistribuendo la sua paglia su tutto il terreno circostante.
Scheletrino e Draculino si ritrovarono per terra dentro a un cumulo di foglie secche, mentre Spaventibus, con l’espressione un po’ triste, era rimasto appeso penzolante da un ramo dell’albero.
– Tutto a posto? – chiese Draculino a Scheletrino, sputando una foglia secca.
– Tutto a posto… – borbottò Scheletrino, rimettendosi qualche osso a posto – ma dove siamo?
Si guardarono intorno, erano ai margini di un bosco sconosciuto. Gli alberi erano alti e nodosi, e le loro foglie sussurravano mosse dal vento.
Decisero di camminare seguendo il sentiero a piedi, poi, ad un tratto, un’ombra enorme e pelosa balzò da dietro un cespuglio, emettendo un ringhio basso e minaccioso.
– Un orso! – urlò Draculino, afferrando Scheletrino per un omero.
– Un lupo Mannaro! – gridò Scheletrino, cercando di nascondersi dietro il mantello di Draculino.
La creatura ringhiò ancora, poi fece dei passi pesanti verso di loro.
Scheletrino e Draculino erano paralizzati dal terrore.
La gigantesca creatura pelosa avanzava lentamente, finchè fu illuminata dalla luce della luna che filtrava tra i rami.
Non era né un orso né un lupo, era peggio, molto peggio.
Era un coniglio.
Un coniglio enorme, ma pur sempre un coniglio.
E teneva in bocca una carota enorme, luccicante di una luce dorata e magica.
Il coniglio li fissò con occhi spiritati. Poi, realizzando di avere di fronte uno scheletro e un vampiro, fece ciò che qualsiasi coniglio rispettabile avrebbe fatto: lasciò cadere la carota e scappò via a zampe levate, emettendo un urlo acuto e terrorizzato. “AAAAH!”
Scheletrino e Draculino si guardarono perplessi.
– Cos’è che era quella cosa?! – chiese Scheletrino dubbioso.
– Un coniglio… Mannaro?! – provò a ipotizzare Draculino lisciandosi il mantello – Comunque, guarda lì… la carota magica!
Il mistero forse era risolto. Il coniglio gigante aveva rubato la carota solo per rosicchiarla un po’.
Raccolsero il prezioso ortaggio e, pieni di orgoglio, arrivarono alla capanna della Nonnina Lupus.
La vecchietta li accolse con i bigodini in testa e una vestaglia a fiori e li ringraziò con mille baciotti sulle guance, poi offrì loro una tisana di carota per sdebitarsi.
Draculino declinò educatamente, controllando con ansia l’orologio: mancava poco all’alba.
Scheletrino e Draculino si affrettarono a fare il viaggio di ritorno.
Spaventibus era ancora appeso all’albero, quindi dovettero tirarlo giù, raccattare tutta la paglia che aveva perso in giro e riempirlo alla bell’e meglio per farlo volare di nuovo.
Il volo fu uno sballottamento unico fino a quando planarono verso il cimitero, dove si schiantarono dolcemente nel fosso che stava davanti al cancello d’entrata.
Pieno di paglia fino alle ossa, Scheletrino riuscì a rientrare proprio mentre il cielo a est iniziava a tingersi di un rosa chiaro.
– È stata una bella serata! – sussurrò Scheletrino.
– Altroché! – disse Draculino mentre si trasformava in un pipistrello e volava veloce verso casa sua.
Scheletrino sorrise e lo salutò con la mano finché non lo vide scomparire nel cielo, poi si voltò e chiuse il più dolcemente possibile la porta del cancello dietro di sè.
Si udì appena un “clik” impercettibile.
Proprio in quel momento una voce che non ammetteva repliche ruggì:
– Scheletrinooooooooooo…
Era la voce di sua mamma, chissà che scusa avrà inventato questa volta Scheletrino 😉
⚜️ Fine della fiaba ⚜️
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Un fantasma pasticcione può diventare amico di un bambino?
Nella penombra di un’antica casa, tra scricchiolii e ombre fluttuanti, si nasconde una storia che intreccia mistero e dolcezza.
Clayton, un bambino curioso, incontra un fantasma che non sa spaventare nessuno.
Questa fiaba, scritta in originale da H. G. Wells, accende la magia dell’amicizia nei luoghi più inaspettati. Preparatevi a seguire i passi di Clayton in un racconto che mescola brividi e meraviglia.
Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Il fantasma inesperto 👻“!
“Il fantasma inesperto 👻“
aspetta solo di essere ascoltata! L’audiofiaba te la racconto io!
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Il fantasma inesperto 👻
C’era una volta, in una grande casa piena di ombre fluttuanti e sinistri scricchiolii, un bimbo di nome Clayton.
Quel tardo pomeriggio, Clayton e i suoi amici erano radunati nel salone di casa sua dove era acceso il caminetto. Il fuoco scoppiettava e disegnava animali di luce sulle pareti di legno scuro.
Quel giorno l’aria sapeva di storie, e infatti Clayton, che era il bimbo più curioso di tutti, decise di raccontarne una.
Si sistemò nell’angolo, vicino al fuoco. Guardò i compagni con occhi brillanti, come fanno i bambini quando stanno per rivelare un segreto importante.
– Sentite questa – disse Clayton, abbassando la voce come quando si confida un segreto – ieri notte, qui tutto solo… ho catturato un fantasma.
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Cosa accade quando un lago incantato scompare all’improvviso?
Nel cuore del Regno di Dragonaria, dove i draghi danzano tra le nuvole e la magia avvolge ogni angolo, un mistero sconvolge la pace del regno: il bellissimo lago azzurro, fonte di vita per tutti gli animali, si è prosciugato in una notte! Chi o cosa ha rubato l’acqua? E come potranno gli abitanti ritrovare l’armonia perduta?
Tra draghi coraggiosi, impronte misteriose e una diga nascosta, due piccoli eroi, Furion e Lenora, si troveranno di fronte a una scelta: agire d’impulso o fermarsi a riflettere? Con astuzia e gentilezza, scopriranno che la soluzione migliore è quella che rende felici tutti, anche i più inaspettati amici.
Una fiaba avvincente che insegna il valore della calma, dell’osservazione e dell’intelligenza del cuore. Pronto a volare insieme a loro in questa avventura magica?
Alla fine del racconto troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Lenora e il Mistero del Lago Scomparso 🐲“!
Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da William!
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Lenora e il Mistero del Lago Scomparso 🐲
Nel Regno di Dragonaria, dove persino le nuvole sorridevano al passaggio dei draghi, c’era un bellissimo lago azzurro dove tutti gli animali andavano a bere.
Ma un mattino, gli abitanti del regno si svegliarono scoprendo che il loro lago incantato era completamente prosciugato!
Tutti i draghi si riunirono preoccupati. Furion, il draghetto rosso, volava in cerchio agitato:
– Oh no! Che disastro! Che catastrofe! Dobbiamo fare qualcosa!
Lenora, invece di agitarsi, si sedette sulla riva del lago vuoto e cominciò a osservare attentamente. Le sue squame violette brillavano mentre rifletteva sul mistero.
– Che fai ferma lì? – chiese Furion, ancora in preda al panico – Dobbiamo cercare l’acqua!
– Sto pensando – rispose dolcemente Lenora – Guarda qui: ci sono delle piccole impronte che portano verso quella montagna.
Seguendo le tracce, i due amici arrivarono davanti a una grande diga fatta di rami e foglie. Dietro di essa, tutta l’acqua del lago era intrappolata.
– Oh, ma allora è questa diga che ferma tutta l’acqua che arriva al lago! Dobbiamo distruggerla con il nostro fuoco! – propose subito Furion.
– Aspetta! – disse Lenora, studiando la situazione – Vedo qualcosa che si muove…
Lenora si avvicinò con cautela e scoprì una famiglia di castori che tremava di paura.
– Abbiamo costruito la diga perché il Grande Orso ci ha cacciati dalla nostra vecchia casa – spiegò il papà castoro – Non pensavamo che avrebbe creato tanti problemi.
Invece di arrabbiarsi, Lenora si mise di nuovo a riflettere.
Dopo qualche momento, i suoi occhi si illuminarono:
– Ho un’idea! Possiamo creare un nuovo stagno per i castori usando il nostro fuoco per scavare, e poi faremo un canale che colleghi il loro stagno al lago!
Furion, nonostante fosse un po’ titubante, si fidò dell’amica.
Insieme, lavorarono per ore: Lenora progettò il percorso dell’acqua mentre Furion, con il suo fuoco verde, aiutava a scavare il terreno.
Quando tutto fu pronto, i castori spostarono alcuni rami della loro diga e l’acqua cominciò a fluire sia nel lago che nel canale che portava al nuovo stagno.
Presto si formò un bellissimo stagno proprio dove Lenora aveva previsto, e il lago tornò a riempirsi come prima.
– È magnifico! – esclamarono i castori felici – Ora abbiamo una nuova casa ancora più bella!
– E noi abbiamo di nuovo il nostro lago – aggiunse Furion, guardando con ammirazione la sua amica – Lenora, sei stata bravissima! Come hai fatto a capire tutto?
– Ho solo osservato con attenzione e cercato una soluzione che potesse rendere tutti felici – sorrise Lenora – A volte basta fermarsi un momento a pensare invece di agitarsi.
Da quel giorno, quando c’era un problema nel Regno di Dragonaria, tutti sapevano che la cosa migliore da fare era fermarsi un attimo, proprio come aveva fatto Lenora, e pensare prima di agire.
Sicuramente sarebbe uscita un’idea migliore e più giusta per tutti.
Morale: La fretta non è mai una buona consigliera; osservare, riflettere e trovare soluzioni che aiutino tutti è la vera intelligenza.
⚜️ Fine della fiaba ⚜️
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La magia dell’albero della Pasqua: quando un abbraccio vale più di mille parole.
Poggio Fiorito, un luogo dove il tempo si ferma e la magia circonda le persone, custodisce un albero straordinario: l’Albero della Pasqua!
Ogni anno, tra i suoi rami, nascono uova di cioccolato, ma cosa accade quando la magia dell’albero di Pasqua svanisce?
Solo un gesto d’amore può ridare vita a una tradizione che rischia di perdersi.
Lasciati trasportare da questo racconto, dove la curiosità di una bambina e la voce di un albero antico ti guideranno in un viaggio ricco di dolcezza e poesia, e scopri come, a volte, la vera magia non sta nei doni che riceviamo, ma nell’amore che sappiamo donare.
Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “L’albero delle uova di Pasqua 🌳🥚“!
“L’albero delle uova di Pasqua 🌳🥚“
aspetta solo di essere ascoltata! L’audiofiaba te la racconto io!
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L’albero delle uova di Pasqua 🌳🥚
Nel piccolo villaggio di Poggio Fiorito, ogni anno, a Pasqua, accadeva qualcosa di meraviglioso.
Al centro della piazza cresceva un albero antichissimo, dalle foglie argentate che frusciavano dolcemente al vento. Nessuno sapeva esattamente da quanto tempo fosse lì, ma tutti lo chiamavano l’Albero della Pasqua.
La sua magia era straordinaria: la notte prima della festa, tra i suoi rami spuntavano uova di ogni tipo!
Uova di cioccolato, di zucchero, decorate con colori vivaci o persino con piccoli disegni dorati che brillavano alla luce del sole.
Ogni bambino del villaggio, al mattino, correva a raccogliere la sua parte, ridendo e festeggiando con gli amici.
Ma c’era una regola importante: bisognava aspettare il giorno di Pasqua. Nessuno doveva toccare le uova prima dell’alba, altrimenti la magia sarebbe svanita!
E così, anno dopo anno, l’albero continuava a regalare la sua dolce sorpresa.
Un anno, però, qualcosa andò storto.
Quando la mattina di Pasqua i bambini corsero in piazza per raccogliere le uova… trovarono l’albero completamente spoglio!
Niente uova colorate, niente dolcetti, niente magia.
Solo rami silenziosi e foglie tristi.
– Non è possibile! – esclamò Lia, una bambina curiosa con due lunghe trecce che le scendevano sulle spalle. – Forse l’albero si è dimenticato che è Pasqua?
Gli adulti si guardarono perplessi, il sindaco si grattò la testa, e il fornaio cercò di consolare i bambini distribuendo biscotti appena sfornati.
Ma l’atmosfera era triste: la Pasqua senza l’Albero delle Uova non era la stessa.
Lia però, determinata a capire cosa fosse successo, si avvicinò all’albero e gli sussurrò:
– Albero, perché non ci hai dato le uova quest’anno? Ti senti bene?
Un lieve fruscio attraversò le foglie d’argento. Poi, con un soffio di vento, una vocina sottile rispose:
– Oh, piccola Lia… quest’anno mi sento triste.
Lia spalancò gli occhi.
– Triste? Ma perché?
L’albero sospirò. – Ogni anno offro le mie uova ai bambini, e mi rende felice vederli ridere. Ma ultimamente nessuno mi parla più, nessuno si ferma sotto le mie fronde a raccontare storie o a cantare come una volta. Tutti aspettano solo le uova, senza pensare a me. Ho creduto che forse la mia magia non servisse più…
Lia rimase senza parole. Poi, senza pensarci due volte, aprì le braccia e abbracciò il tronco dell’albero.
– Albero, mi dispiace! Noi ti vogliamo bene! Ti prometto che da oggi in poi passerò qui a salutarti e, ogni anno la sera prima di Pasqua, canteremo per te e racconteremo storie sotto i tuoi rami!
L’albero tremò leggermente, le sue foglie d’argento brillarono… e puff! Dai rami iniziarono a spuntare centinaia di uova colorate!
I bambini urlarono di gioia, gli adulti sorrisero, e il sindaco dichiarò che da quel giorno, ogni vigilia di Pasqua, tutti si sarebbero riuniti attorno all’albero per raccontare storie, cantare e ringraziarlo.
Da quel momento, il villaggio cambiò. Non solo per le uova magiche, ma per la nuova tradizione che Lia aveva iniziato.
La vigilia di Pasqua divenne una festa ancora più speciale, con canti, balli e storie che riscaldavano i cuori di tutti.
L’albero, ora più che mai, era al centro della vita del villaggio, e la sua magia sembrava più forte e luminosa che mai.
Da quel momento ogni anno a Pasqua, l’albero ricambiava l’affetto del villaggio con le sue meravigliose uova magiche, e il legame tra lui e gli abitanti di Poggio Fiorito divenne indissolubile.
La magia non era più solo nelle uova, ma nell’amore e nella gratitudine con cui ora tutti circondavano l’albero, rendendo così ogni Pasqua un momento di vera gioia e felicità.
⚜️ Fine della fiaba ⚜️
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Ma come sono nate le prime uova di cioccolato? Te lo racconto in questa dolce fiaba!
In un paesino incantato, due bambini si prendono cura di un dolce coniglietto rosso e bianco, ignari della sorpresa che li aspetta.
Deciso a ricambiare il loro affetto, il coniglietto decora due splendide uova, ma una fata misteriosa trasforma il suo dono in qualcosa di ancora più speciale. Così nasce una tradizione amata da tutti i bambini.
Vuoi scoprire come le uova colorate sono diventate di cioccolato? Immergiti in questa fiaba pasquale, ricca di magia, amicizia e dolci sorprese!
Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Le uova di Pasqua del coniglietto 🐰“!
“Le uova di Pasqua del coniglietto 🐰“
aspetta solo di essere ascoltata! L’audiofiaba te la racconto io!
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Le uova di Pasqua del coniglietto 🐰
Era il giorno prima della Pasqua, e in tutto il paese si stavano facendo i preparativi per le festa.
In questo piccolo paesino vivevano due bambini, Alfio e Serena, che si volevano tanto bene e stavano sempre insieme.
I due vivevano nello stesso cortile, e da qualche mese avevano iniziato a prendersi cura di un piccolo coniglietto dal pelo tutto rosso e bianco.
Il coniglietto voleva tanto bene ai due bambini, perché lo coccolavano e non gli facevano mai mancare carote e acqua a volontà.
Sapendo che tra poco sarebbe arrivata la Pasqua, il coniglietto voleva regalare ai due bambini qualcosa di speciale.
Andò quindi dalla sua amica gallina, chiedendole se avesse un paio di uova da dargli. Le voleva decorare tutte con righine e fiori per poi darle ad Alfio e Serena.
La gallina gli diede le uova ben volentieri, e il coniglietto iniziò subito a decorarle con mille colori.
Una volta finito di decorare le uova, il coniglietto le guardò tutto soddisfatto, e pensò che sarebbe stata una sorpresa fantastica per i due bimbi!
Però, per fare una sorpresa ad Alfio e Serena, doveva trovare un posto dove tenerle nascoste fino al giorno dopo.
Corse subito nel bosco, lì si ricordava che c’era un piccolo prato fiorito frequentato solo dai piccoli animaletti della foresta.
Quando arrivò al prato sistemò le uova ben riparate in mezzo ai mille fiori colorati che ricoprivano tutto.
Ma su quel prato fiorito stava gustandosi il primo sole di primavera una fata che, vedendo il coniglietto che nascondeva le splendide uova decorate, gli chiese tutta incuriosita cosa stava facendo.
– Sono per i miei due cari amici Alfio e Serena, voglio fare loro una sorpresa per domani che è il giorno di Pasqua – disse il coniglietto.
La fata sorrise – sarà sicuramente una bellissima sorpresa! – e guardò il coniglietto andare via tutto contento verso casa.
Poi la fata andò a rimirare le due meravigliose uova decorate, e le venne un’idea.
Al mattino seguente, il coniglietto corse al prato per prendere le due uova da regalare ad Alfio e Serena, ma quale sorpresa lo attendeva quando arrivò!
Il prato era interamente ricoperto da splendide uova decorate del tutto simili alle sue, e ce n’erano talmente tante da farci un regalo a tutti i bimbi del paese!
La fata si avvicinò al coniglietto con in mano le due uova che aveva lui stesso decorato e gli disse.
– Ecco tieni, portale ai tuoi amici, e spero che il piccolo cambiamento che ho fatto gli piaccia.
– Quale cambiamento, a me sembrano identiche a come le ho fatte io… – rispose il coniglietto.
– Sì, fuori sono uguali, non mi sarei mai permessa di toccare la tua opera d’arte, ma dentro ora sono di dolce cioccolato!
Il coniglietto fu tanto sorpreso quanto contento della magia che aveva fatto la fata che non sapeva più come ringraziarla.
– Se vuoi ringraziarmi, dì ai tuoi amici di portare qui tutti i bimbi del paese per festeggiare assieme, sentire le loro voci piene di gioia sarà per me il migliore dei ringraziamenti.
Così il coniglietto corse via a portare le uova ad Alfio e Serena, che quando scoprirono che erano fatte di cioccolato non sapevano più dove nascondere la felicità.
Ma la vera festa fu vedere tutti i bimbi del paese correre al prato fiorito e sedersi a mangiare il loro uovo di Pasqua, mentre nascosta in un angolino una fata dal cuore d’oro si gustava tutta contenta le loro grida di gioia.
⚜️ Fine della fiaba ⚜️
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Il canto perduto della fata del lago: una fiaba di magia e autostima
In una valle nascosta tra le montagne, il canto di una misteriosa fata rendeva le giornate più leggere e felici.
Nessuno l’aveva mai vista, finché due piccoli pastorelli non scoprirono il suo segreto.
Ma la fata del lago, spaventata e insicura per via dei suoi capelli color del mare, smise di cantare, gettando l’intera valle nella tristezza.
Solo i due bambini possono rimediare al loro errore, riusciranno a convincere la fata a tornare a cantare?
Scopri una fiaba magica che parla di bellezza, autostima e dell’importanza di ciò che ci rende unici.
Questa fiaba è tratta da un racconto popolare originario della Val d’Aosta
Alla fine del racconto troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “La fata del lago ⭐“!
Guarda la videofiaba
Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da Silvia!
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La fata del lago ⭐
C’era una volta un lago dove, nascosta dentro una grotta, viveva una splendida fata.
Nessuno degli abitanti della valle però l’aveva mai vista, perché era abilissima a nascondersi e se necessario a trasformarsi in qualche animaletto per sfuggire dalle persone.
Tutti però l’avevano sentita cantare, la sua voce era così bella e armoniosa che, anche le più dure giornate di lavoro, sembravano più leggere ascoltandola.
Un giorno due piccoli pastorelli che stavano controllando le loro pecore, sentirono la voce della fata cantare. Era così vicina che i due si nascosero dietro un albero per paura di essere visti, ed infatti dopo un attimo comparve nel prato la bellissima fata dai capelli color blu come il mare.
Il più piccolo dei due esclamò:
– E’ la fata del lago!
Il più grande non fece in tempo a tappargli la bocca che la fata si girò verso di loro, sorpresa.
La fata, a questo punto fuggì via veloce e si rifugiò dentro al bosco.
I due pastorelli cercarono invano di rincorrerla, ma lei fu troppo veloce e dopo poco non riescirono più a vederla, era sparita.
I due tornarono a casa di corsa, volevano raccontare a tutti dell’incontro con la fata, ma appena entrarono in casa sentirono il papà che diceva alla mamma:
– Oggi ad un certo punto la fata del lago ha smesso di cantare… non l’abbiamo più sentita, arrivare a fine giornata senza il suo canto è proprio dura…
I due pastorelli si guardarono i faccia, forse la fata aveva smesso di cantare proprio per colpa loro, pensarono entrambi, e se ne stettero zitti zitti.
E infatti da quel giorno la fata non cantò più, e tutti gli abitanti della valle si sentivano sempre più tristi e stanchi dal duro lavoro.
Il canto della fata mancava a tutti.
I due pastorelli pensarono di averla combinata proprio grossa, e decisero di rimediare.
Si misero a cercare la grotta della fata per tutto il lago, finché un giorno mentre ne stavano esplorando una, sentirono dei singhiozzi di pianto provenire dal fondo.
– Signora fata del lago? – disse il più grandicello dei due pastorelli.
– Non avvicinatevi! Cosa volete da me?! – rispose piangendo la fata.
– Volevamo solo scusarci per l’altra volta, non era nostra intenzione farle prendere paura…
– Non ho preso paura… è solo che voi mi avete vista!
– Ci scusi se l’abbiamo vista, eravamo solo curiosi e…
– Ma perché non vuole essere vista? Lei è così bella! – interruppe il pastorello più piccolo.
– Non è vero! – rispose la fata, piangendo ancora di più – sono orribile!
I due pastorelli si guardarono in faccia meravigliati.
– No, no signora fata, lei è proprio bella! – continuò il più piccolo.
– Come fai a dire che sono bella con questi orribili capelli blu! Tutte le altre fate hanno i capelli color dell’oro, io invece ho i capelli color del mare… – e scoppiò in un altro pianto.
I due pastorelli rimasero ammutoliti per quella strana spiegazione. Per loro due la fata era la donna più bella che avessero mai visto.
– Mi creda signora fata che per noi lei è bellissima… e poi la sua voce lo è ancora di più, da quando non la sentiamo più cantare, tutti gli abitanti della valle sono più tristi…
La fata pian piano smise di piangere.
– Davvero senza il mio canto tutti gli abitanti della valle sono più tristi?
I due pastorelli annuirono con forza.
La fata stette un attimo in silenzio.
– E davvero nonostante i miei capelli color del mare voi pensate che io sia bella?
I due pastorelli annuirono con ancor più forza.
La fata li guardò negli occhi, non mentivano.
– Se promettete di non dire a nessuno dove sta la mia grotta, tornerò a cantare per tutti gli abitanti della valle.
– Promettiamo! – dissero in coro i due pastorelli.
La fata sorrise, e i due pastorelli pieni di felicità e orgoglio per aver risolto la questione, si misero a saltare e gridare di gioia.
I due salutarono la fata e corsero subito verso casa, e già dopo pochi passi, sentirono alle loro spalle la meravigliosa voce della fata riprendere a cantare.
Tutti gli abitanti della valle, sentendo di nuovo il canto della fata, si fermarono ad ascoltare incantati. Di colpo erano di nuovo tutti felici, e quella sera stessa fecero una gran festa in onore della fata, con canti balli e un gran banchetto.
E i due pastorelli erano i bimbi più felici di tutti.
⚜️ Fine della fiaba ⚜️
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Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?
C’era una volta una ragazza che trovava la felicità nei ricordi della mamma, anche quando la vita la trattava come una serva. Il suo nome era Biancaneve, e la sua matrigna è disposta a uccidere pur di cancellare il suo sorriso. Ma biancaneve scappa nel bosco, dove il destino la condurrà in una minuscola casetta…
Tra sette nuovi amici, una mela avvelenata e una teca di cristallo, la sua storia sembra destinata a finire.
Ma attenzione, perché nel momento di massima disperazione, un bacio d’amore vero è pronto a risvegliare non solo una principessa, ma la speranza in un futuro da favola.
Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Biancaneve e i sette nani 🍎“!
“Biancaneve e i sette nani 🍎“
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Biancaneve e i sette nani 🍎
C’era una volta Biancaneve, una principessa che viveva con suo padre il Re e una matrigna tanto bella quanto cattiva.
Grimilde, la matrigna di Biancaneve, era riuscita a sposare il Re perché era in realtà una strega, e gli aveva fatto un sortilegio.
Da quel giorno, alla corte del castello tutto era diventato più triste.
Grimilde pretendeva di essere servita e riverita in ogni cosa, e aveva fatto in modo che Biancaneve fosse considerata poco più di una serva qualunque.
Ma Biancaneve sopportava anche le peggiori scortesie perché, per tornare felice, le bastava ricordare la sua cara mamma che ora non c’era più.
Grimilde, poi, aveva uno specchio magico, che poteva rispondere a tutte le sua domande, ma lei ne faceva una sola soltanto:
– Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame? – chiedeva ogni mattina appena sveglia.
E lo specchio, che era uno specchio magico serio, le rispondeva la verità.
– Mia signora, voi siete la più bella di tutte.
E Grimilde sorrideva maligna…
Ma Biancaneve diventava ogni giorno più bella e Grimilde era invidiosa, per questo le faceva fare i lavori più umili, sperando che così rimanesse meno bella di lei.
Finché un giorno, dopo la solita domanda di Grimilde, lo specchio rispose:
– Mia signora, è Biancaneve la più bella del reame…
Grimilde iniziò a gridare infuriata e per poco non ruppe lo specchio dall’ira.
Quella notte non chiuse occhio, e pensò ad un piano per far sparire Biancaneve, così da rimanere la più bella del reame.
Al mattino chiamò il cacciatore, suo servitore, e gli ordinò di portare Biancaneve nel bosco e riportarle il suo cuore, come prova per averla uccisa.
Il povero cacciatore a malincuore obbedì.
– Dove mi portate signor cacciatore? – chiedeva Biancaneve, ma il cacciatore rimaneva zitto e con lo sguardo basso.
Quando furono finalmente nel bosco profondo, si fermarono. Il cacciatore avrebbe dovuto prendere il fucile, ma voleva troppo bene a Biancaneve per poterle fare del male.
– Cosa succede signor cacciatore? – chiese Biancaneve?
– Grimilde vuole essere la più bella del reame, e quindi mi ha dato l’ordine di portarti qui nel bosco e…
Ma il cacciatore non riuscì a finire la frase. Pensò che bastava lasciare la ragazza da sola lì nel bosco, al resto ci avrebbero pensato i lupi.
Salutò Biancaneve con un cenno della mano, e con le lacrime agli occhi scappò via.
Biancaneve, che ancora non aveva ben compreso cosa fosse successo e perché fosse stata portata lì, iniziò a guardarsi attorno impaurita, non era mai stata da sola nel profondo bosco.
Iniziò a correre a destra e sinistra, senza riuscire a ritrovare il sentiero che portava al castello, finché non si imbatté in un una piccola casetta.
Impaurita e stanca bussò alla porta, ma nessuno aprì. Scostò lentamente la porta chiedendo il permesso, ma nessuno rispose.
Si ritrovò dentro ad una minuscola cucina, con un piccolo tavolo e sette piccole sedie tutt’intorno.
Sulla tavola c’erano del pane e dell’acqua. Biancaneve ne prese un pochino per placare la fame e la sete, e poi si mise a curiosare per la casetta.
Si ritrovò in una stanza da letto con sette piccoli lettini. Era veramente meravigliata e si sedette su uno di questi, ma per la stanchezza si appisolò.
A svegliarla ci pensò un gran fracasso proveniente dalla cucina. Era già sera e dall’altra stanza arrivavano voci di uomini che si chiedevano chi mai fosse entrato nella loro casa.
Così Biancaneve corse in cucina.
– E tu chi sei?! – Esclamarono i sette piccoli ometti quando la videro arrivare.
– Io sono Biancaneve, dovete scusarmi per essere entrata in casa vostra senza permesso ma… – e Biancaneve raccontò loro tutta la sua triste storia.
Quando ebbe finito, i sette nani si guardarono e sentenziarono all’unanimità:
– Non preoccuparti Biancaneve, rimani pure a casa nostra, sei la benvenuta. Ti offriremo riparo e protezione dalla matrigna cattiva.
– Vi ringrazio miei cari ometti – disse Biancaneve – mi saprò sdebitare, non dubitate! – e prese subito a preparare la cena e sistemare casa.
I sette nani, che si chiamavano Brontolo, Cucciolo, Dotto, Eolo, Gongolo, Mammolo e Pisolo, non potevano essere più felici.
Il giorno dopo Grimilde si alzò tutta felice pensando di essersi liberata di Biancaneve, e chiese al suo specchio:
– Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?
Ma lo specchio rispose:
– Mia signora, è Biancaneve la più bella del reame, e ora vive nel bosco insieme a sette piccoli nani.
– Non è possibile! – gridò Grimilde – l’ho fatta portare nel bosco dal cacciatore, guarda, questo è il suo cuore! – e mostrò un cofanetto di legno.
– Quello nel cofanetto, è il cuore di un capretto! – le rispose lo specchio.
Grimilde gridò furiosa contro lo specchio ed il cacciatore infedele, e decise che avrebbe risolto lei personalmente la questione.
Corse nelle segrete del castello dove nascondeva il suo laboratorio di pozioni magiche e iniziò a fare stregonerie.
Biancaneve intanto era tutta felice che i sette nani la avessero accolta come una sorella. Mentre loro di giorno andavano a lavorare nella vicina miniera, lei preparava il pranzo, rassettava la casa e lavava i panni.
E la sera si divertivano un sacco a raccontarsi storie e filastrocche.
Ma un giorno alla porta della casetta bussò una vecchia signora dai capelli bianchi e vestita di cenci.
– Buongiorno vecchina, cosa posso fare per lei?
– Buongiorno mia cara fanciulla, sono una povera vecchia che vende mele, ne vuoi una? – disse la vecchia.
– Le vostre mele rosse sono bellissime, ma io non ho soldi per pagarvi… – rispose Biancaneve.
La vecchia sorrise e le disse:
– Siete così bella mia giovane fanciulla che ve ne regalo una, tenete, mangiatela pure.
Biancaneve prese la mela e la portò alla bocca…
Ma non appena ne morse un pezzettino, Biancaneve cadde svenuta a terra!
La vecchia allora si mise a ridere, ridere e ridere, e poco dopo in un “puff” si tramutò in Grimilde che si era camuffata da vecchia e aveva avvelenato la mela.
Così, mentre Grimilde spariva nel bosco, Biancaneve giaceva a terra come morta.
La sera i sette nani tornarono a casa, e vedendola così si disperarono e piansero tutta la notte.
Il giorno dopo, non ebbero il coraggio di seppellirla tanto era ancora bella, e prepararono per lei una bara di cristallo che sistemarono in una piccola radura. Piangendo la lasciarono lì in compagnia di scoiattoli e uccellini.
Verso sera passò di lì il principe del reame vicino, Florian, che tornava a casa dalla battuta di caccia.
Incuriosito da quella teca di cristallo con dentro una ragazza si avvicinò, e quando vide la bellezza di Biancaneve se ne innamorò subito.
Lui non sapeva che Biancaneve era stata avvelenata da Grimilde e pensava stesse solo riposando di un sonno profondo.
Così la prese tra le braccia. Ma proprio in quel momento il piccolo pezzo di mela avvelenata che Biancaneve aveva ancora in bocca, cadde a terra.
Il principe Florian la baciò, e Biancaneve che non aveva più il veleno in bocca poco a poco rinvenne e si risvegliò.
Anche Florian era un bel giovane e Biancaneve fu felice di ritrovarsi fra le sue braccia.
⚜️ Fine della fiaba ⚜️
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Riuscirà il Gatto con gli stivali ad aiutare Marcello per conquistare Sandra?
Questo astuto felino, con i suoi piani ingegnosi e un pizzico di mistero, trasforma un semplice ragazzo in un nobile signore.
Il Gatto con gli Stivali riesce a tessere una trama di fatta di piccole accortezze e tanta intelligenza, dimostrando che anche i più piccoli possono cambiare il loro destino… se sanno giocare bene le loro carte.
Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Il Gatto con gli stivali 🐈👢“!
“Il Gatto con gli stivali 🐈👢“
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Il Gatto con gli stivali 🐈👢
C’era una volta Marcello, un ragazzo che aveva per migliore amico un gatto, ma non uno qualunque. Questo gatto se ne andava sempre in giro con addosso un paio di stivali, perciò Marcello l’aveva chiamato “Gatto con gli Stivali”.
I due erano cresciuti assieme, e il gatto si era sempre dimostrato molto furbo e felice di aiutare Marcello, quando era in difficoltà.
Un giorno parteciparono alla festa del paese, dove Marcello conobbe Sandra, la figlia del ricco Signorotto del posto.
I due si trovarono subito simpatici, ma Sandra già sapeva che non avrebbe potuto frequentare Marcello perché suo padre non l’avrebbe permesso. Infatti, il padre di Sandra non voleva che la figlia avesse amici tra gli abitanti del paese, da lui ritenuti dei sempliciotti.
Marcello quando capì che non avrebbe più potuto vedere Sandra, diventò triste.
– Non abbatterti Marcello, vedrai, ti darò una mano io! – gli disse il Gatto con gli Stivali.
– E come puoi aiutarmi? – chiese perplesso Marcello.
– Tu non ti preoccupare – gli rispose il Gatto dopo avergli fatto l’occhiolino. E sparì nel bosco.
Era andato a caccia, e in breve tempo riuscì a catturare un paio di leprotti. Poi si recò a casa del Signorotto, padre di Sandra, e gli porse le due prede dicendogli:
– Sono il Gatto con gli Stivali e questi leprotti sono un omaggio del Signor di Carabàs – e fece un profondo inchino.
Il Signorotto, tutto contento, ringraziò il Gatto con gli stivali, chiedendosi chi mai fosse questo Signor di Carabàs.
Il Gatto portò dei doni anche il giorno dopo e il giorno dopo ancora.
Il Signorotto era sempre più curioso, perciò quando rivide il Gatto gli chiese:
– Ma quando posso incontrare il vostro signore, per poterlo ringraziare di tutte queste cortesie?
– Lo incontrerete presto, statene certo – rispose il Gatto con gli Stivali inchinandosi. E corse via.
Sandra osservava quell’andirivieni già da un po’ di tempo. Le sembrò di ricordare che quello era il gatto tanto amico di Marcello.
Quel giorno decise di chiamarlo.
– Gatto con gli Stivali! Posso parlarti?
Il Gatto già temeva il peggio, pensando di essere stato scoperto nel suo piano.
– Ma tu non sei il gatto amico di Marcello?
– Sì Sandra, lo sono – rispose il gatto.
– E sei anche amico di questo Signor di Carabàs?
– …sì… – rispose timoroso il gatto, sapendo ormai di essere stato scoperto.
Sandra intuì, e sorrise.
– E per caso io lo conosco il Signor di Carabàs?
– … hem, in qualche modo sì… – il gatto non sapeva più come togliersi dall’imbarazzo.
– Ho capito… – disse Sandra sempre sorridente – Puoi riferire al Signor di Carabàs che domani io e mio padre andremo al paese qui vicino a far compere? Chissà mai che non ci si incontri…
Il Gatto con gli Stivali fu sorpreso da quelle parole, e intuì a sua volta che Sandra aveva sì capito il suo piano, ma anche che stava dalla sua parte.
– Certamente Sandra – il gatto sorrise, fece un inchino e corse via.
Lungo la strada per il paese vicino c’erano molti campi. Il Gatto con gli Stivali portò ai contadini che lavoravano lì un po’ di selvaggina, convincendoli così a dire che quei campi erano proprietà del Signor di Carabàs.
E così, man mano che quel giorno Sandra e suo padre procedevano a cavallo, i contadini li salutavano a nome del Signor di Carabàs.
Il Signorotto pensò non solo che il Signor di Carabàs fosse di una gentilezza mai vista, ma che fosse anche molto ricco.
A quel punto il Gatto con gli Stivali tornò da Marcello e gli disse:
– Sbrigati! Corri al fiume, e quando te lo dico io, buttati dentro gridando che sei il Signor di Carabàs e che ti hanno derubato di tutti i tuoi averi!
Marcello era all’oscuro di tutte le mosse del Gatto e chiese incuriosito:
– E chi sarebbe il Signor di Carabàs? –
– Vuoi incontrare di nuovo Sandra e poterla vedere finalmente quando ti pare?
– Certamente! – rispose Marcello.
– E allora non discutere e fa come ti dico!
Marcello, fidandosi dell’amico Gatto, corse veloce al fiume e si nascose dietro una siepe, in attesa del segnale per buttarsi dentro.
Intanto, il Signorotto e Sandra stavano arrivando al ponte sul fiume.
Il Gatto con gli Stivali fece un fischio, e Marcello capì che era il momento di buttarsi.
Dopo poco si sentì un grido.
– Aiuto! Aiuto! Sono il Signor di Carabàs e sono stato derubato di tutti i miei averi! Aiuto!
Il Signorotto e Sandra accorsero per vedere cosa stava succedendo, e videro Macello uscire tutto bagnato dalle acque del fiume.
– Cosa ti è successo, ragazzo? – disse il Signorotto.
– Sono il Signor di Carabàs, e due furfanti mi hanno derubato di tutti i miei averi e scaraventato nel fiume…
Finalmente il Signorotto aveva l’occasione di conoscere chi, nei giorni scorsi, gli aveva fatto tanti regali.
– Padre, non possiamo lasciarlo così bagnato fradicio. Portiamolo a casa nostra e diamogli dei vestiti! – disse Sandra che aveva riconosciuto Marcello.
– Certamente! – rispose il Signorotto.
E così Marcello fu portato a casa del Signorotto, asciugato e vestito con abiti molto eleganti.
Il Signorotto lo ringraziò per tutti i regali che gli aveva fatto, e anzi, lo invitò a frequentare spesso quella casa: per lui le porte sarebbero sempre state aperte.
E fu così che finalmente Marcello e Sandra poterono vedersi come e quando volevano, e il Gatto Con gli Stivali fu contento di vederli insieme felici e contenti.
⚜️ Fine della fiaba ⚜️
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Può una statua di freddo metallo avere un cuore grande e generoso?
“Il Principe Felice”, la celebre fiaba di Oscar Wilde, racconta la storia di una statua e di una rondine che, insieme, dimostrano come ognuno di noi possa fare la differenza aiutando gli altri.
Questo racconto toccante insegna che il dono più grande è condividere ciò che abbiamo di più prezioso, lasciando un’impronta d’amore e generosità che resta per sempre.
Una storia senza tempo che celebra l’altruismo e il potere dell’amicizia.
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“Il principe felice 🤴“
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Il principe felice 🤴
C’era una volta un principe, ma non un principe qualunque, lui era un Principe felice.
Durante il suo regno ci fu pace e prosperità, tanto che alla sua morte tutta gli abitanti della città decisero di erigere in suo onore una statua tutta d’oro, con zaffiri per occhi e rubini sull’elsa della spada.
Così da quel giorno la statua del Principe felice fece sempre compagnia alla gente della città.
Ma passarono molti anni, talmente tanti che le persone quasi non si ricordavano più del perché quella statua si chiamasse “il Principe felice”.
Una sera di fine estate una rondine, che stava volando verso sud per passare l’inverno al caldo, decise di riposarsi ai piedi della statua.
– Qui troverò un po’ di riparo – pensò la rondine.
Stava per mettere la testolina sotto l’ala per dormire quando una goccia le cadde addosso. Guardò il cielo, ma lo vide tutto stellato e senza una nuvola.
– Che strana cosa, piove col cielo sereno – e rimise la testa sotto l’ala.
Ma un’altra goccia le cadde addosso, alzò la testa e non vide nulla di strano.
– Ma guarda te, questa statua non riesce a ripararmi nemmeno dalla pioggia, disse guardando verso il viso del principe felice, e fu allora che cadde un’altra goccia, proprio sulla sua testa.
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Il piccolo principe non è un racconto, ma una poesia che insegna soprattutto una cosa: l’essenziale è invisibile agli occhi.
Il capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry tocca le emozioni più profonde che tutti noi portiamo dentro, fa riflettere sul significato dell’amore, dell’amicizia e della vita.
Il piccolo principe è un viaggio dentro ciascuno di noi, e proprio per questo è diventato un classico della letteratura mondiale, per grandi e piccini.
Qui su fabulinis abbiamo creato la nostra versione del racconto, cercando di interpretare al meglio lo spirito della storia, siamo sicuri che vi piacerà!
Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Il piccolo principe 💫“!
Quando avevo sei anni una volta vidi una bella immagine in un libro sulla jungla intitolato “Storie vissute”. Raffigurava un serpente boa che ingoiava un animale.
Ho pensato molto alle avventure della jungla e, a mia volta, sono riuscito con una matita colorata a fare il mio primo disegno e mostravo il mio capolavoro ai grandi.
Ma loro, invece di un serpente boa che digeriva un elefante, vedevano qualcosa di simile a un cappello da uomo.
Poi ho disegnato l’interno del serpente boa, in modo che gli adulti potessero capirlo, ma loro mi consigliavano di lasciar stare i disegni di serpenti boa e di concentrarmi invece su geografia, storia, aritmetica e grammatica.
È così che ho rinunciato, all’età di sei anni, a una magnifica carriera nella pittura.
Ero stato scoraggiato dal fallimento del mio primo e secondo disegno.
I grandi non capiscono mai niente da soli, e per i bambini è stancante dare sempre spiegazioni.
Così ho imparato a pilotare gli aerei. Ho volato in tutto il mondo. E la geografia, è vero, mi è stata molto utile.
Ho conosciuto molte persone nella mia vita. Ho vissuto molto con gli adulti, li ho visti molto da vicino, e non ho per niente migliorato la mia opinione.
Così ho vissuto da solo, senza nessuno con cui parlare veramente, fino a quando ebbi un incidente nel deserto del Sahara, sei anni fa. Qualcosa si era rotto nel motore del mio aereo e, poiché ero solo nel deserto, provai a ripararlo.
Era questione di vita o di morte, perché avevo a malapena acqua da bere per circa una settimana.
La prima sera mi addormentai sulla sabbia, a mille miglia da qualsiasi terra abitata, e quindi potete immaginare la mia sorpresa quando, all’alba, una vocina buffa mi ha svegliato dicendo:
– Per favore… mi disegni una pecora?
– Eh!?
– Disegnami una pecora…
Balzai in piedi come se fossi stato colpito da un fulmine, mi strofinai gli occhi, guardai bene e vidi un ometto piuttosto strano che mi guardava con aria seria.
Lo guardavo con gli occhi sbarrati per lo stupore: quel piccoletto sembrava un bambino, e non mi sembrava né perso, né morto di fatica, di fame, di sete o di paura.
Non assomigliava per niente a un bambino perso in mezzo al deserto.
Quando finalmente riuscii a parlare, gli chiesi:
– Ma che ci fai qui?
Ma lui ignorando la mia domanda, mi ripetè molto seriamente:
– Ti prego… disegnami una pecora…
Non osai disobbedire, premettendo però che non sapevo disegnare. Ma a lui non importava, voleva solo che disegnassi una pecora.
Quando finii, lui la guardò attentamente e disse che non voleva una pecora malata.
In effetti il disegno non era il massimo, così ne feci un’altro, ma mi rispose sorridendo che quella non era una pecora ma un montone perché aveva le corna.
Feci un altro disegno, rifiutato anch’esso perché la pecora era troppo vecchia.
Iniziai però a perdere la pazienza, volevo riparare il motore del mio aereo, e quindi scarabocchiai al volo una scatola con dei buchi:
– Questa è una cassetta, la tua pecora è lì dentro.
Rimasi piuttosto sorpreso nel vedere il suo viso illuminarsi:
– È esattamente come la volevo! Pensi che questa pecora abbia bisogno di molta erba?
– Perché? – chiesi io.
– Perché dove vivo io è tutto molto piccolo…
– Basta sicuramente, ti ho dato una piccola pecorella.
E fu così che conobbi il piccolo principe.
Mi ci è voluto molto tempo per capire da dove venisse.
Il piccolo principe mi fece molte domande, e sembrava non sentire per nulla le mie.
Quando vide il mio aereo mi chiese:
– Cos’è quella cosa?
– Quella cosa vola. È un aeroplano. È il mio aereo.
Ero orgoglioso di fargli sapere che volavo, poi esclamò:
– Ma sei caduto dal cielo!?
– Sì – risposi modestamente.
– Ah! È divertente… – e scoppiò in una grossa risata che mi irritò molto, poi aggiunse:
– Allora anche tu vieni dal cielo! Da che pianeta vieni?
Intravidi una luce nel mistero della sua presenza, e chiesi bruscamente:
– Quindi tu vieni da un altro pianeta?
Non mi rispose. Scosse dolcemente la testa guardando il mio aereo e sprofondò in una lunga meditazione. Poi, tirò fuori dalla tasca i disegni delle mie pecore, e contemplò il suo tesoro.
Cercai di saperne di più:
– Da dove vieni, ometto mio? Dov’è casa tua? Dove vuoi portare le mie pecore?
Mi rispose dopo un silenzio meditativo:
– La scatola che mi hai dato, di notte, farà da casa alla pecora.
– Certo, se vuoi disegno anche una corda per legarla durante la giornata.
La proposta sembrò stupire il piccolo principe:
– Legarla? Che idea divertente!
– Ma se non la leghi, andrà ovunque, e si perderà…
E il mio amico scoppiò di nuovo a ridere:
– Dove vuoi che vada!?
– Ovunque riuscirà a camminare…
Allora il piccolo principe osservò seriamente:
– Non importa, da me è tutto molto piccolo! – e, con un po’ di malinconia, aggiunse:
– Non si può andare molto lontano…
Avevo così capito una seconda cosa molto importante: il suo pianeta d’origine era appena più grande di una casa!
Ho seri motivi per credere che il pianeta da cui proveniva il piccolo principe fosse l’asteroide B 612.
Questo asteroide fu visto una sola volta attraverso un telescopio, nel 1909, da un astronomo turco.
Fece una grande dimostrazione della sua scoperta in un Congresso Astronomico Internazionale, ma nessuno gli credette per via del suo abbigliamento alla turca, bizzarro per gli occidentali.
Gli adulti sono così.
L’astronomo ripeté la sua dimostrazione nel 1920, vestito con un abito occidentale molto elegante. E questa volta tutti gli credettero.
Agli adulti piacciono i numeri.
Non ti chiedono mai l’essenziale, non ti chiedono mai “Come suona la tua voce?”, oppure “Quali sono i giochi che ti piacciono di più?” o anche “Collezioni farfalle?”…
No, ti chiedono “Quanti anni hai?”, “Quanti fratelli hai?”, “Quanto pesi?”… Solo così pensano di conoscerti.
Se ai grandi dici: “Ho visto una bella casa di mattoni rosa, con i gerani alle finestre e le colombe sul tetto…” non possono immaginare questa casa. Devi dire loro: “Ho visto una casa che vale centomila euro”.
Solo allora esclamano: “Che bella!”
Quindi, se dici loro: “La prova che il piccolo principe è esistito è, che era adorabile e che voleva una pecora, e quando vuoi una pecora è la prova che esisti”, ti guarderanno alzando le spalle e ti chiameranno “bambino”!
Ma se dici loro: “Il pianeta da cui è venuto è l’asteroide B 612”, allora saranno convinti e ti lasceranno in pace con le loro domande.
Sono fatti così. Non devi arrabbiarti. I bambini devono essere molto indulgenti con gli adulti.
… continua nel CAPITOLO 2
Note al piccolo principe
La versione del piccolo principe che avete appena letto non è una rielaborazione di una fiaba o racconto classico come di solito facciamo, ma una vera e propria traduzione/riduzione dall’originale francese.
Il piccolo principe in realtà e un’unica lunga, magnifica e immensa poesia, che se fosse stata riassunta in forma di racconto avrebbe perso tutto il significato e la magia che contiene.
Non si può arrivare alla frase “l’essenziale è invisibile agli occhi” senza aver raccontato e descritto tutti i passaggi che sono serviti al piccolo principe per arrivare fin lì…
Il piccolo principe è un’opera abbastanza inscindibile dai dolci acquarelli dello stesso Saint-Exupery, molte parti del racconto originale fanno direttamente riferimento ai disegni che bisogna guardare e “inserire” all’interno della storia. Non potendo inserirli su fabulinis, è qui che abbiamo deciso di rimaneggiare più “pesantemente” il piccolo principe, descrivendo dove possibile i disegni in modo che entrassero a far parte del racconto, facendo in modo di poterli immaginare anche senza poterli vedere.
Speriamo che questo adattamento vi sia piaciuto!
😊
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Un soldatino con un cuore immenso: riuscirà a superare ogni sfida per il suo amore?
Il Soldatino di Piombo si innamora perdutamente della graziosa Ballerina, ma il loro amore viene ostacolato da un diavoletto invidioso, deciso a separarli.
Nonostante le avversità, questa toccante fiaba di Hans Christian Andersen celebra la forza dell’amore, capace di superare ogni sfida.
Il nostro adattamento de “Il Soldatino di Stagno” mantiene intatto il messaggio di speranza e il potere delle emozioni autentiche, regalando un finale indimenticabile.
Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Il Soldatino di Piombo 💞“!
“Il Soldatino di Piombo 💞“
aspetta solo di essere ascoltata! L’audiofiaba te la racconto io!
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Il Soldatino di Piombo 💞
C’erano una volta venticinque soldatini di piombo, tutti uguali. La loro uniforme era rossa e blu, imbracciavano il fucile e guardavano dritto davanti a loro.
Quando fu tolto il coperchio della scatola in cui giacevano, le prime parole che udirono in questo mondo furono:
– Evviva, i soldatini di piombo! – dette da un bambino che batteva le mani.
Tutto felice il bambino cominciò a sistemarli sulla tavola. Ogni soldatino era esattamente uguale all’altro, tutti tranne uno, a cui mancava una gamba; forse era stato fatto per ultimo quando il metallo ormai stava finendo.
Eppure stava fermo su una gamba sola, come gli altri stavano fermi su due, ed è per questo che attirò subito l’attenzione del bambino.
Sul tavolo però c’erano anche altri giocattoli, tra cui un grazioso castello tutto fatto di cartone. Davanti al castello, sempre ritagliati nella carta, c’erano degli alberelli e vicino al portone una Ballerina, che stava con la gamba sollevata così in alto che sembrava anche lei avere una gamba sola.
Ad adornare i suoi capelli di carta c’era una piccola rosellina di metallo dorato.
Una volta fuori dalla scatola il Soldatino di Piombo notò subito la bellissima Ballerina, e se ne innamorò all’istante.
“E’ la donna più bella del mondo!” pensò, “ma è così delicata, e vive in un castello, mentre io possiedo solo una scatola con dentro altri ventiquattro soldati uguali a me… devo comunque conoscerla!”
Si nascose quindi dietro una strana scatoletta di legno tutta intarsiata, che stava anch’essa sul tavolo. Da lì poteva osservare la graziosa Ballerina, che continuava a stare su una gamba sola senza perdere l’equilibrio.
Il Soldatino di Piombo non se ne accorse, ma anche la Ballerina lo guardò di sfuggita, rimanendo colpita dal suo aspetto fiero e dignitoso.
Quando fu notte, e tutte le persone nella casa furono andati a dormire, i giocattoli iniziarono a vivere la loro vita, giocando ballando e combattendo.
I soldatini di piombo fremevano nella loro scatola perché volevano uscire anche loro, ma non riuscivano ad alzare il coperchio, gli schiaccianoci giocavano saltando qua e là, mentre i gessetti correvano su e giù per la lavagna di ardesia.
Gli unici due che non si mossero dai loro posti furono il Soldatino di Piombo e la piccola Ballerina. Lei ferma in punta di piedi, con entrambe le braccia tese, lui fermo su una gamba sola, senza mai distogliere lo sguardo dal suo viso.
Il tempo passò, l’orologio a cucù suonò la mezzanotte e d’improvviso, dalla scatoletta intarsiata poggiata sul tavolo, volò via il coperchio: dal suo interno balzò fuori un piccolo diavoletto che si guardò intorno furtivo e, per primo, vide il Soldatino di Piombo.
– Ciao Soldatino di Piombo! – disse il diavoletto – cosa stai guardando con quella faccia imbambolata? – seguì il suo sguardo e si accorse che guardava la Ballerina.
Ma il Soldatino di Piombo non fece caso al diavoletto e sembrò non sentirlo proprio.
– Ciao Soldatino di Piombo! – ripeté il diavoletto, ma il Soldatino di Piombo ancora rimase immobile e non disse nulla.
– Come osi ignorarmi in questo modo! – disse furioso il diavoletto verso il Soldatino di Piombo – Vedrai domani cosa ti combino, vedrai!
E detto questo se ne ritornò nella sua scatoletta intarsiata.
Quando fu mattina, il bambino giocò un poco col Soldatino di Piombo, poi lo poggiò sul davanzale della finestra. D’un tratto la finestra si spalancò e il Soldatino di Piombo cadde giù sulla strada, infilandosi tra due pietre del selciato e rimanendo così nascosto alla vista.
Una perfida vocina, dentro la scatola di legno intarsiata sul tavolo, ridacchiava felice…
Il bambino scese subito a cercare il Soldatino di Piombo, ma, sebbene gli passò così vicino quasi da calpestarlo, non lo vide.
Presto cominciò a piovere e il bambino tornò dentro casa.
Poco dopo passarono di lì due ragazzini, stavano anche loro correndo a casa per la pioggia e notarono il Soldatino di Piombo.
– Guarda! – gridò uno dei due – un Soldatino di Piombo!
Lo presero, lo guardarono ed ebbero un’idea: visto che, a causa della pioggia, al lato della strada si era formato un rigagnolo d’acqua, decisero di provare a farlo navigare su una barchetta di carta.
Così presero un foglio di giornale e fecero una barchetta, vi misero sopra il Soldatino di Piombo e lo fecero navigare giù per la strada.
La barchetta di carta iniziò a sballottare veloce su e giù in mezzo al ruscello, andava così veloce che il Soldatino di Piombo per la paura tremò. Ma rimase fermo, non mostrò emozione e continuò a guardare dritto davanti a sé, impugnando il fucile, perché lui era un soldato.
Sbandando, la barchetta finì in un canale di scolo dell’acqua, buio e maleodorante.
– Dove mai sarò adesso? – si chiese il Soldatino di Piombo – se almeno fosse qui con me la dolce Ballerina, avrei meno paura, e del buio non m’importerebbe…
La corrente divenne più veloce e forte, la barchetta girò su sé stessa tre, quattro volte, e si riempì d’acqua fino all’orlo: stava per affondare!
Il Soldatino di Piombo era in piedi con l’acqua fino al collo e pensò alla sua bella Ballerina di cui, probabilmente, non avrebbe mai più rivisto il dolce viso.
La barchetta si sfasciò proprio quando il canale di scolo si immetteva nel fiume con una piccola cascatella, e lì il Soldatino di Piombo si inabissò.
Ma proprio in quel momento passò di lì un grosso pesce che pensando di fare un buon pasto, lo inghiottì.
Com’era buio lì dentro, ancora più buio che nel tunnel, ma il tenace Soldatino di Piombo rimase fermo e impettito, con il fucile bene in spalla.
Il pesce nuotò su e giù per il fiume, ma il giorno seguente venne pescato e venduto al mercato. Fu poi portato in una cucina, dove la cuoca lo aprì con un grosso coltello.
La donna, stupita, vi trovò dentro il Soldatino di Piombo, lo prese tra l’indice e il pollice, lo sciacquò e lo portò nella sala da pranzo per farlo vedere al suo bambino.
Lo mise sul tavolo, e… non ci crederete, a volte succedono cose incredibili: il Soldatino di Piombo era nella stessa casa da dove era partito il giorno prima!
Vide lo stesso bambino e gli stessi giocattoli, e c’era ancora lo stesso grande castello con la graziosa Ballerina.
Era ancora lì in piedi su una gamba sola e con l’altra alta in aria.
Lui la guardò e lei ricambiò il suo sguardo; il suo cuore di carta, infranto per averlo perso di vista il giorno precedente, era ora pieno di gioia nel rivederlo.
Dentro la scatola intarsiata invece si sentì un grugnito e delle parole confabulate con rabbia: era il diavoletto, che non poteva sopportare di rivedere ancora il Soldatino di Piombo in quella casa.
– Adesso ti sistemo io… – disse il diavoletto, e pronunciò delle strane e magiche parole.
Improvvisamente e senza nessun motivo il bambino prese il Soldatino di Piombo e lo gettò nella stufa!
Sicuramente era stato il piccolo diavoletto a consigliare quel gesto sconsiderato al bambino…
Il Soldatino di Piombo dentro la stufa sentiva un calore davvero terribile, non sapeva se soffriva di più per il fuoco, o per la perdita della sua dolce Ballerina.
Lui guardò la sua piccola signora, lei guardò lui con le lacrime disegnate sugli occhi.
Il Soldatino di Piombo sentì che si stava sciogliendo, ma rimase saldo e fermo col fucile in spalla.
Il diavoletto voleva vederlo sciogliersi il più rapidamente possibile, così,
con una magia aprì la finestra per far entrare più aria.
Ma con la finestra aperta una folata di vento raggiunse la piccola Ballerina che, essendo fatta di carta iniziò a volare nell’aria, dolce e leggera come solo le ballerine possono fare.
Volò via, verso il suo Soldatino di Piombo fin dentro la stufa, dove divenne un’unica piccola ma scintillante fiamma…
Poco dopo anche il Soldatino di Piombo era ormai sciolto in un piccolo grumo di metallo.
Quando la mattina dopo il papà raccolse le ceneri della stufa, vi trovò dentro una piccola forma di cuore fatta di piombo, con incastonata al centro una minuscola rosa d’oro.
Posò lo strano cuoricino sul tavolo, proprio vicino alla scatoletta di legno intarsiato, dal cui interno una vocina irritata oltre misura non la finiva più di brontolare…
Senza volerlo, il diavoletto, aveva unito per sempre l’amore del fiero Soldatino di Piombo e della dolce Ballerina.
⚜️ Fine della fiaba ⚜️
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Il Mago di Oz: un viaggio magico alla scoperta delle proprie capacità per credere in sè stessi
Dorothy e il suo fedele cagnolino Toto vengono trasportati in un mondo incantato, dove incontrano uno Spaventapasseri senza cervello, un Boscaiolo di Latta senza cuore e un Leone Codardo in cerca di coraggio.
Insieme, intraprendono un’avventura straordinaria per trovare il Mago di Oz, ma lungo il cammino scopriranno che la vera magia è già dentro di loro.
Una fiaba senza tempo, ricca di meraviglia e insegnamenti, che incanta grandi e piccini.
Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Il Mago di Oz 🌪️🌈“!
“Il Mago di Oz 🌪️🌈“
aspetta solo di essere ascoltata! L’audiofiaba te la racconto io!
Dorothy viveva in una fattoria nelle grandi praterie del kansas col suo cane Toto, lo zio Henry e la zia Em. La casa era piccola, formata da un’unica stanza che faceva da cucina, soggiorno e camera da letto. Non c’erano né soffitte né cantine, e l’unico posto dove potevano rifugiarsi in caso dell’arrivo di un tornado, era una buca stretta e buia fatta nel terreno a cui si accedeva tramite una botola nel pavimento della casa.
Quando Dorothy guardava fuori casa, poteva vedere solo la sterminata e piatta prateria fatta di terra e sterpaglie, non c’era un solo albero e anche l’erba non era verde, ma di colore quasi grigiastro. Non c’era nulla di gioioso in quel posto.
Solo Toto, il suo cagnolino, riusciva a portare un po’ di sorriso in quel posto grazie alle sue feste e i suoi salti.
Quel giorno zio Henry era seduto fuori dalla porta e guardava preoccupato il cielo più grigio del solito, Dorothy era lì vicino a lui con Toto in braccio. Poco dopo il vento iniziò ad alzarsi e in un attimo l’aria diventò gelida.
– Em! C’è un tornado in arrivo! – gridò zio Henry – vado a sistemare le bestie.
E così corse al capanno dove c’erano le mucche e i cavalli. Zia Em corse fuori casa a vedere.
– Svelta Dorothy, scendi nel rifugio! – gridò alla bambina, ma proprio in quel momento Toto le scappò dalle braccia e si nascose sotto il letto, Dorothy gli corse dietro mentre zia Em corse alla botola sul pavimento, la aprì e vi si calò dentro.
Finalmente Dorothy acchiappò Toto e fece per scendere nel rifugio, ma la casa colpita dalle raffiche di vento iniziò a tremare, Dorothy perse l’equilibrio e si ritrovò seduta sul pavimento.
A quel punto accadde qualcosa di straordinario.
La casa iniziò a girare su sé stessa e poi si alzò lentamente in aria, quasi fosse una mongolfiera. I venti del nord e del sud si erano incontrati proprio sopra casa sua, creando quello che si chiama l’occhio del ciclone.
La casa continuava a fluttuare dolcemente nell’aria, Toto abbaiava e correva per la stanza e quasi cadde giù per quello che era il buco della botola del rifugio, ma Dorothy lo afferrò per un orecchio e lo riportò vicino a sé.
Il tempo passava, la casa continuava a fluttuare dolce al centro del tornado, e lo spavento iniziale piano piano iniziò a passare. Alla fine, stanca e cullata dal dondolio della casa, la bambina si trascinò fino al suo lettino e si addormentò con Toto accanto.
Dorothy fu svegliata da un colpo improvviso, si mise a sedere sul lettino e si accorse che la casa non si muoveva più. Saltò giù dal letto e corse fuori.
La casa era stata depositata con delicatezza dal tornado in mezzo a una campagna con fiori, prati e alberi verdi, come non aveva mai visto.
Mentre contemplava quella meraviglia di paesaggio, si accorse che un gruppetto di persone vestite in modo alquanto bizzarro, le stava venendo incontro.
Erano tre uomini e una donna di bassa statura, alti quasi come lei, vestiti con cappelli a cono da cui pendevano dei campanellini che tintinnavano ad ogni passo. Gli uomini erano vestiti tutti di blu, mentre la donna di un bianco candido. Tutti e quattro parlavano tra di loro sottovoce.
L’anziana donna infine le si avvicinò facendo un inchino, e con voce dolce ed emozionata disse:
– Benvenuta o nobile maga nel paese dei Munchkin, ti siamo infinitamente grati per aver ucciso la Strega Cattiva dell’Est e aver liberato questo popolo dalla schiavitù.
Dorothy ascoltava senza capire e le rispose:
– La ringrazio gentile signora, ma dev’esserci un errore, io non ho ucciso nessuno!
– Ma la tua casa si! – rispose la donna indicando una parte dell’abitazione da cui sbucavano fuori dei piedi calzati da scarpette d’argento.
Dorothy sobbalzò spaventata – Povera me! La casa deve esserle caduta addosso… ma io non ne ho colpa è stato il tornado…
– Non devi preoccuparti, anzi! Te l’ho detto era la Strega Cattiva dell’Est, e tu ci hai fatto un grosso favore liberandoci dalla sua schiavitù!
Dorothy era ancora molto confusa, ma l’anziana signora continuò.
– Io sono la Strega del Nord, ma sono buona e benvoluta dai Munchkin. Purtroppo non sono mai stata potente come la Strega dell’Est e non sono mai riuscita ad aiutarli con i miei poteri…
Dorothy rimase sorpresa.
– Ma io ho sempre creduto che tutte le streghe fossero cattive! – le disse.
– Oh no! In tutto il paese di Oz solo le streghe dell’Est e dell’Ovest sono cattive, io del Nord e la Strega del Sud siamo buone! Adesso grazie a te rimane una sola strega cattiva! – Rispose felice la Strega del Nord.
Dorothy rimase un attimo in silenzio, poi uno dei tre Munchkin gridò indicando là dove spuntavano le gambe della Strega Cattiva dell’Ovest: la strega si era dissolta in una nuvola di fumo ed erano rimaste solo le sue scarpette d’argento!
La Strega del Nord si accovacciò a prendere le scarpette e le pose gentilmente in mano a Dorothy.
– Ora queste scarpette sono tue. – le disse.
Dorothy guardò meravigliata le scarpette e subito le indossò, poi aggiunse quasi sottovoce:
– Devo tornare a casa da zia Em e zio Henry…
– E dove si trova casa tua?
– Nel Kansas…
La Strega del Nord la guardò dispiaciuta piena di tenerezza.
– Non ho idea di dove si trovi il Kansas… non so come aiutarti…
Dorothy stava per scoppiare a piangere, poi la Strega del Nord aggiunse:
– Ma forse il potente Mago di Oz saprà farti tornare a casa! Devi solo andare alla città di Smeraldo, là potrai chiedergli udienza, sono certa che lui saprà aiutarti a ritrovare la strada di casa.
Sul viso di Dorothy si dipinse un sorriso.
– E come faccio ad arrivare alla città di Smeraldo?!
– Devi solo seguire il sentiero di mattoni dorati che inizia proprio dietro quella collinetta.
– Potete accompagnarmi? – chiese speranzosa Dorothy.
– Oh no, purtroppo no, non possiamo venire con te, però posso darti il mio bacio, nessuno oserà mai fare del male a chi ha ricevuto il bacio della Strega del Nord – e così prese la sua testa fra le mani e la baciò sulla fronte.
I tre Munchkin e la strega fecero un profondo inchino salutandola, Dorothy prese in braccio Toto e si incamminò verso il sentiero di mattoni dorati con ai piedi le magiche scarpette argentate della Strega dell’Est.
… continua nel CAPITOLO 2
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Perché la principessina non vuole ringraziare il ranocchio?
Un ranocchio aiuta una principessa, ma lei non vuole ricambiare il favore. Questa antica fiaba, resa celebre dai fratelli Grimm, racconta di un incantesimo che può essere spezzato solo da un bacio.
Tra promesse infrante, magia e colpi di scena, il ranocchio dovrà conquistare la fiducia della principessa per tornare ad essere un principe.
Una storia che insegna il valore della parola data e dell’apparenza che spesso inganna.
Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Il principe ranocchio 🐸“!
“Il principe ranocchio 🐸“
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Il principe ranocchio 🐸
C’era una volta un re che aveva tre figlie, tutte bellissime, ma la più giovane era la più bella e dolce di tutte.
La principessina passava le sue giornate vicino alla pozza d’acqua fresca che si trovava all’interno delle mura del castello.
Il suo passatempo preferito era giocare con una palla dorata: la lanciava in aria e la riprendeva, e pareva non si stancasse mai di questo divertimento.
Un giorno però la palla le scivolò di mano e finì proprio in mezzo alla pozza d’acqua lì vicino.
La principessina, non riuscendo a recuperarla, cominciò a piangere disperata perché era molto affezionata a quella palla.
Ad un tratto però sentì una voce:
– Come mai piangi, principessina mia?
La principessina si guardò intorno, per vedere da dove provenisse quella voce, ma vide solo la testa di un grosso ranocchio che spuntava dall’acqua.
– Sei tu che mi hai parlato? – chiese la principessina.
Il ranocchio annuì e le disse:
– Se vuoi posso aiutarti a recuperare la tua palla d’oro. Tu in cambio cosa mi dai?
– Tutto quello che vuoi, anche la mia corona d’oro, basta che me la riporti! – rispose la principessina.
– Del tuo oro non me ne faccio nulla, voglio piuttosto essere tuo amico, passare le giornate con te, mangiare alla tua tavola e dormire nella tua stanzetta – propose il ranocchio.
– Va bene! – esclamò la principessina, che però fra sé e sé pensava “che cosa passa per la testa a quel ranocchio? essere mio amico? Starà scherzando!”
Il ranocchio, con un tuffo, raggiunse la palla d’oro e la riportò alla principessina.
La principessina, piena di gioia, prese la palla fra le mani e corse via senza nemmeno ringraziare.
Il ranocchio le gridò:
– Aspettami! Se corri così veloce non riesco a starti dietro! – ma la principessina era ormai talmente lontana che nemmeno lo sentiva più.
Il giorno dopo, mentre la principessina era a tavola col re, la regina e le sue sorelle, si sentì battere forte al portone del palazzo, e una voce disse:
– Principessina, sono il ranocchio che ti ha recuperato la palla d’oro dalla pozza d’acqua, ora devi mantenere la tua promessa!
Il re guardò la figlioletta e le chiese di cosa si trattasse. La principessina raccontò quindi tutta la vicenda del giorno precedente, e alla fine il re sentenziò:
– Le promesse vanno mantenute figlia mia, fate entrare il ranocchio!
Così il ranocchio fu fatto sedere di fianco alla principessina, che lo guardava con disgusto.
– Avvicinami il tuo piattino d’oro, così che io possa mangiare assieme a te – disse il ranocchio, che mangiò tutto con buon appetito.
La principessina, arrabbiata, invece non mangiò nulla.
Dopo il pasto il ranocchio disse che era molto stanco e avrebbe gradito dormire nella stanzetta della principessina.
La principessina all’idea di dover dormire a fianco di un ranocchio freddo e viscido scoppiò a piangere disperata, ma il re la riprese:
– Non si deve disprezzare chi ti ha aiutato nel momento del bisogno!
Con due dita la principessina prese il ranocchio e lo portò in camera, ma quando furono in stanza il ranocchio disse:
– Sono molto stanco e ho deciso di dormire insieme a te. Se non lo farai, lo dirò a tuo padre.
La principessina, al colmo della collera, lo prese per le zampine e lo scagliò con forza contro la parete.
– Adesso tacerai, brutto ranocchio! – urlò.
Il ranocchio cadde a terra privo di sensi. Solo allora la principessina si rese conto di quello che aveva fatto; corse dal ranocchio, lo prese in braccio e lo strinse forte a sè.
– Oh no ranocchio mio, scusami tanto, non volevo… se potessi fare qualcosa per salvarti la vita…
La bocca del ranocchio sussurrò qualcosa, che però la principessina non riuscì ad udire, così accostò meglio l’orecchio alla sua bocca e alla fine riuscì a sentire le parole del ranocchio:
– … un bacio… solo un bacio… – diceva con un filo di voce.
La principessina, spinta dal rimorso di aver fatto del male ad una povera creatura, sconfisse il disgusto per il freddo e viscido rospo, chiuse gli occhi e gli diede un bacio.
Un istante dopo, nella stanza ci fu un caldo bagliore e, quando la principessina riaprì gli occhi, davanti a lei c’era un bel ragazzo che si sfregava un grosso bernoccolo sulla testa.
– E tu chi sei?! – esclamò la principessina.
– Sono il ranocchio, ma il mio vero nome è principe Enrico! Sono stato vittima di un incantesimo di una strega e solo il bacio di una principessa avrebbe potuto spezzarlo… grazie!
La principessina, ancora attonita per lo stupore, gli sorrise e corse a medicargli la ferita.
I due ragazzi iniziarono così una bella amicizia, che nel tempo si tramutò in amore. E un bel giorno si sposarono, proprio di fronte alla pozza d’acqua dove tanto tempo prima si erano incontrati.
E vissero tutti felici e contenti.
⚜️ Fine della fiaba ⚜️
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I Musicanti di Brema: una fiaba di amicizia, ingegno e coraggio
Un asino, un cane, un gatto e un gallo, stanchi di essere considerati inutili, decidono di partire per Brema e diventare musicanti.
Ma lungo il cammino, si imbattono in un gruppo di briganti e, con astuzia e spirito di squadra, riescono a ribaltare le sorti a loro favore.
Questa fiaba classica dei fratelli Grimm insegna che l’unione fa la forza e che, anche quando tutto sembra perduto, l’ingegno e la collaborazione possono portare a un lieto fine.
Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “I musicanti di Brema 🐎🐕🐈🐓“!
“I musicanti di Brema 🐎🐕🐈🐓“
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I musicanti di Brema 🐎🐕🐈🐓
C’era una volta un vecchio asino che ormai faceva fatica ad alzarsi, camminare e trasportare i sacchi di farina che il suo padrone gli caricava sulla schiena ogni giorno.
– Ormai sei diventato inutile! – disse l’uomo – Domani ti porterò al macello!
Il povero asino pensò tra sè e sè: “che razza di ingrato, dopo tutto il lavoro che ho fatto per te…”
Così gli venne un’idea: non appena il padrone si allontanò, scappò via dalla stalla e si incamminò verso la vicina città di Brema, in cerca di fortuna.
Mentre camminava l’asino pensava a cosa avrebbe fatto una volta arrivato a Brema, e decise che sarebbe entrato a far parte della banda cittadina.
Lungo la strada l’asino incontrò un cane accucciato, che si lamentava borbottando.
– Cos’hai da lamentarti, cane? – chiese l’asino.
– Son vecchio e malandato, così non riesco più ad andare a caccia col mio padrone. Ha pure cercato di accopparmi ma io sono scappato… solo che adesso non so cosa fare…
– Allegro, vecchio mio! Vieni con me a Brema, entreremo nella banda cittadina e vivremo bene! – disse l’asino.
Il cane, trovando l’idea interessante, decise di seguirlo.
Proseguendo per la strada, i due incontrarono un gatto sdraiato per terra, che si lamentava borbottando.
– Cos’hai da lamentarti, gatto? – chiese l’asino.
– Son vecchio e malandato, poi oggi ho graffiato il sofà della mia padrona, e lei ha cercato di tirarmi il collo, quindi sono scappato… solo che adesso non so cosa fare…
– Allegro, vecchio mio! Vieni con noi a Brema, entreremo nella banda cittadina e vivremo bene! – disse l’asino.
Il gatto, trovando l’idea interessante, decise di seguirli.
Poco dopo si trovarono tutti nei pressi di una fattoria, dove incontrarono un gallo che, appollaiato sopra la staccionata, si lamentava cantando a squarciagola.
– Cos’hai da lamentarti, gallo? – chiese l’asino.
– Son vecchio e malandato, poi domani arriveranno ospiti e la mia padrona ha deciso di cucinarmi in brodo, quindi sono scappato… solo che adesso non so cosa fare…
– Allegro, vecchio mio! Vieni con noi a Brema, entreremo nella banda cittadina e vivremo bene! – disse l’asino.
Il gallo, trovando l’idea interessante, decise di seguirli.
Ma Brema era lontana e iniziava a fare buio. La compagnia era ormai stanca e affamata e voleva fermarsi a dormire sotto gli alberi del bosco.
L’asino, scrutando in mezzo agli alberi, vide una casetta con una luce accesa e propose di andare a vedere. Tutti lo seguirono.
Avvicinandosi piano, sbirciarono da una delle finestre, e videro che dentro c’era una banda di briganti seduti attorno ad una tavola riccamente imbandita.
Vedendo tutto quel cibo, ai quattro gli si strinse lo stomaco dalla fame.
– Quanto vorrei anch’io poter mangiare tutto quel ben di Dio… – disse il cane.
– Quella tavola imbandita farebbe proprio al caso nostro – continuò il gatto.
– Già, ma come facciamo a prendere quel cibo? – continuò il gallo.
– Forse mi è venuta un’idea… – concluse l’asino, che si mise a spiegare sottovoce il suo piano.
Dopo che furono tutti d’accordo, l’asino puntò le zampe anteriori sul davanzale della finestra, sul suo dorso salì il cane, sulla groppa del cane salì il gatto e sulla schiena del gatto salì il gallo.
Al segnale dell’asino iniziarono tutti a far rumore a più non posso: l’asino ragliava, il cane abbaiava, il gatto miagolava e il gallo cantava a squarciagola.
L’asino diede un colpo al vetro della finestra, che si frantumò, e con un balzo entrarono in casa.
I briganti, terrorizzati da quel frastuono infernale, credettero che fosse entrato in casa uno spettro maligno e se la diedero a gambe, scappando di corsa nel bosco.
Finalmente l’asino, il cane, il gatto e il gallo avevano di che mangiare a sazietà. Dopo che ebbero riempito per bene le loro pance, decisero che era giunta l’ora di dormire.
Spensero la luce. L’asino si sistemò fuori casa vicino al letamaio, il cane dietro la porta sul retro, il gatto nella calda cenere del camino e il gallo sulla trave più alta del tetto.
Intanto i briganti, nascosti nel bosco, vedendo che nella casa era tutto buio, decisero di tornare a riprendersi il loro bottino nascosto in un baule. Il più fifone tra loro fu estratto a sorte per andare a controllare se nella casa fosse tutto tranquillo.
Il brigante fifone entrò senza far rumore, e volendo accendere una lampada accostò un fiammifero vicino ai carboni ardenti del camino.
Ma quelli che credeva essere carboni ardenti, erano in realtà gli occhi del gatto, sfavillanti al buio!
Il gatto, profondamente infastidito, gli saltò addosso graffiandogli tutta la faccia.
Il brigante si spaventò a morte e cercò di fuggire dalla porta sul retro, dove inciampò nel cane che prontamente lo morse ad una gamba.
Sempre più terrorizzato, cercò allora di attraversare il cortile passando per il letamaio dove, svegliato dal trambusto, lo stava aspettando l’asino, che gli sferrò un bel calcio nel sedere.
Il gallo, svegliato di soprassalto, gridò a squarciagola “chicchirichì!”. Il brigante, sgomento, scappò via di corsa nel bosco e tornò a raccontare ai suoi compari:
– Nella casa c’è un’orribile strega che mi ha graffiato tutta la faccia! E poi sulla porta c’è un uomo col coltello che mi ha ferito alla gamba! E nel cortile c’è un mostro che mi ha colpito con un bastone di legno! E in cima al tetto c’era un giudice che diceva “portatemi quel brigante!”.
Tutti i briganti si guardarono in faccia atterriti, e si dissero che non valeva la pena rischiare la vita per il bottino nascosto nella casa. E così fuggirono via e non si fecero mai più vivi.
Intanto i quattro musicanti di Brema, contenti di aver finalmente trovato un posto tutto per loro, non vollero più andare a Brema a far parte della banda, ma restarono per tutta la vita in quella comoda casetta.
E vissero tutti felici e contenti.
⚜️ Fine della fiaba ⚜️
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La Bella e la Bestia: mai giudicare dall’aspetto il buon cuore delle persone
Dietro le mura di un castello misterioso si cela una creatura spaventosa, la Bestia, e un incantesimo che solo il vero amore può spezzare.
Bella, giovane e coraggiosa, accetta di affrontare l’ignoto per salvare suo padre.
Ma ciò che trova va oltre ogni immaginazione: un mondo di magia, segreti nascosti e un cuore buono che attende solo di essere riscoperto.
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“La Bella e la Bestia 👧🦁“
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La Bella e la Bestia 👧🦁
C’era una volta un mercante a cui la fortuna aveva girato le spalle, ed era caduto in disgrazia insieme alla figlia dolce e gentile che si chiamava Bella.
Un giorno il mercante decise di andare a tentar fortuna in una lontana città, dove aveva sentito che al porto stavano arrivando delle navi piene di merci esotiche.
Prima di partire chiese a Bella cosa volesse per regalo di ritorno dal suo viaggio.
– A me basta solo una rosa, perché la cosa più importante è il bene che ti voglio, papà – rispose Bella.
Il padre commosso, partì per il lungo viaggio, ma purtroppo quando arrivò al porto non riuscì a combinare nessun affare, e riprese il cammino verso casa ancora più povero di prima.
Ma quando ormai mancava poco per arrivare a casa, il padre di Bella fu preso alla sprovvista da una forte bufera.
Si rifugiò dentro l’unico edificio che riuscì a vedere nelle vicinanze, un castello che pareva abbandonato.
Dentro al castello però c’era una bellissima e rigogliosa serra piena di piante e fiori, tra cui anche un roseto. Il padre di Bella si ricordò della promessa fatta alla figlia, e senza pensarci, prese una rosa da portarle in dono.
Ma non appena la colse si sentì afferrare da delle possenti braccia che lo immobilizzarono e lo legarono come un salame. Era il padrone del castello, e la sua faccia era simile a quella di una bestia feroce, come un leone!
– Come osi raccogliere le mie rose! – ruggì la Bestia.
– Mi scusi signore, mi sono rifugiato nel suo castello per ripararmi dalla bufera, e quando ho visto queste magnifiche rose mi son ricordato della promessa che ho fatto a mia figlia…
– Quale promessa? – ringhiò la Bestia.
– Che di ritorno dal mio lungo viaggio al porto le avrei portato una rosa in dono.
La Bestia grugnì.
– Così tu hai una figlia… dovrei ucciderti, ma se in cambio della tua vita, tu porterai la tua figlia qui, lei vivrà per sempre insieme a me e tu sarai libero!
Lì per lì il mercante, non sapendo cosa fare, disse di sì, ma uscito dal castello e imboccato il sentiero di casa si pentì di quello che aveva fatto:
– Saluterò Bella e le dirò quanto le voglio bene, poi tornerò dalla Bestia e affronterò il mio destino.
Così arrivò a casa, abbracciò la figlia e le diede in dono la rosa, dicendole anche che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrebbe visto.
Bella non capiva ed insisteva per farsi spiegare il perché, finché suo padre non le raccontò tutta la storia.
– Ma allora è tutta colpa mia! – disse Bella tra le lacrime.
– Come colpa tua? – le rispose il padre.
– Se io non ti avessi chiesto in dono questa rosa, tu adesso non saresti in questa situazione… non è giusto!
Bella insistette così tanto che alla fine costrinse suo padre ad accompagnarlo al castello della Bestia.
Quando arrivarono fu la stessa Bestia in persona ad aprire il portone.
– Vedo che hai mantenuto la promessa – disse rivolto al padre di Bella, poi con un gesto fulmineo prese con sé la ragazza e chiuse con forza il portone dietro di sé.
Il padre di Bella cercò con tutte le forze di entrare, batté forte i pugni sul portone, prese un lungo bastone cercando di forzare la serratura, ma niente, il portone non si aprì…
Bella ormai era prigioniera nel castello della Bestia, ma contrariamente a quello che pensava, la Bestia non trattò mai male Bella, anzi.
La bestia era molto premurosa nei suoi confronti, la trattava sempre con gentilezza, aveva sempre un pensiero carino per lei e non le faceva mancare niente.
Ascoltava con attenzione tutte le storie che Bella gli raccontava la sera e poi, con un inchino, si congedava e andava a dormire, per poi farle sempre trovare la colazione pronta al mattino.
Bella amava passeggiare per la stupenda serra fiorita, e la Bestia la accompagnava con piacere. Stare accanto a lei era veramente incantevole, tanto che senza nemmeno accorgersene, se ne innamorò.
Ma a Bella mancavano tanto la sua casa e il suo papà. Una sera la Bestia la vide piangere e le chiese il perché. Quando scoprì il motivo di tanto sconforto le regalò uno specchio magico.
Nello specchio Bella poteva vedere una stanza della sua casa, e di conseguenza come stava suo padre. Ma purtroppo suo padre non stava tanto bene. Si era ammalato e arrivò il giorno in cui Bella nello specchio lo vide immobile a letto.
Bella si disperò e decise di chiedere alla Bestia se poteva tornare a vedere suo padre almeno per l’ultima volta.
– E’ molto malato, vedi? – e fece vedere lo specchio alla Bestia, che grugnì di disappunto.
– E va bene, vai pure, ma se entro una settimana non tornerai, io morirò certamente di crepacuore.
Sentendo quelle parole, Bella capì cosa provava per lei la Bestia.
– Tornerò – disse sorridendo, poi prese le sue cose e uscì dal castello.
Che sorpresa fu per suo padre rivedere Bella, sana e salva e pure ben vestita! La visita di sua figlia gli fece talmente bene che già il giorno dopo stava meglio.
E così fu per tutti i giorni seguenti, tanto che alla fine della settimana il padre di Bella era tornato in piena forma.
– Ora che stai meglio papà, io dovrei tornare al castello.
– Non tornare figlia mia – le disse – se mi sono ammalato è per il dispiacere di non averti qui accanto a me! Rimani qui con me ancora un giorno, così da rimettermi ancora meglio.
Bella esitò un momento, ma non riuscì a lasciare da solo il padre che era così felice di rivederla.
Passò un giorno, poi due e poi tre, e ogni volta suo padre riusciva a trattenerla con la scusa di guarire sempre di più dalla sua malattia.
Ma a Bella la Bestia iniziava a mancare veramente. Solo ora che non era più con lui si era accorta di quanta gentilezza aveva avuto nei suoi confronti e di quanto buono fosse il suo cuore.
E poi il rimorso della promessa non mantenuta era troppo forte, e la sua coscienza non le dava pace. Così quella notte decise di scappare e tornare al castello.
Quando finalmente arrivò, Bella trovò la Bestia per terra agonizzante. Lo prese tra le sue braccia e lo sollevò, ma lui quasi non respirava più.
– Sono tornata! Sono tornata da te! Scusami se ci ho messo così tanto…
La Bestia riuscì ad aprire un poco gli occhi e la guardò con dolcezza.
– Cosa posso fare per aiutarti? – gli chiese con voce tremante Bella.
Bestia fece un lungo sospiro, esitò, finché in un sussurro disse:
– Un bacio… solo un ultimo bacio di addio.
Bella gli prese il viso, lo guardò negli occhi lacrimanti, si avvicinò e lo baciò, chiudendo gli occhi.
Un forte brivido scosse tutto il corpo della Bestia, tanto che Bella si spaventò. Ma la sorpresa fu davvero enorme quando vide che la Bestia si era trasformato in un bellissimo uomo.
– Ma cosa è successo? – domandò Bella incredula ma felice come non mai.
– Col tuo bacio hai spezzato l’incantesimo di una fata malvagia che mi aveva trasformato in Bestia per gelosia… grazie mia Bella…
Bella lo abbracciò forte, lui si sentiva già meglio.
Pochi giorni dopo il Principe che era stato trasformato in Bestia si era rimesso in perfetta salute. Finalmente poteva stare accanto alla sua Bella tenendola per mano senza doversi nascondere per il suo aspetto, e di lì a poco si sarebbero anche sposati.
E vissero tutti felici e contenti.
⚜️ Fine della fiaba ⚜️
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Questa favola insegna che anche i più piccoli possono fare la differenza, e che la gentilezza viene sempre ricompensata!
Essere grandi e forti non sempre basta: anche i più piccoli possono fare la differenza!
La favola del Leone e del Topo di Esopo insegna che ogni aiuto è prezioso, infatti scoprirai che il potente leone, risparmiando la vita al piccolo topo, verrà in seguito ricambiato con un gesto di grande valore.
Un racconto perfetto per spiegare ai bambini l’importanza della gentilezza e dell’aiuto reciproco.
Alla fine del racconto troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Il leone e il topo 🦁🐭“!
“Il leone e il topo 🦁🐭“
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Il leone e il topo 🦁🐭
C’era una volta, nella grande foresta, un maestoso leone, che si riposava all’ombra di un grande albero.
Stava controllando se in lontananza c’erano delle prede da poter cacciare, ma in quel momento non vedeva niente di interessante.
Così il pomeriggio passava lento. All’orizzonte non c’era nessuna preda da poter prendere e la pancia iniziava a brontolare dalla fame.
– Forse è meglio se mi sposto da qui e vado a cacciare in un’altra zona – si disse, abbastanza infastidito al pensiero di doversi alzare.
Ma proprio quando ormai aveva deciso di alzarsi ed andare via, ecco un piccolo topolino corrergli proprio davanti alle zampe.
Il leone colse al balzo l’occasione e, con uno scatto felino, bloccò la coda del topino con la zampa.
Il topino, che sperava di non essere visto, iniziò ad urlare disperato quando sentì di essere bloccato.
Il leone già pregustava il piccolo bocconcino come antipasto e si stava leccando i baffi.
Ma il topino, con le lacrime agli occhi iniziò a supplicarlo.
– Non mi mangiare, signor leone, ti prego non mi mangiare!
Il leone sorrise e iniziò a tirare con la zampa il topino verso di sé.
– Non mi mangiare, signor leone – continuò il topino – non ti sazierei che per pochi minuti da tanto sono piccolo.
Il leone pensò che questo era vero: quel topolino gli avrebbe placato la fame giusto per il tempo di alzarsi da lì.
– E poi le mie piccole ossicine rischierebbero di andarti di traverso in gola.
Anche questo era vero, pensò il leone, che smise di trascinare verso di sé il topolino.
– Se mi lascerai andare ti sarò riconoscente per tutta la vita! – disse infine il topo.
Il leone, mosso più dalla fatica di ingoiare quel piccolo pasto che dalla pietà per il topolino, lo lasciò andare.
– Vai topolino, forse un giorno ci rivedremo…
Il topolino ringraziò solennemente con grandi inchini e bacia-zampe, e poi scomparve tra le sterpaglie della foresta.
Il leone si decise infine ad andare in cerca di altre prede. Si incamminò dentro la foresta, ma dopo essere avanzato un po’ ecco che all’improvviso un legaccio fatto di corda lo intrappolò.
Il leone capì subito che quella era la trappola costruita da qualche cacciatore, e sapeva benissimo che da quel tipo di trappole non c’era scampo.
Il leone tirò con tutte le forze per cercare di liberarsi, ma più tirava, più il legaccio gli si stringeva alle zampe e gli faceva male. Dopo molti tentativi il leone si rassegnò, e si mise ad attendere il proprio destino.
Ma ad un tratto sentì qualcosa che stava lavorando sulla corda.
Guardò meglio e si accorse che il topolino di prima stava cercando di tagliare il legaccio con i suoi denti aguzzi.
– Non preoccuparti, signor leone, tra poco sarai di nuovo libero.
Il leone fu sorpreso dal gesto del topolino. Non si sarebbe mai aspettato che un animaletto così piccolo avrebbe potuto salvargli la vita.
– Topolino mio, io ti ho risparmiato la vita, e ora tu salvi la mia, questo ti fa grande onore!
Il topolino intanto lavorava veloce, e in pochi attimi il leone fu libero.
– Signor leone, quando si dà la parola d’onore, la si mantiene!
– Certo topolino mio e io ti ringrazio moltissimo per avermi liberato da questa trappola terribile. Ora siamo pari, e per tutta la vita anche io ti sarò riconoscente.
I due si salutarono, e andarono ognuno per la propria strada.
Ma il leone aveva imparato una lezione importantissima: bisogna essere gentili con tutti, anche con il più piccolo degli esseri viventi, perché l’aiuto più importante della vita potrebbe arrivare proprio da lì.
Morale: anche i più piccoli possono essere di grande aiuto, e chi è grande e forte non deve fare il prepotente.
⚜️ Fine della favola ⚜️
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Che cos’è che ha portato solo freddo e gelo nel giardino del Gigante?
Chi allontana i bambini dalla propria vita non può fare a meno di sentirsi solo, triste e grigio.
Nel suo cuore non ci sarà più che un inverno freddo e desolato.
Questa fiaba, ispirata al celebre racconto di Oscar Wilde, è stata semplificata per essere facilmente apprezzata anche dai bambini più piccoli.
Noi di fabulinis siamo pienamente d’accordo con l’autore: i bambini, con i loro sorrisi e le loro marachelle, possono darci preoccupazioni, ma sono anche la fonte di luce e felicità nelle nostre vite. Sono la nostra primavera, portando calore, speranza e gioia.
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“Il gigante egoista 😡“
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Il gigante egoista 😡
C’era una volta un gigante che era andato a trovare il suo amico orco e insieme avevano deciso di fare un lungo viaggio in giro per il mondo.
La casa del gigante aveva un grande giardino pieno di alberi e fiori, e tutti i bambini del paese, visto che lui non era più lì, avevano iniziato ad andarci a giocare ogni giorno.
Ma, dopo sette lunghi anni, il gigante ritornò. Vedendo tutti quei bambini giocare nel suo giardino, li cacciò via e decise di costruire un muro per impedire che tornassero di nuovo.
Una volta finito il muro, ci mise sopra un gran cartello con scritto “VIETATO ENTRARE” e si chiuse dentro casa.
Era inverno, e finalmente il gigante poteva godersi il suo bel giardino in santa pace e senza tutti gli schiamazzi dei bambini.
I bambini del paese ci rimasero molto male per il gesto egoista del gigante, ma non potevano farci nulla e dovevano trovare altri posti dove giocare. Ma nessun altro giardino era così bello come quello del gigante.
Arrivò la primavera e il gigante ogni giorno controllava che nel suo giardino non ci fossero bambini. Un giorno però si accorse di una cosa strana: fuori dal muro del suo giardino gli alberi e i fiori ricoprivano i prati e riempivano campi, mentre dentro al suo giardino pareva ancora inverno con ghiaccio e neve ovunque…
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Pierino non ha paura del lupo, ma doverlo affrontare per davvero è per lui una grande impresa!
Il villaggio ai margini del grande bosco era tranquillo, ma per Pierino, ogni giorno era un invito a scoprire ciò che si nascondeva tra gli alberi.
Nonostante gli avvertimenti del nonno sul pericoloso lupo, il ragazzo non riusciva a resistere al richiamo dell’avventura.
Cosa poteva esserci di così spaventoso in un lupo? Con il suo coraggio e la curiosità, Pierino era pronto a scoprirlo.
Quella mattina, il grande bosco stava per offrirgli una avventura indimenticabile.
Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Pierino e il lupo 👦🐺“!
“Pierino e il lupo 👦🐺“
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Pierino e il lupo 👦🐺
C’era una volta un villaggio tranquillo ai margini di un grande bosco, lì viveva Pierino, un bambino vivace e curioso, che amava esplorare la natura e osservare gli animali.
Pierino viveva con il nonno taglialegna, un uomo burbero ma affettuoso. A Pierino piaceva aiutare il nonno nei suoi lavori quotidiani, e la sera, quando si riposavano davanti al fuoco del camino, il nonno gli raccontava sempre delle storie.
Soprattutto il nonno si raccomandava sempre che Pierino non si allontanasse troppo da casa perché era inverno e, nel bosco lì intorno, c’era un lupo affamato!
– Ma io non ho paura del lupo! – esclamava Pierino.
Il nonno sorrideva, gli accarezzava la testa e gli dava il bacio della buona notte visto che era ora di andare a dormire.
Pierino però, con la sua testa piena di sogni, trovava quel divieto irresistibile. Ogni volta che sentiva il nonno parlare del lupo, la sua immaginazione si popolava di scene eroiche in cui, con coraggio e astuzia, lo affrontava e salvava l’intero villaggio.
Una mattina il sole brillava alto nel cielo, Pierino decise di portare il suo amico uccellino a fare un giro nel prato vicino al bosco. L’uccellino, leggero e vivace, cinguettava felice sopra la testa del ragazzo.
– Non ci addentreremo troppo nel bosco – promise Pierino al nonno, anche se già si immaginava di esplorare qualche angolo remoto e nascosto, per scoprire qualcosa di nuovo.
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Può una bimba alta come un mignolo avere un grande coraggio?
Tra le più incantevoli fiabe di Hans Christian Andersen, “Mignolina” ci trasporta in un mondo magico dove una bambina alta quanto un pollice affronta coraggiosamente le sfide della vita.
Nonostante la sua dolcezza e fragilità, Mignolina affronta una serie di avventure straordinarie: rapita da un rospo, promessa in sposa a un vecchio talpone e salvata da una rondine coraggiosa.
Attraverso il suo viaggio, scopre il valore del coraggio e trova infine un luogo dove la sua delicatezza può fiorire, insieme a un principe del suo stesso mondo incantato. Un racconto di bellezza, resilienza e amore.
Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Mignolina 🧚“!
“Mignolina 🧚“
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Mignolina 🧚
C’era una volta una donna che desiderava moltissimo avere un bambino, ma non riusciva a esaudire il suo desiderio. Così si inoltrò nel bosco e andò in cerca di una fata che potesse aiutarla.
Quando la trovò, le disse:
– Mi piacerebbe tanto avere un bambino, puoi dirmi dove posso trovarne uno?
– Oh, non è molto difficile – le rispose la fata – tieni questo seme, mettilo in un vaso da fiori e aspetta…
– Grazie – disse la donna che tornò a casa e piantò il semino. Subito crebbe un gran bel fiore, simile ad un tulipano ma con le foglie ben chiuse come se fosse ancora un bocciolo.
– È proprio un bel fiore – disse la donna e, mentre dava un bacio ai petali, il fiore si aprì.
All’interno del fiore, sugli stami di velluto c’era raggomitolata una piccola bimba, molto delicata e aggraziata. Era alta appena un dito e la donna le diede il nome di “Mignolina”.
Un guscio di noce le bastava come culla, e usava una foglia di rosa per copriletto. Mignolina era così piccola che di giorno, a cavalcioni di un piccolo rametto d’albero, si divertiva a navigare da un capo all’altro di un piatto pieno d’acqua.
Mignolina sapeva anche cantare in modo così dolce che perfino gli uccellini si fermavano ad ascoltarla.
Una notte però, mentre Mignolina dormiva, un grosso brutto rospo entrò nella sua cameretta.
“Che bella mogliettina sarebbe per mio figlio!” pensò il rospo, che furtivamente prese il guscio di noce in cui giaceva addormentata Mignolina e saltò via in giardino.
Il rospo viveva nello stagno lì vicino assieme a suo figlio. Il ragazzo era ancora più brutto del genitore, e quando vide la graziosa fanciulla nel suo piccolo lettino, non poté far altro che gracidare:
– Gra! Gra! Gra!
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In una terra lontana, tre fratelli partono alla ricerca di fortuna, ma trovano molto più di ciò che avevano immaginato: un tavolino che apparecchia banchetti, un asino che produce monete d’oro e un bastone che punisce con forza chi inganna.
Ma quando un oste furbo sottrae questi preziosi oggetti, uno dei tre fratelli cercherà di riprenderseli, Ci riuscirà.
Questa è la fiaba degli oggetti incantati, ispirata ai racconti dei fratelli Grimm
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“Il tavolino magico, l’asino e il bastone 🍝“
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Il tavolino magico, l’asino e il bastone 🍝
C’era una volta un sarto che aveva tre figli i quali, divenuti grandi, decisero che era ora di andare per il mondo a imparare un mestiere.
Il padre, che era molto affezionato ai suoi figli, chiese loro di passare a trovarlo almeno una volta l’anno, poi si salutarono e ognuno si incamminò per la sua strada.
Il figlio maggiore trovò un falegname e iniziò a fare l’apprendista presso di lui dedicandosi diligentemente al suo mestiere. Passato un anno decise che era venuto il momento di tornare a casa per salutare suo padre.
Il falegname, per ringraziarlo di tutto il lavoro svolto, gli diede in regalo un normalissimo tavolino fatto di legno comune, che però aveva una particolarità:
– Finché avrai questo tavolo con te, non patirai mai la fame – gli disse il falegname, che appoggiò il tavolino per terra e pronunciò la frase: – tavolino, apparecchiati!
Come per magia il tavolino si ritrovò imbandito delle più succulente pietanze mai immaginate.
Il ragazzo strabuzzò gli occhi, quello che il falegname voleva regalargli era un tavolino magico!
Il falegname gli spiegò che era molto semplice da usare, bastava pensare a qualcosa di buono da mangiare e, come aveva fatto lui, dire la frase “tavolino apparecchiati”, e avrebbe sempre trovato qualcosa da mettere sotto i denti.
Il ragazzo lo ringraziò di cuore, si caricò il tavolino sulle spalle ed iniziò il suo viaggio verso casa.
Giunta la notte decise di fermarsi alla locanda che stava lungo la strada.
Avendo il tavolino magico con sé, non chiese nulla da mangiare ma si limitò a chiedere solo una camera per la notte, dove subito si rintanò.
Il locandiere, insospettito, andò a sbirciare quello strano ragazzo dalla finestra della camera e lo vide pronunciare la frase magica: il tavolino si apparecchiò e sopra apparve un succulento piatto di pollo arrosto fumante!
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Scopri la fiaba della zuppa che fece felice un intero villaggio
Un pentolino magico, una zuppa infinita e un villaggio sommerso da una deliziosa minaccia!
Cosa accadrebbe se un semplice pentolino potesse cucinare una zuppa infinita?
Scopri la magica avventura di Isotta, una bambina che, grazie a un dono speciale, riuscirà a sfamare non solo sé stessa ma un intero villaggio.
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“Il pentolino magico 🍲“
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Il pentolino magico 🍲
C’era una volta una bambina di nome Isotta, molto dolce e gentile, che viveva con la mamma. Purtroppo erano una famiglia molto povera e non avevano molto da mangiare.
Isotta e sua mamma si arrangiavano come potevano, facendo i più disparati lavoretti per racimolare quel poco di cui sfamarsi. Erano però molto conosciute nel villaggio per il loro buon cuore e per l’aiuto che davano sempre a chi ne aveva bisogno.
Un giorno, passeggiando per il bosco lì vicino, Isotta notò una vecchina caduta per terra che, nonostante cercasse di aiutarsi col suo bastone, non riusciva a rialzarsi.
Subito la bimba corse a soccorrerla e l’aiutò a rimettersi in piedi. La vecchina si sedette su un tronco e ringraziò di cuore Isotta.
Mentre si riposavano iniziarono a parlare tra loro e Isotta raccontò di come, seppur la sua famiglia fosse molto povera, lei era comunque sempre felice.
La vecchina guardò a lungo Isotta e i suoi occhi luminosi, poi prese qualcosa dalla sua borsa e la porse alla bambina.
– Tieni piccola mia – disse la vecchina – questo è un pentolino magico, basta che tu dica “cuoci pentolino” e lui inizierà a cucinare una deliziosa zuppa di porridge. Quando avrà cucinato abbastanza zuppa per te e la tua mamma, basta che tu dica “fermati pentolino” e lui smetterà di cucinare.
La bambina incredula prese tra le mani il pentolino e lo osservò attentamente con espressione stupita e la bocca mezza aperta.
Quando rialzò lo sguardo per ringraziarla, la vecchina non c’era più. Isotta si guardò tutt’intorno, ma la vecchina era sparita come per magia.
Curiosa di provare se effettivamente quel pentolino poteva cucinare tutta la zuppa che voleva, corse a casa per mostrarlo alla mamma.
Isotta mise sul fuoco il pentolino e disse:
– Cuoci pentolino!
E il pentolino iniziò a cucinare della squisita zuppa calda!
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Cercasi casa, ma non per paura… per un nuovo inizio!
In una notte di Halloween buia e tempestosa, un piccolo pipistrello di nome Brighello prende un coraggioso volo.
Lascia la sua torre fredda e solitaria, deciso a trovare finalmente un posto caldo e accogliente che possa chiamare casa.
Incontrerà strani personaggi nel bosco, ma sarà un aiuto inaspettato a guidarlo verso una scoperta magica.
L’avventura di Brighello è una toccante ricerca di amicizia e calore, una fiaba sulla speranza e la gioia di trovare una nuova “famiglia”.
Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Il pipistrello Brighello 🦇🎃“!
“Il pipistrello Brighello 🦇🎃“
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Il pipistrello Brighello 🦇🎃
C’era una volta un pipistrello che si chiamava Brighello.
Lui Abitava tutto solo in una torre alta alta di un castello vicino ad un bosco, questa torre però era tutta piena di buchi, di spifferi e ci entrava tanto freddo, e quando faceva il temporale il povero pipistrello si ritrovava sempre zuppo e fradicio.
Brighello, poverino, non ce la faceva più, così sentì che ne aveva abbastanza e una notte decise di andare via dalla sua torre umida e sgangherata.
Quella notte era proprio quella di Halloween ed era tanto buia, c’era anche qualche lampo in lontananza, ma Brighello prese coraggio e volò via lo stesso, deciso a trovare una nuova casetta.
Cominciò a cercarla dal bosco vicino al castello e, vola vola, nel bosco incontrò un gufo.
– Buona sera signor gufo!
– Buona sera a te pipistrellino mio, dimmi, cosa ci fai in giro con questo buio nella notte di Halloween, non vedi che là ci sono dei lampi? Forse arriverà il temporale…
Il pipistrello decise quindi di raccontare tutta la sua storia.
– Io mi chiamo Brighello e abito nella torre del castello, che ha un sacco di buchi, è brutta, rotta, e piena di spifferi. Ci abito tutto solo e sto cercando una nuova casetta. Mi puoi aiutare signor gufo?
Il gufo gli rispose:
– Io abito in quest’albero, dentro quel buco, però per te caro pipistrello mio non c’è posto…
Brighello ci rimase un po’ male.
– Vabbè andrò in cerca di un’altra casetta… grazie lo stesso signor gufo!
Salutò il gufo e continuò a volare nel bosco finché non incontrò una volpe.
– Buonasera signora volpe!
– Buonasera pipistrello, cosa ci fai in giro con questcon questo buio nella notte di Halloween ?
Brighello allora raccontò la sua storia anche alla volpe:
– Io mi chiamo Brighello e abito nella torre del castello, che ha un sacco di buchi, è brutta, rotta, e piena di spifferi. Ci abito tutto solo e sto cercando una nuova casetta. Mi puoi aiutare signora volpe?
La volpe allora gli rispose:
– Io ti darei anche un lettino nella mia piccola tana, però sta sotto terra, e i pipistrelli come te non riescono a volare li dentro… Sarebbe una trappola per te!
Brighello ci rimase un po’ male.
– Vabbè andrò in cerca di un’altra casetta… grazie lo stesso signora volpe!
Salutò la volpe e continuò a cercare. Questa volta uscì dal bosco e si ritrovò sopra un grande prato, dove la luna ogni tanto riusciva a farsi vedere in mezzo alle nuvole scure e minacciose.
Vola vola e vola a Brighello venne in mente un’idea:
– Chiederò aiuto alla luna!
Così Brighello volò sempre più in alto finché non riuscì a vedere in viso la luna che stava sonnecchiando.
– Buona sera signora luna!
– Buona sera a te pipistrellino mio – disse la luna sbadigliando – cosa ci fai in giro con questo buio nella notte di Halloween?
Il pipistrello prese coraggio e raccontò tutta la sua storia.
– Io mi chiamo Brighello e abito nella torre del castello, che ha un sacco di buchi, è brutta, rotta, e piena di spifferi. Ci abito tutto solo e sto cercando una nuova casetta. Mi puoi aiutare signora luna?
La luna gli rispose:
– Buon pipistrello mio, vola verso la montagna, li dovresti trovare una grotta dove abitano tanti pipistrelli come te, sono sicura che accetteranno ben volentieri la tua compagnia e ti lasceranno stare con loro!
– Grazie! Grazie infinite signora luna, non so come ringraziarla!
E, salutata la luna, Brighello iniziò a volare verso la montagna. Arrivato lì, vide la grotta e vide che dentro c’era della luce.
Fu subito fermato però da un pipistrello che faceva la guardia all’ingresso!
– Chi sei tu?! Cosa ci fai qui?!
– Io mi chiamo Brighello e abito nella torre del castello, che ha un sacco di buchi, è brutta, rotta, e piena di spifferi. Ci abito tutto solo e sto cercando una nuova casetta…
Sentito il racconto di Brighello, la guardia gli disse:
– Allora penso proprio che tu abbia trovato la tua nuova casetta! Entra dentro alla nostra grotta, sono sicuro che tutti i miei amici pipistrelli ti accoglieranno ben volentieri, tra pipistrelli ci si deve sempre aiutare!
– Davvero posso stare con voi? – rispose tutto emozionato Brighello.
– Ma certo! Anzi, proprio stasera stiamo facendo una festa per Halloween, e la festa diventerà ancora più bella se si aggiunge un nuovo amico! Vieni con me!
Il pipistrello di guardia prese Brighello e lo portò al centro della grotta, dove si stava cantando, ballando e festeggiando.
– Fermi tutti! – disse la guardia – Voglio presentarvi Brighello, un pipistrello solo soletto in cerca di una nuova casa.
Dal gruppo di pipistrelli parlò uno di loro, che doveva essere l’anziano saggio, capo della tribù.
– Se vuoi, caro pipistrello mio, questa sarà la tua nuova casa, e questa la tua nuova famiglia.
Brighello non stava più in sé dalla gioia, tanto che riuscì solo a dire un fortissimo:
– Siiiiiii!
Allora tutti i pipistrelli corsero ad abbracciarlo e salutarlo, e subito dopo ripresero le danze in suo onore!
Da quel giorno Brighello non fu più solo, aveva finalmente trovato una bella casetta, e, cosa più importante aveva trovato tantissimi amici!
️⚜️ Fine della fiaba ⚜️
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Cosa succede quando una strega dal cuore d’oro incontra un adulto troppo cattivo?
Immergiti nella notte più magica dell’anno, dove l’aria sa di mistero e le risate dei bambini si mescolano al fruscio di scope volanti.
Segui Greta, una strega simpatica e birbantella, in un’avventura che ha per protagonista la più dolce delle magie: quella della giustizia e della condivisione.
Incontrerai una banda di bimbi in maschera e una zucca davvero speciale che daranno una bella lezione ad un burbero signore…
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“Lo scherzetto della strega Greta 🎃“
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Lo scherzetto della strega Greta 🎃
Nella notte di Halloween, una strega pazzerella volava sulla sua scopa sopra i tetti del paese.
Greta, questo era il suo nome, stava andando dalle sue amiche, e siccome era in gran ritardo, volava via talmente veloce che perfino i gatti neri avevano paura di lei.
Lei e le altre sue compari avrebbero fatto grande festa, perché quella era la notte di Halloween, la notte delle streghe!
Vola sopra un tetto, vola attorno ad un campanile, vola dentro un vicolo, ecco che per la strada vide una compagnia di bambini tutti mascherati.
Erano tutti bimbi che andavano di casa in casa a chiedere “dolcetto o scherzetto”, per riempirsi le tasche di caramelle.
Incuriosita, Greta si fermò dietro ad un albero a guardare la scena. Dovete sapere che anche lei aveva una nipotina grande come loro. Si chiamava Adele ed era tanto simpatica.
I bimbi stavano bussando ad una grande porta di legno, e dopo poco uscì un uomo grande e grosso, con la barba lunga così.
Quando l’uomo si sentì chiedere “dolcetto o scherzetto”, fece una grossa risata. I bambini porsero comunque i loro sacchettini per raccogliere le caramelle, ma quel cattivone grande e grosso ci mise dentro solo dei piccoli pezzi di pane raffermo. Dopodiché chiuse loro la porta in faccia, ridendo sonoramente.
I bambini ci rimasero molto male, i più piccoli di loro avevano le lacrimone agli occhi. Non si aspettavano una cattiveria simile.
La strega Greta, dopo aver visto tutta quella brutta scena, decise che quell’omone si meritava una bella lezione.
Con due parole magiche si trasformò in una bambina travestita da piccola strega, e si avvicinò alla compagnia di bimbi.
– Ciao bambini, io mi chiamo Greta!
I bimbi, ancora un po’ tristi per l’accaduto, la guardarono chiedendosi da dove saltasse fuori.
– Ho visto tutta la scena – continuò Greta – e penso che quel cattivone grande e grosso si meriti una bella lezione!
Gli occhi dei bimbi più grandi si ravvivarono subito – Quella bimba ha ragione! – disse uno di loro, e corsero tutti incontro a Greta.
– Guardate qui – disse Greta.
Dalla sua borsa tirò fuori una boccetta color giallo fosforescente, versò un paio di gocce su una zucca intagliata che stava lì vicino, e… magia! La zucca iniziò a fare delle facce bruttissime!
Alcuni bimbi furono molto impressionati da quella magia e stavano per mettersi a piangere dalla paura.
– Non temete, questa zucca adesso andrà a far morire di paura quel cattivone!
– Siiiii! – gridarono insieme tutti i bambini.
Mentre la zucca piano piano si avviava verso la porta della casa, Greta versò un altro paio di gocce su un grande lenzuolo, su un secchio di latte ed infine su un rastrello.
Ed ecco che una piccola squadra di oggetti fluttuanti nell’aria stava per bussare alla porta della casa.
Greta e tutti i bambini, intanto, si erano nascosti dietro ad un muretto, per gustarsi la scena.
Quando finalmente il rastrello bussò alla porta, da dentro la casa si sentì una grossa risata, e poco dopo l’omone grande e grosso aprì la porta.
Immaginate che spavento quando di fronte a sé trovò una zucca intagliata che fluttuava a mezz’aria, un lenzuolo che sembrava un fantasma e un rastrello ed un secchio che sbattevano tra di loro, facendo un gran fracasso!
L’uomo, per quanto fosse grande e grosso, non riuscì nemmeno a gridare per la paura, e corse via dentro casa.
Ma la zucca, il lenzuolo, il rastrello e il secchio lo inseguirono ululando per tutte le stanze.
Il pover’uomo correva da una stanza all’altra terrorizzato, gridando:
– Scusate! Scusate! Ho capito, sono stato cattivo! Scusate!
Finché non andò in cucina, aprì la dispensa, prese tutti i dolci che aveva e li portò fuori ai bambini.
– Scusatemi bambini, scusatemi! Sono stato cattivo! Eccovi tutti i miei dolci!
I bambini, vedendo l’omone portare fuori tutti quei dolci, scattarono da dietro il muretto e corsero a prenderli. Ma non li presero tutti, ne lasciarono un poco anche all’uomo grande e grosso, perché così anche lui poteva festeggiare la notte delle streghe!
L’omone promise che l’anno successivo li avrebbe aspettati con ancora più dolci e caramelle, e i bambini tutti contenti poterono finalmente andare a bussare alla porta della casa vicina.
“Dolcetto o scherzetto?”
Nella confusione e felicità generale, i bambini non si erano accorti che Greta era sparita in groppa alla sua scopa, riprendendo il suo normale aspetto.
Meglio così. Per la strega Greta quello che davvero era importante era il sorriso di quei bambini in festa.
⚜️ Fine della fiaba ⚜️
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Che barba e che noia stare tutto il tempo da soli al cimitero…
In una notte stellata, nel silenzio di un piccolo cimitero di montagna, vive Scheletrino. La sua esistenza è tranquilla, forse un po’ troppo noiosa, tra genitori e zie bisbetiche. La sua unica compagna è la luna d’argento, fino a quando un rumore inattatto rompe la routine.
Un’improvvisa apparizione cambierà tutto: è Fantasmino, uno spirito vivace in partenza per un viaggio speciale. Insieme, i due nuovi amici si lanceranno in un’avventura verso la Foresta Oscura, pronti a vivere una notte di magia, scherzi e scoperte indimenticabili!
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“Scheletrino e la maledizione di Halloween 💀🎃“
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Scheletrino e la maledizione di Halloween 💀🎃
Era una notte buia buia e Scheletrino stava guardando il primo spicchio di luna crescente nel cielo pieno di stelle.
Scheletrino abitava in un piccolo e sgangherato cimitero di montagna, talmente piccolo che praticamente c’erano solo mamma, papà e le due bisbetiche zie… Una noia mortale.
A fargli compagnia c’erano solo gli animaletti del bosco e la luna d’argento.
Ma quella sera buia buia, mentre guardava la luna spostarsi piano piano nel cielo, sentì uno strano rumore provenire da appena fuori il cancello del cimitero.
Scheletrino corse a vedere cosa succedeva, e dietro ad una delle siepi vide qualcosa color bianco etereo che si muoveva.
Si avvicinò piano piano, senza far rumore, quando all’improvviso, dalla siepe…
‒ Bhoooooo!
Scheletrino fece un balzo all’indietro per lo spavento, mentre il Fantasmino che era saltato fuori dalla siepe ridacchiava per lo scherzo riuscito.
‒ Ti sei spaventato? ‒ chiese il Fantasmino mentre lo aiutava a rialzarsi da terra.
‒ Un po’…. ma tu chi sei?
‒ Sono Fantasmino, passavo di qua per caso e volevo vedere se c’era qualcuno con cui passare un po’ di tempo, sto facendo un lungo viaggio sai…
‒ Ci sono solo io sveglio… gli altri dormono tutti, ma che viaggio stai facendo?
‒ Sto andando dal Grande Mago della Foresta Oscura per chiedergli un favore.
‒ E cosa vuoi chiedergli?
‒ Di ritornare in carne ed ossa, mi ha raccontato una strega che lui può farlo… Vuoi venire con me?
‒ no… non posso, se vado via senza dire nulla a mamma e papà poi si arrabbiano ‒ disse poco convinto Scheletrino.
‒ Ma va’, vedrai ci mettiamo un attimo, domani mattina saremo di ritorno e nessuno si sarà accorto di nulla! ‒ gli sorrise Fantasmino.
Scheletrino ci pensò un attimo, pensò alla sua noiosa vita nel piccolo cimitero sgangherato e alle sue zie insopportabili.
‒ Ok vengo! ‒ e iniziarono a correre per il sentiero che portava al Bosco Oscuro.
Dopo poco sentirono un rumore metallico non molto lontano da loro. Era un treno che si stava fermando alla stazione.
Scheletrino disse a Fantasmino:
‒ E se prendiamo il treno? Così arriviamo Prima!
‒ Ottima idea compagno! rispose Fantasmino.
Così salirono sul treno, Scheletrino dalla porta del vagone, Fantasmino attraversando il finestrino della carrozza, sbucando e sedendosi di fianco ad un distinto uomo d’affari di ritorno dal lavoro.
L’uomo, avvertendo qualcosa di strano al suo lato, si voltò verso Fantasmino che…
‒ Bhoooooo!
L’uomo urlò talmente forte per lo spavento che tutti nel vagone si girarono a guardarlo mentre fuggiva via a gambe levate dalla carrozza.
Poi quando gli altri occupanti della carrozza videro Scheletrino che li salutava felice, scapparono tutti urlando anche loro.
‒ Perchè vanno via urlando? ‒ chiese Scheletrino deluso.
‒ Penso perchè non gli piace il nostro aspetto ‒ rispose Fantasmino che stava ancora ridendo per la scena divertente della gente che scappava terrorizzata ‒ meglio così, viaggeremo comodi comodi.
Scheletrino e Fantasmino si sedettero e il treno ripartì.
Arrivarono finalmente alla stazione di Foresta Oscura, dove scesero tra le urla spaventate di tutti i viaggiatori, ma loro non ci fecero caso e proseguirono per il sentiero che attraversava il bosco.
‒ Ma tu sai dove stiamo andando? ‒ chiese Scheletrino.
‒ Certo! Dobbiamo trovare la grande Quercia Maledetta, ha un grande buco proprio al centro del tronco, e dentro ci vive il grande Mago.
“Dev’essere proprio grande questa quercia se dentro ci vive addirittura un mago!” pensò Scheletrino.
Si addentrarono nel bosco, e man mano che camminavano incontravano tanti animaletti, tutti che scappavano via urlando di paura non appena li vedevano passare.
Solo una civetta dagli occhi gialli che brillavano nel buio non ebbe paura di loro, anzi domandò dall’alto del suo ramo:
‒ Cosa ci fate qui nella Foresta Oscura?
‒ Stiamo cercando la grande Quercia Maledetta, dobbiamo parlare col grande Mago! ‒ rispose Fantasmino.
‒ Il grande Mago? Mai sentito nominare… però se cercate la grande Quercia Maledetta siete sulla strada giusta, la troverete poco più avanti non farete fatica a notarla, i suoi rami argentei brillano nel buio ‒ e detto questo volò via.
Cammina cammina i due erano ormai arrivati nel profondo della Foresta Oscura, dove era più buio della notte buia, e il silenzio era talmente denso che metteva i brividi anche a due come Scheletrino e Fantasmino.
Poi la videro, i suoi rami d’argento brillavano nel buio come aveva detto la civetta! Finalmente erano arrivati alla grande Quercia Maledetta.
‒ Scusi grande Mago è in casa? ‒ disse Fantasmino.
Nessuno rispose.
‒ Grande Mago?! ‒ Dal buco della grande quercia si udì un rumore, poi due occhi di fuoco immersi nel buio spuntarono dal buco al centro dell’albero.
‒ Chi siete voi, e cosa volete!? ‒ rispose un vocione grosso e rauco.
‒ Siamo Fantasmino e Scheletrino e volevamo chiederti un favore…
‒ No! ‒ Rispose il vocione socchiudendo gli occhi di fuoco.
‒ Ma la Strega Griselda mi ha detto che tu esaudisci i desideri…
Ci fu un momento di silenzio assoluto nella foresta, poi:
‒ Si ma solo nella notte di Halloween.
‒ Domani è Halloween! ‒ esclamò Scheletrino ‒ aspetteremo qui!
Dall’interno dell’albero si sentì un rumoraccio tipo imprecazione.
‒ Ma serve che ci sia anche la luna piena! ‒ rispose il vocione.
Scheletrino e Fantasmino si guardarono sconsolati in faccia, la prossima luna piena sarebbe stata tra 28 giorni e Halloween sarebbe passato da un pezzo.
‒ Ma non puoi aiutarci lo stesso? abbiamo fatto tanta strada…
‒ No! E ora sparite da qui!
‒ Ma dai, sei un grande Mago tu, facci un piccolo piacere…
‒ No! Sparite! ‒ e visto che i due non sembravano per nulla intenzionati ad andarsene, dal buco nella Quercia Maledetta vennero lanciate delle ghiande. Una colpì in testa Scheletrino, l’altra trapassò senza problemi il corpo di Fantasmino.
“Ghiande?” pensarono entrambi.
Fantasmino si avvicinò a Scheletrino e sottovoce gli disse:
‒ Adesso gli faccio lo scherzetto… ‒ e ridendo sotto i baffi scivolò veloce fin sotto la Quercia maledetta e attraversò il tronco sbucando all’interno del buco.
‒ Bhoooooo!
‒ AHHHHRRRRGGGGG ‒ si sentì urlare da dentro il buco, e poi veloce come un fulmine sbucò un opossum che saltò giù dal tronco terrorizzato
‒ E tu saresti il grande Mago?! ‒ chiese Scheletrino sconcertato.
‒ No! sono il vecchio Opossum e non faccio nessuna magia, volevo solo prendere in giro due sprovveduti come voi! ‒ gridò.
‒ Ma la Strega Griselda mi aveva detto che…
‒ Di’ alla tua amica strega di aggiornarsi… il grande Mago è già da un secolo che non abita più qui, si era stufato di tutto questa noiosa foresta e ora vive su una spiaggia dei Caraibi… e ora tornatevene a casa che sta per diventare mattino!
Scheletrino e Fantasmino, tristi per la notizia e per il fatto che nessuno avrebbe esaudito i loro desideri, tornarono mestamente a casa.
Arrivati all’ingresso del cimitero si salutarono.
‒ Ciao Scheletrino, mi ha fatto piacere averti come compagno di viaggio.
‒ Ciao Fantasmino, anche a me è piaciuta la nostra avventura, sai qui è una noia mortale, non succede mai niente…
‒ Allora vorrà dire che andremo a fare qualche altro viaggetto io e te… ‒ sorrise furbamente Fantasmino.
‒ Ma certo! Ora però devo andare, che sennò chi la sente mia mamma…
Ma Scheletrino non fece in tempo a mettere piede nel suo sgangherato cimitero, che dal fondo di una tomba arrivò tonante la voce della mamma che lo chiamava per nome…
‒ Scheletrinooooooooooo…
Chissà che scusa avrà inventato Scheletrino 😉
⚜️ Fine della fiaba ⚜️
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Ma i fantasmi sono tutti spaventosi? A volte ce ne sono alcuni che sono solo molto golosi di dolci…
Immagina una notte di Halloween, dove l’imprevisto trasforma una semplice festa in un’avventura indimenticabile.
Quattro piccoli amici, tra costumi colorati e risate, si ritrovano sotto un temporale improvviso. La loro corsa verso un riparo li porterà in un luogo misterioso e proibito, che tutti nel paese evitano con timore.
Scopri una fiaba sulla magia dell’amicizia, dove la paura si trasforma in dolcetti e risate.
Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Il fantasma golosone 👻“!
“Il fantasma golosone 👻“
aspetta solo di essere ascoltata! L’audiofiaba te la racconto io!
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Il fantasma golosone 👻
C’erano quattro piccoli amici che il pomeriggio del 31 ottobre, prima della notte di Halloween, si erano ritrovati al parchetto del paese.
Erano già vestiti pronti per andare a fare “dolcetto o scherzetto” in tutte le case, ma prima volevano decidere che giro fare, e dove era meglio bussare…
– Io so che i genitori di Giorgino hanno la dispensa piena zeppa di dolci! – disse Lino.
– Ma anche Anita ha le tasche sempre piene di caramelle, e va in giro a vantarsene! – disse Adele.
– Bene – disse Dino, il fratello di Lino – inizieremo a bussare proprio da loro.
– E non dimentichiamoci dei vecchietti in fondo alla strada, ogni volta che li incontro mi allungano sempre un cioccolatino! – disse infine Tamara, e tutti annuirono.
Ma da nord arrivò una folata di vento gelido che li fece rabbrividire, e in pochi minuti tante nuvolone grigie iniziarono a formarsi sopra le loro teste.
– Mi sa che sta per piovere… – disse preoccupata Adele.
– Speriamo di no! – dissero in coro gli altri tre – sennò stasera niente “dolcetto o scherzetto”!
– Conviene tornare a casa, prima che piova – disse Tamara.
Il parchetto dove si erano ritrovati, non era proprio in centro al paese, anzi, era più vicino al bosco, che alle case. E se si fosse messo a piovere, avrebbero dovuto correre a gambe levate!
Ma proprio in quel momento si sentì il rombo di un tuono. I quattro bimbi non ebbero nemmeno il tempo di alzare lo sguardo al cielo, che già pioveva a dirotto.
– Scappiamo! – gridò Dino.
– Ma arriveremo a casa bagnati fradici! – rispose Tamara.
– Dobbiamo trovare un riparo. Guardate la! – disse Adele indicando una casetta malconcia e dalle finestre sempre chiuse, appena fuori dal boschetto.
– Ma quella è una casa infestata dai fantasmi! – disse Lino.
Ma gli altri tre stavano già correndo verso la casetta, così anche Lino si mise a correre, prima di ritrovarsi zuppo d’acqua.
I quattro si erano riparati sotto la veranda di quella casetta, che avevano sempre visto disabitata. Le finestre erano sempre state chiuse, e non avevano mai visto nessuno uscire o entrare da quella porta.
Proprio per questo tutti i bambini del paese la chiamavano “la casa dei fantasmi”.
Adele, che era abituata a frequentare case dove succedevano un sacco di cose strane (sua zia Greta era una strega, ma lei ancora non lo sapeva), non aveva mai dato peso a tutte quelle storie. L’importante era trovare un riparo per non bagnarsi e sgualcire il bellissimo costume da streghetta che indossava per Halloween.
– Speriamo che smetta di piovere presto – disse Tamara, stringendosi nel suo costume da zucca per il freddo.
– Guardate qui! – disse Dino – la porta è aperta! – e aprì per bene la porta d’ingresso per darci uno sguardo dentro.
– Ma lì dentro ci sono i fantasmi! Stai attento Dino! – gli gridò suo fratello Lino.
– Io non credo ai fantasmi – disse Adele, e fece due passi per sbirciare dentro anche lei.
La casetta era buia, ma un po’ di luce filtrava dalle persiane mezze rotte. Dentro c’erano un tavolo e alcune sedie, una cucina e un divano. In fondo alla stanza si intravedevano le scale per andare al piano di sopra.
– C’è nessuno? – disse timidamente Tamara, ma nessuno rispose.
Al piano di sopra, però, stava dormendo un fantasmino, che sentito tutto quel baccano decise di sbirciare al piano di sotto. Per lui era facile: siccome era un fantasma, gli bastava attraversare con la faccia il soffitto.
– Quei monelli sono venuti a disturbarmi, devo mandarli via subito di qui! – disse sottovoce il piccolo fantasma.
Poi guardando meglio, vide che i quattro bimbi erano tutti vestiti per la notte di Halloween.
– Se sono vestiti per Halloween, vuol dire che sono pieni di dolcetti e caramelle! Mmm… che voglia di dolci che ho, devo prenderglieli tutti!
Così il fantasma, senza farsi vedere, scivolò dietro di loro e con un colpo chiuse la porta alle loro spalle.
I quattro bimbi gridarono tutti per lo spavento! Si precipitarono alla porta per uscire, ma la trovarono chiusa e non riuscivano ad aprirla.
Lino iniziò a piagnucolare: – Lo sapevo che questa casa è infestata dai fantasmi…
Proprio in quel momento si sentì un “Buuuuuuuuuu” provenire dal piano di sopra.
Tamara, Lino e Dino si strinsero forte forte tra loro, sussultando.
– Bimbi monelli, siete venuti a disturbarmi! Se volete che vi lasci in pace dovete darmi tutte le vostre caramelle!
– Ma noi non abbiamo caramelle! – rispose Adele.
– Non dite bugie, siete vestiti per Halloween e ad Halloween ci si riempie le tasche di dolcetti! – rispose il fantasma.
– Ma noi non siamo ancora andati in giro per le case! E’ ancora presto e siamo entrati qui solo perché fuori è cominciato il temporale – continuò Adele.
– Ma davvero? – rispose il fantasmino, che non sapeva esattamente che ore erano.
I quattro annuirono e risposero in coro – Siii…
Il fantasma decise allora di farsi vedere. Era bianco, pallido e semitrasparente, e Lino per la paura si nascose dietro a suo fratello Dino.
Tutti e quattro i bimbi rimasero comunque impressionati.
– Ma allora i fantasmi esistono veramente… – esclamò Tamara.
– Certo che esistono! –rispose il fantasma.
Adele ci rimase un po’ male, lei era convinta che i fantasmi non esistessero.
– Ma tu sei un fantasma cattivo? – chiese Tamara leggermente impaurita.
– Io cattivo? Ma no! Io sono un fantasma buono. Vi ho fatto paura solo perché avevo una gran voglia di dolci… è un sacco che non ne mangio, sapete sono tanto goloso…
– Come ti chiami? – chiese Dino.
– Mi chiamo Bruno.
– Io sono Dino, questo bimbo pauroso è mio fratello Lino e queste sono le mie amiche Adele e Tamara.
Si presentarono tutti.
– Scusaci se siamo entrati in casa tua senza il permesso – disse Adele – ma forse possiamo aiutarci a vicenda…
Gli altri bimbi e il fantasmino Bruno la guardarono con curiosità.
– Questa sera potresti farci compagnia mentre andiamo per le case a chiedere “dolcetto o scherzetto”, e sono sicura che tu sarai bravissimo a spaventare la gente! Sai quanti dolci riusciremo a racimolare?! – propose Adele.
Si guardarono tutti in faccia, era un’ottima idea! Anche Lino, che ormai non aveva più paura di Bruno, ne fu entusiasta.
Bruno aprì la porta e tutti guardarono fuori. Il temporale era passato e il cielo era diventato tutto arancione per il tramonto.
Così poterono tornare a casa di corsa a prepararsi per la serata. Tutti assieme andarono a bussare alle porte delle case del paese, e quando aprivano Bruno faceva dei “buuuuu” spaventosissimi.
Così le loro tasche si riempirono di caramelle e dolci, e passarono tutti una bellissima serata.
⚜️ Fine della fiaba ⚜️
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Per sfuggire al lupo cattivo, non basta essere veloci, bisogna essere furbi e impegnarsi a costruire qualcosa di solido!
La fiaba dei Tre Porcellini è una delle storie più amate dai bambini, perché unisce avventura e insegnamenti preziosi.
Solo la casa di mattoni resiste al soffio del lupo, dimostrando che il lavoro ben fatto ripaga sempre.
Questa fiaba educativa aiuta i più piccoli a capire l’importanza della pazienza e dell’impegno, divertendosi con una storia senza tempo.
Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “I tre porcellini 🐷🐷🐷“!
“I tre porcellini 🐷🐷🐷“
aspetta solo di essere ascoltata! L’audiofiaba te la racconto io!
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I tre porcellini 🐷🐷🐷
C’erano una volta tre porcellini, Timmy, Tommy e Gimmy che abitavano tutti ancora nella casa della mamma.
Un giorno la mamma disse loro – siete ormai grandicelli ragazzi miei, penso sia ora che prendiate ognuno di voi la vostra strada e costruiate ognuno la propria casetta!
I tre porcellini, seppur a malincuore, sapevano che era la cosa giusta da fare, erano diventati finalmente grandi e così si fecero forza e prepararono ognuno il proprio bagaglio.
Timmy fece un fagotto con tutti i suoi dolci e il flauto che amava tanto suonare.
Tommy riempì di giocattoli una borsa assieme al suo caro violino.
Gimmy invece preparò la sua cassetta degli attrezzi con tutto ciò che gli sarebbe servito per costruire una solida casetta.
Così si prepararono, salutarono la mamma che augurò loro buona fortuna, e si incamminarono allegri e felici per il sentiero.
– Fate attenzione al lupo cattivo! – si raccomandò tanto la mamma mentre li salutava con una lacrimuccia agli occhi.
I tre porcellini sorrisero, la salutarono ancora e proseguirono nel loro cammino.
Ma dalla collina, nascosto tra i cespugli, qualcuno stava osservando la scena, qualcuno a cui piacevano tanto i porcellini, soprattutto con contorno di patate arrosto… era il Lupo Cattivo!
Dopo un po’ che i tre porcellini camminavano allegramente Gimmy disse:
– Io mi fermerò qui per costruire la mia casetta, qui vicino c’è un ruscello e questi begli alberi mi faranno ombra nei mesi caldi.
– Va bene – risposero gli altri due – noi continuiamo a camminare!
Gimmy li salutò e cominciò a costruire la sua casetta.
Poco dopo Anche Tommy decise di fermarsi – io costruirò la mia casetta qui, dove ci sono tutti questi rami di legno già pronti per essere tagliati, così costruirò la mia casetta di legno!
– Va bene fratellino mio, io proseguo sul sentiero, a presto!
Timmy quindì salutò Tommy e continuò a camminare, finché non vide un bel covone di paglia dorata essiccata al sole.
– Potrei costruire la mia casetta con quella paglia, ci metterei pochissimo così poi potrei subito andare a giocare! – disse, e così fece.
In quattro e quattr’otto, con qualche rametto qua e là, la casetta di paglia era pronta, così potè subito uscire in giardino e mettersi a suonare il suo amato flauto.
Anche Tommy ormai aveva ultimato la sua casetta. Non era molto robusta perché per fare presto e poter andare a divertirsi nei prati, aveva deciso di inchiodare le assi di legna in fretta e furia, giusto per arrivare al tetto e ripararsi dalla pioggia in caso di intemperie.
Non appena finì, prese il violino e cominciò a suonare.
L’ultimo a finire il suo lavoro fu Gimmy, che lavorò fino a sera per costruirsi la sua robusta casetta di mattoni con una bella porta in legno e una grossa serratura.
Ci fece perfino un bel caminetto, per non patire il freddo nelle lunghe giornate invernali.
Solo allora si godette il meritato riposo.
Il giorno seguente, il Lupo Cattivo, che aveva spiato i tre porcellini per tutto il giorno precedente, si presentò alla casetta di paglia di Timmy e disse con la sua vociona:
– Porcellino, porcellino, posso entrare un momentino?
Ma Timmy, che si ricordava bene delle parole della mamma guardò fuori dalla finestra e disse:
– Non sono mica matto! Tu sei il Lupo Cattivo! – e chiuse anche la finestra pensando così di essere al sicuro.
Ma il Lupo Cattivo si mise a ridere e preso un gran respiro si mise a soffiare così forte sulla casetta di Timmy, che la paglia volò via, e della casetta non rimase nulla…
Timmy corse via più forte che poteva e raggiunse Tommy nella sua casetta di legno.
– Il Lupo Cattivo con un gran soffio ha fatto volar via la mia casetta!
– Non ti preoccupare – rispose Tommy – puoi rimanere nella mia casetta di legno.
Ma poco dopo il Lupo bussò anche lì:
– Porcellino, porcellino, posso entrare un momentino?
I due capirono subito che si trattava del Lupo Cattivo e risposero in coro:
– Non siamo mica matti! Tu sei il Lupo Cattivo!
Ma il Lupo Cattivo si mise a ridere e, preso un gran respiro, si mise a soffiare così forte che anche la casetta di Tommy, con le assi di legno inchiodate in tutta velocità, volò via…
Timmy e Tommy corsero via a perdifiato e andarono da Gimmy, che li accolse subito.
– Tranquilli fratellini miei, questa è una solida casa di mattoni, e il Lupo non riuscirà a spazzarla via.
Infatti poco dopo arrivò il Lupo Cattivo.
– Porcellino, porcellino, posso entrare un momentino?
– Non siamo mica matti! – risposero i tre in coro.
Ma il Lupo Cattivo si mise a ridere e, preso un gran respiro, si mise a soffiare forte, ma così forte che… non successe nulla.
La casetta di mattoni era ancora lì.
Il lupo allora provò e riprovò, ma niente, neanche uno scricchiolio.
– Entrerò dal camino! – disse, e con un balzo era già sul tetto.
Gimmy capì cosa aveva in mente di fare il Lupo e quindi preparò un gran pentolone di acqua bollente sul fuoco del camino, così quando il Lupo Cattivo si calò giù dal camino finì dritto in pentola!
Il Lupo gridò dal dolore e scappò via su per la canna fumaria del camino con la coda tutta scottata!
Da quel giorno nessuno dei 3 porcellini vide mai più il Lupo Cattivo. Anche Timmy e Tommy decisero di rimboccarsi le maniche e costruire ognuno una bella casa di mattoni proprio accanto a quella di Gimmy, così tutti i giorni potevano suonare e ballare:
🎶 Siam tre piccoli porcellini
siamo tre fratellini.
Mai nessuno ci dividerà
tra-lalla-la-là 🎶
⚜️ Fine della fiaba ⚜️
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E se Babbo natale non può consegnare i regali, cosa succede?
I diavoletti hanno deciso di rapire Babbo Natale per far arrabbiare tutti i bambini del mondo, ma il loro astuto piano non andrà come previsto…
Ispirata al racconto di Frank Baum, già autore de “Il mago di Oz” (che potete leggere anche nella nostra versione di fabulinis) questa fiaba vi terrà compagnia in attesa della magica notte di Natale.
Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Il rapimento di Babbo Natale 🎅😈“!
“Il rapimento di Babbo Natale 🎅😈“
aspetta solo di essere ascoltata! L’audiofiaba te la racconto io!
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Il rapimento di Babbo Natale 🎅😈
Babbo Natale viveva nella Valle Ridente insieme ai suoi cari amici folletti e fate che, dentro alla sua grande casa sempre sommersa dalla neve, fabbricavano i giocattoli da regalare ai bambini.
In tutta la Valle Ridente di Babbo Natale la felicità regnava sovrana.
Tutta questa felicità fa pensare che il caro buon vecchio Babbo Natale, così gentile e
affettuoso, non abbia nemici. E invece non è così!
Rintanati nelle cinque grotte delle montagne intorno alla Valle Ridente, vivono cinque piccoli Diavoletti, a cui Babbo Natale non piaceva per niente.
Ciascun Diavoletto viveva in una grotta tutta sua, e ognuno di loro aveva una caratteristica ben precisa; c’era il Diavoletto dell’Egoismo, il Diavoletto dell’Invidia, il Diavoletto dell’Odio, il Diavoletto dell’Inganno e infine il Diavoletto del Pentimento.
Questi Diavoletti delle caverne, pensando di avere un buon motivo per non amare il caro Babbo Natale, un giorno si riunirono per discutere la questione.
‒ Sono davvero arrabbiato! ‒ disse il Diavoletto dell’Egoismo ‒ Babbo Natale distribuisce così tanti bei regali di Natale a tutti i bambini, che diventano felici e generosi e non ascoltano più i miei consigli egoisti.
‒ Sto avendo lo stesso problema ‒ rispose il Diavoletto dell’Invidia ‒ I più piccoli sono così contenti di Babbo Natale, che in effetti riesco a convincerne pochi a diventare invidiosi.
‒ E questo mi fa infuriare! ‒ dichiarò il Diavoletto dell’Odio ‒ Perché se un bambino non prova egoismo o invidia, non può diventare odioso…‒
‒ E non pensa a ingannare il prossimo… ‒ aggiunse il Diavoletto dell’Inganno.
‒ Se è per quello ‒ disse il Diavoletto del Pentimento ‒ se nessun bambino ha bisogno di voi, figuratevi di me…
‒ E tutto a causa di Babbo Natale! ‒ esclamò il Diavoletto dell’Invidia ‒ Sta semplicemente rovinando il nostro lavoro. Bisogna fare qualcosa subito!
Approvarono tutti queste ultime parole e decisero di cercare di turbare le belle convinzioni di Babbo Natale con le loro cattiverie, per farlo diventare molto meno buono…
Così il giorno dopo, mentre Babbo Natale era impegnato al lavoro, circondato dai suoi piccoli assistenti, il Diavoletto dell’Egoismo gli spuntò vicino ad un orecchio e gli disse:
‒ Questi giocattoli sono meravigliosi! Perché non li tieni per te? È un peccato darli a quei ragazzi che li rompono e li distruggono così in fretta.
‒ E’ una cosa senza senso! ‒ disse Babbo Natale ‒ se riesco a renderli felici anche per un solo giorno all’anno, sono contento.
Il Diavoletto capì che non sarebbe riuscito a far cambiare idea a Babbo Natale e tornò dagli altri dicendo:
‒ Ho fallito, perché Babbo Natale non è affatto egoista.
Il giorno seguente il Diavoletto dell’Invidia fece visita a Babbo Natale e gli disse nell’orecchio:
‒ I negozi di giocattoli sono pieni di giocattoli belli quanto quelli che stai facendo tu. Li vendono per denaro, mentre tu non ottieni nulla per il tuo enorme lavoro.
Ma Babbo Natale si rifiutò di essere invidioso dei negozi di giocattoli.
‒ Il mio lavoro è fatto di amore e gentilezza, mi vergognerei di ricevere denaro per i miei piccoli doni. E poi io faccio i regali una volta sola l’anno, ma durante tutto l’anno i bambini devono divertirsi in qualche modo. I negozi di giocattoli sono in grado di portare molta felicità ai miei piccoli amici. Mi piacciono i negozi di giocattoli e sono felice di vederli prosperare.
Il Diavoletto dell’Invidia andò via sconsolato. Così il giorno dopo il Diavoletto dell’Odio entrò nell’affollata officina e disse all’orecchio di Babbo Natale:
‒ Nel mondo ci sono molte persone che non credono in Babbo Natale! Dovresti odiarle da tanto sono cattive!
‒ Ma io non li odio! ‒ esclamò positivamente Babbo Natale ‒ Queste persone non mi fanno nessun male, semplicemente rendono infelici se stesse e i loro figli. Preferirei di gran lunga aiutarle in qualche modo piuttosto che ferirle.
I Diavoletti capirono che, cercando di instillare sentimenti cattivi in Babbo Natale, non avrebbero ottenuto nulla. Così abbandonarono le parole dolci e decisero di usare la forza.
Era risaputo che Babbo Natale, finchè si trovava nella Valle Ridente, era ben protetto dalle fate e dagli elfi. Ma alla vigilia di Natale guidava le sue renne nel grande mondo, portando una slitta carica di regali per i bambini. Era questo il momento migliore per colpirlo. Così i Diavoletti prepararono i loro piani e aspettarono l’arrivo della vigilia di Natale.
La luna splendeva grande e bianca nel cielo, e la neve giaceva fresca e scintillante sul terreno, mentre Babbo Natale si allontanava a tutta velocità dalla Valle Ridente per andare nel grande mondo.
Assieme a lui erano partiti quattro fedeli aiutanti elfi, che stavano seduti sotto il sedile di guida, felici ed emozionati.
Babbo Natale rideva, fischiava e cantava per la gioia. Perché in tutta la sua vita allegra questo era il giorno dell’anno in cui era più felice, il giorno in cui con amore donava i tesori della sua bottega ai bambini.
Improvvisamente, però, accadde una cosa strana: una fune schizzò al chiaro di luna, un grosso cappio si posò sulle braccia e sul corpo di Babbo Natale e si strinse, legandolo stretto. Prima che potesse resistere o anche solo gridare, fu strattonato via dal sedile della slitta e ruzzolò con la testa in avanti in un cumulo di neve.
Le renne che trainavano la slitta non si accorsero di nulla e continuarono il loro viaggio, allontanandosi velocemente. Neppure gli elfi si accorsero di nulla, da sotto il sedile non potevano vedere cosa fosse successo.
I Diavoletti tirarono fuori Babbo Natale dal cumulo di neve e lo legarono per bene, per portarlo nelle loro grotte nascoste sulla montagna
‒ Ah, ah, ah! ‒ risero i Diavoletti con gioia crudele ‒ Cosa faranno adesso i bambini? Come piangeranno e si arrabbieranno quando scopriranno che non ci sono giocattoli sotto i loro alberi di Natale! Vedrai come esploderà in loro l’egoismo, l’invidia, l’odio e l’inganno!
Intanto i piccoli elfi sistemati sotto il sedile di guida iniziarono a sentire la mancanza della voce allegra di Babbo Natale, e siccome lui cantava o fischiava sempre durante tutti i suoi viaggi, il silenzio faceva intendere che qualcosa non andava.
Sporsero la testa da sotto il sedile e videro che Babbo Natale era sparito, nessuno stava guidando il volo delle renne.
Il più vicino alle briglie le prese in mano e gridò alle renne di fermarsi.
‒ Che cosa facciamo adesso? ‒ chiese uno di loro.
‒ Dobbiamo tornare subito indietro e trovare Babbo Natale ‒ disse il secondo con molta determinazione.
‒ No, no! ‒ esclamò il terzo ‒ Se ci fermiamo a cercarlo o torniamo indietro, non ci sarà tempo per portare i giocattoli ai bambini prima dell’alba, e questo addolorerebbe Babbo Natale più di ogni altra cosa.
‒ Hai ragione, dobbiamo prima compiere la nostra missione, poi cercheremo Babbo Natale! ‒ concluse l’ultimo.
Così presero le redini della slitta e ripartirono a tutta velocità per consegnare i regali a tutti i bambini del mondo.
Ma gli elfi non conoscevano bene i bambini quanto Babbo Natale. Quindi non c’è da meravigliarsi che abbiano commesso alcuni piccoli errori.
Ad una bambina che voleva una bambola consegnarono un un tamburo. Mentre un bambino che voleva degli stivali di gomma nuovi per giocare all’aperto, ricevette una scatola da cucito piena di fili colorati e aghi.
Se avessero fatto molti di questi errori, i Diavoletti avrebbero realizzato il loro malvagio scopo e reso infelici i bambini. Ma i piccoli amici di Babbo Natale si impegnarono moltissimo, cercando di concentrarsi su quello che Babbo Natale in persona avrebbe fatto, e commisero meno errori di quanto ci si potesse aspettare in circostanze così insolite.
Lavorando il più rapidamente possibile, riuscirono a distribuire tutti i regali e a tornare nella Valle Ridente. Dopo aver messo le renne e la slitta nella stalla, il piccolo popolo degli elfi e delle fate cominciò a chiedersi come avrebbe potuto salvare Babbo Natale. Tutti si resero conto che la prima cosa da fare era scoprire cosa gli fosse successo e dove si trovasse.
Tutte le fate cominciarono a sorvolare la Valle Ridente e i suoi confini, finché una di loro non notò un andirivieni strano tra le caverne dei piccoli Diavoletti. Si intrufolò in una grotta senza farsi vedere e scoprì… Babbo Natale legato come un salame! Subito tornò indietro a riferire quanto aveva visto.
Babbo Natale per tutta la notte appena trascorsa non era stato per niente allegro. Sebbene avesse fiducia nel buon cuore dei suoi piccoli amici bambini, non poteva non essere preoccupato per la delusione che una notte di Natale senza regali avrebbe portato loro.
I Diavoletti, che lo sorvegliavano a turno uno dopo l’altro, non mancavano di prenderlo in giro, e all’alba del giorno di Natale, il Diavoletto dell’Inganno gli disse:
‒ I bambini si stanno svegliando Babbo Natale! E non stanno trovando regali sotto l’albero! Vedrai come verranno a cercarci tutti i bambini arrabbiati!
Ma Babbo Natale lo guardò senza dire nulla. Vedendo che Babbo Natale non avrebbe risposto ai suoi scherni il Diavoletto dell’Inganno se ne andò e chiamò il Diavoletto del Pentimento a prendere il suo posto.
Quest’ultimo Diavoletto non era così sgradevole come gli altri. A volte era gentile, e la sua voce aveva un tono dolce e cortese.
‒ Buongiorno Babbo Natale ‒ disse ‒ ormai è mattina e la notte di Natale è andata. Non potrai più far visita ai bambini per tutto un intero anno.
‒ Vero ‒ rispose Babbo Natale quasi allegramente ‒ La vigilia di Natale è passata, e per la prima volta in molti secoli non ho portato i regali ai bambini.
‒ I piccoli saranno molto delusi ‒ mormorò il Diavoletto del Pentimento, quasi con rammarico ‒ È probabile che il loro dolore renda i bambini egoisti, arrabbiati, invidiosi e pieni di odio, e verranno a cercare noi Diavoletti. Poi forse qualcuno verrà anche da me, ma sai sono poche le persone che si pentono per davvero…
‒ Ma tu non ti penti mai? ‒ chiese Babbo Natale, curioso.
‒ Oh, sì, a volte capita ‒ rispose il Diavoletto ‒ Anche adesso mi pento di aver contribuito alla tua cattura. Naturalmente è troppo tardi per rimediare al male che ti abbiamo fatto; ma il pentimento, sai, può venire solo dopo un pensiero o un’azione cattiva, perché all’inizio non c’è niente di cui pentirsi.
‒ Ho capito ‒ disse Babbo Natale ‒ se non si fa del male, nessuno viene mai a cercarti per parlare con te. Sei sempre tanto solo…
‒ Vero… ‒ rispose il Diavoletto pensieroso ‒ tu però sei qui con me e mi stai parlando senza odio o rancore perchè non hai fatto alcun male… è la prima volta che succede… per dimostrarti che mi pento sinceramente ti permetterò di scappare.
Questo discorso sorprese molto Babbo Natale, finché non rifletté che era proprio quello che ci si poteva aspettare dal Diavoletto del Pentimento. Il tipo si diede subito da fare per sciogliere i nodi che legavano Babbo Natale quindi gli fece strada attraverso un lungo tunnel finché entrambi emersero dalla Grotta del Pentimento.
‒ Spero che mi perdonerai ‒ disse il Diavoletto ‒ Non sono un cattivo ragazzo e credo che pentirsi ogni tanto faccia molto bene alle persone.
Babbo Natale annusò l’aria fresca con gratitudine.
‒ Non porto rancore ‒ disse con voce gentile ‒ e sono sicuro che il mondo sarebbe un posto molto triste senza di te. Quindi buon Natale a te!”
Con queste parole uscì per salutare il luminoso mattino, e un attimo dopo stava fischiettando verso la sua casa nella Valle Ridente.
A camminargli incontro sulla neve c’era una colonna di elfi circondati dalle fate, partiti per salvare Babbo Natale dalle grinfie dei Diavoletti.
Non appena lo videro gli corsero incontro e iniziarono a ballare e danzare di gioia
‒ È inutile dare la caccia ai Diavoletti ‒ disse Babbo Natale ‒ Saranno pure fastidiosi, ma hanno anche loro un compito in questo mondo, e non si possono togliere di mezzo…
Gli elfi raccontarono a Babbo Natale di come avevano distribuito i giocattoli. Raccontarono anche dei piccoli errori che erano stati commessi.
Babbo Natale si mise a ridere sonoramente, poi li abbracciò tutti ringraziandoli per il grande lavoro fatto, ordinando prontamente di andare a sostituire o aggiungere regali là dove ce ne fosse stato bisogno. Così che anche quei pochi bimbi delusi dal regalo sbagliato, diventarono felici.
Per quanto riguarda i Diavoletti delle Caverne, si riempirono di rabbia e dispiacere quando scoprirono che la loro astuta cattura di Babbo Natale non era servita a nulla per colpa degli elfi.
In effetti, nessuno in quel giorno di Natale sembrava essere diventato egoista, invidioso o pieno di odio.
Fu così che i Diavoletti delle caverne non tentarono mai più di interferire con la consegna dei regali di Babbo Natale, ma si limitarono a brontolare mentre guardavano i bambini di tutto il mondo diventare molto felici nel giorno di Natale.
️ Fine della fiaba ⚜️
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Sicuri che valga veramente la pena litigare con una persona e rischiare di perderla anche se le si vuole veramente bene…?
“L’arrivo dei Magi” è una fiaba creata ispirandoci al racconto di O. Henry “Il dono dei Magi” ed è ambientata nel periodo dell’epifania e della festa della Befana.
Spiega ai bambini come la generosità venga sempre premiata, ed é un racconto con un po’ di nostalgica magia da raccontare ai nostri bambini durante tutto il periodo delle feste natalizie.
Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “L’arrivo dei Magi 🎁“!
“L’arrivo dei Magi 🎁“
aspetta solo di essere ascoltata! L’audiofiaba te la racconto io!
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L’arrivo dei Magi 🎁
Era il giorno prima dell’arrivo dei Magi, i grandi saggi che venivano da oriente a portare i doni ai bambini, e in paese si stavano facendo i preparativi per le feste.
In questo piccolo paesino vivevano due fratellini, Delia e Gioele, che si volevano tanto bene e stavano sempre insieme.
Ma anche loro, come tutti i fratellini, ogni tanto bisticciavano, e a volte si facevano dei dispetti veramente tremendi.
E quel giorno Delia e Gioele litigarono furiosamente. I due si azzuffarono talmente tanto che quando la mamma li divise, li sgridò così sonoramente che Delia e Gioele piansero tantissimo.
– Se non fate subito la pace i Magi penseranno che siete due bambini cattivi, e saranno veramente dispiaciuti! – disse loro la mamma.
Ma Delia e Gioele non volevano ascoltarla. Ognuno di loro pensava di aver ragione e non avrebbe mai chiesto scusa all’altro.
Così la mamma li mise in castigo, a riflettere sul loro comportamento.
Delia stringeva forte la sua bambola, era il suo giocattolo preferito e non la lasciava mai.
Gioele stringeva forte il suo inseparabile trenino di legno, che trascinava col cordino per tutta la casa.
Dopo un po’ la mamma tornò e chiese:
– Avete riflettuto bene sulla vostra condotta?
– Sì… – risposero i due con un tono non molto convinto.
– Fate la pace?
– Sì… – sempre con lo stesso tono.
– Allora datevi un bell’abbraccio e fate pace.
Delia e Gioele si avvicinarono lentamente, si diedero un abbraccio velocissimo e poi si allontanarono sempre col broncio.
La mamma, che aveva notato questo finto abbraccio di pace, li riprese:
– Bimbi miei, ricordatevi che i Magi sanno leggere nel vostro cuore, e se le vostre scuse non sono sincere loro lo sapranno, e ne saranno veramente dispiaciuti!
Delia e Gioele furono molto colpiti da queste parole.
I Magi venivano una volta sola l’anno, e per i bambini avevano sempre dei bei regali, ma sapevano anche che ai bambini monelli portavano solo del carbone…
I due si guardarono di nuovo negli occhi, ma l’orgoglio ferito bruciava ancora troppo, e corsero via nelle rispettive camerette.
Le parole della mamma continuavano a ronzare nelle loro teste. In fin dei conti Delia e Gioele si volevano veramente un gran bene, e iniziavano a sentirsi veramente dispiaciuti per come si erano comportati.
Delia teneva in mano un disegno che Gioele le aveva fatto e a cui era tanto affezionata. Più lo guardava e più si sentiva in colpa per quello che era successo.
Decise che doveva andare a scusarsi. Lasciò andare il disegno, che scivolò per terra, e in punta di piedi andò verso la cameretta di Gioele.
Gioele stava per fare la stessa cosa, ma mentre infilava una delle ciabatte inciampò e cadde per terra. Guardando furioso la ciabatta disse:
– Cattiva!
Ma Delia era lì sulla porta e, sentendo quelle parole, credette che Gioele fosse ancora arrabbiato con lei. Perciò corse via.
– Gioele è davvero arrabbiato con me, devo farmi perdonare ad ogni costo! – si disse la bimba con le lacrime agli occhi, mentre stringeva a sé la sua amata bambola.
Gioele sentì correre, capì che era Delia, e quando uscì in corridoio vide la sua cameretta vuota col disegno per terra.
– Delia non avrebbe mai buttato a terra il mio disegno se non fosse veramente arrabbiata con me… devo assolutamente farmi perdonare! – si disse Gioele, mentre tirando il suo trenino di legno correva a vedere dove fosse andata Delia. Ma di lei in casa non c’era più nessuna traccia…
Delia era uscita. Per le vie del paese c’erano tante bancarelle, piene di cose bellissime: dolci, vestiti, leccornie e chi più ne ha più ne metta.
– Per farmi perdonare da Gioele potrei fargli un super regalo… – pensò Delia.
Cammina cammina, Delia arrivò alla bancarella di un rigattiere, che tra le altre cose aveva un sacco di giocattoli usati ma ancora tenuti bene.
Delia si avvicinò e tra tutte le cose notò una piccola stazioncina ferroviaria in legno, che sarebbe stata benissimo col trenino di Gioele.
Delia guardò il rigattiere e indicò la stazioncina di legno.
– Sono venti soldini piccola mia – disse il rigattiere.
Ma Delia venti soldini non li aveva… l’unica cosa che aveva era la sua amata bambola, e la porse al rigattiere.
L’uomo fu molto colpito da quel gesto.
– Vuoi fare a cambio con la stazioncina?
Delia fece di sì con la testa.
Il rigattiere prese la bambola e diede la stazioncina alla bimba, che dando un ultimo sguardo alla sua amata bambola, corse via.
Il rigattiere, ancora stupito per quel gesto, guardò la bambola, e poi la mise sotto il suo banchetto, in modo che non si potesse vedere.
Anche Gioele era uscito in cerca di un regalo da fare a Delia per farsi perdonare, e anche lui capitò alla bancarella del rigattiere.
Vide tra tutti i giocattoli una bella culla per le bambole. Lì dentro Delia avrebbe potuto mettere la sua e giocare tutta felice.
Gioele guardò il rigattiere e indicò la culla.
– Sono venti soldini piccolo mio – disse il rigattiere.
Ma Gioele venti soldini non li aveva… l’unica cosa che aveva era il suo trenino, e lo porse al rigattiere.
– Vuoi fare a cambio con la culla?
Gioele fece di sì con la testa.
Il rigattiere prese il trenino e diede la culla al bimbo, che dando un ultimo sguardo al suo amato giocattolo, corse via urtando una signora che passava.
– Gioele! Attento a dove corri! – lo sgridò la signora, ma Gioele ormai era lontano per sentirla.
– Conosce quel bambino signora? – chiese il rigattiere.
– Si, è il figlio di una mia cara amica…
Il rigattiere annuì, e ripose il trenino sotto il suo banchetto, proprio accanto alla bambola di Delia.
Quando Gioele tornò a casa c’era Delia ad aspettarlo, aveva le mani dietro la schiena e sembrava molto emozionata.
Gioele non vedeva l’ora di fare pace con la sorellina ed era così emozionato che inciampò e cadde a terra insieme alla culla.
Delia gli corse incontro – ti sei fatto male?
– No no… tutto a posto – e prendendo la culla da terra gliela porse – tieni Delia, questa è per la tua bambola… scusami tanto per prima… mi perdoni?
Delia guardò la culla dove avrebbe potuto mettere la sua bambola, poi prese la stazioncina e la porse a Gioele.
– Perdonami tu fratellino, anche a me dispiace tanto per prima… ma dov’è il tuo trenino?
Gioele, mentre rimirava la stazioncina in legno, le disse:
– L’ho scambiato per la culla… ma dov’è la tua bambola?
Delia indicò la stazioncina e Gioele capì.
I due si abbracciarono forte forte piangendo di gioia e si promisero che non avrebbero mai più litigato, non ricordavano nemmeno il motivo…
Avevano sacrificato entrambi la cosa più preziosa che avevano per far felice l’altro, e i Magi sarebbero stati fieri di loro.
Delia e Gioele andarono a nanna felici, stringendo forte forte i loro nuovi giocattoli, e fecero sogni bellissimi.
Al mattino la mamma li svegliò di buon’ora – Delia, Gioele, sveglia che è pronta la colazione!
I due corsero in cucina dove li aspettava la mamma che subito chiese loro:
– Ma come mai questa notte avete lasciato la bambola e il trenino fuori dalla porta di casa a prendere il freddo?
Delia e Gioele si guardarono stupiti, i Magi erano passati per davvero a dare i regali, e che regali! Avevano riportato i loro amati giocattoli!
Per Delia e Gioele fu uno dei giorni più felici della loro vita, e da quel momento non smisero mai più di volersi bene.
⚜️ Fine della fiaba ⚜️
🎨 Scarica il disegno da colorare di “L’arrivo dei Magi 🎁“!
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E se la paura fosse solo l’inizio di una grande avventura?
Due amici inseparabili, Marco e Stefano, si lanciano frecce a ventosa tra gli alberi, ignari che il loro gioco sta per trasformarsi in qualcosa di molto più emozionante… e un po’ spaventoso.
Un improvviso rumore rompe la quiete del boschetto, qualcosa si muove tra i cespugli, qualcosa di grosso… o forse no?
Scopriamo come un semplice pomeriggio di giochi può trasformarsi in un’avventura indimenticabile con una lezione importante da imparare, grazie a questa fiaba ispirata alla tradizione popolare della Grecia (esiste pure una favola di Esopo molto simile).
Alla fine del racconto troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “L’amico fifone 😱“!
Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da William!
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L’amico fifone 😱
Marco e Stefano erano amici inseparabili, e quel giorno erano andati nel boschetto dietro casa a giocare a fare gli indiani.
Avevano entrambi in mano il loro arco di legno e sulle spalle portavano la faretra con dentro le frecce dalla punta a ventosa.
Marco prese una freccia e la tirò contro un grande albero, ma non prese bene la mira e mancò il bersaglio.
– Guarda qua, ti faccio vedere io come si tirano le frecce! – lo prese in giro Stefano, che prese la mira, tese l’arco e scoccò la freccia. Ma anche Stefano mancò il bersaglio.
Marco si mise a ridere e Stefano, arrabbiatissimo, continuò a lanciare frecce finché non riuscì a prendere il tronco dell’albero.
– Visto che ci sono riuscito! – disse Stefano facendo la linguaccia a Marco.
Marco continuava a ridere e i due presero a rincorrersi per il bosco cercando di lanciarsi le frecce addosso.
Quando, ad un tratto, sentirono un forte rumore provenire da dietro un grande cespuglio.
Marco e Stefano si fermarono ad ascoltare, e d’istinto presero entrambi l’arco e tesero le frecce in direzione del cespuglio.
Un istante dopo, dal cespuglio spuntò il faccione di un orso!
Stefano dalla paura scoccò la freccia che, neanche farlo apposta, finì dritta dritta sul naso dell’orso, e poi scappò a gambe levate lasciando Marco da solo di fronte all’orso.
L’orso, si guardò la punta del naso a cui si era attaccata la freccia con la ventosa, poi guardò l’incolpevole Marco aggrottando le sopracciglia.
Intanto Stefano con un balzo si era rifugiato sopra il ramo di un alberello, su cui purtroppo non c’era posto anche per Marco.
Marco guardò l’amico e cercò anche lui un albero su cui potersi rifugiare, ma niente, erano tutti alberi grandi e grossi e i rami erano troppo alti per lui.
Non aveva scampo, doveva ingegnarsi in un altro modo, e così gli venne un’idea:
– Mi fingerò morto così non mi attaccherà – si disse, e si buttò a terra chiudendo gli occhi e trattenendo il respiro.
L’orso incuriosito dalla scena uscì dal cespuglio, si tirò via dal naso la freccia e andò verso Marco.
L’orso non era poi così grande, anzi, era abbastanza piccolino perché in realtà si trattava di un cucciolo!
Avanzò verso Marco, ed iniziò ad annusarlo, prima i piedi, poi le mani ed infine il viso. Marco cercava di trattenere il fiato meglio che poteva.
L’orsetto gli annusò per bene il volto, poi il naso, le orecchie e poi… gli diede una gran leccata, e tutto soddisfatto se ne andò via.
Marco finalmente riuscì a prendere aria e fece un gran sospiro di sollievo. Intanto arrivò Stefano che aveva visto tutta la scena dall’albero ed era appena sceso.
– Come stai Marco, tutto bene?
– Sì sì, tutto bene… – disse Marco pulendosi i vestiti mentre si rialzava.
– Bella l’idea di fingerti morto, così l’orsetto se ne è andato via!
– Già…
– E dimmi, ho visto che l’orso ti ha sussurrato qualcosa all’orecchio, cosa ti ha detto?
Marco guardò Stefano e sorrise:
– Beh, mi ha detto di giocare con degli amici meno fifoni la prossima volta!
I due bambini scoppiarono a ridere: Stefano era stato davvero fifone! Ma si volevano bene e continuarono a giocare insieme.
⚜️ Fine della fiaba ⚜️
🎨 Scarica il disegno da colorare di “L’amico fifone 😱“!
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Ma se rubano le mele dall’albero nel giardino di Adele, come può la sua mamma farle la torta di mele?
Nel giardino di Adele c’è un bellissimo albero magico che ogni giorno si riempie di deliziose mele.
I suoi amici salgono sull’albero e se ne riempiono le tasche lasciando ogni giorno l’albero completamente spoglio, e Adele triste perchè non potrà avere la sua amata torta con le mele…
Riusciranno gli amici di Adele a capire che bisogna rispettare le cose degli altri e non essere troppo ingordi?
Una simpatica fiaba ispirata da un racconto popolare delle Marche: “le pere di Pirro”.
Alla fine del racconto troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Adele e l’albero di mele 🍎“!
Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da William!
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Adele e l’albero di mele 🍎
C’era una volta un bellissimo melo, che faceva bella mostra di sé nel giardino di Adele, una bimba simpatica e piena di vita.
Ad agosto, quando le mele erano belle mature e pronte da cogliere, tutti i bimbi del paese facevano a gara ad arrampicarsi sul melo per farne una scorpacciata.
L’albero di mele per fortuna era fatato, e le sue mele ricrescevano veloci dal mattino alla sera, in continuazione.
La mamma di Adele era ben contenta che i bimbi mangiassero così tanta frutta, e li faceva entrare volentieri nel giardino.
Il problema era che, essendo le mele così buone, i bambini oltre a mangiarle, ne portavano via sacchi interi!
Così che, alla sera, non ne restava nemmeno una per farci la torta…
Adele ci rimaneva sempre male, perché desiderava tanto mangiare la torta di mele della sua mamma, ma sua mamma non se la sentiva di impedire ai bambini di prendere le mele dal loro giardino.
Cosa potevano fare?
Per fortuna quel giorno passava di lì Greta, la zia di Adele, che in realtà era una strega, ma Adele siccome era ancora piccolina, non lo sapeva!
La zia Greta, vedendo Adele così triste, le chiese cosa non andava, e la piccola le rispose che voleva tanto una torta di mele fatta dalla mamma, ma a fine giornata non c’erano mai abbastanza mele per prepararla.
Greta parlò con la mamma, e insieme decisero che era ora di dare una regolata a tutti questi bimbi ingordi.
Così la zia di Adele prese a passeggiare attorno all’albero di mele, in quel momento sopra i rami non c’era nessuno.
Greta confabulava tra sé e sé con parole strane e magiche, dopo di che toccò l’albero e sorrise tutta soddisfatta!
Prese poi un cartello e ci scrisse sopra, “Mangia quante mele vuoi, ma non portarne via più che puoi!” e lo appese davanti al melo.
– Vedrai che già da stasera la mamma avrà tutte le mele necessarie per fare la torta! disse la zia Greta ad Adele.
Proprio in quel momento arrivò nel giardino un bambino che Adele conosceva bene, Lucio.
– Ciao Adele, salgo su a prender un po’ di mele! – gridò il ragazzo mentre con un balzo saliva sul ramo del melo, senza nemmeno badare al cartello.
– Ciao Lucio… – rispose Adele che avrebbe tanto voluto anche lei salire sul melo, ma era ancora troppo piccolina per riuscirci.
Lucio iniziò a mangiare una mela, poi, non visto si riempì le tasche della giacchetta e dei pantaloni. Alla fine, non sapendo più dove metterne, decise di scendere e tornare a casa.
Ma mentre cercava di scendere successe una cosa strana: Lucio rimase completamente appiccicato al tronco dell’albero!
– Aiuto, aiuto! – cominciò a gridare Lucio – son rimasto appiccicato al tronco del melo!
Adele, sua zia e la mamma accorsero.
– Ragazzo mio, quante mele hai mangiato? – chiese Greta.
– Una soltanto! – rispose Lucio.
– E quante mele hai nelle tasche? – continuò Greta sorridendo.
Lucio rimase in silenzio, aveva capito che non era giusto approfittarsene, così una ad una tirò fuori di tasca tutte le mele e le diede in mano alla mamma di Adele.
Come per magia Lucio si staccò dall’appiccicoso melo e la mamma di Adele gli mise in mano una delle mele sorridendo.
– Tieni, sei stato bravo, te la meriti.
Lucio ringraziò tutto contento, salutò Adele e corse a casa.
Subito dopo arrivarono altri due ragazzi, che riempiendosi le tasche di mele, fecero la stessa fine di Lucio, appiccicati al tronco del melo.
– Ma il cartello non lo avete letto? – li rimproverò Greta.
I due scossero la testa, svuotarono le tasche e finalmente furono liberi di tornare a casa con un’altra mela in mano.
E così fu per tutti gli altri ragazzi del paese.
A fine giornata il melo era nuovamente senza un solo frutto attaccato ai rami, ma siccome tutti i ragazzi avevano restituito le mele prese in eccesso, adesso Adele si ritrovava con tante di quelle mele che la sua mamma di torte poteva prepararne addirittura dieci!
In men che non si dica nel paese si sparse la voce che dal melo fatato si potevano prendere solo le mele di cui si aveva veramente bisogno.
In questo modo tutti i bimbi e ragazzi dovevano venire più spesso nel giardino di Adele, e così lei si ritrovava sempre con un sacco di amici con cui giocare.
Ma, soprattutto, da quando la sua mamma la sera poteva cogliere le mele di cui aveva bisogno, ogni giorno a merenda c’era sempre torta di mele per tutti!
E Adele e tutti i bimbi erano felici.
️ Fine della fiaba ⚜️
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Ti è mai capitato di percorrere un sentiero che sembra non portare mai a destinazione?
In Il sentiero ‘torna indietro’, Lino dovrà affrontare una missione straordinaria: salvare suo fratello Dino, trasformato in sasso da una misteriosa strega camuffata da rana.
Questa fiaba racconta il viaggio di un bambino timido che scopre dentro di sé una forza insospettata. Riuscirà a vincere le sue paure senza mai guardarsi alle spalle?
Una fiaba ispirata da alcuni racconti popolari greci e del medio oriente, per sognare a occhi aperti e ricordare che a volte, per crescere, basta solo credere in se stessi!
Alla fine del racconto troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Il sentiero ‘torna indietro’ 🐸“!
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Il sentiero ‘torna indietro’ 🐸
Adele, Lino e Dino giocavano vicino ad uno stagno.
Lino e Dino erano fratelli gemelli, ma avevano due caratteri completamente diversi. Lino era introverso e tranquillo, Dino era un chiacchierone sempre a caccia di guai.
Adele li conosceva perché erano suoi compagni di classe a scuola, e quel pomeriggio avevano deciso di fare un giretto tutti assieme.
Quindi, corri di qui, corri di là, arrivarono fino allo stagno che c’era appena prima del bosco.
Mamma e papà avevano detto loro di stare attenti a quel boschetto, perché era fatato, e chi ci entrava finiva sempre per cacciarsi in strane situazioni.
Iniziarono a giocare e a lanciare sassi nello stagno per vedere le onde che si formavano sull’acqua. Adele e Lino si divertivano un mondo, ma Dino dopo poco già si era stancato e voleva trovare qualcosa di più interessante da fare.
Si guardò intorno e vide, sopra la foglia di una ninfea, una grossa rana. Ma non era una delle solite rane: era molto più bella ed aveva uno strano ciuffetto rosso sulla testa.
Dino cominciò a tirarle addosso dei sassolini. La rana, che all’inizio saltava di qua e di là per schivare i sassolini, iniziò ad infastidirsi e schizzò dell’acqua verso Dino, che invece si divertiva sempre di più.
Alla fine Dino riuscì a colpirla in testa con un sassolino e si sentì dire:
– Ahi! Smettila di tirarmi sassi, o trasformo te in un sasso!
Dino, che non credeva alle sue orecchie, invece di smetterla, iniziò a lanciare sassolini con maggior foga.
Adele e Lino, sentendo il gran ridere di Dino, corsero verso di lui.
Dino riuscì a colpire di nuovo la rana con un sassolino, ma proprio in quel momento la rana si infuriò.
– Basta! Ne ho avuto abbastanza! Bimbo gradasso, trasformati in un sasso!
E “PUFF!” Dino si trasformò in un gran bel sasso grigio, con striature bianche.
Adele e Lino non credevano ai loro occhi.
– E che ti serva da lezione! – disse la rana che adesso guardava Adele e Lino con aria soddisfatta.
– Lo perdoni signora rana – disse Lino che già stava per piangere – è un combina guai, ma è un bravo fratello!
– Di questo sono sicura, ma se vuoi che tuo fratello riprenda il suo aspetto, devi prendere il sentiero del bosco che porta dalla fata Dorina. Lei sa come farlo tornare come prima. Ma stai attento, perché quello è un sentiero fatato: ogni volta che girerai la testa per guardare indietro, tornerai al punto di partenza!
La rana quindi fece tre balzi e sparì dietro un grosso cespuglio, dove riprese le sue sembianze di Strega.
La rana, infatti, era la strega Greta, zia di Adele (Adele però non sapeva ancora di avere una zia strega), che aveva deciso di dare una piccola lezione a quel monello di Dino e infondere maggiore coraggio a Lino.
Lino fece un gran sospiro, prese coraggio e iniziò a camminare per il sentiero che portava dalla fata Dorina.
– Stai attento Lino! – gli gridò Adele.
Lino si girò per dirle che sarebbe stato attento, ma come per magia si ritrovò al punto di partenza accanto ad Adele…
Lino riprese il sentiero, e poco dopo vide uno scoiattolo che gli corse tra le gambe. Lui si girò e… “PUFF!” si ritrovò di nuovo accanto ad Adele.
La cosa andò avanti così per almeno una decina di volte. Lino partiva, stava via alcuni minuti, e poi Adele lo vedeva ricomparire sempre lì, accanto a lei e al suo fratello Dino-sasso.
Adele, per la noia, si era seduta sulla riva dello stagno a guardare le libellule.
– Non è colpa mia! – le disse Lino dopo l’ennesima volta che con un “PUFF!” le ricompariva accanto – è che ad ogni minimo rumore io mi distraggo e guardo sempre indietro!
Ad Adele venne in mente un’idea.
– Adesso ti tappo le orecchie con questi fazzolettini di carta, vedrai che così non sentirai più rumori e non sarai distratto.
– Grande idea Adele! – Lino si tappò le orecchie e ripartì più determinato di prima.
Cammina cammina, era ormai nel fitto bosco, dove tutti gli strani rumori di animali e uccelli erano più forti. Ma lui li sentiva appena, e riusciva ad andare avanti senza girarsi. Così, finalmente, arrivò ad una piccola casetta con una porta piccola piccola: era la casetta di fata Dorina.
Lino si tolse i tappi dalle orecchie e bussò.
– Chi è? – chiese la fata andando ad aprire la porta.
– Mi chiamo Lino, mio fratello Dino è stato trasformato in sasso da una rana e solo lei può aiutarmi!
Alla fata sembrò strano che una rana potesse trasformare in sasso i bambini, e intuì che forse era stato uno scherzetto della strega Greta, sua amica… Prese quindi un vasetto, ci versò dentro del liquido verde e lo diede a Lino.
– Tieni ragazzo, versa questa pozione magica sul sasso e vedrai che tuo fratello tornerà in un batter d’occhio quello di prima.
– Grazie mille signora fata! – disse Lino. Prese il vasetto e corse più veloce che poteva verso lo stagno. Ormai i rumori strani e a volte paurosi del bosco fatato gli facevano poca paura.
Finalmente era arrivato da Adele, aprì il vasetto, versò il liquido verde sul sasso e “PUFF!” Dino era di nuovo quello di prima, solo ricoperto dal verde gelatinoso della pozione magica.
– Bleah! – disse schifato Dino, ma poi, ripulitosi un pochino, corse ad abbracciare e ringraziare il fratello per averlo tirato fuori da quel guaio.
I tre bambini tornarono così a giocare assieme, e dal bordo dello stagno una rana dal ciuffo rosso li guardava tutta contenta.
⚜️ Fine della fiaba ⚜️
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