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Alice nel Paese delle Meraviglie 🐇🕓🎩🐱🧡

CAPITOLO 9 – Chi ha rubato la torta?

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare di Alice nel Paese delle Meraviglie!

CAPITOLO 9 – Chi ha rubato la torta?.


– Non puoi immaginare quanto sia felice di rivederti mia cara! – disse la Duchessa mentre prendeva affettuosamente il braccio di Alice.
Alice fu molto contenta di trovarla di buon umore, ma non le piaceva molto che la Duchessa le stesse così vicino, anche perchè le appoggiava il mento sulla spalla.

Poi Alice alzò lo sguardo e davanti a loro c’era la regina, con le braccia conserte, accigliata come un temporale.
– Una bella giornata, Maestà! – cominciò la Duchessa con voce bassa e debole.
– Ora vi avverto – gridò la Regina, battendo i piedi per terra mentre parlava – o tu o la tua testa dovete sparire, e in men che non si dica! Scegli!

La Duchessa fece la sua scelta e se ne andò via in un attimo.
– Continuiamo con il gioco – disse la Regina ad Alice, che era troppo spaventata per controbattere e la seguì lentamente fino al campo da croquet.

Per tutto il tempo in cui giocarono, la Regina non smise mai di litigare con gli altri giocatori e di gridare “Tagliagli la testa!”.
I condannati furono presi in custodia dai soldati, i quali ovviamente dovettero smettere di fare gli archi, così che dopo circa mezz’ora non rimasero più archi, e tutti, tranne il re, la regina ed Alice, erano in custodia e condannati a morte.

Allora la Regina si interruppe e disse ad Alice:
– Sei pronta per il Processo?
– Che processo è?! – chiese Alice
– Vieni, tra poco dobbiamo iniziare – disse la Regina.

Mentre si allontanavano insieme, Alice sentì il Re dire a bassa voce, alla compagnia in generale: “Siete tutti perdonati”.

La Regina accompagnò Alice al tribunale, e poi sparì.
Non passarono due minuti che si sentì urlare: “Il processo abbia inizio!”
Alice si girò e vide il Re e la Regina di Cuori seduti sul loro trono, circondati da una grande folla.

Il Fante stava davanti a loro in catene, con un soldato su ciascun lato per proteggerlo, accanto al re c’era il Bianconiglio, con una tromba in una mano e un rotolo di pergamena nell’altra.

Proprio al centro della corte c’era un tavolo, con sopra un grande piatto di crostate: sembravano così buone, che ad Alice venne fame nel guardarle.

Il Bianconiglio gridò: – Silenzio in tribunale! – e il Re si mise gli occhiali e si guardò intorno ansiosamente per vedere chi parlava.

– Araldo, leggi l’accusa! – disse il re.
Il Bianconiglio suonò tre squilli di tromba, poi srotolò il rotolo di pergamena e lesse quanto segue:

“La Regina di Cuori ha preparato le crostate
In un bel giorno d’estate,
Il Fante di Cuori ha rubato le crostate
E tutte le ha mangiate!”

– Date il vostro verdetto – disse il Re alla giuria.
– Non ancora, non ancora! – lo interruppe frettolosamente il Bianconiglio. – C’è ancora molto da fare prima!

– Chiama il primo testimone – disse il Re.
Il Coniglio suonò tre squilli di tromba e gridò – Primo testimone!

Il primo testimone fu il Cappellaio Matto, entrò con una tazza di tè in una mano e un pezzo di pane e burro nell’altra.
– Toglietevi il cappello – disse il Re al Cappellaio Matto.
– Non è mio – disse il Cappellaio Matto.
– Ladro! – esclamò il Re rivolgendosi ai giurati, che subito presero nota.

– Ma il cappello ce l’ho per venderlo! Non è mio, sono un cappellaio! – aggiunse.
A questo punto la Regina si mise gli occhiali e cominciò a fissare intensamente il Cappellaio, che impallidì e si agitò.

In quel momento Alice provò una sensazione molto curiosa, che la lasciò molto perplessa finché non capì di cosa si trattasse: cominciava a diventare di nuovo più grande.

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All’inizio pensò di andarsene, ma ripensandoci decise di restare dov’era finché ci fosse stato posto per lei.

– Dai la tua testimonianza – ripeté con rabbia il Re – o ti farò giustiziare!
il povero Cappellaio Matto tremò tanto che per la confusione addentò un pezzo di tazza da tè al posto del pane e burro.
– Sono un povero uomo, Vostra Maestà – cominciò, con voce tremante – e avevo appena cominciato a prendere il tè… non più di una settimana o giù di lì… e con il pane e burro… e poi la Lepre Marzolina ha detto…
– Non ho detto un bel niente! – lo interruppe in gran fretta la Lepre Marzolina.
– L’hai detto! – disse il Cappellaio Matto.
– Lo nego! – disse la Lepre Marzolina.
– Lui nega – disse il Re – andiamo avanti.

– Bene, in ogni caso, il Ghiro ha detto… – continuò il Cappellaio Matto, guardandosi attorno con ansia per vedere se anche lui avrebbe negato, ma il Ghiro non negò nulla, visto che era profondamente addormentato.

– Ma cosa ha detto il Ghiro? – chiese uno dei giurati.
– Questo non lo ricordo – disse il Cappellaio Matto.
– Devi ricordartelo – osservò il Re – altrimenti ti farò giustiziare.

Il Cappellaio Matto lasciò cadere la tazza di tè e il pane imburrato e cadde in ginocchio – Sono un povero uomo Vostra Maestà…
– Sei un pessimo oratore – disse il Re – se questo è tutto ciò che sai, puoi andare.
Il Cappellaio Matto lasciò più in fretta che potè la corte.

– …tagliategli la testa non appena esce – aggiunse la Regina a uno degli ufficiali, ma il Cappellaio era scomparso prima che l’ufficiale potesse acciuffarlo.

– Il prossimo testimone!” disse il re.
Il testimone successivo fu il cuoco della Duchessa.
– Dai la tua prova”, disse il re.
– No – disse il cuoco.
Il Re guardò il Coniglio Bianco accigliato, poi disse con voce profonda:
– Di che cosa sono fatte le crostate?
– Pepe, soprattutto pepe – disse il cuoco..

– Non importa… – disse il Re – chiamate il prossimo testimone.
Alice osservò il Bianconiglio mentre armeggiava con la lista, immaginate la sua sorpresa, quando il Coniglio Bianco lesse ad alta voce:
– Alice!
– Cosa?! – esclamò Alice, balzando in piedi.

– Cosa sai di questa faccenda? – disse il Re ad Alice.
– Niente – disse Alice.
– Niente di niente? – insistette il Re.
– Niente di niente – ripetè Alice.

In quel momento il Re, che era occupato a scrivere sul suo taccuino, disse:
– Regola Quarantadue, tutte le persone alte più di un kilometro devono lasciare la corte.
Tutti si voltarono a guardare Alice.

– Non sono alta un kilometro – disse Alice.
– Lo sei – disse il Re.
– Quasi due kilometri d’altezza – aggiunse la Regina.

Alice non si era accorta che stava di nuovo crescendo.

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– Non sono d’accordo! – disse Alice.
– Tagliatele la testa! – gridò la Regina a squarciagola. Nessuno si mosse.

Alice, che ormai aveva raggiunto la sua grandezza naturale, fu assalita dall’intero mazzo di carte dei fanti che le piombò addosso coprendola tutta.

Cercò di respingerli con le mani ma si ritrovò distesa sulla riva, con la testa in grembo a sua sorella, che stava delicatamente spazzando via alcune foglie morte che erano cadute dagli alberi sul suo viso.

– Svegliati, Alice cara! – disse sua sorella – ma che lungo sonno hai avuto!

– Ho fatto un sogno così curioso! – disse Alice, e raccontò a sua sorella, per quanto poteva ricordarle, tutte le sue strane avventure.
Sua sorella la baciò e disse:
– Era un sogno curioso, certo, ma ora si sta facendo tardi.
Così Alice si alzò e corse via, e mentre correva pensava al meraviglioso sogno che aveva avuto.

Sua sorella invece rimase immobile a guardarla andare via, pensando a quanto era dolce e spensierata la piccola Alice.
Così rimase seduta e chiuse gli occhi, sperando di poter viaggiare anche lei nel Paese delle Meraviglie, e mentre l’erba alta frusciava dolce ai suoi piedi, un Bianconiglio le passò accanto correndo…

⚜ Fine della fiaba ⚜

Note ad Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel Paese delle Meraviglie è un racconto veramente famoso, forse uno dei più famosi racconti per bambini.

Ne hanno fatto film, cartoni animati ed adattamenti teatrali.

Alice nel Paese delle Meraviglie è anche un racconto molto particolare dal punto di vista dello svolgimento, pieno di situazioni surreali e senza senso (il cui motivo fondamentalmente viene svelato nel finale) e anche soprattutto per i dialoghi tra i personaggi, non sempre semplici o immediatamente comprensibili.

Una delle più grandi sfide infatti, per chi vuole tradurre Alice nel Paese delle meraviglie, è cercare di ricondurre ad un senso molti dei “giochi di parole” e “nonsense” usati da Lewis Carroll, che ben si prestano ad essere usati nella lingua inglese, ma che subiscono un forte “lost in traslation” e perdita totale di significato quando si cerca di adattarli in altre lingue.

E’ per questo motivo che nel nostro adattamento troverete solo una delle tante filastrocche e parti in rima presenti nel testo originale. La storia rimane comunque completamente comprensibile e godibile anche senza quelle parti.

In questa versione sono stati volutamente tralasciati due capitoli (quelli sulla tartaruga ed il grifone) per rendere la storia più scorrevole e non troppo lunga. Nonostante la mancanza di questi due capitoli, la storia non perde la sua magia ed il magnifico significato.

Speriamo che questa nostra versione vi piaccia quanto è piaciuta a noi riscriverla!

P.S. Alice è esistita veramente e si chiamava Alice Liddel, figlia di amici di famiglia di Lewis Carroll

😊

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Alice nel Paese delle Meraviglie 🐇🕓🎩🐱🧡

CAPITOLO 8 – Il campo da croquet della Regina

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare di Alice nel Paese delle Meraviglie!

CAPITOLO 8 – Il campo da croquet della Regina.


All’ingresso del giardino c’era un grande roseto e le rose che vi crescevano erano bianche, ma tre giardinieri a forma di carta da gioco erano intenti a dipingerle di rosso.
Alice si avvicinò incuriosita mentre uno di loro diceva:
– Attento Cinque! Non schizzarmi di vernice in quel modo!
– Non posso farci niente – disse Cinque, in tono imbronciato – Sette mi ha dato un colpo al gomito.

Sette gettò arrabbiato a terra il pennello, stava andando verso Cinque quando il suo sguardo cadde su Alice e si fermò all’improvviso. Anche gli altri la guardarono.

– Mi direste perché dipingete queste rose? – chiese Alice timidamente.
Due disse a bassa voce:
– Il fatto è che… questo avrebbe dovuto essere un roseto rosso, e per sbaglio ne abbiamo piantato uno bianco… se la Regina dovesse scoprirlo ci taglierebbe la testa a tutti…

In quel momento, Cinque, che stava guardando con ansia dall’altra parte del giardino, gridò:
– La regina! La regina! – e i tre giardinieri si gettarono subito con la faccia a terra, mentre Alice si guardò ansiosa di vedere la Regina.

Per primi c’erano i soldati armati di mazze, avevano tutti la forma di carte da gioco, con le mani e i piedi agli angoli. Subito dopo dieci cortigiani ornati di diamanti.
Dopo di loro vennero i figli reali, erano dieci e saltavano allegramente mano nella mano, tutti decorati con il simbolo dei cuori.

Poi vennero gli ospiti, per lo più Re e Regine, e tra loro Alice riconobbe il Bianconiglio che le passò davanti senza accorgersi di lei.

Poi seguiva il Fante di Cuori, che portava la corona del Re su un cuscino di velluto cremisi; e per ultimi arrivarono il Re e la Regina di Cuori.

Quando il corteo arrivò di fronte ad Alice, tutti si fermarono e la guardarono. la Regina chiese al Fante di Cuori:
– Chi è costei?!
Ma il Fante di Cuori si limitò a inchinarsi e sorridere.

La Regina, scuotendo la testa si rivolse direttamente ad Alice:
– Come ti chiami bambina?
– Il mio nome è Alice – disse molto educatamente.

– E chi sono questi? – chiese la Regina ad Alice indicando i tre giardinieri.
– E Come faccio a saperlo? – disse Alice, sorpresa – Non ne ho idea!
La Regina diventò tutta rossa per la rabbia e, dopo averla fissata per un momento, urlò – Tagliatele la testa!

– Ma non ha senso! – disse Alice a voce molto alta e decisa tanto che la Regina rimase in silenzio.
Il Re le posò una mano sul braccio e disse timidamente:
– Considera, mia cara, che è solo una bambina!

La Regina si allontanò con rabbia da lui e disse con voce alta e stridula ai giardinieri:
– Alzatevi!
I tre giardinieri balzarono immediatamente in piedi e cominciarono a inchinarsi al Re, alla Regina, ai figli reali e a tutti gli altri.

– Che cosa stavate combinando qui?!
– Cercavamo di fare un piacere a vostra maestà…
– Vedo… disse la Regina esaminando le rose.

– Tagliate le loro teste! – disse, e tre soldati si mossero verso gli sfortunati giardinieri per giustiziarli, ma loro corsero da Alice in cerca di protezione.

– Non vi decapiteranno – disse Alice nascondendoli in un grande vaso da fiori che stava lì vicino.
I tre soldati li cercarono senza trovarli, poi facendo spallucce se ne tornarono insieme agli altri.

– Sono state tagliate le teste?! – gridò la Regina.
– Le loro teste non ci sono più! – gridarono in risposta i soldati.
– Bene! – gridò la Regina, poi rivolgendosi ad Alice – Sai giocare a croquet?

– SÌ! – rispose Alice.
– Vieni! – ruggì la Regina e Alice si unì al corteo.
– Dov’è la Duchessa? – chiese Alice al Bianconiglio.

– Shhh… – disse il Bianconiglio in tono basso, avvicinò la bocca al suo orecchio e le sussurrò – È stata condannata a morte.
– Per che cosa? – chiese Alice.
– Ha dato uno schiaffo alla Regina…

– Andate ai vostri posti! – gridò la Regina con voce tonante, e la gente cominciò a correre in tutte le direzioni, scontrandosi l’una contro l’altra.

Alice pensava di non aver mai visto in tutta la sua vita un campo da croquet così curioso: era tutto creste e solchi, le palle erano ricci vivi, le mazze erano fenicotteri vivi, e i soldati dovevano piegarsi in due e stare sulle mani e sui piedi per fare gli archi da croquet.

La principale difficoltà che Alice trovò all’inizio fu nel gestire la sua “mazza” fenicottero: proprio quando gli aveva ben raddrizzato il collo e stava per dare un colpo al riccio, il fenicottero si girava e la guardava in faccia, con un’espressione così perplessa che non poteva fare a meno di scoppiare a ridere.
E quando finalmente il fenicottero aveva abbassato la testa, il riccio era scappato via.
Inoltre i soldati che formavano gli archi continuavano a spostarsi di qua e di là.

A complicare le cose, tutti giocavano insieme senza aspettare il proprio turno, litigando continuamente. In brevissimo tempo la Regina iniziò a scalpitare gridando un po’ verso tutti:
– Tagliategli la testa! – o – Tagliatele la testa!

Alice cominciò a sentirsi molto a disagio, quando notò qualcosa di strano nell’aria: un sorriso che si allargava svolazzando.

– Come va? – disse lo Stregatto mentre piano piano iniziava ad apparire tutta la testa.

Alice posò il suo fenicottero sentendosi molto contenta di avere qualcuno con cui parlare.
– Litigano tutti e non seguono nessuna regola…

– Ti piace la Regina? – chiese il Gatto a bassa voce.
– Per niente – disse Alice – è così… – Proprio in quel momento si accorse che la Regina era esattamente dietro di lei in ascolto, così continuò – …probabilmente vincerà, che non vale la pena cercare di batterla.
La Regina sorrise e passò oltre.

– Con chi stai parlando? – disse il Re, avvicinandosi ad Alice, e guardando la testa del Gatto con grande curiosità.
– È un mio amico, uno Stregatto – disse Alice – permettetemi di presentarvelo.

– Non mi piace affatto, bisogna portarlo via – disse il Re e gridò alla regina – Mia cara! Vorrei che tu portassi via questo gatto!
La Regina aveva un solo modo per risolvere tutte le difficoltà, grandi o piccole, disse senza nemmeno voltarsi:
– Tagliategli la testa!
– Vado a chiamare il boia – rispose il re e se ne andò.

Quando il boia arrivò disse che non si poteva tagliare una testa a meno che non ci fosse un corpo da cui tagliarla, e siccome dello Stregatto c’era soltanto la testa lui non avrebbe potuto eseguire gli ordini.

Il re e la Regina guardarono Alice con espressione interrogativa.
– Appartiene alla Duchessa, fareste meglio a chiedere a lei – disse Alice.
– È in prigione – disse la Regina, poi si rivolse al boia – portatela qui – E il boia partì come una freccia.

In quel momento la testa dello Stregatto cominciò a svanire lentamente e quando il boia tornò con la Duchessa, non c’era più.
E mentre il Re e il boia vagavano all’impazzata per cercarlo, il resto della comitiva si rimise a giocare.

… continua nel CAPITOLO 9: Chi ha rubato la torta?.

Note ad Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel Paese delle Meraviglie è un racconto veramente famoso, forse uno dei più famosi racconti per bambini.

Ne hanno fatto film, cartoni animati ed adattamenti teatrali.

Alice nel Paese delle Meraviglie è anche un racconto molto particolare dal punto di vista dello svolgimento, pieno di situazioni surreali e senza senso (il cui motivo fondamentalmente viene svelato nel finale) e anche soprattutto per i dialoghi tra i personaggi, non sempre semplici o immediatamente comprensibili.

Una delle più grandi sfide infatti, per chi vuole tradurre Alice nel Paese delle meraviglie, è cercare di ricondurre ad un senso molti dei “giochi di parole” e “nonsense” usati da Lewis Carroll, che ben si prestano ad essere usati nella lingua inglese, ma che subiscono un forte “lost in traslation” e perdita totale di significato quando si cerca di adattarli in altre lingue.

E’ per questo motivo che nel nostro adattamento troverete solo una delle tante filastrocche e parti in rima presenti nel testo originale. La storia rimane comunque completamente comprensibile e godibile anche senza quelle parti.

In questa versione sono stati volutamente tralasciati due capitoli (quelli sulla tartaruga ed il grifone) per rendere la storia più scorrevole e non troppo lunga. Nonostante la mancanza di questi due capitoli, la storia non perde la sua magia ed il magnifico significato.

Speriamo che questa nostra versione vi piaccia quanto è piaciuta a noi riscriverla!

P.S. Alice è esistita veramente e si chiamava Alice Liddel, figlia di amici di famiglia di Lewis Carroll

😊

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Alice nel Paese delle Meraviglie 🐇🕓🎩🐱🧡

CAPITOLO 7 – Un pazzo party col tè

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CAPITOLO 7 – Un pazzo party col tè.


Alice trovò davanti alla casa un tavolo apparecchiato con la Lepre Marzolina e il Cappellaio Matto che stavano prendendo il tè.
Un Ghiro era seduto in mezzo a loro, profondamente addormentato, mentre gli altri due lo usavano come cuscino per appoggiare il loro gomiti.

Il tavolo era grande, ma i tre erano tutti ammucchiati in un angolo.
– Non c’è posto! Non c’è posto! – gridarono quando videro arrivare Alice.

– C’è un sacco di posto! – disse Alice indignata, e si sedette ad un’estremità del tavolo.

– Prendi del vino – le disse in tono cordiale la Lepre Marzolina.
Alice guardò sulla tavola, ma sopra non vedeva altro che tè.
– Non vedo vino – osservò.

– Non ce n’è – disse la Lepre Marzolina.
– Allora non è stato molto gentile da parte tua offrirmelo – disse Alice arrabbiata.
– Non è stato molto cortese da parte tua sederti senza essere invitata – rispose la Lepre Marzolina.

– I tuoi capelli hanno bisogno di essere tagliati – disse all’improvviso il Cappellaio Matto. Per tutto il tempo aveva guardato Alice con grande curiosità.
– Il taglio dei miei capelli è una cosa che non ti riguarda! – disse Alice con una certa severità.

Il Cappellaio Matto allora spalancò gli occhi e disse:
– Perché un corvo è come una scrivania?
– Credo di poterlo risolvere, questo indovinello – aggiunse Alice ad alta voce.
– Credi davvero di sapere la risposta? – disse la Lepre Marzolina.
– Esattamente – disse Alice.

– Allora dovresti dire quello che pensi – continuò la Lepre Marzolina.
– Certo… – rispose in fretta Alice – almeno… almeno penso quello che dico… è la stessa cosa, sai.

– Non è la stessa cosa! – disse il Cappellaio – potresti anche dire che ‘vedo quello che mangio’ è la stessa cosa di ‘mangio quello che vedo’!

– Si potrebbe anche dire – aggiunse la Lepre Marzolina – che ‘mi piace quello che ottengo’ è la stessa cosa di ‘ottengo quello che mi piace’!
– Si potrebbe anche dire – aggiunse il Ghiro, che sembrava parlare nel sonno – che ‘respiro quando dormo’ è la stessa cosa di ‘dormo quando respiro’!

– Per te è la stessa cosa – disse il Cappellaio, e qui la conversazione si interruppe, e il gruppo rimase in silenzio per un minuto, mentre Alice pensava all’indovinello.

Alice si sentiva terribilmente perplessa.
– Il Ghiro dorme di nuovo – disse il Cappellaio Matto, e gli versò un po’ di tè caldo sul naso.
Il Ghiro scosse la testa con fastidio e disse, senza aprire gli occhi:
– Certo, certo; proprio quello che stavo per dire anche io.

– Hai già risolto l’indovinello? – disse il Cappellaio Matto rivolgendosi di nuovo ad Alice.
– No, ci rinuncio – rispose Alice, – qual è la risposta?
– Non ne ho la minima idea – disse il Cappellaio Matto.
– Nemmeno io – disse la Lepre Marzolina.

Alice sospirò stancamente – Penso che potresti fare qualcosa di meglio che sprecare il tempo facendo enigmi senza senso.
– Se conoscessi il Tempo bene come me, non parleresti di sprecarlo. È lui.
– Non ho capito – disse Alice.

– Certo che non hai capito! – disse il Cappellaio Matto, scuotendo la testa – Immagino che tu non abbia mai parlato con il Tempo!
– Forse no – rispose cautamente Alice – ma so battere il tempo quando ascolto la musica.

– Ah! questo spiega tutto, il Tempo non sopporta di essere battuto, abbiamo litigato lo scorso marzo… poco prima che impazzisse, sai… – (indicando con il cucchiaino la Lepre Marzolina) – era al grande concerto della Regina di Cuori, e dovevo cantare:

“Stella stellina
la notte si avvicina…”

– Conosci quella canzone, vero?
– Ho sentito qualcosa del genere – disse Alice.
– Ma poi continua, sai…

“La fiamma traballa
La mucca è nella stalla…”

Il Ghiro si scosse e cominciò a cantare nel sonno “Stella stellina, la notte si avvicina…” e continuò così a lungo che dovettero pizzicarlo per farlo smettere.

– Ebbene, avevo appena finito la prima strofa, quando la Regina balzò in piedi e gridò: ‘Sta ammazzando il tempo! Tagliategli la testa!’ – disse il Cappellaio Matto
– Che cosa orribile! – esclamò Alice.

– E da allora – continuò il Cappellaio in tono triste – il Tempo non fa più nulla di quello che gli chiedo! Adesso sono sempre le sei…
– È per questo il motivo che è sempre l’ora del tè? – chiese Alice.
– Sì, è così – disse il Cappellaio Matto con un sospiro – è sempre l’ora del tè e non abbiamo tempo per lavare le tazzine nel frattempo.

– Cambiamo argomento… lo interruppe la Lepre Marzolina, sbadigliando – Mi sto annoiando, propongo che Ghiro ci racconti una storia.

– Svegliati, Ghiro! – E lo pizzicarono su entrambi i lati contemporaneamente.

Il Ghiro aprì lentamente gli occhi. – Non dormivo, ho sentito ogni parola che dicevate.”

– Raccontaci una storia! – disse la Lepre di Marzolina.
– Sì per favore fallo! – implorò Alice.
– E fai presto o ti addormenterai di nuovo – aggiunse il Cappellaio Matto.

– C’erano una volta tre sorelline – cominciò in gran fretta il Ghiro – Elsie, Lacie e Tillie, e vivevano in fondo a un pozzo…
– Di cosa vivevano? – disse Alice.
– Vivevano di melassa – disse il Ghiro, dopo averci pensato un minuto o due.

– Ma perché vivevano in fondo a un pozzo? – chiese Alice.
– Prendi ancora un po’ di tè – disse molto seriamente la Lepre Marzolina ad Alice.
Alice si servì un po’ di tè, pane e burro, poi si rivolse al Ghiro e ripeté la sua domanda. – Perché vivevano in fondo a un pozzo?

Il Ghiro si prese ancora un minuto o due per pensarci, e poi disse – Era un pozzo di melassa… – poi iniziò a sbadigliare chiudendo gli occhi e si stava quasi addormentando quando, pizzicato dal Cappellaio Matto, si svegliò di nuovo e continuò: – …hai mai visto il ritratto di una melassa?

– Ora me lo chiedi… non credo… – disse Alice molto confusa.
– Allora non dovresti parlare! – disse il Cappellaio.

Questo gesto di maleducazione fu più di quanto Alice potesse sopportare, si alzò con grande disgusto e se ne andò. il Ghiro si addormentò all’istante, e nessuno degli altri si accorse della sua partenza, anche se lei si voltò un paio di volte, sperando quasi che la chiamassero indietro.
L’ultima volta che li guardò, stavano cercando di mettere il Ghiro nella teiera.

Camminando nel bosco notò che uno degli alberi aveva una porta sul tronco.
– Curioso… – pensò – ma oggi è tutto strano… – così ci entrò.

Si ritrovò quindi nel lungo corridoio di prima, vicino al tavolino di vetro.
– Questa volta me la caverò meglio – si disse, e cominciò col prendere la piccola chiave d’oro e aprire la porta che dava nel giardino.
Poi rosicchiò il fungo finché non fu alta circa 25 centimetri e passò oltre la porta.

Finalmente si ritrovò nel bellissimo giardino tra le luminose aiuole e le fresche fontane.

… continua nel CAPITOLO 8: Il campo da croquet della Regina.

Note ad Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel Paese delle Meraviglie è un racconto veramente famoso, forse uno dei più famosi racconti per bambini.

Ne hanno fatto film, cartoni animati ed adattamenti teatrali.

Alice nel Paese delle Meraviglie è anche un racconto molto particolare dal punto di vista dello svolgimento, pieno di situazioni surreali e senza senso (il cui motivo fondamentalmente viene svelato nel finale) e anche soprattutto per i dialoghi tra i personaggi, non sempre semplici o immediatamente comprensibili.

Una delle più grandi sfide infatti, per chi vuole tradurre Alice nel Paese delle meraviglie, è cercare di ricondurre ad un senso molti dei “giochi di parole” e “nonsense” usati da Lewis Carroll, che ben si prestano ad essere usati nella lingua inglese, ma che subiscono un forte “lost in traslation” e perdita totale di significato quando si cerca di adattarli in altre lingue.

E’ per questo motivo che nel nostro adattamento troverete solo una delle tante filastrocche e parti in rima presenti nel testo originale. La storia rimane comunque completamente comprensibile e godibile anche senza quelle parti.

In questa versione sono stati volutamente tralasciati due capitoli (quelli sulla tartaruga ed il grifone) per rendere la storia più scorrevole e non troppo lunga. Nonostante la mancanza di questi due capitoli, la storia non perde la sua magia ed il magnifico significato.

Speriamo che questa nostra versione vi piaccia quanto è piaciuta a noi riscriverla!

P.S. Alice è esistita veramente e si chiamava Alice Liddel, figlia di amici di famiglia di Lewis Carroll

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CAPITOLO 6 – Maiale e pepe

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CAPITOLO 6 – Maiale e pepe.


Alice rimase nascosta a guardare la casetta quando improvvisamente un valletto in livrea con la faccia da pesce uscì di corsa dal bosco e bussò forte alla porta. Fu aperto da un altro valletto in livrea, con la faccia tonda da rana

Alice era molto curiosa e si mise ad ascoltare.
Il Valletto-Pesce estrasse una grande lettera e la porse all’altro, dicendo in tono solenne:
– Per la Duchessa. Un invito della Regina per giocare a croquet.
Il Valletto-Rana ripeté, con lo stesso tono solenne:
– Dalla Regina. Un invito per la Duchessa a giocare a croquet.
Poi entrambi si inchinarono profondamente.

Il Valletto-Rana si sedette per terra vicino alla porta, fissando stupidamente il cielo.
Alice si avvicinò timidamente, nella casa c’era un rumore incredibile, un continuo ululare e starnutire, e ogni tanto un grande schianto, come se un piatto o una teiera fossero stati fatti a pezzi.

– Posso entrare? – chiese Alice al Valletto-Rana.
– Forse avrebbe senso bussare – disse il Valletto-Rana contemplando il cielo senza guardarla.

In quel preciso momento la porta di casa si aprì, e un grosso piatto volò nell’aria sfiorando la testa del Valletto-Rana ma lui non si mosse, come se nulla fosse successo.

– Ma posso entrare?! – chiese di nuovo Alice a voce più alta.
– Ma devi proprio entrare? – disse il valletto.
“È davvero incredibile” mormorò tra sé Alice, “il modo in cui hanno da discutere su tutto in questo posto. Mi sembra di impazzire!

– Quindi cosa devo fare?! – chiese Alice.
– Tutto quello che vuoi – rispose il Valletto-Rana, e cominciò a fischiettare.

– Oh, è inutile parlare con questo qui – disse Alice disperata, così aprì la porta ed entrò.

Alice si ritrovò in una grande cucina piena di fumo, la Duchessa era seduta al centro mentre allattava un bambino, la cuoca invece era china sul fuoco e mescolava la zuppa.

– C’è sicuramente troppo pepe in quella zuppa! – si disse Alice, mentre iniziava a starnutire.
Anche la Duchessa starnutiva e il bambino starnutiva e urlava. Gli unici che non starnutivano erano la cuoca e un grosso gatto sdraiato vicino al fuoco che sorrideva da un orecchio all’altro.

– Che strano gatto – disse Alice – come fa a sorridere in quel modo?
– È uno Stregatto del Cheshire – disse la Duchessa, – ed è fatto così. Maiale!

Disse l’ultima parola con una violenza così improvvisa che Alice sussultò, ma poi capì che era indirizzata al bambino, e non a lei, allora si fece coraggio, e continuò:

– Non sapevo che gli Stregatti del Cheshire sorridessero, in realtà non sapevo che i gatti potessero sorridere.
– Tutti possono – disse la Duchessa.

– Non conosco nessun gatto che lo faccia – disse Alice molto educatamente, sentendosi piuttosto contenta di aver iniziato una conversazione.
– Non conosci molto – rispose seccata la Duchessa.
Alice pensò che sarebbe stato meglio cambiare argomento.

In quel momento la cuoca tolse dal fuoco il paiolo della zuppa e si mise a lanciare contro la Duchessa e il bambino tutto quello che aveva a portata di mano: ferri da stiro, pentole, piatti e stoviglie.
La Duchessa non reagì per nulla quando venne colpita, mentre il bambino ululava già così tanto che era impossibile dire se i colpi gli facessero male oppure no.

– Ma cosa stai facendo!? – gridò Alice rivolta alla cuoca.
– Se ognuno si facesse gli affari propri – disse la Duchessa con un ringhio rauco – il mondo girerebbe meglio e più velocemente di quanto già non fa.

– Il che non sarebbe un vantaggio, visto che la terra impiega ventiquattr’ore per girare sul suo asse e…
Alice non fece in tempo a finire la frase che la Duchessa immediatamente replicò:
– A proposito di asce, tagliale la testa!

Alice lanciò un’occhiata piuttosto ansiosa alla cuoca, per vedere se intendeva obbedire al comando; ma la cuoca era tutta intenta a mescolare la zuppa, e non sembrava dare ascolto alla Duchessa, così continuò – Ventiquattr’ore, credo, o sono dodici? Io…

– Basta! Non ho mai potuto sopportare le cifre! – disse la Duchessa e ricominciò ad allattare il suo bambino, cantandogli una specie di ninna nanna molto rude. Poi si rivolse ad Alice.
– Ecco! Puoi dargli il biberon, se vuoi! – disse la Duchessa lanciando il bambino ad Alice – devo andare a prepararmi per giocare la partita di croquet con la Regina – e corse fuori dalla stanza.
La cuoca le lanciò dietro una padella ma la mancò di poco.

Alice afferrò il bambino con una certa difficoltà, non appena ebbe capito il modo corretto di dargli il biberon, lo portò fuori all’aria aperta.

Il bambino grugnì, e Alice lo guardò in faccia per vedere cosa avesse. Non c’era dubbio che avesse un naso molto all’insù, molto più simile ad un grugno di maiale che ad un nasino di bambino. Anche i suoi occhi stavano diventando estremamente piccoli.

Alice stava appena iniziando a pensare tra sé: “Ora, cosa devo fare con questa creatura?

Il bambino grugnì di nuovo e così violentemente che questa volta non potevano esserci dubbi: era diventato un maialino.

Alice posò giù la piccola creatura e si sentì piuttosto sollevata nel vederla trotterellare silenziosamente nel bosco, ma fu più sorpresa nel vedere lo Stregatto seduto sul ramo di un albero vicino a lei.

– Signor Stregatto, potrebbe per cortesia indicarmi la strada dove proseguire? – cominciò timidamente Alice.
– Dipende molto da dove vuoi arrivare – disse lo Stregatto
– Non mi interessa molto dove… – rispose Alice.
– Allora non importa da che parte vai – continuò lo Stregatto.
– … basta che io arrivi da qualche parte.. – aggiunse Alice come spiegazione.
– Oh, lo farai sicuramente, se solo cammini abbastanza a lungo – concluse lo Stregatto.

Alice provò allora con un’altra domanda – Cosa trovo qui vicino?
– Da quella parte… – disse lo Stregatto indicando con la zampa destra – …vive un Cappellaio, e da quella parte… – agitando l’altra zampa – …abita una Lepre Marzolina. Vai dove vuoi, tanto sono matti tutti e due.

– Ma non voglio andare dai matti – osservò Alice.
– Oh, non puoi farci niente – disse lo Stregatto – qui siamo tutti matti. Io sono matto, anche tu sei matta.

– Come fai a sapere che sono matta? – chiese Alice.
– Devi esserlo, altrimenti non saresti qui. Giochi a croquet con la regina oggi?
– Mi piacerebbe moltissimo, ma non sono stata invitata – disse Alice.
– Mi vedrai lì – disse lo Stregatto, e poi scomparve nel nulla.

Alice non ne fu molto sorpresa, iniziava ad abituarsi alle cose strane che accadevano in quel posto.
All’improvviso lo Stregatto ricomparve.

– A proposito, che ne è stato del bambino? Mi ero quasi dimenticato di chiedertelo.
– Si è trasformato in un maiale – disse tranquillamente Alice.
– Lo immaginavo – disse lo Stregatto, e scomparve di nuovo svanendo molto lentamente, cominciando dall’estremità della coda e finendo con il sorriso, che rimase come un alone nell’aria per qualche tempo dopo che il resto se n’era svanito.

“Bene! Ho visto spesso un gatto senza sorriso”, pensò Alice, “ma un sorriso senza gatto è la cosa più curiosa che abbia mai visto in tutta la mia vita.”

Non aveva fatto molta strada quando giunse alla casa della Lepre Marzolina, che era un po’ più grande. Sgranocchiò quindi un pezzetto di fungo fino a diventare circa mezzo metro di altezza.

Alice si avvicinò timidamente pensando “Mi sa che forse era meglio andare a trovare il Cappellaio!”

… continua nel CAPITOLO 7: Un pazzo party col tè.

Note ad Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel Paese delle Meraviglie è un racconto veramente famoso, forse uno dei più famosi racconti per bambini.

Ne hanno fatto film, cartoni animati ed adattamenti teatrali.

Alice nel Paese delle Meraviglie è anche un racconto molto particolare dal punto di vista dello svolgimento, pieno di situazioni surreali e senza senso (il cui motivo fondamentalmente viene svelato nel finale) e anche soprattutto per i dialoghi tra i personaggi, non sempre semplici o immediatamente comprensibili.

Una delle più grandi sfide infatti, per chi vuole tradurre Alice nel Paese delle meraviglie, è cercare di ricondurre ad un senso molti dei “giochi di parole” e “nonsense” usati da Lewis Carroll, che ben si prestano ad essere usati nella lingua inglese, ma che subiscono un forte “lost in traslation” e perdita totale di significato quando si cerca di adattarli in altre lingue.

E’ per questo motivo che nel nostro adattamento troverete solo una delle tante filastrocche e parti in rima presenti nel testo originale. La storia rimane comunque completamente comprensibile e godibile anche senza quelle parti.

In questa versione sono stati volutamente tralasciati due capitoli (quelli sulla tartaruga ed il grifone) per rendere la storia più scorrevole e non troppo lunga. Nonostante la mancanza di questi due capitoli, la storia non perde la sua magia ed il magnifico significato.

Speriamo che questa nostra versione vi piaccia quanto è piaciuta a noi riscriverla!

P.S. Alice è esistita veramente e si chiamava Alice Liddel, figlia di amici di famiglia di Lewis Carroll

😊

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CAPITOLO 5 – I consigli del Brucaliffo

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Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare di Alice nel Paese delle Meraviglie!

CAPITOLO 5 – I consigli del Brucaliffo.


Il Brucaliffo e Alice si guardarono per qualche tempo in silenzio.
Alla fine il Brucaliffo si tolse il narghilè di bocca e si rivolse a lei con voce languida e assonnata.
– Chi sei?
– Non lo so, signore, so chi ero quando mi sono alzata stamattina, ma penso di essere cambiata più volte da allora – rispose Alice, piuttosto timidamente.

– Cosa intendi? Spiegati! – disse severamente il Brucaliffo.
– Non riesco a spiegarmi signore… – disse Alice – perchè non sono me stessa, vede?!

– Non vedo – disse il Brucaliffo.
– Temo di non riuscire spiegarmi – rispose Alice molto educatamente – perché faccio fatica a capirlo pure io… avere così tante taglie diverse in un giorno mi rende confusa.

– Non lo è – disse il Brucaliffo.
– Beh, forse ora non la pensi così, ma quando dovrai trasformarti in una crisalide, e poi in farfalla, credo sembrerà un po’ strano, vero? – disse Alice

– Neanche un po’ – disse il Brucaliffo.
– Beh, forse lei ha un’altra sensibilità, a me fa tutto molto strano – rispose Alice.

– Tu! – disse il Brucaliffo con disprezzo – Chi sei?
Il che li riportò la conversazione all’inizio. Alice si sentì un po’ seccata e disse:
– Penso che dovresti dirmi tu chi sei, prima.

– Perché? – disse il Brucaliffo.
Alice non riusciva a pensare ad alcuna buona ragione mentre il Bruco sembrava essere molto irritato, quindi si voltò e fece per andarsene.

– Torna! – la chiamò il Brucaliffo – Ho qualcosa di importante da dirti!
Alice si voltò e tornò indietro.

– Mantieni la calma – disse il Brucaliffo.
– È tutto? – chiese Alice, reprimendo la rabbia meglio che poteva.

– No – disse il Brucaliffo – ti credi cambiata, vero?
– Temo di sì – disse Alice – Non riesco a ricordare le cose come prima e non mantengo la stessa statura per più di dieci minuti consecutivi!

– Di che taglia vuoi diventare? – chiese.
– Oh, non sono particolarmente esigente in fatto di dimensioni – rispose Alice – solo che non mi piace cambiare così spesso, sai?

– Non lo so – disse il Brucaliffo.
Alice non disse nulla, non era mai stata così contraddetta in tutta la sua vita, e sentiva che stava per perdere la pazienza.

– Ti senti bene con questa statura? – chiese il Brucaliffo.
– Vorrei essere un po’ più grande, signore, otto centimetri sono un’altezza così miserabile… – disse Alice.

– È davvero un’ottima altezza! – rispose rabbiosamente il Bruco sollevandosi in posizione eretta (era alto esattamente otto centimetri).

– Ma non ci sono abituata! – implorò la povera Alice in tono pietoso, e pensava tra sé “ma perchè qui si offendono tutti così facilmente?!”
– Col tempo ti abituerai – disse il Brucaliffo mettendosi in bocca il narghilè ricominciando a fumare.

Dopo un minuto o due il Brucaliffo sbadigliò un paio di volte e scese dal fungo strisciando via nell’erba, limitandosi a dire: – Un lato ti farà diventare più alta, mentre l’altro ti farà diventare più bassa.

“Un lato di cosa? L’altro lato di cosa?” pensò Alice tra sé.

– Del fungo – disse il Brucaliffo, come se le avesse letto nel pensiero, e un attimo dopo scomparve.

Alice rimase un attimo a guardare pensierosa il fungo, cercando di capire quali fossero le sue due facce ma poiché era perfettamente rotondo, alla fine allungò le braccia il più possibile attorno al fungo e con ciascuna mano prese un pezzetto.

Mordicchiò un po’ il pezzo nella mano destra per provare l’effetto, un attimo dopo sentì un colpo violento sotto il mento: aveva colpito il suo piede!

Era molto spaventata da questo cambiamento così improvviso, e poiché stava rimpicciolendosi rapidamente mangiò subito un po’ del pezzo che aveva nella mano sinistra.

Ora però si allungò a dismisura talmente tanto che la sua testa sbucò sopra le chiome degli alberi.
Alice allora si mise al lavoro con molta attenzione, mordicchiando a turno i pezzi del fungo e diventando ora più alta, ora più bassa, finché non riuscì a raggiungere la sua altezza abituale.

– Bene, ormai metà del mio piano è pronto! Sono tornata della mia giusta dimensione, ora devo entrare in quel bellissimo giardino… ma come faccio?!

Mentre diceva questo, si trovò improvvisamente in uno spazio aperto, dove c’era una graziosa casetta alta circa un metro.
– Chiunque abiti lì si spaventerà nel vedermi di queste dimensioni…
Così mordicchiò un pezzetto di fungo nella mano destra finché non fu venticinque centimetri di altezza.

… continua nel CAPITOLO 6: Maiale e pepe.

Note ad Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel Paese delle Meraviglie è un racconto veramente famoso, forse uno dei più famosi racconti per bambini.

Ne hanno fatto film, cartoni animati ed adattamenti teatrali.

Alice nel Paese delle Meraviglie è anche un racconto molto particolare dal punto di vista dello svolgimento, pieno di situazioni surreali e senza senso (il cui motivo fondamentalmente viene svelato nel finale) e anche soprattutto per i dialoghi tra i personaggi, non sempre semplici o immediatamente comprensibili.

Una delle più grandi sfide infatti, per chi vuole tradurre Alice nel Paese delle meraviglie, è cercare di ricondurre ad un senso molti dei “giochi di parole” e “nonsense” usati da Lewis Carroll, che ben si prestano ad essere usati nella lingua inglese, ma che subiscono un forte “lost in traslation” e perdita totale di significato quando si cerca di adattarli in altre lingue.

E’ per questo motivo che nel nostro adattamento troverete solo una delle tante filastrocche e parti in rima presenti nel testo originale. La storia rimane comunque completamente comprensibile e godibile anche senza quelle parti.

In questa versione sono stati volutamente tralasciati due capitoli (quelli sulla tartaruga ed il grifone) per rendere la storia più scorrevole e non troppo lunga. Nonostante la mancanza di questi due capitoli, la storia non perde la sua magia ed il magnifico significato.

Speriamo che questa nostra versione vi piaccia quanto è piaciuta a noi riscriverla!

P.S. Alice è esistita veramente e si chiamava Alice Liddel, figlia di amici di famiglia di Lewis Carroll

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CAPITOLO 4 – Il Bianconiglio e la brutta fine di Bill

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CAPITOLO 4 – Il Bianconiglio e la brutta fine di Bill


Invece era il Bianconiglio che si guardava intorno con ansia, come se avesse perso qualcosa, e mormorava tra sé:
– La Duchessa! La Duchessa! Mi farà giustiziare… Dove posso averli lasciati cadere, mi chiedo?

Alice intuì subito che stava cercando il ventaglio e il paio di guanti bianchi persi poco prima, si mise a cercarli ma non li vedeva da nessuna parte. Tutto intorno a lei sembrava essere cambiato, la pozza, il grande salone con il tavolo di vetro e la porticina erano scomparsi.

Il Bianconiglio notò Alice e la chiamò in tono arrabbiato: – Mary Ann! Che cosa fai qui?! Corri subito a casa e prendimi un paio di guanti e un ventaglio! Presto, muoviti!

Alice fu così spaventata che corse subito nella direzione indicata, senza cercare di spiegare al Bianconiglio che lei non era Mary Ann.

Mentre correva Alice si imbatté in una piccola e graziosa casetta, sulla cui porta c’era inciso il nome “BIANCONIGLIO”.
Alice entrò senza bussare e corse su per le scale.

Entrò in una stanzetta ordinata dove sopra a un tavolo c’erano un ventaglio e due o tre paia di minuscoli guanti bianchi. Li prese e fece per uscire, quando il suo sguardo cadde su una bottiglietta che stava vicino allo specchio.

Questa volta non c’era nessuna etichetta con la scritta “BEVIMI”, ma lei la stappò comunque e la bevve.
– So che succederà sicuramente qualcosa di interessante – si disse.

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Così accadde davvero, e molto prima di quanto si aspettasse si ritrovò con la testa appoggiata al soffitto. Posò in fretta la bottiglia sperando di non crescere oltre.

Purtroppo continuò a crescere così tanto che ben presto dovette inginocchiarsi sul pavimento, mettere un braccio fuori dalla finestra e un piede su per il camino.

A quel punto smise di crescere, tuttavia era molto scomoda, e, poiché sembrava non esserci alcuna possibilità di uscire da quella stanza, si sentiva molto demoralizzata.

“Era molto meglio la vita di casa” pensò la povera Alice, “quando non si diventava sempre più piccoli e non si veniva comandati da topi e conigli… eppure… è piuttosto movimentata questo genere di vita!
Quando leggevo le favole, immaginavo che una cosa del genere non potesse mai accadere, e ora eccomi qui, dentro una fiaba!

– Mary Ann! Mary Ann! Portami subito i guanti!
Poi si udì un leggero scalpiccio sulle scale. Alice sapeva che era il Bianconiglio che veniva a cercarla, e tremò tanto da far tremare anche la casa, dimenticandosi che ora era circa mille volte più grande del Bianconiglio e non aveva motivo di averne paura.

Poco dopo il Bianconiglio cercò di aprire la porta, ma il gomito di Alice la bloccava.
– Allora faccio il giro ed entro dalla finestra – lo sentì dire a se stesso.

“Non ci riuscirai…” pensò Alice, e, dopo aver aspettato un po’ le sembrò di sentire il Bianconiglio proprio sotto la finestra. Alice con il braccio fuori dalla finestra allungò la mano aperta e la richiuse velocemente, ma non riuscì ad afferrare nulla.

Sentì invece un piccolo grido, una caduta e poi uno schianto di vetri rotti. Alice pensò che era possibile che il Bianconiglio fosse caduto in una serra, o qualcosa del genere.

La voce arrabbiata del Bianconiglio urlava: – Pat! Pat! Dove sei?!
Alice udì una voce che non aveva mai sentito prima:
– Sono qui!
– Vieni ad aiutarmi! (Rumore di altri vetri rotti)

– Ora dimmi Pat, cos’è quella cosa nella finestra?!
– Sembra un braccio, vostro onore.
– Un braccio?! Chi ha mai visto un braccio di quelle dimensioni?!
– Sì vostro onore… però a me sembra un braccio per davvero.
– Beh, in ogni caso così non va bene… portalo via!

Dopo ci fu un lungo silenzio, Alice poteva sentire solo dei sussurri come: “Certo, non mi piace per niente, vostro onore!” oppure “Fai come ti dico io!”

Alla fine Alice allungò di nuovo il braccio fuori dalla finestra aprendo la mano e richiudendola velocemente. Questa volta ci furono due piccoli strilli e altri suoni di vetri rotti.

Aspettò per un po’ senza udire più nulla, poi sentì più voci che parlavano tutte insieme:
– Dov’è l’altra scala?
– L’ha presa Bill…
– Bill! Vieni qui!
– Non arriviamo nemmeno a metà altezza…
– Tieni, Bill! Afferra questa corda…
– Attento alle tegole e… oh… è andato giù per il camino! (si udì un forte schianto)
– E ora che facciamo? Qualcuno dovrà scendere nel camino… no, non ci vado io! Vacci tu!
– Non ci penso nemmeno!
– Bill! Devi scendere nel camino!

“Oh! Quindi Bill scende nel camino?” pensò Alice tra sé. “Non vorrei essere al posto di Bill per nulla al mondo, questo caminetto è così stretto… però potrei aiutarlo io!

Alice tirò il piede più che poté giù per il camino, e attese finché non sentì qualcosa che grattava vicino al suo piede e pensò: “Questo è Bill”.
Diede quindi un bel calcio secco su per il camino aspettando di sentire cosa succedeva.

La prima cosa che sentì fu un coro generale di “Ecco Bill!”
Poi il silenzio, e dopo ancora un’altra confusione di voci:
– Alzagli la testa… diamogli del Brandy… non soffocarlo… com’è andata vecchio mio? Cosa ti è successo? Raccontaci tutto!

– Dobbiamo bruciare la casa! – disse il Bianconiglio.
Alice allora gridò più forte che poteva: – Se lo fai, ti farò prendere da Dinah!
Ci fu immediatamente un silenzio mortale.
Dopo poco Alice sentì il Bianconiglio dire:
– Una carriola piena andrà bene, per cominciare.

“Una carriola piena di cosa?” pensò Alice. Ma non dovette aspettare a lungo, perché un attimo dopo una pioggia di sassolini entrò dalla finestra e alcuni di essi la colpirono in volto.

Alice notò con una certa sorpresa che i sassolini si stavano trasformando tutti in piccole torte e pensò che forse se ne mangiava qualcuna poteva tornare più piccola.

Così inghiottì una delle torte e fu felice di scoprire che cominciava a rimpicciolirsi.

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Non appena fu abbastanza piccola da poter uscire dalla porta, corse fuori di casa e trovò una folla di animaletti e uccellini ad attenderla.

La povera piccola lucertola Bill era nel mezzo, sorretta da due porcellini d’India, che le davano qualcosa da bere. Tutti si precipitarono addosso ad Alice non appena la videro, ma lei scappò più veloce che poteva, e presto si ritrovò al sicuro nel fitto bosco.

“La prima cosa che devo fare,” disse Alice tra sé e sé, mentre vagava per il bosco, “è tornare alla mia giusta dimensione; la seconda cosa è ritrovare la strada per quel bel giardino, penso sia il piano migliore.”

Sembrava un piano eccellente, senza dubbio. L’unico problema era che non aveva la minima idea di dove cominciare, e non riusciva a vedere nulla che sembrasse la cosa giusta da mangiare o da bere.

Vide però un grosso fungo alto più o meno quanto lei, e, quando ebbe guardato sotto, su entrambi i lati e dietro, le venne in mente che avrebbe potuto anche guardare e vedere cosa c’era sopra.

Si allungò in punta di piedi e sbirciò oltre il bordo del fungo, dove i suoi occhi incontrarono quelli di un grosso bruco azzurro, che sedeva in cima con le braccia conserte, fumando assopito un narghilè.

Poi il Brucaliffo aprì gli occhi e i loro sguardi si incrociarono.

… continua nel CAPITOLO 5: I consigli del Brucaliffo.

Note ad Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel Paese delle Meraviglie è un racconto veramente famoso, forse uno dei più famosi racconti per bambini.

Ne hanno fatto film, cartoni animati ed adattamenti teatrali.

Alice nel Paese delle Meraviglie è anche un racconto molto particolare dal punto di vista dello svolgimento, pieno di situazioni surreali e senza senso (il cui motivo fondamentalmente viene svelato nel finale) e anche soprattutto per i dialoghi tra i personaggi, non sempre semplici o immediatamente comprensibili.

Una delle più grandi sfide infatti, per chi vuole tradurre Alice nel Paese delle meraviglie, è cercare di ricondurre ad un senso molti dei “giochi di parole” e “nonsense” usati da Lewis Carroll, che ben si prestano ad essere usati nella lingua inglese, ma che subiscono un forte “lost in traslation” e perdita totale di significato quando si cerca di adattarli in altre lingue.

E’ per questo motivo che nel nostro adattamento troverete solo una delle tante filastrocche e parti in rima presenti nel testo originale. La storia rimane comunque completamente comprensibile e godibile anche senza quelle parti.

In questa versione sono stati volutamente tralasciati due capitoli (quelli sulla tartaruga ed il grifone) per rendere la storia più scorrevole e non troppo lunga. Nonostante la mancanza di questi due capitoli, la storia non perde la sua magia ed il magnifico significato.

Speriamo che questa nostra versione vi piaccia quanto è piaciuta a noi riscriverla!

P.S. Alice è esistita veramente e si chiamava Alice Liddel, figlia di amici di famiglia di Lewis Carroll

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CAPITOLO 3 – La corsa elettorale

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CAPITOLO 3 – La corsa elettorale


Era davvero un gruppo dall’aspetto strano quello che si era radunato sulla riva, ed erano tutti bagnati, irritati e a disagio.

La prima domanda, ovviamente era: come asciugarsi?
Si consultarono a riguardo e dopo pochi minuti sembrò del tutto naturale ad Alice ritrovarsi a parlare in modo familiare con loro, come se li conoscesse da tutta la vita.

Alla fine il Topo, che sembrava essere una persona di una certa autorità gridò:
– Sedetevi tutti e ascoltatemi! Presto vi farò asciugare! – e si sedettero tutti in un grande cerchio, con il Topo al centro.

– Ehm! – disse il Topo con aria importante – Siete pronti? Adesso vi racconto la cosa più seccante che io conosca: «Guglielmo il Conquistatore, la cui causa era favorita dal papa, fu presto sottomesso dagli inglesi che erano stati negli ultimi tempi molto abituati all’usurpazione e alla conquista. Edwin e Morcar, Conti di Mercia e Northumbria…

– Uh! – disse l’Opossum con un brivido.

Il Topo continuò per un po’, poi rivolgendosi ad Alice le chiese:
– Come stai adesso, mia cara?
– Più bagnata che mai – rispose Alice – non mi sto asciugando affatto.

– In tal caso – disse solennemente il Dodo, alzandosi in piedi – propongo che la riunione venga aggiornata per l’immediata adozione di rimedi più energici… tipo una corsa elettorale!
– Cos’è una corsa elettorale? – chiese Alice.

– Il modo migliore per spiegarlo è farlo, delimitiamo un percorso, una specie di cerchio, e poi uno, due, tre e via!
Cominciarono tutti a correre. Quando uno voleva smettere di correre si fermava, ma in ogni caso, dopo aver corso per circa mezz’ora, erano tutti abbastanza asciutti.

Il Dodo improvvisamente gridò:
– La corsa è finita! – tutti gli si affollarono attorno, ansimando e chiedendo – Ma chi ha vinto?!

A questa domanda il Dodo pensò molto, alla fine disse:
– Tutti hanno vinto e tutti devono avere un premio!
– Ma chi consegna i premi? – chiesero tutti in coro.

– Ma lei, naturalmente – disse il Dodo, indicando Alice con un dito, e subito tutta la comitiva le si fece intorno, gridando confusamente:
– Premi! Premi! Premi!

Alice, che non aveva idea di cosa fare, si mise la mano in tasca, tirò fuori una scatola di confetti (che per fortuna non si era bagnata nell’acqua salata) e li fece girare come premio. C’era esattamente un confetto a testa.

Tutti mangiarono i confetti rumorosamente, poi si sedettero di nuovo in cerchio e pregarono il Topo di dire loro qualcosa di più.

– Mi avevi promesso di raccontarmi la tua storia, lo sai… – disse Alice, – e perché odi… C. e G. – aggiunse in un sussurro, quasi timorosa che si offendesse di nuovo.

– La mia è una coda lunga e triste! – disse il Topo, voltandosi verso Alice e sospirando.
– È una coda lunga, certo – disse Alice, guardando con meraviglia la coda del Topo – ma perché la chiami triste?
Il Topo iniziò quindi a raccontare:

Disse Furia a un Topo
   incontrato per la casa
     “Andiamo subito davanti
         alla legge: io ti accuserò
             e non accetterò che tu
                dica di no, voglio una
                   bella udienza perché
                     ora non niente da
                   fare” disse il Topo,
                “Ma senza giudice
            e nessuna giuria
         si sprecano
      solo parole!”
   “Sarò giudice
    e la giuria”
      disse con
         astuzia
            il Furia,
              “di sicuro
                  troverò
                      la prova
                          e presto
                              sarai
                          giudicato
           e condannato!”

– Non mi stai ascoltando! – disse severamente il Topo ad Alice – Ma a cosa stai pensando?
– Chiedo scusa – disse Alice umilmente – sei arrivato alla terza curva, vero?

– Mi insulti dicendo queste sciocchezze! – disse il Topo alzandosi e allontanandosi.
– Vorrei avere Dinah qui, lo riporterebbe subito indietro! – disse Alice.
– E chi sarebbe Dinah? – chiese l’Opossum.
– Dinah è la mia gatta, è molto brava a prendere i topi, e dovreste vedere con gli uccellini! – rispose Alice.

La frase causò un notevole trambusto nel gruppo, alcuni uccelli volarono subito via e un canarino gridò con voce tremante ai suoi piccoli di venire via. Alla fine se ne andarono via tutti e Alice rimase sola.

“Vorrei non aver menzionato Dinah! Sembra che non piaccia a nessuno quaggiù, eppure sono sicura che sia la migliore gatta del mondo!” pensò
la povera Alice che ricominciò a piangere, perché si sentiva molto sola.

Dopo un po’, però, udì di nuovo un leggero scalpiccio di passi in lontananza, Alice alzò lo sguardo incuriosita sperando fosse il Topo che tornava indietro per finire la sua storia.

… continua nel CAPITOLO 4: Il Bianconiglio e la brutta fine di Bill.

Note ad Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel Paese delle Meraviglie è un racconto veramente famoso, forse uno dei più famosi racconti per bambini.

Ne hanno fatto film, cartoni animati ed adattamenti teatrali.

Alice nel Paese delle Meraviglie è anche un racconto molto particolare dal punto di vista dello svolgimento, pieno di situazioni surreali e senza senso (il cui motivo fondamentalmente viene svelato nel finale) e anche soprattutto per i dialoghi tra i personaggi, non sempre semplici o immediatamente comprensibili.

Una delle più grandi sfide infatti, per chi vuole tradurre Alice nel Paese delle meraviglie, è cercare di ricondurre ad un senso molti dei “giochi di parole” e “nonsense” usati da Lewis Carroll, che ben si prestano ad essere usati nella lingua inglese, ma che subiscono un forte “lost in traslation” e perdita totale di significato quando si cerca di adattarli in altre lingue.

E’ per questo motivo che nel nostro adattamento troverete solo una delle tante filastrocche e parti in rima presenti nel testo originale. La storia rimane comunque completamente comprensibile e godibile anche senza quelle parti.

In questa versione sono stati volutamente tralasciati due capitoli (quelli sulla tartaruga ed il grifone) per rendere la storia più scorrevole e non troppo lunga. Nonostante la mancanza di questi due capitoli, la storia non perde la sua magia ed il magnifico significato.

Speriamo che questa nostra versione vi piaccia quanto è piaciuta a noi riscriverla!

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CAPITOLO 2 – La pozza delle lacrime

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CAPITOLO 2 – La pozza delle lacrime


Adesso Alice si stava allungando come il più grande telescopio che sia mai esistito!

La sua testa colpì il soffitto della sala, ora era alta più di tre metri. Alice prese la piccola chiave d’oro sul tavolino e corse verso la porta del giardino.

Ma povera Alice! Tutto quello che poteva fare, sdraiandosi su un lato, era guardare il giardino con un occhio solo, grande com’era le era impossibile passare.
Quindi si sedette e ricominciò a piangere.

Continuò a versare litri e litri di lacrime, finché non si formò una grande pozza tutt’intorno a lei che arrivava fino a metà del corridoio.

Ad un certo punto udì un leggero scalpiccio di piedi in lontananza e si asciugò in fretta gli occhi per vedere cosa stava succedendo. Era il Bianconiglio che tornava indietro e borbottava tra sé:
– Oh! la Duchessa, la Duchessa! Si arrabbierà se la faccio aspettare!

Quando il Bianconiglio le si avvicinò, Alice cercò di parlargli:
– Per favore, signor coniglio…
Ma il Bianconiglio sussultò, la guardò e corse via nell’oscurità più veloce che poteva. Nel correre via però gli caddero di mano un guanto bianco ed un ventaglio.

Alice lo guardò allontanarsi mentre iniziava a sventolarsi col ventaglio caduto al Bianconiglio – Com’è tutto strano oggi! Ieri la solita noia, oggi invece… Ma la vera domanda è: dove diavolo sono…?!

Mentre diceva queste parole si rese conto che si stava rimpicciolendo di nuovo, ora era alta circa mezzo metro e continuava a rimpicciolirsi rapidamente.

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Scoprì presto che la causa era il ventaglio del Bianconiglio e lo lasciò cadere subito subito a terra, giusto in tempo per evitare di rimpicciolirsi del tutto.

– Per un pelo! – disse Alice piuttosto spaventata – ora però posso passare attraverso la porticina e raggiungere il giardino!

Corse verso la porticina, ma la porticina era di nuovo chiusa e la piccola chiave d’oro era posata come prima sul tavolo di vetro!
– Non poteva andarmi peggio…! – pensò Alice

E mentre diceva queste parole scivolò e splash! Si ritrovò immersa fino al collo nell’acqua salata.
All’inizio pensò di essere caduta in mare, poi si rese conto di essere dentro alla pozza di lacrime che aveva pianto quando era alta tre metri.

Poco distante sentì qualcosa che sguazzava nella pozza, era un Topo che era finito dentro l’acqua come lei.

– Scusi signor Topo, conosce il modo per uscire da questa pozza? Sono molto stanca di nuotare…
Il Topo la guardò con una certa curiosità, ma non disse nulla.

“Forse non capisce la mia lingua” pensò Alice, “Magari conosce il francese…” e disse:
– Où est ma chatte? – che era la prima frase che le venne in mente.

Il Topo fece un salto improvviso fuori dall’acqua e sembrò tremare tutto per la paura.
– Oh, chiedo scusa! – esclamò in fretta Alice – Avevo dimenticato che ai topi non piacciono i gatti!

– Se tu fossi in me, ti piacerebbero i gatti?! – gridò il Topo con voce acuta.
– Beh, forse no… però se tu conoscessi la mia gatta Dinah penso che cambieresti idea, è una gattina così cara e tranquilla.
Il Topo aveva una faccia molto offesa.

Alice, che aveva fretta di cambiare argomento, disse
– Ti piacciono i… cani? C’è un cagnolino così carino vicino a casa nostra, vorrei mostrartelo! Da’ la caccia a tutti i topi e… oh, cielo! – esclamò Alice in tono addolorato. – Temo di averlo offeso di nuovo!
Infatti il Topo stava nuotando via da lei più veloce che poteva.

Allora lei gli gridò sottovoce:
– Topo caro! Torna ti prego, e non parleremo né di gatti né di cani se non ti piacciono!
Quando il Topo sentì quelle parole, si voltò e nuotò lentamente verso di lei. Aveva il viso pallido e disse con voce bassa e tremante:
– Andiamo a riva e poi ti racconterò la mia storia e capirai perché odio cani e gatti.

Nel frattempo la pozza d’acqua si stava riempiendo di uccelli e animali, anche loro caduti dentro chissà come… c’erano un’Anatra e un Dodo, un Opossum, un Aquilotto e molte altre creature curiose.
Alice fece strada e l’intero gruppo la seguì fino alla riva.

… continua nel CAPITOLO 3: La corsa elettorale.

Note ad Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel Paese delle Meraviglie è un racconto veramente famoso, forse uno dei più famosi racconti per bambini.

Ne hanno fatto film, cartoni animati ed adattamenti teatrali.

Alice nel Paese delle Meraviglie è anche un racconto molto particolare dal punto di vista dello svolgimento, pieno di situazioni surreali e senza senso (il cui motivo fondamentalmente viene svelato nel finale) e anche soprattutto per i dialoghi tra i personaggi, non sempre semplici o immediatamente comprensibili.

Una delle più grandi sfide infatti, per chi vuole tradurre Alice nel Paese delle meraviglie, è cercare di ricondurre ad un senso molti dei “giochi di parole” e “nonsense” usati da Lewis Carroll, che ben si prestano ad essere usati nella lingua inglese, ma che subiscono un forte “lost in traslation” e perdita totale di significato quando si cerca di adattarli in altre lingue.

E’ per questo motivo che nel nostro adattamento troverete solo una delle tante filastrocche e parti in rima presenti nel testo originale. La storia rimane comunque completamente comprensibile e godibile anche senza quelle parti.

In questa versione sono stati volutamente tralasciati due capitoli (quelli sulla tartaruga ed il grifone) per rendere la storia più scorrevole e non troppo lunga. Nonostante la mancanza di questi due capitoli, la storia non perde la sua magia ed il magnifico significato.

Speriamo che questa nostra versione vi piaccia quanto è piaciuta a noi riscriverla!

P.S. Alice è esistita veramente e si chiamava Alice Liddel, figlia di amici di famiglia di Lewis Carroll

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 7 – Nel castello della Regina delle Nevi

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Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare della Regina delle Nevi!

La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 7 – Nel castello della Regina delle Nevi.


Nessuno stava di guardia al cancello d’entrata del castello. Avvicinandosi, Gerda vide che le pareti erano fatte di neve pressata e ghiaccio. Salì i gradini che portavano alla porta d’entrata, che era spalancata, ed entrò.

Un lugubre silenzio aleggiava in tutte le gelide stanze che formavano il castello. Erano più di cento stanze fatte di ghiaccio e neve, tutte illuminate dall’aurora boreale.

Il salone principale sembrava infinito, al suo centro c’era addirittura un lago ghiacciato. Appena oltre il lago svettava l’imponente trono di ghiaccio della Regina delle Nevi, alto decine di metri, vuoto e ricoperto di neve fresca. Sembrava che il palazzo fosse completamente deserto.

Gerda camminava con passo lento ma deciso, al suo passaggio il lago ghiacciato si crepava leggermente, ma non cedeva e solo dopo averlo attraversato tutto, guardando ai piedi del maestoso trono, vide qualcosa rannicchiato alla sua base.
Era Kay, inginocchiato per terra che cercava di ricomporre alcuni pezzi di ghiaccio come se fossero un puzzle, ma non ci riusciva.
Era completamente blu in viso per via del freddo, ma non se ne accorgeva minimamente perché la Regina delle nevi aveva steso su di lui un incantesimo che gli impediva di sentire freddo.

Gerda cominciò a correre più veloce che poteva, quasi cadde, ma continuò finchè non arrivò da lui e lo abbracciò più forte che poteva. Era ghiacciato.

– Kay! Kay! Mio piccolo Kay finalmente ti ho ritrovato! – singhiozzava tra le lacrime Gerda.
Gli occhi di Kay la guardavano vuoti e privi di qualunque emozione.

Gerda lo abbracciò ancora più forte, i loro visi erano così vicini che le sue lacrime si posarono sulle guance di Kay ghiacciando all’istante. Ma una di queste lacrime, come per miracolo, cadde nei suoi occhi.

Gli occhi di Kay ebbero un barlume di vita, quasi sembravano aver riconosciuto Gerda, la guardarono, si inumidirono e finalmente piansero. Piansero così tanto che le sue lacrime riuscirono a portare via la scheggia di vetro che ancora aveva negli occhi.

Per l’emozione Gerda strinse ancora più forte Kay e pianse ancora di più. Un’altra sua lacrima cadde sul suo cuore di ghiaccio e portò via l’altra scheggia di vetro che vi albergava dentro.

Kay poco a poco diventava sempre meno freddo, le sue guance riprendevano colore e cominciava a muoversi finché alla fine, con la poca energia che aveva in corpo, abbracciò Gerda.
Fu in quel momento che la riconobbe.

– Gerda… – disse Kay con un filo di voce.
– Kay… – rispose Gerda sorridendo e accarezzandogli il viso.
– … perdonami, ti ho fatto soffrire… – continuò il ragazzo.
– Non importa, ora siamo di nuovo insieme…

Kay stava ritornando il ragazzo gentile e spensierato che era sempre stato. Iniziò a raccontare a Gerda di come, quando era stato rapito dalla Regina delle Nevi, non riuscisse a ribellarsi a lei nè a contrariarla, anzi gli sembrava che quel gelido e tetro castello dove lo aveva portato fosse il posto più bello del mondo.

Spiegò alla ragazza che la Regina delle Nevi erano ormai giorni che era andata via dal castello, e non sapeva nemmeno lui dove. Forse era andata a cercare divertimento portando il gelo nel cuore di altre persone…

Gerda e Kay si presero per mano e, fianco a fianco, uscirono dal castello. Ai piedi della scalinata d’entrata li stava aspettando la renna, che li fece salire in groppa e li portò dalla donna della Lapponia.

La donna della Lapponia li sfamò e li fece riposare. Il giorno successivo, sempre in groppa alla renna, viaggiarono fino alla donna di Finlandia, che li abbracciò e diede loro tutte le provviste per tornare a casa. Gerda e Kay salutarono lei e la renna e s’incamminarono.

Giunsero nella foresta, dove su un maestoso destriero incontrarono una ragazza: era Paska, la figlia della brigantessa. Aveva deciso di viaggiare il mondo da sola alla ricerca delle avventure che aveva sempre sognato, e li accompagnò ai confini del regno.

Gerda e Kay furono accolti dalla Principessa e dal Principe, che li vestirono riccamente e diedero loro due cavalli per tornare a casa.
Lungo il viaggio di ritorno incontrarono la piccola casetta della Maga dei Fiori, che li abbracciò e li benedisse.

Finalmente, dopo tanto viaggiare, ritornarono nella loro città, nelle loro case.
Gerda e Kay si tenevano mano nella mano.
Lì ritrovarono la nonna e tutto il resto, esattamente come lo avevano lasciato, come se il tempo non fosse passato mai.

Ma invece per loro il tempo era passato, perché quando entrarono dalla porta, scoprirono di essere cresciuti.
Scoprirono di volersi ancora più bene di quando tutta la loro avventura era iniziata, e scoprirono che non potevano più fare a meno l’una dell’altro.

Nel cortile di casa ritrovarono le loro piccole seggioline, e si sedettero tenendosi per mano. Erano diventati adulti, eppure sembravano ancora due bambini, bambini nel cuore,

C’erano le rose sui davanzali delle finestre ed era già estate, una calda e splendida estate.

⚜ Fine della fiaba ⚜

Note alla Regina delle Nevi

La Regina delle Nevi è forse il racconto più lungo e complesso scritto da Hans Christian Andersen.

Racconta la storia di crescita e maturità di due ragazzi, Kay e Gerda, che dovranno affrontare le loro paure più profonde per poter alla fine essere finalmente felici insieme.

Il significato profondo di questa storia lo si intuisce già daslla suddvisione in sette capitoli, che in realtà possono essere letti quasi come storie assolutamente indipendenti tra loro, ma che insieme formano una elaborata storia in cui Gerda dimostrerà di riuscire ad affrontare il mondo contando solo sulle proprie forze, e un pizzico di fortuna (che non guasta mai).
In fondo Gerda ha sempre avuto tutte le capacità di cui aveva bisogno, solo non sapeva ancora di possederle.

Mentre Kay, grazie all’amore di Gerda, solo alla fine si renderà conto di quanto illusorie e pericolose siano state le sue ambizioni.

Questo racconto è stato alla base dell’ispirazione per il famoso film della Disney “Frozen”.

Una precisazione, nel racconto originale di Andersen, Gerda incontra prima la donna di Lapponia e poi la donna di Finlandia, che però è un controsenso in quanto, ipotizzando un viaggio verso nord, si incontra prima la Finlandia e poi la Lapponia (che è una regione della stessa Finlandia).
Per essere il più coerenti possibile con la geografia, abbiamo volutamente scambiato i nomi dei due personaggi.

Speriamo che la nostra versione vi piaccia!

😊

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 6 – La donna di Finlandia e la donna di Lapponia

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 6 – La donna di Finlandia e la donna di Lapponia


La renna, con in groppa Gerda, correva così veloce che sembrava letteralmente volare in mezzo alla foresta. In lontananza si sentivano gli ululati dei lupo, sopra di loro un’aurora boreale di fuoco illuminava la strada.

Si fermarono solo quando giunsero presso una piccola casetta in Finlandia, così piccola che per entrarci bisognava accucciarsi.

Dentro c’era solo una vecchia donna della Finlandia, che stava cucinando del pesce sul fuoco. La donna le accolse e le invitò ad accomodarsi. Dentro la casetta faceva così freddo che Gerda batteva i denti e non riusciva a parlare.

Fu la renna a raccontare tutta la loro storia alla vecchia, che la ascoltò con attenzione.
– Povere creature! – esclamò la vecchietta dopo aver sentito tutta la storia di Gerda e Kay – avete ancora molta strada da fare, dovete arrivare fino in Lapponia, è lì che vive la Regina delle Nevi nel suo castello di ghiaccio, e ogni notte accende il cielo con i suoi magici fuochi azzurri.

La vecchina porse del cibo a Gerda, che mangiò tutto.
– Vi mando da una mia amica, vive in Lapponia e troverete la sua casa proprio lungo il cammino, dovete portarle un messaggio da parte mia!
Detto questo la donna di Finlandia, che non aveva carta su cui scrivere, prese un pesce essiccato sotto sale e vi incise sopra un messaggio, poi lo diede a Gerda – Ora andate!

Gerda e la renna ringraziarono la vecchina e partirono di corsa alla volta della donna di Lapponia.
Trovarono la sua casetta dopo molte ore di viaggio. Bussarono alla porta e, una volta entrate, videro una vecchietta con indosso giusto una vestaglia leggera; dentro la casa faceva effettivamente un caldo infernale.

Gerda si tolse praticamente tutti i vestiti, mentre la renna poverina faceva fatica a stare in piedi per l’eccessivo caldo, tanto che la vecchina le posò un pezzo di ghiaccio sulla fronte.

Gerda diede poi il pesce secco alla donna che lo lesse attentamente fino ad impararlo a memoria. Poi lo gettò nella pentola a cuocere perché il cibo non andava sprecato.

Ascoltò anche lei la storia di Gerda narrata dalla renna, poi diede del cibo alla ragazza e con un cenno della testa indicò alla renna di seguirla in un’altra stanza.

Quando furono sole la renna disse:
– Tu sei una maga vero? Potresti dare una pozione magica a Gerda che le infonda la forza di dodici uomini così che possa sconfiggere la Regina delle Nevi?
– La forza di dodici uomini non le sarebbe di grande aiuto, cara mia… il piccolo Kay vive ormai da molto tempo con la Regina delle Nevi, e pensa di essere nel posto più bello del mondo, ma solo perché nel suo cuore e nei suoi occhi ci sono delle schegge di vetro magiche. Se non togliamo quelle, non sarà mai libero e la Regina delle Nevi lo avrà sempre in suo potere…

La renna ascoltò, poi aggiunse:
– Non puoi darle qualcosa che dia a Gerda del potere su di lei?
– Non posso darle più potere di quanto già ne abbia! Non vedi quanto è grande? Non vedi come tutti quelli che incontra la aiutano, e quanto ha camminato nel mondo con le sue sole gambe? Il potere si trova nel suo cuore innocente. Solo lei può togliere le schegge di vetro dal piccolo Kay, noi non possiamo aiutarla!
Tornarono quindi da Gerda.

– Il giardino della Regina delle Nevi è a pochi chilometri da qui, porta Gerda fino al grande cespuglio di bacche rosse che cresce in mezzo alla neve nel giardino del castello. Poi devi tornare qui più in fretta che puoi! – disse la donna rivolgendosi alla renna.
La donna della Lapponia aiutò Gerda a risalire sulla renna, si salutarono e la renna corse via più veloce che poteva. In breve tempo lo scintillante castello di ghiaccio della Regina delle Nevi fu all’orizzonte.

Il freddo era insopportabile e stava per iniziare anche una tormenta di neve. Riuscirono a raggiungere il cespuglio di bacche rosse, dove la renna fece scendere Gerda dal suo dorso.
Gerda abbracciò al collo la renna, si salutarono con le lacrime agli occhi, poi la renna si girò e corse più veloce che poteva per tornare indietro dalla donna della Lapponia.

Gerda era rimasta sola nella fredda e gelida tormenta di neve.
Di fronte a lei si stagliava in tutta la sua maestosità il castello di ghiaccio.
Facendosi coraggio Gerda decise di entrare.

… continua nel CAPITOLO 7: Nel castello della Regina delle Nevi

Note alla Regina delle Nevi

La Regina delle Nevi è forse il racconto più lungo e complesso scritto da Hans Christian Andersen.

Racconta la storia di crescita e maturità di due ragazzi, Kay e Gerda, che dovranno affrontare le loro paure più profonde per poter alla fine essere finalmente felici insieme.

Il significato profondo di questa storia lo si intuisce già daslla suddvisione in sette capitoli, che in realtà possono essere letti quasi come storie assolutamente indipendenti tra loro, ma che insieme formano una elaborata storia in cui Gerda dimostrerà di riuscire ad affrontare il mondo contando solo sulle proprie forze, e un pizzico di fortuna (che non guasta mai).
In fondo Gerda ha sempre avuto tutte le capacità di cui aveva bisogno, solo non sapeva ancora di possederle.

Mentre Kay, grazie all’amore di Gerda, solo alla fine si renderà conto di quanto illusorie e pericolose siano state le sue ambizioni.

Questo racconto è stato alla base dell’ispirazione per il famoso film della Disney “Frozen”.

Una precisazione, nel racconto originale di Andersen, Gerda incontra prima la donna di Lapponia e poi la donna di Finlandia, che però è un controsenso in quanto, ipotizzando un viaggio verso nord, si incontra prima la Finlandia e poi la Lapponia (che è una regione della stessa Finlandia).
Per essere il più coerenti possibile con la geografia, abbiamo volutamente scambiato i nomi dei due personaggi.

Speriamo che la nostra versione vi piaccia!

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 5 – La figlia del brigante

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 5 – La figlia del brigante


Gerda stava attraversando la foresta buia, la sua carrozza sfavillava e brillava, e non ci volle molto prima che attirasse l’attenzione dei banditi.

L’attesero in un punto in cui la strada era stretta, e assalirono la carrozza gridando:
– Oro! Oro!
Afferrarono i cavalli e legarono il cocchiere, poi aprirono la carrozza e tirarono fuori Gerda.

– Guarda guarda che bel bocconcino! – esclamò la Regina dei Briganti sguainando la spada.
– No mamma! Non farle del male – gridò una ragazza che stava in mezzo ai banditi – voglio che diventi la mia compagna di giochi, e che mi dia tutti i suoi vestiti!

Era Paska, la figlia della Regina dei Briganti. Tutti si misero a ridere, e sua madre fece fatica a nascondere l’imbarazzo, ma alla fine acconsentì perfino a regalarle la carrozza.

Portarono Gerda al loro accampamento nei boschi, Paska la prese e la condusse in disparte.
– Sei una principessa? – le chiese.
– No, non lo sono… – rispose Gerda.
– E cosa ci facevi tutta sola su una carrozza ricoperta d’oro?!
Gerda tra le lacrime iniziò a raccontare la sua storia.

Paska la ascoltava in silenzio, poi alla fine le asciugò le lacrime.
– Questa notte dormirai con me, ho un sacco di animaletti da farti conoscere – le disse indicando alcuni colombi appollaiati su un albero lì vicino.

Andarono nella tenda di Paska e, mentre entravano, Gerda notò un coltello appeso alla sua cintola.
– Tieni il coltello con te anche quando dormi? – le chiese guardandola un po’ impaurita.
– Dormo sempre col coltello, non si sa mai quello che può succedere… rispose Paska.

Gerda si coricò accanto a Paska. Faceva fatica ad addormentarsi, tanti pensieri si affollavano nella sua testa. Paska si addormentò subito e russava ormai sonoramente quando un colombo bianco si posò vicino alla loro tenda e iniziò a tubare “Tuuuu… tuuuu… tuuuu…” faceva il colombo.

Gerda, infastidita dal richiamo del colombo, gli gridò a mezza voce:
– Basta! Cosa vuoi? Non si riesce a dormire!
Il colombo smise di tubare, aspettò qualche istante e poi disse:
– Tu sei alla ricerca di un ragazzo di nome Kay?

Gerda si alzò di scatto e lo raggiunse fuori dalla tenda.
– Cosa sai di Kay?! – gli chiese.
– Lo abbiamo visto seduto accanto alla Regina delle Nevi sulla sua slitta, prova a chiedere anche alla renna… – e la indicò legata ad un albero.

La renna, sentendosi chiamata in causa, si girò verso Gerda.
– E’ sicuramente andata al nord, nel regno delle nevi, lì ha il suo castello di ghiaccio – disse.
Gerda sospirò.

– Cos’è tutto questo baccano?! Gerda torna dentro! – era Paska mezza addormentata ma con la mano sull’impugnatura del coltello.
Gerda guardò i colombi e la renna, poi ubbidì.

Al mattino Gerda raccontò a Paska tutto quello che aveva saputo.
– Renna, vieni qua! E’ vero quello che hai detto a Gerda? Tu sai come arrivarci?
Alla renna brillarono gli occhi – certo che so come arrivarci! Ci sono nata e cresciuta là!

Paska diede uno sguardo al campo dei briganti, erano tutti belli svegli, soprattutto sua madre.
– Ascoltami – disse Paska a Gerda – adesso non c’è possibilità, ma nel primo pomeriggio, subito dopo pranzo di solito fanno tutti un sonnellino, anche mia madre, forse allora potrò aiutarti…
Gerda l’abbracciò e la ringraziò in lacrime.

Aspettarono che tutti si fossero addormentati, poi Paska si avvicinò alla renna – E’ ora che tu ritorni da dove sei venuta… – le disse.
La renna capì subito cosa intendeva e iniziò a saltare di gioia – devi portare Gerda con te – e aiutò la ragazza a montare in groppa alla renna, poi tagliò la corda che la teneva legata all’albero.

Paska ridiede a Gerda i suoi vestiti e anche del cibo per il viaggio.
Gerda le prese le mani e la ringraziò di cuore in lacrime.
– Non è il momento di piangere… E ora và! E tu stai attenta a Gerda! – disse rivolgendosi alla renna e dandole una pacca. La renna cominciò a correre per il bosco innevato.

Gerda si voltò a guardarla per un ultimo saluto, di fronte a lei ora si stagliava il cielo illuminato dalle aurore boreali.

… continua nel CAPITOLO 6: La donna di Finlandia e la donna di Lapponia

Note alla Regina delle Nevi

La Regina delle Nevi è forse il racconto più lungo e complesso scritto da Hans Christian Andersen.

Racconta la storia di crescita e maturità di due ragazzi, Kay e Gerda, che dovranno affrontare le loro paure più profonde per poter alla fine essere finalmente felici insieme.

Il significato profondo di questa storia lo si intuisce già daslla suddvisione in sette capitoli, che in realtà possono essere letti quasi come storie assolutamente indipendenti tra loro, ma che insieme formano una elaborata storia in cui Gerda dimostrerà di riuscire ad affrontare il mondo contando solo sulle proprie forze, e un pizzico di fortuna (che non guasta mai).
In fondo Gerda ha sempre avuto tutte le capacità di cui aveva bisogno, solo non sapeva ancora di possederle.

Mentre Kay, grazie all’amore di Gerda, solo alla fine si renderà conto di quanto illusorie e pericolose siano state le sue ambizioni.

Questo racconto è stato alla base dell’ispirazione per il famoso film della Disney “Frozen”.

Una precisazione, nel racconto originale di Andersen, Gerda incontra prima la donna di Lapponia e poi la donna di Finlandia, che però è un controsenso in quanto, ipotizzando un viaggio verso nord, si incontra prima la Finlandia e poi la Lapponia (che è una regione della stessa Finlandia).
Per essere il più coerenti possibile con la geografia, abbiamo volutamente scambiato i nomi dei due personaggi.

Speriamo che la nostra versione vi piaccia!

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 4 – Il principe e la principessa

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 4 – Il principe e la principessa


Dopo aver corso a lungo per i boschi, Gerda si riposò sotto un grande albero.

Saltellando nella neve arrivò da lei un grosso corvo nero, si fermò a guardarla e poi disse:
– Cra! Cra! Buongiorno! Cosa ci fai qui sola nel bosco, bimba mia?

Gerda si sentiva sola e stanca e, meravigliata che il corvo potesse parlare, gli confidò tutta la sua storia. Infine gli chiese se avesse visto Kay.
– Può essere… – rispose il corvo.
– Dimmi dove! – esclamò la ragazza.
– Credo di aver visto il giovane che descrivi… vive nel castello, insieme alla principessa. Ma non illuderti, ti ha completamente dimenticato…

Colpita da quest’ultima frase Gerda rimase in silenzio. Nel suo cuore però si faceva largo uno sprazzo di felicità: ora sapeva dov’era Kay.
– Quindi adesso vive con una principessa… ma almeno sta bene? E lei come lo tratta?

Il corvo la guardò profondamente a lungo, poi riprese la parola:
– Devi sapere che in questo regno c’era una volta una principessa straordinariamente intelligente, dolce e gentile, che amava imparare ogni cosa. Leggeva ogni libro di sapienza e studiava le regole che governavano il mondo. Poi giunse il momento per lei di diventare regina, e quindi di prendere marito. Ma non voleva far da compagna ad un re tutto impettito, altezzoso e noioso, no, lei voleva un uomo a cui far domande e da cui ricevere risposte.

Gerda ascoltava il corvo rapita.

– La principessa quindi decise di andare in giro per il suo regno a cercare qualcuno che fosse degno di diventare il suo compagno.
– E lo ha trovato in Kay… è sempre stato molto intelligente, parlare con lui era meraviglioso… – concluse la frase Gerda.
Il corvo la guardò senza dire nulla.

– Devi portarmi al castello, subito! – esclamò Gerda.
– Devo prima chiedere consiglio a una cornacchia mia amica che vive lì dentro perché, devo dirtelo, una ragazzina come te non la lascerebbero mai entrare – le rispose il corvo – aspettami qui, tornerò al più presto – poi allargò le ali e prese il volo in direzione del castello.
Quando il corvo tornò era ormai sera. Nel becco aveva del pane e del formaggio e li pose nelle mani di Gerda – tieni, avrai fame – le disse.
Gerda lo ringraziò molto e iniziò a mangiare. Aveva molta fame.

– Sei riuscito a trovare il modo di farmi entrare nel castello? – gli chiese.
– Tutti gli ingressi sono difesi dalle guardie d’argento, da lì è impossibile passare…
A Gerda cominciarono a formarsi le lacrime agli occhi, pensando che non avrebbe mai più potuto rivedere Kay. Il corvo però continuò a parlare.

– Aspetta a piangere mia cara… la cornacchia mia amica mi ha detto che esiste un passaggio nascosto che dalle stalle permette di entrare direttamente nel castello. Seguimi, ti accompagnerò.
A Gerda non sembrava vero, finalmente avrebbe ritrovato Kay!

Camminò veloce seguendo il corvo in volo. Arrivarono al giardino posteriore del castello, poi si infilarono nelle stalle e in fondo, mezza coperta dalla paglia, trovarono una piccola porta. In quel momento comparve anche la cornacchia, che portava un mazzo di chiavi nel becco. Lo fece cadere proprio ai piedi di Gerda, lei prese le chiavi e aprì la porta.

Davanti a loro si apriva uno stretto corridoio, attraverso il quale Gerda seguì la cornacchia. Camminarono attraversando piccoli stanzini e ampi saloni, finché non furono in una camera da letto. Lì qualcuno stava dormendo, ma Gerda intravedeva solo una nuca di un giovane illuminata dalla fioca luce della luna.

– Kay! – gridò sottovoce Gerda.
Il giovane si voltò di soprassalto, ma non era Kay… subito dopo si alzò anche una giovane ragazza ed entrambi erano molto sorpresi per la singolare visita.

Erano in realtà la principessa e il principe del castello. Il corvo, sentendo il racconto di Gerda, si era sbagliato in buona fede, convinto che Kay fosse davvero il ragazzo che la principessa aveva cercato.
Gerda si mise a piangere disperata, la principessa ed il principe la consolarono e la invitarono a raccontare la sua storia. Una volta finito il racconto, decisero di aiutarla.

La fecero dormire nel castello, la vestirono come una dama di corte e le diedero una carrozza con cui poter andare alla ricerca di Kay.
– Grazie mille, non vi dimenticherò mai! – disse Gerda salutandoli.
– Ti auguriamo di ritrovare al più presto il tuo Kay! – le risposero.

Così Gerda partì e, poco dopo, si ritrovò fuori dal regno alla ricerca delle tracce di Kay.

… continua nel CAPITOLO 5: La figlia del brigante

Note alla Regina delle Nevi

La Regina delle Nevi è forse il racconto più lungo e complesso scritto da Hans Christian Andersen.

Racconta la storia di crescita e maturità di due ragazzi, Kay e Gerda, che dovranno affrontare le loro paure più profonde per poter alla fine essere finalmente felici insieme.

Il significato profondo di questa storia lo si intuisce già daslla suddvisione in sette capitoli, che in realtà possono essere letti quasi come storie assolutamente indipendenti tra loro, ma che insieme formano una elaborata storia in cui Gerda dimostrerà di riuscire ad affrontare il mondo contando solo sulle proprie forze, e un pizzico di fortuna (che non guasta mai).
In fondo Gerda ha sempre avuto tutte le capacità di cui aveva bisogno, solo non sapeva ancora di possederle.

Mentre Kay, grazie all’amore di Gerda, solo alla fine si renderà conto di quanto illusorie e pericolose siano state le sue ambizioni.

Questo racconto è stato alla base dell’ispirazione per il famoso film della Disney “Frozen”.

Una precisazione, nel racconto originale di Andersen, Gerda incontra prima la donna di Lapponia e poi la donna di Finlandia, che però è un controsenso in quanto, ipotizzando un viaggio verso nord, si incontra prima la Finlandia e poi la Lapponia (che è una regione della stessa Finlandia).
Per essere il più coerenti possibile con la geografia, abbiamo volutamente scambiato i nomi dei due personaggi.

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 3 – Il giardino della Maga dei Fiori

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 3 – Il giardino della Maga dei Fiori


Kay sedeva di fianco alla Regina delle Nevi, e nonostante lei gli sorridesse, lui iniziava ad avere sempre più paura.

La neve scendeva copiosa, e loro scivolavano veloci nella foresta buia. Kay iniziava anche ad avere molto freddo, di quel passo in poco tempo si sarebbe congelato.

La Regina delle Nevi se ne accorse e gli disse:
– Ti stai congelando ragazzo mio, vieni sotto il mio mantello – e aprendo il suo mantello di candida pelliccia, lo abbracciò – hai ancora freddo? – chiese lei.

Kay fece cenno di sì col capo, la signora di ghiaccio sorrise:
– Adesso ti darò un altro bacio sulla fronte, e dimenticherai tutto, anche di avere freddo – e mentre gli accostava le labbra sulla fronte, gli occhi di Kay divennero grigi e freddi. In un istante aveva perso del tutto la memoria di sé e di tutte le persone a lui care, Gerda compresa.

La Regina delle Nevi continuò il suo viaggio verso il suo castello di ghiaccio. Intorno a loro il vento fischiava e la neve sibilava, mentre Kay riposava nel suo abbraccio.

Gerda pianse tutta la notte e non riuscì a dormire. Tutto il paese aveva preso parte alle ricerche di Kay, ma nessuno ne trovò la benché minima traccia.

Per Gerda quello fu un inverno lungo e buio.

Quando arrivò la primavera, la ragazza prese coraggio e si disse: “devo ritrovare Kay!” e, infilandosi le sue scarpette rosse, partì.

Viaggiò a lungo, finché non arrivò ad un fiume dov’era attraccata una barchetta: sembrava la stesse aspettando.

Gerda salì sulla barca e, come d’incanto, la corrente la portò via. “Forse il fiume sa dove posso trovare Kay” pensò.

La barca oltrepassò campi e alberi, fino ad arrivare ad un giardino con un ciliegio e una strana casetta, che aveva strane finestre rosse e blu e il tetto di paglia. Lì la barchetta si accostò alla riva e si fermò.

Gerda scese dalla barca mentre dalla casetta uscì una donna molto anziana. Si appoggiava a un bastone e indossava un ampio cappello di paglia con sopra dipinti degli splendidi fiori.

– Vieni, raccontami chi sei e come sei arrivata qui – le disse la vecchina.
Gerda sulle prime ne ebbe paura, poi guardandola negli occhi capì che era una signora buona e le raccontò tutto.

L’anziana signora l’ascoltò e le disse di non essere triste. La invitò poi a stare da lei per qualche tempo, avrebbe potuto raccogliere le ciliegie e sentire il profumo del suo giardino pieno di fiori.

Gerda iniziò a mangiar ciliegie, e la vecchina prese a spazzolarle gli splendidi capelli dorati. Più glieli spazzolava, e più Gerda si sentiva serena e tranquilla.

L’anziana signora la ospitò nella sua casetta per la notte e il giorno seguente portò Gerda a vedere il suo giardino pieno di fiori. Erano di tutti i tipi ed erano tutti meravigliosi. C’era solo una piccola porzione di giardino senza fiori e di terra brulla, ma Gerda non vi fece caso.

Mentre passavano la giornata a raccontarsi le loro vite, la vecchina continuava a spazzolare i capelli di Gerda, e la ragazza era ogni giorno sempre più serena e pensava sempre meno a Kay. Finché non se ne scordò del tutto.

La vecchina era in realtà la Maga dei Fiori, una strega buona che cercava soltanto un po’ di compagnia. Ascoltando la storia di Gerda aveva fatto sprofondare le rose del giardino sotto terra, in modo che lei non potesse vederle. E con un incantesimo, mentre le pettinava i capelli, le faceva perdere il ricordo di Kay.

Le giornate passavano veloci e spensierate, Gerda curava il giardino e la vecchina col cappello di paglia le stava accanto.

“Le dona proprio quel cappello di paglia” pensò Gerda mentre innaffiava dei gerani. Poi guardò meglio i fiori dipinti sul cappello, e vide una rosa proprio come quelle che stavano nel suo giardino di casa e che piacevano tanto anche a Kay.

– Kay!! – gridò Gerda come risvegliandosi da un sogno – devo trovare Kay!! – si guardò intorno, spaesata, era ormai quasi autunno e non aveva ancora trovato Kay.

Si inginocchiò in lacrime proprio nel pezzo di giardino privo di fiori, una goccia cadde sul terreno e subito sbocciò una rosa.

Gerda la guardò incredula, era una rosa bella e splendida, che sembrava volerle dire qualcosa. La ragazza avvicinò l’orecchio e sentì sussurrare:
– Cerca dove sorge il castello di ghiaccio…

Gerda salutò di fretta la Maga dei Fiori che la pregò invano di rimanere, e corse via per il bosco più veloce che poteva. Dal cielo stava iniziando a cadere qualche piccolo fiocco di neve.

… continua nel CAPITOLO 4: Il principe e la principessa

Note alla Regina delle Nevi

La Regina delle Nevi è forse il racconto più lungo e complesso scritto da Hans Christian Andersen.

Racconta la storia di crescita e maturità di due ragazzi, Kay e Gerda, che dovranno affrontare le loro paure più profonde per poter alla fine essere finalmente felici insieme.

Il significato profondo di questa storia lo si intuisce già daslla suddvisione in sette capitoli, che in realtà possono essere letti quasi come storie assolutamente indipendenti tra loro, ma che insieme formano una elaborata storia in cui Gerda dimostrerà di riuscire ad affrontare il mondo contando solo sulle proprie forze, e un pizzico di fortuna (che non guasta mai).
In fondo Gerda ha sempre avuto tutte le capacità di cui aveva bisogno, solo non sapeva ancora di possederle.

Mentre Kay, grazie all’amore di Gerda, solo alla fine si renderà conto di quanto illusorie e pericolose siano state le sue ambizioni.

Questo racconto è stato alla base dell’ispirazione per il famoso film della Disney “Frozen”.

Una precisazione, nel racconto originale di Andersen, Gerda incontra prima la donna di Lapponia e poi la donna di Finlandia, che però è un controsenso in quanto, ipotizzando un viaggio verso nord, si incontra prima la Finlandia e poi la Lapponia (che è una regione della stessa Finlandia).
Per essere il più coerenti possibile con la geografia, abbiamo volutamente scambiato i nomi dei due personaggi.

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 2 – Kay e Gerda

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 2 – Kay e Gerda


Nella periferia della grande città vivevano due poveri bambini, si conoscevano fin da quando erano nati, essendo i loro genitori vicini di casa, e passavano tutti i giorni assieme.
Lui si chiamava Kay e lei si chiamava Gerda.

Le loro case erano molto vicine, tanto vicine che bastava scavalcare una grondaia e attraversare una finestra per passare da una soffitta all’altra.

D’estate i due bambini prendevano le loro seggiole e si sedevano all’ombra dei ciliegi e delle rose nel giardino vicino, dove facevano giochi meravigliosi.

D’inverno, quando faceva troppo freddo per giocare fuori nel cortile, pulivano ben bene i vetri delle finestre per potersi guardare dalle rispettive case. Si salutavano sempre prima di andare a dormire.

Un pomeriggio in cui fuori stava nevicando fitto, Kay e Gerda si erano raccolti vicino alla stufa a fare compagnia alla vecchia nonna.

– Vedete miei piccoli – disse la nonna – quella neve è come le api bianche che sciamano!
Kay, pensieroso e colpito dall’affermazione della nonna, rispose:
– Anche le api bianche hanno una regina?
– Certo che ce l’hanno! E vola proprio dove le api sono più fitte. É la più grande di tutte e non si posa mai a terra. Dove vola lei il cielo è sempre più scuro e, se per caso si avvicina ad una finestra, la fa ghiacciare in modo strano, come se volesse disegnare un fiore. Si chiama la Regina delle Nevi!

I bambini guardavano incantati i fiocchi di neve scendere fuori dalla finestra. Ad un certo punto Gerda chiese:
– Ma la Regina delle Nevi può entrare anche nelle case?
Subito Kay rispose – lasciala pure entrare, ci penserò io a infilarla nella stufa per scioglierla!
Risero tutti, poi la nonna continuò raccontando altre storie.

Quella sera Kay, prima di addormentarsi, pulì con la mano il vetro ghiacciato della finestra e guardò fuori. Dalla casa di fronte Gerda aveva già fatto lo stesso e i due bambini si salutarono.

Gerda spense la candela della sua stanzetta mentre Kay rimase ancora qualche minuto a guardare la neve scendere copiosa. Guardò in particolare un grosso fiocco di neve posarsi sulla fioriera appesa al davanzale della finestra.

Quel fiocco di neve si era posato con una delicatezza inusuale, facendo uno svolazzo molto elegante prima di fermarsi. Dopo qualche istante il fiocco di neve iniziò a ingrandirsi, crescendo fino a diventare una elegante donna fatta di ghiaccio e tutta di bianco vestita.

I suoi occhi splendevano come le stelle e dopo un battito di ciglia incrociò lo sguardo incredulo di Kay. Gli fece un cenno con la mano, che tese quasi ad invitarlo a uscire di casa e seguirla in mezzo alla tormenta di neve.

Kay fece un balzo all’indietro per lo spavento e cadde per terra. Riuscì a vedere una grande ombra che passava davanti alla finestra, sembrava un enorme uccello che aveva spiccato il volo.

Quando Kay ebbe di nuovo il coraggio di avvicinarsi alla finestra e guardare fuori sulla fioriera, vide che la donna di ghiaccio era svanita.
“Che fosse la Regina delle Nevi…?” pensò Kay.

Quel freddo inverno passò senza che la donna di ghiaccio si facesse più vedere. Arrivarono finalmente la primavera e poi la calda estate, le rose del roseto sbocciavano ed erano profumate più che mai.

Kay e Gerda stavano all’ombra, sfogliavano un libro illustrato. Erano completamente assorti nella lettura quando Kay all’improvviso esclamò:
– Ahi! Ho una fitta al cuore, mi fa molto male… e mi è entrato qualcosa nell’occhio e mi brucia!

Gerda prese subito il capo di Kay e guardò bene mentre sbatteva gli occhi, ma non vide niente. Il ragazzo, per tranquillizzarla, le disse che forse il granello di polvere se n’era andato, anche se in realtà gli faceva ancora tanto male.

Kay non poteva immaginare che nel suo occhio si fosse conficcata proprio una delle minuscole schegge dello specchio fabbricato dal folletto malvagio. E, per ironia della sorte, una scheggia aveva raggiunto anche il suo cuore.

Gerda, in lacrime per lo spavento, corse a prendere una pezzuola bagnata con cui pulire bene l’occhio di Kay. Lui si calmò un poco, poi guardò in viso Gerda e le disse in modo sgarbato:
– Perché stai piangendo?! Sei proprio brutta quando piangi!

Gerda rimase di stucco per il tono tutt’altro che gentile di Kay. Il ragazzo guardandosi intorno iniziò a dire cose cattive e malevoli:
– Ma guarda quella mela sull’albero, viene mangiata da un verme… e poi queste rose sono proprio brutte e orribili… e quel libro illustrato è solo uno stupido passatempo per bambini!

– Kay! Ma cosa stai dicendo!? – Urlò Gerda al ragazzo. Non si era mai comportato in quel modo e non lo aveva mai visto così arrabbiato.

Kay la guardò con disprezzo e corse via. Da quel momento diventò insopportabile, trattava male anche la povera nonna quando gli raccontava le storie della buonanotte.

La piccola Gerda a poco a poco si allontanò da lui, non capiva il perché la prendesse sempre in giro e usasse sempre parole scortesi con lei. Non poteva sapere che era tutta colpa delle schegge malvagie conficcate nel suo occhio e nel suo cuore…

Tornò quindi l’inverno e, nonostante tutto, prima di dormire Kay puliva ancora il vetro dal ghiaccio e salutava brevemente Gerda.

Una di quelle sere entrambi rimasero a guardare la neve cadere fuori dalle loro finestre. Ad un certo punto qualcosa attirò l’attenzione di Kay, che come un fulmine aprì la finestra e si sporse sul davanzale.

Sulla fioriera si era posato un fiocco di neve molto speciale, più grande degli altri, e Kay lo prese fra le mani. Gerda, che osservava la scena, pensò che il ragazzo volesse buttarsi giù dalla finestra, allora gli urlò:
– Cosa stai facendo Kay!? Attento!!

Ma Gerda non credette ai propri occhi quando vide il grande fiocco di neve tra le mani di kay trasformarsi in una bellissima e maestosa donna di ghiaccio. Era la Regina delle Nevi.

La donna prese il ragazzo per mano e magicamente lo accompagnò fino a terra, volando con dolcezza. Lì apparve dal nulla una slitta di ghiaccio trainata da cavalli, anch’essi fatti di ghiaccio.

– Kay!!! – gridò disperata Gerda, ma il ragazzo non la sentiva.

La Regina delle Nevi, prese la testa di Kay e gli diede un bacio sulla fronte. D’improvviso il ragazzo sembrò diventare di ghiaccio anche lui. Salirono sulla slitta e sparirono nella buia notte in mezzo alla tormenta di neve.

– Kay!!! – gridò ancora più forte Gerda, ma ormai Kay non c’era più…

… continua nel CAPITOLO 3: Il giardino della Maga dei Fiori

Note alla Regina delle Nevi

La Regina delle Nevi è forse il racconto più lungo e complesso scritto da Hans Christian Andersen.

Racconta la storia di crescita e maturità di due ragazzi, Kay e Gerda, che dovranno affrontare le loro paure più profonde per poter alla fine essere finalmente felici insieme.

Il significato profondo di questa storia lo si intuisce già daslla suddvisione in sette capitoli, che in realtà possono essere letti quasi come storie assolutamente indipendenti tra loro, ma che insieme formano una elaborata storia in cui Gerda dimostrerà di riuscire ad affrontare il mondo contando solo sulle proprie forze, e un pizzico di fortuna (che non guasta mai).
In fondo Gerda ha sempre avuto tutte le capacità di cui aveva bisogno, solo non sapeva ancora di possederle.

Mentre Kay, grazie all’amore di Gerda, solo alla fine si renderà conto di quanto illusorie e pericolose siano state le sue ambizioni.

Questo racconto è stato alla base dell’ispirazione per il famoso film della Disney “Frozen”.

Una precisazione, nel racconto originale di Andersen, Gerda incontra prima la donna di Lapponia e poi la donna di Finlandia, che però è un controsenso in quanto, ipotizzando un viaggio verso nord, si incontra prima la Finlandia e poi la Lapponia (che è una regione della stessa Finlandia).
Per essere il più coerenti possibile con la geografia, abbiamo volutamente scambiato i nomi dei due personaggi.

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Il piccolo principe 💫 CAPITOLO 9

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Il Piccolo Principe 💫 CAPITOLO 9


C’era, accanto al pozzo, un rudere di un vecchio muro di pietra.
contro ogni speranza ero riuscito a riparare il mio aereo e, quando tornai la sera successiva, vidi da lontano il mio piccolo principe seduto lassù, con le gambe penzoloni. Stava parlando con qualcuno:
– Quindi non ricordi? – disse – Non è proprio qui!

Qualcuno gli rispose, perchè poi aggiunse:
– Sì! Sì! Il giorno è giusto, ma non il posto…
Camminai verso il muro, ancora non vedevo né sentivo nessuno, eppure il piccolo principe rispose ancora:
– … certo… Vedrai la mia traccia nella sabbia, devi solo aspettarmi lì. Ci vediamo stasera…

Ero a pochi metri dal muro e ancora non riuscivo a vedere nulla.
Il piccolo principe dopo un breve silenzio disse ancora:
– Hai del buon veleno? Sei sicuro che non mi farai soffrire a lungo?

Mi fermai. Il mio cuore sprofondava, ma continuavo a non capire.
– Ora vattene – disse – voglio tornare giù!

Così abbassai gli occhi anch’io e saltai dallo spavento!
C’era uno di quei serpenti gialli che se ti mordono ti uccidono in trenta secondi. Il serpente si lasciò sprofondare dolcemente nella sabbia e sparì.

Arrivai al muro giusto in tempo per prendere al volo il mio piccolo principe, pallido come la neve.
– Cosa significa?! Perché parlavi col serpente?!

Lo feci bere, non osavo chiedergli altro. Mi guardò cupo in viso e mi mise le braccia al collo. Sentivo il suo cuore battere come quello di un uccello morente a cui hanno sparato con un fucile.

Lui mi disse:
– Sono contento che tu abbia abbia riparato il tuo aereo, ora puoi tornare a casa…
– Come lo sai?
Non mi rispose, ma ha aggiunse:
– Anche io oggi vado a casa… – poi malinconicamente – è molto più lontano… è molto più difficile…

Sentivo che stava accadendo qualcosa di straordinario. Lo stringevo forte fra le braccia come un bambino, eppure mi sembrava che stesse sprofondando in un abisso senza che io potessi fare nulla per trattenerlo…

Aveva uno sguardo serio, perso molto lontano:
– Ho le tue pecore, e ho la cassetta e la museruola… – sorrise malinconicamente.

Aspettai a lungo, sentivo che a poco a poco si stava scaldando:
– Hai paura…? – aveva molta paura, ovviamente! Ma sorrise:
– Sarò molto più spaventato stasera…

Di nuovo mi sentii congelare al pensiero di quello che poteva succedere, e capii che non potevo sopportare l’idea di non sentire mai più quella risata. Per me era come una fontana nel deserto.

– Piccolo principe, voglio ancora sentirti ridere…
Ma lui mi disse:
– Stasera, sarà un anno che ho lasciato il mio pianeta, la mia stella sarà proprio sopra dove sono caduto l’anno scorso…

– É solo un brutto sogno… il serpente, l’appuntamento con una stella… vero?
Ma senza rispondermi disse:
– Ciò che è importante, non si vede…
– Certo…
– È come il fiore. Se ami un fiore che è su una stella, è dolce di notte guardare il cielo. Tutte le stelle sono fiorite.
– Certo…

– Guarderai le stelle di notte. La mia stella è troppo piccola per mostrarti dov’è, meglio così… sarà per te una delle tante stelle, e ti piacerà guardarle… saranno tutte tue amiche. E poi ti faccio un regalo… – e rise di nuovo.
– Ah! Piccolo uomo… mi piace sentire quella risata!

– Sarà questo il mio regalo… sarà come per l’acqua…
– Cosa intendi?
– Le stelle non sono tutte uguali per le persone: per quelli che viaggiano, le stelle sono guide. Per altri non sono altro che piccole luci. Per altri ancora sono problemi. Per il mio uomo d’affari erano oro. Ma tutte quelle stelle tacciono… tu, avrai stelle che nessuno ha…

– Cosa intendi?
– Quando guarderai il cielo, di notte, visto che io vivrò su una di esse e riderò, allora sarà per te come se ridessero tutte le stelle. Avrai stelle che sanno ridere!
E rise di nuovo.

– Sarai felice di avermi conosciuto, tu sarai sempre mio amico. Avrai voglia di ridere con me, e a volte aprirai la tua finestra, proprio così, per divertirti… e i tuoi amici saranno molto sorpresi di vederti ridere mentre guardi il cielo. Allora dirai loro: “Sì, le stelle mi fanno sempre ridere!” E penseranno che sei pazzo. Ti ho fatto uno scherzo molto brutto…
E rise di nuovo.

– Sarà come se ti avessi dato, al posto delle stelle, mucchi di sonagli che sanno ridere…
E rise di nuovo. Poi tornò serio:
– Questa notte…sai, non venire.

– Non ti lascerò.
– Sembrerà che io stia soffrendo… sembrerà un po’ come se stessi morendo… non venire a vederlo, non ne vale la pena…

– Non ti lascerò.
Era preoccupato per me.
– È per via del serpente… i serpenti sono cattivi, potrebbe morderti…

– Non ti lascerò.
Ma qualcosa lo rassicurò:
– È anche vero però che non hanno veleno per un secondo morso…

Quella notte non lo vidi partire, era scappato senza far rumore. Quando riuscii a raggiungerlo, camminava deciso con passo rapido.
Mi disse solo:
– Ah! Sei tu…
E mi prese per mano, ma si rabbuiò:
– Stai sbagliando, ne soffrirai… sembrerò morto, ma non sarà vero…

Rimasi in silenzio.
– Capisci… è troppo lontano! Non posso portare con me questo corpo, è troppo pesante…

Rimasi in silenzio.
– Sarà come una vecchia scorza abbandonata. Non sarà che una triste vecchia scorza…

Rimasi in silenzio.
Si scoraggiò un poco, ma si fece forza:
– Sarà bello, sai? Anch’io guarderò le stelle… tutte le stelle saranno pozzi con una carrucola arrugginita, tutte le stelle mi verseranno da bere…

Rimasi in silenzio.
– Sarà così divertente! Tu avrai cinquecento milioni di sonaglietti, io avrò cinquecento milioni di fontane…
E anche lui tacque, perché piangeva…

– È qui. Lasciami andare da solo.
E si sedette perché aveva paura.

Poi disse:
– Sai… il mio fiore… ne sono responsabile! Ed è così debole! Ed è così ingenuo… ha quattro spine inutili per proteggersi dal mondo…
Mi sedetti pure io, perché non riuscivo più a stare in piedi.

– Questo è tutto… – concluse il piccolo principe.
Esitò ancora un po’, poi si alzò.
Fece un passo.
Io non riuscivo a muovermi.

Non ci fu che un lampo giallo vicino alla sua caviglia.
Rimase immobile per un momento.
Non gridò.
Poi cadde dolcemente senza nemmeno un rumore, sulla morbida sabbia.

EPILOGO

Sono già passati sei anni… Non ho mai raccontato questa storia prima.
Gli amici che mi hanno rivisto tornare sono stati molto felici di vedermi vivo.
Ero triste, ma dissi loro che era per la stanchezza…

So benissimo che è tornato sul suo pianeta, perché, all’alba, non trovai il suo corpo. Non era un corpo così pesante…
Adesso mi piace ascoltare le stelle di notte, sono come cinquecento milioni di sonaglietti…

Guardai il disegno della museruola: l’avevo disegnata senza il cinturino in pelle! Non avrebbe mai potuto legarla al muso delle pecore.
“Cosa sarà successo sul suo pianeta? Forse le pecore hanno mangiato il fiore… ma certo che no! Il piccolo principe ogni notte rinchiude il suo fiore sotto una teca di vetro, e guarda attentamente le sue pecore…”

Quindi sono felice.

E tutte le stelle sorridono dolcemente.

È un grande mistero questo. Per te che ami il piccolo principe, come per me, niente nell’universo è uguale se da qualche parte, non sappiamo dove, una pecora che non conosciamo ha mangiato una rosa, o forse no…

Guarda il cielo. Chiediti: le pecore hanno mangiato il fiore o no? E vedrai come tutto cambia…

E nessun adulto capirà mai perché conta così tanto!

Un giorno disegnai il paesaggio più bello e più triste del mondo: un deserto.
È lo stesso paesaggio in cui il piccolo principe è apparso sulla terra, e poi è scomparso.

Se mai viaggerai in Africa, nel deserto, ti prego di non avere fretta, aspetta solo un po’ sotto le stelle!

Se poi un bambino viene da te, se ride, se ha i capelli d’oro e se non risponde mai quando viene interrogato, indovinerai chi è.
Quindi sii gentile, non lasciarmi così triste: scrivimi presto che il piccolo principe è tornato…

⚜ Fine della fiaba ⚜

Note al piccolo principe

La versione del piccolo principe che avete appena letto non è una rielaborazione di una fiaba o racconto classico come di solito facciamo, ma una vera e propria traduzione/riduzione dall’originale francese.

Il piccolo principe in realtà e un’unica lunga, magnifica e immensa poesia, che se fosse stata riassunta in forma di racconto avrebbe perso tutto il significato e la magia che contiene.

Non si può arrivare alla frase “l’essenziale è invisibile agli occhi” senza aver raccontato e descritto tutti i passaggi che sono serviti al piccolo principe per arrivare fin lì…

Il piccolo principe è un’opera abbastanza inscindibile dai dolci acquarelli dello stesso Saint-Exupery, molte parti del racconto original efanno direttamente riferimento ai disegni che bisogna guardare e “inserire” all’interno della storia. Non potendo inserirli su fabulinis, è qui che abbiamo deciso di rimaneggiare più “pesantemente” il piccolo principe, descrivendo dove possibile i disegni in modo che entrassero a far parte del racconto, facendo in modo di poterli immaginare anche senza poterli vedere.

Speriamo che questo adattamento vi sia piaciuto!

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Il piccolo principe 💫 CAPITOLO 8

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Il Piccolo Principe 💫 CAPITOLO 8


– Buongiorno – disse il piccolo principe.
– Buongiorno – disse il controllore dei treni.
Dopo tanto viaggiare il piccolo principe aveva trovato una stazione dei treni, e finalmente, gli uomini.

– Cosa stai facendo qui?
– Smisto i viaggiatori in pacchi da mille – disse il controllore.
Passò un treno veloce che fece tremare la cabina del controllore.

– Hanno fretta. – disse il piccolo principe – Cosa stanno cercando?
– Anche chi guida il treno lo ignora – disse il controllore.
E passò un altro treno veloce nella direzione opposta.

– Stanno già tornando? – chiese il piccolo principe.
– Non è lo stesso treno… – rispose il controllore.
– Non erano felici dov’erano?
– Non si è mai felici dove si è – disse il controllore.

E passò rombando un terzo treno veloce.
– Inseguono il primo treno? – chiese al piccolo principe.
– Non stanno inseguendo proprio niente – disse il controllore – dormono lì dentro, oppure sbadigliano. Solo i bambini schiacciano il naso contro i vetri per guardare fuori.

– Solo i bambini sanno quello che cercano… – disse il piccolo principe – perdono tempo per una bambola di pezza e lei diviene così importante che, se gli viene tolta, piangono…
– Sono fortunati – disse il controllore.

E il piccolo principe continuò il suo viaggio.

– Buongiorno – disse il piccolo principe.
– Buongiorno – disse il venditore caramelle dissetanti.
– Perché vendi queste caramelle?
– È un grande risparmio di tempo, ne prendi una e per una settimana non senti più il bisogno di bere. Facendo i calcoli si risparmiano cinquantatré minuti a settimana.

– E cosa se ne fa di cinquantatré minuti?
– Ci fai quello che vuoi…
“Io, si disse il piccolo principe, se avessi cinquantatré minuti da spendere, camminerei molto lentamente verso una fontana”. Il piccolo principe se ne andò…

Era ormai l’ottavo giorno nel deserto e avevo ascoltato la storia del mercante bevendo l’ultima goccia della mia scorta d’acqua:
– Sono molto belli, i tuoi ricordi, ma non ho ancora riparato il mio aereo e non ho più niente da bere… sarei felice anch’io se potessi camminare molto lentamente verso una fontana!

Lui mi guardò e rispose: – Ho sete anche io… cerchiamo un pozzo.

Feci un gesto di stanchezza: è assurdo cercare un pozzo, a caso, nell’immensità del deserto. Tuttavia partimmo.

Dopo aver camminato per ore in silenzio arrivò la notte e le stelle cominciarono ad illuminarsi. Le vidi come in sogno, con un po’ di febbre, per la mia sete.

Le parole del piccolo principe danzavano nella mia memoria:
– Anche tu hai sete? – Gli chiesi.
Ma non mi rispose, mi disse semplicemente:
– L’acqua può fare bene anche al cuore…
Non capivo la sua risposta ma rimasi zitto, sapevo benissimo che non bisognava interrogarlo.

Era stanco, si sedette e io mi sedetti accanto a lui. Dopo un po’ di silenzio disse ancora:
– Le stelle sono belle, per via di un fiore che non puoi vedere…
– Certo – risposi e guardai, senza parlare, le pieghe della sabbia sotto la luna.

– Il deserto è bellissimo – aggiunse…
Ed era vero. Ho sempre amato il deserto. Stavamo su una duna di sabbia, senza vedere niente, senza sentire niente, eppure qualcosa risplendeva nel silenzio…

– Ciò che rende bello il deserto – disse il piccolo principe – è che da qualche parte nasconde un pozzo…
Fui sorpreso di capire improvvisamente questo misterioso splendore della sabbia.
– Sì – dissi – che sia una casa, le stelle o il deserto, ciò che le rende belle è invisibile…
– Sono contento – disse – che tu sia d’accordo con la mia volpe.

Quando il piccolo principe si addormentò, lo presi in braccio e ripartii. Mi sembrava di portare un fragile tesoro. Mi sembrava persino che non ci fosse niente di più fragile sulla Terra. Guardai, alla luce della luna, quella fronte pallida, quegli occhi chiusi, quelle ciocche di capelli che tremavano al vento, e mi dissi: “quello che vedo è solo apparenza, quello che più conta è invisibile…”

Mentre le sue labbra semiaperte abbozzavano un sorriso, mi dicevo ancora: “Ciò che mi commuove così tanto di questo piccolo principe addormentato è la sua fedeltà ad un un fiore, è l’immagine di una rosa che brilla in lui come la fiamma di una lampada, anche quando dorme…”

E intuii come fosse ancora più fragile. Bisogna proteggere bene le lampade, una folata di vento può spegnerle…

E camminando, all’alba, trovai il pozzo.

Il pozzo che avevamo raggiunto non assomigliava ad altri pozzi del Sahara, i pozzi sahariani sono semplici buchi scavati nella sabbia. Questo sembrava un pozzo di villaggio, ma lì non c’era nessun villaggio, e pensavo di sognare.

– È strano – dissi – è tutto pronto: la carrucola, il secchio e la fune…
Il piccolo principe rise, tirò la corda e la carrucola cigolò.
– Lascia fare a me – gli dissi – è troppo pesante per te.

Lentamente sollevai il secchio fino al bordo, nell’acqua ancora tremante vidi tremare il sole.
– Ho sete, dammi da bere – disse il piccolo principe.
E capii cosa stava cercando!

Portai il secchio alle sue labbra, bevve con gli occhi chiusi. L’acqua era dolce, era nata dal camminare sotto le stelle tutta la notte, dal cigolare della carrucola, dallo sforzo delle mie braccia. Faceva bene al cuore, come un regalo.
Come quand’ero bambino e la luce dell’albero di Natale, la musica della messa di mezzanotte e la dolcezza dei sorrisi facevano risplendere i regali che ricevevo.

– Gli uomini del tuo pianeta – disse il piccolo principe – coltivano cinquemila rose nello stesso giardino… e non trovano quello che cercano…

– Non riescono a trovarlo – risposi.
– Eppure quello che stanno cercando potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ d’acqua… – disse, e poi aggiunse: – Ma gli occhi sono ciechi, bisogna cercare con il cuore!

Bevvi anche io, stavo bene. La sabbia all’alba è color del miele.
– Devi mantenere la tua promessa – mi disse piano il piccolo principe, che si sedette di nuovo accanto a me.
– Quale promessa?
– Sai…una museruola per la mia pecora…sono responsabile di quel fiore!

Tirai fuori dalla tasca i miei schizzi. Il piccolo principe li vide e disse ridendo:
– I tuoi baobab assomigliano un po’ ai cavoli…
– Oh! – dissi sottovoce, ero così orgoglioso dei miei baobab!

– La tua volpe…le sue orecchie…sembrano un po’ corna…e sono troppo lunghe! – e rise di nuovo.
– Sei ingiusto, ometto, non sapevo disegnare…
– Oh! andrà bene – disse – i bambini capiranno i tuoi disegni.

Quindi disegnai una museruola. Avevo il cuore pesante quando glielo diedi dicendogli:
– Hai progetti che ignoro…

Senza rispondermi mi disse:
– Sai, domani sarà un anno che sono arrivato qui sulla terra… ero caduto qui vicino… – e arrossì.

Senza capire perché provai uno strano dolore e gli domandai:
– Quindi non è un caso che la mattina che ti ho incontrato, otto giorni fa, stavi camminando così, tutto solo, a mille miglia da tutte le regioni abitate… stavi tornando dove sei caduto?

Il piccolo principe arrossì di nuovo. Non ha mai risposto alle mie domande, ma quando arrossiva significava “sì”, vero?
– Ora devi lavorare… torna al tuo aereo, ti aspetto qui. Torna domani sera…

Ma non ero per nulla rassicurato, mi ricordai della volpe: si rischia di piangere un po’ se ci lasciamo addomesticare…

… continua nel CAPITOLO 9

Note al piccolo principe

La versione del piccolo principe che avete appena letto non è una rielaborazione di una fiaba o racconto classico come di solito facciamo, ma una vera e propria traduzione/riduzione dall’originale francese.

Il piccolo principe in realtà e un’unica lunga, magnifica e immensa poesia, che se fosse stata riassunta in forma di racconto avrebbe perso tutto il significato e la magia che contiene.

Non si può arrivare alla frase “l’essenziale è invisibile agli occhi” senza aver raccontato e descritto tutti i passaggi che sono serviti al piccolo principe per arrivare fin lì…

Il piccolo principe è un’opera abbastanza inscindibile dai dolci acquarelli dello stesso Saint-Exupery, molte parti del racconto original efanno direttamente riferimento ai disegni che bisogna guardare e “inserire” all’interno della storia. Non potendo inserirli su fabulinis, è qui che abbiamo deciso di rimaneggiare più “pesantemente” il piccolo principe, descrivendo dove possibile i disegni in modo che entrassero a far parte del racconto, facendo in modo di poterli immaginare anche senza poterli vedere.

Speriamo che questo adattamento vi sia piaciuto!

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Il piccolo principe 💫 CAPITOLO 7

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Il Piccolo Principe 💫 CAPITOLO 7


Fu allora che apparve la volpe.
– Buongiorno – gli disse.
– Buongiorno – rispose il piccolo principe, che si voltò ma non vide nulla.
– Sono qui, sotto il melo – continuò la volpe.
– Chi sei? – disse il piccolo principe vedendola – sei piuttosto carina…
– Sono una volpe – rispose.

– Vieni a giocare con me – aggiunse il piccolo principe – sono così triste…
– Non posso giocare con te, non sono addomesticata.
– Ah! Scusa – disse il piccolo principe che, dopo averci riflettuto, aggiunse:
– Cosa significa “addomesticata”?

– Non sei di qui vero? – disse la volpe – cosa stai cercando?
– Sto cercando gli uomini – disse il piccolo principe – Cosa significa addomesticata?

– È una cosa ormai dimenticata – disse la volpe – Significa “creare legami”
– Creare legami?
– Certo… per me tu sei solo un ragazzino simile a centomila altri ragazzini, e non ho bisogno di te. E neanche tu hai bisogno di me, ma, se mi addomestichi, avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai unico al mondo per me e io sarò unica per te.

– Comincio a capire… c’è un fiore… credo che mi abbia addomesticato…
– È possibile – disse la volpe – succede di tutto sulla Terra…

– Oh, non è sulla Terra! – disse il piccolo principe. La volpe sembrava molto incuriosita:
– Su un altro pianeta?
– Sì.

– Interessante! – concluse la volpe, che poi continuò il suo discorso:
– La mia vita è monotona, io caccio i polli, gli uomini danno la caccia a me. Tutti i polli sono uguali e tutti gli uomini sono simili, quindi sono un po’ annoiata. Ma, se mi addomestichi, la mia vita diventerà luminosa. Riconoscerò il tuo passo, che sarà diverso da tutti gli altri… e poi guarda i campi di grano laggiù, Il grano per me è inutile, ma tu hai i capelli d’oro come il grano, e questo mi farà ricordare di te.

La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
– Per favore…addomesticami… – gli disse.
– Volentieri – rispose il piccolo principe – ma non ho molto tempo. Ho amici da scoprire e tante cose da sapere.

– Conosciamo solo le cose che addomestichiamo. Gli uomini non hanno più il tempo di sapere nulla e comprano le cose già pronte… ma gli amici non si trovano in negozio e ormai gli uomini non hanno più amici… se vuoi un amico, addomesticami!
– Cosa dovrei fare? – disse il piccolo principe.
– Devi essere molto paziente – rispose la volpe – Per prima cosa ti siederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e non dirai niente. La lingua è fonte di incomprensione, ma man mano che passano i giorni potrai sederti un po’ più vicino…

Il giorno dopo il piccolo principe tornò.
– Sarebbe stato meglio tornare alla stessa ora – disse la volpe – Se vieni, per esempio, alle quattro del pomeriggio, alle tre comincerò ad essere felice. Più passa il tempo, più mi sentirò felice, e alle quattro sarò agitato e preoccupato; questo è il prezzo della felicità!
Ma se ti presenterai in un momento qualsiasi, non saprò mai a che ora preparare il mio cuore… ci vogliono i riti.

– Cos’è un rito? – disse il piccolo principe.
– È qualcosa di troppo dimenticato. – disse la volpe – Il rito è ciò che rende un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore. C’è un rito, per esempio, tra i cacciatori: il giovedì ballano con le ragazze del villaggio, e quindi per loro il giovedì è una giornata meravigliosa! Se i cacciatori ballassero in qualsiasi momento, le giornate sarebbero tutte uguali…

Così il piccolo principe addomesticò la volpe, finchè non arrivò l’ora della sua partenza.
– Piangerò – disse la volpe.
– È colpa tua, tu hai voluto che ti addomesticassi… — disse il piccolo principe.
– Hai ragione – disse la volpe.
– Però ora piangerai! – continuò il piccolo principe.
– Certo – rispose la volpe.
– Quindi, cosa ci hai guadagnato?!
– Ho guadagnato il colore del grano – disse la volpe – Vai a vedere di nuovo le rose, capirai che la tua è unica al mondo… poi torna a salutarmi e io ti farò dono di un segreto.

Il piccolo principe tornò a vedere le rose e capì che non erano affatto come la sua rosa, non erano niente di niente per lui.

– Voi siete belle, ma siete vuote per me – disse alle rose – La mia rosa vi somiglia, ma solo lei è importante per me, perché è lei che ho annaffiato, che ho protetto dal vento, che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi. Solo lei è la mia rosa.

E ritornò dalla volpe:
– Addio… – le disse.
– Addio… – disse la volpe – Eccoti il mio segreto, è molto semplice: si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.

– L’essenziale è invisibile agli occhi – ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.
– È il tempo che hai passato con la tua rosa che la rende così importante.
– È il tempo che ho passato con la mia rosa… – ripetè il piccolo principe, per ricordarselo.

– Gli uomini hanno dimenticato questa verità – disse la volpe – non devi dimenticarlo: diventi responsabile per sempre di ciò che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…
– Io sono responsabile della mia rosa… – ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.

… continua nel CAPITOLO 8

Note al piccolo principe

La versione del piccolo principe che avete appena letto non è una rielaborazione di una fiaba o racconto classico come di solito facciamo, ma una vera e propria traduzione/riduzione dall’originale francese.

Il piccolo principe in realtà e un’unica lunga, magnifica e immensa poesia, che se fosse stata riassunta in forma di racconto avrebbe perso tutto il significato e la magia che contiene.

Non si può arrivare alla frase “l’essenziale è invisibile agli occhi” senza aver raccontato e descritto tutti i passaggi che sono serviti al piccolo principe per arrivare fin lì…

Il piccolo principe è un’opera abbastanza inscindibile dai dolci acquarelli dello stesso Saint-Exupery, molte parti del racconto original efanno direttamente riferimento ai disegni che bisogna guardare e “inserire” all’interno della storia. Non potendo inserirli su fabulinis, è qui che abbiamo deciso di rimaneggiare più “pesantemente” il piccolo principe, descrivendo dove possibile i disegni in modo che entrassero a far parte del racconto, facendo in modo di poterli immaginare anche senza poterli vedere.

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Il piccolo principe 💫 CAPITOLO 6

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Il Piccolo Principe 💫 CAPITOLO 6


Il settimo pianeta fu quindi la Terra.
La Terra non era un pianeta qualsiasi! C’erano centoundici re, settemila geografi, novecentomila uomini d’affari, sette milioni e mezzo di bevitori, trecentoundici milioni di vanitosi, e quasi due miliardi adulti.

Gli esseri umani occupano pochissimo spazio sulla terra, se stessero tutti in piedi e un po’ vicini tra loro, starebbero facilmente in una pubblica piazza lunga venti miglia e larga venti miglia. Potremmo stipare l’umanità sull’isolotto più piccolo del Pacifico.

Gli adulti, ovviamente, non ti crederanno, pensano di occupare molto spazio. Si considerano importanti come i baobab. Consigliate loro di fare il calcolo, amano i numeri: gli piacerà.

Il piccolo principe, una volta sulla terra, fu sorpreso di non vedere nessuno. Aveva già paura di aver trovato il pianeta sbagliato, quando vide qualcosa muoversi nella sabbia.

– Buongiorno – disse il piccolo principe educatamente.
– Buongiorno – disse il serpente.

– Su quale pianeta sono? – chiese il piccolo principe.
– Sulla Terra, in Africa – rispose il serpente.
– Ah!… ma non c’è nessuno qui sulla Terra?
– Qui sei nel deserto, non c’è nessuno nei deserti. La Terra è grande – disse il serpente.

Il piccolo principe si sedette su un sasso e guardò il cielo:
– Mi chiedo se le stelle sono illuminate in modo che ognuno possa un giorno ritrovare la sua, guarda il mio pianeta, è lassù… Ma quanto è lontano!

– È bello – disse il serpente – Cosa ci fai qui?
– Ho delle difficoltà con un fiore – disse il piccolo principe.

– Ah… – disse il serpente.
Rimasero in silenzio.

– Dove sono gli uomini? – riprese finalmente il piccolo principe – Si è un po’ soli nel deserto…
– Siamo soli anche tra gli uomini – disse il serpente.

Il piccolo principe lo guardò a lungo:
– Sei una bestia buffa, sottile come un dito…
– Ma io sono più potente del dito di un re – disse il serpente.

Il piccolo principe sorrise:
– Non sei molto potente… non hai nemmeno le gambe… non puoi nemmeno viaggiare…

– Posso portarti più lontano di una nave – disse il serpente mentre avvolgeva la caviglia del piccolo principe come un braccialetto d’oro – chiunque tocco, lo faccio ritornare alla terra da cui è venuto. Ma tu sei puro e vieni da una stella…
Il piccolo principe non rispose nulla.

– Mi fai pietà, così debole, su questa Terra di granito… Posso aiutarti un giorno, se ti mancasse troppo il tuo pianeta io posso…
– Oh! Ho capito benissimo – disse il piccolo principe – ma perché parli sempre per enigmi?
– Perché li risolvo tutti… – disse il serpente.
E rimasero in silenzio.

Il piccolo principe si decise ad attraversare il deserto e incontrò solo un fiore, un piccolo fiore con solo tre petali…
– Buongiorno – disse il piccolo principe.
– Buongiorno – rispose il fiore.
– Sai dove sono gli uomini?
Il fiore qualche giorno prima aveva visto passare una carovana:

– Uomini? Ne ho visti sei o sette, ma non si sa mai dove trovarli, Il vento li fa vagare, mancano di radici…

Il piccolo principe ringraziandolo continuò il suo cammino salendo su un’alta montagna.
Le uniche montagne che avesse mai conosciuto erano i suoi tre vulcani alti fino alle ginocchia, e usava il vulcano spento come sgabello.
“Da una montagna così alta, pensò, vedrò tutto il pianeta e tutti gli uomini…” ma intorno a sè non vide altro che rocce aguzze.

– Buongiorno! – urlò al vento.
“Buongiorno… buongiorno… buongiorno…” gli rispose l’eco.
– Chi sei?! – disse il piccolo principe.
“Chi sei… chi sei… chi sei…” rispose ancora l’eco.
– Siate miei amici? Io sono solo – disse.
“Io sono solo… io sono solo… io sono solo…” rispose l’eco.

“Che strano pianeta!” pensò allora il piccolo principe, “è tutto un deserto e agli uomini manca l’immaginazione, ripetono tutto quello che gli viene detto… almeno a casa mia avevo un fiore, e parlava sempre per primo…”

Ma accadde che il piccolo principe scoprì finalmente una strada e incontrò un giardino pieno di rose.
– Buongiorno – disse il piccolo principe.
– Buongiorno – risposero le rose.
Il piccolo principe le guardò, sembravano tutte il suo fiore.

– Chi siete? – chiese loro, stupito.
– Siamo rose.
– Ah! – disse il piccolo principe…

Si sentiva molto triste, il suo fiore gli aveva detto che era l’unico della sua specie nell’universo. Ed ecco che qui invece ce n’erano cinquemila, tutti uguali, in un solo giardino!

“Pensavo di essere ricco con un fiore unico nel suo genere, e invece ho solo una comune rosa. Una rosa e tre vulcani che mi arrivano al ginocchio… non fanno di me un gran principe…”
Si sdraiò sull’erba, e pianse.

… continua nel CAPITOLO 7

Note al piccolo principe

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Il piccolo principe in realtà e un’unica lunga, magnifica e immensa poesia, che se fosse stata riassunta in forma di racconto avrebbe perso tutto il significato e la magia che contiene.

Non si può arrivare alla frase “l’essenziale è invisibile agli occhi” senza aver raccontato e descritto tutti i passaggi che sono serviti al piccolo principe per arrivare fin lì…

Il piccolo principe è un’opera abbastanza inscindibile dai dolci acquarelli dello stesso Saint-Exupery, molte parti del racconto original efanno direttamente riferimento ai disegni che bisogna guardare e “inserire” all’interno della storia. Non potendo inserirli su fabulinis, è qui che abbiamo deciso di rimaneggiare più “pesantemente” il piccolo principe, descrivendo dove possibile i disegni in modo che entrassero a far parte del racconto, facendo in modo di poterli immaginare anche senza poterli vedere.

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Il piccolo principe 💫 CAPITOLO 5

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Il Piccolo Principe 💫 CAPITOLO 5


Il quinto pianeta era molto curioso. Era il più piccolo di tutti e c’era spazio appena sufficiente per una lanterna e per l’uomo che la accendeva.

Il piccolo principe pensò: “Forse quest’uomo è assurdo. Tuttavia, è meno assurdo del re, del vanitoso, dell’uomo d’affari e del bevitore, almeno il suo lavoro ha un senso… quando accende la sua lanterna è come se stesse dando alla luce una stella, o un fiore. Quando la spegne, fa addormentare il fiore o la stella. Questo lavoro è davvero utile e bellissimo”.

Si avvicinò salutandolo rispettosamente:
– Buongiorno, perchè spegne la lanterna?
– Questo è l’ordine – rispose l’uomo.
– Qual è l’ordine?
– È di spegnere la mia lanterna.
E subito la riaccese.

– Ma perché l’ha riaccesa?
– Questo è l’ordine – rispose l’uomo.
– Non capisco – disse il piccolo principe.
– Non c’è niente da capire – disse l’uomo della lanterna – un ordine è un ordine.
E spense la lanterna.

Poi si asciugò la fronte con un fazzoletto e continuò:

– Faccio un mestiere terribile. Era ragionevole una volta, quando accendevo alla sera e spegnevo al mattino, avevo tutto il resto della giornata per riposarmi e il resto della notte per dormire…

– E da allora gli ordini sono cambiati?
– Gli ordini non sono cambiati – disse l’uomo – È qui che sta il dramma! Il pianeta di anno in anno ha iniziato a ruotare sempre più velocemente e gli ordini non sono cambiati! Ora che il pianeta fa un giro completo al minuto, non ho mai riposo, accendo e spengo una volta al minuto!

– Bello! Da te le giornate durano un minuto!
– Non è affatto bello! – disse l’uomo della lanterna – Lo sai che stiamo parlando insieme da un mese ormai?
– Un mese?!
– Sì, trenta minuti qui equivalgono a trenta giorni! – e riaccese la lanterna.

Il piccolo principe lo guardò e provò simpatia per lui. Ricordò i tramonti sul suo pianeta. Voleva fare qualcosa per lui:
– Sai… conosco un modo per riposarti se vuoi…
– Dimmi…
– Il tuo pianeta è così piccolo che gli giri intorno in tre passi, devi solo camminare lentamente per stare sempre al sole. Quando vorrai riposarti camminerai… e la giornata durerà quanto vorrai.

– Non mi serve a molto, quello che vorrei poter fare è dormire…
– Allora non hai fortuna – disse il piccolo principe.
– Non ho fortuna – disse l’uomo – e spense la lanterna.

Questo, pensò il piccolo principe, proseguendo il suo viaggio, sarebbe stato disprezzato da tutti gli altri, dal re, dal vanitoso, dal bevitore, dal commerciante. Tuttavia, è l’unico che non mi sembra ridicolo, forse è perché si prende cura di qualcosa che non sia se stesso.

Sospirò e pensò che quella era l’unica persona che avrebbe potuto diventare suo amico. Ma quel pianeta era troppo piccolo e non c’era posto per due…

Ciò che il piccolo principe non osava ammettere a se stesso era che su quel pianeta avrebbe potuto vedere millequattrocentoquaranta tramonti ogni ventiquattro ore!

Il sesto pianeta era dieci volte più grande ed era abitato da un vecchio signore che scriveva libri enormi.

– Ecco un esploratore! – gridò quando vide il piccolo principe.
Il piccolo principe si sedette sul tavolo e sospirò un poco. Aveva già viaggiato tanto!

– Da dove vieni? – gli chiese il vecchio signore.
– Cos’è questo grande libro? Cosa stai facendo qui? – disse il piccolo principe.
– Sono un geografo – disse il vecchio signore.

– Cos’è un geografo?
– È uno studioso che sa dove sono i mari, i fiumi, le città, le montagne e i deserti.
– Molto interessante – disse il piccolo principe e lanciò uno sguardo intorno a sé sul pianeta del geografo. Non aveva mai visto prima un pianeta così maestoso.

– È molto bello, il tuo pianeta. Ci sono oceani?
– Non posso saperlo – disse il geografo.
– Ah… – Il piccolo principe rimase deluso – E le montagne?
– Non posso saperlo – rispose il geografo.
– E città, fiumi e deserti?
– Non posso sapere nemmeno quello – disse il geografo.

– Ma tu sei un geografo!
– Esatto, ma non sono un esploratore! Su questo pianeta mancano gli esploratori… Il geografo non lascia mai il suo ufficio. Ma riceve gli esploratori, li interroga e prende nota dei loro viaggi.

E tu mi sembri proprio un esploratore! Descrivimi il tuo pianeta!
Il geografo aprì il suo grande libro e affilò la sua matita.
– Quindi? chiese il geografo.

– Oh! Il mio pianeta non è molto interessante, è piccolissimo. Ho tre vulcani, due attivi e uno spento.Ho anche un fiore.

– Noi geografi non annotiamo i fiori – disse.
– Perchè?! Sono molto belli!
– Perché i fiori sono effimeri.
– Cosa significa “effimero”?

La “geografia” non passa mai di moda, è raro che una montagna cambi posto, è molto raro che un oceano si svuoti della sua acqua. Scriviamo cose eterne.

– Ma i vulcani spenti possono svegliarsi – lo interruppe il piccolo principe – Cosa significa “effimero”?
– Se i vulcani sono estinti o svegli, per noi è la stessa cosa , ciò che conta per noi sono le montagne, quelle non cambiano.
– Ma cosa significa “effimero”? – ripeté il piccolo principe che, in vita sua, non aveva mai rinunciato a una domanda una volta che l’aveva fatta.

– Significa “che scompare in fretta”.
– Il mio fiore è destinato a scomparire in fretta?
– Certo.
Il mio fiore è effimero, si disse il piccolo principe, e ha solo quattro spine per difendersi dal mondo! E l’ho lasciato solo a casa!
Questo fu il suo primo momento di rimpianto, ma riprese coraggio e chiese:

– Cosa mi consiglieresti di visitare?
– Il “Pianeta Terra” – rispose il geografo – Ha una buona reputazione…
E il piccolo principe se ne andò, pensando al suo fiore.

… continua nel CAPITOLO 6

Note al piccolo principe

La versione del piccolo principe che avete appena letto non è una rielaborazione di una fiaba o racconto classico come di solito facciamo, ma una vera e propria traduzione/riduzione dall’originale francese.

Il piccolo principe in realtà e un’unica lunga, magnifica e immensa poesia, che se fosse stata riassunta in forma di racconto avrebbe perso tutto il significato e la magia che contiene.

Non si può arrivare alla frase “l’essenziale è invisibile agli occhi” senza aver raccontato e descritto tutti i passaggi che sono serviti al piccolo principe per arrivare fin lì…

Il piccolo principe è un’opera abbastanza inscindibile dai dolci acquarelli dello stesso Saint-Exupery, molte parti del racconto original efanno direttamente riferimento ai disegni che bisogna guardare e “inserire” all’interno della storia. Non potendo inserirli su fabulinis, è qui che abbiamo deciso di rimaneggiare più “pesantemente” il piccolo principe, descrivendo dove possibile i disegni in modo che entrassero a far parte del racconto, facendo in modo di poterli immaginare anche senza poterli vedere.

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Il piccolo principe 💫 CAPITOLO 4

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Il Piccolo Principe 💫 CAPITOLO 4


Il secondo pianeta che visitò era abitato da un vanitoso:

– Ah! Ah! Arriva un ammiratore! – gridò il vanitoso non appena vide il piccolo principe.
Perché, per i vanitosi, gli altri uomini sono ammiratori.

– Salve – disse il piccolo principe – Hai un buffo cappello.
– È per salutare – rispose l’uomo vanitoso – è per salutare quando vengo acclamato, ma purtroppo nessuno passa mai di qui.

– Ah sì? – disse il piccolo principe, che non capiva.
– Batti le mani – consigliò il vanitoso.

Il piccolo principe batté le mani e Il vanitoso si inchinò modestamente, sollevando il cappello.
“È più divertente della visita al re” si disse il piccolo principe che ricominciò a battere le mani. L’uomo vanitoso riprese a salutare sollevando il cappello.

Dopo cinque minuti di battimani il piccolo principe si stancò della monotonia del gioco:
– E per far cadere il cappello, cosa si deve fare?
Ma l’uomo vanitoso non lo udì. I vanitosi non sentono altro che lodi.

– Mi ammiri molto? – chiese al piccolo principe.
– Cosa significa ammirare?
– Ammirare significa riconoscere che sono l’uomo più bello, più elegante, più ricco e più intelligente del pianeta.

– Ma sei solo sul tuo pianeta!
– Fammi questo piacere, ammirami comunque!
– Ti ammiro – disse il piccolo principe alzando le spalle, e non avendo più nulla da chiedere al vanitoso, se ne andò.

Gli adulti sono decisamente strani, si disse durante il suo viaggio.

Il pianeta successivo era abitato da un bevitore. Questa visita fu brevissima, ma fece venire al piccolo principe in una grande malinconia:

– Cosa fai? – chiese al bevitore, che trovò in silenzio davanti a una serie di bottiglie di vino vuote insieme ad altre piene.
– Bevo – rispose con aria triste.
– Perché stai bevendo? – chiese il piccolo principe.
– Per dimenticare – rispose il bevitore.

– Per dimenticare cosa? – domandò il piccolo principe che già provava compassione per lui.
– Per dimenticare che mi vergogno – confessò il bevitore, abbassando la testa.
– Vergogna di cosa? – continuò il piccolo principe, che voleva aiutarlo.

– Mi vergogno di bere! – disse il bevitore che si chiuse poi in un cupo silenzio.

E il piccolo principe se ne andò, perplesso.
Gli adulti sono decisamente molto, molto strani, si disse durante il viaggio.

Il quarto pianeta era abitato da un uomo d’affari. Era così impegnato che non alzò nemmeno la testa quando arrivò il piccolo principe.

– Ciao – gli disse – La tua sigaretta è spenta.
– Tre e due fanno cinque, cinque e sette dodici, dodici e tre quindici. Buongiorno. Quindici e sette ventidue, ventidue e sei ventotto. Non ho tempo per riaccenderla. Ventisei e cinque trentuno… uff! Quindi sono cinquecentoeunmilioneseicentoventiduemilasettecentotrentuno!

– Cinquecento milioni di cosa?
– Eh? Sei ancora qui? Cinquecento e un milione… non so… ho tanto lavoro! Dico sul serio, non perdo tempo a giocare! Due e cinque sette…

– Cinquecento milioni di cosa?! – ripeteva il piccolo principe, che mai in vita sua aveva rinunciato a una domanda una volta che l’aveva fatta.

L’uomo d’affari alzò la testa:
– Nei cinquantaquattro anni che ho vissuto su questo pianeta, sono stato disturbato solo tre volte: la prima volta ventidue anni fa, da un insetto che mi girava intorno facendo un rumore terribile e ho commesso quattro errori in una sola aggiunta. La seconda volta è stata undici anni fa, per un attacco di reumatismi. La terza volta… eccolo! Quindi stavo dicendo cinquecento e un milione…

– Milioni di cosa?
L’uomo d’affari capì che non c’era speranza di pace:
– Milioni di quelle piccole cose che a volte vedi nel cielo.
– Mosche?
– No, piccole cose che brillano.
– Api?
– Ma no! Piccole cose d’oro che fanno sognare ad occhi aperti le persone pigre. Ma sono serio io! Non ho tempo per sognare ad occhi aperti.

– Ah! Le stelle!?
– Giusto, le stelle.
– E quindi ci sono cinquecento milioni di stelle?

– Cinquecentounomilioniseicentoventiduemilasettecentotrentuno. Sono un uomo serio io, sono uno preciso io.
– E che cosa ci fai con le stelle?

– Cosa me ne faccio?
– Sì.
– Niente, le possiedo.
– Possiedi le stelle?
– Sì.
– Ma ho incontrato un re che…
– I re non possiedono, loro “regnano”, è molto diverso.

– E a che serve possedere le stelle?
– Mi rende ricco.
– E a che serve essere ricchi?

– A comprare altre stelle, se qualcuno ne trova.

“Questo ragiona un po’ come il bevitore” si disse il piccolo principe.
Tuttavia, continuò con altre domande:

– Come si possono possedere le stelle?
– Di chi sono? – ribatté, scontroso, l’uomo d’affari.
– Non lo so, di nessuno.
– Allora sono mie, perché ci ho pensato per primo io.

– E questo basta?
– Certo. Quando trovi un diamante che non appartiene a nessuno, è tuo. Quando trovi un’isola che non appartiene a nessuno, è tua. Quando sei il primo ad avere un’idea, la brevetti ed è tua. Io possiedo le stelle, dal momento che nessuno prima di me ha mai pensato di possederle.

– E cosa ci fai?
– Mi occupo di loro. Le conto e le riconto – disse.
Il piccolo principe non era ancora soddisfatto.

– Io, se ho una sciarpa, posso metterla al collo e portarla via. Se ho un fiore, posso cogliere il mio fiore e portarlo via. Ma non puoi prendere le stelle!
– No, ma posso depositarle.

– Cosa significa?
– Significa che scrivo su un pezzo di carta il numero delle mie stelle. E poi chiudo quel pezzo di carta in un cassetto.
– E questo basta?
– Basta.

Il piccolo principe aveva idee molto diverse rispetto agli adulti su quali siano le cose serie.

– Io, disse ancora, ho un fiore che innaffio tutti i giorni. Ho tre vulcani che pulisco ogni settimana, e spazzo anche quello spento. È utile ai miei vulcani, ed è anche utile al mio fiore, che io li possegga. Ma tu non sei utile alle stelle…

L’uomo d’affari aprì la bocca ma non trovò nulla da poter dire per rispondere, e il piccolo principe se ne andò.

Gli adulti sono decisamente strani, si disse durante il suo viaggio.

… continua nel CAPITOLO 5

Note al piccolo principe

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Il piccolo principe in realtà e un’unica lunga, magnifica e immensa poesia, che se fosse stata riassunta in forma di racconto avrebbe perso tutto il significato e la magia che contiene.

Non si può arrivare alla frase “l’essenziale è invisibile agli occhi” senza aver raccontato e descritto tutti i passaggi che sono serviti al piccolo principe per arrivare fin lì…

Il piccolo principe è un’opera abbastanza inscindibile dai dolci acquarelli dello stesso Saint-Exupery, molte parti del racconto original efanno direttamente riferimento ai disegni che bisogna guardare e “inserire” all’interno della storia. Non potendo inserirli su fabulinis, è qui che abbiamo deciso di rimaneggiare più “pesantemente” il piccolo principe, descrivendo dove possibile i disegni in modo che entrassero a far parte del racconto, facendo in modo di poterli immaginare anche senza poterli vedere.

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Il piccolo principe 💫 CAPITOLO 3

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Il Piccolo Principe 💫 CAPITOLO 3


Imparai presto a conoscere meglio il fiore.
Sul pianeta del piccolo principe, c’erano sempre stati fiori semplicissimi, che non occupavano spazio e che non disturbavano nessuno.

Ma questo fiore era germogliato da un seme portato da chissà dove, e il piccolo principe aveva osservato molto da vicino questo germoglio che non somigliava a nessun altro.

Poteva essere un nuovo tipo di baobab. Ma l’arbusto smise presto di crescere e iniziò a preparare un bocciolo di fiore.

Il piccolo principe assistette alla formazione del fiore che non aveva nessuna fretta di mostrarsi, sceglieva con cura i suoi colori e sistemava i petali uno per uno.

E infine un mattino si mostrò nel pieno del suo splendore, e disse sbadigliando:
– Ah! Mi sono appena svegliato… scusami… sono ancora tutto arruffato…

Il piccolo principe non poté trattenere la sua ammirazione:
– Come sei bello!
– Vero – rispose il fiore.
Il piccolo principe intuì che non era un fiore troppo modesto, ma era così tenero!

– Credo sia ora di colazione – aggiunse il fiore – saresti così gentile da pensare a me…?

Il piccolo principe, tutto confuso, andò a prendere un annaffiatoio e con l’acqua fresca gli diede da bere.

Il fiore iniziò subito a tormentare il piccolo principe con la sua vanità un po’ permalosa. Un giorno, per esempio, parlando delle sue quattro spine,gli disse:
– Possono venire, le tigri, con i loro artigli!
– Non ci sono tigri sul mio pianeta – obiettò il piccolo principe – e poi le tigri non mangiano l’erba.
– Non sono un’erbaccia! – rispose il fiore.
– Perdonami…

– Non ho paura delle tigri, ma odio le correnti d’aria… non potresti farmi un riparo? – e iniziò a tossire in modo forzato.

“Questo fiore è molto complicato…” pensò il piccolo principe, iniziando a dubitare della serietà del fiore. Gli costruì un globo di vetro con cui coprirlo la sera

– Non avrei dovuto ascoltarlo – mi confidò quel giorno – non bisogna mai ascoltare i fiori, basta guardarli e respirarli. Lui profumava tutto il mio pianeta, e mi rendeva felice… non avrei dovuto andarmene via, avrei dovuto intuire la sua tenerezza nascosta dalla sua vanità. I fiori sono così incoerenti, ma ero troppo giovane per apprezzarlo.

Immaginai il piccolo principe, la mattina della sua partenza, mettere in ordine il suo pianeta, pulire attentamente i suoi vulcani attivi. Aveva due vulcani attivi, comodi per riscaldare la colazione al mattino. Aveva anche un vulcano spento, ma siccome “non si sa mai”, pulì anche quello.

Se adeguatamente puliti, i vulcani bruciano lentamente e costantemente, senza eruzioni.

Il piccolo principe sradicò, con un po’ di malinconia, gli ultimi germogli di baobab. Pensava che non sarebbe mai più tornato.
E, quando annaffiò il fiore e lo mise sotto il suo globo di vetro, scoprì di voler piangere.

– Addio – disse al fiore.
Ma lui non gli rispose.
– Addio – ripeté.
Il fiore tossì.
– Sono stato stupido – gli disse infine – ti chiedo scusa, cerca di essere felice.

Fu sorpreso dall’assenza di rimproveri da parte del fiore. Non capiva questa calma dolcezza.

– Ti voglio bene – disse il fiore – non te l’ho mai detto, cerca di essere felice anche tu e lascia stare questo globo di vetro, non lo voglio più!
– Ma il vento… ?
– Non ho molto freddo… L’aria fresca della notte mi farà bene. Sono un fiore.
– Ma gli animali…?
– Devo sopportare due o tre bruchi, ma poi conoscerò le farfalle… altrimenti chi mi farà compagnia? … tu sarai lontano… quanto alle grandi bestie, non temo nulla, ho i miei artigli.

E mostrò ingenuamente le sue quattro spine, poi aggiunse:
– Non stare lì impalato, è fastidioso! Hai deciso di partire e allora vai!.

Non voleva che lo vedessi piangere. Era un fiore così orgoglioso…

Il piccolo principe partì, e il primo pianeta che visitò era abitato da un re. Il re, vestito di porpora ed ermellino, sedeva su un trono semplice ma maestoso.

– Ah! Ecco un suddito – gridò il re vedendo arrivare il piccolo principe.
Il piccolo principe si domandò “Come può conoscermi visto che non mi ha mai visto prima?”

Non sapeva che per i re il mondo è semplice. Tutte le persone sono sudditi.

– Avvicinati, così posso vederti meglio – disse il re, che era molto orgoglioso di essere re per qualcuno.
Il piccolo principe cercò un posto dove sedersi, ma il pianeta era tutto ingombrato dal magnifico mantello di ermellino. Così rimase in piedi e, stanco, sbadigliò.

– È contro l’etichetta sbadigliare in presenza di un re – gli disse il monarca – Lo proibisco.
– Non posso farne a meno – rispose il piccolo principe – Ho fatto un lungo viaggio e non ho dormito…

– Allora ti ordino di sbadigliare, non vedo nessuno sbadigliare da anni. Andiamo! sbadiglia di nuovo. È un ordine.

– Non mi escono a comando… – disse il piccolo principe arrossendo.

Il re borbottò qualcosa seccato. Non era preoccupato per la sua autorità non rispettata, però non tollerava la disobbedienza. Era un monarca assoluto, ma siccome era anche molto bravo, dava ordini ragionevoli.

– Posso sedermi? – domandò timidamente il piccolo principe.

– Ti ordino di sederti – rispose il re, che maestosamente tirò indietro un lembo del suo mantello di ermellino.

Il piccolo principe fu sorpreso. Il pianeta era minuscolo. Su cosa potrebbe regnare il re?

– Sire… su cosa regni?
– Su tutto – rispose il re, con grande semplicità.
– Su tutto?
Il re con gesto discreto indicò il suo pianeta, gli altri pianeti e le stelle.

– Su tutto questo? – chiese il piccolo principe.
– Su tutto questo… – rispose il re.

Perché non solo era un monarca assoluto, ma era un monarca universale.

– E le stelle ti obbediscono?

– Certo – gli disse il re – Obbediscono immediatamente, non tollero l’indisciplina.

Tale potere stupì il piccolo principe. Se l’avesse avuto lui, avrebbe potuto assistere non a quarantaquattro, ma a settantadue, o anche a cento, o addirittura a duecento tramonti nello stesso giorno, senza dover mai spostare la sedia! E poiché si sentiva un po’ triste per il ricordo del suo piccolo pianeta abbandonato, chiese al re:

– Vorrei vedere un tramonto… Fammi un favore, ordina al sole di tramontare…

– Se ordinassi a un generale di volare da un fiore all’altro come una farfalla, o di trasformarsi in un uccello marino e non eseguisse l’ordine ricevuto, non sarebbe colpa del generale. Sarebbe colpa mia.
Dobbiamo chiedere a ciascuno ciò che ciascuno può dare

– L’autorità si basa principalmente sulla ragione – continuò il re – Se ordinassi al mio popolo di gettarsi in mare, avrei una rivoluzione. Ottengo obbedienza perché i miei ordini sono ragionevoli.

– Quindi il mio tramonto? – gli ricordò il piccolo principe che non dimenticava mai una domanda una volta che l’aveva fatta.
– Il tuo tramonto lo avrai, lo richiederò. Ma aspetterò finché le condizioni non saranno favorevoli.
– Quando sarà? – domandò il piccolo principe.
– Ehm… sarà… sarà… questa sera intorno alle sette e quaranta! E vedrai quanto bene sarò obbedito.

Il piccolo principe sbadigliò. Si dispiacque per il tramonto mancato. E poi iniziava ad annoiarsi:
– Non ho più niente da fare qui – disse al re – parto!

– Non andare – rispose il re che era così orgoglioso di avere finalmente un suddito – Non andare, ti nomino ministro!
– Ministro di cosa?
– Di… di giustizia!
– Ma qui non c’è nessuno da giudicare!

– Non si sa mai – gli disse il re – Non ho ancora visitato tutto il mio regno, sono molto vecchio e camminare mi stanca.
– Oh! Ma io l’ho già visto – disse il piccolo principe sporgendosi per dare un’altra occhiata dall’altra parte del pianeta – Non c’è nessuno nemmeno lì…

– Giudicherai te stesso! – rispose il re – È molto più difficile giudicare se stessi che giudicare gli altri. Se riesci a giudicarti bene è perché sei una persona saggia.
– Posso giudicarmi ovunque, non ho bisogno di vivere qui – rispose il piccolo principe.

Il piccolo principe, terminati i suoi preparativi per la partenza, non voleva dare troppo dolore al vecchio monarca:
– Se Vostra Maestà volesse essere obbedita puntualmente, potrebbe darmi un ordine ragionevole. Potrebbe ordinarmi, per esempio, di andarmene entro un minuto. Mi sembra che le condizioni siano favorevoli…

Il re non rispose, il piccolo principe dapprima esitò, poi, con un sospiro, se ne andò.

– Ti nomino mio ambasciatore – si affrettò a gridare il re con una grande aria di autorità mentre il piccolo principe si allontanava.

Gli adulti sono molto strani, si disse il piccolo principe durante il suo viaggio.

… continua nel CAPITOLO 4

Note al piccolo principe

La versione del piccolo principe che avete appena letto non è una rielaborazione di una fiaba o racconto classico come di solito facciamo, ma una vera e propria traduzione/riduzione dall’originale francese.

Il piccolo principe in realtà e un’unica lunga, magnifica e immensa poesia, che se fosse stata riassunta in forma di racconto avrebbe perso tutto il significato e la magia che contiene.

Non si può arrivare alla frase “l’essenziale è invisibile agli occhi” senza aver raccontato e descritto tutti i passaggi che sono serviti al piccolo principe per arrivare fin lì…

Il piccolo principe è un’opera abbastanza inscindibile dai dolci acquarelli dello stesso Saint-Exupery, molte parti del racconto original efanno direttamente riferimento ai disegni che bisogna guardare e “inserire” all’interno della storia. Non potendo inserirli su fabulinis, è qui che abbiamo deciso di rimaneggiare più “pesantemente” il piccolo principe, descrivendo dove possibile i disegni in modo che entrassero a far parte del racconto, facendo in modo di poterli immaginare anche senza poterli vedere.

Speriamo che questo adattamento vi sia piaciuto!

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Il piccolo principe 💫 CAPITOLO 2

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare del piccolo principe!

Il Piccolo Principe 💫 CAPITOLO 2


Mi sento molto triste nel raccontare questi ricordi.

Sono già passati sei anni da quando il mio amico è andato via con le sue pecore.

Se provo a raccontarlo qui, è per non dimenticarlo.
È triste dimenticare un amico. Non tutti hanno avuto un amico.

E rischio di diventare anch’io come gli adulti a cui interessano solo i numeri.

È anche per questo che ho comprato una scatola di colori e matite. È difficile tornare a disegnare, alla mia età.

Faccio qualche errore nel disegnarlo. Qui il piccolo principe è troppo grande. Lì è troppo piccolo. Sono anche titubante riguardo al colore del suo costume.

E sono sicuro che sbaglierò su alcuni dettagli più importanti, Ma perdonatemi, il mio amico non mi ha mai dato spiegazioni.

Forse pensava che fossi come lui, Ma io, purtroppo, non so vedere le pecore attraverso le scatole.
Forse sono un po’ come gli adulti. Devo essere invecchiato.

Ogni giorno imparavo qualcosa di più sul suo pianeta, sulla partenza, sul viaggio.

È così che, il terzo giorno, ho vissuto il dramma dei baobab.

Anche questa volta è stato grazie alle pecore, perché all’improvviso il piccolo principe mi interrogò, come preso da un serio dubbio:

– È vero che le pecore mangiano gli arbusti?
– Sì. È vero.
– Meno male! Sono felice.

Non capivo perché fosse così importante che le pecore mangiassero gli arbusti. Ma il piccolo principe aggiunse:

– Quindi mangiano anche i baobab?

Gli dissi che i baobab non erano arbusti, ma alberi grandi come chiese e che, anche se portasse con sé un intero branco di elefanti, questo branco non supererebbe un solo baobab.

L’idea del branco di elefanti fece ridere il piccolo principe:
– Bisognerebbe metterli uno sopra l’altro… – poi osservò saggiamente:
– Anche i baobab, prima di crescere, sono piccoli.
– Giusto! Ma perché vuoi che le tue pecore mangino i baobab?
– Beh, è ovvio! – disse.

Mi ci volle un po’ per capire questo problema da solo.

Sul pianeta del piccolo principe, c’era, come su tutti i pianeti, erba buona e erba cattiva. E quindi dei buoni semi di erbe buone e dei cattivi semi di erbe cattive.

Ma i semi sono invisibili. Dormono nel segreto della terra finché non hanno voglia di svegliarsi.

Così si allunga verso il sole un bel rametto di ravanello o rosa.
Ma se è una pianta cattiva, la pianta va sradicata subito, non appena l’hai riconosciuta.

C’erano semi terribili sul pianeta del piccolo principe… questi erano semi di baobab. Il suo pianeta ne era infestato. Ma un baobab, se te ne accorgi troppo tardi, ingombra l’intero pianeta!

– È una questione di disciplina – mi disse più tardi il piccolo principe – devi pulire accuratamente il pianeta, devi sradicare i baobab non appena li distingui dalle rose, si somigliano molto quando sono giovani… è un lavoro molto noioso ma molto facile.

A poco a poco capivo la sua piccola vita malinconica. Per molto tempo aveva avuto come momento di svago solo la dolcezza dei tramonti.

Il quarto giorno al mattino mi disse:
– Mi piacciono i tramonti. Andiamo a vedere un tramonto…
– Dovremo aspettare…
– Aspettare cosa?
– Che il sole tramonti…

All’inizio sembrava molto sorpreso, poi si mise a ridere e disse:
– Credo sempre di essere a casa!

In effetti quando è mezzogiorno negli Stati Uniti, il sole tramonta sulla Francia. Basterebbe poter andare in Francia in un minuto a guardare il tramonto, ma la Francia è troppo lontana.

Sul suo piccolo pianeta invece, tutto ciò che bastava fare era tirare indietro la sedia di qualche passo per guardare il tramonto ogni volta che voleva…

– Un giorno, ho visto il sole tramontare quarantatré volte! Sai… quando si è tristi si amano i tramonti…

Il quinto giorno, sempre grazie alle pecore, compresi un’altro segreto della vita del piccolo principe. Mi chiese bruscamente:

– Una pecora, se mangia arbusti, mangia anche fiori?
– Una pecora mangia tutto ciò che trova.
– Anche i fiori con le spine?
– Sì, anche i fiori che hanno le spine.
– Allora le spine, a cosa servono?

Non lo sapevo. In quel momento ero molto preoccupato perché l’acqua da bere stava finendo e non riuscivo a riparare l’aereo.

– Le spine, a cosa servono?

Il piccolo principe non ha mai rinunciato a una domanda una volta che l’ha fatta. Ero molto irritato e gli diedi una risposta a caso:

– Le spine sono inutili, è pura cattiveria da parte dei fiori!
– Oh!

Ma dopo un silenzio mi rispose con rancore:
– Non ti credo! I fiori sono deboli e ingenui, si rassicurano come meglio possono e pensano di essere terribili con le loro spine…

Non risposi, poi Il piccolo principe continuò:
– E tu credi che i fiori…
– Ma no! Ma no! non credo niente! Ho detto una risposta a caso, mi occupo di cose serie io!

Mi guardò stupito.
– Cose serie!?

Mi vide con chino sul motore del mio aereo mentre cercavo di ripararlo.

– Parli come un adulto!

Mi fece un po’ vergognare poi, spietato, aggiunse:

– Tu confondi tutto… mescoli tutto! – disse – Conosco un pianeta dove c’è un uomo che non ha mai annusato un fiore, non ha mai guardato una stella e non ha mai amato nessuno. E tutto il giorno ripete come te: “Sono un uomo serio! Sono un uomo serio!” e questo lo fa gonfiare d’orgoglio. Ma non è un uomo, è un fungo!

– Cosa?!
– Un fungo!

Il piccolo principe era bianco per la rabbia.

– I fiori producono spine da milioni di anni. Le pecore mangiano fiori da milioni di anni. E non è serio cercare di capire perché fanno di tutto per fare spine che non servono a nulla? Non è importante la guerra delle pecore e dei fiori? … E se io conosco un fiore unico al mondo, che non esiste da nessuna parte se non sul mio pianeta, e se una pecorella può mangiarlo tutto in una volta, così di colpo, non è importante questo!?

Arrossì, poi proseguì:

– Se qualcuno ama un fiore che esiste solo in un esemplare tra milioni di stelle, gli basta guardarlo per essere felice. Dice a se stesso: “Il mio fiore è là da qualche parte…” Ma se la pecora mangia il fiore, per lui è come se, all’improvviso, tutte le stelle si fossero spente! Questo non è importante!?

All’improvviso scoppiò in lacrime. Era già scesa la notte. Non mi importava più del motore del mio aereo o dell’acqua che scarseggiava. Vicino a una stella, su un pianeta, il mio, la Terra, c’era un piccolo principe da consolare! Lo presi tra le mie braccia cullandolo e gli dissi:

– Il fiore che ami non è in pericolo… disegnerò una museruola per le tue pecore e un’armatura per il tuo fiore… io… – non sapevo proprio cosa dirgli.

Mi sono sentito molto a disagio. Non sapevo come raggiungerlo, dove raggiungerlo…
È così misterioso, il paese delle lacrime.

… continua nel CAPITOLO 3

Note al piccolo principe

La versione del piccolo principe che avete appena letto non è una rielaborazione di una fiaba o racconto classico come di solito facciamo, ma una vera e propria traduzione/riduzione dall’originale francese.

Il piccolo principe in realtà e un’unica lunga, magnifica e immensa poesia, che se fosse stata riassunta in forma di racconto avrebbe perso tutto il significato e la magia che contiene.

Non si può arrivare alla frase “l’essenziale è invisibile agli occhi” senza aver raccontato e descritto tutti i passaggi che sono serviti al piccolo principe per arrivare fin lì…

Il piccolo principe è un’opera abbastanza inscindibile dai dolci acquarelli dello stesso Saint-Exupery, molte parti del racconto original efanno direttamente riferimento ai disegni che bisogna guardare e “inserire” all’interno della storia. Non potendo inserirli su fabulinis, è qui che abbiamo deciso di rimaneggiare più “pesantemente” il piccolo principe, descrivendo dove possibile i disegni in modo che entrassero a far parte del racconto, facendo in modo di poterli immaginare anche senza poterli vedere.

Speriamo che questo adattamento vi sia piaciuto!

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Pinocchio 🤥 CAPITOLO 9

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 9:
Pinocchio diventa un bambino.


Piano piano Pinocchio riaprì gli occhi. Era tutto buio e non vedeva nulla.
– Ma dove sono? – disse con sorpresa, iniziando a tastarsi tutto – ma mi è tornata la voce! Ma sono di nuovo un burattino!!!
Tutto felice iniziò a saltellare nel buio più completo, finché i suoi occhi non si abituarono all’oscurità e videro un piccolo chiarore baluginare in lontananza.

Si incamminò lentamente, i suoi piedi sguazzavano come se fosse dentro una pozzanghera d’acqua grassa e sdrucciolevole, nell’aria c’era un forte odore di pesce.
Man mano che camminava, la luce si faceva sempre più distinta.

E sapete cosa trovò? Una tavola apparecchiata con seduto un vecchietto coi capelli tutti bianchi.
Pinocchio non credette ai suoi occhi.
– Papà, papà mio! – era Geppetto e gli corse subito incontro per abbracciarlo.
– Figliuolo mio! – gli rispose ricambiando l’abbraccio.
– Si, si, sono io papà! Sapessi quante avventure ho passate… – e Pinocchio prese a raccontargli tutto quello che gli capitato: il Gatto e la Volpe, la Fata Turchina, il Campo dei Miracoli, la scuola, il Paese dei Balocchi, il circo…

– Ma papà, dove siamo?
– Siamo nella pancia del gigantesco Pesce-Cane, che mi ha divorato quando ho costruito una barchetta per venirti a cercare dall’altra parte del mondo, e ora ha inghiottito pure te…
– Dobbiamo fuggire!
– E come?
– Scappando dalla bocca del Pesce-Cane.

All’inizio Geppetto era titubante, ma Pinocchio prese la candela e la sua mano e iniziarono a risalire su per lo stomaco del grande pesce, fino ad arrivare alla bocca.
– Aspettiamo che apra la bocca e poi ci lanciamo! – disse Pinocchio a Geppetto, e non appena il Pesce-Cane la aprì, si tuffarono in mare, nuotando verso riva.

Giunti a riva, si riposarono un attimo e si asciugarono per quello che potevano, poi si incamminarono in cerca di un capanno per passare la notte.
Ma sulla strada Pinocchio incontrò due vecchie conoscenze: il Gatto e la Volpe.

– Pinocchio, amico nostro, facci la carità! – i due erano conciati male e vestiti di stracci, le zampe fasciate e tremavano dal freddo.
– Non mi imbrogliate più voi due, ben vi sta se adesso patite la fame, le mie quattro monete d’oro non vi hanno portato fortuna! – così Pinocchio li salutò e li lasciò lì dov’erano a chiedere l’elemosina.

Cammina cammina, Pinocchio e Geppetto arrivarono ad una graziosa casetta di paglia, bussarono alla porta ma nessuno rispose. Così entrarono e non videro nessuno, ma poi una voce li salutò.
I due si voltarono, era il Grillo Parlante!
– Oh! Mio caro grillino! – disse Pinocchio, salutandolo gentilmente.
– Ora mi chiami il “tuo caro Grillino”, ma ti ricordi quando mi hai tirato dietro il martello a casa di Geppetto?

– Hai ragione… se vuoi vendicarti tira un martello addosso a me, ma lascia stare il mio papà Geppetto – rispose Pinocchio con lo sguardo basso.
– Non preoccuparti, ti ho già perdonato.
– Ora però devi aiutarmi, il mio papà è molto stanco e ha bisogno di un bicchiere di latte.
– Vai a chiedere al fattore che ha tre mucche.

Pinocchio corse dal fattore e gli chiese del latte.
– Per un bicchiere di latte fa un soldo – gli rispose il fattore.
– Ma io non ho nemmeno un soldo bucato!
– Allora potresti far girare la ruota per turare su l’acqua dal pozzo, sai il mio ciuchino si è ammalato proprio ieri.

– Potrei vedere quel ciuchino? – chiese Pinocchio.
– Certo! – gli rispose il fattore, conducendolo nella stalla. Dentro, disteso sulla paglia, c’era una vecchia conoscenza di Pinocchio.
Era Lucignolo, malato e stanco per aver girato la ruota ogni giorno, tutto il giorno, dal momento che si erano lasciati al mercato.

A Pinocchio si strinse il cuore, e allora iniziò a girare la ruota, guadagnando il bicchiere di latte da portare a Geppetto.
E da quel giorno in poi, per più di cinque mesi, si alzò ogni mattina per andar a girare la ruota al posto di Lucignolo e guadagnare un bicchiere di latte da portare al suo caro papà.
La sera, stanco dalla fatica, Pinocchio si esercitava sempre a leggere e scrivere usando un vecchio libro usato e tutto consumato, comprato per un soldo al paese.

Finché una mattina disse a suo padre:
– Vado qui al mercato di paese, mi compro una giacchina, un berretto e un paio di scarpe, che quando torno ti sembrerò un gran signore!
E uscito di casa cominciò subito a correre tutto allegro e contento.

Sulla strada incontrò un cane vestito da cocchiere, era quello che aveva portato Pinocchio svenuto e appeso all’albero, dalla Fata Turchina.
– Come sta la mia cara Fata?! – gli chiese subito Pinocchio.
– Male, molto male, si è ammalata e sta in ospedale, e non ha neppure più nulla per potersi permettere neppure un boccone di pane.

Pinocchio prese i quaranta soldi che aveva in tasca e li diede al cane.
– E il tuo vestito nuovo? – gli chiese il cane.
– Non mi importa! Venderei anche quelli che ho addosso per la mia Fatina! Ora va’ e portale questi soldi, e tra due giorni torna qui che te ne darò altri!
Il cane prese i soldi e corse subito dalla Fata.

Pinocchio tornò a casa e disse a Geppetto che non aveva trovato nessun vestito che gli andasse bene.
Quella sera Pinocchio, invece di star sveglio fino alle dieci a studiare, andò a letto dopo mezzanotte; e invece di lavorare sodo otto ore al giorno, iniziò a lavorarne dieci.

Così una sera, stanco ma felice, si addormentò e sognò che la Fata dai capelli turchini lo perdonava di tutte le monellerie fatte fino a quel giorno, e gli dava un bacio sulla fronte.
Lì finì il suo bel sogno e continuò a dormire beato fino al mattino.

La mattina Pinocchio riaprì gli occhi. Si sentiva strano, si stiracchiò tutto e si guardò allo specchio: non era più un burattino ma un ragazzo in carne ed ossa!
Pinocchio gridò di felicità.

Nella camera entrò Geppetto richiamato dal grido, e rimase di stucco nel vedere il suo burattino trasformato in un ragazzo vero! Pinocchio lo abbracciò forte.
– Ma come è potuto succedere?! – gli chiese Pinocchio.
– Sai a volte quando i ragazzi, da monelli diventano buoni, hanno la capacità di cambiare aspetto, loro e tutta la famiglia intera…

Pinocchio guardò in un angolo della camera, sopra una seggiola c’era seduto sopra un burattino, e dopo un po’ che lo guardava, disse dentro di sé con grandissima emozione:
– Com’ero buffo quando ero un burattino, e come son contento di essere diventato un ragazzo perbene!

⚜ Fine della fiaba ⚜

Curiosità su Pinocchio

● Carlo Lorenzini, vero nome di Carlo Collodi, scrisse Pinocchio in un momento di difficoltà della sua vita.

● In realtà il vero Pinocchio era lui stesso, sempre pronto a far “bambinate” e pieno di debiti al gioco d’azzardo, si mise così a scrivere una storiella per bambini per guadagnare qualche soldo. Ma già dopo pochi capitoli si era stancato e aveva scritto la parola fine del suo racconto più o meno quando i due banditi appendono Pinocchio all’albero.

● Ma ormai Pinocchio aveva iniziato a viver di vita propria dentro l’entusiasmo e l’immaginazione dei bambini tanto che, a furor di popolo, fu costretto a tirar giù Pinocchio dall’albero e rimetterlo di corsa a vagabondare per la sua strada. Una strada piena di avventure e di crescita interiore che lo porterà a diventare finalmente un bambino in carne ed ossa.

● La verità è che dentro le pagine del libro, ognuno di noi può immedesimarsi in Pinocchio, perchè racconta con parole semplici e senza troppi giri di parole, il birbante che si nasconde dentro tutti i bambini.

● Pinocchio è anche stato un racconto da cui poi sono stati ripresi concetti e modi di dire che oggi sono di uso comune, come:

  • “le bugie dal naso lungo o dalle gambe corte” per indicare chi mente;
  • “il paese dei balocchi” per indicare un luogo immaginario e fantastico dove non si fa nulla dalla mattina alla sera;
  • “Sono fritto!” che si riferisce ad un momento non presente nella nostra versione della fiaba, dove Pinocchio rischia di essere messo in padella e mangiato da un pescatore.
  • “Il Gatto e la Volpe” per indicare una coppia di persone poco affidabili

● Il libro divenne talmente famoso in tutto il mondo (è il libro in lingua italiana più venduto nella storia e vanta ben 240 traduzioni in lingua estera) che anche Tolstoj nel 1936, ne scrisse una versione molto simile.

● Di Pinocchio si sono fatti film di animazione (il più famoso è sicuramente quello della Walt Disney) che dal vero (come non ricordare il Pinocchio interpretato da Benigni nel 2002 o, l’ultimo del 2019, con alla regia Garrone in cui sempre lo stesso Benigni interpreta Geppetto?)

● E la canzone di Edoardo Bennato sul Gatto e la Volpe chi può scordarla?
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Pinocchio

Pinocchio

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 8

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 8:
Il Paese dei Balocchi.


Il viaggio era durato tutta la notte, e al mattino erano finalmente arrivati.
Nel paese c’erano solo ragazzi, dagli otto ai quattordici anni, tutti che correvano a destra e sinistra, che urlavano e gridavano, che giocavano e si divertivano tra loro. Era un pandemonio incredibile.
Festa dalla mattina alla sera e feste in ogni angolo del paese.

Pinocchio, Lucignolo e tutti gli altri ragazzi che avevano fatto il viaggio assieme sul carretto, si fiondarono in mezzo alla baraonda, e nel giro di pochi minuti diventarono amici di tutti.
– Che spasso! – diceva Lucignolo.
– Che bella vita! – gli faceva eco Pinocchio.

Parlando con gli altri ragazzi, però, a volte non si capivano. Quelli che erano lì da più tempo spesso sbagliavano a pronunciare le parole, dicevano “arin metica” al posto di aritmetica, “abasso la schola” al posto di abbasso la scuola ecc. Ma nè Pinocchio né Lucignolo ci badarono più di tanto.
Così in quel paese della cuccagna continuarono a divertirsi, non facendo nulla e non aprendo mai più un libro, per ben cinque mesi

Una mattina, però, accadde una cosa strana. Svegliandosi, Pinocchio si accarezzò la testa e al posto delle sue minuscole orecchie intagliate nel legno, trovò due enormi orecchie da asino.
Subito cercò uno specchio e, disperato, vide le due grandi orecchie ai lati della testa.

Poco dopo bussò alla porta Lucignolo, anche a lui erano spuntate due enormi orecchie da asino ed era disperato tanto quanto Pinocchio. Ma non riuscirono nemmeno a chiedersi cosa fosse successo che le loro gambe iniziarono a tremare, così che dovettero mettersi giù a quattro zampe.
In pochi minuti tutti e due si erano trasformati in due Asini completi, giusta punizione per chi, non volendo saperne di libri, scuole e maestri, passava le giornate a giocare e perdere tempo.

Qualcuno bussò alla porta, era l’omino che guidava il calesse. Era venuto a prenderli per venderli al mercato.
Lucignolo fu comprato da un contadino, mentre Pinocchio fu comprato dal direttore di un circo.

Il direttore del circo lo aveva comprato per preparare un grande spettacolo mai visto prima: un asino danzante.
Pinocchio non poteva neppure lamentarsi, perché al posto di parlare ragliava, e il direttore del circo lo convinse ad imparare il balletto a suon di frustate.

Così arrivò il giorno del debutto di Ciuchino-Pinocchio. Iniziò a fare i suoi numeri, prima al trotto, poi al galoppo e infine il salto nel cerchio, ma mentre saltava, Pinocchio, si accorse che tra il pubblico c’era la Fata Turchina che lo osservava, e cadde malamente azzoppandosi una gamba.

Per il circo Ciuchino-Pinocchio era ormai diventato inutile, così il direttore lo portò sopra una scogliera e lo buttò in mare.
Ciuchino-Pinocchio, non sapendo nuotare, andò subito a fondo, si agitò tutto cercando di ritornare a galla, ma per lo spavento e per lo sforzo piano piano perse i sensi e si lasciò trascinare dalla corrente…

… continua nel CAPITOLO 9

Curiosità su Pinocchio

● Carlo Lorenzini, vero nome di Carlo Collodi, scrisse Pinocchio in un momento di difficoltà della sua vita.

● In realtà il vero Pinocchio era lui stesso, sempre pronto a far “bambinate” e pieno di debiti al gioco d’azzardo, si mise così a scrivere una storiella per bambini per guadagnare qualche soldo. Ma già dopo pochi capitoli si era stancato e aveva scritto la parola fine del suo racconto più o meno quando i due banditi appendono Pinocchio all’albero.

● Ma ormai Pinocchio aveva iniziato a viver di vita propria dentro l’entusiasmo e l’immaginazione dei bambini tanto che, a furor di popolo, fu costretto a tirar giù Pinocchio dall’albero e rimetterlo di corsa a vagabondare per la sua strada. Una strada piena di avventure e di crescita interiore che lo porterà a diventare finalmente un bambino in carne ed ossa.

● La verità è che dentro le pagine del libro, ognuno di noi può immedesimarsi in Pinocchio, perchè racconta con parole semplici e senza troppi giri di parole, il birbante che si nasconde dentro tutti i bambini.

● Pinocchio è anche stato un racconto da cui poi sono stati ripresi concetti e modi di dire che oggi sono di uso comune, come:

  • “le bugie dal naso lungo o dalle gambe corte” per indicare chi mente;
  • “il paese dei balocchi” per indicare un luogo immaginario e fantastico dove non si fa nulla dalla mattina alla sera;
  • “Sono fritto!” che si riferisce ad un momento non presente nella nostra versione della fiaba, dove Pinocchio rischia di essere messo in padella e mangiato da un pescatore.
  • “Il Gatto e la Volpe” per indicare una coppia di persone poco affidabili

● Il libro divenne talmente famoso in tutto il mondo (è il libro in lingua italiana più venduto nella storia e vanta ben 240 traduzioni in lingua estera) che anche Tolstoj nel 1936, ne scrisse una versione molto simile.

● Di Pinocchio si sono fatti film di animazione (il più famoso è sicuramente quello della Walt Disney) che dal vero (come non ricordare il Pinocchio interpretato da Benigni nel 2002 o, l’ultimo del 2019, con alla regia Garrone in cui sempre lo stesso Benigni interpreta Geppetto?)

● E la canzone di Edoardo Bennato sul Gatto e la Volpe chi può scordarla?
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Pinocchio

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 7

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 7:
Pinocchio va a scuola.


Quei quattro mesi di prigione sembrarono a Pinocchio un’eternità. Li aveva passati pensando a suo papà Geppetto, alla Fata Turchina e anche a quei due ladri del Gatto e la Volpe. Ma ora finalmente poteva uscire.

Appena fuori, iniziò a correre verso la casa della Fata Turchina, ma non appena arrivò sul posto si accorse che la casa della Fata non c’era più, al suo posto c’era una lapide che riportava questa scritta:

Qui giace
la Fata Turchina
Morta di dolore
per essere stata abbandonata
dal suo caro Pinocchio

Pinocchio a quel punto si inginocchiò sulla tomba ed iniziò a piangere disperato.
Il suo pianto attirò l’attenzione di un grosso uccello che volava lì in tondo.
– Se tu Pinocchio? – gli chiese l’uccello.
– Si sono io… – gli rispose Pinocchio singhiozzando.
– Vieni con me allora! Tuo padre Geppetto, disperato, si sta fabbricando una barca per andarti a cercare in mare!

A quel punto il grande uccello prese Pinocchio sulla groppa ed iniziò a volare più veloce che poteva, ma arrivati alla spiaggia videro tanta gente affollata che gridava in direzione di una barchetta in balìa delle onde di un mare grosso e tempestoso.

– Papà!!! – gridò Pinocchio, gettandosi giù dalla groppa dell’uccello e cadendo sulla spiaggia. Ma Geppetto, per via del forte vento e delle grandi onde, non lo sentì.
Allora Pinocchio si gettò in mare per raggiungerlo, ma il mare era troppo mosso, e lui non sapeva nuotare… Per fortuna che era fatto di legno e riusciva a stare a galla!

Dopo molte ore di naufragio, Pinocchio si ritrovò su una spiaggetta di un’isola sconosciuta. Pinocchio si incamminò per un sentiero, e vide tante persone che andavano avanti e indietro per la strada. La pancia gli brontolava dalla fame, ma non aveva neppure un soldo bucato per pagarsi del pane, così decise di sedersi e chiedere l’elemosina.

Tutti quelli che passavano, però, lo prendevano a male parole: “trovati un lavoro!”, “scansafatiche!”, “vergognati!” gli dicevano. Finchè non passò una donna con una sciarpa che le copriva parte del volto e due brocche piene d’acqua.
– Scusi signora, posso avere una sorsata d’acqua? – chiese Pinocchio.
– Bevi pure ragazzo mio! – gli rispose la donna.

Pinocchio, per la sete, bevve quasi tutta una brocca d’acqua, poi disse alla donna:
– La sete me la son levata, avete per caso anche qualcosa da mangiare?
– Se mi aiuti a portare a casa una di queste brocche d’acqua, ti darò un bel pezzo di pane.
Pinocchio allora prese la brocca e aiutò la donna a portarla fino a casa.

Entrati in casa la tavola era già apparecchiata con pane, affettati e anche il dolce. Pinocchio non credeva ai suoi occhi e si lanciò sul cibo, iniziando a divorare tutto quanto, poi una volta finito tutto quello che stava sulla tavola guardò in volto la padrona di casa che, togliendosi la grande sciarpa che le copriva la faccia, gli stava sorridendo.

– Ma tu… – Pinocchio sgranò gli occhi, quasi non credeva a quello che vedeva.
– Cos’è tutta questa meraviglia? – gli rispose lei, iniziando a sorridere ancor di più.
– Ma tu sei la Fata Turchina!!! – e con un balzo la abbracciò.

– Birba d’un burattino, dov’eri finito?
– Sapessi mia cara Fata… ma com’è che sei cresciuta?
– E’ una magia… mi hai lasciato che ero una bambina e ora mi ritrovi che sono una donna.

– Anche io voglio cambiar vita! Da domani prometto che andrò a scuola e diventerò un bravo ragazzo.
Così il giorno dopo Pinocchio iniziò ad andare a scuola. All’inizio tutti lo prendevano in giro perché era un burattino, ma in poco tempo diventò uno studente modello, e i maestri lo lodavano.

Ma un giorno, tornando da scuola, un gruppo di monelli suoi compagni di classe gli andarono incontro, uno di loro, Lucignolo, gli disse:
– La sai la notizia? Stanotte passa il carretto che porta i bambini al “Paese dei Balocchi”, dove si fa quel che si vuole dalla mattina alla sera. Ci sono divertimenti e dolci per tutti e soprattutto, non si deve mai andare a scuola! Noi andiamo, vieni anche tu?

Sulle prime Pinocchio non voleva andare, ma poi Lucignolo e tutti gli altri continuavano a decantargli tutte le meravigliose cose che avrebbero fatto e tutti i divertimenti che avrebbero trovato, tanto che il tempo passò e si era già fatto buio.
Dopo poco iniziarono a sentire il rumore del carretto che si avvicinava.

– Eccolo! – gridò Lucignolo verso il carretto guidato da un omino e trainato da dodici piccoli asinelli.
Tutti i ragazzi facevano a gara per saltarci su. Salito sul carro, Lucignolo gridò a Pinocchio:
– Dai vieni anche tu che ci divertiamo!
– No, io resto – gli rispose con un filo di voce Pinocchio.
– Dai vieni anche tu che ci divertiamo! – ripeterono tutti in coro.

Il carretto a quel punto ripartì, e Lucignolo gli urlò per l’ultima volta:
– Mai più scuola Pinocchio, mai più!
Pinocchio, sentendo quelle parole, senza pensarci troppo, prese la rincorsa e saltò sul carretto anche lui, dicendo fra sé e sé “chissà cosa penserà di me la povera Fata Turchina”. Ma ormai il carretto si stava già allontanando verso il Paese dei Balocchi.

… continua nel CAPITOLO 8

Curiosità su Pinocchio

● Carlo Lorenzini, vero nome di Carlo Collodi, scrisse Pinocchio in un momento di difficoltà della sua vita.

● In realtà il vero Pinocchio era lui stesso, sempre pronto a far “bambinate” e pieno di debiti al gioco d’azzardo, si mise così a scrivere una storiella per bambini per guadagnare qualche soldo. Ma già dopo pochi capitoli si era stancato e aveva scritto la parola fine del suo racconto più o meno quando i due banditi appendono Pinocchio all’albero.

● Ma ormai Pinocchio aveva iniziato a viver di vita propria dentro l’entusiasmo e l’immaginazione dei bambini tanto che, a furor di popolo, fu costretto a tirar giù Pinocchio dall’albero e rimetterlo di corsa a vagabondare per la sua strada. Una strada piena di avventure e di crescita interiore che lo porterà a diventare finalmente un bambino in carne ed ossa.

● La verità è che dentro le pagine del libro, ognuno di noi può immedesimarsi in Pinocchio, perchè racconta con parole semplici e senza troppi giri di parole, il birbante che si nasconde dentro tutti i bambini.

● Pinocchio è anche stato un racconto da cui poi sono stati ripresi concetti e modi di dire che oggi sono di uso comune, come:

  • “le bugie dal naso lungo o dalle gambe corte” per indicare chi mente;
  • “il paese dei balocchi” per indicare un luogo immaginario e fantastico dove non si fa nulla dalla mattina alla sera;
  • “Sono fritto!” che si riferisce ad un momento non presente nella nostra versione della fiaba, dove Pinocchio rischia di essere messo in padella e mangiato da un pescatore.
  • “Il Gatto e la Volpe” per indicare una coppia di persone poco affidabili

● Il libro divenne talmente famoso in tutto il mondo (è il libro in lingua italiana più venduto nella storia e vanta ben 240 traduzioni in lingua estera) che anche Tolstoj nel 1936, ne scrisse una versione molto simile.

● Di Pinocchio si sono fatti film di animazione (il più famoso è sicuramente quello della Walt Disney) che dal vero (come non ricordare il Pinocchio interpretato da Benigni nel 2002 o, l’ultimo del 2019, con alla regia Garrone in cui sempre lo stesso Benigni interpreta Geppetto?)

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Pinocchio

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 6

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 6:
Il Campo dei Miracoli.


Mentre correva per il bosco, Pinocchio vide sul sentiero due persone che gli sembrava di conoscere. Erano il Gatto e la Volpe, che appena si accorsero di Pinocchio gli corsero incontro a fargli le feste.
– Ecco il nostro caro Pinocchio – gridò la Volpe abbracciandolo – cosa ci fai qui?!
– Cosa ci fai qui?! – ripetè anche il Gatto, che aveva una delle zampette tutta fasciata.

– Voi non ci crederete, ma ieri notte ho incontrato due banditi che volevano rubarmi le monete d’oro!
Il Gatto e la Volpe fecero una faccia sbalordita.
– Ma io sono scappato – continuò Pinocchio – e adesso vado incontro al mio papà Geppetto.
– Bravo! – gli dice la Volpe – ma le monete d’oro?
– Le ho qui in tasca! Me ne sono rimaste solo quattro che una l’ho dovuta spendere all’osteria del Gambero Rosso…
– E pensare che quelle quattro monete potrebbero diventare più di mille domani… – sospirò la Volpe – perché non vai a seminarle nel Campo dei Miracoli? E’ a pochi chilometri da qui!
Pinocchio esitò un attimo, pensò alla Fata Turchina, a Geppetto e anche al Grillo Parlante, ma poi scrollò le spalle e disse – Va bene, andiamo!

Dopo aver camminato due buone ore, arrivarono finalmente al Campo dei Miracoli.
– Eccolo! – esclamò la Volpe – ora scava una buca poco profonda, mettici le monete, ricopri tutto di terra, annaffia un po’ e vedrai che tra soli venti minuti sarà già cresciuta una piantina.

Una volta fatto tutto, la Volpe disse a Pinocchio che era stato un piacere aiutarlo e, insieme al Gatto gli consigliarono di andare a riposarsi al paesino che avevano attraversato poco prima e aspettare lì che il Campo dei Miracoli facesse il suo dovere.
Quindi Pinocchio e il Gatto e la Volpe si salutarono e se ne andarono ognuno per la sua via.

Pinocchio, ascoltando il consiglio della Volpe, andò al paese, dove rimase giusto i venti minuti che erano necessari al Campo dei Miracoli per far spuntare la piantina dalle monete d’oro, poi tornò di corsa indietro.
Ma della sua piantina non trovò nemmeno l’ombra, anzi dove aveva lasciato le monete d’oro era rimasta solo una buca senza nulla dentro.

Sopra la sua testa Pinocchio sentì un pappagallo ridere.
– Cosa ridi tu!?
– Rido perché mentre tornavi al paesino qui vicino, il Gatto e la Volpe son tornati qui a prendersi le tua monete d’oro! – gli rispose il Pappagallo.

Pinocchio, a bocca aperta, non voleva credere al pappagallo e iniziò a scavare nella buca, senza trovare nulla… A quel punto si disperò e decise di tornare al paese a denunciare il Gatto e la Volpe.
Il giudice che lo accolse era un grosso Gorilla con gli occhiali d’oro, e Pinocchio iniziò a raccontargli tutto.

Il giudice ascoltò attentamente Pinocchio con occhi fissi, senza mai dire nulla. Alla fine chiamò le due guardie accanto a sé.
– Questo burattino ha derubato quattro monete d’oro, mettetelo subito in prigione per quattro mesi!
– No! Lei non ha capito! Non sono io il ladro, sono stati… – ma Pinocchio non riuscì a finire la frase che le guardie lo presero e lo portarono dritto in cella.

… continua nel CAPITOLO 7

Curiosità su Pinocchio

● Carlo Lorenzini, vero nome di Carlo Collodi, scrisse Pinocchio in un momento di difficoltà della sua vita.

● In realtà il vero Pinocchio era lui stesso, sempre pronto a far “bambinate” e pieno di debiti al gioco d’azzardo, si mise così a scrivere una storiella per bambini per guadagnare qualche soldo. Ma già dopo pochi capitoli si era stancato e aveva scritto la parola fine del suo racconto più o meno quando i due banditi appendono Pinocchio all’albero.

● Ma ormai Pinocchio aveva iniziato a viver di vita propria dentro l’entusiasmo e l’immaginazione dei bambini tanto che, a furor di popolo, fu costretto a tirar giù Pinocchio dall’albero e rimetterlo di corsa a vagabondare per la sua strada. Una strada piena di avventure e di crescita interiore che lo porterà a diventare finalmente un bambino in carne ed ossa.

● La verità è che dentro le pagine del libro, ognuno di noi può immedesimarsi in Pinocchio, perchè racconta con parole semplici e senza troppi giri di parole, il birbante che si nasconde dentro tutti i bambini.

● Pinocchio è anche stato un racconto da cui poi sono stati ripresi concetti e modi di dire che oggi sono di uso comune, come:

  • “le bugie dal naso lungo o dalle gambe corte” per indicare chi mente;
  • “il paese dei balocchi” per indicare un luogo immaginario e fantastico dove non si fa nulla dalla mattina alla sera;
  • “Sono fritto!” che si riferisce ad un momento non presente nella nostra versione della fiaba, dove Pinocchio rischia di essere messo in padella e mangiato da un pescatore.
  • “Il Gatto e la Volpe” per indicare una coppia di persone poco affidabili

● Il libro divenne talmente famoso in tutto il mondo (è il libro in lingua italiana più venduto nella storia e vanta ben 240 traduzioni in lingua estera) che anche Tolstoj nel 1936, ne scrisse una versione molto simile.

● Di Pinocchio si sono fatti film di animazione (il più famoso è sicuramente quello della Walt Disney) che dal vero (come non ricordare il Pinocchio interpretato da Benigni nel 2002 o, l’ultimo del 2019, con alla regia Garrone in cui sempre lo stesso Benigni interpreta Geppetto?)

● E la canzone di Edoardo Bennato sul Gatto e la Volpe chi può scordarla?
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Pinocchio

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 5

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 5:
La Fata Turchina


Da una delle finestre si affacciò una bambina dai capelli turchini, che disse:
– In questa casa non c’è nessuno…
– E tu chi saresti allora?
La Bambina dai capelli turchini guardò i due banditi avvicinarsi di corsa vero la casa, e chiuse le imposte della finestra.

– Eccoti qua! Ora ti daremo una bella lezione – gridarono i banditi, prendendo Pinocchio. Lo portarono sotto una grande quercia, lo legarono e lo appesero ad uno dei rami dell’albero.
– E ora sputa le monete! – continuarono i banditi.

Pinocchio faceva di no con la testa tenendo la bocca chiusa. Intanto uno dei due banditi, quello a cui Pinocchio aveva dato un morso, si leccava la zampetta, che sembrava essere quella di un gatto.
Le ore passavano, Pinocchio dondolava piano piano al vento, ma non apriva la bocca.

I due banditi, assonnati e sfiniti decisero di andarsene a dormire.
– Ci vediamo domani burattino, e vedi di farci la cortesia di farti trovare con la bocca spalancata piena di monete… – e s’incamminarono sparendo nel buio della notte.
Pinocchio pensava a quanto fosse in pensiero per lui Geppetto, poi sbadigliò e si addormentò.

La bambina dai capelli turchini aveva assistito a tutta la scena dalla finestra, preoccupata per quel povero burattino. Battendo le mani, chiamò un un cane vestito da cocchiere che camminava sulle due zampe.
– Lo vedi quel burattino penzoloni dall’albero? Portamelo qui.
Il cane obbedì subito e, pochi minuti dopo, Pinocchio era steso sotto le coperte di un grande letto in una delle camere della casa.

Pinocchio pareva morto, e subito la bambina convocò i dottori più bravi della zona: un Corvo, una Civetta ed un Grillo Parlante. Il Corvo si avvicinò a pinocchio, lo guardò, gli tastò il polso e disse:
– Questo burattino è morto, ma se non è morto, è sicuramente vivo.
– No, no, mio collega – gli rispose subito la Civetta – Questo burattino è sicuramente vivo, ma se non è vivo, è certamente morto.

A quel punto prese la parola il Grillo Parlante.
– Io quel burattino lo conosco, è un birbante – a quelle parole Pinocchio aprì a fessura un occhio per vedere cosa succedeva, ma il Grillo continuò – è un monello, uno svogliato, un vagabondo!

Pinocchio piano piano si nascose sotto le lenzuola, e senza farsi vedere prese le monete d’oro dalla bocca e le mise in tasca.
– Quel burattino è un disubbidiente che fa morire di crepacuore il suo papà.
Da sotto le lenzuola si sentiva singhiozzare, era Pinocchio che piangeva.

La fata fece cenno ai dottori di uscire dalla stanza. Pinocchio da sotto le lenzuola guardò la bambina.
– Chi sei tu? – le chiese Pinocchio.
– Sono la Fata Turchina, e voglio aiutarti – poi poggiò la sua mano sulla fronte e sentì che aveva la febbre. Gli preparò allora un bicchiere d’acqua con dentro la medicina.

– Raccontami Pinocchio, com’è che ti sei ritrovato di notte inseguito dai banditi?
Allora Pinocchio le raccontò tutta la sua avventura, fino a quando i due banditi, per prendergli le monete d’oro, lo appesero all’albero.
– E dimmi, se le avevi in bocca, dove sono adesso le monete d’oro?
– Le ho perse! – le risponde Pinocchio.

Appena detta la bugia, il suo naso che già era grosso, gli si allungò di colpo di due dita.
– E dove le hai perse?
– Nel bosco qui vicino… – a questa seconda bugia il naso gli si allungò ancora.
– Allora sarà facile ritrovarle – continuò la Fata.
– Ora che mi ricordo le monete non le ho perse, le ho inghiottite prima quando ho bevuto la medicina…

A questa terza bugia il naso di Pinocchio diventò talmente lungo che non potè più girarsi dentro la stanza senza urtare qualcosa. La Fata Turchina lo guardò e scoppiò a ridere.
– Perché ridi!? – le chiese Pinocchio che stava per mettersi a piangere.
– Rido per le bugie che hai detto. Sai ci sono due tipi di bugie, quelle dalle gambe corte e quelle dal naso lungo. Le tue, come puoi vedere, sono bugie dal naso lungo.

Allora Pinocchio iniziò a piangere a dirotto, e la Fata lo lasciò piangere per una buona mezz’ora. Poi, quando le sembrava che Pinocchio fosse veramente pentito, battè le mani e fece arrivare due picchi che presero a beccargli il nasone, riportandolo alle dimensioni naturali.

– Prometto che non dirò più bugie mia Fata… – le disse Pinocchio asciugandosi le lacrime.
La Fata Turchina lo abbracciò e gli disse:
– Ho pensato anche al tuo papà, l’ho già fatto avvisare ed entro stasera sarà qui.
Pinocchio iniziò a saltare dalla felicità.
– Non vedo l’ora di poterlo abbracciare! Posso corrergli incontro?!
– Vai Pinocchio, ma stai attento a non perderti!
Ma ormai Pinocchio stava già correndo verso il bosco per abbracciare di nuovo Geppetto.

… continua nel CAPITOLO 6

Curiosità su Pinocchio

● Carlo Lorenzini, vero nome di Carlo Collodi, scrisse Pinocchio in un momento di difficoltà della sua vita.

● In realtà il vero Pinocchio era lui stesso, sempre pronto a far “bambinate” e pieno di debiti al gioco d’azzardo, si mise così a scrivere una storiella per bambini per guadagnare qualche soldo. Ma già dopo pochi capitoli si era stancato e aveva scritto la parola fine del suo racconto più o meno quando i due banditi appendono Pinocchio all’albero.

● Ma ormai Pinocchio aveva iniziato a viver di vita propria dentro l’entusiasmo e l’immaginazione dei bambini tanto che, a furor di popolo, fu costretto a tirar giù Pinocchio dall’albero e rimetterlo di corsa a vagabondare per la sua strada. Una strada piena di avventure e di crescita interiore che lo porterà a diventare finalmente un bambino in carne ed ossa.

● La verità è che dentro le pagine del libro, ognuno di noi può immedesimarsi in Pinocchio, perchè racconta con parole semplici e senza troppi giri di parole, il birbante che si nasconde dentro tutti i bambini.

● Pinocchio è anche stato un racconto da cui poi sono stati ripresi concetti e modi di dire che oggi sono di uso comune, come:

  • “le bugie dal naso lungo o dalle gambe corte” per indicare chi mente;
  • “il paese dei balocchi” per indicare un luogo immaginario e fantastico dove non si fa nulla dalla mattina alla sera;
  • “Sono fritto!” che si riferisce ad un momento non presente nella nostra versione della fiaba, dove Pinocchio rischia di essere messo in padella e mangiato da un pescatore.
  • “Il Gatto e la Volpe” per indicare una coppia di persone poco affidabili

● Il libro divenne talmente famoso in tutto il mondo (è il libro in lingua italiana più venduto nella storia e vanta ben 240 traduzioni in lingua estera) che anche Tolstoj nel 1936, ne scrisse una versione molto simile.

● Di Pinocchio si sono fatti film di animazione (il più famoso è sicuramente quello della Walt Disney) che dal vero (come non ricordare il Pinocchio interpretato da Benigni nel 2002 o, l’ultimo del 2019, con alla regia Garrone in cui sempre lo stesso Benigni interpreta Geppetto?)

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Pinocchio

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 4

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 4:
Il gatto e la volpe


– Buongiorno Pinocchio – lo salutò la volpe.
– Com’è che sai il mio nome? – domandò il burattino.
– Conosco bene il tuo papà, l’ho visto ieri in maniche di camicia che tremava dal freddo.
– Povero papà… ma se tutto va bene non dovrà mai più patire il freddo, perché oggi son diventato un gran signore!

– Un gran signore, tu?! – la volpe si mise a ridere sonoramente, e il gatto rideva anche lui.
– C’è poco da ridere, guardate qui, sono cinque monete d’oro! – Pinocchio le tirò fuori dalla tasca e le fece vedere al gatto e alla volpe.

Per la sorpresa il gatto cieco spalancò entrambi gli occhi e la volpe zoppa saltò con entrambe la gambe, poi aggiunse: – E cosa ne vuoi fare di tutti questi soldi?
– Voglio comprare una nuova giacca al mio papà ed un abbecedario per me!
La volpe guardò Pinocchio con aria pensosa e gli disse – Vuoi raddoppiare le tue monete d’oro?
– Magari fosse possibile… – gli rispose Pinocchio.

– Basta che tu ci segua nel paese dei Barbagianni, dove c’è il Campo dei Miracoli. Tu in quel prato fai una piccola buca, ci metti dentro le monete e le annaffi. Poi te ne vai tranquillo a letto e, quando la mattina dopo torni, ci trovi un albero pieno di monete d’oro.
Pinocchio non credeva alle sue orecchie, eppure il Gatto e la Volpe gli sembravano due persone perbene, quindi decise di seguirli.

S’incamminarono per il paese dei Barbagianni, ma cammina cammina, arrivò la sera e si fermarono stanchi morti all’osteria del Gambero Rosso, dove si riempirono per bene la pancia.
La volpe ordinò all’oste:
– Dateci due buone camere, una per noi e una per il nostro amico Pinocchio, ma svegliateci a mezzanotte, che dobbiamo ripartire per un lungo viaggio!
– Certamente – rispose l’oste alla volpe strizzandogli l’occhio.

Pinocchio, non appena si mise sotto le coperte si addormentò subito, e iniziò a sognare di alberi strapieni di monete d’oro, ma mentre stava sognando di afferrare le monete, l’oste entrò in camera per dirgli che era ormai mezzanotte.

– I miei amici Gatto e Volpe sono pronti?
– Sono partiti due ore fa, il figlio maggiore del Gatto non stava bene e sono dovuti correre via senza poter pagare la cena purtroppo… – Ah… – disse Pinocchio allungando una moneta d’oro all’oste per saldare il conto – e dove hanno detto che li avrei ritrovati?
– hanno detto di incontrarvi domani mattina al Campo dei Miracoli.

Pinocchio si incamminò nella notte scura e silenziosa, interrotta ad un certo momento solo da uno strano sbattere d’ali che sembrava seguirlo.
– Chi va là? – gridò Pinocchio dalla paura.
– Sono il Grillo Parlante! Non fidarti ragazzo mio di chi dice di farti ricco dalla mattina alla sera, sono solo imbroglioni!

– Non darmi fastidio grillaccio del malaugurio! – gli rispose indispettito Pinocchio.
– Ricordati Pinocchio, i ragazzi che non ascoltano i buoni consigli, prima o poi se ne pentono…
– Bla bla bla… buona notte, Grillo.
– Stai attento, che di notte ci sono in giro i banditi…
Ma Pinocchio ormai camminava a passo spedito e non lo sentiva più.

Pochi minuti dopo Pinocchio, pensieroso per le parole del Grillo parlante, sentì dei rumori dietro di sé e vide due persone tutte vestite di nero che lo stavano seguendo.
Pinocchio capì subito che si trattava dei banditi, proprio come aveva detto il Grillo Parlante.
“Vorranno le mie monete d’oro” pensò il burattino, e con un gesto veloce le tolse dalla tasca e se le mise in bocca, iniziando a correre.

Ma una mano gli afferrò forte il braccio, e una voce orribile gli disse:
– O la borsa o la vita!
Pinocchio, che con le monete in bocca non poteva parlare, cercò sbracciandosi in tutti i modi di far capire che era solo un povero burattino.

– Meno storie e fuori i soldi! – gridavano minacciosamente i due banditi – se non ci dai le monete prima tireremo il collo a te, e poi anche a tuo padre!
– No! Il mio povero babbo no! – gridò allora Pinocchio, ma facendo così i banditi videro le monete d’oro nella sua bocca.
– Sputa subito le monete, birbante! – gli gridarono.
Ma Pinocchio non le sputava.

Allora i due banditi lo presero e cercavano in tutti i modi di aprirgli la bocca. Ma Pinocchio non mollava, anzi, morse una delle mani dei banditi facendolo urlare di dolore, e riuscì a liberarsi.
Iniziò a correre a più non posso verso una casetta lì vicino e, arrivato alla porta, iniziò a bussare forte.

… continua nel CAPITOLO 5

Curiosità su Pinocchio

● Carlo Lorenzini, vero nome di Carlo Collodi, scrisse Pinocchio in un momento di difficoltà della sua vita.

● In realtà il vero Pinocchio era lui stesso, sempre pronto a far “bambinate” e pieno di debiti al gioco d’azzardo, si mise così a scrivere una storiella per bambini per guadagnare qualche soldo. Ma già dopo pochi capitoli si era stancato e aveva scritto la parola fine del suo racconto più o meno quando i due banditi appendono Pinocchio all’albero.

● Ma ormai Pinocchio aveva iniziato a viver di vita propria dentro l’entusiasmo e l’immaginazione dei bambini tanto che, a furor di popolo, fu costretto a tirar giù Pinocchio dall’albero e rimetterlo di corsa a vagabondare per la sua strada. Una strada piena di avventure e di crescita interiore che lo porterà a diventare finalmente un bambino in carne ed ossa.

● La verità è che dentro le pagine del libro, ognuno di noi può immedesimarsi in Pinocchio, perchè racconta con parole semplici e senza troppi giri di parole, il birbante che si nasconde dentro tutti i bambini.

● Pinocchio è anche stato un racconto da cui poi sono stati ripresi concetti e modi di dire che oggi sono di uso comune, come:

  • “le bugie dal naso lungo o dalle gambe corte” per indicare chi mente;
  • “il paese dei balocchi” per indicare un luogo immaginario e fantastico dove non si fa nulla dalla mattina alla sera;
  • “Sono fritto!” che si riferisce ad un momento non presente nella nostra versione della fiaba, dove Pinocchio rischia di essere messo in padella e mangiato da un pescatore.
  • “Il Gatto e la Volpe” per indicare una coppia di persone poco affidabili

● Il libro divenne talmente famoso in tutto il mondo (è il libro in lingua italiana più venduto nella storia e vanta ben 240 traduzioni in lingua estera) che anche Tolstoj nel 1936, ne scrisse una versione molto simile.

● Di Pinocchio si sono fatti film di animazione (il più famoso è sicuramente quello della Walt Disney) che dal vero (come non ricordare il Pinocchio interpretato da Benigni nel 2002 o, l’ultimo del 2019, con alla regia Garrone in cui sempre lo stesso Benigni interpreta Geppetto?)

● E la canzone di Edoardo Bennato sul Gatto e la Volpe chi può scordarla?
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Pinocchio

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 3

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 3:
Mangiafuoco e il teatro dei burattini.


Il giorno dopo Pinocchio uscì di casa per andare a scuola col suo abbecedario sotto braccio, ma non appena voltò la via, sentì in lontananza una musica di pifferi molto invitante.

La musica veniva dalla piazza grande del paese e, incuriosito da tutta la gente che si accalcava davanti, Pinocchio prese la strada che portava alla piazza.
– So che dovrei andare a scuola, ma ci andrò domani, oggi voglio sentire i pifferi… – disse tra sé Pinocchio.

Arrivato in piazza, Pinocchio chiese ad un signore cosa fosse quel trambusto.
– Ti basta leggere il cartello appeso lì sopra ragazzo mio – rispose il signore.
– Mi piacerebbe tanto, ma non so leggere… – disse mortificato Pinocchio.
– Bravo asino! Allora te lo leggerò io, è il gran teatro ambulante dei burattini. Lo spettacolo comincia proprio ora.
– E quanto costa lo spettacolo?
– Quattro soldi.

Pinocchio sapeva di non avere nemmeno un soldo bucato, ma voleva a tutti i costi vedere quello spettacolo.
– Buon uomo, mi prestereste quattro soldi?
L’uomo lo guardò dall’alto in basso, poi aggiunse:
– Ti do’ quattro soldi in cambio dell’abbecedario.

Pinocchio tentennò un attimo, ma poi diede l’abbecedario al signore e prese i quattro soldi, dimenticando il sacrificio che Geppetto aveva fatto per comprarglielo.

Pinocchio entrò così nel teatro dei burattini. In scena sul palco c’erano Arlecchino e Pulcinella, che non appena si accorsero che Pinocchio, burattino come loro, era venuto a vederli, iniziarono ad urlare di gioia e fargli tutte le feste possibili.

Lo invitarono a salire sul palco, lo abbracciarono e lo portarono in trionfo. Ma giù nella platea gli spettatori iniziarono ad arrabbiarsi perché lo spettacolo si era interrotto, e urlavano “vogliamo la commedia di Arlecchino e Pulcinella!”

In quel momento uscì il burattinaio, si chiamava Mangiafuoco, era un omone grande e grosso, con una barba lunga fino ai piedi e con due occhi rossi come il fuoco. In mano aveva una frusta ed iniziò a schioccarla.

– Perché sei venuto a gettar lo scompiglio nel mio teatro?! – gridò forte Mangiafuoco.
– Ma la colpa non è stata mia! – ribattè disperato Pinocchio.
– Basta così, adesso facciamo i conti.

Mangiafuoco prese il burattino e lo portò in cucina. Sulla stufa c’era un bell’arrosto, ma mancava la legna per finire di cuocerlo e Mangiafuoco era intenzionato ad usare Pinocchio come legna da ardere.

Pinocchio, capita la fine che avrebbe fatto, iniziò a piangere e implorare pietà – Non voglio morire! Non voglio morire! – gridava.
Mangiafuoco, che era sì un omaccione, ma in fondo aveva il cuore tenero, iniziò a commuoversi, finché, scappata anche una lacrimuccia, starnutì sonoramente.

Arlecchino e Pulcinella, che avevano seguito la scena nascosti, sorrisero e gioirono, sapevano che il burattinaio si era commosso, e non avrebbe fatto del male a Pinocchio.

– Grazie di avermi risparmiato la vita, sua… eccellenza – aggiunse Pinocchio.
A sentirsi chiamare eccellenza, Mangiafuoco divenne ancora più tenero, e iniziò a chiedere a Pinocchio da dove arrivasse e che cosa ci facesse lì nel suo teatro.

Così Pinocchio raccontò tutta la sua storia.
– Sei un bravo ragazzo Pinocchio mio, tieni, ti do’ cinque monete d’oro, portale al tuo caro papà Geppetto e salutalo tanto da parte mia. – Grazie mille signor Mangiafuoco, non saprò mai come ringraziarla – Pinocchio abbracciò Mangiafuoco, Arlecchino e Pulcinella e si incamminò per la strada di casa, lungo la quale incontrò una volpe zoppa ed un gatto cieco…

… continua nel CAPITOLO 4

Curiosità su Pinocchio

● Carlo Lorenzini, vero nome di Carlo Collodi, scrisse Pinocchio in un momento di difficoltà della sua vita.

● In realtà il vero Pinocchio era lui stesso, sempre pronto a far “bambinate” e pieno di debiti al gioco d’azzardo, si mise così a scrivere una storiella per bambini per guadagnare qualche soldo. Ma già dopo pochi capitoli si era stancato e aveva scritto la parola fine del suo racconto più o meno quando i due banditi appendono Pinocchio all’albero.

● Ma ormai Pinocchio aveva iniziato a viver di vita propria dentro l’entusiasmo e l’immaginazione dei bambini tanto che, a furor di popolo, fu costretto a tirar giù Pinocchio dall’albero e rimetterlo di corsa a vagabondare per la sua strada. Una strada piena di avventure e di crescita interiore che lo porterà a diventare finalmente un bambino in carne ed ossa.

● La verità è che dentro le pagine del libro, ognuno di noi può immedesimarsi in Pinocchio, perchè racconta con parole semplici e senza troppi giri di parole, il birbante che si nasconde dentro tutti i bambini.

● Pinocchio è anche stato un racconto da cui poi sono stati ripresi concetti e modi di dire che oggi sono di uso comune, come:

  • “le bugie dal naso lungo o dalle gambe corte” per indicare chi mente;
  • “il paese dei balocchi” per indicare un luogo immaginario e fantastico dove non si fa nulla dalla mattina alla sera;
  • “Sono fritto!” che si riferisce ad un momento non presente nella nostra versione della fiaba, dove Pinocchio rischia di essere messo in padella e mangiato da un pescatore.
  • “Il Gatto e la Volpe” per indicare una coppia di persone poco affidabili

● Il libro divenne talmente famoso in tutto il mondo (è il libro in lingua italiana più venduto nella storia e vanta ben 240 traduzioni in lingua estera) che anche Tolstoj nel 1936, ne scrisse una versione molto simile.

● Di Pinocchio si sono fatti film di animazione (il più famoso è sicuramente quello della Walt Disney) che dal vero (come non ricordare il Pinocchio interpretato da Benigni nel 2002 o, l’ultimo del 2019, con alla regia Garrone in cui sempre lo stesso Benigni interpreta Geppetto?)

● E la canzone di Edoardo Bennato sul Gatto e la Volpe chi può scordarla?
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Pinocchio

Pinocchio

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 2

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 2:
Il grillo parlante.


Mentre il povero Geppetto veniva condotto in carcere, Pinocchio se la filava via per tornare in fretta a casa e, non appena entrato, si sedette per terra, stanco ma contento.
– Cri-cri-cri!
– Chi è?! – disse subito Pinocchio.
– Sono io!

Pinocchio girò la testa e vide un grosso grillo poggiato al muro.
– E tu chi sei?!
– Io sono il Grillo Parlante e abito in questa casa da più di cent’anni.
– Oggi però questa casa è mia – disse Pinocchio – quindi vattene.
– Io non me ne andrò di qui finché non mi avrai ascoltato.

– Dimmi quello che hai da dire e vattene – gli rispose sgarbatamente Pinocchio.
– Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori, non avranno mai nulla di buono dalla vita.
– Canta pure grillo mio, tanto io domani me ne andrò di casa, che se rimango qui di sicuro mi manderanno a scuola! – gli rispose ormai spazientito Pinocchio.

– Così rimarrai un somaro e tutti ti prenderanno in giro! Se non vuoi studiare, perché non impari un mestiere e ti guadagni da vivere? – rispose il grillo parlante a tono.
– Io di mestiere voglio fare il vagabondo!
– Tutti quelli che fanno questo mestiere, prima o poi finiscono in ospedale o in prigione.
– Guarda che mi sto arrabbiando grillaccio del malaugurio!
– Sei proprio una testa di legno… – sospirò il grillo scuotendo la testa.

A queste ultime parole, Pinocchio prese un martello e glielo lanciò contro, mancandolo solo per un soffio. Il grillo però non ci pensò due volte e, con un salto, si buttò fuori dalla finestra. Pinocchio udì solo un flebile “cri-cri-cri” un po’ arrabbiato che si allontanava.

– Ecco, adesso senza quel grillaccio potrò finalmente mangiare qualcosa.
Pinocchio iniziò a cercare per tutta la casa qualcosa da mangiare, ma non trovò nulla finchè, stanco, affamato e assonnato, si sedette sulla sedia, distese le gambe sulla stufa (che era ancora accesa e caldina) e si addormentò.

Il giorno dopo Geppetto fu liberato e tornò di corsa a casa. Era molto arrabbiato e deciso a sgridare sonoramente Pinocchio, ma quando entrò e vide il suo burattino ancora addormentato con le gambe ormai tutte bruciacchiate distese sulla stufa, il suo cuore si intenerì.

– Ma cosa ti è successo Pinocchio!
Pinocchio si risvegliò di soprassalto.
– Le mie gambe! Mi si sono bruciate le gambe! – Pinocchio cominciò a piangere e Geppetto lo prese tra le braccia chiedendogli cosa fosse successo. Pinocchio raccontò del grillo parlante, della fame, di come non avesse trovato nulla da mangiare e di come poi si fosse addormentato con i piedi sulla stufa, per scaldarsi un po’.

– Non lo farò più! Non lo farò più, prometto! – piangeva Pinocchio.
Geppettò lo abbracciò, prese subito a fargli un nuovo paio di gambe e gliele incollò così bene che non si vedeva neppure la giuntura.

Pinocchio era talmente felice di riavere le gambe che, per ringraziare e far felice Geppetto, gli disse che il giorno dopo sarebbe andato a scuola.
– Per andare a scuola serve un vestito – così dicendo, Geppetto prese della carta a fiorellini e gli confezionò un vestitino, con della mollica di pane fece il cappellino.

– Ora per andare a scuola mi manca solo l’abbecedario – disse Pinocchio.
Geppetto non aveva molti soldi, ma per il suo Pinocchio avrebbe fatto qualunque cosa, perciò prese la sua giacca di fustagno rattoppata e gli disse di aspettarlo a casa.

Poco dopo Geppetto rincasò con l’abbecedario, ma addosso non aveva più la sua giacca. Pinocchio capì subito che Geppetto, pur di comprargli l’abbecedario, aveva venduto la sua giacca, nonostante fosse inverno e facesse freddo. Gli corse incontro e lo abbracciò forte forte.

… continua nel CAPITOLO 3

Curiosità su Pinocchio

● Carlo Lorenzini, vero nome di Carlo Collodi, scrisse Pinocchio in un momento di difficoltà della sua vita.

● In realtà il vero Pinocchio era lui stesso, sempre pronto a far “bambinate” e pieno di debiti al gioco d’azzardo, si mise così a scrivere una storiella per bambini per guadagnare qualche soldo. Ma già dopo pochi capitoli si era stancato e aveva scritto la parola fine del suo racconto più o meno quando i due banditi appendono Pinocchio all’albero.

● Ma ormai Pinocchio aveva iniziato a viver di vita propria dentro l’entusiasmo e l’immaginazione dei bambini tanto che, a furor di popolo, fu costretto a tirar giù Pinocchio dall’albero e rimetterlo di corsa a vagabondare per la sua strada. Una strada piena di avventure e di crescita interiore che lo porterà a diventare finalmente un bambino in carne ed ossa.

● La verità è che dentro le pagine del libro, ognuno di noi può immedesimarsi in Pinocchio, perchè racconta con parole semplici e senza troppi giri di parole, il birbante che si nasconde dentro tutti i bambini.

● Pinocchio è anche stato un racconto da cui poi sono stati ripresi concetti e modi di dire che oggi sono di uso comune, come:

  • “le bugie dal naso lungo o dalle gambe corte” per indicare chi mente;
  • “il paese dei balocchi” per indicare un luogo immaginario e fantastico dove non si fa nulla dalla mattina alla sera;
  • “Sono fritto!” che si riferisce ad un momento non presente nella nostra versione della fiaba, dove Pinocchio rischia di essere messo in padella e mangiato da un pescatore.
  • “Il Gatto e la Volpe” per indicare una coppia di persone poco affidabili

● Il libro divenne talmente famoso in tutto il mondo (è il libro in lingua italiana più venduto nella storia e vanta ben 240 traduzioni in lingua estera) che anche Tolstoj nel 1936, ne scrisse una versione molto simile.

● Di Pinocchio si sono fatti film di animazione (il più famoso è sicuramente quello della Walt Disney) che dal vero (come non ricordare il Pinocchio interpretato da Benigni nel 2002 o, l’ultimo del 2019, con alla regia Garrone in cui sempre lo stesso Benigni interpreta Geppetto?)

● E la canzone di Edoardo Bennato sul Gatto e la Volpe chi può scordarla?
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Il Mago di Oz 🌪️ CAPITOLO 7

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare del Mago di Oz!

Il Mago di Oz 🌪 CAPITOLO 7:
La Strega Buona del Sud.

Dorothy, vedendo ogni sua speranza di ritornare a casa dagli zii sfumare, si mise a piangere disperata. Tutti corsero a consolarla.
Quando si fu calmata, lo Spaventapasseri cercando di rincuorarla le disse che avrebbero potuto vivere tutti felice assieme lì a Oz, e che non le sarebbe mai mancato nulla.

– Ma io voglio tornare nel Kansas dai miei zii – piagnucolò ancora Dorothy.
Ci fu silenzio per un lungo momento, poi lo Spaventapasseri riprese la parola dicendo:
– Perché non chiami le Scimmie Alate e non chiedi loro di portarti nel Kansas?

Così fece Dorothy, e le Scimmie Alate arrivarono in un battibaleno, ma alla richiesta della bambina il Re delle Scimmie dovette scuotere il capo.
– Purtroppo non possiamo, noi apparteniamo solo a questo magico paese, e non abbiamo possibilità di andare dove tu ci chiedi. Arrivederci mia signora… – e volarono via lasciando ancor più triste sconsolata e Dorothy, pensando che aveva pure sprecato il secondo dei tre desideri della Cuffia d’Oro per niente.

Lo Spaventapasseri nel frattempo si era rimesso a pensare e pensare, finchè chiamò la guardia della Città di Smeraldo e gli chiese:
– Dorothy deve tornare a casa nel Kansas, conosci qualcuno che può aiutarla?

– Forse Glinda, la Strega Buona del Sud… – rispose la guardia – è una potente maga e regna sul popolo dei Quadling, il suo castello è al limite del deserto, forse lei vi può dire come attraversarlo.

– Come posso raggiungerla? – chiese Dorothy.
– Basta andare verso sud – e salutando, la guardia se ne andò.
Dorothy era pronta a partire, ma con gran sorpresa si accorse che anche tutti gli altri lo erano!

– Noi veniamo con te! – dissero in coro lo Spaventapasseri, il Boscaiolo di Latta e il Leone. E così partirono.
Il viaggio fu tranquillo e sereno, finché non si ritrovarono in una fitta foresta piena di alberi secolari.

– Che luogo magnifico! – esclamò il leone – è proprio il posto dove vorrei passare il resto dei miei giorni!
Dopo pochi passi si ritrovarono in una radura dove un rumore forte e cupo li colse d’improvviso. Centinaia di animali feroci di ogni tipo erano lì radunati: tigri, orsi, lupi e molti altri, Dorothy ebbe molta paura.

Ma il Leone, sentendo i latrati degli animali li tranquillizzò, e spiegò loro che erano in assemblea per discutere di un pericolo tremendo. Il Leone si avvicinò loro per capire meglio cosa stesse succedendo, tutti gli animali nel vederlo arrivare si inchinarono.

– Benvenuto Re degli animali! – esclamò una tigre.
– Cosa succede, vi vedo preoccupati – rispose il Leone.
– E’ così, una creatura orribile ci sta minacciando, si tratta di un ragno gigante che sta seminando terrore in tutta la foresta… – continuò la tigre.

– Ma non ci sono leoni a difendervi? – proseguì il Leone.
– Si c’erano ma sono stati tutti mangiati dal ragno. – disse la tigre.
– Allora, se mi farete diventare il vostro re, io ucciderò il ragno!

Tutti gli animali radunati gridarono di gioia acclamando il Leone che poco dopo partì alla caccia del ragno. Non ci mise molto, lo trovò mentre stava dormendo sonoramente e, con una zampata ben assestata lo eliminò.

Quando ritornò nella radura fu portato in trionfo per tutta la foresta. Tutti gli animali si inchinarono al suo cospetto e lo proclamarono Re della foresta.

Il leone promise che sarebbe tornato presto, prima doveva mantenere la promessa di accompagnare Dorothy fin dalla Strega Buona del Sud, così ripartirono tutti insieme.

Purtroppo, dopo qualche ora di cammino, si trovarono davanti ad un muro altissimo ed invalicabile, che sembrava non avere confini.

– E adesso come facciamo a scavalcare questo muro? Il castello della Strega Buona del Sud deve essere giusto dall’altra parte… – disse Dorothy.
– Perché non chiami le Scimmie Alate per farci trasportare dall’altra parte? – chiese il Boscaiolo di Latta.

– Buona idea! – Dorothy si mise la Cuffia d’Oro in testa, pronunciò la formula magica e in un attimo le scimmie furono lì da loro – portateci dall’altra parte del muro! – chiese la bambina.

– Sarà fatto! – disse il Re delle Scimmie, così li presero e li trasportarono dall’altra parte del muro, dove finalmente si poteva vedere il castello della Strega Buona del Sud – questa era l’ultima volta che potevi chiamarci, ti auguriamo buona fortuna, addio! – disse il Re prima di sparire definitivamente nel cielo con tutta la sua banda.

Non molto lontano, davanti a loro si stagliava il castello di Glinda, la Strega Buona del Sud. Felici per aver raggiunto finalmente la meta si avviarono di buon passo.

Arrivati sotto le mura del castello furono accolti da una guardia che dopo aver ascoltato la loro storia li fece accomodare in una stanza in attesa di essere accolti dalla Strega.

La guardia ritornò presto e li accompagnò alla grande sala di Glinda. Entrarono e finalmente videro la Strega che li accolse con un sorriso.

– Cosa posso fare per te bambina mia? – disse con un tono gentile e premuroso.
Dorothy le raccontò tutta la sua storia, dal tornado fino alla mongolfiera di Oz, infine disse:
– Sono qui a chiederle se può aiutarmi a tornare a casa dai miei zii, nel Kansas.

– Posso aiutarti bimba mia, ma in cambio devi darmi la Cuffia d’Oro – disse Glinda.
– Certamente! Tanto ormai a me non serve più… – Dorothy gliela porse, e la Strega la guardò brillare fra le sue mani.

– Penso che avrò bisogno dei servigi delle Scimmie Alate per le tre volte che mi sarà concesso – disse Glinda – una per riportare lo Spaventapasseri a Oz, dove dovrà regnare con saggezza, una per portare il Boscaiolo di Latta nei regni dell’ovest, dove i Munchkin aspettano una persona che li possa governare con cuore e l’ultima per riportare il Leone nella sua amata foresta.

Tutti, sentendo queste parole furono immensamente felici, Glinda era proprio una strega buona.

Poi Dorothy chiese – Ma io come faccio a ritornare a casa dei miei zii?!
La strega sorrise – Bimba mia, tu sei completamente all’oscuro degli straordinari poteri racchiusi nelle tue scarpette d’argento, saranno loro a riportarti a casa, oltre il deserto.

Dorothy rimase stupita, avrebbe potuto ritornare subito a casa e non lo sapeva! Però a ripensarci non avrebbe vissuto una fantastica avventura assieme allo Spaventapasseri, il Boscaiolo di Latta e il Leone Codardo. Poi guardò la Strega in cerca di spiegazioni.

– Non devi far altro che battere tre volte i tacchi e comandare di essere portata ovunque tu desideri – disse Glinda.

Dorothy guardò le scarpette, poi guardò i suoi compagni di avventure e li abbracciò affettuosamente uno per uno. Poi prese un grosso respiro e batté tre volte i tacchi delle scarpette d’argento.

In quel momento d’istinto chiuse gli occhi stringendo forte al petto Toto, e chiese con un filo di voce di essere riportata a casa, nel Kansas. Per un momento ebbe paura di riaprirli e avere di nuovo la delusione di essere ancora a Oz con lo Spaventapasseri, il Boscaiolo di Latta ed il Leone.

Ma zia Em era lì davanti a lei e le corse incontro a braccia aperte. Finalmente era tornata a casa.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Curiosità sul Mago di Oz

● “Il Mago di Oz” fu solo il primo di una lunga serie di episodi (in tutto 13) che Baum scrisse sul paese incantato di Oz.

● Il libro è stato tradotto in oltre 50 lingue nel mondo.

● Del racconto fu realizzato nel 1939 uno dei film più amato di tutti i tempi: “The Wizard of Oz” interpretato da Judy Garland che è anche la cantante della famosissima canzone della colonna sonora “Over the Rainbow”. Se non la conoscete e volete ascoltare uno dei brani più belli della storia della musica seguite questo link su youtube.

● Nel film le scarpette di Dorothy non sono d’argento ma rosse, il cambiamento fu fatto per farle spiccare meglio sul grande schermo (Il Mago di Oz fu uno dei primi grandi film realizzato a colori)

● Sempre nel film il finale è stato cambiato: Dorothy alla fine si sveglia, il mondo di Oz era solo stato un lungo magnifico sogno…

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Il meraviglioso Mago di Oz

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Il Mago di Oz 🌪️ CAPITOLO 6

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare del Mago di Oz!

Il Mago di Oz 🌪 CAPITOLO 6:
Il ritorno dal Mago di Oz.


Non c’erano strade per la Città di Smeraldo, sapevano solo che dovevano andare verso est, ma arrivò sera e ancora della città non c’era l’ombra. Quando erano attaccati dalle scimmie alate, avevano volato velocissimi sopra i campi, adesso a piedi era tutto molto più complicato.

Il giorno dopo il gruppo si consultò sul da farsi.
– Secondo me ci siamo persi – disse lo Spaventapasseri.
– Così non raggiungeremo mai la Città di Smeraldo e io non avrò mai un cuore – disse il Boscaiolo di Latta.
– E io il mio coraggio – aggiunse il Leone.
– E se chiamassimo i Topi di Campagna? – propose Dorothy.

Così fecero e dopo poco li raggiunse la Regina dei Topi di Campagna – Cosa posso fare per voi, miei amici? – chiese.
– Ci potresti indicare la direzione per la Città di Smeraldo? – disse Dorothy.
– Certo! Ma è molto lontana da qui, stavate andando nella direzione sbagliata… – poi notando la cuffia d’oro indossata dalla bambina, la Regina aggiunse – ma perché non chiamate le Scimmie Alate?

– E come si fa? – chiese Dorothy.
– Basta usare l’incantesimo della Cuffia d’Oro, la formula magica è scritta all’interno.
– Non sapevo fosse magica! – esclamò.

Dorothy si tolse la cuffia e lesse la formula magica ad alta voce, in pochi minuti la banda delle Scimmie Alate era tutta davanti a loro.
– Cosa comanda mia signora? – chiese il Re delle Scimmie Alate con un inchino.
– Vogliamo tornare alla Città di Smeraldo – disse Dorothy – e abbiamo smarrito la strada!
– Vi portiamo noi – e girandosi verso le Scimmie Alate il Re comandò loro di prenderli e portarli alla Città di Smeraldo. Così lo presero sulle loro spalle e iniziarono a volare per i campi spogli e desolati delle terre dell’ovest.

In poco tempo arrivarono alla Città di Smeraldo, dove le Scimmie Alate li deposero con dolcezza.
– Ricordati che hai ancora a disposizione solo due comandi da impartire a noi Scimmie Alate – disse il Re a Dorothy prima di volare via con tutta la sua banda.

Il guardiano della porta, stupito nel vederli tornare tutti sani e salvi, li fece entrare nella città.
– Abbiamo ucciso la Strega Cattiva dell’Ovest, adesso il Mago di Oz ci deve ricevere ed esaudire le nostre richieste – disse Dorothy alla guardia, che subito corse da Oz ad avvertirlo.

Tutti si aspettavano di essere ricevuti immediatamente dal mago e anche in modo trionfale, ma così non fu. Anzi, furono fatti di nuovo accomodare nelle loro stanze e fatti aspettare, aspettare e aspettare. I giorni passavano ma nulla accadeva.

Alla fine, spazientiti, Dorothy e gli altri fecero recapitare un massaggio a Oz in cui dicevano che se non li avesse subito ricevuti, avrebbero chiamato in loro aiuto le Scimmie Alate.

Oz dopo aver ricevuto quel messaggio li convocò al suo cospetto per il mattino seguente.

Quando finalmente furono portati nella grande sala di Oz, ognuno di loro si aspettava di vedere il mago sotto le sembianze con cui lo aveva visto prima di partire. E invece con gran sorpresa di tutti, nella stanza sopra il trono, non c’era nessuno.

Ad un tratto sentirono una voce che proveniva da un punto indistinto della grande sala.
– Io sono Oz, il grande e terribile, perché mi cercate?
– Abbiamo Eliminato la Strega Cattiva dell’Ovest e siamo venuti a chiedervi di mantenere le vostre promesse – disse Dorothy.

– Quali promesse? – rispose Oz.
– A me avete promesso di riportarmi a casa nel Kansas! – disse con fermezza la bambina.
– E a me avete promesso un cervello! – aggiunse lo Spaventapasseri.
– E a me avete promesso un cuore! – continuò il Boscaiolo di Latta.
– E a me avete promesso di darmi il coraggio! – concluse ruggendo il Leone Codardo.

Nella sala ci fu silenzio.
– Tornate domani, ho bisogno di riflettere – disse Oz.
– No! Non aspetteremo un minuto di più! – urlò Dorothy.
A quel punto il Leone ruggì così forte che per lo spavento il cagnolino Toto fece un balzo e andò a nascondersi dietro un paravento che stava proprio lì accanto.

Il paravento cadde, e dietro stava nascosto un vecchino calvo e pieno di rughe.
– Chi sei tu?! – disse il Boscaiolo di Latte che con l’ascia pronta a colpire gli fu subito addosso.
– io sono Oz, il grande e terribile… ma ti prego non farmi del male… farò tutto quello che volete…
Tutti quanti lo guardarono sbalorditi e sorpresi – adesso spiegaci tutto – dissero.

Oz chinò il capo e iniziò a raccontare.
– Non sono un mago, sono un illusionista e lavoravo per il circo. Un giorno durante uno dei miei spettacoli in mongolfiera, la fune che la teneva legata a terra si spezzò, e io volai e volai lontano, fino ad atterrare qui a Oz. Gli abitanti del posto, vedendomi arrivare dal cielo credettero subito che io fossi un potente mago e quindi mi proclamarono re per poterli difendere dalle Streghe Cattive.

– Ma quindi sei un impostore! – disse Dorothy.
– Si, sono un impostore… – rispose a capo chino Oz mentre sul loro volto si dipingeva la delusione – ma non abbiate paura, recito la parte del mago da così tanti anni, che forse posso ancora aiutarvi.

Negli occhi di Dorothy e gli altri si riaccese la speranza.
– Se manterrete il segreto sulla mia identità, venite qui domani mattina, ed esaudirò i vostri desideri.

Così il mattino dopo si ripresentarono tutti quanti nella grande sala davanti ad un Mago di Oz pensoso e silenzioso.
– Sono qui per il mio cervello – disse lo Spaventapasseri.
– Per darti un cervello dovrò levarti la testa – disse con solennità teatrale Oz.

E così tolse la sua testa, levò un poco di paglia e prese da una scatoletta un po’ di crusca e una manciata di chiodi con cui la riempì. Rimise a posto la paglia e riattaccò con cura la testa al corpo dello Spaventapasseri.

– D’ora in poi sarai un grande uomo, perché ti ho dato un cervello pieno di acume! – esclamò Oz. Lo Spaventapasseri, felice ed orgoglioso del suo nuovo cervello, ringraziò di cuore il Mago.

– Ora è il mio turno! Sono venuto a prendermi un cuore! – disse il Boscaiolo di Latta.
– Siediti, dovrò fare un buco nel tuo petto per metterci un cuore – gli rispose Oz indicandogli una sedia su cui sedersi.

Oz prese un paio di cesoie e fece un foro nel petto di latta del Boscaiolo, poi frugò in una borsa e ne tirò fuori un cuore di pezza che sistemò con cura al suo interno, infine richiuse tutto al meglio che poteva.

– Ecco fatto! Adesso hai un cuore di cui qualunque uomo andrebbe fiero. – disse Oz mentre il Boscaiolo non finiva più di ringraziarlo.

Venne il turno del Leone Codardo – sono qui per il coraggio! – disse.
– Vado subito a prenderlo, aspetta un attimo – gli rispose Oz, che aprì un armadio e ne estrasse una bottiglietta che porse al Leone – bevila – gli disse, e il Leone bevve tutto il contenuto.

– Ora sei pieno di coraggio – aggiunse Oz, e il Leone ruggì forte sentendo il nuovo coraggio che si stava infondendo in lui.

Infine toccò a Dorothy – ora devi farmi tornare nel Kansas – disse a Oz.
Il Mago di Oz sorrise, le prese la mano e la accompagnò alla finestra, dicendole di guardare fuori. Sul piazzale di fronte al palazzo stava gonfiata una enorme mongolfiera.

– Quella è la mongolfiera che mi ha portato qui al paese di Oz, ora sono stanco di far finta di essere un grande mago e voglio tornare a casa, come te, quindi oggi stesso partiremo!

Dorothy saltò dalla felicità insieme a Toto. Oz la accompagnò fino alla mongolfiera e iniziò i preparativi per la partenza al viaggio slegando le grosse funi che tenevano la mongolfiera ancorata al suolo, poi salì nella cesta salutando i suoi sudditi.

– Sto andando a trovare un grande mago che abita tra le nuvole – disse loro – fino al mio ritorno sarà il saggio Spaventapasseri a governarvi! – tra gli applausi della gente, lo Spaventapasseri gonfiò il petto d’orgoglio per l’incarico ricevuto.

Intanto la mongolfiera iniziava a staccarsi dal suolo. Le grida di gioia della gente furono così forti che Toto per la paura scappò via dalle braccia di Dorothy nascondendosi. La bambina che proprio in quel momento stava salendo nella cesta della mongolfiera corse subito a cercare il cagnolino.

– La mongolfiera sta per partire Dorothy! – le urlò Oz. Proprio in quel momento una folata di vento iniziò a spingere la mongolfiera che si staccò definitivamente dal suolo e iniziò piano piano l’ascesa verso le nuvole.

Dorothy riacciuffò Toto e guardò verso la mongolfiera – torna indietro! Voglio venire anche io! – strillò la bambina.

– Non posso mia cara… Addio! – gridò di rimando Oz mentre si faceva piccolo piccolo nell’azzurro cielo.

Fu l’ultima volta che videro il Mago di Oz.

… continua nel CAPITOLO 7

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Curiosità sul Mago di Oz

● “Il Mago di Oz” fu solo il primo di una lunga serie di episodi (in tutto 13) che Baum scrisse sul paese incantato di Oz.

● Il libro è stato tradotto in oltre 50 lingue nel mondo.

● Del racconto fu realizzato nel 1939 uno dei film più amato di tutti i tempi: “The Wizard of Oz” interpretato da Judy Garland che è anche la cantante della famosissima canzone della colonna sonora “Over the Rainbow”. Se non la conoscete e volete ascoltare uno dei brani più belli della storia della musica seguite questo link su youtube.

● Nel film le scarpette di Dorothy non sono d’argento ma rosse, il cambiamento fu fatto per farle spiccare meglio sul grande schermo (Il Mago di Oz fu uno dei primi grandi film realizzato a colori)

● Sempre nel film il finale è stato cambiato: Dorothy alla fine si sveglia, il mondo di Oz era solo stato un lungo magnifico sogno…

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Il meraviglioso Mago di Oz

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Il Mago di Oz 🌪️ CAPITOLO 5

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Il Mago di Oz 🌪 CAPITOLO 5:
Alla ricerca della Strega Cattiva dell’Ovest.


La compagnia quindi uscì dalle mura della Città di Smeraldo, e chiese alla guardia che li aveva accolti qualche giorno prima quale fosse la strada da seguire.

– Non c’è nessuna strada, nessuno vuole andare nel regno della Strega Cattiva dell’Ovest…
– Ma allora come facciamo a trovarla?! – chiese Dorothy.
– Non preoccupatevi, non appena arriverete nel paese dei Winkie sarà lei a trovarvi per farvi diventare suoi schiavi… comunque dirigetevi verso ovest, dove tramonta il sole, e la troverete di sicuro.

Dorothy e gli altri salutarono e iniziarono la loro marcia verso ovest intimoriti dalle parole della guardia, ma determinati a portare a termine la loro missione.

Man mano che si allontanavano dalla Città di Smeraldo il terreno si faceva sempre più brullo ed impervio e non c’erano né case né fattorie nei territori dell’ovest. Non c’era nulla che non fossero pietre e terra bruciata dal sole.

Con facilità, quindi, qualcuno da molto lontano si accorse di loro. Era la Strega Cattiva dell’Ovest, a cui era rimasto un occhio solo, ma potente come un telescopio, e dalla torre del suo palazzo si era subito accorta che degli stranieri stavano attraversando i suoi aridi e desolati territori.

La strega andò su tutte le furie. Vide che tra quegli stranieri vi era pure un grande e possente leone, quindi senza indugio prese la magica Cuffia d’Oro e la indossò sulla testa.

La Cuffia d’Oro era incantata e permetteva di richiamare le fortissime Scimmie Alate che avrebbero obbedito a tre desideri che il proprietario della cuffia avesse impartito loro. Due di questi desideri erano già stati usati, ne restava soltanto uno e la Strega Cattiva dell’Ovest decise di usarlo.

La strega pronunciò la formula magica «Zizzi, Zuzzi, Zik!» a squarciagola. Quasi immediatamente il cielo si oscurò e si udì il rombo di un tuono, in un attimo arrivarono le Scimmie Alate, il loro Re si avvicinò inchinandosi alla Strega.

– Cosa ci comandate Strega Cattiva dell’Ovest? – disse il Re delle Scimmie Alate.
– Annientate quegli stranieri che stanno attraversando le mie terre, ma non toccate il leone, lo voglio nel mio zoo! – gridò con forza la Strega.
– I tuoi ordini saranno eseguiti, ma ricordati mia strega, questo è il tuo ultimo desiderio, dopo di che saremo liberi dai tuoi comandi – detto questo il Re volò via insieme a tutte le sue scimmie fino a raggiungere Dorothy e gli altri, che ancora non immaginavano cosa sarebbe successo loro.

Alcune scimmie presero il Boscaiolo di Latta, lo sollevarono in aria e lo trasportarono fino ad un crepaccio pieno di rocce aguzze, dove lo lasciarono andare a schiantarsi e ammaccare tutto.

Altre agguantarono lo Spaventapasseri e con le loro veloci manine estrassero tutta la paglia dai vestiti, la sparsero sul terreno e appesero quel poco che rimaneva di quegli indumenti ad un ramo di un albero.

Un altro gruppo di scimmie gettò delle corde attorno al leone, legandolo e catturandolo. Con enorme sforzo lo sollevarono e lo trascinarono al palazzo della Strega.

Dorothy era rimasta immobile, come pietrificata, con Toto tra le braccia, a guardare con gli occhi pieni di lacrime il destino dei suoi poveri compagni. Il Re delle Scimmie Alate in persona volle occuparsi di lei, e la stava già per colpire quando si accorse del luminoso bacio della Strega Buona del Nord sulla sua fronte, allora si fermò e non le torse un capello.

Ordinò alle sue scimmie di prenderla dolcemente tra le braccia e ti trasportarla dalla Strega senza farle alcun male. Quando furono al palazzo il Re delle Scimmie Alate disse:
– Strega Cattiva dell’Ovest, abbiamo esaudito i tuoi desideri, ma alla bambina non abbiamo potuto far nulla perché è protetta dal bacio della Strega Buona del Nord. Con questo ultimo favore noi ti salutiamo, addio! – E tutte le Scimmie alate sparirono volando lontano nel cielo.

La Strega Cattiva guardò Dorothy, il bacio stampato sulla sua fronte e le scarpette argentate, e si preoccupò molto. Pensò all’incantesimo custodito dalle scarpette, ma sapeva che non poteva toccare la bambina nemmeno con un dito. Avrebbe comunque dovuto tenerla d’occhio giorno e notte.

– Bene! – disse infine la Strega – tu diventerai la mia serva personale! – e la portò in cucina dove le disse di lavare e sistemare tutte le stoviglie e le pentole. Dorothy, mesta e triste ma sollevata per non essere stata uccisa dalla Strega, iniziò a lavorare sodo.

Iniziò così un lungo periodo in cui Dorothy tutti i giorni doveva obbedire ad ogni singolo ordine della Strega Cattiva dell’Ovest, mentre la sera, di nascosto andava a scambiare due chiacchiere col suo amico Leone che era stato rinchiuso in una gabbia.

La Strega Cattiva dell’Ovest voleva impossessarsi a tutti i costi delle scarpette di Dorothy, ma la bambina le indossava anche quando dormiva, le toglieva solo quando faceva il bagno. Alla Strega Cattiva dell’Ovest però l’acqua faceva paura, di più, ne era terrorizzata e quindi non si avvicinava mai a Dorothy per rubarle le scarpette quando lei faceva il bagno.

Un giorno alla Strega Cattiva dell’Ovest venne in mente uno stratagemma, prese una sbarra di ferro e la rese invisibile, poi la poggiò sul pavimento della cucina e attese che Dorothy vi inciampasse.

Dorothy cadde a terra, e nella caduta una delle scarpette le si sfilò dal piede. La Strega subito se ne impossessò.
– Ridatemi la scarpa! – gridò subito Dorothy.
– Nemmeno per sogno! – sghignazzò ridendo la Strega – e prima o poi mi prenderò anche l’altra! Ah! Ah! Ah!

A quelle parole Dorothy si arrabbiò così tanto che prese un secchio pieno d’acqua e glielo rovesciò tutto addosso.
La strega, colpita dall’acqua, lanciò un urlo terribile – Mi sto sciogliendooooo – gridò, e pochi minuti dopo la Strega era ormai evaporata e sparita come per magia. L’acqua era l’unica cosa che poteva uccidere la Strega Cattiva dell’Ovest.

Dorothy, ancora sorpresa per aver sconfitto la Strega, si rimise la scarpetta d’argento e corse a liberare il suo amico Leone dalla gabbia.

Poi andarono insieme dal popolo dei Winkie, spiegarono loro che la Strega Cattiva dell’Ovest ormai non esisteva più e che erano finalmente liberi. I Winkie festeggiarono, e chiesero a Dorothy come poterla ringraziare per averli finalmente liberati dalla schiavitù.

– Potreste aiutarci a ritrovare i nostri amici Spaventapasseri e Boscaiolo di Latta! – disse la bambina, così si organizzarono delle squadre di soccorso. Dopo mezza giornata di ricerche ritrovarono il Boscaiolo di Latta, tutto ammaccato, lo presero e lo riportarono al paese dei Winkie.

Lì i fabbri del paese iniziarono a riparare e lucidare tutte le parti del Boscaiolo, quando misero a posto anche la bocca finalmente riuscì a dire un sonoro ”Grazie!”.

Organizzarono quindi le ricerche anche dello Spaventapasseri. Arrivarono fino all’albero dove erano stati appesi i vestiti, li raccolsero e una volta tornati al paese dei Winkie li riempirono tutti con paglia fresca e pulita, facendolo tornare più bello di prima.

Finalmente Dorothy, lo Spaventapasseri, il Boscaiolo di Latta, il Leone Codardo e il cagnolino Toto erano riuniti, e fu gran festa.
– Dobbiamo tornare dal Mago di Oz per dirgli che la Strega Cattiva dell’Ovest è stata battuta e chiedergli di mantenere le promesse! – disse Dorothy.

Il giorno dopo, durante i preparativi per il viaggio, mentre prendeva un po’ di cibo dalla dispensa, Dorothy notò la Cuffia d’Oro, se la provò e vide che le stava a pennello, così decise di portarla con sé. Poi partirono alla volta della Città di Smeraldo.

… continua nel CAPITOLO 6

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Curiosità sul Mago di Oz

● “Il Mago di Oz” fu solo il primo di una lunga serie di episodi (in tutto 13) che Baum scrisse sul paese incantato di Oz.

● Il libro è stato tradotto in oltre 50 lingue nel mondo.

● Del racconto fu realizzato nel 1939 uno dei film più amato di tutti i tempi: “The Wizard of Oz” interpretato da Judy Garland che è anche la cantante della famosissima canzone della colonna sonora “Over the Rainbow”. Se non la conoscete e volete ascoltare uno dei brani più belli della storia della musica seguite questo link su youtube.

● Nel film le scarpette di Dorothy non sono d’argento ma rosse, il cambiamento fu fatto per farle spiccare meglio sul grande schermo (Il Mago di Oz fu uno dei primi grandi film realizzato a colori)

● Sempre nel film il finale è stato cambiato: Dorothy alla fine si sveglia, il mondo di Oz era solo stato un lungo magnifico sogno…

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Il meraviglioso Mago di Oz

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Il Mago di Oz 🌪️ CAPITOLO 4

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Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare del Mago di Oz!

Il Mago di Oz 🌪 CAPITOLO 4:
La Città di Smeraldo.


Dopo un lungo cammino, finalmente, raggiunsero le porte della Città di Smeraldo. C’era una piccola campana da suonare e Dorothy tirò la cordicina.

Dopo poco la porta si aprì e si presentò davanti a loro un ometto piccoletto tutto vestito di verde che li fece entrare in una stanza tutta verde tempestata di sfavillanti smeraldi.

– Cosa vi porta alla Città di Smeraldo? – chiese l’ometto che aveva il ruolo di guardia della città.
– Siamo venuti per incontrare il Grande Mago di Oz – disse Dorothy

La guardia rimase sorpresa dalle parole della bambina, poi disse – Sono anni che nessuno chiede di disturbare le sagge meditazioni di Oz, lui è un mago potente e terribile, se si tratta di sciocchezze di sicuro si arrabbierà…
– Ma non si tratta di sciocchezze! – replicò lo Spaventapasseri – sono richieste molto importanti!

Vedendo la convinzione con cui lo Spaventapasseri aveva risposto la guardia decise di condurli all’interno della Città di Smeraldo, dove tutto era verde: le strade, le case, i vestiti della gente, le caramelle nelle vetrine dei negozi…

La guardia condusse il gruppetto fino al palazzo del Grande Mago di Oz e li fece accomodare in un grande e sontuoso salone ricoperto di marmi e cristalli verdi.

– Andrò ad annunciare il vostro arrivo al Mago di Oz, aspettate qui il mio ritorno – e la guardia sparì dietro una porticina.
Passò molto tempo prima che la guardia ritornasse, Dorothy, lo Spaventapasseri, il Boscaiolo di Latta ed il Leone Codardo lo guardarono con il fiato sospeso in attesa che parlasse.

– Oz vi concederà udienza, ma ognuno di voi dovrà presentarsi al suo cospetto da solo e in giorni differenti per non stancarlo troppo. Vi mostro le stanze dove potrete attendere la sua chiamata – E li condusse ognuno in una stanza diversa – Ecco, fate come foste a casa vostra, qui potrete riposarvi dalle fatiche del viaggio e domani mattina verrà chiamato uno di voi per incontrare il Grande Oz – detto questo la guardia sparì.

Tutti quanti riposarono e dormirono profondamente quella notte. Il mattino seguente, una ragazza tutta vestita di verde svegliò Dorothy per condurla dal Grande Mago di Oz. Attraversarono lunghi corridoi, sale e saloni, fino ad arrivare ad una porticina con un soldato a farvi da guardia.

Poco dopo la porticina si aprì, e Dorothy entrò nella grande sala del Mago di Oz. Era grandissima e tonda, tutta illuminata dalla luce che colpiva gli smeraldi verdi.

Al centro della stanza stava un enorme trono di marmo verde, con al di sopra una enorme testa fluttuante che la fissava intensamente negli occhi.
– Io sono Oz, il grande e terribile. Tu chi sei e perché vuoi parlarmi? – la voce profonda ma per niente terribile, riempì la stanza.
– Io sono Dorothy, e sono qui per chiederti aiuto. Sono arrivata qui per colpa di un tornado che ha fatto volare via la mia casa, che poi è atterrata sulla testa della Strega Cattiva dell’Est, e purtroppo l’ho uccisa, ma non volevo… Sono qui a chiedervi di farmi tornare a casa dai miei zii, nel Kansas.

L’enorme testa la guardò severa, poi parlò:
– Dove hai preso quelle scarpette d’argento? E il segno che hai sulla fronte?
– Le scarpette le ho prese alla Strega Cattiva dell’Est, il bacio in fronte me l’ha dato la Strega Buona del Nord per proteggermi.

La testa gigante rimase a lungo silenziosa, infine disse:
– Se vuoi che io ti aiuti a tornare a casa dai tuoi zii, tu in cambio devi fare qualcosa per me: uccidere la Strega Cattiva dell’Ovest.
– Ma non posso! – urlò Dorothy sconcertata – non ho ucciso di proposito la Strega Cattiva dell’Est! – e si mise a piangere e singhiozzare.
– Così ho deciso! Finchè la Strega Cattiva dell’Ovest non sarà morta non ripresentarti al mio cospetto, e ora và – rispose con voce accesa il Grande Mago di Oz.

Dorothy uscì dalla stanza triste e sconfortata, e andò a piangere nella sua stanza.

Il mattino seguente fu il turno dello Spaventapasseri incontrare il Mago di Oz. Quando entrò nella grande sala si ritrovò davanti una bellissima fata che stava seduta sul trono.

– Io sono Oz, il grande e terribile. Tu chi sei e perché vuoi parlarmi? – la voce dolce e delicata della fata si udì a malapena nella stanza.
– Sono uno Spaventapasseri imbottito di paglia, e sono venuto qui a chiedervi un cervello per poter essere più intelligente.
– Posso esaudire il tuo desiderio solo se anche tu farai qualcosa in cambio per me: uccidere la Strega Cattiva dell’Ovest – furono le ultime parole della dama.

Anche lo Spaventapasseri uscì triste e demoralizzato dalla sala per poi rinchiudersi nella sua stanza a meditare sul da farsi.

Toccò quindi al Boscaiolo di Latta che si trovò davanti seduta sul grande trono una belva feroce, con testa di rinoceronte, corpo di elefante, cinque braccia e cinque gambe.

– Io sono Oz, il grande e terribile. Tu chi sei e perché vuoi parlarmi? – la voce potente come un ruggito riecheggiò per tutta la sala.
– Sono un boscaiolo e sono fatto di latta, perciò mi manca un cuore che sono venuto a chiedervi in dono – disse con un po’ di timore.
– Se davvero desideri un cuore devi guadagnartelo: devi uccidere la Strega Cattiva dell’Ovest – ruggì la belva.

Il Boscaiolo di Latta tornò mogio mogio nella sua stanza, deluso e triste.

Infine toccò al Leone Codardo, quando entrò nella sala del Mago di Oz di fronte a sé si ritrovò una enorme palla infuocata talmente splendente che quasi accecava.

– Io sono Oz, il grande e terribile. Tu chi sei e perché vuoi parlarmi? – la voce bassa e calma si diffuse per tutta la sala.
– Sono il Leone Codardo e manco di coraggio, sono qui a chiedervi di infondermelo per diventare davvero il Re della Foresta – disse tremante di paura.

La palla di fuoco si accese ancora di più – se vuoi che ti infonda il coraggio, tu devi fare qualcosa per me: uccidere la Strega Cattiva dell’Ovest – rispose diventando ancora più splendente e calda.

Il Leone, sconfortato uscì dalla sala, e si ritrovò finalmente con i suoi amici. Si confrontarono sul fatto che nessuno di loro aveva visto il Mago di Oz con le stesse sembianze e conclusero che doveva essere proprio un grande mago per potersi trasformare in tutti quei modi.

– E ora cosa facciamo? – chiese Dorothy tutta triste.
– Non abbiamo scelta, dobbiamo andare a uccidere la Strega Cattiva dell’Ovest… – disse il leone. Tutti, a malincuore, furono d’accordo. Si rimisero quindi in viaggio il mattino seguente.

… continua nel CAPITOLO 5

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Curiosità sul Mago di Oz

● “Il Mago di Oz” fu solo il primo di una lunga serie di episodi (in tutto 13) che Baum scrisse sul paese incantato di Oz.

● Il libro è stato tradotto in oltre 50 lingue nel mondo.

● Del racconto fu realizzato nel 1939 uno dei film più amato di tutti i tempi: “The Wizard of Oz” interpretato da Judy Garland che è anche la cantante della famosissima canzone della colonna sonora “Over the Rainbow”. Se non la conoscete e volete ascoltare uno dei brani più belli della storia della musica seguite questo link su youtube.

● Nel film le scarpette di Dorothy non sono d’argento ma rosse, il cambiamento fu fatto per farle spiccare meglio sul grande schermo (Il Mago di Oz fu uno dei primi grandi film realizzato a colori)

● Sempre nel film il finale è stato cambiato: Dorothy alla fine si sveglia, il mondo di Oz era solo stato un lungo magnifico sogno…

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Il Mago di Oz 🌪️ CAPITOLO 3

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Il Mago di Oz 🌪 CAPITOLO 3:
Il viaggio verso Oz.


Dorothy, il cagnolino Toto, lo Spaventapasseri, il Boscaiolo di Latta e il Leone Codardo, camminarono a lungo finché non arrivò la notte e si accamparono sotto un grande albero.

Al mattino seguente ripresero il viaggio lungo il sentiero di mattoni dorati, attraversarono un fitto e buio bosco fino ad arrivare alla riva di un fiume. Il Boscaiolo di Latta prese la sua ascia e si mise a fabbricare una zattera per attraversarlo, ma non appena si misero in acqua si accorsero subito che la corrente del fiume era molto forte.

Lo Spaventapasseri ed il Boscaiolo di Latta cercarono di tenere la zattera dritta con dei lunghi bastoni che facevano da pertiche, per non farla ribaltare.

Ma il povero Spaventapasseri ci mise talmente tanta foga che la sua pertica rimase impigliata nel fondo fangoso del fiume. Cercò di estrarre il bastone dal fondo fangoso ma non ci riuscì, e siccome lui era fatto di leggera paglia, rimase appeso alla pertica in mezzo al fiume mentre la zattera gli scivolava via da sotto i piedi.

– Addio miei cari amici! – gridò lo Spaventapasseri.
Gli altri lo guardarono dalla zattera, allarmati ma impossibilitati a fare qualsiasi cosa, perché la corrente li stava trascinando velocemente via dal punto in cui lo Spaventapasseri era rimasto impigliato. Lo salutarono tristemente con la mano, cercando di capire come si sarebbero potuti mettere in salvo.

Dopo molto tempo passato in balia della corrente del fiume, e senza nessuna speranza di riuscire a salvare lo Spaventapasseri, qualcosa balenò nella testa del Leone Codardo.

– Tenetevi stretti alla mia coda! – esclamò, e si gettò nel fiume nuotando con tutta la forza che aveva in corpo verso riva.
La sua idea funzionò. Tutti quanti, ancora spaventati e stanchi morti, si riposarono a riva.

– E adesso che si fa? – chiese il Boscaiolo di Latta.
– In un modo o nell’altro dobbiamo ritrovare la strada per la Città di Smeraldo – disse Dorothy.
– La soluzione migliore è risalire lungo la riva del fiume finché non la troviamo – consigliò il Leone.

La soluzione piacque a tutti quanti e svelti si incamminarono, finché ad un certo punto il Boscaiolo di Latta non esclamò:
– Guardate! Laggiù!
Tutti si girarono e videro lo Spaventapasseri ancora aggrappato alla pertica in mezzo al fiume. Aveva un aria triste e sconsolata.

– Come possiamo salvarlo? – Chiese Dorothy.
Il Leone Codardo e il Boscaiolo di Latta scossero la testa, non ne avevano idea… Così si misero tutti a sedere sulla sponda del fiume a guardare lo spaventapasseri.

Proprio in quel momento passò sopra di loro una cicogna.
– Chi siete voi? Dove state andando? – Chiese.
– Io sono Dorothy e questi sono i miei amici il Boscaiolo di Latta e il leone Codardo, stiamo andando alla Città di Smeraldo, ma abbiamo perso il nostro amico Spaventapasseri là in mezzo al fiume…

– Se non fosse così grande e grosso ve lo riporterei io a riva… – rispose la cicogna.
– Ma non è per niente pesante, è molto leggero perché fatto di paglia!
– Io ci provo, ma se è troppo pesante lo lascio cadere nel fiume… – Così la cicogna si avvicinò allo spaventapasseri, lo prese per le spalle e senza sforzo lo portò fino a riva.

Non appena fu a riva lo Spaventapasseri iniziò a saltare dalla gioia abbracciando tutti quanti – grazie mille signora cicogna! – gridò – come posso sdebitarmi?!

– Non preoccuparti, aiutare le persone in pericolo è un dovere! Vi auguro un buon viaggio verso la Città di Smeraldo, il vostro cammino è ancora lungo… – con un forte battito di ali si allontanò e nessuno di loro riuscì a sentire l’avvertimento che quella non era la strada giusta per la Città di Smeraldo.

L’allegra comitiva, ignara di andare nella direzione sbagliata riprese il viaggio, fino ad arrivare ad un immenso campo pieno di magnifici papaveri rossi, il loro profumo era intensissimo.

Mentre avanzavano nel campo di papaveri, a Dorothy iniziarono a diventar pesanti le palpebre e dopo poco, non riuscendo a tenere più gli occhi aperti, si addormentò, come pure il cane Toto ed i Leone Codardo. Tutti caddero in un sonno profondo, tranne lo Spaventapasseri ed il Boscaiolo di Latta, che non avendo necessità di respirare, non avevano subito l’effetto sonnifero del profumo dei papaveri.

I due si guardarono in faccia – dobbiamo portarli via da questo campo di papaveri il più in fretta possibile – disse lo Spaventapasseri, così insieme al Boscaiolo di Latta, presero Dorothy che aveva ancora Toto in braccio e corsero attraverso lo sconfinato campo di papaveri che sembrava non finire mai.

Arrivarono fino alla riva del fiume, dove deposero Dorothy con dolcezza. Poi pensarono a come trasportare via da lì il Leone Codardo, ma si resero conto che per loro era troppo grosso e pesante, e a malincuore dovettero lasciarlo in mezzo al campo di papaveri.

– Dobbiamo ritrovare il sentiero di mattoni dorati – disse lo Spaventapasseri.
– Non dovremmo essere lontani, siamo di nuovo al fiume, basterà ripercorrerlo a ritroso – gli rispose il Boscaiolo di Latta.

Proprio in quel momento sentirono un ringhio non lontano, una lince stava inseguendo un povero topolino; il Boscaiolo di Latta prese la sua ascia e si mise in mezzo proprio tra la lince ed il topolino a difesa di quest’ultimo. Alla vista di quello strano uomo tutto di metallo, la lince scappò via a gambe levate.

– Non so come ringraziarvi – disse il topolino.
– Figurati! – disse il Boscaiolo di Latta – anche se non ho un cuore sento il bisogno di aiutare chi sta in pericolo, anche se si tratta di un piccolo topolino.

– Ma io non sono un semplice topolino, io sono la Regina dei Topi di Campagna, e voglio sdebitarmi per il vostro atto di coraggio – così, richiamò a sé tutta la sua corte di topolini, un centinaio circa, che si inchinarono di fronte al Boscaiolo di Latta.

Allo Spaventapasseri venne un’idea – Regina dei Topi, voi siete centinaia, e noi abbiamo un nostro amico, un leone, che è rimasto addormentato in mezzo al campo di papaveri, riuscireste a trasportarlo fin qui? Così vi sdebitereste col Boscaiolo di Latta!

– Un leone?! – gridarono spaventati in coro i topolini – ci mangerà tutti in un sol boccone!
– Oh no, questo è un Leone Codardo, garantiamo noi che non vi farà nulla di male, e poi, ora dorme come un ghiro…

La Regina dei Topi confabulò con i suoi consiglieri, finché non iniziarono ad organizzarsi per andare a recuperare il leone. Chiesero aiuto al Boscaiolo di Latta e allo Spaventapasseri per costruire un carretto dove mettere il grosso leone, per poi trasportarlo fin li sulla riva.

In men che non si dica il carretto fu pronto, e tutti i topolini andarono a recuperare il leone, con grandi sforzi lo misero sopra il carretto e lo portarono vicino a Dorothy e Toto che si stavano lentamente risvegliando.

Dopo aver deposto il leone, i topolini corsero via per paura di essere mangiati. Rimase solo la Regina dei Topi che disse:
– Abbiamo riportato qui il vostro amico, se doveste avere ancora bisogno di noi, non esitate a tornare qui nei campi a chiamarci, noi accorreremo in vostro aiuto! – e dopo un cenno del capo corse via anche lei in mezzo all’erba alta.

Poi sedettero tutti accanto al Leone Codardo ad aspettare che si svegliasse. Pian piano il leone si riprese, e il Boscaiolo di Latta e lo Spaventapasseri raccontarono a lui e Dorothy l’incredibile avventura avuta con i topolini.

Ripresero quindi il viaggio verso la Città di Smeraldo, per fortuna riuscirono quasi subito a ritrovare il sentiero di mattoni dorati. In lontananza iniziavano ad intravedere quella che sembrava proprio la Città di Smeraldo.

… continua nel CAPITOLO 4

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Curiosità sul Mago di Oz

● “Il Mago di Oz” fu solo il primo di una lunga serie di episodi (in tutto 13) che Baum scrisse sul paese incantato di Oz.

● Il libro è stato tradotto in oltre 50 lingue nel mondo.

● Del racconto fu realizzato nel 1939 uno dei film più amato di tutti i tempi: “The Wizard of Oz” interpretato da Judy Garland che è anche la cantante della famosissima canzone della colonna sonora “Over the Rainbow”. Se non la conoscete e volete ascoltare uno dei brani più belli della storia della musica seguite questo link su youtube.

● Nel film le scarpette di Dorothy non sono d’argento ma rosse, il cambiamento fu fatto per farle spiccare meglio sul grande schermo (Il Mago di Oz fu uno dei primi grandi film realizzato a colori)

● Sempre nel film il finale è stato cambiato: Dorothy alla fine si sveglia, il mondo di Oz era solo stato un lungo magnifico sogno…

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Il Mago di Oz 🌪️ CAPITOLO 2

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Il Mago di Oz 🌪 CAPITOLO 2:
Dorothy incontra lo Spaventapasseri, il Boscaiolo di Latta e il Leone.


Superata la collina, Dorothy trovò l’inizio del sentiero di mattoni dorati. Rimase meravigliata dal paesaggio che la circondava, pieni di prati verdi, alberi da frutto e campi di grano.
Dopo un po’ Dorothy decise di fare una pausa, e si sedette su una staccionata a contemplare un buffo spaventapasseri in mezzo al campo di grano. Lo Spaventapasseri le fece l’occhiolino.

In un primo momento Dorothy pensò di essersi sbagliata, ma poi vide che lo Spaventapasseri le faceva un cenno col capo per salutarla, a quel punto Dorothy scese dallo steccato e andò a vederlo meglio, seguita dal suo cagnolino Toto.

– Buongiorno! – disse lo spaventapasseri con una voce un po’ rauca.
– Ma tu parli! – rispose meravigliata Dorothy.
– Certo! Ho il cervello pieno di segatura e non sono molto intelligente, ma so parlare – le sorrise.

Dorothy era stupita, non aveva mai visto uno Spaventapasseri parlare – Ma tu te ne stai sempre qui? non puoi scendere?
– Purtroppo sì, ho un palo infilato nella schiena… se tu mi facessi la cortesia di togliermelo mi faresti una grande cortesia.
Dorothy tese entrambe le braccia e lo sfilò dal palo.

– Grazie mia cara bambina, mi sento un uomo nuovo! – disse lo spaventapasseri, poi aggiunse – ma come ti chiami, e che ci fai qui?
– Mi chiamo Dorothy, e sto andando alla Città di Smeraldo dal Mago di Oz, tu sai dove sono?
– Città di Smeraldo? Mago di Oz? Mai sentiti – disse incuriosito lo Spaventapasseri.
– Ma come non conosci il Mago di Oz?! Lui è l’unico che può farmi tornare in Kansas, dai miei zii… – rispose Dorothy con lo sguardo triste.
– No purtroppo non so un bel niente, io ho la testa imbottita di paglia e non ho un cervello per capire le cose… ma dimmi, questo Mago di Oz è molto potente?

– Si è molto potente, almeno così mi hanno detto… – rispose non molto sicura Dorothy.
– E dici che potrebbe darmi un cervello? – chiese lo Spaventapasseri.
– Non ne ho idea, però puoi accompagnarmi fino alla Città di Smeraldo così potrai scoprirlo.
– Va bene, accetto volentieri! – disse entusiasta lo Spaventapasseri, e si incamminarono assieme sul sentiero di mattoni dorati.

Camminarono e camminarono fino ad arrivare dentro un bosco dove c’era un ruscello di acqua limpida, e lì si fermarono. Dorothy si sciacquò il viso e fece una merenda. Ne offrì anche allo Spaventapasseri, ma lui la bocca ce l’aveva solo dipinta e non aveva bisogno di mangiare.
Ad un certo punto sentirono uno strano rumore.

– Cosa è stato? – chiese intimorita Dorothy.
– Non ne ho idea – rispose lo Spaventapasseri.
Il rumore sembrava provenire da un punto alle loro spalle. Si volsero e, fatti pochi passi nella foresta, l’attenzione di Dorothy fu attratta da qualcosa che luccicava in mezzo agli alberi.

Davanti a loro c’era un uomo fatto di latta con una scure in mano. Se ne stava immobile in quella scomoda posizione con la scure alzata, rigido come una statua.
Toto gli ringhiò contro abbaiando e addentandogli la gamba, ma si dovette allontanare subito uggiolando dal dolore ai denti per aver morso un pezzo di dura latta.

– Sei stato tu a fare quel gemito rumoroso? – chiese Dorothy.
– Si – rispose l’uomo di latta con voce roca – ero proprio io, da quasi un anno mi lamento in continuazione, ma mai nessuno è venuto qui ad aiutarmi finora…

– Cosa possiamo fare per te? – domandò la bambina.
– Prendi l’oliatore che sta in quel capanno e ungimi le giunture, sono talmente arrugginite che non riesco più a muovermi…

Dorothy corse al capanno, prese l’oliatore e con cura iniziò ad oliare tutte le giunture, collo, spalle, braccia e gambe, finché l’Uomo di Latta non fu libero di muoversi liberamente.

– Grazie mille amici miei! Sarei rimasto per sempre in quella scomoda posizione se non foste arrivati a salvarmi! Come mai siete capitati da queste parti?
– Stiamo andando alla Città di Smeraldo per incontrare il Mago di Oz. Io voglio chiedergli di farmi ritornare nel Kansas dai miei zii, mentre lo Spaventapasseri vorrebbe chiedergli di ricevere un cervello.

– Pensate che il Mago di Oz mi possa dare un cuore? – chiese l’Uomo di Latta
– Be’, non sarebbe più difficile che dare un cervello allo Spaventapasseri… vieni con noi! – gli disse Dorothy.
– Va bene! Però devo portarmi dietro l’oliatore, se dovessi bagnarmi mi arrugginirei di nuovo…

I tre ripresero il cammino sul sentiero di mattoni dorati. Dopo un po’ Dorothy, presa dalla curiosità, chiese all’Uomo di Latta:
– Ma perché vuoi chiedere al mago di Oz di darti un cuore?
– Perché una volta ero un uomo di carne ed ossa, mi ero innamorato di una ragazza, ma sua madre non ne voleva sapere di me, quindi ha chiesto alla Strega Cattiva dell’Est di impedire che io e sua figlia ci sposassimo. Con un incantesimo la strega mi ha trasformato in un uomo di latta, senza più un cuore per essere innamorato della mia bella… ecco, se potessi riavere un cuore potrei tornare ad essere innamorato di lei.

Dorothy e lo spaventapasseri ascoltarono con attenzione, capendo perché ci teneva tanto a volere un cuore. Intanto continuavano a camminare sul sentiero di mattoni dorati attraverso il folto bosco.

Ad un certo punto si udì uno spaventoso ruggito, e d’un tratto, con un balzo, dalla foresta sbucò fuori un grosso leone che, con una zampata, fece volare lo spaventapasseri a bordo strada e, con gli artigli affilati, colpì il Boscaiolo di Latta.

Toto iniziò ad abbaiare forte e il leone spalancò le fauci per azzannarlo, ma Dorothy per paura che il suo caro cagnolino facesse una brutta fine, si piantò davanti al leone tirandogli due sonori schiaffi sul muso.

– Non azzardarti a toccare Toto! – gridò Dorothy – Vergognati! Un bestione grosso come te che se la prende con un piccolo cagnolino!
– Ma io non l’ho morso… – rispose piagnucolando il leone, che si stava strofinando il muso con le sue grosse zampe, per il dolore degli schiaffi ricevuti.
– No, ma ci hai provato, sei solo un codardo!

– Lo so, sono un codardo, ma che ci posso fare se sono fatto così? – disse in tono triste il leone.
– E che cosa ti ha fatto diventare così? – chiese Dorothy con curiosità.
– Non lo so, ci sono nato codardo… di solito per far paura a qualcuno mi basta fare un grosso ruggito, e quello scappa a gambe levate, ma se qualcuno volesse battersi con me, penso che scapperei io a gambe levate…

– Ma un leone come te dovrebbe essere il re della foresta! – esclamò lo Spaventapasseri, che intanto si stava rassettando i vestiti mentre l’Uomo di Latta si puliva i graffi.
– Hai ragione, sapessi quanto sono infelice per questo! Dovete scusarmi se vi ho spaventato ora vi lascio andare per la vostra strada… a proposito, dove siete diretti?
– Stiamo andando alla Città di Smeraldo a chiedere udienza al grande Mago di Oz, devo chiedergli di rimandarmi nel Kansas dai miei zii – disse Dorothy.

– E io devo chiedergli di darmi un cervello – continuò lo Spaventapasseri.
– E io devo chiedergli di darmi un cuore – aggiunse l’Uomo di Latta.
Il Leone Codardo li guardò un attimo incuriosito, poi con un fil di voce chiese:
– Pensate che il Mago di Oz potrebbe darmi del coraggio?

– Se può dare un cervello a me… – disse lo Spaventapasseri.
– E a me un cuore… – aggiunse il Boscaiolo di Latta.
– Se può aiutarmi a tornare dai miei zii nel Kansas… – concluse Dorothy.
– Allora se non avete nulla in contrario, posso unirmi a voi?
– Sei il benvenuto! – risposero tutti in coro. A nche Toto abbaiò con approvazione.

Il gruppetto quindi si rimise felice in viaggio lungo il sentiero di mattoni dorati che portava alla Città di Smeraldo

… continua nel CAPITOLO 3

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Curiosità sul Mago di Oz

● “Il Mago di Oz” fu solo il primo di una lunga serie di episodi (in tutto 13) che Baum scrisse sul paese incantato di Oz.

● Il libro è stato tradotto in oltre 50 lingue nel mondo.

● Del racconto fu realizzato nel 1939 uno dei film più amato di tutti i tempi: “The Wizard of Oz” interpretato da Judy Garland che è anche la cantante della famosissima canzone della colonna sonora “Over the Rainbow”. Se non la conoscete e volete ascoltare uno dei brani più belli della storia della musica seguite questo link su youtube.

● Nel film le scarpette di Dorothy non sono d’argento ma rosse, il cambiamento fu fatto per farle spiccare meglio sul grande schermo (Il Mago di Oz fu uno dei primi grandi film realizzato a colori)

● Sempre nel film il finale è stato cambiato: Dorothy alla fine si sveglia, il mondo di Oz era solo stato un lungo magnifico sogno…

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Il meraviglioso Mago di Oz

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Canto di Natale 🕯 QUINTO CANTO

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Canto di Natale 🕯 QUINTO CANTO:
Lo spirito del Natale


– Vivrò nel Natale passato, in quello presente e in quello futuro – ripeté a bassa voce Scrooge, alzandosi dal letto.

“Sono felice come un angelo! Non so che giorno del mese sia. Non so quanto tempo sono stato tra gli spiriti, non…” pensò tra sé.
D’improvviso corse alla finestra, l’aprì e sporse fuori la testa, vide un ragazzo giù in strada e gli urlò:
– Che giorno è oggi?!
– Oggi? – rispose il ragazzo stupito dalla domanda – oggi è il giorno di Natale!

“È il giorno di Natale!” si disse Scrooge. “Non l’ho perso! Gli spiriti hanno fatto tutto in una sola notte.”

– Ragazzo! – continuò Scrooge – vai dal pollivendolo all’angolo e prendimi il tacchino più grande che hanno, torna qui col garzone del pollivendolo e ti darò una moneta d’oro se lo consegnerai all’indirizzo che ti dirò!
Il ragazzo non se lo fece ripetere due volte e corse dal pollivendolo.

“lo farò recapitare a casa di Bob Cratchit, penso che Tiny Tim ne sarà felice…”
Scese le scale ed il ragazzo era già di ritorno col garzone, che teneva in mano un tacchino enorme. Diede i soldi a entrambi e l’indirizzo a cui portarlo.

– Bravo ragazzo! – gli disse, e questi volò a casa di Bob Cratchit.
Scrooge, ancora tremante per l’emozione, risalì in casa, si mise l’abito buono e scese in strada.

Non era andato lontano, quando intravide due signori. Erano gli stessi che erano entrati nel suo ufficio a chiedere la carità per i poveri.
– Miei cari signori – disse Scrooge – come state? Temo di non essere stato molto gentile con voi ieri. Permettetemi di chiedervi scusa, avrete la gentilezza di accettare questo piccolo dono da parte mia.
Scrooge prese la mano di uno dei due e gli mise nel palmo un piccolo sacchetto.

– Dio vi benedica! – gridò il gentiluomo – Mio caro signor Scrooge, fate sul serio? Non so cosa dire per tanta generosità!
Scrooge sorrise, ma in un batter d’occhio si voltò e a passi veloci si allontanò da loro.

Scrooge andò a casa di suo nipote e bussò alla porta.
– Fred, sono tuo zio Scrooge! Sono venuto a cena. Mi lasci entrare? Fred, sorpreso, lo fece entrare con gioia, tutti gli diedero un caloroso benvenuto e fecero una festa meravigliosa in splendida compagnia.

Il mattino seguente Scrooge era in ufficio di buon’ora. Oh, era in anticipo, se solo fosse riuscito a sorprendere Bob Cratchit arrivare in ritardo… E c’era riuscito!

Bob era in ritardo di ben diciotto minuti e mezzo. Scrooge sedeva davanti alla porta spalancata, per poterlo vedere entrare.

– Buongiorno! – grugnì Scrooge quando lo vide arrivare, cercando di imitare il suo solito tono di voce arcigno – come ti viene in mente di presentarti al lavoro a quest’ora!?
– Sono desolato signor Scrooge – disse Bob col berretto in mano e gli occhi bassi – non si ripeterà mai più, ieri sera abbiamo fatto un po’ di festa e…

– Ascolta bene quello che ti dico – riprese Scrooge – non intendo tollerare ulteriormente questo genere di cose!
Bob Cratchit sbiancò in viso e si mise a tremare per la paura.

– Quindi – aggiunse Scrooge mentre il ghigno gli si trasformava in sorriso – ho deciso di darti un sostanzioso aumento di stipendio!
Bob spalancò gli occhi e per l’emozione quasi svenne, ma lo sorresse Scrooge, che lo abbracciò forte e gli disse:
– Buon Natale Bob! Che sia migliore di tutti quelli che ti ho fatto passare in tutti questi anni. Ti aumenterò lo stipendio e farò di tutto per aiutare la tua famiglia.

Scrooge mantenne la parola, fece di tutto e anche di più, e per Tiny Tim , che non morì, fu come un secondo padre.

Scrooge divenne un uomo buono, amato da tutta la città. Tutti si chiesero, nei tanti anni che Scrooge ebbe ancora da vivere, il motivo del suo grande cambiamento. Ma lui non se la prendeva, anzi ne ridacchiava felice.

In lui e nel suo cuore era finalmente sceso il vero spirito del Natale.

Buon Natale a tutti, e che Dio vi benedica!

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Canto di Natale 🕯 QUARTO CANTO

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Canto di Natale 🕯 QUARTO CANTO:
Il fantasma del Natale futuro


Lentamente e silenziosamente il fantasma si avvicinò. Era molto alto e indossava un indumento nero che copriva tutto il suo corpo e non lasciava visibile nulla, tranne una mano tesa.

– Tu sei il fantasma del Natale Futuro? – chiese quasi in lacrime Scrooge – ti temo più di ogni altro spirito incontrato finora, ma so che sei qui per il mio bene e sono pronto a seguirti.

Il fantasma non disse una parola, ma poco dopo Scrooge si sentì precipitare nel vuoto. Cadde con un tonfo, poi Scrooge cercò di rialzarsi in piedi.

Erano in una strada vicino casa sua, e due uomini stavano parlando di una persona appena morta.

Da lontano stava arrivando un carro funebre, e Scrooge aveva la netta sensazione che fosse stato chiamato per lui.

– Spirito, c’è qualcuno che ha provato compassione per quel morto?
Il fantasma non rispose, ma lo condusse ad una casa che riconobbe subito, quella di Bob Cratchit. Bob stava rientrando, mentre sua moglie lo stava aspettando come se attendesse una notizia importantissima.

– E’ morto – disse Bob.
– Dio sia lodato! – esclamò la donna, pentendosi subito di aver provato gioia per la morte di una persona – ma adesso a chi passeranno i nostri debiti?
– Non lo so, ma nessuno sarà mai peggio del vecchio Scrooge…

Scrooge era sconvolto. Non era pronto a sapere che i sentimenti provati per la sua morte sarebbero stati di gioia.

Ci fu un bagliore e poi tornò la stessa stanza, dove l’intera famiglia Cratchit era riunita intorno allo stesso tavolo della loro gioiosa festa di Natale. Ma ora l’aria che si respirava era tetra, silenziosa e triste.

I piccoli e rumorosi Cratchit erano immobili come statue. Quando Bob entrò, i bambini gli corsero incontro a salutarlo e lui li strinse forte abbracciandoli.
– Ci sei andato oggi? – chiese sua moglie.

Bob Cratchit, che era appena tornato dal cimitero alzò lo sguardo verso di lei e le rispose in lacrime:
– Sì, mia cara… gli ho promesso che saremmo andati a trovarlo ogni domenica… Il mio piccolo, piccolo Tim…
Gli altri figli lo abbracciarono più forte che poterono.

Scrooge si sentì sopraffare dal dolore, con un filo di voce disse allo spirito:
– Immagino che il momento in cui noi due ci separeremo sia vicino… non so come ma lo so… dimmi, chi era la persona trasportata nel carro funebre?

Il fantasma del Natale Futuro fece un gesto con la mano e tutto scomparve nell’oscurità.

Quando un filo di luce iniziò ad illuminare debolmente il paesaggio intorno a loro, Scrooge capì di essere in un cimitero. Lo spettro camminò lentamente avanti a lui, finché non si fermò tra le tombe e ne indicò una.

Scrooge si avvicinò e, seguendo il dito del fantasma, lesse sulla pietra della tomba un nome, il suo: EBENEZER SCROOGE.

– Spirito! – gridò Scrooge – ascoltami! Non sono più l’uomo che ero! Non sarò più l’uomo che sono stato finora! Perché mostrarmi tutto questo se ormai ho superato ogni speranza? …Buon spirito, onorerò il Natale nel mio cuore e cercherò di mantenerlo tutto l’anno. Vivrò nel passato, nel presente e nel futuro, gli spiriti di tutti e tre saranno dentro di me e non ignorerò le lezioni che mi hanno insegnato. Oh, dimmi che posso cambiare il mio destino, dimmelo!

Pieno di paura, Scrooge prese la mano dello spirito con forza. Lo spirito cercò di divincolarsi ma Scrooge, con tutta la tenacia che gli rimaneva in corpo, non mollò la presa.

Più si dimenava, più lo spirito cambiava forma, rimpicciolendosi, contorcendosi e mutando, come per magia, fino a trasformarsi in un letto.

Il suo letto.
La sua stanza.
Ebenezer Scrooge era di nuovo a casa sua.

… continua nel QUINTO CANTO

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Canto di Natale 🕯 TERZO CANTO

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Canto di Natale 🕯 TERZO CANTO:
Il fantasma del Natale presente


Scrooge si svegliò mentre russava sonoramente, poco prima che l’orologio suonasse di nuovo l’una. Si sedette sul letto e aspettò che arrivasse il secondo fantasma.

La campana rintoccò. Subito dopo la stanza fu nuovamente inondata di luce, ed ecco lì davanti a lui il fantasma.
Aveva capelli ricci, occhi scintillanti e indossava una semplice veste verde con pelliccia bianca. I suoi piedi erano nudi e sul capo portava una ghirlanda di agrifoglio.

– Sono il fantasma del Natale Presente – annunciò a gran voce lo spettro.
Compreso che non avrebbe potuto sottrarsi alla lezione che gli sarebbe stata impartita da quel fantasma, Scrooge disse:
– Spirito, sono pronto, portami dove desideri.

Il fantasma sorrise allegro e portò Scrooge a casa di Bob Cratchit, una piccola dimora molto povera. In cucina si vedeva la signora Cratchit che preparava la cena di Natale. I suoi figli correvano allegramente in giro per le stanze e Bob Cratchit entrò con Tiny Tim sulle spalle. Tiny Tim era il figlio più giovane di Bob Cratchit e camminava con una piccola stampella. Aveva le gambe malate che dovevano venire sorrette da una specie di gabbia metallica, per poter camminare.

– Questo è quello che il tuo fedele dipendente può permettersi con il misero stipendio che gli dai – disse lo spirito.
Scrooge sospirò.
Il pranzo di Natale di casa Cratchit era pronto e tutti si sedettero a tavola. Dato che i Cratchit erano molto poveri, non avevano molto da mangiare per la cena di Natale. Ma nonostante ciò, tutti erano gioiosi e si sentiva che tutti loro avevano lo Spirito del Natale nei loro cuori.

– Buon Natale a tutti noi! Dio ci benedica! – disse Bob Cratchit.
– Dio ci benedica tutti! – disse il piccolo Tim, che si sedette al fianco di suo padre sul suo piccolo sgabello. Bob gli teneva forte la manina, come se temesse di perderlo.
– Spirito – disse Scrooge, che era veramente dispiaciuto per il ragazzo – dimmi se Tiny Tim sopravviverà.
Ci fu il silenzio. Poi il fantasma parlò.

– Vedo un posto vuoto il prossimo Natale, e una stampella senza padrone.
Questa notizia rese Scrooge molto triste. Proprio in quel momento veniva servito in tavola l’arrosto, portato in solenne processione da due dei figli di Bob Cratchit.

Sebbene non avessero potuto permettersi un tacchino come era di tradizione, il profumo dell’arrosto era davvero invitante. Bob si alzò in piedi col bicchiere in mano, e tutti fecero altrettanto.

– Un brindisi al Signor Scrooge, che ci permette di avere questo banchetto! Se non fosse per il lavoro che mi dà ogni giorno, non avremmo nulla su questa tavola.
Scrooge non riusciva a credere che Bob stesse facendo un brindisi proprio a lui.

La signora Cratchit, contrariata, fece una smorfia e disse:
– Patrono del banchetto, come no! Vorrei che fosse qui per dargli il fatto suo a quello spilorcio…
– Cara, ci sono i bambini ed è il giorno di Natale… – disse sorpreso Bob.
– E’ Natale si, ma tu come fai a brindare a quell’avaro e insensibile vecchio?!

Bob guardò la moglie e in tutta tranquillità disse:
– Tesoro, è Natale ed è un giorno di gioia ed amore – Bob infine alzò il bicchiere – Buon Natale a tutti noi, miei cari, che Dio ci benedica!
Gli altri membri della famiglia alzarono i loro calici senza troppo entusiasmo e si unirono al brindisi.
– Che Dio ci benedica! – esclamò invece gioioso Tiny Tim.

Scrooge osservava la scena rapito.
– Spirito, dimmi che Tiny Tim si salverà – lo implorò Scrooge.
Il fantasma del Natale presente scosse addolorato la testa.
– Se queste ombre non cambieranno in futuro, il bambino morirà.

Scrooge ammutolì per la tristezza. Non fece però in tempo a formulare un’altra frase che lo spirito lo prese e lo portò a casa di suo nipote.
Fred e i suoi amici avevano organizzato una festa molto allegra e avevano fatto dei giochi tra loro e con i bambini.
In quel momento stavano discutendo proprio di Scrooge, e delle frasi infelici che aveva avuto per suo nipote quando era andato a trovarlo nel suo ufficio.

Scrooge cercò di non guardare, ma il fantasma lo prese e lo costrinse. Scrooge aveva capito che ad ogni tappa di quello strano viaggio, si sarebbe sentito sempre più mortificato e addolorato.

– E’ un tipo un po’ strano – disse Fred – e non è di facile compagnia.
– Ma è straricco! – aggiunse la moglie.
– E con questo? – ribatté Fred – La sua ricchezza non gli serve a niente, non ci fa nulla di buono Non li spende nemmeno per le sue comodità e si fa del male da solo. Vedi, lui ha deciso che non verrà a cena da noi, e qual è il risultato? Che si perde una cena.
Nella stanza risero tutti, ma anche se si era divertito, Fred non riusciva a non pensare al suo triste zio.

– Sarebbe comunque da ingrati non brindare a mio zio, un felice Natale allo zio Scrooge!
Tutti alzarono il calice e brindarono insieme a lui.

Scrooge guardava la scena con sentimenti contrastanti, si sentiva deriso ma allo stesso tempo non poteva dare loro torto. E nonostante tutto, suo nipote aveva brindato alla sua salute. Fred aveva ereditato il buon cuore di Fan, la sua amata sorellina.

Tutto d’un tratto Scrooge fu portato via da quella scena e si ritrovò di fronte agli enormi ingranaggi dell’orologio all’interno della torre. Mancava un solo minuto a mezzanotte.

Guardò in viso il fantasma, che era invecchiato di colpo, e notò qualcosa di strano ai suoi piedi.
C’erano due figure simili a bambini: un maschio e una femmina. Ma sembravano vecchi e spaventosi, come piccoli mostri.

– Spirito, chi sono le due creature ai tuoi piedi? – Chiese Scrooge impietrito.
– Sono le creature dell’Umanità – disse lo spirito – Il ragazzo è l’Ignoranza, la ragazza è l’Avidità. Stai attento a entrambi…

Scrooge li guardò bene, e capì che i due bambini rappresentavano semplicemente la sua ignoranza e la sua avidità.

La campane suonarono. Il fantasma del Natale Presente svanì in una polvere luccicante e, attraverso il luccichio, Scrooge intravide il terzo fantasma venire verso di lui.

… continua nel QUARTO CANTO

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Canto di Natale 🕯 SECONDO CANTO

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Canto di Natale 🕯 SECONDO CANTO:
Il fantasma del Natale passato


Quando Scrooge si svegliò, nella stanza faceva un gran freddo e non c’era rumore di persone per le strade. Il pensiero del fantasma di Marley lo infastidiva, non capiva se fosse stato un sogno o meno. Poi si ricordò che uno spirito avrebbe dovuto visitarlo al primo rintocco delle campane, così Scrooge decise di rimanere sveglio e aspettare di vedere cosa sarebbe successo.

Infine udì le campane rintoccare: era l’una del mattino.
Una luce brillò nella stanza e una piccola manina tirò indietro le tende del letto a baldacchino. Scrooge si ritrovò faccia a faccia con un nuovo fantasma.

Era una strana figura, il corpo era quello di un bambino ma i suoi capelli, che ricadevano intorno al collo e lungo la schiena, erano bianchi come quelli di un vecchio. Eppure il viso non aveva una ruga.

– Chi e cosa sei? – chiese Scrooge al fantasma.
– Io sono il fantasma del Natale passato. Alzati e vieni con me.

Scrooge, come per magia iniziò a fluttuare nell’aria sopra il letto, e nonostante implorasse di non voler uscire e che non era l’ora per fare una passeggiata, fu portato dallo spirito fuori, attraverso la finestra.

Scrooge tremava e urlava dalla paura, eppure non precipitava, volava insieme allo spirito sopra le campagne intorno alla città. In poco tempo si ritrovarono su una strada che portava ad un altro paese.

– Ma questo è il luogo dove sono cresciuto da bambino! – esclamò Scrooge.
Il fantasma aveva riportato Scrooge indietro nel tempo. Lì Scrooge poteva vedersi più giovane, mentre giocava con altri bambini. Correvano allegramente intorno all’albero di Natale intonando canti e facendosi gli auguri; e sebbene fossero molto poveri, si divertivano molto.
Scrooge osservava la scena con occhi velati di nostalgia, ma il fantasma lo portò davanti ad un edificio di mattoni rossi.
– La mia scuola… – mormorò tra sé Scrooge.

Guardando dentro un’aula si poteva intravedere un bambino tutto solo che leggeva un libro; era lui da giovane, abbandonato per volere di suo padre in quel collegio. Scrooge dovette sforzarsi per non scoppiare in lacrime.

Poi come per magia, la scena cambiò. Era la stessa identica stanza, ma invecchiata di dieci anni, e il giovane che vi stava dentro era Scrooge diciassettenne.

La porta dell’aula si aprì ed entrò una giovinetta che corse ad abbracciare al collo Scrooge ricoprendolo di baci – Caro fratello mio! – esclamò – sono venuta per riportarti a casa!
– A casa? Per davvero?! – rispose meravigliato il giovane Scrooge.

Fan, sua sorella, rispose di sì. Il loro padre era mutato profondamente negli ultimi anni ed era diventato una persona molto buona, così ora lo rivoleva a casa con loro.

– Aveva un cuore gentile – mormorò il vecchio Scrooge al fantasma – è morta poco dopo aver messo al mondo mio nipote…
– Vero – disse lo spirito – tuo nipote…
– Si… – Scrooge di colpo si sentì in colpa per come aveva trattato Fred il giorno prima, quando era andato a trovarlo in ufficio.
Poi tutto svanì di nuovo.

Lo spirito portò Scrooge in un magazzino, dove un giovane Scrooge faceva l’apprendista. Il signor Fezziwig, proprietario della ditta, aveva organizzato una gran festa con cibo, musica e balli. C’era tanta felicità quella vigilia di Natale.

– C’è voluto poco a far divertire tutte quelle persone – disse il fantasma del Natale passato – quella festa sarà costata pochi soldi, ma tutti erano felici.
– Che Dio Benedica il buon caro vecchio Fezziwig – disse con voce raggiante Scrooge – era così buono e gentile…

Le emozioni che Scrooge stava provando erano così forti e intense che avrebbe voluto entrare nella scena e riallacciare tutti i rapporti persi con i suoi vecchi colleghi e amici, ma la scena svanì di nuovo.

Uno Scrooge ormai trentenne stava lavorando alla “Scrooge & Marley” e negli occhi aveva i primi segni dell’avidità, dati da una ricchezza guadagnata improvvisamente.

Marley, nell’altra stanza, stava chiudendo a chiave con le catene la cassetta di sicurezza della ditta e a quella vista il vecchio Scrooge rabbrividì: erano le stesse catene che tenevano prigioniero il fantasma di Marley.

Poi sentì piangere qualcuno, la scena era nuovamente cambiata, Scrooge era più vecchio adesso. Non era solo, ma sedeva a fianco di una bellissima ragazza, Belle.

– È triste constatare che un altro amore ha preso posto nel tuo cuore, l’amore per i soldi… – disse tristemente, ma con una nota di dolcezza nella voce, la giovane ragazza.
Scrooge era cambiato, la ricchezza lo aveva reso freddo e distante.

– Posso chiederti perché giudichi così male la voglia di guadagnare molto denaro? – le rispose lo Scrooge
– Il tuo cuore era pieno d’amore una volta, ma ora…? Penso che sia meglio per noi separarci. Possa tu essere felice nella vita che hai scelto – concluse Belle, mentre usciva piangendo dall’ufficio di Scrooge.

– Basta così – disse il vecchio Scrooge con voce rotta – Riportami indietro Spirito! Non torturarmi oltre, non posso più sopportare tutto questo!
Il volto del fantasma sorrise beffardo e tutto iniziò a brillare di una luce fortissima. A Scrooge sembrò di precipitare nel vuoto e per la paura chiuse gli occhi.

Quando li riaprì si ritrovò di nuovo nel suo letto. Era talmente esausto che non ebbe nemmeno la forza di gridare, e sprofondò in un sonno profondo.

… continua nel TERZO CANTO

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La Sirenetta 🧜‍♀️🌊 CAPITOLO 3

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La Sirenetta 🧜‍♀️🌊 CAPITOLO 3


Quando riaprì gli occhi c’era qualcuno accanto a lei, il forte sole del mattino però le impediva di vedere bene il volto di questa persona, finché gli occhi si abituarono alla luce e vide che era proprio il Principe Eric che la stava sorreggendo!
– Finalmente si è riavuta mia fanciulla! Come sta? – chiese il Principe.

Ariel non poteva rispondergli, ma i suoi occhi si illuminarono di felicità, non avrebbe mai potuto immaginare una fortuna simile. Come venne a sapere solo tempo dopo, il Principe Eric ogni mattina si recava su quella spiaggia in cerca della fanciulla che lo aveva salvato dal naufragio, sperando di poterla reincontrare.
– Vieni, ti porto al Palazzo, lì potrai rimetterti in sesto – disse Eric guardandola in viso. Non aveva mai visto in vita sua una fanciulla più bella di Ariel.

Ariel era raggiante, prese la mano del Principe e solo allora si accorse di avere due gambe umane al posto della coda di pesce. Ma non appena si alzò in piedi il dolore fu lancinante, ed ogni passo che faceva le sembrava di camminare su lame acuminate, ma la felicità di essere accanto al suo Principe non le fece perdere il sorriso, nonostante il dolore.

Al Palazzo Ariel fu vestita con le più preziose vesti di seta e fu accompagnata a servire assieme alle ragazze che intrattenevano le giornate del Principe cantando. Ma lei non poteva cantare.

Ariel a quel punto prese coraggio, e sfidando il dolore, si mise a ballare. Ballò incantando tutte le persone presenti che rimasero sbalorditi ed affascinati da tanta leggiadria nella danza.

Il Principe Eric si alzò in piedi entusiasta ed applaudì sonoramente, e così fecero tutti gli altri.
– Voglio che quella ragazza diventi la mia unica damigella – esclamò Eric, e così fu che Ariel iniziò ad accompagnarlo in qualunque cosa lui facesse: viaggi in nave, battute di caccia e grandi banchetti.

Ariel era al settimo cielo, stare accanto al suo Principe era ciò che aveva sempre desiderato. Però le mancavano le sue sorelle, suo padre e la cara nonna… così la sera andava a sedersi sulla scalinata di marmo che dava sul mare e pensava a loro.

Una notte le sue sorelle le vennero a fare visita, cantavano tristemente quanto mancava loro la piccola e dolce Ariel. Lei piangeva di dolore nel vederle così affrante, ma ormai non poteva tornare più indietro e con la tristezza nel cuore le salutò.

Intanto il Principe Eric iniziava ad affezionarsi a lei ogni giorno di più, ma solo come amica. Purtroppo non aveva per Ariel alcuna intenzione di matrimonio.

“Non mi vuoi bene più che a tutte le altre” sembravano dire gli occhi di Ariel quando guardava il Principe, ma lui intuendo i suoi pensieri le rispondeva:
– Sì, nessuna mi è cara più di te, perché tu hai un buon cuore e sei la più dolce fra tutte, ma soprattutto somigli alla fanciulla che mi salvò tempo fa da una tempesta in mare e da naufragio sicuro… quella ragazza mi salvò la vita, ma da quel giorno non l’ho più potuta vedere perché consacrata al Tempio. Penso di poter amare soltanto lei, eppure tu le somigli tanto…

“Se solo sapessi che sono stata io a salvarti la vita e non la ragazza del tempio, che ti ha solo trovato sulla spiaggia dove io ti ho dolcemente deposto…” pensava col cuore pieno di dolore Ariel, “ma se la fanciulla è consacrata al Tempio, non potrà mai sposarsi col mio amato Principe” concludeva lei.

Invece, il destino beffardo volle proprio che questa fanciulla consacrata al Tempio, fosse in realtà la figlia del Re del vicino regno confinante, e visto che il Principe Eric era in età da matrimonio, gli fu fatta la proposta di sposarla.

Prima di accettare Eric volle vedere in viso questa fanciulla perché, piuttosto che sposare una ragazza qualunque, avrebbe sposato la sua cara damigella Ariel, e partì con la nave alla volta del vicino regno portando Ariel con sé.

La sorpresa di Eric nel vedere che la sua promessa sposa era la stessa ragazza che lo aveva trovato inerme sulla spiaggia fu enorme. Come fu enorme lo sconforto e il terrore che invasero Ariel non appena capì che il suo amato Principe si era innamorato all’istante di un’altra ragazza…

Eric prese la mano della Principessa sua promessa sposa e le disse:
– Tu sei l’angelo che mi ha salvato tempo fa da morte certa, le mie preghiere di rivederti sono finalmente state esaudite! Vuoi sposarmi!?

La Principessa, tutta rossa in viso annuì, e da quel momento fu un tripudio di festeggiamenti e grandi danze per l’imminente matrimonio.

Si preparò una grande nave dove celebrare il matrimonio, furono invitati tutti i nobili dei due regni e i migliori musici, poi salparono per il mare. Il banchetto di matrimonio fu meraviglioso e gli sposi si giurarono eterno amore.

Ariel li guardava appartata, triste, sconsolata, pensando che il giorno seguente all’alba sarebbe diventata spuma di mare. Non era riuscita a far innamorare di sé il suo amato Principe.

Diventò notte, ma i fuochi d’artificio illuminavano tutto a giorno. Ariel guardava il mare, poi tra le onde intravide qualcosa.
Erano le sue sorelle suo padre e la nonna che stavano cercando di richiamare la sua attenzione.

– Ariel! Siamo le tue sorelle! Abbiamo offerto i nostri lunghi e splendidi capelli alla Strega del Mare per salvarti la vita! Prendi questa pozione, ti farà ricrescere la coda di pesce e potrai tornare a nuotare insieme a tutti noi! – le urlò la maggiore delle sue sorelle dalle onde del mare. Anche suo padre e sua nonna con gli occhi la imploravano di tornare.

Ariel si sporse dalla nave e afferrò al volo la pozione lanciatale dalla sorella. Guardò l’ampolla piena di liquido scuro, poi guardò il suo Principe Eric, felice e gioioso accanto alla sua novella sposa.

“E’ giusto così, che voi possiate essere felici, io ho solo cercato di forzare il destino mio e di Eric… Addio mio caro Principe, addio…”.

Ariel bevve la pozione e non appena sentì il fuoco dentro di sé si buttò in mare, dove la accolsero a braccia aperte le sue sorelle che l’abbracciarono e la presero per mano per accompagnarla al Castello del mare dove avrebbero di nuovo potuto vivere tutte assieme, e forse, essere felici.

⚜ Fine della fiaba ⚜

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Curiosità sulla Sirenetta

● “La Sirenetta” è probabilmente il racconto più autobiografico scritto da Hans Christian Andersen, dove il tema della “diversità” è molto sentito. Dovete sapere che Andersen era omosessuale, e vivendo nella Danimarca del 1800, gli era completamente precluso di poter liberamente amare un altro uomo, cosa che lo rendeva particolarmente infelice.

● “La Sirenetta” è stata il film che a fine anni ’90 ha rilanciato la Disney che, dopo una serie di incredibili flop, era in grande crisi.

● Nel racconto originale di Andersen, nessuno dei personaggi ha un nome proprio, quelli usati nella nostra fiaba sono stati presi in “prestito” dalla versione realizzata dalla Disney, diventata ormai un classico dell’animazione.

● In Danimarca Andersen e il suo racconto “la Sirenetta” sono talmente famosi che all’ingresso del porto di Copenaghen, è stata realizzata una statua in onore della protagonista della fiaba

La Sirenetta 🧜‍♀️🌊 CAPITOLO 2

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La Sirenetta 🧜‍♀️🌊 CAPITOLO 2


Ritornata al castello di suo padre il Re del Mare, le sorelle le domandarono che cosa avesse visto la prima volta ch’era salita in superficie, ma Ariel si fece taciturna e non volle raccontare nulla.

Tutti i giorni ritornava nel luogo dove aveva visto il Principe per l’ultima volta, sperando di reincontrarlo, ma il tempo e le stagioni passavano e non c’era nessuna traccia del Principe. Tornava sempre sconsolata nella sua stanza del castello.

Alla fine non riuscì più a trattenere tutto il dolore che portava dentro e raccontò tutto alle sue sorelle. Una di loro, dopo aver ascoltato tutto, la prese per mano ed esclamò:
– Io conosco il Principe di cui parli, e so anche dove abita! Vieni sorellina mia!

Nuotarono insieme fino al palazzo del Principe, guardarono dentro gli enormi finestroni dell’edificio a strapiombo sul mare, e dopo alcuni tentativi di ricerca lo trovarono.
– Il mio Principe! – esclamò entusiasta Ariel nel rivederlo.

Da quel momento Ariel tornò ogni giorno e ogni notte al palazzo per poterlo vedere mentre passeggiava, parlava con altri nobili o prendeva la sua barca e salpava per il mare, dove lei, a debita distanza lo seguiva.

Ormai non riusciva più a vivere senza il suo Principe, “sono ormai pronta a tutto pur di conquistare il suo amore, questa sera, senza farmi vedere andrò dalla Strega del Mare e le chiederò di aiutarmi”

E così, di nascosto, nuotò fino ai confini del regno di suo padre, dove le acque erano gelide e scure, e dove i mostri marini erano spaventosi. Arrivare fino alla casa della Strega del Mare non fu facile, molti di quei mostri cercarono di ghermirla con i loro tentacoli, ma Ariel fu molto agile e veloce nello schivarli, finché non fu davanti alla soglia della casa della Strega del Mare.

Non servì bussare, la porta si aprì da sola come per magia, la Strega sapeva già del suo arrivo e la stava aspettando…
– E così la mia bella principessina Ariel vuole conquistare il cuore del Principe Eric… Lo sai che è stupido quello che stai facendo, vero?

Ariel annuì incerta, il cuore le batteva forte, ma ora sapeva addirittura come si chiamava il suo Principe!

– Bene ti accontenterò – la Strega la guardò dritta negli occhi – ti darò una pozione che trasformerà la tua coda di pesce in due gambe umane, ma ricordati che ti farà male, molto male… ti sembrerà di camminare sopra i vetri taglienti e infilzata dai pugnali ad ogni passo, anche se sarai la creatura più leggiadra ed elegante che ogni essere umano potrà mai incontrare… – sulla bocca della Strega si dipinse un ghigno malefico, poi continuò:
– Ma fai attenzione! – esclamò la Strega socchiudendo gli occhi – se il Principe si innamorerà e sposerà un’altra donna, tu il giorno seguente ti tramuterai in schiuma di mare… la vuoi ancora questa pozione?!

– Sì, dammela! Qualunque cosa pur di stare accanto al mio Principe! – disse Ariel tremando.
La strega del Mare rise sonoramente.
– Bene! Questa pozione però ha un prezzo… In cambio dovrai darmi la tua voce!

Ariel la guardò esitante.
– Ma se mi togli la voce melodiosa, come farò a far innamorare il Principe di me?
– Ti basterà la bellezza… – sorrise beffarda la Strega – allora, accetti?
Ariel fece cenno di sì con la testa, poi abbassò lo sguardo in attesa della sua sorte.

La Strega del Mare le mise in mano la pozione, e con un sortilegio prese la sua voce e la rinchiuse dentro ad un diadema che sistemò in bella mostra al proprio collo.
– Ora va’, sdraiati su una spiaggia, bevi la pozione e attendi…

Ariel con la pozione stretta tra le mani fuggì via mentre la Strega emetteva una grossa e sinistra risata. Passò davanti al castello di suo padre, dove c’erano anche le sue sorelle e la nonna, ma non ebbe il coraggio di andarli a salutare, ora che era diventata muta.

Così risalì in superficie, si adagiò sulla stessa spiaggetta riparata dove aveva lasciato il suo Principe subito dopo il naufragio e bevve la pozione. Mentre la beveva, la gola le bruciava come il fuoco, poi le sembrò che una spada affilata le trapassasse il corpo, e per il dolore svenne.

… continua nel CAPITOLO 3

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Curiosità sulla Sirenetta

● “La Sirenetta” è probabilmente il racconto più autobiografico scritto da Hans Christian Andersen, dove il tema della “diversità” è molto sentito. Dovete sapere che Andersen era omosessuale, e vivendo nella Danimarca del 1800, gli era completamente precluso di poter liberamente amare un altro uomo, cosa che lo rendeva particolarmente infelice.

● “La Sirenetta” è stata il film che a fine anni ’90 ha rilanciato la Disney che, dopo una serie di incredibili flop, era in grande crisi.

● Nel racconto originale di Andersen, nessuno dei personaggi ha un nome proprio, quelli usati nella nostra fiaba sono stati presi in “prestito” dalla versione realizzata dalla Disney, diventata ormai un classico dell’animazione.

● In Danimarca Andersen e il suo racconto “la Sirenetta” sono talmente famosi che all’ingresso del porto di Copenaghen, è stata realizzata una statua in onore della protagonista della fiaba