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Categoria: favole

Al lupo! Al lupo! 🐺

Questa favola insegna che a dire troppe bugie si rischia di non essere creduto, nemmeno quando si dice la verità

Gli scherzi possono essere divertenti, ma bisogna stare attenti a non esagerare!

Nella favola Al Lupo! Al Lupo!, anche conosciuta come Lo scherzo del pastore, Esopo ci insegna una lezione importante: chi dice troppe bugie perde credibilità, e alla fine nessuno lo crede nemmeno quando dice la verità.

Un racconto perfetto per spiegare ai bambini, a cui scappa qualche piccola bugia di troppo, l’importanza della sincerità e come le bugie possano avere conseguenze negative.


Alla fine del racconto troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Al lupo! Al lupo! 🐺“!

“Al lupo! Al lupo! 🐺“

aspetta solo di essere ascoltata!
L’audiofiaba te la racconto io!

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Al lupo! Al lupo! 🐺


C’era una volta, in un piccolo paesello in mezzo alla campagna, Loris, un pastorello un po’ monello. Lui si divertiva sempre a fare un sacco di scherzi.

Da qualche giorno, però, alcuni cacciatori avevano avvistato nel bosco vicino al paese un grosso lupo, che si aggirava in cerca di cibo. Quella notte, infatti, dal gregge di un vicino erano sparite delle pecore, molto probabilmente prese e mangiate dal lupo.

Il giorno seguente, suo papà decise che per Loris era giunto il momento di dare una mano al lavoro in fattoria. Gli disse quindi di fare la guardia al suo gregge di dieci pecore, durante la notte.
Non doveva far altro che stare nella parte alta del fienile, dove nessun lupo sarebbe potuto arrivare. Se per caso avesse sentito dei rumori strani o addirittura fosse riuscito a vederlo, avrebbe dovuto correre in strada e gridare “Al lupo! Al lupo!”. Così anche i vicini sarebbero accorsi e avrebbero dato una mano ad acciuffarlo.

Loris, da bravo ragazzo, quella sera si mise a guardia delle pecore, ma il tempo passava e non succedeva niente.
– Uffa! Io qui mi annoio…
Una pecora lo guardò belando: Beee…
Loris le fece la linguaccia, e continuò a sorvegliarle.

Le ore sembravano non passare mai, le pecore dormivano tranquille, ma del lupo non c’era nessuna traccia.
La noia era talmente tanta che si stava per addormentare, quando gli venne in mente uno scherzo che avrebbe divertito tutto il paese.

Scese giù dal fienile e corse in strada gridando – Al lupo! Al Lupo! – e in men che non si dica mezzo paese era già uscito dalle proprie case col forcone in mano, pronto a dar la caccia al lupo.
Suo papà gli corse incontro e gli chiese:
– Dimmi ragazzo mio, dove hai visto il lupo?
Loris, sorpreso da tanto trambusto, non sapeva cosa rispondere.
– Scusatemi tutti, mi stavo annoiando tanto a far la guardia alle pecore che ho pensato di farvi uno scherzo…

Gli abitanti del paese, un po’ arrabbiati per essere stati tirati giù dal letto a quell’ora della notte, ma sollevati dal sapere che non c’era il lupo, tornarono borbottando nelle loro case.
E Loris tornò a far la guardia alle pecore, tutto contento e divertito per lo scherzo ben riuscito.

La notte seguente fu uguale. Loris si annoiava talmente tanto che, ad un certo punto, decise di replicare lo scherzo della notte precedente. Corse di nuovo in strada gridando – Al lupo! Al Lupo! – e in men che non si dica mezzo paese era già uscito dalle proprie case col forcone in mano, pronto a dar la caccia al lupo.
– Dimmi ragazzo mio, dove hai visto il lupo? – gli chiese suo papà.
– Scusatemi tutti, mi stavo annoiando tanto a far la guardia alle pecore che ho pensato di farvi uno scherzo…

Questa volta gli abitanti del paese la presero meno bene, e il suo papà, dopo averlo sgridato sonoramente, lo rimandò di corsa a far la guardia al fienile.
Ma per Loris era troppo divertente veder uscire di casa in pigiama tutti i suoi vicini, così decise di continuare a fare lo scherzo ogni santa notte.

Solo che dopo un po’ la gente, stufa di questo stupido scherzo, non lo stava più ad ascoltare. Si girava nel letto e continuava a dormire.

Finché, una notte, Loris corse ancora in strada gridando – Al lupo! Al lupo! – ma nessuno si degnò di uscire di casa.
Così rimase triste e solo in mezzo alla strada, il suo scherzo ormai non funzionava più. Ritornò quindi al suo fienile e si mise comodo sulla paglia a far la guardia alle pecore.

Ma poco dopo sentì uno strano rumore provenire da fuori, si alzò per guardare meglio verso la porta e cosa vide? Il lupo! Era entrato nel suo fienile!

Loris finalmente poteva dare dimostrazione della sua bravura e del suo coraggio, scese dall’altra parte del fienile e corse in strada gridando – Al lupo! Al lupo! – con tutta l’aria che aveva nei polmoni, ma nessuno, anche stavolta, si degnò di uscire di casa.
– Al lupo! Al lupo! – continuò a gridare il povero Loris. Ma nessuno ormai credeva più alle sue parole.
– Al lupo! Al lupo! – si sgolò Loris.
– Loris, piantala! – gli gridò uno dei vicini.
Fu allora che Loris capì che nessuno lo avrebbe ascoltato, proprio ora che invece stava dicendo la verità.

Loris sapeva di averla fatta grossa questa volta, perché infatti quando tornò a controllare il fienile, le pecore non c’erano più! Il lupo le aveva portate via tutte!
E adesso chi lo sentiva il papà?!

La sgridata per Loris fu esemplare. Loris promise solennemente di non dire mai più bugie e di smetterla di fare scherzi di cattivo gusto come quello, perché, quando ci sono in giro i lupi, non si scherza!

Morale della favola: a forza di dire le bugie non si viene più creduti neanche quando dice la verità.

⚜️ Fine della favola ⚜️

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La volpe con la pancia piena 🦊

Una volpe affamata trova del pane e del formaggio nascosti dentro un tronco cavo, ma riuscirà a mangiarli?

La favola della Volpe con la Pancia Piena di Esopo ci insegna che a volte la soluzione ai problemi non arriva subito: è solo con la pazienza e il tempo che possiamo risolvere certe difficoltà, soprattutto quando nessuno può aiutarci.

Un racconto che invita alla riflessione e alla calma.


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“La volpe con la pancia piena 🦊“

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La volpe con la pancia piena 🦊


C’era una volta una volpe che aveva molta fame ed era in cerca di un leprotto da mangiare per il bosco.

Dopo un po’ sentì un buon odorino nell’aria, cominciò a cercare tra le foglie e i cespugli finché non vide un bel tronco cavo con all’interno del pane e del formaggio.

“Deve averli lasciato lì il cacciatore pensò” e con circospezione si avvicinò. Accertatasi che non c’era il cacciatore nei paraggi, decise di infilarsi dentro per mangiare tutto.

Il tronco del legno era molto stretto, ma con un paio di giuste contorsioni riuscì a raggiungere il pane e divorarlo insieme al formaggio.

Quando la volpe ebbe la pancia piena per il bel pasto, cercò di uscire dal tronco cavo, ma purtroppo la sua pancia era talmente gonfia che si era incastrata!

La povera volpe iniziò a sospirare e sbuffare, ma niente, non riusciva a liberarsi.

Poco tempo dopo passò di lì una sua amica volpe, la volpe incastrata la chiamò:
– Ti prego, sono incastrata qua dentro e non riesco più ad uscire!
– E come mai non riesci più ad uscire? – chiese l’altra.
– Perchè dopo aver mangiato del pane e del formaggio la pancia mi si è riempita tanto…

L’amica volpe la guardò con compassione, non potendola aiutare in nessun modo alla fine le disse:
– Cara amica, ma se ti sei incastrata per aver mangiato a sazietà, basta aspettare che dopo aver digerito la tua pancia ritorni come prima!

E detto questo l’amica volpe se ne andò via lasciando la volpe incastrata a sospirare e sbuffare.

Morale: lo scorrere del tempo spesso risolve molte difficoltà.

⚜️ Fine della favola ⚜️

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L’agnellino e il lupo 🐑🐺

Un agnellino si fa beffe del lupo, ma quando scivola dal tetto, si trova in serio pericolo.
Come riuscirà a salvarsi?

La favola dell’Agnellino e del Lupo di Esopo insegna ai bambini che la troppa audacia può portare spesso al pericolo, ma l’astuzia può aiutarci a risolvere anche le situazioni più difficili.

Un racconto che valorizza sia la prudenza che l’intelligenza!


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“L’agnellino e il lupo 🐑🐺“

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L’agnellino e il lupo 🐑🐺


C’era una volta un agnellino che giocava vicino al fienile, era molto furbo e scaltro e si era messo in testa di salire fin sul tetto della stalla.

Dopo vari tentativi e con alcuni accorgimenti, riuscì nella sua impresa.

L’agnellino era al colmo della felicità quando dal vicino bosco sbucò fuori un lupo!

Il lupo lo guardò con occhi famelici e fece un balzo per salire sul tetto, ma non ci riuscì. Prova e riprova al lupo non rimase altro da fare che ululare per le botte prese cadendo nei tentativi falliti.

L’agnellino, dapprima terrorizzato, una volta capito che il lupo non sarebbe riuscito a prenderlo iniziò a deriderlo sonoramente:
– Lupo cattivo, non mi prendi quassù! Sono troppo furbo per te! – e gli faceva pure le linguacce!

Ma mentre rideva a crepapelle, l’agnellino scivolò con una zampetta e ruzzolò giù dal tetto della stalla.

Adesso a ridere era il lupo, che si avvicinava lentamente al suo prossimo pranzo.

L’agnellino, che però era molto furbo, parlò allora al lupo:
– Caro lupo mio, so di essere un bocconcino prelibato per te, e mi scuso per averti deriso… ti chiedo però di morire con onore e prima che tu mi mangi, suona per favore il flauto e fammi danzare.

Il lupo preso da compassione decise di esaudire l’ultimo desiderio del piccolo agnellino e prese a suonare il flauto. L’agnellino iniziò a ballare.

Ma la dolce melodia del flauto fu udita anche dai cani di guardia del gregge, che corsero subito insospettiti a vedere cosa stava succedendo.

Il lupo non appena intravide arrivare i cani lanciati verso di sè, lasciò cadere il flauto e corse via nel bosco dicendo:
– Tutta colpa mia! Perchè mai mi son messo a suonare il flauto per quell’agnellino quando potevo mangiarmelo in un sol boccone?!

E per un bel po’ nessuno vide più il lupo, mentre l’agnellino poteva felicemente tornare a salire sul tetto della stalla tutte le volte che voleva.

Morale della favola: a volte essere troppo audaci ci fa cadere nel pericolo, ma con l’astuzia si può risolvere la situazione.

⚜️ Fine della favola ⚜️

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Il vento e il sole 💨☀️

Chi è più forte, il Vento o il Sole?

Vento e Sole si sfidano per dimostrare il loro potere, ma la favola di Esopo ci insegna che non sempre la forza bruta vince.

Un racconto senza tempo che mostra ai bambini l’importanza della pazienza e della persuasione, spesso più efficaci della prepotenza.


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“Il vento e il sole 💨☀️“

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L’audiofiaba te la racconto io!

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Il vento e il sole 💨☀️


C’erano una volta il Vento e il Sole che iniziarono a litigare su chi dei due fosse il più forte.
– Il più forte sono io, che con il mio soffio spazzo via le chiome degli alberi! – esclamava il Vento
– No! Il più forte sono io che coi miei raggi brucio le sabbie del deserto! – rispondeva il Sole

Decisero allora di fare una gara per stabilire chi fosse realmente il più forte dei due.
– Facciamo così mio caro Sole, vediamo chi per primo riesce a togliere i vestiti a quel viandante – disse il Vento.
– Ci sto! – rispose il Sole.

Il vento allora prese a soffiare impetuosamente contro un povero viandante che passava vicino a loro. Ma l’uomo si strinse più forte nelle sue vesti.

Il Vento allora soffiò ancora più forte e più freddo, ma il viandante tirò fuori dalla sua bisaccia un mantello e si coprì ulteriormente.
Prova e riprova per il Vento non ci fu nulla da fare…

– Ora, se permetti, vorrei provare io… – disse il Sole mentre il Vento gli cedeva di malavoglia il posto.
Il Sole iniziò a splendere timidamente, il viandante sentendo i tiepidi raggi del sole risplendere sul suo viso si tolse la mantella e la ripose nella bisaccia.

Il Sole sorrise e piano piano aumentò l’intensità dei suoi dolci raggi. Il viandante dapprima si allargò il collo della giacca, poi tolse anche quella iniziando a sudare.
Il Vento che si vedeva ormai sconfitto, non era per nulla contento.

Il Sole continuò a scaldare il viandante finché questo non si tolse tutti i vestiti, e non appena scorse un fiume lì vicino vi si buttò dentro per rinfrescarsi.

Il Sole fece un largo sorriso nei confronti del Vento, che indispettito per aver perso la scommessa, se ne andò via senza farsi più vedere per mesi e mesi.

Morale: è più efficace convincere le persone con la persuasione e la dolcezza che con la forza.

⚜️ Fine della favola ⚜️

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Il leone e il topo 🦁🐭

Questa favola insegna che anche i più piccoli possono fare la differenza, e che la gentilezza viene sempre ricompensata!

Essere grandi e forti non sempre basta: anche i più piccoli possono fare la differenza!

La favola del Leone e del Topo di Esopo insegna che ogni aiuto è prezioso, infatti scoprirai che il potente leone, risparmiando la vita al piccolo topo, verrà in seguito ricambiato con un gesto di grande valore.

Un racconto perfetto per spiegare ai bambini l’importanza della gentilezza e dell’aiuto reciproco.


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“Il leone e il topo 🦁🐭“

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Il leone e il topo 🦁🐭


C’era una volta, nella grande foresta, un maestoso leone, che si riposava all’ombra di un grande albero.
Stava controllando se in lontananza c’erano delle prede da poter cacciare, ma in quel momento non vedeva niente di interessante.
Così il pomeriggio passava lento. All’orizzonte non c’era nessuna preda da poter prendere e la pancia iniziava a brontolare dalla fame.

– Forse è meglio se mi sposto da qui e vado a cacciare in un’altra zona – si disse, abbastanza infastidito al pensiero di doversi alzare.
Ma proprio quando ormai aveva deciso di alzarsi ed andare via, ecco un piccolo topolino corrergli proprio davanti alle zampe.

Il leone colse al balzo l’occasione e, con uno scatto felino, bloccò la coda del topino con la zampa.
Il topino, che sperava di non essere visto, iniziò ad urlare disperato quando sentì di essere bloccato.
Il leone già pregustava il piccolo bocconcino come antipasto e si stava leccando i baffi.

Ma il topino, con le lacrime agli occhi iniziò a supplicarlo.
– Non mi mangiare, signor leone, ti prego non mi mangiare!
Il leone sorrise e iniziò a tirare con la zampa il topino verso di sé.
– Non mi mangiare, signor leone – continuò il topino – non ti sazierei che per pochi minuti da tanto sono piccolo.

Il leone pensò che questo era vero: quel topolino gli avrebbe placato la fame giusto per il tempo di alzarsi da lì.
– E poi le mie piccole ossicine rischierebbero di andarti di traverso in gola.
Anche questo era vero, pensò il leone, che smise di trascinare verso di sé il topolino.
– Se mi lascerai andare ti sarò riconoscente per tutta la vita! – disse infine il topo.
Il leone, mosso più dalla fatica di ingoiare quel piccolo pasto che dalla pietà per il topolino, lo lasciò andare.

– Vai topolino, forse un giorno ci rivedremo…
Il topolino ringraziò solennemente con grandi inchini e bacia-zampe, e poi scomparve tra le sterpaglie della foresta.

Il leone si decise infine ad andare in cerca di altre prede. Si incamminò dentro la foresta, ma dopo essere avanzato un po’ ecco che all’improvviso un legaccio fatto di corda lo intrappolò.
Il leone capì subito che quella era la trappola costruita da qualche cacciatore, e sapeva benissimo che da quel tipo di trappole non c’era scampo.

Il leone tirò con tutte le forze per cercare di liberarsi, ma più tirava, più il legaccio gli si stringeva alle zampe e gli faceva male. Dopo molti tentativi il leone si rassegnò, e si mise ad attendere il proprio destino.
Ma ad un tratto sentì qualcosa che stava lavorando sulla corda.
Guardò meglio e si accorse che il topolino di prima stava cercando di tagliare il legaccio con i suoi denti aguzzi.

– Non preoccuparti, signor leone, tra poco sarai di nuovo libero.
Il leone fu sorpreso dal gesto del topolino. Non si sarebbe mai aspettato che un animaletto così piccolo avrebbe potuto salvargli la vita.
– Topolino mio, io ti ho risparmiato la vita, e ora tu salvi la mia, questo ti fa grande onore!
Il topolino intanto lavorava veloce, e in pochi attimi il leone fu libero.

– Signor leone, quando si dà la parola d’onore, la si mantiene!
– Certo topolino mio e io ti ringrazio moltissimo per avermi liberato da questa trappola terribile. Ora siamo pari, e per tutta la vita anche io ti sarò riconoscente.

I due si salutarono, e andarono ognuno per la propria strada.
Ma il leone aveva imparato una lezione importantissima: bisogna essere gentili con tutti, anche con il più piccolo degli esseri viventi, perché l’aiuto più importante della vita potrebbe arrivare proprio da lì.

Morale: anche i più piccoli possono essere di grande aiuto, e chi è grande e forte non deve fare il prepotente.

⚜️ Fine della favola ⚜️

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La volpe e la cicogna 🦊🍲

Chi la fa, l’aspetti, dice il proverbio…

Nella favola della Volpe e della Cicogna, Esopo insegna che chi fa uno scherzo deve essere pronto a riceverne uno in cambio.

Un racconto perfetto per spiegare ai bambini l’importanza della reciprocità e del rispetto, soprattutto se amano fare scherzi ma non gradiscono subirli!


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“La volpe e la cicogna 🦊🍲“

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L’audiofiaba te la racconto io!

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La volpe e la cicogna 🦊🍲


C’erano una volta una Volpe e una Cicogna, che avevano fatto amicizia. La Volpe allora pensò di invitare a pranzo la nuova amica.
Ma quando dovette decidere cosa preparare, la Volpe pensò bene di fare un piccolo scherzetto alla signora Cicogna.

Preparò un succulento brodino di verdure, e lo servì su un un bel piatto di porcellana, con i bordi molto bassi e invitò la Cicogna ad assaggiarlo.

La cicogna, sentito il profumino del brodo, si sedette a tavola e cercò di bere il brodino ancora fumante.
Ma con il suo lungo e appuntito becco la Cicogna non riusciva a bere dal piatto basso che la volpe le aveva preparato.

La Volpe, che si stava divertendo un sacco alle spalle della cicogna, la invitava a bere e faceva finta di non capire coma mai non le piacesse.

La cicogna aveva ben capito lo scherzo della Volpe ma decise di far buon viso a cattivo gioco.
– Scusami signora Volpe, ma oggi non mi sento molto bene, penso tornerò a casa a riposare – disse la cicogna congedandosi dalla volpe.

Qualche giorno dopo fu la cicogna a invitare la Volpe a pranzo.

La cicogna aveva preparato un magnifico piatto a base di pesce ma lo aveva messo in un vaso trasparente dal collo lungo e stretto, dove il suo becco riusciva ad entrare alla perfezione.

Ma il muso della volpe invece era troppo grosso per arrivare fino in fondo, e più la volpe cercava di infilarcelo, più si arrabbiava.

L’odorino invitante del pesce che non avrebbe potuto mangiare, la stava facendo uscire di testa, finché ad un certo punto, stufa di essere presa in giro, sbottò:
– Mi hai ingannata Cicogna mia! Hai messo il cibo in questo vaso dal collo lungo e stretto di proposito per non farmi mangiare! Io me ne vado!

La cicogna guardò la volpe con aria soddisfatta e le rispose:
– Chi la fa, l’aspetti!
E continuò a mangiarsi beata il suo bel pranzetto a base di pesce.

Morale della favola: se prendi in giro qualcuno ricordati che poi prenderanno in giro anche te!

⚜️ Fine della favola ⚜️

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La volpe e l’uva 🦊🍇

La Volpe e l’Uva: la favola di Esopo sul desiderio e il fallimento

La volpe vuole acchiappare l’uva matura sul tralcio, ma non ci riesce.
Alla fine, si convince che non ne valeva la pena.

La favola della Volpe e l’Uva, scritta da Esopo ed arrivata a noi grazie anche a Fedro, insegna ai bambini (e non solo) che non bisogna disprezzare ciò che non si può ottenere.

Accettare i fallimenti con umiltà e migliorarsi è la vera lezione di questa storia senza tempo!


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Guarda la videofiaba

Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da Silvia!

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La volpe e l’uva 🦊🍇


C’era una volta una volpe che vagava tranquilla per il bosco. Aveva appena bevuto ad un ruscello e si stava avventurando in cerca di cibo verso i campi coltivati, appena fuori dal paesello vicino.

Era già mattina inoltrata, e la fame iniziava a farsi sentire con sonori brontolii provenienti dal pancino.
Ad un certo punto, dopo aver camminato per un po’, vide una bella vigna piena di bellissimi grappoli d’uva.

La volpe controllò che non ci fossero pericoli in vista e si avvicinò furtiva ad uno dei grappoli, quello che le sembrava più vicino.
Non c’era nessuno nelle vicinanze. Era il momento perfetto per fare un bel salto e prendersi il grappolo d’uva!

La volpe quindi prese la rincorsa e… hop! Fece un balzo cercando di afferrare coi denti il grappolo, ma niente: non ci arrivò.
La volpe allora prese un po’ più di rincorsa e hop! Fece un altro balzo, ma anche questo non era abbastanza alto per riuscire ad arrivare al grappolo d’uva.
La volpe allora provò a prendere una rincorsa ancora più lunga e hop! Niente, non arrivò a prendere il grappolo d’uva.
Intanto il suo pancino brontolava sempre più dalla fame.

La volpe provò e riprovò. Le mancava sempre un soffio per prendere il grappolo d’uva ma non c’era verso, non riusciva ad arrivarci.
Stremata dalla fatica e dalla fame, la povera volpe guardò se nella vigna c’erano altri grappoli, magari più bassi, da poter prendere. Ma niente, erano tutti più in alto di quel grappolo che lei aveva cercato con tutte le sue forze di acciuffare.

La volpe diede un ultimo lungo sguardo al bel grappolo d’uva che tanto aveva sognato di mangiare, e per non ammettere di non essere riuscita nella sua impresa, si disse:
– Meglio così, tanto di sicuro quel grappolo era ancora acerbo e mangiarlo mi avrebbe solo fatto venire mal di pancia! – anche se sapeva benissimo che non era vero.

Così, sconsolata e ancora più affamata, ritornò con la coda tra le gambe nel suo boschetto. Si mise a caccia di qualcos’altro da mangiare, cercando questa volta di adocchiare qualcosa che avrebbe sicuramente preso.

Morale della favola: è facile e tipico di chi è arrogante disprezzare ciò che non si può avere. Meglio impegnarsi con molta umiltà per ottenerlo o trovare un’altra soluzione.

⚜️ Fine della favola ⚜️

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Il corvo e la volpe 🐦🦊

Scopri la favola che insegna ai bambini a non farsi ingannare dai troppi complimenti!

La favola del Corvo e della Volpe di Esopo insegna un’importante lezione: non bisogna lasciarsi ingannare dalla vanità, perché la furba volpe loda la bellezza del corvo, ma il suo vero obiettivo è rubargli il formaggio!

Un racconto classico che aiuta i bambini a riconoscere i falsi complimenti e a capire chi vuole tendergli un brutto tranello.


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“Il corvo e la volpe 🐦🦊“

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Il corvo e la volpe 🐦🦊


C’era una volta un corvo che, fermo su un ramo, si guardava intorno in cerca di qualcosa da mangiare.
L’occasione arrivò presto.

Non molto lontano, una famigliola stava facendo un bel picnic, e in un angolo, sopra il telo steso a terra, aveva messo un bel cesto pieno di pezzi di formaggio.
Il corvo si lanciò in picchiata, con una rapida mossa prese un pezzo di formaggio e volò via lontano, sopra il ramo di un alto albero. Era tutto contento.

Sotto il ramo dove si era posato il corvo, stava passando una volpe, che notò subito il pezzo di formaggio nel suo becco. Si sedette lì sotto e pensò: “Quanto mi piacerebbe mettere le zampe su quel pezzo di formaggio…”. Ma il corvo era su un ramo troppo alto e lei non ci sarebbe mai arrivata con un salto. Forse, però, poteva farcela usando la sua astuzia. Si sa, le volpi sono molto furbe.

– Buongiorno signor corvo, ma che belle penne che hai! – disse la volpe.
Il corvo, sentendo queste parole, guardò giù e la vide. Conoscendo il tipo, il corvo si fece subito sospettoso. “Come mai la volpe mi fa questi complimenti?” si chiese; ma la volpe continuò:
– Hai anche un gran bel portamento!

Al corvo iniziò a piacere tutta questa adulazione. “Be’, effettivamente ho delle bellissime penne nere” pensò, e iniziò a sbattere le ali per metterle bene in mostra.
– E che bel becco che hai, sembra proprio il becco di un re!
Al corvo non pareva vero di ricevere tanta attenzione. Sentir lodare il suo becco, poi, era una cosa bellissima.

– Se solo potessi sentire una dolce melodia provenire da quel becco… vorrei proprio sentire che meravigliose canzoni puoi cantare… – continuò la volpe con un tono sempre più adulatorio.
Il corvo era al settimo cielo per la felicità. Dopo così tanti complimenti doveva dimostrare alla volpe quanto bravo era nel canto, così aprì il becco e:
– Cra! Cra! Cra!

E mentre il corvo cercava di dare sfoggio delle sue abilità di cantante, il pezzo di formaggio scivolò via dal becco. La volpe, che aspettava lì sotto, aprì la bocca e il formaggio ci finì dritto dritto dentro.

La volpe, tutta contenta per essere riuscita a guadagnarsi il pranzo usando solo la sua astuzia, salutò con la zampa il corvo, ringraziò e se ne andò via per il sentiero del bosco.
Il corvo, poverino, era rimasto con le ali e il becco aperti per la sorpresa. “Dovevo stare più attento” pensò mentre guardava la volpe allontanarsi.

“La prossima volta che qualcuno mi farà così tanti complimenti non mi lascerò ingannare così facilmente. Cercherò di capire se sono complimenti sinceri o se sono solo un modo per ottenere qualcosa da me”. E volò via, in cerca di qualcos’altro da mangiare.

Morale: non bisogna mai fidarsi di chi fa troppi complimenti.

⚜️ Fine della favola ⚜️

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La cicala e la formica 🐜

Mentre la cicala canta e balla, la formica lavora duramente per prepararsi all’inverno.
Chi delle due sarà pronta ad affrontare il freddo?

La favola della Cicala e della Formica, scritta da Esopo e resa celebre da Jean de La Fontaine, insegna ai bambini l’importanza del lavoro e della previdenza.

Un racconto senza tempo che dimostra come l’impegno ripaghi sempre!
Ci piace però citare anche Gianni Rodari, che ha una diversa “visione” della morale della favola:

Chiedo scusa alla favola antica
se non mi piace l’avara formica
io sto dalla parte della cicala
che il più bel canto non vende…
regala!


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“La cicala e la formica 🐜“

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La cicala e la formica 🐜


C’era una volta un’estate calda calda, e una cicala a cui non piaceva né sudare né far fatica. L’unica cosa che le piaceva fare era cantare tutto il giorno.

Sotto il ramo dell’albero dove stava sdraiata comoda la cicala, passava avanti e indietro una formica, tutta indaffarata a portare sulla sua schiena un sacco di cose: pezzetti di cibo, sassolini, legnetti ecc.
La cicala, vedendo quanto era sudata la formica, iniziò a prenderla in giro:
– Vieni quassù con me, signora formica. Fa più fresco e, mentre ti riposi, cantiamo insieme qualche canzone – e, così dicendo, iniziò a cantare.

– Grazie mille per l’invito, signora cicala, ma io sono molto indaffarata a mettere via provviste per l’inverno e a sistemare la mia casetta per proteggermi dal freddo, quando arriverà – e, così dicendo, continuò ad andare avanti e indietro per il prato, indaffarata.
– Ma l’estate è ancora lunga – continuò la cicala – e l’inverno ancora lontano. Non preoccuparti adesso, ci sarà tempo più avanti per mettere via le provviste!

La formica scosse un po’ la testa e continuò imperterrita il suo lavoro, senza più badare alla cicala.
– Fai come vuoi, formica mia. Io intanto mi godo questa meravigliosa giornata standomene qui rilassata a riposare – e la cicala riprese a cantare un’altra canzone.

Ma i giorni e poi i mesi passarono veloci, ed ecco che, puntuale, arrivò l’inverno, col suo freddo e col suo ghiaccio.
La cicala vagava per i campi e i prati arrabattandosi come poteva, recuperando qua e là qualcosa da mangiare e riparandosi dal freddo dove capitava.

Vagando vagando, una sera in cui il buio era sceso molto presto, incontrò una piccola casetta con la finestrella illuminata. La cicala aveva tanta fame e tanto freddo, così bussò alla porta.
La porta si aprì ed uscì la formica. Quella era la sua casetta costruita con fatica durante tutta l’estate, dall’interno si sentiva arrivare un bel calduccio e un odorino di cibo molto invitante.

– Buonasera signora cicala, cosa ti porta qui da me?
– Buonasera signora formica – rispose tutta infreddolita la cicala, tremando nel leggero cappottino che aveva addosso. – Ho freddo, ho fame e non ho un tetto dove passare la notte.

La formica guardò la cicala con compassione.
– Ah signora cicala, come ricordo bene le calde giornate d’estate in cui, mentre io faticavo per metter via provviste e costruirmi una casa, tu, beata sul tuo ramo al fresco e all’ombra, cantavi cantavi e cantavi… Beh, facciamo così: entra, per questa volta ti aiuterò e ti darò da mangiare e un letto per dormire. Tu però prometti che la prossima estate mi aiuterai a far provviste.

La cicala, imparata la lezione, promise che avrebbe fatto la brava e ringraziò di cuore la formica per l’aiuto.

Morale: chi non fa nulla, non ottiene niente, è per questo che bisogna impegnarsi.

⚜️ Fine della favola ⚜️

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Il gigante egoista 😡

Che cos’è che ha portato solo freddo e gelo nel giardino del Gigante?

Chi allontana i bambini dalla propria vita non può fare a meno di sentirsi solo, triste e grigio.
Nel suo cuore non ci sarà più che un inverno freddo e desolato.

Questa fiaba, ispirata al celebre racconto di Oscar Wilde, è stata semplificata per essere facilmente apprezzata anche dai bambini più piccoli.

Noi di fabulinis siamo pienamente d’accordo con l’autore: i bambini, con i loro sorrisi e le loro marachelle, possono darci preoccupazioni, ma sono anche la fonte di luce e felicità nelle nostre vite. Sono la nostra primavera, portando calore, speranza e gioia.


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“Il gigante egoista 😡“

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L’audiofiaba te la racconto io!

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Il gigante egoista 😡


C’era una volta un gigante che era andato a trovare il suo amico orco e insieme avevano deciso di fare un lungo viaggio in giro per il mondo.
La casa del gigante aveva un grande giardino pieno di alberi e fiori, e tutti i bambini del paese, visto che lui non era più lì, avevano iniziato ad andarci a giocare ogni giorno.

Ma, dopo sette lunghi anni, il gigante ritornò. Vedendo tutti quei bambini giocare nel suo giardino, li cacciò via e decise di costruire un muro per impedire che tornassero di nuovo.
Una volta finito il muro, ci mise sopra un gran cartello con scritto “VIETATO ENTRARE” e si chiuse dentro casa.
Era inverno, e finalmente il gigante poteva godersi il suo bel giardino in santa pace e senza tutti gli schiamazzi dei bambini.

I bambini del paese ci rimasero molto male per il gesto egoista del gigante, ma non potevano farci nulla e dovevano trovare altri posti dove giocare. Ma nessun altro giardino era così bello come quello del gigante.

Arrivò la primavera e il gigante ogni giorno controllava che nel suo giardino non ci fossero bambini. Un giorno però si accorse di una cosa strana: fuori dal muro del suo giardino gli alberi e i fiori ricoprivano i prati e riempivano campi, mentre dentro al suo giardino pareva ancora inverno con ghiaccio e neve ovunque…

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Giovannin senza paura 😱

Nel cuore di un paese avvolto dal silenzio delle leggende, esiste una storia che pochi osano raccontare…

Parlano di un ragazzo strano, diverso dagli altri, che non conosceva il significato di quella parola che fa tremare tutti: la paura.

Ma cosa nasconde davvero questa mancanza di paura? E fino a dove lo avrebbe portato la sua ricerca?

Nelle ombre di un castello abbandonato, tra corridoi infestati e segreti sepolti, lo attende un destino che nessuno avrebbe mai immaginato…

Questa è una fiaba popolare di origine incerta, ma molto conosciuta sia Nel Friuli Venezia Giulia che nelle Marche


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“Giovannin senza paura 😱“

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Giovannin senza paura 😱


C’era una volta un ragazzo di nome Giovannino, che in tutto il paese veniva sempre preso in giro perché sembrava non stupirsi mai di nulla, sembrava non avesse mai paura di niente.E non è che fosse coraggioso, tutt’altro, Giovannino proprio non riusciva a capire cosa fosse la paura. Tutti i suoi amici gli parlavano di “brividi”, “pelle d’oca” e “tremiti”, ma Giovannino non riusciva ad avere nè brividi, nè pelle d’oca nè tantomeno tremiti…

Un giorno, stufo di essere preso sempre in giro, Giovannino disse a tutti quanti che sarebbe partito per un lungo viaggio:
– Vado per il mondo a cercare la paura, prima o poi la troverò!
Tra le risa generali, Giovannino fece fagotto e partì.

Camminò tutto il giorno e, quando fu ormai sera, giunse ad una locanda dove chiese di pernottare.
– Purtroppo non abbiamo nessuna camera libera per stanotte – gli disse l’oste.
– Non c’è problema – rispose Giovannino – tanto io non ho paura di dormire all’aperto… anzi, lei mi sa spiegare cos’è la paura?
L’oste, sorpreso da una domanda del genere, gli rispose – Se non hai paura, perché non vai a dormire al castello abbandonato che c’è sulla collina del paese?! Lì imparerai sicuramente cos’è la paura!– Va bene, ci vado! – rispose noncurante Giovannino.

L’oste, vedendo che non scherzava, lo avvertì – Guarda che nessuno è mai uscito vivo da quel castello…
– Non si preoccupi, anzi mi dia una salsiccia da mangiare e del buon vino da bere! – gli disse Giovannino, che dopo aver preso salsiccia e vino dall’oste si incamminò verso il castello.

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Alì Babà e i 40 ladroni 🪙

Alì Babà e i quaranta ladroni: quando l’astuzia vale più dell’oro

Scopri una delle storie più amate delle Mille e una notte, dove un umile taglialegna scopre il segreto di un tesoro nascosto tra le montagne.

La magica formula “Apriti Sesamo” spalanca le porte di una grotta colma di ricchezze, custodita da una temibile banda di ladroni.

Tra inganni, pericoli e colpi di scena, Alì Babà e la fedele Morgiana dovranno usare tutto il loro ingegno per sopravvivere alla vendetta dei quaranta briganti, e conquistare una fortuna insperata.


Alla fine del racconto troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di Alì Babà e i 40 ladroni 🪙!

Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da William!

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Alì Babà e i 40 ladroni 🪙


C’era una volta Alì Babà, un umile ed onesto taglialegna, che viveva con sua moglie in una piccola casetta vicino al bosco dove lavorava.
Alì Babà aveva un fratello maggiore di nome Cassim, che invece era riuscito a sposare la bella figlia di un ricco mercante e viveva nel lusso.

Un giorno, come sempre, Alì Babà prese il suo asinello e lo condusse nel bosco per raccogliere la legna. Mentre era intento nel suo lavoro sentì da lontano lo scalpiccio di molti cavalli correre al trotto.

Incuriosito da quel trambusto, scorse attraverso la vegetazione, ben 40 ladroni tutti armati fino ai denti e con le bisacce piene d’oro. Li vide fermarsi di colpo davanti ad una roccia sul costone della montagna, Alì Babà colto di sorpresa ed impaurito si nascose ben bene per non essere visto.

Uno dei ladroni, probabilmente il capo, a quel punto disse:
– Apriti sesamo! – e come per magia dalla roccia apparve una grande apertura dove tutti i ladroni entrarono con i cavalli. Non appena anche l’ultimo ladrone fu entrato, l’apertura si richiuse immediatamente.

“Ma che magia è mai questa?!” si chiese sbalordito e incredulo Alì Babà. Così rimase in silenzio per vedere cosa sarebbe successo.

Non dovette aspettare molto perché, poco dopo, l’apertura nella roccia si riaprì di nuovo e da lì uscirono al galoppo tutti i ladroni.
Per ultimo uscì il loro capo, che pronunciò le parole – chiuditi sesamo! – e l’apertura nella roccia si richiuse, dopodichè sparì anche lui insieme agli altri tra le sabbie del deserto.

Alì Babà pensò che fosse meglio farsi gli affari propri e riprendere il lavoro interrotto, ma la curiosità di vedere cosa ci fosse dentro la grotta era talmente tanta che, dopo un paio d’ore, si fece coraggio e decise di entrare.

Si accertò che non ci fossero ladroni nei paraggi e si mise di fronte alla grande roccia, poi con un filo di voce pronunciò:
– Apriti sesamo… – e magicamente la roccia si aprì.
Con le gambe che quasi gli tremavano, Alì Babà entrò nella grotta portandosi dietro il suo asinello. Gli occhi di Alì Babà facevano fatica a credere a tutte le ricchezze che vedeva: ori, gioielli, monete d’oro e manufatti antichi!

Quello doveva essere il covo dove la banda di ladroni accatastava tutto ciò che rubava.

Senza pensarci due volte iniziò a caricare il suo asinello prendendo tutto quello che poteva dei tesori custoditi nella grotta. Quando le bisacce furono piene uscì e disse:
– Chiuditi sesamo! – e la roccia si richiuse.

Tornato a casa sua moglie pensò che Alì Babà avesse rubato tutto, ma lui le spiegò cosa era successo e come aveva recuperato tutto quell’oro.
Da quel giorno anche Alì Babà iniziò a fare una bella vita, agiata e piena di comodità.

Quel cambio repentino di stile di vita fu notato anche da suo fratello Cassim, che curioso ed invidioso, volle capire a tutti i costi come aveva fatto Alì Babà a diventare d’improvviso così ricco.

Alì Babà, che era una persona buona e onesta, raccontò serenamente tutta la sua avventura, anche di come per entrare nella caverna del tesoro bastasse pronunciare la frase “apriti sesamo”.
Cassim, che sul momento non credette alla storia di Alì Babà, preso dall’avidità e dall’invidia, corse sul posto indicatogli dal fratello.

Non appena riuscì a trovare la grotta, subito cercò di entrarvi.
– Apriti sesamo! – disse Cassim, e la grotta si aprì.
Quando vide tutti i tesori custoditi nella grotta Cassim pensò che Alì Babà era stato veramente un sempliciotto a rivelargli la verità: ora tutto quell’oro sarebbe stato suo!

Tutti quei tesori fecero perdere la testa a Cassim, che riempiti due sacchi di oro e pietre preziose uscì dalla caverna, poi cercò di pronunciare la formula per farla richiudere ma… Alì Babà non gliela aveva detta!

In quel momento vide i 40 ladroni arrivare al galoppo verso di lui, Cassim si sentì spacciato, lasciò cadere i sacchi colmi d’oro e tentò la fuga, ma i ladroni lo catturarono e lo passarono a fil di spada.

Il capo dei ladroni capì che il loro covo non era più al sicuro, ma voleva sapere se ci fosse qualcun’altro a conoscenza della grotta.
– Portiamo dentro il corpo di quest’uomo, se qualcun’altro conosce il nostro segreto verrà a prenderlo e lo porterà via… – disse il capo, poi chiuse la grotta e se ne andarono via nel deserto.

La moglie di Cassim, difatti, non vedendolo rincasare corse da Alì Babà a chiedere sue notizie. Alì Babà capì che Cassim era andato alla grotta e vi si recò immediatamente anche lui. La aprì e vide il corpo del fratello ormai senza vita.

Piangendo lo avvolse in una stoffa e lo riportò a casa. Ad aspettarlo vi era la domestica Morgiana, una ragazza molto intelligente, che, quando vide le ferite di spada sul corpo di Cassim, capì che avrebbero dovuto inventarsi qualcosa per nascondere l’accaduto alle persone del paese.

Allora si accordarono nel dire che Cassim era stato colto da malore ed era in fin di vita, e dopo due giorni dissero che infine era morto.

Bisognava però fare a Cassim un abito per il funerale, ma se il sarto avesse visto le ferite avrebbe sicuramente sospettato di qualcosa. Così Morgiana trovò un sarto molto abile, che si vantava di poter fare vestiti anche da bendato!

Questo sarto accettò, per una bella somma di denaro, di arrivare bendato alla casa di Cassim e prendere le misure per l’abito, senza mai togliere la benda dagli occhi.

Intanto i 40 ladroni erano tornati alla grotta e, non vedendo più traccia del corpo di Cassim, il loro capo constatò con soddisfazione che aveva avuto ragione: c’era ancora in giro qualcuno che conosceva il loro segreto.
– Ci sarà un funerale in questi giorni giù al paese… – disse ai suoi uomini, e decise di indagare e scoprire di chi fosse.

Il capo dei ladroni, astutamente, cercò tra i sarti del paese chi avesse fatto il vestito per il funerale. Il sarto gli disse che non sapeva chi fosse la persona a cui aveva fatto il vestito, perché era stato portato alla sua casa bendato, ma avrebbe potuto rifare il percorso a memoria.
Allora il ladrone lo bendò e si fece portare alla casa di Cassim, dove fece un segno sulla porta per poterla riconoscere anche di notte, poi se ne andò con un piano in mente.

Di ritorno da alcune commissioni Morgiana si accorse dello strano segno sulla porta di casa e cercò di cancellarlo, qualcosa le diceva che quel segno non era di buon augurio, ma aveva altro a cui pensare ed entrò.

Poco dopo un mercante passò di lì con 40 orci di terracotta pieni di olio dicendo a gran voce che erano olio di prima scelta. Morgiana, che doveva preparare il rinfresco per il funerale, non si fece scappare l’occasione e li comprò tutti, invitando lo stesso mercante a riposarsi e rifocillarsi al rinfresco.

In realtà solo in uno degli orci che il mercante fece vedere a Morgiana c’era dell’olio. In tutti gli altri stavano nascosti i ladroni pronti ad uscire al segnale convenuto del mercante (che in realtà era il loro capo) per uccidere Alì Babà e tutta la sua famiglia.

Giunta la sera, quando il rinfresco del funerale era quasi finito, Morgiana vide il mercante che faceva degli strani movimenti alzando e richiudendo i vari coperchi degli orci, incuriosita ne aprì uno anche lei, e subito sentì da dentro una voce roca che chiedeva “è ora?”.

Morgiana capì il pericolo che stavano per correre e, dopo aver risposto al ladrone dentro l’orcio “non ancora”, lo sigillò subito con le corde, e così fece anche con tutti gli altri orci.

Poi prese il vino, si vestì per la danza del ventre e iniziò a danzare davanti al mercante, offrendogli continuamente vino fino a farlo ubriacare e svenire dal sonno. Appena il ladrone perse i sensi lo legò come un salame e subito corse ad avvertire Alì Babà.

Alì Babà fu molto sorpreso di ritrovarsi i 40 ladroni in casa, ma grazie all’intuito e al coraggio di Morgiana, la loro vita era salva.
I ladroni furono così portati via e messi in carcere.

Alì Babà, per ringraziare Morgiana, le diede molte delle ricchezze che ancora si trovavano dentro la grotta, e per tutto il resto della sua vita Alì Babà usò quei tesori per aiutare gli altri, facendosi così amare e rispettare da tutte le persone del suo paese.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Il pesciolino d’oro 🐟

Chi troppo vuole, nulla stringe! Dice il proverbio…

Il pesciolino d’oro è una fiaba di origini russe trascritta originariamente da Aleksandr Pushkin, e ci insegna ad essere contenti di ciò che si ha anche se si tratta di una vita povera e tranquilla, perché ad esagerare con le richieste spesso si rischia di rimanere solo con un pugno di mosche in mano.

Un avvertimento importante per i bimbi che magari fanno troppi capricci…


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“Il pesciolino d’oro 🐟“

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L’audiofiaba te la racconto io!

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Il pesciolino d’oro 🐟


Ivan era un vecchio pescatore che viveva in una capanna vicino al mare, con sua moglie. Ogni giorno andava a pescare, mentre la moglie restava a casa a filare la lana e fare tutte le faccende domestiche.

Un giorno, però, la pesca andò peggio del solito. Al primo tentativo trovò nella rete solo uno scarpone rotto, al secondo un po’ di fango. Al terzo c’era un unico pesce.
“Meglio che niente” pensò Ivan.
Guardandolo meglio, però, si accorse che quello era un pesce veramente strano, diverso da quelli che aveva sempre visto: era tutto dorato.

Stava cercando di liberarlo dalla rete quando sentì una voce dire: – Se mi lasci andare esaudirò ogni tuo desiderio.
Ivan si guardò intorno, cercando di capire chi avesse parlato, ma non vide nessuno. Allora tornò a girarsi verso il pesce, il quale ripeté – Se mi lasci andare esaudirò ogni tuo desiderio.
Ivan sobbalzò: un pesce parlante non l’aveva davvero mai visto!

Un po’ confuso riuscì solo a dire: – Non mi serve niente, caro pesciolino. Io e mia moglie stiamo bene così. Ti lascio andare senza chiederti in cambio niente.
Il pesce d’oro si rituffò in acqua con un gran salto, ma mentre si allontanava gridò al pescatore: – Grazie, Ivan, non dimenticherò il tuo gesto. Se ti dovesse servire qualcosa, devi solo venire a chiamarmi.

Ivan tornò a casa e raccontò alla moglie l’incontro insolito.
Quella, dopo averlo ascoltato, si arrabbiò moltissimo e lo sgridò: – Non hai chiesto niente? Guarda la nostra casa, è una capanna! Potevi almeno chiedere che fosse trasformata in una casetta di mattoni con dentro il camino. Torna al mare, chiama il pesce e chiedigli questo favore!

Ivan era frastornato: lui pensava di aver fatto una bella cosa a liberare il pesce, ma la moglie forse aveva ragione a volere una casa fatta di mattoni. Così andò a chiamare il pesce d’oro.
– Ciao pesciolino, scusa se ti disturbo, ma mia moglie vorrebbe una casetta di mattoni con dentro il camino. E’ troppo tardi per chiederti di esaudire questo desiderio?
– Non c’è problema, Ivan, quando arriverai a casa sarà tutto come chiedi.
Gli fece l’occhiolino e scomparve in mare con un tuffo.

Ivan tornò dalla moglie e trovò davvero una graziosa casa di mattoni.
Era tutto contento, ma pochi giorni dopo la moglie cominciò a lamentarsi: – Già che c’eri potevi chiedere di farci diventare dei nobili. Io sono stanca di essere la moglie di un povero pescatore, mi merito molto di più.
Ivan, pur di farla contenta, tornò a chiamare il pesce.

– Ciao pesciolino, scusami se torno di nuovo a disturbarti. Mia moglie vorrebbe essere una nobildonna, è troppo tardi per chiederti anche questo favore?
– Non c’è problema, Ivan, quando arriverai a casa sarà tutto come chiedi.
Gli fece l’occhiolino e scomparve in mare con un tuffo.

Una grossa sorpresa aspettava Ivan al suo ritorno a casa: la casetta di mattoni non c’era più, al suo posto c’era un palazzo e sua moglie, vestita tutta elegante, lo aspettava insieme a servi e maggiordomi.
Ivan era contento e voleva abbracciarla, ma lei lo cacciò via e lo fece mandare in cucina a pelare patate.

I giorni passavano, finché la moglie capricciosa non lo fece chiamare e gli disse:
– Devo assolutamente diventare regina. Non sopporto di essere una nobile qualunque, voglio che tutto il popolo si inchini quando passo per la strada, voglio viaggiare in carrozze con cavalli e partecipare a feste con tutti i sovrani d’Europa.
– Ma, cara, non stai forse esagerando? Non eri felice quando vivevamo nella nostra capanna? In fondo non ci è mai mancato nulla…
–Zitto! – gridò lei. – Sono sicura che sarei un’ottima regina, perciò vai dal pesce e digli di esaudire questo mio desiderio.

Ivan era davvero perplesso, sua moglie stava esagerando secondo lui. Ma le voleva molto bene e tornò quindi a chiamare il pesce.
– Ciao pesciolino, scusami se torno di nuovo a disturbarti, ma mia moglie adesso vuole essere regina. Io gliel’ho detto che sta esagerando, ma lei è sicura che sia la cosa migliore…
– Davvero vuole essere regina? Non è un capriccio troppo grosso? – chiese il pesce.
– Secondo me sì, ma le voglio molto bene, perciò ti chiedo: è troppo tardi per esaudire anche questo desiderio?
– Non c’è problema, Ivan, quando arriverai a casa sarà tutto come chiedi. Però avvisala: se solo proverà a desiderare qualcosa di ancora più grande, si ritroverà in un batter d’occhio al punto di partenza, cioè nella capanna sulla spiaggia. Dille di fare attenzione…
Così detto, il pesce gli fece l’occhiolino e scomparve nel mare con un tuffo.

Ivan questa volta trovò un castello al posto del palazzo. Servitori e dame di compagnia giravano dappertutto e lui non trovava il modo di parlare con sua moglie.
Lei era sempre troppo impegnata in feste e ricevimenti o in passeggiate a cavallo o in riunioni importanti riguardo le sorti del paese, e lo cacciava sempre via. Finalmente Ivan riuscì a riferirle l’avvertimento del pesce, ma lei lo liquidò con un – Sì, sì, figurati se è vero… – e tornò alla sua vita di regina, ogni giorno più capricciosa.

Finché un giorno lo mandò a chiamare e gli disse: – E’ ora che io sia imperatrice. Il mondo intero deve sapere che donna importante sono e mi deve rendere omaggio…
Ma non fece in tempo a finire la frase che… puff!
Tutto era scomparso e i due erano di nuovo nella capanna sulla spiaggia, con dentro solo le reti da pesca di Ivan e il pentolone per cucinare la minestra.

La moglie di Ivan andò su tutte le furie, già si immaginava imperatrice e invece era di nuovo la moglie di un povero pescatore. Piano piano, però, la rabbia le passò, capì di aver veramente esagerato e tornò alle sue normali faccende domestiche.

Ivan andò in riva al mare e ringraziò il pesce per avergli ridato la sua vita, povera ma tranquilla.
Il pesce non si avvicinò, ma da lontano gli gridò: – Hai visto? Tutto si è sistemato!
Gli fece l’occhiolino e scomparve nel mare con un tuffo.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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I giorni della merla 🐦‍⬛

I giorni più freddi di gennaio e la leggenda della merla

In molte regioni d’Italia, gli ultimi tre giorni di gennaio sono conosciuti come i “giorni della merla”.

Si racconta che siano i più freddi dell’anno, e proprio da questa credenza popolare nasce una leggenda antica, tramandata di generazione in generazione, che spiega l’origine del piumaggio nero dei merli.

Questa fiaba, ispirata alla tradizione, ci porta in un piccolo borgo di tanto tempo fa, dove l’inverno più rigido di sempre cambiò per sempre la storia di una piccola e coraggiosa merla.


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Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da Silvia!

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I giorni della merla 🐦‍⬛



Tanto tempo fa, in un piccolo borgo nascosto tra le colline, viveva una merla dal piumaggio candido come la neve. Tutti la chiamavano Bianca, e il suo canto era così dolce da incantare chiunque lo ascoltasse. Ma quell’anno il freddo dell’inverno era arrivato prima del previsto, e iniziò a nevicare così tanto che sembrava non voler smettere mai.

Bianca osservava il cielo grigio dal suo nido su un vecchio albero e si chiedeva perché l’inverno fosse diventato così rigido. I suoi amici uccelli, che una volta riempivano il bosco di canti, erano partiti verso terre più calde. Ma lei, ostinata e curiosa, non voleva andarsene senza capire il mistero di quel gelo incessante.

“Forse qualcuno ha rubato il calore del sole…” pensava Bianca, mentre il vento freddo le scompigliava le piume. Decise quindi che avrebbe cercato di scoprire la verità.

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Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

Pierino e il lupo 👦🐺

Pierino non ha paura del lupo, ma doverlo affrontare per davvero è per lui una grande impresa!

Il villaggio ai margini del grande bosco era tranquillo, ma per Pierino, ogni giorno era un invito a scoprire ciò che si nascondeva tra gli alberi.

Nonostante gli avvertimenti del nonno sul pericoloso lupo, il ragazzo non riusciva a resistere al richiamo dell’avventura.

Cosa poteva esserci di così spaventoso in un lupo? Con il suo coraggio e la curiosità, Pierino era pronto a scoprirlo.

Quella mattina, il grande bosco stava per offrirgli una avventura indimenticabile.


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“Pierino e il lupo 👦🐺“

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Pierino e il lupo 👦🐺



C’era una volta un villaggio tranquillo ai margini di un grande bosco, lì viveva Pierino, un bambino vivace e curioso, che amava esplorare la natura e osservare gli animali.

Pierino viveva con il nonno taglialegna, un uomo burbero ma affettuoso. A Pierino piaceva aiutare il nonno nei suoi lavori quotidiani, e la sera, quando si riposavano davanti al fuoco del camino, il nonno gli raccontava sempre delle storie.

Soprattutto il nonno si raccomandava sempre che Pierino non si allontanasse troppo da casa perché era inverno e, nel bosco lì intorno, c’era un lupo affamato!
– Ma io non ho paura del lupo! – esclamava Pierino.
Il nonno sorrideva, gli accarezzava la testa e gli dava il bacio della buona notte visto che era ora di andare a dormire.

Pierino però, con la sua testa piena di sogni, trovava quel divieto irresistibile. Ogni volta che sentiva il nonno parlare del lupo, la sua immaginazione si popolava di scene eroiche in cui, con coraggio e astuzia, lo affrontava e salvava l’intero villaggio.

Una mattina il sole brillava alto nel cielo, Pierino decise di portare il suo amico uccellino a fare un giro nel prato vicino al bosco. L’uccellino, leggero e vivace, cinguettava felice sopra la testa del ragazzo.
– Non ci addentreremo troppo nel bosco – promise Pierino al nonno, anche se già si immaginava di esplorare qualche angolo remoto e nascosto, per scoprire qualcosa di nuovo.

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La storia della Befana 🧹

Scopri come una vecchina diventerà la cara Befana che vola nei cieli per l’epifania

Avete mai sentito parlare della Befana? Prima di diventare leggenda, era una vecchina solitaria, con una scopa sempre in mano e una casa nascosta tra colline innevate.

Una notte d’inverno, sotto un cielo punteggiato di stelle, tre misteriosi viaggiatori bussarono alla sua porta, chiedendo aiuto per trovare una strada.

C’era una stella speciale che brillava nel cielo, una luce che sembrava chiamare chiunque avesse il coraggio di seguirla. Ma la vecchina, quella notte, fece una scelta che avrebbe cambiato la sua vita per sempre.

Come finisce la sua storia? Solo chi sa ascoltare la magia di una notte di gennaio può scoprirlo…


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“La storia della Befana 🧹“

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La storia della Befana 🧹


C’era una volta, in un piccolo villaggio abbracciato dal vento d’inverno, una vecchina che tutti chiamavano Bef. La sua casetta di pietra, sormontata da un comignolo perennemente fumante, era semplice e solitaria, come lei.

Ogni giorno spazzava e ancora spazzava il pavimento, come se volesse cancellare qualche traccia invisibile, qualche peso che non aveva il coraggio di confessare nemmeno a sé stessa.

La sera di una gelida notte di gennaio, mentre la luna si nascondeva dietro le nuvole, tre uomini misteriosi bussarono alla sua porta. I loro mantelli brillavano come tessuti di stelle, e i loro visi emanavano un’aura di pace e mistero.

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Il Natale di Tilly 🐦

Può un pettirosso dischiudere la generosità che alberga in ogni cuore?

In una fredda vigilia di Natale, una bambina povera ma dal cuore d’oro incontra un piccolo pettirosso ferito.

Cosa succederà quando l’innocente compassione di Tilly risveglia un “cuore” che si aggira silenzioso nell’ombra tra la neve?

Un racconto di Louise May Alcott che parla di di generosità, speranza e un miracolo natalizio che nessuno si aspettava. Rielaborato per tutti i bambini da fabulinis.


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“Il Natale di Tilly 🐦“

aspetta solo di essere ascoltata!
L’audiofiaba te la racconto io!

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Il Natale di Tilly 🐦


– Sono così felice! Domani è Natale e avrò un sacco di regali! – disse Kate.
– Anche io sono felice, anche se per regalo mi aspetto solo un paio di guanti – disse Bessy.
– E lo sono anch’io, anche se penso che non avrò nessun regalo… – disse Tilly.

Le tre amiche tornavano a casa da scuola e, mentre Tilly parlava, le altre due la guardavano con una certa sorpresa, perché era allegra, e si chiedevano come mai potesse essere felice quando era così povera da sapere che non avrebbe ricevuto regali a Natale.

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La bella addormentata nel bosco 👸 favola della buonanotte breve 🤏

Un Sortilegio lungo 100 anni

In un regno nascosto da fitte foreste e leggende dimenticate, un destino segnato da una maledizione attende di essere svelato.

Un’antica profezia parla di una principessa condannata a un sonno eterno da un potere oscuro guidato dall’invidia.

Ma un principe avrebbe infranto l’incantesimo, riportando alla vita un intero mondo dimenticato dai secoli.


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Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da Silvia!

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La bella addormentata nel bosco 👸 favola della buonanotte breve 🤏



C’erano una volta un re e una regina che ebbero una bambina, la chiamarono Aurora.
Alla festa per il suo battesimo invitarono le fate del bosco, e Aurora ricevette in dono da loro tante doti meravigliose.

Purtroppo, però, dimenticarono di invitare la fata più anziana del regno, allora lei, arrabbiatissima e offesa, si presentò alla festa e lanciò una maledizione su Aurora:
– Tutti i doni ricevuti non ti serviranno: prima del tuo diciottesimo compleanno, ti pungerai con l’ago di un fuso e morirai.

E la fata svanì, lasciando il palazzo nello scompiglio.

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L’uccellino sopra il pino 🐦🌲

Il Segreto del Pin: un tesoro nascosto nelle pigne

Tra i rami di un maestoso pino, si nasconde un segreto che solo i più saggi sanno riconoscere.

Un tesoro prezioso, celato dietro una corazza di legno, attende di essere scoperto da chi ha la pazienza di guardare oltre l’apparenza.

Il destino ha in serbo una profonda lezione per l’uccellino, mentre un bambino curioso scoprirà che i veri tesori si rivelano solo a chi sa aspettare, osservare e comprendere la vera natura delle cose.


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Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da Silvia!

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L’uccellino sopra il pino 🐦🌲


C’era una volta un uccellino che, dopo aver volato tutto il giorno, decise di prendersi una piccola pausa. Andò così a riposarsi sopra il ramo di un pino.
L’uccellino, che era ancora giovane ed inesperto, vide sui rami delle belle pigne e pensò che fossero i frutti dell’albero.

– Adesso mi faccio una scorpacciata di questi frutti! – disse. Prese una pigna nel becco e cominciò a masticarla, ma con sua grande sorpresa non ne riusciva a mangiare nemmeno un pezzettino.
– Com’è possibile che questo frutto abbia un gusto così simile al legno?! – si chiese perplesso l’uccellino, e ci riprovò.

Ma niente, il gusto di quelle pigne era veramente amaro e legnoso, per non parlare poi di quanto fossero dure.
– Hai dei frutti molto belli albero mio, ma sono disgustosi e duri come la pietra!
Il pino che fino a quel momento era stato calmo e buono, sentendo quelle parole si arrabbiò molto. Iniziò a scuotersi così forte che l’uccellino per la paura si alzò in volo.

– Le mie pigne non sono fatte per essere mangiate – disse allora il pino – ma al loro interno contengono un gran tesoro.
– Sarà – ribatté l’uccellino che stava volando in cerchio sopra l’albero – ma a me non piacciono, tientele pure! – e volò via.
Il pino un po’ risentito, ma sollevato dal fatto che il piccolo e insolente uccellino fosse andato via, si rimise a godersi sereno la giornata.

Poco dopo sotto i rami del pino passò un bambino, che notò subito un sacco di pigne cadute per terra.
Quando il pino aveva fatto scappare l’uccellino, aveva fatto cadere anche molte delle sue pigne.
Il bambino si chinò a raccoglierle, e da alcune uscirono i pinoli, i semi contenuti nelle pigne.

– Quanti pinoli! – esclamò il bambino – la mamma ci potrà fare una torta buonissima! – e ne raccolse più che poteva.
Il pino guardò felice la scena e pensò che il bambino aveva compreso bene il valore delle sue pigne.

E fu così che l’uccellino se ne andò via a stomaco vuoto ed il bambino si riempì la pancia con la squisita torta ai pinoli fatta dalla sua mamma.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Rapunzel 👸💈🤴 favola della buonanotte breve 🤏

Rapunzel: La fanciulla dai lunghi capelli d’oro prigioniera nella torre misteriosa

In un’epoca lontana, nasce una storia che inizia con un semplice desiderio e si trasforma in una delle fiabe più enigmatiche mai raccontate.

Tra le alte mura di un giardino incantato custodito da una strega, cresceva una giovane fanciulla dai capelli d’oro così lunghi da sfidare l’immaginazione. Il suo canto melanconico echeggiava attraverso le terre circostanti, attirando l’attenzione di chi si avvicinava alla sua prigione di pietra.

Solo il vento porta il suono di una speranza lontana, che prenderà forma quando un giovane principe scoprirà il segreto della torre. Ma il loro amore sarà abbastanza forte per sconfiggere l’oscurità?


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Rapunzel 👸💈🤴 favola della buonanotte breve 🤏



C’era una volta una coppia di giovani sposi, che aspettavano un figlio ma avevano avuto la sfortuna di prender casa vicino alle alte mura della dimora di Dama Gothel, una strega che tutti credevano morta.

Il marito cercava di soddisfare tutte le “voglie” della moglie, e un giorno la donna vide nel giardino della strega dei bellissimi raperonzoli, i fiori a forma di campanula dal colore violetto, e se ne innamorò.

Così pregò il marito di andare a prenderle un mazzetto.

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La principessa sul pisello 👸 favola della buonanotte breve 🤏

La principessa che non riusciva a dormire…

Un principe dall’animo ribelle sfida le convenzioni matrimoniali con continue astuzie che sembrano insormontabili. Ma il destino aveva in serbo per lui una sorpresa che nessuno avrebbe potuto prevedere.

Una misteriosa fanciulla coperta di fango ma avvolta in un’aura di enigmatico fascino,, arriverà al castello in una notte buia e tempestosa, e cambierà ogni cosa.

Un semplice stratagemma rivelerà non solo la vera natura di una principessa, ma anche il cuore di un principe restio all’amore.


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La principessa sul pisello 👸 favola della buonanotte breve 🤏



C’era una volta il principe Ilario, spirito libero e selvaggio, a cui piaceva sempre andare in giro per il mondo, far festa e divertirsi.

Sua madre la regina però gli ordinò di sposare una bella principessa.
Ilario accettò ma, per allontanare il più possibile il giorno delle nozze, pose una condizione: doveva essere la principessa più principesca tra le principesse.

La regina dovette accettare la richiesta, e indisse il bando reale in cui annunciava la ricerca della futura sposa.

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La guardiana delle oche 🦆 favola della buonanotte breve 🤏

La Guardiana delle Oche: una storia di coraggio, magia e giustizia

In un regno lontano, dove la magia si intreccia con il destino, la principessa Caterina viene tradita ma, con l’aiuto di un cavallo parlante di nome Falada, affronterà con dignità e coraggio un terribile inganno.

Una fiaba che ci insegna come la verità, per quanto nascosta, trova sempre il modo di venire alla luce, e come la bontà d’animo possa resistere anche nelle situazioni più difficili.

La storia della principessa Caterina è un racconto che unisce elementi magici alla saggezza di un Re osservatore, dove l’umiltà e la pazienza trionfano sull’arroganza e la disonestà.


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La guardiana delle oche 🦆 favola della buonanotte breve 🤏



C’era una volta una Regina che aveva una bella figlia, Caterina, che venne promessa in sposa ad un principe di un paese lontano.
La Regina, per accompagnarla nel lungo viaggio, la affidò ad una delle sue più fidate domestiche.

Ad entrambe diede un cavallo, ma quello di Caterina era speciale, si chiamava Falada e sapeva parlare.

La Principessa e la domestica si misero in viaggio.

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La Bella e la Bestia 👧🦁 favola della buonanotte breve 🤏

La Bella e la Bestia: Un Segreto tra Bellezza e Oscurità

In un castello oscuro e incantato, una ragazza scopre che dietro l’aspetto mostruoso della Bestia si cela un’anima gentile e un mistero profondo.

La fiaba della Bella e la Bestia è una storia di coraggio, amore e magia, che svela come la vera bellezza risieda nel cuore e non nelle apparenze.

Ma quale segreto si cela dietro l’incantesimo della Bestia?

Questa è la nostra versione breve e semplificata del racconto, adatta anche ai più piccoli! (O a quando siete molto stanchi…)


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Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

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La Bella e la Bestia 👧🦁 favola della buonanotte breve 🤏



C’era una volta un mercante, caduto in disgrazia insieme alla figlia dolce e gentile che si chiamava Bella.
Un giorno il mercante decise di andare a tentar fortuna in una lontana città. Prima di partire chiese a Bella cosa volesse per regalo di ritorno dal suo viaggio.

Lei rispose che le bastava un fiore, magari una rosa.

Il padre commosso partì, ma non riuscì a combinare nessun affare. Riprese quindi il cammino verso casa ancora più povero di prima.

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Il pifferaio magico 🎼 favola della buonanotte breve 🤏

Il Pifferaio di Hamelin: una melodia che incanta anche i bambini

In un villaggio afflitto da una terribile invasione di topi, uno straniero misterioso con un piffero magico si offre di liberare Hamelin.

La sua musica incanta i topi e risolve il problema, ma il borgomastro ingrato lo caccia via, sottovalutano il potere del pifferaio.

Una fiaba misteriosa, che mette in guardia dal non mantenere le promesse fatte.

Questa è la nostra versione breve e semplificata del racconto, adatta anche ai più piccoli! (O a quando siete molto stanchi…)


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Il pifferaio magico 🎼 favola della buonanotte breve 🤏



C’era una volta la cittadina di Hamelin che era stata infestata dai topi.

Gli abitanti erano disperati, avevano ormai provato di tutto ma senza mai riuscire a cacciarli via.

Il borgomastro della città decise allora di proclamare un bando ricompensando con 100 monete d’oro chiunque fosse stato in grado di liberare Hamelin dai topi.

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Il Gatto con gli stivali 🐈👢 favola della buonanotte breve 🤏

Con l’astuzia spesso si riesce a cambiare il destino

Un semplice gatto che si rivela molto più di quanto sembri.

Con un paio di stivali e un piano straordinario, trasforma l’ordinario in qualcosa di magico.

Ma quali segreti si celano dietro lo sguardo penetrante del Gatto con gli Stivali? Scoprite una fiaba che mescola mistero, ingegno e il potere delle apparenze.

Questa è la nostra versione breve e semplificata del racconto, adatta anche ai più piccoli! (O a quando siete molto stanchi…)


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Il Gatto con gli stivali 🐈👢 favola della buonanotte breve 🤏



C’era una volta Marcello, il cui migliore amico era un gatto, ma non un gatto qualunque: quello era un “Gatto con gli Stivali”.
Il gatto si era sempre dimostrato molto furbo e felice di aiutare Marcello quando era in difficoltà.

Un giorno parteciparono alla festa del paese, dove Marcello conobbe Sandra, la figlia del ricco Signorotto del posto.

I due si trovarono subito simpatici, ma il padre di Sandra non voleva che la figlia avesse amici tra gli abitanti del paese, da lui ritenuti dei sempliciotti.

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Cenerentola 👠 favola della buonanotte breve 🤏

Cenerentola: il Sogno che diventa realtà

Cenerentola è la storia di una ragazza che, nonostante le difficoltà e le ingiustizie, riesce a trovare il suo lieto fine grazie alla forza della gentilezza e un pizzico di magia.

Tra scarpette di cristallo, zucche incantate e un principe affascinante, questa fiaba classica continua a incantare generazioni, ricordandoci che la speranza e il coraggio possono trasformare anche i momenti più bui in opportunità straordinarie.

Questa è la nostra versione breve e semplificata del racconto, adatta anche ai più piccoli! (O a quando siete molto stanchi…)


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Cenerentola 👠 favola della buonanotte breve 🤏



C’era una volta una ragazza chiamata da tutti Cenerentola…
Cenerentola era cresciuta senza la mamma e Il caro papà per cercare di darle una figura materna sposò una vedova che aveva già due figlie con le quali era sempre dolce e benevola, invece era molto severa e ingiusta con Cenerentola.

Il padre purtroppo morì di malattia, e così Cenerentola si ritrovò sola.

La matrigna iniziò a trattarla sempre peggio, le faceva fare tutte le faccende domestiche e si faceva servire come se fosse una gran signora. Le sorellastre invece, invidiose della sua naturale bellezza, le facevano ogni tipo di scherzo.

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Cappuccetto Rosso 🐺 favola della buonanotte breve 🤏

Cappuccetto Rosso: quando ascoltare la mamma è una buona idea…

C’è una storia che tutti credono di conoscere. Una bambina, un lupo, un sentiero nel bosco. Ma dietro questa apparente semplicità si nasconde molto di più: un racconto che ha attraversato secoli, culture e continenti, trasformandosi ogni volta in qualcosa di nuovo.

La vera essenza di questa fiaba non sta nel mantello rosso, ma nei messaggi nascosti tra le righe, e sorprendentemente, hanno molto da insegnarci.

Questa è la nostra versione breve e semplificata del racconto, adatta anche ai più piccoli! (O a quando siete molto stanchi…)

P.S. Siccome ci piacciono tutti gli animali, nella versione di fabulinis il lupo cattivo non fa una brutta fine 😉


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Cappuccetto Rosso 🐺 favola della buonanotte breve 🤏



C’era una volta una bimba che tutti chiamavano Cappuccetto Rosso per via della mantellina fatta dalla nonna che indossava sempre.

La nonna però si ammalò, e un giorno la mamma di Cappuccetto Rosso disse alla bimba di portarle della focaccia e una tisana, raccomandandole di non passare per il bosco.

Ma la nonna abitava lontano e Cappuccetto Rosso sapeva che prendendo la scorciatoia del bosco sarebbe arrivata prima.

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Aladino e il Genio della lampada 🧞 favola della buonanotte breve 🤏

La storia di Aladino: dove magia e destino si intrecciano in Oriente

Preparatevi a essere trasportati in un mondo dove lampade misteriose nascondono segreti millenari, dove i geni hanno poteri inimmaginabili e dove un giovane di umili origini sta per scoprire che il suo destino è molto più grande di quanto abbia mai sognato.

Questa non è solo una fiaba: è un viaggio attraverso i vicoli profumati di spezie di una città d’Oriente, dove la magia antica respira ancora…


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Aladino e il Genio della lampada 🧞 favola della buonanotte breve 🤏



C’era una volta Aladino, un ragazzo che passava le giornate a bighellonare per strada.

Un giorno però uno sconosciuto, probabilmente straniero, gli chiese se non fosse il figlio di Mustafà il sarto.
Aladino gli disse che era suo figlio ma che suo padre era morto molto tempo prima.

Lo straniero gli disse che in realtà era suo zio Jaffar e che desiderava prenderlo sotto la sua protezione per farne un mercante di stoffe.

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Biancaneve e i sette nani 🍎 favola della buonanotte breve 🤏

Il magico mondo di Biancaneve: dove la purezza del cuore trionfa sull’invidia

In un regno avvolto tra nebbie e foreste secolari, dove gli specchi non mentono mai e le mele nascondono segreti mortali, si dipana una storia di invidia, coraggio e amore che ha incantato generazioni.

È qui che una giovane principessa dalla pelle candida come la neve sta per scoprire che la vera magia non risiede nelle pozioni, ma nella purezza del cuore.

Questa è la nostra versione breve e semplificata del racconto, adatta anche ai più piccoli!


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Biancaneve e i sette nani 🍎 favola della buonanotte breve 🤏



C’era una volta Biancaneve, una principessa che viveva con suo padre il Re e la matrigna Grimilde, tanto bella quanto cattiva.
Grimilde era riuscita a sposare il Re perché era in realtà una strega, e gli aveva fatto un sortilegio.

Grimilde pretendeva di essere servita e riverita in ogni cosa, e aveva fatto in modo che Biancaneve fosse considerata poco più di una serva qualunque.

Grimilde aveva uno specchio magico a cui domandava sempre:
– Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?
E lo specchio le rispondeva la verità.
– Mia signora, siete voi la più bella di tutte.
E Grimilde sorrideva maligna…

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Sette in un colpo 🪰

Il Sarto che conquistò un Regno: quando l’astuzia vale più di mille spade

Un piccolo sarto, sette innocue mosche e una cintura ricamata con una mezza verità.

Chi avrebbe mai immaginato che questi semplici elementi potessero tessere la trama di uno dei più astuti inganni mai orchestrati in un regno?

Questa è la storia di come un umile sarto trasformò un momento di ordinaria frustrazione in un’incredibile ascesa al potere…


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“Sette in un colpo 🪰“

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Sette in un colpo 🪰



C’era una volta un piccolo sarto che, seduto tranquillo vicino alla finestra della sua bottega, lavorava ad un vestito nuovo.

Ad un certo punto un nugolo di mosche iniziò a ronzargli intorno.
Il piccolo sarto iniziò a scacciare con le mani gli ospiti indesiderati, ma le mosche, invece di scappare, tornavano di nuovo in compagnia di altre loro amiche.

Il piccolo sarto, alla fine, perse la pazienza – adesso vi faccio vedere io! – esclamò a voce alta, quindi tirò fuori un pezzo di stoffa e le colpì senza pietà. Quando controllò il panno, contò ben sette mosche morte stecchite.

Si disse che una prodezza del genere avrebbe dovuto conoscerla tutta la città. Perciò il sarto si affrettò a prepararsi una cintura su cui ricamò a grandi lettere la scritta: “Sette in un colpo!”

Poi pensò che la sola città non gli sarebbe bastata, così il sarto si mise la cintura e decise di andare per il mondo, perché pensava che tutti avrebbero dovuto conoscere il suo valore.

Prima di partire, prese dalla dispensa un pezzo di morbido formaggio per il pranzo e se lo mise nel tascapane. Poi, uscendo di casa, vide un povero uccellino impigliato tra i rovi e, preso a compassione, lo raccolse e mise anche lui nel tascapane.

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Mignolina 🧚

Può una bimba alta come un mignolo avere un grande coraggio?

Tra le più incantevoli fiabe di Hans Christian Andersen, “Mignolina” ci trasporta in un mondo magico dove una bambina alta quanto un pollice affronta coraggiosamente le sfide della vita.

Nonostante la sua dolcezza e fragilità, Mignolina affronta una serie di avventure straordinarie: rapita da un rospo, promessa in sposa a un vecchio talpone e salvata da una rondine coraggiosa.

Attraverso il suo viaggio, scopre il valore del coraggio e trova infine un luogo dove la sua delicatezza può fiorire, insieme a un principe del suo stesso mondo incantato. Un racconto di bellezza, resilienza e amore.


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“Mignolina 🧚“

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Mignolina 🧚



C’era una volta una donna che desiderava moltissimo avere un bambino, ma non riusciva a esaudire il suo desiderio. Così si inoltrò nel bosco e andò in cerca di una fata che potesse aiutarla.
Quando la trovò, le disse:
– Mi piacerebbe tanto avere un bambino, puoi dirmi dove posso trovarne uno?

– Oh, non è molto difficile – le rispose la fata – tieni questo seme, mettilo in un vaso da fiori e aspetta…
– Grazie – disse la donna che tornò a casa e piantò il semino. Subito crebbe un gran bel fiore, simile ad un tulipano ma con le foglie ben chiuse come se fosse ancora un bocciolo.

– È proprio un bel fiore – disse la donna e, mentre dava un bacio ai petali, il fiore si aprì.
All’interno del fiore, sugli stami di velluto c’era raggomitolata una piccola bimba, molto delicata e aggraziata. Era alta appena un dito e la donna le diede il nome di “Mignolina”.

Un guscio di noce le bastava come culla, e usava una foglia di rosa per copriletto. Mignolina era così piccola che di giorno, a cavalcioni di un piccolo rametto d’albero, si divertiva a navigare da un capo all’altro di un piatto pieno d’acqua.
Mignolina sapeva anche cantare in modo così dolce che perfino gli uccellini si fermavano ad ascoltarla.

Una notte però, mentre Mignolina dormiva, un grosso brutto rospo entrò nella sua cameretta.
“Che bella mogliettina sarebbe per mio figlio!” pensò il rospo, che furtivamente prese il guscio di noce in cui giaceva addormentata Mignolina e saltò via in giardino.

Il rospo viveva nello stagno lì vicino assieme a suo figlio. Il ragazzo era ancora più brutto del genitore, e quando vide la graziosa fanciulla nel suo piccolo lettino, non poté far altro che gracidare:
– Gra! Gra! Gra!

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Le tre piume 🪶🪶🪶

Perché la piuma di Sempliciotto cade sempre nella direzione sbagliata?

Una piuma che danza nel vento può decidere il destino di un regno.

Nell’antica fiaba germanica “Le tre piume” ripresa anche dai fratelli Grimm, un vecchio Re mette alla prova i suoi tre figli con una sfida insolita, e che rivelerà come la vera saggezza si nasconda spesso dietro le apparenze più semplici.

Una fiaba che simbolicamente suggerisce di entrare in contatto col proprio inconscio e affrontare le sfide che la vita ci mette davanti, invece che evitarle e cercare di risolverle con superficialità


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“Le tre piume 🪶🪶🪶“

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Le tre piume 🪶🪶🪶



C’era una volta un re che aveva tre figli, i primi due erano furbi e intelligenti. Il terzo invece non parlava molto, ragionava sempre in maniera molto semplice e le cose un po’ più complicate non le capiva proprio, tanto che nel regno tutti ormai lo chiamavano col soprannome di “Sempliciotto”.

Quando il re si sentì ormai vecchio e debole, tanto da pensare di essere vicino alla fine dei suoi giorni, decise che uno dei suoi figli avrebbe ereditato il regno. Ma non sapeva a quale dei tre darlo, perché amava ognuno di loro in egual modo.

Così decise di metterli alla prova, e disse:
– Andate per il mondo, e chi di voi mi porterà il tappeto più bello, sarà re dopo la mia morte.

Affinché non ci fosse nessun litigio tra loro per la direzione da prendere, Il vecchio re li condusse alla porta d’ingresso del suo castello, schierò i tre figli in riga e mostrò loro tre candide piume.
– Queste piume, una volta cadute, vi indicheranno la via da seguire – disse ai suoi figli, dopodichè alzò la mano aperta con sopra le tre piume e le soffiò in aria.

I tre figli guardarono con attenzione il lento atterraggio delle piume verso il terreno. Una piuma cadde davanti ad uno dei fratelli, indicandogli di andare verso est, la seconda cadde davanti all’altro fratello indicandogli di andare verso ovest, mentre la terza cadde davanti a Sempliciotto, indicandogli la direzione del castello.

I due fratelli, ridendo della sfortuna capitata a Sempliciotto, raccolsero la loro piuma e si confrontarono su come affrontare la ricerca del tappeto. Poi uno dei due, pensando che Sempliciotto fosse così stupido da non trovare nulla da portare a casa, disse all’altro:

– Perché dovremmo impegnarci tanto nella ricerca di un tappeto? Tanto nostro fratello non ne troverà mai uno… compriamone uno semplice giù al paese e portiamolo a nostro padre.
L’altro fratello approvò la proposta e insieme si diressero verso il paese, senza seguire le direzioni indicate dalle piume.

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La sfera di cristallo 🔮

Riuscirà Lionel usando solo il suo coraggio e la sua astuzia a salvare la principessa dal Mago malvagio?

Questa fiaba racconta le avventure del giovane Lionel, figlio di una strega ormai impazzita, che per paura di perdere i suoi poteri magici aveva trasformato gli altri suoi fratelli in animali.

Lionel, rimasto l’unico libero, si mette in viaggio per salvare la bellissima principessa imprigionata in un incantato castello.

Dovrà affrontare sfide ardite ma i suoi fratelli, anche se trasformati, gli daranno una mano insperata.
Una storia piena di magia, coraggio e amore fraterno.


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“La sfera di cristallo 🔮“

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La sfera di cristallo 🔮



C’era una volta una strega molto anziana, che ormai aveva perso il contatto con la realtà. La strega aveva tre figli, e tutti e tre i fratelli si volevano bene e si rispettavano a vicenda.
Ma la vecchia strega ormai non si fidava più di loro e pensava ogni giorno che i suoi figli volessero privarla dei suoi poteri magici.

Quindi, in un momento di follia, trasformò il figlio maggiore in un’aquila, costringendolo a vivere la sua vita isolato su una montagna rocciosa,
e trasformò il secondo in una balena, obbligandolo a vivere nelle profondità del mare al largo negli oceani.

Il terzo figlio, che si chiamava Lionel, vedendo cosa accadde ai suoi fratelli maggiori e temendo di essere trasformato anche lui in qualche bestia come un lupo od un orso, riuscì a fuggire di nascosto nel folto del bosco.

Una volta in salvo Lionel, fermandosi ad una locanda, sentì dire che nel Castello del Sole d’Oro era imprigionata la bellissima figlia di un re che aspettava solo di essere salvata da un malvagio sortilegio.
Purtroppo però fino ad ora nessun giovane era mai tornato indietro dall’impresa, ma Lionel non aveva paura e decise di trovare il Castello del Sole d’Oro e salvare la principessa.

Vagò a lungo e per molto tempo senza mai trovarlo. Un giorno, però, si ritrovò in una grande foresta della quale non riusciva a trovare l’uscita. All’improvviso Lionel vide in lontananza due giganti che lo salutavano con le mani.

Quando Lionel arrivò da loro, i due giganti gli dissero:
– Stiamo litigando per capire a chi di noi due debba appartenere questo cappello, e poiché siamo entrambi ugualmente forti nessuno dei due può vincere sull’altro. Forse a te può venire in mente un’idea migliore per decidere chi debba prendere il cappello.
– Ma perchè litigate per questo vecchio cappello? – chiese Lionel.
– Perché questo è un cappello dei desideri, chi lo indossa può desiderare di andare dove gli pare – rispose uno dei due giganti.

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La pioggia di stelle ✨

Scopri il viaggio di Miranda, dalla solitudine più buia alla speranza inaspettata

Sotto un cielo stellato, la piccola Miranda si avventura per il mondo fino ad arrivare nel cuore di una foresta incantata.

Miranda, una bambina dal cuore d’oro e la cui vita viene segnata da una perdita dolorosa, era alla ricerca di un nuovo inizio.

Ma dopo un viaggio magico, in cui dona tutta se stessa, la sua vita prende una piega sorprendente.


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La pioggia di stelle ✨



C’era una volta Miranda, una bambina che aveva avuto la sfortuna di ritrovarsi d’improvviso senza la mamma ed il papà, scomparsi in un brutto incidente.

Rimasta sola e povera senza un soldo, l’unica cosa che le rimaneva erano i vestiti che indossava ed un misero pezzo di pane.

Senza perdersi d’animo, la piccola Miranda decise che avrebbe passato il resto dei suoi giorni ad andare in giro per scoprire il mondo, sicura che la “dea Fortuna” avrebbe provveduto alla sua buona sorte. E si incamminò.

Cammina cammina, ad un certo punto Miranda incontrò un povero vecchietto che chiedeva la carità:
– Ho tanta fame piccola mia, non è che avresti qualcosa da darmi da mangiare? – le disse il vecchio.

Miranda, che aveva un’anima buona ed un cuore d’oro, frugò nelle sue piccole tasche e porse il pezzo di pane al vecchio mendicante.
– Che tu sia benedetta! – esclamò il vecchietto facendole un profondo inchino di riconoscenza.
Dopo che si furono salutati, Miranda riprese la sua strada.

Cammina cammina, Miranda incontrò un povero bambino che si teneva le mani sulle orecchie infreddolite, quasi gelate.
– Ho freddo alla testa – disse il bambino – non è che avresti qualcosa per poterla coprire?
Miranda allora si tolse il cappellino e glielo diede.
Il bambino non sapeva come ringraziarla, la abbracciò forte e rimasero così per parecchio tempo.
Dopo che si furono salutati, Miranda riprese la sua strada.

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L’oca d’oro 🪿

Scopri la divertente fiaba del giovane Baggiano e di una processione di persone incollate le une alle altre…

Quando un giovane di buon cuore trova un’oca dalle piume d’oro, la sua vita cambia in modo inaspettato.

Ogni persona che tenta di prendere una piuma rimane magicamente incollata all’oca, e ben presto il giovane si ritrova a condurre un’insolita processione di persone legate tra loro.

Questa strana scena suscita risate e sconcerto, ma alla fine porta il giovane davanti al re e alla sua figlia triste, che nessuno riesce a far sorridere.

Riuscirà l’oca d’oro e la sua strana magia a conquistare il cuore della principessa e a donare al giovane Baggiano una felicità inattesa?


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“L’oca d’oro 🪿“

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L’oca d’oro 🪿



C’era una volta un uomo che aveva tre figli, il più giovane dei quali veniva da tutti chiamato “Baggiano” e veniva disprezzato, deriso e mortificato in ogni occasione.
Ma Baggiano non era stupido, era solo un ragazzo semplice e di buon cuore che aiutava tutti senza chiedere nulla in cambio.

Un giorno suo fratello maggiore decise di andare nel bosco a tagliare la legna. Prima di partire, sua madre gli diede una bella fetta di focaccia e una bottiglia d’acqua, così da mantenerlo in forze per il duro lavoro.

Dopo un po’ che camminava nella foresta, il ragazzo incontrò un vecchio omino tutto grigio.
L’omino lo salutò e gli augurò una buona giornata, poi gli disse:
– Ho molta fame e molta sete, potresti darmi un pezzo della tua focaccia e un sorso d’acqua dalla tua bottiglia?

Il giovane ragazzo, però, rispose malamente:
– Se ti do la mia focaccia e la mia acqua non ne avrò abbastanza per me, lasciami in pace! – e se ne andò via allungando il passo.

Giunto in una radura nel bosco, iniziò il suo lavoro ma, non appena cominciò ad abbattere un albero, l’ascia gli sfuggì di mano ferendolo ad un braccio.
Fu quindi costretto a tornare a casa per farsi medicare la ferita.

A quel punto il secondo fratello decise di andare nel bosco al suo posto, e sua madre gli diede, come al maggiore, una focaccia e una bottiglia d’acqua.

Anche il secondo fratello, dopo un po’ che camminava nel bosco, incontrò l’omino grigio, che chiese anche a lui un pezzo di focaccia e un sorso d’acqua.
Il secondo fratello rispose esattamente come il maggiore:
– Se ti do la mia focaccia e la mia acqua non ne avrò abbastanza per me, lasciami in pace! – e se ne andò via allungando il passo.

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Il tavolino magico, l’asino e il bastone 🍝

Chi troppo vuole, nulla stringe!

In una terra lontana, tre fratelli partono alla ricerca di fortuna, ma trovano molto più di ciò che avevano immaginato: un tavolino che apparecchia banchetti, un asino che produce monete d’oro e un bastone che punisce con forza chi inganna.

Ma quando un oste furbo sottrae questi preziosi oggetti, uno dei tre fratelli cercherà di riprenderseli, Ci riuscirà.

Questa è la fiaba degli oggetti incantati, ispirata ai racconti dei fratelli Grimm


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“Il tavolino magico, l’asino e il bastone 🍝“

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Il tavolino magico, l’asino e il bastone 🍝



C’era una volta un sarto che aveva tre figli i quali, divenuti grandi, decisero che era ora di andare per il mondo a imparare un mestiere.
Il padre, che era molto affezionato ai suoi figli, chiese loro di passare a trovarlo almeno una volta l’anno, poi si salutarono e ognuno si incamminò per la sua strada.

Il figlio maggiore trovò un falegname e iniziò a fare l’apprendista presso di lui dedicandosi diligentemente al suo mestiere. Passato un anno decise che era venuto il momento di tornare a casa per salutare suo padre.

Il falegname, per ringraziarlo di tutto il lavoro svolto, gli diede in regalo un normalissimo tavolino fatto di legno comune, che però aveva una particolarità:
– Finché avrai questo tavolo con te, non patirai mai la fame – gli disse il falegname, che appoggiò il tavolino per terra e pronunciò la frase: – tavolino, apparecchiati!

Come per magia il tavolino si ritrovò imbandito delle più succulente pietanze mai immaginate.
Il ragazzo strabuzzò gli occhi, quello che il falegname voleva regalargli era un tavolino magico!

Il falegname gli spiegò che era molto semplice da usare, bastava pensare a qualcosa di buono da mangiare e, come aveva fatto lui, dire la frase “tavolino apparecchiati”, e avrebbe sempre trovato qualcosa da mettere sotto i denti.
Il ragazzo lo ringraziò di cuore, si caricò il tavolino sulle spalle ed iniziò il suo viaggio verso casa.

Giunta la notte decise di fermarsi alla locanda che stava lungo la strada.
Avendo il tavolino magico con sé, non chiese nulla da mangiare ma si limitò a chiedere solo una camera per la notte, dove subito si rintanò.

Il locandiere, insospettito, andò a sbirciare quello strano ragazzo dalla finestra della camera e lo vide pronunciare la frase magica: il tavolino si apparecchiò e sopra apparve un succulento piatto di pollo arrosto fumante!

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Il Tamburino 🥁

Può un coraggioso tamburino salvare una principessa prigioniera?

In un mondo dove il coraggio si nasconde nei gesti più semplici e la gentilezza apre la strada ai miracoli, un giovane tamburino si trova coinvolto in un’impresa straordinaria.

Tutto ha inizio con una camicia di lino abbandonata sulla riva di un fiume. Senza sapere che l’indumento appartiene a una principessa prigioniera di una strega malvagia, il tamburino decide di riportarglielo, dando il via a un’avventura epica.

Tra giganti, selle magiche e oscure magie, il giovane dovrà affidarsi alla sua astuzia e al suo coraggio per superare ogni sfida e restituire la libertà a chi l’ha persa.


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“Il Tamburino 🥁“

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Il Tamburino 🥁



C’era una volta un giovane suonatore di tamburo che stava passeggiando lungo le rive di un lago.
Guardando verso la riva vide una bella camicia di lino bianco stesa sulla spiaggetta, si guardò intorno ma non vide anima viva.
“Che strano trovare una così bella camicia abbandonata sulla riva del lago” pensò, così le prese e se la mise nella bisaccia.

Tornato a casa, senza minimamente pensare alla camicetta, se ne andò a letto. Mentre stava per addormentarsi, gli parve che qualcuno pronunciasse il suo nome. Ascoltò con più attenzione e sentì una voce delicata che lo chiamava: “Tamburino, Tamburino, svegliati!”

Nel buio della notte gli sembrava che una figura femminile fluttuasse su e giù davanti al suo letto.
Con un groppo in gola per la paura, il Tamburino chiese:
– Cosa vuoi?!
– Ridammi la camicetta che hai trovato al lago – rispose la voce.

In quel momento Tamburino ripensò alla camicia che aveva trovato, poi disse:
– La riavrai se mi dici chi sei.
– … sono la figlia di un potente re, ma sono caduta vittima del sortilegio di una strega e sono ora prigioniera sulla Montagna di Vetro. Ogni giorno devo aiutare la vecchia strega nelle sue brutte faccende domestiche e non posso scappare, ti prego, ridammi la mia camicetta…

Il tamburino prese la camicia e gliela porse nell’oscurità, ma il fantasma della principessa non poteva afferrarla.
– Dovrai portarmela alla Montagna di Vetro…
– Non preoccuparti, troverò il modo di fartela riavere – promise Tamburino.

All’alba il Tamburino partì, si mise a tracolla il suo tamburo e senza paura si addentrò nel bosco. Dopo aver camminato per un po’ decise di fermarsi a riposare e iniziò a battere un bel ritmo sul suo tamburo.

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Il pentolino magico 🍲

Scopri la fiaba della zuppa che fece felice un intero villaggio

Un pentolino magico, una zuppa infinita e un villaggio sommerso da una deliziosa minaccia!

Cosa accadrebbe se un semplice pentolino potesse cucinare una zuppa infinita?

Scopri la magica avventura di Isotta, una bambina che, grazie a un dono speciale, riuscirà a sfamare non solo sé stessa ma un intero villaggio.


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“Il pentolino magico 🍲“

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Il pentolino magico 🍲



C’era una volta una bambina di nome Isotta, molto dolce e gentile, che viveva con la mamma. Purtroppo erano una famiglia molto povera e non avevano molto da mangiare.

Isotta e sua mamma si arrangiavano come potevano, facendo i più disparati lavoretti per racimolare quel poco di cui sfamarsi. Erano però molto conosciute nel villaggio per il loro buon cuore e per l’aiuto che davano sempre a chi ne aveva bisogno.

Un giorno, passeggiando per il bosco lì vicino, Isotta notò una vecchina caduta per terra che, nonostante cercasse di aiutarsi col suo bastone, non riusciva a rialzarsi.

Subito la bimba corse a soccorrerla e l’aiutò a rimettersi in piedi. La vecchina si sedette su un tronco e ringraziò di cuore Isotta.
Mentre si riposavano iniziarono a parlare tra loro e Isotta raccontò di come, seppur la sua famiglia fosse molto povera, lei era comunque sempre felice.

La vecchina guardò a lungo Isotta e i suoi occhi luminosi, poi prese qualcosa dalla sua borsa e la porse alla bambina.
– Tieni piccola mia – disse la vecchina – questo è un pentolino magico, basta che tu dica “cuoci pentolino” e lui inizierà a cucinare una deliziosa zuppa di porridge. Quando avrà cucinato abbastanza zuppa per te e la tua mamma, basta che tu dica “fermati pentolino” e lui smetterà di cucinare.

La bambina incredula prese tra le mani il pentolino e lo osservò attentamente con espressione stupita e la bocca mezza aperta.
Quando rialzò lo sguardo per ringraziarla, la vecchina non c’era più. Isotta si guardò tutt’intorno, ma la vecchina era sparita come per magia.

Curiosa di provare se effettivamente quel pentolino poteva cucinare tutta la zuppa che voleva, corse a casa per mostrarlo alla mamma.
Isotta mise sul fuoco il pentolino e disse:
– Cuoci pentolino!
E il pentolino iniziò a cucinare della squisita zuppa calda!

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I vestiti nuovi dell’imperatore 🩲

Può un imperatore non accorgersi di usare vestiti “trasparenti”?

In un regno governato dalla vanità, un imperatore sfila senza vestiti per le strade della città.

Ma come è possibile che tutti facciano finta di non accorgersene?

Scopriamo insieme la verità dietro questa affascinante fiaba, tratta dai racconti di Hans Christian Andersen.


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“I vestiti nuovi dell’imperatore 🩲“

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I vestiti nuovi dell’imperatore 🩲



C’era una volta un imperatore, che aveva come unico pensiero quello di vestire sempre abiti nuovi, sfarzosi e alla moda, tanto da spendere tutti i soldi che aveva in vestiti.

La sua unica ambizione era quella di essere sempre ben vestito, non gli importava dei suoi cittadini, e nemmeno dei divertimenti e grandi feste che gli altri nobili organizzavano.

Aveva un cappotto diverso per ogni ora del giorno, e se si chiedeva alle sue guardie dove fosse, loro rispondevano rassegnate: “L’imperatore è nel suo camerino”.

Nella capitale dove risiedeva l’imperatore ogni giorno arrivavano molti stranieri da tutte le parti del regno. Un giorno arrivarono due truffatori che facevano credere alla gente di essere tessitori e dichiaravano di poter produrre la stoffa più bella che si potesse immaginare.

I colori e i motivi delle loro stoffe non solo erano eccezionalmente belli, dicevano, ma gli abiti realizzati con quelle stoffe possedevano la meravigliosa qualità di essere invisibili.

– Deve essere una stoffa meravigliosa – pensò l’imperatore – devo assolutamente avere un vestito fatto di quella stoffa!

Così andò dai truffatori con molti denari e ordinò loro di mettersi subito al lavoro per confezionare un nuovo vestito su misura per l’imperatore.

I due truffatori allora montarono due telai per tessere e finsero di lavorare molto duramente, ma sui telai non c’era nessuna stoffa perchè ovviamente, dissero all’imperatore, era stoffa invisibile!
Continuarono così a fingere di lavorare sui telai vuoti fino al giorno dopo.

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Guglielmo Tell 🍎

Scopri la leggenda di Guglielmo Tell dove il coraggio e la libertà combattono contro la tirannia

Tra le più celebri leggende della tradizione svizzera, la storia di Guglielmo Tell incarna i valori di coraggio, libertà e resistenza all’oppressione.

Ambientata nel cuore delle montagne svizzere, questa vicenda narra di come un semplice arciere sia diventato il simbolo della lotta contro la tirannia.

Con la sua straordinaria abilità nell’uso della balestra e un indomito spirito di giustizia, Tell sfida il crudele governatore Gessler, dimostrando che anche il più umile dei cittadini può ergersi contro l’ingiustizia e ispirare un intero popolo alla ricerca della libertà e cambiare il destino di una nazione.


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“Guglielmo Tell 🍎“

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Guglielmo Tell 🍎



C’era una volta, in un tranquillo villaggio chiamato Bürglen tra le montagne della Svizzera, un abile arciere di nome Guglielmo Tell. Guglielmo era conosciuto in tutto il paese per la sua abilità nell’uso della balestra e per la sua generosità.

Purtroppo l’intero territorio era governato da Gessler, un despota tirannico e crudele, il cui unico scopo era terrorizzare la popolazione.

Per ribadire la sua autorità, e far presente ogni giorno ai paesani chi comandava, ebbe una strana idea: fece piantare nella piazza del paese un grande palo con infilato in cima il suo cappello imperiale.
Chiunque fosse passato davanti a quel palo avrebbe dovuto inchinarsi a salutare il cappello, come se si trattasse di Gessler in persona.

Nel paese però si stava organizzando una grande festa di matrimonio perché nei giorni seguenti si sarebbero sposate ben tre coppie di pastori.
Guglielmo Tell, fu invitato al matrimonio per contribuire ai festeggiamenti con uno spettacolare tiro a segno.

Così Guglielmo Tell, sua moglie e il figlioletto Walter, il giorno del matrimonio uscirono dalla loro casetta di campagna e si avviarono verso il paese.
Giunti in piazza Guglielmo notò lo strano palo con in cima il cappello e chiese di cosa si trattasse.
– É il cappello imperiale del governatore Gessler, bisogna inchinarsi a salutarlo quando vi si passa davanti… – gli confidò uno dei paesani.

Guglielmo Tell lo guardò con aria interrogativa:
– Davvero devo inchinarmi ad un cappello?! – chiese con aria ironica mentre tutte le persone intorno facevano cenno di sì col capo.
– Mi sembra una cosa assurda, non ci penso nemmeno! – e sistemandosi la sua balestra sulla spalla proseguì verso il luogo dove avrebbe avuto luogo la festa di matrimonio.

Molti paesani sorrisero e approvarono il suo coraggio applaudendo, ma questo gesto insolente e di ribellione non passò inosservato agli informatori di Gessler che, quando apprese dell’affronto subito, andò su tutte le furie.
– Come osa quel Guglielmo Tell prendersi gioco della mia autorità! Voglio che venga subito arrestato!
Così le sue guardie partirono per arrestare Guglielmo Tell.

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Gli gnomi e il calzolaio 👞

Una magica fiaba dei fratelli Grimm sulla povertà e la fortuna

La fiaba “Gli gnomi e il calzolaio” dei fratelli Grimm è uno dei racconti più amati della tradizione popolare europea.

Questa storia magica narra le vicende di un umile calzolaio che, grazie all’aiuto di due misteriosi gnomi notturni, riesce a superare la povertà e a trasformare la sua bottega in un’attività di successo.

Un racconto senza tempo che insegna ai lettori di tutte le età l’importanza della gratitudine, del lavoro ben fatto e della gentilezza, valori che vengono sempre ricompensati.


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“Gli gnomi e il calzolaio 👞“

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Gli gnomi e il calzolaio 👞



C’era una volta un calzolaio che, senza averne colpa, era diventato così povero che un giorno rimase con il cuoio sufficiente per realizzare un solo paio di scarpe.

Così quella sera ritagliò con cura tutti i pezzi di cuoio con cui il mattino seguente avrebbe realizzato un ultimo paio di scarpe.
Sistemò tutto per bene sul tavolo da lavoro, si tolse il grembiule e si accostò alla finestra guardando una stella nel cielo.
– Sarebbe bello avere un po’ di fortuna… – sospirò il calzolaio, parlando alla stellina.

Poi spense la candela, diede un bacio a sua moglie e si coricò nel letto, dove si addormentò profondamente.

Il mattino seguente, dopo aver fatto una piccola colazione, decise di mettersi al lavoro. Si stava per sedere quando, guardando al centro del tavolo di lavoro, dovette stropicciarsi gli occhi per la meraviglia…

Il paio di scarpe che avrebbe dovuto finire di preparare era in realtà già bello e finito sul suo tavolo!
Il calzolaio si grattò la testa, era molto stupito e non sapeva cosa dire. Prese le scarpe tra le mani per esaminarle più da vicino, ed erano così ben fatte che non c’era un solo difetto, erano proprio un capolavoro!

Quello stesso giorno arrivò persino un cliente che, vedendo la perfezione e la cura con cui erano state realizzate quelle scarpe e innamorandosene a vista, le pagò molto più del dovuto.

Con il denaro guadagnato dalla vendita di quelle scarpe così belle, il calzolaio riuscì ad acquistare il cuoio per realizzare due paia di scarpe.

Come la sera precedente tagliò con cura i pezzi di cuoio con cui il mattino seguente avrebbe realizzato le nuove scarpe.
Sistemò tutto per bene sul tavolo di lavoro, si tolse il grembiule e si accostò di nuovo alla finestra guardando la stessa stella nel cielo.
– Grazie mille per la fortuna di oggi… – confidò nuovamente il calzolaio alla stellina.

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Sherazade e il re Sharir ✨

Mille e una notte per conquistare un cuore: l’incanto delle storie di Sherazade

In un regno tormentato da un re ferito nell’onore, Sherazade, una giovane donna intelligente e coraggiosa, escogita un piano audace.

Ogni notte, per salvare la propria vita e quella delle altre donne, narra al re storie incantate, lasciandole sempre in sospeso.

Con le sue parole, intrise di magia e mistero, riesce a far innamorare Sharir, trasformando le mille e una notte in un incantesimo senza fine.


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Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da William!

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Sherazade e il re Sharir ✨


C’era una volta, nel lontano regno di Persia un re con due figli, Sharir e Shazan, e quando morì, Sharir il figlio maggiore, gli succedette al trono.

I due fratelli erano però molto legati, e per dargli prova del suo affetto Sharir cedette al fratello Shazan il governo di tutto il territorio della Tartaria. Ma per governare la Tartaria, Shazan dovette salutare Sharir e trasferirsi nel nuovo regno.

Passarono i mesi e Shazan decise di fare visita al fratello per poterlo riabbracciare. Sharir fu molto felice della visita e fecero gran festa, ma dopo pochi giorni Shazan decise di tornare in Tartaria perché l’adorata moglie gli mancava molto.

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Le tre meraviglie 🧺

La Principessa che sfidò la Montagna Maledetta: Un Racconto dalle Mille e una Notte

Un misterioso abbandono, tre neonati reali scomparsi nelle acque del palazzo, e due sorelle consumate dall’invidia.

Questa affascinante fiaba orientale svela il destino di Bahman, Perviz e la coraggiosa Parizade, cresciuti ignari della loro vera identità. Ma cosa si nasconde dietro la visita di una misteriosa vecchina che parla di tre oggetti magici?

Dalla tradizione delle Mille e una Notte, un racconto dove il destino di un regno intero dipende dalla determinazione di una giovane ragazza, pronta a sfidare una montagna maledetta per salvare i suoi fratelli e scoprire una verità sepolta nel tempo…


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Le tre meraviglie 🧺


C’era una volta un Sultano che amava passeggiare per le vie della sua capitale indossando semplici abiti da privato cittadino.

Passando per una stradina solitaria, il Sultano udì delle donne che discutevano ad alta voce e, sbirciando dalla fessura della porta, vide tre splendide sorelle che parlavano animatamente su quale fosse il loro marito ideale.

– Non chiedo altro che avere per marito il fornaio del Sultano – esclamò la maggiore,
– Io potrei accontentarmi del cuoco del Sultano – rispose la seconda sorella.
– Quanto a me – disse la più giovane – se debbo desiderare un marito, vorrei che fosse il Sultano stesso!

Il Sultano fu così divertito dalla conversazione che decise di soddisfare i loro desideri e, rivolto al gran Visir, gli ordinò di portare le ragazze al palazzo reale.

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La principessa del mare 🌊

Il segreto della principessa del mare: un amore che unisce due mondi

L’amore, si sa, può sbocciare nei luoghi più inaspettati. E così accadde al re Shazaman, un sovrano solitario alla ricerca della felicità.

Il suo destino incroca quello di Gulnare, una giovane donna dal passato misterioso.

Ma il loro amore era destinato a essere messo alla prova da un segreto che Gulnare porta nel cuore: un legame speciale con il mare…


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Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da William!

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La principessa del mare 🌊


C’era una volta nella terra dei Persiani un re chiamato Shazaman, che non aveva avuto la fortuna in tutta la sua vita di avere un figlio.
Non aveva quindi nessun erede a cui lasciare il regno alla sua morte, e questo gli causava grande tristezza.

Un giorno, uno dei suoi servitori, gli disse che due persone chiedevano la sua udienza:
– O mio signore, alla porta c’è un mercante con una ragazza e chiedono di voi.
– Portatemeli qui – rispose Shazaman.

Non appena ebbe davanti il mercante e la ragazza, Shazaman rimase così affascinato dalla misteriosa fanciulla che se ne innamorò all’istante.

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La fata Paribanou 🧚‍♀️

Tre fratelli, un amore e un mistero: chi conquisterà il cuore della principessa?

In un regno lontano, tre principi si contendono l’amore della splendida principessa Nunniar.

Ognuno di loro, per conquistarla, intraprende un’avventura epica alla ricerca dell’oggetto più straordinario da regalare al loro padre, il Sultano.

Ma uno dei tre fratelli farà una scoperta inaspettata…


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La fata Paribanou 🧚‍♀️


C’era una volta un Sultano che aveva tre figli, il maggiore si chiamava Hussein, il secondo Alì e il più giovane Ahmed.
Tutti e tre i ragazzi erano innamorati della principessa Nunniar e chiedevano incessantemente al Sultano il consenso per sposarla.

Volendo bene a tutti e tre in egual modo, il Sultano decise di metterli alla prova: chi gli avrebbe portato l’oggetto più prodigioso sulla faccia della terra, avrebbe sposato Nunniar.

Tutti e tre i figli accettarono, e partirono per il mondo alla ricerca di qualcosa che avrebbe impressionato il loro padre.

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Il pescatore e il genio🎣

Il pescatore e il genio, nelle profondità di un mistero orientale

Lasciati trasportare dalla magia di questo gioiello delle Mille e una notte, dove dentro un barattolo pescato dal mare si nasconde un Genio.

Un racconto che parte da un povero pescatore e si trasforma in un’epica avventura con pesci incantati, un principe pietrificato e un astuto Sultano.

Una storia dove niente è come sembra, e dove la gentilezza di un umile pescatore svela misteri che cambieranno per sempre il destino di un intero regno.


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Il pescatore e il genio🎣


C’era una volta un vecchio pescatore, era molto povero e a malapena guadagnava da vivere per sé e la sua famiglia.
Un giorno tirando in barca le reti da pesca, vi trovò dentro uno strano barattolo sigillato col piombo.

In un primo momento pensò di venderlo al fabbro, e con quello che ne avrebbe guadagnato si sarebbe preso un po’ di cereali per cucinarsi una buona zuppa.
Incuriosito però dall’oggetto decise di aprirlo per vedere cosa contenesse.

Fece saltare via il coperchio e subito dal barattolo uscì una nuvoletta azzurra che si addensò fino a formare un’imponente uomo dallo sguardo fiero.
– Io sono un potente Genio, sono stato rinchiuso dentro questo barattolo con l’inganno, per ringraziarti di avermi liberato ti renderò ricco.

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Il cavallo magico 🐎

Il cavallo magico tra le meraviglie del cielo d’Oriente

Lasciati trasportare dalla magia di questo gioiello delle Mille e una notte, dove un misterioso cavallo magico col potere di volare, fa vivere al principe Firaz delle avventure straordinarie.

Un racconto dove fantasia e magia si fondono in un viaggio attraverso le nuvole e palazzi imperiali, dove solo il coraggio di Firaz e l’ingegno della principessa Raha li porteranno a condividere una storia incantata.


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Il cavallo magico 🐎


Era la Festa di Primavera, la più antica e splendida di tutte le feste della Persia, e nella città di Schiraz il re aveva fatto preparare tanti magnifici spettacoli.
Tra i tanti artisti arrivati in città, un mago apparve davanti al trono del re, conducendo un cavallo di legno che era somigliante in tutto e per tutto a un cavallo reale.

– Sire – disse il mago – posso assicurarvi con certezza che nessuna delle meraviglie che avete visto oggi può essere paragonata a questo cavallo!
– Non ci vedo nulla di particolare tranne che è una bella imitazione di un cavallo – rispose il re.
– Sire, questo è un cavallo magico che mi permette di volare ovunque io voglia, in un batter d’occhio.

Il re curioso di vedere cosa faceva il cavallo gli ordinò di andare sulla montagna che gli stava indicando col dito e ritornare indietro con una foglia della grande palma che vi stava in cima.

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Sinbad il marinaio ⛵

Sinbad il marinaio, alla scoperta dei sette mari d’Oriente

Salpa verso l’ignoto con Sinbad il marinaio, il leggendario navigatore delle Mille e una notte che ha sfidato mostri marini, tempeste e creature fantastiche.

Da povero marinaio a esploratore intrepido, il suo viaggio è un’avventura mozzafiato attraverso mari inesplorati, isole misteriose e terre esotiche.

Viaggi straordinari dove il coraggio si mescola alla fortuna, e dove ogni porto nasconde tesori, pericoli e meraviglie mai viste prima.


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Sinbad il marinaio ⛵


Sinbad era un giovane e imprudente ragazzo che aveva ereditato una notevole ricchezza dai suoi genitori, ma non sapendo amministrare il suo patrimonio iniziò a sperperarlo in ogni tipo di divertimento.

Un giorno però si accorse che di ricchezze ormai gliene rimanevano ben poche, decise quindi di cambiare vita: vendette quel poco che gli rimaneva e con quello che ci guadagnò decise di comprare delle spezie da poter rivendere come mercante.

Sinbad venne a conoscenza di una nave, che salpava di lì a poco per le Indie Orientali. Decise quindi di unirsi alla ciurma come marinaio semplice sperando di fare un buon affare vendendo le sue spezie una volta arrivato a destinazione.

Il giorno dopo salparono, all’inizio Sinbad era tormentato dal mal di mare, tanto da pensar di aver sbagliato completamente nello scegliere la vita da marinaio, ma dopo qualche giorno si abituò.

Durante il lungo viaggio di tanto in tanto approdavano in una delle molte isolette che incontravano, scambiando le mercanzie. Un giorno, quando il vento calò improvvisamente e non si poteva più navigare, Sinbad e compagni si trovarono vicino a una minuscola isoletta piatta simile ad un bel prato verde, che si alzava appena poco sopra la superficie del mare.

Ammainarono le vele e alcuni marinai, tra cui Sinbad, giusto per sgranchirsi le gambe sbarcarono sull’isoletta con una barchetta, e dopo aver chiacchierato per un po’, accesero un fuoco e prepararono il pranzo.

Ma un improvviso e violento tremore dell’isola li colse di sorpresa.
I pochi compagni rimasti sulla nave lanciarono un grido verso di loro invitandoli a salire a bordo della nave il più presto possibile: quella che avevano pensato fosse un’isoletta in realtà non era altro che il dorso di una gigantesca balena che riposava.

Quelli che erano più vicini alla barca vi si gettarono dentro, altri invece si tuffarono in mare. Sinbad invece, non fu abbastanza veloce e la balena si inabissò prima che potesse salvarsi.

Per fortuna trovò uno dei pezzi di legno usati per accendere il fuoco e vi si aggrappò. In lontananza scorgeva la sua nave che, dopo aver tirato su gli ultimi compagni dal mare, aprì le vele e riprese il suo viaggio.

– Aiuto! Aiuto! – provò a gridare il povero Sinbad, ma nessuno dalla nave sentì le sue grida.
Rimase così aggrappato al pezzo di legno in balia delle onde per tutto il giorno e la notte.
Solo quando arrivò l’alba scorse in lontananza un’isola e con le poche forze rimaste nuotò fino a riva dove si stese, più morto che vivo, a riposare.

Dopo essersi finalmente un po’ riposato sentì i morsi della fame, per fortuna l’isola era piena di vegetazione che offriva erbe e frutti commestibili con cui poter riempire la pancia.

Poco dopo raggiunse una grande pianura dove, ad un albero, era legato un cavallo. Mentre stava lì a guardarlo gli pareva di sentire delle voci che apparentemente provenivano da sottoterra.

Un attimo dopo dal nulla gli apparve davanti un uomo che gli chiese come fosse arrivato sull’isola.
Allora Sinbad gli raccontò tutta la sua avventura, l’uomo lo stette ad ascoltare con attenzione, poi gli disse che era lo stalliere di Mirage, il re dell’isola, e che portava a passeggiare i cavalli del suo padrone in quella pianura disabitata.

L’uomo chiese quindi a Sinbad che se voleva accompagnarlo nella parte abitata dell’isola e conoscere il re Mirage.
Sinbad accettò volentieri l’offerta, sapendo che da solo non sarebbe sopravvissuto molto a lungo…

La mattina dopo partirono presto e quando raggiunsero la capitale Sinbad fu gentilmente ricevuto dal re, al quale raccontò le sue avventure.
Gli fu offerto quindi un alloggio, vestiti e cibo con cui sfamarsi per qualche giorno.

Essendo un mercante, nei giorni seguenti Sinbad iniziò a cercare per la città persone che facessero lo stesso mestiere, sperando in questo modo di trovare un modo per tornare a casa.

Il giorno dopo però arrivò in porto una nave che Sinbad conosceva bene, era la nave su cui era salpato da casa e da cui era stato abbandonato in mare giorni prima.
Sapeva che quella nave trasportava ancora le sue mercanzie, e senza farsi vedere diede un’occhiata ai magazzini dove venivano scaricate le merci. Su alcune casse vide il suo nome.

Sinbad decise quindi di andare dal capitano della nave e reclamare quanto gli spettava di diritto. Quando gli fu vicino gli disse:
– Capitano! Io sono Sinbad il marinaio, e questi sono i miei beni!

Quando il capitano udì queste parole lo guardò stupito, poi lo squadrò da cima a fondo pensando di essere davanti ad un impostore pronto a rubare gli averi di un povero marinaio defunto.
– Come puoi dire questo! Ho visto con i miei occhi Sinbad e molti altri affogare! Sei solo un orribile impostore!

Ma Sinbad lo supplicò di ascoltarlo e gli raccontò la sua storia.
Il capitano lo ascoltava attentamente, e mentre Sinbad parlava arrivarono alcuni suoi compagni di ciurma che lo riconobbero e lo abbracciarono, allora anche il comandante si convinse che quello era veramente Sinbad il marinaio.

– Sia lodato il cielo! – esclamò il capitano – sei scampato ad un grande pericolo! Questi sono i tuoi beni, fanne ciò che vuoi.

Sinbad lo ringraziò e decise di preparare un prezioso regalo per il re Mirage che, quando lo ricevette, rimase stupito e lo ringraziò sentitamente.

Con quello che gli rimaneva, Sinbad scambiò le sue mercanzie con altre, riuscendo a racimolare molto di più della somma che gli sarebbe servita per riprendere il viaggio verso casa.

Si fece quindi costruire una barca tutta sua e salpò con l’aiuto di quattro marinai esperti.

Durante il viaggio di ritorno, un giorno verso il tramonto, Sinbad scorse una strana isoletta che rifletteva la luce del sole come se fosse fatta di pietra preziosa. Ma la cosa incredibile fu constatare che l’isoletta era per davvero fatta di gioielli!

Mentre si avvicinavano si riconoscevano sulla spiaggia enormi diamanti, rubini e smeraldi.
Sinbad decise di sbarcare, ma uno dei suoi marinai lo mise in guardia:
– Deve essere sicuramente un’isola stregata! Se così non fosse ne avremmo sicuramente sentito narrare le leggendarie ricchezze…

Gli altri marinai, sentite queste parole, si rifiutarono di scendere sull’isola. Allora Sinbad che non credeva alle superstizioni dei marinai, ma solo alla propria fortuna, scese da solo.

Iniziò a raccogliere quante più gemme poteva mettendole dentro un sacco. Poi d’improvviso dall’alto sentì un sinistro rumore, alzò gli occhi e vide un’enorme aquila che volava nel cielo e sembrava volergli piombare addosso.

Dalla sua barca i marinai gli gridavano di scappare, ma ormai era troppo tardi, Sinbad sfuggì per miracolo agli artigli dell’aquila gettandosi dentro ad una grotta lì vicino.

Tirando un sospiro di sollievo per essersi salvato, iniziò a pensare come poteva uscire di lì senza essere attaccato dall’aquila. Iniziò quindi ad esplorare la grotta in cerca di qualcosa che lo potesse aiutare.

Quello che trovò però non lo confortò per niente, anzi… intravide per terra quella che con tutta probabilità doveva essere la pelle di una muta abbandonata da un serpente dalle dimensioni gigantesche!

Sinbad fu preso dal terrore, probabilmente quella era la grotta dove, nell’oscurità, stava riposando un enorme serpente, che lo avrebbe divorato in un sol boccone non appena si fosse svegliato.
Poi però a Sinbad venne in mente un’idea.

Si avvicinò cautamente all’uscio della grotta senza far rumore e senza poter essere visto dall’aquila che ancora volava in tondo sopra la sua testa. Poi cominciò a picchiare con un bastone sull’entrata della grotta.

Già al secondo colpo, vide due grandi occhi di fuoco aprirsi in fondo alla grotta, era il serpente che si era svegliato e procedeva lentamente verso di lui.

Sinbad immaginava che il serpente, al momento opportuno, sarebbe scattato per azzannarlo, così attese immobile dominando a stento l’istinto di fuggire via.

Poi il serpente scattò in avanti per prenderlo, ma Sinbad fece un veloce balzo di lato e lo schivò, così il serpente si ritrovò completamente fuori dalla grotta, pronto per attaccarlo di nuovo

Ma come aveva previsto Sinbad, subito l’aquila di precipitò in picchiata e afferrò la cosa più grande che vide, ovvero il serpente.

L’aquila si allontanò col suo enorme pasto lontano in un’altra parte dell’isola e Sinbad fu libero di tornare a bordo della sua barca con un sacco pieno di pietre preziose.
Tutti i marinai fecero festa e salparono le vele verso casa.

Sinbad dopo molti giorni finalmente ritornò alla sua terra dove iniziò un redditizio commercio di beni preziosi. Si sposò e, con tutte le ricchezze che aveva guadagnato, visse per sempre felice e contento.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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La casa abbandonata 🏚️

Come faranno due bambini, armati solo del loro coraggio, a salvare i nonni e l’intero villaggio?!

In un villaggio silenzioso e apparentemente abbandonato, ai margini di un bosco stregato, Tristan e Matilda iniziano una ricerca piena di inquietudine. I loro amati nonni sono svaniti nel nulla, senza lasciare traccia.

Un’atmosfera di mistero avvolge ogni casupola deserta, mentre il vento sussurra tra gli alberi antichi.

Scopri una fiaba che celebra l’astuzia, il legame familiare e la forza di non arrendersi mai.


Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “La casa abbandonata 🏚️“!

“La casa abbandonata 🏚️“

aspetta solo di essere ascoltata!
L’audiofiaba te la racconto io!

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La casa abbandonata 🏚️


C’era una volta, tanto tempo fa un villaggio sperduto ai bordi di una grande foresta.
In quel villaggio, in una bella casetta immersa nel verde e vicino ad un piccolo ruscello vivevano i nonni di Tristan e Matilda.

Era già autunno e purtroppo era da prima dell’estate che i bambini e i loro genitori non avevano più notizie dei due vecchietti, così il loro papà decise di andare a far loro visita.

Prese il calesse, vi caricò sopra le loro poche cose, fece montare i due bimbi e la moglie e partirono per il villaggio, al quieto passo del somarello che li trainava.

Il mattino di due giorni dopo arrivarono infine a destinazione. Rimasero alquanto stupiti di non trovare anima viva, tutte le poche casupole che formavano il villaggio sembravano disabitate.

Arrivarono quindi alla casa dei nonni. La trovarono completamente chiusa e sprangata, come se da mesi nessuno vi abitasse più.
Forzando la porta con un bastone riuscirono ad entrare, ma trovarono solo polvere stantia che ricopriva tutto. Dei due nonni non c’era l’ombra.
Molto preoccupati Tristan e Matilda cominciarono a cercarli in lungo e in largo per il bosco vicino, ma non trovarono nessun indizio. Non c’era nemmeno la possibilità di chiedere informazioni a qualcuno, dato che le case erano praticamente tutte chiuse.

I nonni sembravano spariti nel nulla senza lasciare traccia.

La mamma aveva comunque rassettato e pulito alla bell’e meglio la casa e il papà aveva cacciato della selvaggina per cena. Avevano deciso di rimanere in quella casa finchè non avessero capito che fine avessero fatto i nonni.

Giunse quindi la sera, il tiepido sole arancio sbiadito faceva capolino sulle cime degli alberi sulla collina, e un venticello fresco e umido di muschio accarezzava dolcemente la casa e il villaggio.

La famiglia di Tristan e Matilda era tutta riunita attorno al tavolo, il fuoco crepitava gentilmente nel camino e il profumo di carne arrosto riempiva la stanza. Erano tutti tristi per la mancanza dei nonni, ma erano sicuri che il giorno dopo li avrebbero ritrovati.
Qualcuno bussò alla porta.

Tristan, Matilda e i loro genitori si girarono tutti di scatto verso la porta. Il papà si alzò con circospezione, pesò ogni passo fino alla porta, poi l’aprì piano, facendola lentamente cigolare.

– Buonasera! – urlarono tre ragazzini nella penombra.
Il papà quasi trasalì per la sorpresa, poi vedendo che si trattava di tre ragazzini sorrise e li invitò ad entrare in casa.

Loro però indietreggiarono facendo di no con la testa. Tristan e Matilda si affacciarono sulla soglia per vederli.
– Non possiamo entrare, ci è proibito… siamo qui per invitarvi alla festa di benvenuto che vi abbiamo organizzato nella piazza del villaggio questa sera, vi aspettiamo! – disse uno di loro con una voce bassa e monotona, priva di espressione.

Senza aggiungere altro, i tre ragazzetti si voltarono e s’incamminarono rapidamente verso il centro del paese
Tristan e Matilda, sorpresi da quella visita, ma curiosi di farsi dei nuovi amici chiesero:
– Possiamo andare con loro per giocare un po’ mentre vi aspettiamo in piazza?!
Il papà esitò un attimo, poi acconsentì.

– Mi raccomando però state attenti che è già buio! – gridò loro mentre ormai si allontanavano.
I due ragazzi cercarono di recuperare i tre ragazzi, li intravidero proprio mentre arrivavano in centro paese.
Qualcosa però fece scattare un campanello di allarme in Matilda:
– Fermati Tristan! – disse sottovoce – c’è qualcosa che non mi piace…

Anche Tristan si fermò preoccupato, nell’aria si sentiva l’eco di strane e surreali voci che supplicavano di avere pietà e farli ritornare alla loro originaria vita.

I due fratelli quasi pietrificati dalla paura, si presero per mano. Non vollero però scappare, anzi, con cautela e riparati dal muretto di una casa si avvicinarono per vedere meglio cosa stava succedendo nella piazza.

Videro con i loro occhi i tre ragazzini trasformarsi in tre demonietti malvagi, che saltavano e ridevano davanti ad un gran falò sopra il quale vagavano degli spiriti.

Ma non erano spiriti qualunque, erano in realtà tutti gli abitanti del villaggio trasformati in fantasmi da un malvagio sortilegio dei demonietti.

– Guarda la! I nonni! – esclamò Tristan a Matilda senza pensare che i tre demonietti avevano l’udito molto fino… infatti uno di loro si voltò nella loro direzione con sguardo malevolo.

Tristan e Matilda si nascosero sotto il muretto sperando di non essere visti, poi carponi ripresero la via di casa dei nonni per avvisare mamma e papà.

Corsero a perdifiato senza mai voltarsi indietro, speravano di non essere stati scoperti dai demonietti. Arrivati sulla soglia di casa trovarono mamma e papà che si apprestavano ad uscire.

– Dobbiamo scappare! – esclamò Matilda.
– E perché mai? – chiese la madre.
– I tre ragazzi di prima sono in realtà tre demonietti che hanno trasformato in fantasmi tutti gli abitanti del villaggio, e vogliono trasformare anche noi! – disse Tristan.

– Nella piazza del villaggio arde un grande falò attorna al quale ci sono anche gli spiriti dei nonni! – continuò Matilda.
– Ma voi due siete impazziti… – aggiunse il loro papà guardandoli con occhi stupiti.
– E invece no! – gridò uno dei demonietti spuntando fuori dall’ombra proprio in quel momento brandendo una bacchetta magica. Toccò il papà di Tristan e Matilda con la punta della bacchetta e lo trasformò all’istante in uno spirito.

La mamma gridò, ma fu toccata anche lei dalla bacchetta e trasformata in fantasma.
Tristan voleva urlare, ma preso dall’impeto di vendicare i genitori, con un calcio fece cadere il diavoletto che perse la bacchetta magica.
Prontamente Matilda raccolse la bacchetta da terra e con un colpo ben assestato toccò il diavoletto che sparì in una nuvoletta di fumo grigio.
Senza sapere se potesse funzionare, d’istinto Matilda toccò anche i due fantasmi di mamma e papà che ritornarono all’istante se stessi.

– Dobbiamo andare a liberare i nonni e tutti gli abitanti del villaggio! – esclamò Tristan. Matilda approvò con un cenno del capo e corsero di nuovo alla piazza del paese.

Tristan lanciò un grande sasso in mezzo alla piazza per distrarre gli altri due demonietti, mentre Matilda di soppiatto e velocemente ne colpiva uno alle spalle facendolo sparire in una nuvoletta di fumo.

– Ma cosa…?! – il terzo demonietto non fece in tempo a rendersi conto di quello che era successo al suo compagno che era ormai anche lui una grigia nuvoletta di fumo.

Matilda allungò la bacchetta toccando i loro nonni, che finalmente poterono riabbracciare dopo tanto tempo, e poi ad uno ad uno tutti gli abitanti del villaggio furono riportati alla normalità.

Il giorno dopo ci fu una grande festa al villaggio. La bacchetta magica fu spezzata e buttata nel grande falò e Tristan e Matilda furono osannati come due grandi eroi.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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La leggenda di Sleepy Hollow 🐎

A Sleepy Hollow circolano strane leggende su un nero Cavaliere senza testa che spaventa l’intera valle… Chi sarà?

Nella misteriosa valle di Sleepy Hollow, tra zucche d’autunno e racconti attorno al fuoco, prende vita una delle fiabe più suggestive della tradizione americana.

Spiriti inquieti, amori contesi e il leggendario Cavaliere senza testa si intrecciano in un’atmosfera magica e un po’ spettrale.

Questo racconto, originariamente scritto da Washington Irving, è forse più famoso per il film di Tim Burton con protagonisti Johnny Depp e Christina Ricci.

⚠️ Questo è tra i racconti più “paurosi” fra quelli pubblicati fino ad adesso su fabulinis, tenete quindi ben abbracciati i vostri bimbi più piccoli! 😉


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“La leggenda di Sleepy Hollow 🐎“

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La leggenda di Sleepy Hollow 🐎


C’era una volta, in una di quelle ampie insenature sulla sponda orientale del fiume Hudson, una piccola valle conosciuta con il nome di Sleepy Hollow.

Le leggende narrano che l’intera valle sia stata un tempo stregata da un vecchio sciamano indiano, che teneva lì i suoi riti magici. Così nel tempo la valle si riempì di storie e leggende, tutte che parlavano di spiriti e fantasmi non proprio amichevoli…

La più famosa parlava del “Cavaliere senza testa di Sleepy Hollow”, un nero cavaliere in sella al suo cavallo la cui particolarità era quella di essere senza testa.

Alcuni dicevano che fosse il fantasma di un soldato dell’Assia, la cui testa era stata portata via da una palla di cannone, e affermavano che il suo fantasma, ogni tanto soprattutto la notte di Halloween, uscisse alla furiosa ricerca della sua testa perduta.

A Sleepy Hollow un giorno capitò anche Ichabod Crane, un giovane insegnante inviato da New York allo scopo di istruire i bambini della zona.

Ichabod Crane era un bravo maestro, e di tanto in tanto aiutava i contadini del paese a fare il fieno, riparare le staccionate o portare i cavalli al fiume, mentre la sera si deliziava a raccontare storie fantastiche agli stessi figli dei contadini, suoi alunni.

Una di queste sere nella fattoria dei Van Tassel, Katrina, la figlia del buon contadino Baltus, gli raccontò la bizzarra leggenda del Cavaliere senza testa di Sleepy Hollow.

Ichabod rimase molto affascinato sia dalla bella Katrina, che dalla misteriosa storia del fantasma del Cavaliere senza testa.

Quella notte Ichabod fece sogni molto strani tra cui un incubo dove il Cavaliere senza testa gli portava via dalle braccia Katrina, la ragazza di cui si era appena innamorato.
Si svegliò di soprassalto, per fortuna era soltanto un brutto sogno.

Quella mattina, camminando verso la scuola e passando di fronte alla fattoria dei Van Tassel, Ichabod scoprì forse il significato del brutto sogno di quella notte.

Vide in lontananza Katrina che sorrideva a Brom Van Brunt, il ragazzo più in vista, famoso e muscoloso di Sleepy Hollow; anche Brom sorrideva a Katrina e la salutava con affetto.
Forse a portare via Katrina dalle sue braccia non sarebbe stato il Cavaliere senza testa, ma Brom…

Ichabod non si perse d’animo e decise comunque di corteggiare la bella ragazza, anche se questo avrebbe voluto dire rivaleggiare con il bello e forte Brom Van Brunt.

Dopo l’estate arrivò presto l’autunno e un bel giorno Ichabod si fece prestare un cavallo da un contadino e uscì a farsi una trottata per la valle.
Da tutte le parti vedeva una vasta distesa di grandi campi pieni di zucche gialle e arancioni pronte per la festa di Halloween.

Mentre osservava tutte quelle belle zucche fu colpito da una zucca già intagliata posta su un muretto vicino al sentiero: sembrava guardarlo sorridendogli in modo beffardo, quasi che la risata si sentisse per davvero echeggiando per la valle.

Ichabod scosse la testa e spronò il cavallo allontanandosi dal campo di zucche. Era così bello vagare per la valle che non si accorse nemmeno che il sole stava ormai tramontando.

Ritornò indietro che ormai era sera e al paese si stava già celebrando la festa per Halloween.

Canti, balli, risa e un sacco di leccornie accompagnarono la lieta serata dei compaesani. E alla fine, quando era ormai già notte fonda in molti si radunarono intorno al falò a raccontar storie e leggende.

Come potete immaginare la storia principale riguardava lo spettro preferito di Sleepy Hollow, il Cavaliere senza testa, che negli ultimi tempi era stato visto diverse volte pattugliare il paese e, si diceva, legare il suo cavallo di notte tra le tombe del cimitero vicino alla chiesetta del bosco.

Questa chiesetta, proprio perché appartata nel bosco, sembrava il posto ideale per diventare il ritrovo preferito degli spiriti. Quello era anche il ritrovo preferito del Cavaliere senza testa e il luogo in cui lo si incontrava più di frequente.

Tutti questi racconti colpirono profondamente i pensieri di Ichabod, che li ascoltava assorto e rapito. Ma mentre ascoltava una delle storie raccontate delle anziane donne del paese, vide con la coda dell’occhio Katrina che, seduta dall’altra parte del falò, stringeva dolcemente la mano a Brom, entrambi anche loro assorti dal racconto di una nonna.

A Ichabod gli si spezzò il cuore, in quel momento capì che non avrebbe mai conquistato il cuore di Katrina, così decise di ritornare a casa sua prima che la festa finisse.

Ichabod, col cuore infranto e le lacrime che a stento tratteneva dagli occhi, cavalcava piano col suo cavallo verso casa. Sull’intera valle aleggiava una densa foschia intervallata qua e là da qualche casa o fattoria. Nel silenzio della notte, si sentivano solo i versi delle civette e degli allocchi.

Tutte le storie di fantasmi e folletti che aveva sentito quella sera ora si affollavano nella sua testa. La notte diventava sempre più buia; le stelle sembravano sprofondare nel cielo nascoste da nere nubi.

Non si era mai sentito così triste e solo. E nel suo vagabondare con la testa piena di pensieri, non si era accorto di aver imboccato il sentiero che portava proprio alla chiesetta nel bosco, il luogo in cui erano state ambientate molte delle storie di fantasmi che aveva appena ascoltato.

Ichabod, sovrappensiero, alzò lo sguardo e si ritrovò di colpo davanti alla chiesetta, si guardò sperduto attorno e iniziò a fischiettare per farsi coraggio. Il suo cuore cominciò a battere forte, raccolse tuttavia tutto il suo coraggio, diede due colpi al cavallo e cercò di oltrepassare la chiesetta il più rapidamente possibile.

Ma il cavallo si imbizzarrì e si impennò, non ne voleva sapere di andare oltre. Quando finalmente Ichabod riuscì a domare il cavallo, si accorse che non era solo.

Nel buio dall’altra parte del ponte, sembrava esserci un cavaliere di grandi dimensioni avvolto in un grande mantello nero, montato su un cavallo nero di corporatura possente.

Ichabod spronò forte il cavallo e iniziò la fuga per tornare verso il paese, ma il cavaliere lo seguì.
Mentre cavalcava veloce Ichabod si girò per vedere meglio chi lo inseguiva, e ne ebbe la conferma: era proprio lui, il Cavaliere senza testa!

Ichabod spronò ancor di più il suo cavallo, ma sentì qualcosa di molto caldo colpirgli la testa, e poi ci fu un lampo accecante. In quel momento il suo cavallo inciampò e capitombolò a terra portando con sé anche Ichabod…

La mattina seguente il cavallo fu trovato che mangiava serenamente il fieno nella fattoria del suo padrone.

Ichabod invece non fece la sua comparsa né a colazione né a pranzo, e anche quando venne l’ora di cena, di Ichabod non c’era ancora nessuna traccia.

Tutti nel paese iniziarono allora a cercarlo, nel tratto di strada che portava alla chiesetta vennero ritrovate le tracce degli zoccoli del cavallo e, cosa curiosa, fu ritrovato il cappello dello sfortunato Ichabod, sopra una grande zucca intagliata di Halloween…

Di Ichabod non si ebbe mai più nessuna notizia.

Il misterioso evento causò molti mormorii nel paese, e fiorirono quindi numerose nuove leggende sul Cavaliere senza testa e su Ichabod, l’insegnante scomparso.

Anni dopo il buon contadino Baltus Van Tassel si recò a New York per condurre degli affari, e mentre passeggiava per il grande Central Park, fu avvicinato da un distinto signore che lo salutò con affetto.

Baltus guardò meglio il signore e sgranò gli occhi quando riconobbe che si trattava di Ichabod Crane!
Quasi avesse visto un fantasma Baltus fece un balzo all’indietro.

Ichabod sorrise e lo calmò, Baltus ancora incredulo gli chiese che fine avesse fatto e come mai sparì così all’improvviso da Sleepy Hollow.
Ichabod allora gli raccontò di come quella sera di Halloween il suo cuore infranto dalla sua bella figlia Katrina lo avesse ridotto quasi alla pazzia, ma poi non sapeva aggiungere più nulla.

Di quella notte aveva solo ricordi confusi e poco chiari. si ricordava solo che, il mattino seguente, senza sapere come, si risvegliò sopra ad un battello che ormai stava già ormeggiando a New York, con un gran bel mal di testa e senza il suo cappello.

Ah, e anche che stranamente era avvolto in un grande mantello nero che non aveva la minima idea da dove arrivasse…

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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FrankenPlush 🧸

Anche i pelouche brutti e birichini possono avere un cuore d’oro…

Noi di fabulinis abbiamo voluto scrivere una storia che fosse anche carica di un significato più profondo: solo perchè non si è perfetti non vuol dire che non si abbia un cuore a cui poter dare tanto amore e affetto.

Ma soprattutto che se impariamo ad andare oltre le apparenze possiamo essere tutti più felici, perché l’abito non fa il monaco… 😉


Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “FrankenPlush 🧸“!

“FrankenPlush 🧸“

aspetta solo di essere ascoltata!
L’audiofiaba te la racconto io!

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FrankenPlush 🧸


Stano era un bambino molto curioso, non stava mai con le mani in mano e amava trafficare smontando e rimontando i suoi giochi.

Era quasi il giorno di Halloween e a Stano venne una bizzarra idea: per fare uno scherzo alla sua sorellina Sveva, avrebbe realizzato uno spaventosissimo peluche e gliel’avrebbe messo nel lettino prima della nanna. Lei si sarebbe spaventata moltissimo e lui avrebbe riso a crepapelle!

Allora andò nella sua cameretta, prese alcuni dei suoi pupazzi, i più rovinati e maltrattati, li scucì e li ricompose con ago e filo.
Il risultato era alquanto bizzarro.

Questo nuovo pupazzo aveva la testa di un gatto blu a cui mancava un occhio (sostituito da un bottone attaccato male), con un orecchio di un orsetto e l’altro di un cagnolino.

Il corpo era quello di un panda a cui avevano fatto qualche strana operazione chirurgica, ricucito alla fine con del filo di lana rosso. Un braccio era quello di una zebra mentre l’altro era di un topolino.

Come gambe, Stano aveva usato due robuste zampette di elefante, mentre sulla schiena del pupazzo regnava trionfante la pinna di uno squalo.
Stano ammirava compiaciuto la sua creazione.

“Sono stato proprio bravo!” si diceva tra sè, “bravo come il dottor Frankenstain!” ridendo in modo sguaiato “ah! ah! ah!”.
Ricordando in modo vago la storia del dottor Frankenstein, raccontatagli da suo cugino Corrado proprio quell’estate, voleva ricopiare fedelmente il momento in cui “la creatura” prendeva vita.

Prese tutta una serie di cianfrusaglie, cavi, fili e tubetti per costruire una finta centrale elettrica con cui dare vita alla sua creazione.
Come fosse un segno del destino, in lontananza si sentiva il rombo di alcuni tuoni e qualche lampo iniziava a farsi vedere. Stava arrivando un bel temporale.

Stano accese tutte le luci della stanza e infilò un paio di occhiali da sole, dopodichè afferrò una levetta di legno e l’abbassò.
– E ora prendi vita mio FrankenPlush!

Ci fu un lampo fortissimo fuori dalla finestra e poi un fragoroso rombo di tuono. Per un paio di secondi la luce andò via.

Per lo spavento Stano si rifugiò sotto le coperte del suo lettino. Quando sbirciò fuori dalle coperte il suo FrankenPlush era sparito.
“Dov’è finito il mio FrankenPlush?!” si chiese.
Un agghiacciante urlo di Sveva arrivò dal soggiorno.

Stano preoccupato per la sorellina, ma allo stesso tempo terrorizzato, si precipitò a vedere cos’era successo in soggiorno.
Non poteva credere ai suoi occhi: Sveva, con in mano una spada laser giocattolo, cercava di togliersi dalla gamba qualcosa… FrankenPlush!
Il pupazzo era aggrappato alla gamba di Sveva e con il braccio da zebra cercava di toccarle il viso.

Stano si precipitò a salvare sua sorella, afferrò con forza FrankenPlush e lo strattonò via.
– Lascia stare la mia sorellina, cattivo pupazzo! – gli urlò contro.

FrankenPlush per tutta risposta gli fece la linguaccia e una pernacchia e scappò via, infilando la porta di casa.

Stano non fece in tempo a capire che cosa fosse successo che sentì l’anziana vicina di casa urlare per lo spavento. Guardò allora fuori di casa e vide la vecchina semistesa a terra che, mentre si faceva aria col fazzoletto, per lo spavento gridava “Un mostro! Un mostro!”

Mentre Stano si infilava le scarpe, un altro urlo si udì poco lontano. Doveva fare in fretta! Inforcò la bici e partì all’inseguimento.

FrankenPlush aveva già sconvolto un paio di vicini, la signora del chiosco di fiori (a cui aveva rubato un mazzetto di fiori), il panettiere (dove aveva dato un morso ad una focaccia con le olive, sputazzando poi le olive…) e il bar, dove la barista per lo spavento si era rovesciata addosso un caffè macchiato caldo in tazza di vetro col manico in metallo e senza zucchero, che stava servendo al bancone.

“Ma è velocissimo! Meno male che gli ho messo delle zampette di elefante, pensa se usavo quelle del giaguaro…” pensava Steno tra sé, mentre lo inseguiva.
In meno di dieci minuti FrankenPlush aveva già terrorizzato mezzo quartiere.

Stano, mentre pedalava in cerca di una pista da seguire, sentì d’improvviso il pianto di una bambina che proveniva dal parchetto. La raggiunse e le chiese cosa fosse successo.

– Un mostriciattolo mi ha rubato la bambola… – e continuò a piangere tra i singhiozzi.
– Hai visto dov’è andato? – le chiese Stano, la bambina gli indicò la strada che portava al fiume. Stano la consolò, l’abbracciò e le promise che avrebbe cercato di riportarle la bambola, poi prese la bici e pedalò veloce giù al fiume.

Lo trovò lì, seduto immobile sulla riva con la bambola in mano. La stava fissando con uno sguardo intenso e curioso.

Stano si avvicinò cautamente per non farsi sentire, ma FrankenPlush non sembrava badargli. Arrivò fino al suo fianco, il pupazzo ruotò la testa dando uno sguardo veloce verso di lui, poi tornò a guardare la bambola.

FrankenPlush mostrò la bambola dal sorriso raggiante, gli occhi dolci e la faccia paffutella a Stano, poi con la sua zampetta di topolino indicò il suo viso ricucito e raffazzonato, e anche tutto sé stesso.

Cercò pure di farfugliare qualcosa, i suoi occhi erano tristi e se avessero potuto avrebbero versato qualche lacrima.
Stano capì: – Mi stai chiedendo perchè ti ho fatto così… ?
FrankenPlush annuì debolmente.

Stano non sapeva cosa rispondergli, per lui era stato un semplice scherzo, ma ora la sua creazione era lì davanti a lui, brutta e fatta male, ma piena di vita. E non capiva perché tutti avessero così paura di lui.

Stano si sedette vicino a FrankenPlush in silenzio, poi gli accarezzò la testolina. Il pupazzo si inclinò leggermente verso di lui, finché Stano non lo abbracciò forte forte.

– Ti voglio bene FrankenPlush, sei il pupazzo più straordinario che io abbia mai avuto – disse Stano.
FrankenPlush si strinse forte al suo braccio, ringraziandolo.

– Dobbiamo riportare la bambola alla bambina! – disse di soprassalto Stano ricordandosi della promessa fatta.
Corsero allora con la bici al parchetto, la bambina stava attendendo ansiosa la sua cara bambola.

Quando vide FrankenPlush la bimba si ritrasse paurosa, ma poi il pupazzo gliela porse gentilmente e cercò di scusarsi a suo modo. La bambina prese fra le braccia la sua bambola e guardando in faccia FrankenPlush, vide che aveva lo sguardo buono di chi vuole scusarsi.

La bimba gli sorrise, ora non aveva più paura di lui, anzi chiese come si chiamava.
– FrankenPlush! – rispose orgoglioso Stano.

Passarono quindi da tutte le persone che FrankenPlush aveva spaventato per scusarsi delle marachelle e rimediare se possibile.

La signora del bar, all’inizio molto arrabbiata, dopo le scuse lo prese in braccio e lo coccolò con amore. Il panettiere finì per regalargli una focaccia, la fioraia dopo una bella chiaccherata con Stano disse che FrankenPlush era il pupazzo più straordinario del quartiere e la vicina di casa, colpita dalla dolcezza di Frankenplush gli chiese se voleva passare ogni tanto a farle compagnia.

Tutti dopo che lo ebbero conosciuto per davvero, non ebbero più paura di lui.

Neppure Sveva, che appena lo rivide scappò a nascondersi dietro al divano, ma poi dopo che FrankenPlush la abbracciò dolcemente facendo le fusa, iniziò a riempirlo di bacetti e carezze.

E tutte le volte che poteva cercava di rubarlo al fratello per giocarci insieme.
Non capita tutti i giorni di avere un pupazzo che salta, balla, fa le linguacce e anche le pernacchie!

FrankenPlush era finalmente felice, e la sera Stano lo prendeva con sé, lo metteva nel lettino e gli teneva forte la zampetta.
Così tutti e due avrebbero fatto di sicuro dei magnifici e stupendi sogni.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Il pipistrello Brighello 🦇🎃

Cercasi casa, ma non per paura… per un nuovo inizio!

In una notte di Halloween buia e tempestosa, un piccolo pipistrello di nome Brighello prende un coraggioso volo.
Lascia la sua torre fredda e solitaria, deciso a trovare finalmente un posto caldo e accogliente che possa chiamare casa.

Incontrerà strani personaggi nel bosco, ma sarà un aiuto inaspettato a guidarlo verso una scoperta magica.

L’avventura di Brighello è una toccante ricerca di amicizia e calore, una fiaba sulla speranza e la gioia di trovare una nuova “famiglia”.


Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Il pipistrello Brighello 🦇🎃“!

“Il pipistrello Brighello 🦇🎃“

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L’audiofiaba te la racconto io!

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Il pipistrello Brighello 🦇🎃


C’era una volta un pipistrello che si chiamava Brighello.
Lui Abitava tutto solo in una torre alta alta di un castello vicino ad un bosco, questa torre però era tutta piena di buchi, di spifferi e ci entrava tanto freddo, e quando faceva il temporale il povero pipistrello si ritrovava sempre zuppo e fradicio.
Brighello, poverino, non ce la faceva più, così sentì che ne aveva abbastanza e una notte decise di andare via dalla sua torre umida e sgangherata.

Quella notte era proprio quella di Halloween ed era tanto buia, c’era anche qualche lampo in lontananza, ma Brighello prese coraggio e volò via lo stesso, deciso a trovare una nuova casetta.
Cominciò a cercarla dal bosco vicino al castello e, vola vola, nel bosco incontrò un gufo.

– Buona sera signor gufo!
– Buona sera a te pipistrellino mio, dimmi, cosa ci fai in giro con questo buio nella notte di Halloween, non vedi che là ci sono dei lampi? Forse arriverà il temporale…

Il pipistrello decise quindi di raccontare tutta la sua storia.
– Io mi chiamo Brighello e abito nella torre del castello, che ha un sacco di buchi, è brutta, rotta, e piena di spifferi. Ci abito tutto solo e sto cercando una nuova casetta. Mi puoi aiutare signor gufo?

Il gufo gli rispose:
– Io abito in quest’albero, dentro quel buco, però per te caro pipistrello mio non c’è posto…
Brighello ci rimase un po’ male.
– Vabbè andrò in cerca di un’altra casetta… grazie lo stesso signor gufo!

Salutò il gufo e continuò a volare nel bosco finché non incontrò una volpe.
– Buonasera signora volpe!
– Buonasera pipistrello, cosa ci fai in giro con questcon questo buio nella notte di Halloween ?
Brighello allora raccontò la sua storia anche alla volpe:

– Io mi chiamo Brighello e abito nella torre del castello, che ha un sacco di buchi, è brutta, rotta, e piena di spifferi. Ci abito tutto solo e sto cercando una nuova casetta. Mi puoi aiutare signora volpe?
La volpe allora gli rispose:
– Io ti darei anche un lettino nella mia piccola tana, però sta sotto terra, e i pipistrelli come te non riescono a volare li dentro… Sarebbe una trappola per te!
Brighello ci rimase un po’ male.
– Vabbè andrò in cerca di un’altra casetta… grazie lo stesso signora volpe!

Salutò la volpe e continuò a cercare. Questa volta uscì dal bosco e si ritrovò sopra un grande prato, dove la luna ogni tanto riusciva a farsi vedere in mezzo alle nuvole scure e minacciose.
Vola vola e vola a Brighello venne in mente un’idea:
– Chiederò aiuto alla luna!
Così Brighello volò sempre più in alto finché non riuscì a vedere in viso la luna che stava sonnecchiando.

– Buona sera signora luna!
– Buona sera a te pipistrellino mio – disse la luna sbadigliando – cosa ci fai in giro con questo buio nella notte di Halloween?
Il pipistrello prese coraggio e raccontò tutta la sua storia.
– Io mi chiamo Brighello e abito nella torre del castello, che ha un sacco di buchi, è brutta, rotta, e piena di spifferi. Ci abito tutto solo e sto cercando una nuova casetta. Mi puoi aiutare signora luna?

La luna gli rispose:
– Buon pipistrello mio, vola verso la montagna, li dovresti trovare una grotta dove abitano tanti pipistrelli come te, sono sicura che accetteranno ben volentieri la tua compagnia e ti lasceranno stare con loro!
– Grazie! Grazie infinite signora luna, non so come ringraziarla!

E, salutata la luna, Brighello iniziò a volare verso la montagna. Arrivato lì, vide la grotta e vide che dentro c’era della luce.
Fu subito fermato però da un pipistrello che faceva la guardia all’ingresso!
– Chi sei tu?! Cosa ci fai qui?!
– Io mi chiamo Brighello e abito nella torre del castello, che ha un sacco di buchi, è brutta, rotta, e piena di spifferi. Ci abito tutto solo e sto cercando una nuova casetta…

Sentito il racconto di Brighello, la guardia gli disse:
– Allora penso proprio che tu abbia trovato la tua nuova casetta! Entra dentro alla nostra grotta, sono sicuro che tutti i miei amici pipistrelli ti accoglieranno ben volentieri, tra pipistrelli ci si deve sempre aiutare!
– Davvero posso stare con voi? – rispose tutto emozionato Brighello.
– Ma certo! Anzi, proprio stasera stiamo facendo una festa per Halloween, e la festa diventerà ancora più bella se si aggiunge un nuovo amico! Vieni con me!

Il pipistrello di guardia prese Brighello e lo portò al centro della grotta, dove si stava cantando, ballando e festeggiando.
– Fermi tutti! – disse la guardia – Voglio presentarvi Brighello, un pipistrello solo soletto in cerca di una nuova casa.
Dal gruppo di pipistrelli parlò uno di loro, che doveva essere l’anziano saggio, capo della tribù.
– Se vuoi, caro pipistrello mio, questa sarà la tua nuova casa, e questa la tua nuova famiglia.
Brighello non stava più in sé dalla gioia, tanto che riuscì solo a dire un fortissimo:
– Siiiiiii!

Allora tutti i pipistrelli corsero ad abbracciarlo e salutarlo, e subito dopo ripresero le danze in suo onore!
Da quel giorno Brighello non fu più solo, aveva finalmente trovato una bella casetta, e, cosa più importante aveva trovato tantissimi amici!

️⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Lo scherzetto della strega Greta 🎃

Cosa succede quando una strega dal cuore d’oro incontra un adulto troppo cattivo?

Immergiti nella notte più magica dell’anno, dove l’aria sa di mistero e le risate dei bambini si mescolano al fruscio di scope volanti.

Segui Greta, una strega simpatica e birbantella, in un’avventura che ha per protagonista la più dolce delle magie: quella della giustizia e della condivisione.

Incontrerai una banda di bimbi in maschera e una zucca davvero speciale che daranno una bella lezione ad un burbero signore…


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“Lo scherzetto della strega Greta 🎃“

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Lo scherzetto della strega Greta 🎃


Nella notte di Halloween, una strega pazzerella volava sulla sua scopa sopra i tetti del paese.

Greta, questo era il suo nome, stava andando dalle sue amiche, e siccome era in gran ritardo, volava via talmente veloce che perfino i gatti neri avevano paura di lei.
Lei e le altre sue compari avrebbero fatto grande festa, perché quella era la notte di Halloween, la notte delle streghe!

Vola sopra un tetto, vola attorno ad un campanile, vola dentro un vicolo, ecco che per la strada vide una compagnia di bambini tutti mascherati.
Erano tutti bimbi che andavano di casa in casa a chiedere “dolcetto o scherzetto”, per riempirsi le tasche di caramelle.

Incuriosita, Greta si fermò dietro ad un albero a guardare la scena. Dovete sapere che anche lei aveva una nipotina grande come loro. Si chiamava Adele ed era tanto simpatica.

I bimbi stavano bussando ad una grande porta di legno, e dopo poco uscì un uomo grande e grosso, con la barba lunga così.
Quando l’uomo si sentì chiedere “dolcetto o scherzetto”, fece una grossa risata. I bambini porsero comunque i loro sacchettini per raccogliere le caramelle, ma quel cattivone grande e grosso ci mise dentro solo dei piccoli pezzi di pane raffermo. Dopodiché chiuse loro la porta in faccia, ridendo sonoramente.

I bambini ci rimasero molto male, i più piccoli di loro avevano le lacrimone agli occhi. Non si aspettavano una cattiveria simile.
La strega Greta, dopo aver visto tutta quella brutta scena, decise che quell’omone si meritava una bella lezione.

Con due parole magiche si trasformò in una bambina travestita da piccola strega, e si avvicinò alla compagnia di bimbi.
– Ciao bambini, io mi chiamo Greta!

I bimbi, ancora un po’ tristi per l’accaduto, la guardarono chiedendosi da dove saltasse fuori.
– Ho visto tutta la scena – continuò Greta – e penso che quel cattivone grande e grosso si meriti una bella lezione!
Gli occhi dei bimbi più grandi si ravvivarono subito – Quella bimba ha ragione! – disse uno di loro, e corsero tutti incontro a Greta.
– Guardate qui – disse Greta.

Dalla sua borsa tirò fuori una boccetta color giallo fosforescente, versò un paio di gocce su una zucca intagliata che stava lì vicino, e… magia! La zucca iniziò a fare delle facce bruttissime!

Alcuni bimbi furono molto impressionati da quella magia e stavano per mettersi a piangere dalla paura.
– Non temete, questa zucca adesso andrà a far morire di paura quel cattivone!
– Siiiii! – gridarono insieme tutti i bambini.

Mentre la zucca piano piano si avviava verso la porta della casa, Greta versò un altro paio di gocce su un grande lenzuolo, su un secchio di latte ed infine su un rastrello.

Ed ecco che una piccola squadra di oggetti fluttuanti nell’aria stava per bussare alla porta della casa.
Greta e tutti i bambini, intanto, si erano nascosti dietro ad un muretto, per gustarsi la scena.

Quando finalmente il rastrello bussò alla porta, da dentro la casa si sentì una grossa risata, e poco dopo l’omone grande e grosso aprì la porta.

Immaginate che spavento quando di fronte a sé trovò una zucca intagliata che fluttuava a mezz’aria, un lenzuolo che sembrava un fantasma e un rastrello ed un secchio che sbattevano tra di loro, facendo un gran fracasso!

L’uomo, per quanto fosse grande e grosso, non riuscì nemmeno a gridare per la paura, e corse via dentro casa.
Ma la zucca, il lenzuolo, il rastrello e il secchio lo inseguirono ululando per tutte le stanze.

Il pover’uomo correva da una stanza all’altra terrorizzato, gridando:
– Scusate! Scusate! Ho capito, sono stato cattivo! Scusate!
Finché non andò in cucina, aprì la dispensa, prese tutti i dolci che aveva e li portò fuori ai bambini.
– Scusatemi bambini, scusatemi! Sono stato cattivo! Eccovi tutti i miei dolci!

I bambini, vedendo l’omone portare fuori tutti quei dolci, scattarono da dietro il muretto e corsero a prenderli. Ma non li presero tutti, ne lasciarono un poco anche all’uomo grande e grosso, perché così anche lui poteva festeggiare la notte delle streghe!

L’omone promise che l’anno successivo li avrebbe aspettati con ancora più dolci e caramelle, e i bambini tutti contenti poterono finalmente andare a bussare alla porta della casa vicina.

“Dolcetto o scherzetto?”

Nella confusione e felicità generale, i bambini non si erano accorti che Greta era sparita in groppa alla sua scopa, riprendendo il suo normale aspetto.
Meglio così. Per la strega Greta quello che davvero era importante era il sorriso di quei bambini in festa.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Masino e la Strega Micilina 🧙‍♀️

Chi Ruba davvero il bestiame nel paese di Pocapaglia?

In un borgo arroccato su una collina ripida, la paura regna sovrana. Le notti sono turbate dalla terribile Strega Micilina, che con un soffio malvagio ruba il bestiame e getta nello sconforto tutti gli abitanti. Falò e coraggio non bastano a svelare l’arcano.

Quando tutto sembra perduto, il ritorno dell’amato Masino promette non una battaglia, ma un’indagine geniale. Attraverso dettagli trascurati, il mistero si dipana, rivelando una verità più umana e sorprendente di qualsiasi magia…

Masino e la Strega Micilina è un racconto popolare di origine piemontese, dove le streghe sono chiamate “masche”. Ne parla anche Italo Calvino nella sua raccolta “Fiabe Italiane”


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“Masino e la Strega Micilina 🧙‍♀️“

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L’audiofiaba te la racconto io!

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Masino e la Strega Micilina 🧙‍♀️


Masino veniva dal paese di Pocapaglia, era un tipo molto sveglio ma era partito per fare il soldato in giro per il mondo. Mancava molto ai suoi compaesani perché, essendo così in gamba riusciva a risolvere sempre i misteri del paese e i guai di tutti i suoi abitanti.

Pocapaglia è una paesino nato sul versante di una collina talmente ripida che gli abitanti legavano un sacchetto sotto la coda delle galline, per evitare che le uova rotolassero giù fino in pianura, quando venivano deposte.

E qui inizia la nostra storia: infatti, non passava notte senza che la Strega Micilina sbucasse fuori dai boschi, furtiva, per portarsi via, con il suo malefico soffio, capre, pecore e buoi, mentre rientravano alle stalle.

Gli abitanti avevano acceso grandi falò per illuminare la via e avevano organizzato spedizioni per ritrovare gli animali rubati, ma la Strega Micilina sorprendeva i pastori alle spalle stordendoli col suo terribile soffio. Purtroppo le orme lasciate dalle scarpe della Strega, sparivano nel sottobosco senza lasciare traccia, l’unica cosa che rimaneva erano ciuffi di pelo scuri attaccati ai cespugli.

I contadini alla fine, per disperazione, rinchiusero nelle stalle gli animali, e si riunivano tutti, la sera, attorno al fuoco acceso nel bel mezzo della piazza, per piangere questo triste destino. Nel frattempo, mucche, pecore e capre diventavano sempre più magre… e la Micilina continuava a rubarle lo stesso, approfittando del fatto che i contadini in piazza non facevano la guardia alle stalle.

I Pocapagliesi, ormai, avevano talmente tanta paura da non riuscire a prendere nessuna decisione, e l’unica cosa che ormai riuscivano a fare era sperare che arrivasse Masino. Ma Masino era sempre in giro per il mondo a fare il soldato e nessuno sapeva quando sarebbe tornato.

Pensa e ripensa, decisero di andare dal Conte.

Il Conte viveva chiuso nel castello in cima alla collina, ed aveva una schiera di soldati al suo servizio. Gli abitanti erano sicuri che tutti questi guerrieri non avrebbero avuto difficoltà a catturare la Strega Micilina.

Così, una mattina, salirono al castello, e lo trovarono in un cortile pieno di soldati mentre si lisciava la lunga barba nera e ben pettinata.
I contadini si inchinarono, toccando quasi terra con la testa; e il più vecchio di loro, fattosi coraggio, prese a parlare.

– Signor Conte – disse – siamo venuti qui per chiedervi aiuto per risolvere un problema, solo Vostra Signoria è in grado di liberarci da questa sventura. Nei boschi vive nascosta la Strega Micilina, e di notte arriva furtiva e ci porta via tutte le bestie. Noi non possiamo che disperarci senza fare nulla, perché non siamo armati e basta il suo soffio malvagio per buttarci a terra. Imploriamo perciò Vostra Signoria di mandare i soldati a far la guardia e prendere la ladra.

– Se mando i soldati – ribattè il Conte – devo mandare anche il capitano; ma il capitano la sera deve giocare a tombola con me, perciò se ne resta qui.

I contadini si gettarono ai piedi del Conte, lo supplicarono di aver pietà di loro e di concedere il suo aiuto, ma invano.

Alla fine il Conte, infastidito, chiuse la discussione dicendo:
– Io di streghe non ne ho mai viste, quindi la Strega Micilina non esiste!
E fece cenno ai soldati, i quali cacciarono via i contadini.

I Pocapagliesi, quella sera, si ritrovarono attorno al falò ancora più disperati di prima. Discutevano sul da farsi, e alla fine il più vecchio disse:
– Dobbiamo proprio cercare Masino.

Furono tutti d’accordo, e, sapendo che si trovava in Africa, gli scrissero per chiedergli di tornare.

Fu così che Masino arrivò a Pocapaglia una sera, e trovò tutti i suoi compaesani disperati accanto al fuoco. Quando lo videro, gli fecero una gran festa ed erano tutti curiosi di conoscere tutte le sue avventure.
Ma lui volle prima sapere perché l’avevano fatto tornare.

I contadini raccontarono tutta la storia della Strega e del Conte, e alla fine Masino disse:
– Forza e coraggio! A mezzanotte andrò io nel bosco e vi porterò la Strega, parola di Masino. Ma devo prima sapere tre cose.

– Che cosa vuoi sapere? – fecero i contadini rincuorati.
– Barbiere, quanti clienti ha avuto in questo mese?
– Tutti i presenti sono stati sbarbati e rasati da me nell’ultimo mese. Ho tagliato tante di quelle barbe e tanti di quei capelli che potrei riempirci un fosso! – rispose il barbiere.

– Ciabattino, quante scarpe ha riparato nell’ultimo mese?
– Eh, nessuna, qui i contadini vanno tutti scalzi e il mio mestiere serve ben a poco… – disse con voce triste il calzolaio.

– E tu, cordaio, quante corde hai venduto ultimamente? – chiese ancora Masino.
– Ho venduto tutto quello che avevo in bottega: corde, funi, canape e corregge: non mi è rimasto nulla!

– Adesso so quanto mi basta, svegliatemi a mezzanotte e manterrò la mia promessa – concluse Masino. E si mise a dormire.

A mezzanotte in punto lo svegliarono. Masino si scrollò il sonno di dosso, bevve una ciotola di brodo bollente e se ne andò, addentrandosi da solo nel bosco scuro.

I contadini rimasero seduti attorno al fuoco in silenzio, fino a quando il fuoco morì. Attesero ancora e, quando ormai albeggiava, ecco tornare Masino e portare dietro di sè, tirandolo legato ad una fune, il signor Conte dalla lunga, lucida e nera barba.

– Questa è la vostra Strega! E’ il signor Conte, che, guarda un po’ non vi aveva voluto aiutare.
Tutti lo guardarono meravigliati, poi Masino continuò:
– Ho capito che non potesse essere uno spirito perché aveva bisogno di legare le bestie per portarle via; dunque il ladro doveva essere un essere umano. Ma non era nessuno di voi, perché voi camminate scalzi senza scarpe o zoccoli ai piedi, e c’erano invece le orme. Tutti, poi, avete barba e capelli corti, perciò non potevate lasciare ciuffi di pelo attaccati ai cespugli. Ma il Conte ha la barba lunga, e in più porta le scarpe e ha a disposizione molte funi.»

– E il terribile soffio che ci buttava a terra? – Chiesero i Pocapagliesi.

– Macché soffio! Portava con sè un bastone coperto di stracci, con il quale vi colpiva per tramortirvi: voi lo sentivate fischiare nell’aria e, quando vi risvegliavate dal colpo, vi ritrovavate con la testa pesante e senza ferite. Perciò credevate di essere stati abbattuti da un soffio, ma in realtà vi aveva solo dato una bella legnata. Ma adesso del Conte che cosa ne volete fare? – concluse Masino.

I contadini iniziarono a vociare e a parlarsi uno sopra l’altro: qualcuno proponeva di mettere il Conte al rogo, altri volevano gettarlo nel fiume, magari chiuso in un sacco con quattro gatti arrabbiati…

Il Conte, in ginocchio, invocava pietà e chiedeva perdono.

Infine Masino chiese a tutti di tacere e disse:
– Morto non serve a nessuno. Possiamo però approfittare del fatto che conosce il bosco come le sue tasche e che, per fingersi la Strega, è abituato a stare sveglio di notte. La mia proposta è questa: lo manderemo di notte a raccogliere legna nel bosco e portarvela già in fascine. E, già che c’è, potrà dare l’allarme se un lupo o qualunque altro pericolo si avvicina al paese. Così sarà stato utile a tutti e potrà ripagare il suo debito con tutti voi.

I contadini furono d’accordo, ed il Conte lavorò per loro, finché la barba gli divenne bianca e non ebbe più le forze per farlo. Ma a quel punto era ormai diventato amico di tutti in paese e i Pocapagliesi si presero cura di lui durante la sua vecchiaia.

Masino però non potè vedere invecchiare il conte e rifiorire Pocapaglia, perché appena risolto questo mistero ripartì per il mondo, tanto adesso di lui non avevano più bisogno.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Scheletrino e la maledizione di Halloween 💀🎃

Che barba e che noia stare tutto il tempo da soli al cimitero…

In una notte stellata, nel silenzio di un piccolo cimitero di montagna, vive Scheletrino. La sua esistenza è tranquilla, forse un po’ troppo noiosa, tra genitori e zie bisbetiche. La sua unica compagna è la luna d’argento, fino a quando un rumore inattatto rompe la routine.

Un’improvvisa apparizione cambierà tutto: è Fantasmino, uno spirito vivace in partenza per un viaggio speciale. Insieme, i due nuovi amici si lanceranno in un’avventura verso la Foresta Oscura, pronti a vivere una notte di magia, scherzi e scoperte indimenticabili!


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“Scheletrino e la maledizione di Halloween 💀🎃“

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Scheletrino e la maledizione di Halloween 💀🎃


Era una notte buia buia e Scheletrino stava guardando il primo spicchio di luna crescente nel cielo pieno di stelle.

Scheletrino abitava in un piccolo e sgangherato cimitero di montagna, talmente piccolo che praticamente c’erano solo mamma, papà e le due bisbetiche zie… Una noia mortale.

A fargli compagnia c’erano solo gli animaletti del bosco e la luna d’argento.

Ma quella sera buia buia, mentre guardava la luna spostarsi piano piano nel cielo, sentì uno strano rumore provenire da appena fuori il cancello del cimitero.

Scheletrino corse a vedere cosa succedeva, e dietro ad una delle siepi vide qualcosa color bianco etereo che si muoveva.

Si avvicinò piano piano, senza far rumore, quando all’improvviso, dalla siepe…

‒ Bhoooooo!

Scheletrino fece un balzo all’indietro per lo spavento, mentre il Fantasmino che era saltato fuori dalla siepe ridacchiava per lo scherzo riuscito.

‒ Ti sei spaventato? ‒ chiese il Fantasmino mentre lo aiutava a rialzarsi da terra.
‒ Un po’…. ma tu chi sei?
‒ Sono Fantasmino, passavo di qua per caso e volevo vedere se c’era qualcuno con cui passare un po’ di tempo, sto facendo un lungo viaggio sai…

‒ Ci sono solo io sveglio… gli altri dormono tutti, ma che viaggio stai facendo?
‒ Sto andando dal Grande Mago della Foresta Oscura per chiedergli un favore.
‒ E cosa vuoi chiedergli?

‒ Di ritornare in carne ed ossa, mi ha raccontato una strega che lui può farlo… Vuoi venire con me?
‒ no… non posso, se vado via senza dire nulla a mamma e papà poi si arrabbiano ‒ disse poco convinto Scheletrino.
‒ Ma va’, vedrai ci mettiamo un attimo, domani mattina saremo di ritorno e nessuno si sarà accorto di nulla! ‒ gli sorrise Fantasmino.

Scheletrino ci pensò un attimo, pensò alla sua noiosa vita nel piccolo cimitero sgangherato e alle sue zie insopportabili.
‒ Ok vengo! ‒ e iniziarono a correre per il sentiero che portava al Bosco Oscuro.

Dopo poco sentirono un rumore metallico non molto lontano da loro. Era un treno che si stava fermando alla stazione.

Scheletrino disse a Fantasmino:
‒ E se prendiamo il treno? Così arriviamo Prima!
‒ Ottima idea compagno! rispose Fantasmino.

Così salirono sul treno, Scheletrino dalla porta del vagone, Fantasmino attraversando il finestrino della carrozza, sbucando e sedendosi di fianco ad un distinto uomo d’affari di ritorno dal lavoro.

L’uomo, avvertendo qualcosa di strano al suo lato, si voltò verso Fantasmino che…

‒ Bhoooooo!

L’uomo urlò talmente forte per lo spavento che tutti nel vagone si girarono a guardarlo mentre fuggiva via a gambe levate dalla carrozza.
Poi quando gli altri occupanti della carrozza videro Scheletrino che li salutava felice, scapparono tutti urlando anche loro.

‒ Perchè vanno via urlando? ‒ chiese Scheletrino deluso.
‒ Penso perchè non gli piace il nostro aspetto ‒ rispose Fantasmino che stava ancora ridendo per la scena divertente della gente che scappava terrorizzata ‒ meglio così, viaggeremo comodi comodi.
Scheletrino e Fantasmino si sedettero e il treno ripartì.

Arrivarono finalmente alla stazione di Foresta Oscura, dove scesero tra le urla spaventate di tutti i viaggiatori, ma loro non ci fecero caso e proseguirono per il sentiero che attraversava il bosco.

‒ Ma tu sai dove stiamo andando? ‒ chiese Scheletrino.
‒ Certo! Dobbiamo trovare la grande Quercia Maledetta, ha un grande buco proprio al centro del tronco, e dentro ci vive il grande Mago.
“Dev’essere proprio grande questa quercia se dentro ci vive addirittura un mago!” pensò Scheletrino.

Si addentrarono nel bosco, e man mano che camminavano incontravano tanti animaletti, tutti che scappavano via urlando di paura non appena li vedevano passare.

Solo una civetta dagli occhi gialli che brillavano nel buio non ebbe paura di loro, anzi domandò dall’alto del suo ramo:
‒ Cosa ci fate qui nella Foresta Oscura?
‒ Stiamo cercando la grande Quercia Maledetta, dobbiamo parlare col grande Mago! ‒ rispose Fantasmino.
‒ Il grande Mago? Mai sentito nominare… però se cercate la grande Quercia Maledetta siete sulla strada giusta, la troverete poco più avanti non farete fatica a notarla, i suoi rami argentei brillano nel buio ‒ e detto questo volò via.

Cammina cammina i due erano ormai arrivati nel profondo della Foresta Oscura, dove era più buio della notte buia, e il silenzio era talmente denso che metteva i brividi anche a due come Scheletrino e Fantasmino.

Poi la videro, i suoi rami d’argento brillavano nel buio come aveva detto la civetta! Finalmente erano arrivati alla grande Quercia Maledetta.

‒ Scusi grande Mago è in casa? ‒ disse Fantasmino.
Nessuno rispose.
‒ Grande Mago?! ‒ Dal buco della grande quercia si udì un rumore, poi due occhi di fuoco immersi nel buio spuntarono dal buco al centro dell’albero.

‒ Chi siete voi, e cosa volete!? ‒ rispose un vocione grosso e rauco.
‒ Siamo Fantasmino e Scheletrino e volevamo chiederti un favore…
‒ No! ‒ Rispose il vocione socchiudendo gli occhi di fuoco.

‒ Ma la Strega Griselda mi ha detto che tu esaudisci i desideri…
Ci fu un momento di silenzio assoluto nella foresta, poi:
‒ Si ma solo nella notte di Halloween.
‒ Domani è Halloween! ‒ esclamò Scheletrino ‒ aspetteremo qui!

Dall’interno dell’albero si sentì un rumoraccio tipo imprecazione.
‒ Ma serve che ci sia anche la luna piena! ‒ rispose il vocione.

Scheletrino e Fantasmino si guardarono sconsolati in faccia, la prossima luna piena sarebbe stata tra 28 giorni e Halloween sarebbe passato da un pezzo.
‒ Ma non puoi aiutarci lo stesso? abbiamo fatto tanta strada…
‒ No! E ora sparite da qui!
‒ Ma dai, sei un grande Mago tu, facci un piccolo piacere…
‒ No! Sparite! ‒ e visto che i due non sembravano per nulla intenzionati ad andarsene, dal buco nella Quercia Maledetta vennero lanciate delle ghiande. Una colpì in testa Scheletrino, l’altra trapassò senza problemi il corpo di Fantasmino.

“Ghiande?” pensarono entrambi.
Fantasmino si avvicinò a Scheletrino e sottovoce gli disse:
‒ Adesso gli faccio lo scherzetto… ‒ e ridendo sotto i baffi scivolò veloce fin sotto la Quercia maledetta e attraversò il tronco sbucando all’interno del buco.

‒ Bhoooooo!
‒ AHHHHRRRRGGGGG ‒ si sentì urlare da dentro il buco, e poi veloce come un fulmine sbucò un opossum che saltò giù dal tronco terrorizzato

‒ E tu saresti il grande Mago?! ‒ chiese Scheletrino sconcertato.
‒ No! sono il vecchio Opossum e non faccio nessuna magia, volevo solo prendere in giro due sprovveduti come voi! ‒ gridò.
‒ Ma la Strega Griselda mi aveva detto che…
‒ Di’ alla tua amica strega di aggiornarsi… il grande Mago è già da un secolo che non abita più qui, si era stufato di tutto questa noiosa foresta e ora vive su una spiaggia dei Caraibi… e ora tornatevene a casa che sta per diventare mattino!

Scheletrino e Fantasmino, tristi per la notizia e per il fatto che nessuno avrebbe esaudito i loro desideri, tornarono mestamente a casa.

Arrivati all’ingresso del cimitero si salutarono.
‒ Ciao Scheletrino, mi ha fatto piacere averti come compagno di viaggio.
‒ Ciao Fantasmino, anche a me è piaciuta la nostra avventura, sai qui è una noia mortale, non succede mai niente…
‒ Allora vorrà dire che andremo a fare qualche altro viaggetto io e te… ‒ sorrise furbamente Fantasmino.
‒ Ma certo! Ora però devo andare, che sennò chi la sente mia mamma…

Ma Scheletrino non fece in tempo a mettere piede nel suo sgangherato cimitero, che dal fondo di una tomba arrivò tonante la voce della mamma che lo chiamava per nome…
‒ Scheletrinooooooooooo…

Chissà che scusa avrà inventato Scheletrino 😉

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Il fantasma golosone 👻

Ma i fantasmi sono tutti spaventosi? A volte ce ne sono alcuni che sono solo molto golosi di dolci…

Immagina una notte di Halloween, dove l’imprevisto trasforma una semplice festa in un’avventura indimenticabile.

Quattro piccoli amici, tra costumi colorati e risate, si ritrovano sotto un temporale improvviso. La loro corsa verso un riparo li porterà in un luogo misterioso e proibito, che tutti nel paese evitano con timore.

Scopri una fiaba sulla magia dell’amicizia, dove la paura si trasforma in dolcetti e risate.


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“Il fantasma golosone 👻“

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Il fantasma golosone 👻


C’erano quattro piccoli amici che il pomeriggio del 31 ottobre, prima della notte di Halloween, si erano ritrovati al parchetto del paese.
Erano già vestiti pronti per andare a fare “dolcetto o scherzetto” in tutte le case, ma prima volevano decidere che giro fare, e dove era meglio bussare…

– Io so che i genitori di Giorgino hanno la dispensa piena zeppa di dolci! – disse Lino.
– Ma anche Anita ha le tasche sempre piene di caramelle, e va in giro a vantarsene! – disse Adele.
– Bene – disse Dino, il fratello di Lino – inizieremo a bussare proprio da loro.
– E non dimentichiamoci dei vecchietti in fondo alla strada, ogni volta che li incontro mi allungano sempre un cioccolatino! – disse infine Tamara, e tutti annuirono.

Ma da nord arrivò una folata di vento gelido che li fece rabbrividire, e in pochi minuti tante nuvolone grigie iniziarono a formarsi sopra le loro teste.
– Mi sa che sta per piovere… – disse preoccupata Adele.
– Speriamo di no! – dissero in coro gli altri tre – sennò stasera niente “dolcetto o scherzetto”!
– Conviene tornare a casa, prima che piova – disse Tamara.

Il parchetto dove si erano ritrovati, non era proprio in centro al paese, anzi, era più vicino al bosco, che alle case. E se si fosse messo a piovere, avrebbero dovuto correre a gambe levate!
Ma proprio in quel momento si sentì il rombo di un tuono. I quattro bimbi non ebbero nemmeno il tempo di alzare lo sguardo al cielo, che già pioveva a dirotto.
– Scappiamo! – gridò Dino.
– Ma arriveremo a casa bagnati fradici! – rispose Tamara.
– Dobbiamo trovare un riparo. Guardate la! – disse Adele indicando una casetta malconcia e dalle finestre sempre chiuse, appena fuori dal boschetto.

– Ma quella è una casa infestata dai fantasmi! – disse Lino.
Ma gli altri tre stavano già correndo verso la casetta, così anche Lino si mise a correre, prima di ritrovarsi zuppo d’acqua.

I quattro si erano riparati sotto la veranda di quella casetta, che avevano sempre visto disabitata. Le finestre erano sempre state chiuse, e non avevano mai visto nessuno uscire o entrare da quella porta.
Proprio per questo tutti i bambini del paese la chiamavano “la casa dei fantasmi”.
Adele, che era abituata a frequentare case dove succedevano un sacco di cose strane (sua zia Greta era una strega, ma lei ancora non lo sapeva), non aveva mai dato peso a tutte quelle storie. L’importante era trovare un riparo per non bagnarsi e sgualcire il bellissimo costume da streghetta che indossava per Halloween.

– Speriamo che smetta di piovere presto – disse Tamara, stringendosi nel suo costume da zucca per il freddo.
– Guardate qui! – disse Dino – la porta è aperta! – e aprì per bene la porta d’ingresso per darci uno sguardo dentro.
– Ma lì dentro ci sono i fantasmi! Stai attento Dino! – gli gridò suo fratello Lino.
– Io non credo ai fantasmi – disse Adele, e fece due passi per sbirciare dentro anche lei.

La casetta era buia, ma un po’ di luce filtrava dalle persiane mezze rotte. Dentro c’erano un tavolo e alcune sedie, una cucina e un divano. In fondo alla stanza si intravedevano le scale per andare al piano di sopra.
– C’è nessuno? – disse timidamente Tamara, ma nessuno rispose.

Al piano di sopra, però, stava dormendo un fantasmino, che sentito tutto quel baccano decise di sbirciare al piano di sotto. Per lui era facile: siccome era un fantasma, gli bastava attraversare con la faccia il soffitto.
– Quei monelli sono venuti a disturbarmi, devo mandarli via subito di qui! – disse sottovoce il piccolo fantasma.

Poi guardando meglio, vide che i quattro bimbi erano tutti vestiti per la notte di Halloween.
– Se sono vestiti per Halloween, vuol dire che sono pieni di dolcetti e caramelle! Mmm… che voglia di dolci che ho, devo prenderglieli tutti!

Così il fantasma, senza farsi vedere, scivolò dietro di loro e con un colpo chiuse la porta alle loro spalle.
I quattro bimbi gridarono tutti per lo spavento! Si precipitarono alla porta per uscire, ma la trovarono chiusa e non riuscivano ad aprirla.

Lino iniziò a piagnucolare: – Lo sapevo che questa casa è infestata dai fantasmi…
Proprio in quel momento si sentì un “Buuuuuuuuuu” provenire dal piano di sopra.
Tamara, Lino e Dino si strinsero forte forte tra loro, sussultando.

– Bimbi monelli, siete venuti a disturbarmi! Se volete che vi lasci in pace dovete darmi tutte le vostre caramelle!
– Ma noi non abbiamo caramelle! – rispose Adele.
– Non dite bugie, siete vestiti per Halloween e ad Halloween ci si riempie le tasche di dolcetti! – rispose il fantasma.

– Ma noi non siamo ancora andati in giro per le case! E’ ancora presto e siamo entrati qui solo perché fuori è cominciato il temporale – continuò Adele.
– Ma davvero? – rispose il fantasmino, che non sapeva esattamente che ore erano.
I quattro annuirono e risposero in coro – Siii…

Il fantasma decise allora di farsi vedere. Era bianco, pallido e semitrasparente, e Lino per la paura si nascose dietro a suo fratello Dino.
Tutti e quattro i bimbi rimasero comunque impressionati.

– Ma allora i fantasmi esistono veramente… – esclamò Tamara.
– Certo che esistono! –rispose il fantasma.
Adele ci rimase un po’ male, lei era convinta che i fantasmi non esistessero.

– Ma tu sei un fantasma cattivo? – chiese Tamara leggermente impaurita.
– Io cattivo? Ma no! Io sono un fantasma buono. Vi ho fatto paura solo perché avevo una gran voglia di dolci… è un sacco che non ne mangio, sapete sono tanto goloso…

– Come ti chiami? – chiese Dino.
– Mi chiamo Bruno.
– Io sono Dino, questo bimbo pauroso è mio fratello Lino e queste sono le mie amiche Adele e Tamara.
Si presentarono tutti.

– Scusaci se siamo entrati in casa tua senza il permesso – disse Adele – ma forse possiamo aiutarci a vicenda…
Gli altri bimbi e il fantasmino Bruno la guardarono con curiosità.
– Questa sera potresti farci compagnia mentre andiamo per le case a chiedere “dolcetto o scherzetto”, e sono sicura che tu sarai bravissimo a spaventare la gente! Sai quanti dolci riusciremo a racimolare?! – propose Adele.

Si guardarono tutti in faccia, era un’ottima idea! Anche Lino, che ormai non aveva più paura di Bruno, ne fu entusiasta.
Bruno aprì la porta e tutti guardarono fuori. Il temporale era passato e il cielo era diventato tutto arancione per il tramonto.
Così poterono tornare a casa di corsa a prepararsi per la serata. Tutti assieme andarono a bussare alle porte delle case del paese, e quando aprivano Bruno faceva dei “buuuuu” spaventosissimi.

Così le loro tasche si riempirono di caramelle e dolci, e passarono tutti una bellissima serata.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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La lepre e la tartaruga 🐇🐢

“Chi va piano va sano e va lontano,” recita il proverbio…

In questa favola Esopo ci offre due lezioni fondamentali:

1: Non bisogna mai sottovalutare gli altri, anche se sembrano inferiori.
2: Con calma e perseveranza si possono raggiungere traguardi importanti.

Anche se scritta secoli fa, questa favola rimane un insegnamento senza tempo che ci invita a riflettere sull’umiltà e sulla forza della pazienza.


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“La lepre e la tartaruga 🐇🐢“

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La lepre e la tartaruga 🐇🐢


C’era una volta una lepre che si vantava di correre più veloce di tutti quanti, e ogni volta che poteva prendeva in giro la povera tartaruga, che invece camminava sempre piano piano.
– Guarda come sei lenta! – le gridava – nel tempo in cui tu fai un passo, io sono già dall’altra parte del bosco!
La tartaruga non faceva troppo caso alle parole della lepre, e continuava tranquilla per la sua strada.

Un giorno la lepre era più antipatica del solito, e anche la buona e brava tartaruga alla fine si decise a risponderle.
– Non vantarti troppo, anche la lepre più veloce del mondo può essere battuta, sai?
– Ah sì? E da chi mai potrei essere battuta? Vuoi provare a battermi tu?
– Perché no?! – rispose la tartaruga.
– Allora ti sfido! – disse la lepre mettendosi a ridere di gusto.

Il giorno dopo, al mattino presto, i due si incontrano, si misero d’accordo sul percorso da fare e, dopo uno sguardo di sfida, partirono come due missili verso il traguardo.
Solo che la lepre, dopo un paio di balzi, si rese conto di essere talmente avanti rispetto alla tartaruga che decise di fermarsi: la tartaruga aveva fatto solo pochi centimetri.
La lepre quindi, vedendo quanto era lenta la sua avversaria, decise di fare un sonnellino, tanto in un paio di balzi l’avrebbe sicuramente ripresa.

Dopo un po’ si risvegliò di soprassalto: aveva sognato che la tartaruga era già al traguardo! Cercò subito con lo sguardo la sua avversaria ma la vide pochi metri più in là, nemmeno a un terzo del percorso. La lepre si rilassò subito e, certa ormai che la tartaruga non avrebbe mai potuto vincere vista la sua lentezza, pensò di andare a fare uno spuntino.
Ogni tanto seguiva con lo sguardo la tartaruga, ma era già mezzogiorno e la tartaruga era a poco più di metà del percorso.

La lepre decise, quindi, di andare a pranzare da alcuni suoi amici. Mangiò e si divertì a parlare con loro del più e del meno senza preoccuparsi: la tartaruga era ancora molto lontana dall’arrivo…
Dopo mangiato, e tranquillizzata dalla grande lentezza dell’avversario, la lepre decise di fare un altro sonnellino, decisamente più tranquillo del precedente.

Anche fin troppo tranquillo, perché quando si svegliò stiracchiandosi, era già il tramonto!
Venne presa dal panico. Cercò disperata la tartaruga, ed eccola là: era a pochi centimetri dal traguardo!
La lepre partì come una furia, correndo disperata per riagguantare la tartaruga, ma ormai era troppo tardi: quando arrivò al traguardo la tartaruga era già lì ad aspettarla.

La lepre capì di aver sottovalutato quella sfida, e che in realtà avrebbe dovuto impegnarsi di più. Per essere davvero sicura di vincere, avrebbe dovuto arrivare subito al traguardo, così poi poteva andarsene dove voleva.
– Non essere triste amica mia – le disse la tartaruga – tutti possiamo perdere una volta nella vita, e comunque ricordati che chi va piano, va sano e va lontano!

Morale: se si è troppo presuntuosi e si crede di essere migliori degli altri, si rischia di restare senza niente in mano… ma c’è un altro insegnamento: a volte ci vuole molta calma per ottenere ciò che si desidera.

⚜️ Fine della favola ⚜️

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I tre porcellini 🐷🐷🐷

Per sfuggire al lupo cattivo, non basta essere veloci, bisogna essere furbi e impegnarsi a costruire qualcosa di solido!

La fiaba dei Tre Porcellini è una delle storie più amate dai bambini, perché unisce avventura e insegnamenti preziosi.

Solo la casa di mattoni resiste al soffio del lupo, dimostrando che il lavoro ben fatto ripaga sempre.

Questa fiaba educativa aiuta i più piccoli a capire l’importanza della pazienza e dell’impegno, divertendosi con una storia senza tempo.


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“I tre porcellini 🐷🐷🐷“

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L’audiofiaba te la racconto io!

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I tre porcellini 🐷🐷🐷


C’erano una volta tre porcellini, Timmy, Tommy e Gimmy che abitavano tutti ancora nella casa della mamma.

Un giorno la mamma disse loro – siete ormai grandicelli ragazzi miei, penso sia ora che prendiate ognuno di voi la vostra strada e costruiate ognuno la propria casetta!

I tre porcellini, seppur a malincuore, sapevano che era la cosa giusta da fare, erano diventati finalmente grandi e così si fecero forza e prepararono ognuno il proprio bagaglio.

Timmy fece un fagotto con tutti i suoi dolci e il flauto che amava tanto suonare.
Tommy riempì di giocattoli una borsa assieme al suo caro violino.
Gimmy invece preparò la sua cassetta degli attrezzi con tutto ciò che gli sarebbe servito per costruire una solida casetta.

Così si prepararono, salutarono la mamma che augurò loro buona fortuna, e si incamminarono allegri e felici per il sentiero.
– Fate attenzione al lupo cattivo! – si raccomandò tanto la mamma mentre li salutava con una lacrimuccia agli occhi.

I tre porcellini sorrisero, la salutarono ancora e proseguirono nel loro cammino.
Ma dalla collina, nascosto tra i cespugli, qualcuno stava osservando la scena, qualcuno a cui piacevano tanto i porcellini, soprattutto con contorno di patate arrosto… era il Lupo Cattivo!

Dopo un po’ che i tre porcellini camminavano allegramente Gimmy disse:
– Io mi fermerò qui per costruire la mia casetta, qui vicino c’è un ruscello e questi begli alberi mi faranno ombra nei mesi caldi.
– Va bene – risposero gli altri due – noi continuiamo a camminare!
Gimmy li salutò e cominciò a costruire la sua casetta.

Poco dopo Anche Tommy decise di fermarsi – io costruirò la mia casetta qui, dove ci sono tutti questi rami di legno già pronti per essere tagliati, così costruirò la mia casetta di legno!
– Va bene fratellino mio, io proseguo sul sentiero, a presto!

Timmy quindì salutò Tommy e continuò a camminare, finché non vide un bel covone di paglia dorata essiccata al sole.
– Potrei costruire la mia casetta con quella paglia, ci metterei pochissimo così poi potrei subito andare a giocare! – disse, e così fece.

In quattro e quattr’otto, con qualche rametto qua e là, la casetta di paglia era pronta, così potè subito uscire in giardino e mettersi a suonare il suo amato flauto.

Anche Tommy ormai aveva ultimato la sua casetta. Non era molto robusta perché per fare presto e poter andare a divertirsi nei prati, aveva deciso di inchiodare le assi di legna in fretta e furia, giusto per arrivare al tetto e ripararsi dalla pioggia in caso di intemperie.
Non appena finì, prese il violino e cominciò a suonare.

L’ultimo a finire il suo lavoro fu Gimmy, che lavorò fino a sera per costruirsi la sua robusta casetta di mattoni con una bella porta in legno e una grossa serratura.
Ci fece perfino un bel caminetto, per non patire il freddo nelle lunghe giornate invernali.
Solo allora si godette il meritato riposo.

Il giorno seguente, il Lupo Cattivo, che aveva spiato i tre porcellini per tutto il giorno precedente, si presentò alla casetta di paglia di Timmy e disse con la sua vociona:
– Porcellino, porcellino, posso entrare un momentino?

Ma Timmy, che si ricordava bene delle parole della mamma guardò fuori dalla finestra e disse:
– Non sono mica matto! Tu sei il Lupo Cattivo! – e chiuse anche la finestra pensando così di essere al sicuro.

Ma il Lupo Cattivo si mise a ridere e preso un gran respiro si mise a soffiare così forte sulla casetta di Timmy, che la paglia volò via, e della casetta non rimase nulla…
Timmy corse via più forte che poteva e raggiunse Tommy nella sua casetta di legno.

– Il Lupo Cattivo con un gran soffio ha fatto volar via la mia casetta!
– Non ti preoccupare – rispose Tommy – puoi rimanere nella mia casetta di legno.

Ma poco dopo il Lupo bussò anche lì:
– Porcellino, porcellino, posso entrare un momentino?
I due capirono subito che si trattava del Lupo Cattivo e risposero in coro:
– Non siamo mica matti! Tu sei il Lupo Cattivo!

Ma il Lupo Cattivo si mise a ridere e, preso un gran respiro, si mise a soffiare così forte che anche la casetta di Tommy, con le assi di legno inchiodate in tutta velocità, volò via…

Timmy e Tommy corsero via a perdifiato e andarono da Gimmy, che li accolse subito.
– Tranquilli fratellini miei, questa è una solida casa di mattoni, e il Lupo non riuscirà a spazzarla via.

Infatti poco dopo arrivò il Lupo Cattivo.
– Porcellino, porcellino, posso entrare un momentino?
– Non siamo mica matti! – risposero i tre in coro.

Ma il Lupo Cattivo si mise a ridere e, preso un gran respiro, si mise a soffiare forte, ma così forte che… non successe nulla.
La casetta di mattoni era ancora lì.

Il lupo allora provò e riprovò, ma niente, neanche uno scricchiolio.
– Entrerò dal camino! – disse, e con un balzo era già sul tetto.
Gimmy capì cosa aveva in mente di fare il Lupo e quindi preparò un gran pentolone di acqua bollente sul fuoco del camino, così quando il Lupo Cattivo si calò giù dal camino finì dritto in pentola!

Il Lupo gridò dal dolore e scappò via su per la canna fumaria del camino con la coda tutta scottata!

Da quel giorno nessuno dei 3 porcellini vide mai più il Lupo Cattivo. Anche Timmy e Tommy decisero di rimboccarsi le maniche e costruire ognuno una bella casa di mattoni proprio accanto a quella di Gimmy, così tutti i giorni potevano suonare e ballare:

🎶 Siam tre piccoli porcellini
siamo tre fratellini.
Mai nessuno ci dividerà
tra-lalla-la-là
🎶

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Alice nel Paese delle Meraviglie 🐇🕓🎩🐱🧡

CAPITOLO 9 – Chi ha rubato la torta?

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare di Alice nel Paese delle Meraviglie!

CAPITOLO 9 – Chi ha rubato la torta?.


– Non puoi immaginare quanto sia felice di rivederti mia cara! – disse la Duchessa mentre prendeva affettuosamente il braccio di Alice.
Alice fu molto contenta di trovarla di buon umore, ma non le piaceva molto che la Duchessa le stesse così vicino, anche perchè le appoggiava il mento sulla spalla.

Poi Alice alzò lo sguardo e davanti a loro c’era la regina, con le braccia conserte, accigliata come un temporale.
– Una bella giornata, Maestà! – cominciò la Duchessa con voce bassa e debole.
– Ora vi avverto – gridò la Regina, battendo i piedi per terra mentre parlava – o tu o la tua testa dovete sparire, e in men che non si dica! Scegli!

La Duchessa fece la sua scelta e se ne andò via in un attimo.
– Continuiamo con il gioco – disse la Regina ad Alice, che era troppo spaventata per controbattere e la seguì lentamente fino al campo da croquet.

Per tutto il tempo in cui giocarono, la Regina non smise mai di litigare con gli altri giocatori e di gridare “Tagliagli la testa!”.
I condannati furono presi in custodia dai soldati, i quali ovviamente dovettero smettere di fare gli archi, così che dopo circa mezz’ora non rimasero più archi, e tutti, tranne il re, la regina ed Alice, erano in custodia e condannati a morte.

Allora la Regina si interruppe e disse ad Alice:
– Sei pronta per il Processo?
– Che processo è?! – chiese Alice
– Vieni, tra poco dobbiamo iniziare – disse la Regina.

Mentre si allontanavano insieme, Alice sentì il Re dire a bassa voce, alla compagnia in generale: “Siete tutti perdonati”.

La Regina accompagnò Alice al tribunale, e poi sparì.
Non passarono due minuti che si sentì urlare: “Il processo abbia inizio!”
Alice si girò e vide il Re e la Regina di Cuori seduti sul loro trono, circondati da una grande folla.

Il Fante stava davanti a loro in catene, con un soldato su ciascun lato per proteggerlo, accanto al re c’era il Bianconiglio, con una tromba in una mano e un rotolo di pergamena nell’altra.

Proprio al centro della corte c’era un tavolo, con sopra un grande piatto di crostate: sembravano così buone, che ad Alice venne fame nel guardarle.

Il Bianconiglio gridò: – Silenzio in tribunale! – e il Re si mise gli occhiali e si guardò intorno ansiosamente per vedere chi parlava.

– Araldo, leggi l’accusa! – disse il re.
Il Bianconiglio suonò tre squilli di tromba, poi srotolò il rotolo di pergamena e lesse quanto segue:

“La Regina di Cuori ha preparato le crostate
In un bel giorno d’estate,
Il Fante di Cuori ha rubato le crostate
E tutte le ha mangiate!”

– Date il vostro verdetto – disse il Re alla giuria.
– Non ancora, non ancora! – lo interruppe frettolosamente il Bianconiglio. – C’è ancora molto da fare prima!

– Chiama il primo testimone – disse il Re.
Il Coniglio suonò tre squilli di tromba e gridò – Primo testimone!

Il primo testimone fu il Cappellaio Matto, entrò con una tazza di tè in una mano e un pezzo di pane e burro nell’altra.
– Toglietevi il cappello – disse il Re al Cappellaio Matto.
– Non è mio – disse il Cappellaio Matto.
– Ladro! – esclamò il Re rivolgendosi ai giurati, che subito presero nota.

– Ma il cappello ce l’ho per venderlo! Non è mio, sono un cappellaio! – aggiunse.
A questo punto la Regina si mise gli occhiali e cominciò a fissare intensamente il Cappellaio, che impallidì e si agitò.

In quel momento Alice provò una sensazione molto curiosa, che la lasciò molto perplessa finché non capì di cosa si trattasse: cominciava a diventare di nuovo più grande.

👧
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👧

All’inizio pensò di andarsene, ma ripensandoci decise di restare dov’era finché ci fosse stato posto per lei.

– Dai la tua testimonianza – ripeté con rabbia il Re – o ti farò giustiziare!
il povero Cappellaio Matto tremò tanto che per la confusione addentò un pezzo di tazza da tè al posto del pane e burro.
– Sono un povero uomo, Vostra Maestà – cominciò, con voce tremante – e avevo appena cominciato a prendere il tè… non più di una settimana o giù di lì… e con il pane e burro… e poi la Lepre Marzolina ha detto…
– Non ho detto un bel niente! – lo interruppe in gran fretta la Lepre Marzolina.
– L’hai detto! – disse il Cappellaio Matto.
– Lo nego! – disse la Lepre Marzolina.
– Lui nega – disse il Re – andiamo avanti.

– Bene, in ogni caso, il Ghiro ha detto… – continuò il Cappellaio Matto, guardandosi attorno con ansia per vedere se anche lui avrebbe negato, ma il Ghiro non negò nulla, visto che era profondamente addormentato.

– Ma cosa ha detto il Ghiro? – chiese uno dei giurati.
– Questo non lo ricordo – disse il Cappellaio Matto.
– Devi ricordartelo – osservò il Re – altrimenti ti farò giustiziare.

Il Cappellaio Matto lasciò cadere la tazza di tè e il pane imburrato e cadde in ginocchio – Sono un povero uomo Vostra Maestà…
– Sei un pessimo oratore – disse il Re – se questo è tutto ciò che sai, puoi andare.
Il Cappellaio Matto lasciò più in fretta che potè la corte.

– …tagliategli la testa non appena esce – aggiunse la Regina a uno degli ufficiali, ma il Cappellaio era scomparso prima che l’ufficiale potesse acciuffarlo.

– Il prossimo testimone!” disse il re.
Il testimone successivo fu il cuoco della Duchessa.
– Dai la tua prova”, disse il re.
– No – disse il cuoco.
Il Re guardò il Coniglio Bianco accigliato, poi disse con voce profonda:
– Di che cosa sono fatte le crostate?
– Pepe, soprattutto pepe – disse il cuoco..

– Non importa… – disse il Re – chiamate il prossimo testimone.
Alice osservò il Bianconiglio mentre armeggiava con la lista, immaginate la sua sorpresa, quando il Coniglio Bianco lesse ad alta voce:
– Alice!
– Cosa?! – esclamò Alice, balzando in piedi.

– Cosa sai di questa faccenda? – disse il Re ad Alice.
– Niente – disse Alice.
– Niente di niente? – insistette il Re.
– Niente di niente – ripetè Alice.

In quel momento il Re, che era occupato a scrivere sul suo taccuino, disse:
– Regola Quarantadue, tutte le persone alte più di un kilometro devono lasciare la corte.
Tutti si voltarono a guardare Alice.

– Non sono alta un kilometro – disse Alice.
– Lo sei – disse il Re.
– Quasi due kilometri d’altezza – aggiunse la Regina.

Alice non si era accorta che stava di nuovo crescendo.

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👧
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– Non sono d’accordo! – disse Alice.
– Tagliatele la testa! – gridò la Regina a squarciagola. Nessuno si mosse.

Alice, che ormai aveva raggiunto la sua grandezza naturale, fu assalita dall’intero mazzo di carte dei fanti che le piombò addosso coprendola tutta.

Cercò di respingerli con le mani ma si ritrovò distesa sulla riva, con la testa in grembo a sua sorella, che stava delicatamente spazzando via alcune foglie morte che erano cadute dagli alberi sul suo viso.

– Svegliati, Alice cara! – disse sua sorella – ma che lungo sonno hai avuto!

– Ho fatto un sogno così curioso! – disse Alice, e raccontò a sua sorella, per quanto poteva ricordarle, tutte le sue strane avventure.
Sua sorella la baciò e disse:
– Era un sogno curioso, certo, ma ora si sta facendo tardi.
Così Alice si alzò e corse via, e mentre correva pensava al meraviglioso sogno che aveva avuto.

Sua sorella invece rimase immobile a guardarla andare via, pensando a quanto era dolce e spensierata la piccola Alice.
Così rimase seduta e chiuse gli occhi, sperando di poter viaggiare anche lei nel Paese delle Meraviglie, e mentre l’erba alta frusciava dolce ai suoi piedi, un Bianconiglio le passò accanto correndo…

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

Note ad Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel Paese delle Meraviglie è un racconto veramente famoso, forse uno dei più famosi racconti per bambini.

Ne hanno fatto film, cartoni animati ed adattamenti teatrali.

Alice nel Paese delle Meraviglie è anche un racconto molto particolare dal punto di vista dello svolgimento, pieno di situazioni surreali e senza senso (il cui motivo fondamentalmente viene svelato nel finale) e anche soprattutto per i dialoghi tra i personaggi, non sempre semplici o immediatamente comprensibili.

Una delle più grandi sfide infatti, per chi vuole tradurre Alice nel Paese delle meraviglie, è cercare di ricondurre ad un senso molti dei “giochi di parole” e “nonsense” usati da Lewis Carroll, che ben si prestano ad essere usati nella lingua inglese, ma che subiscono un forte “lost in traslation” e perdita totale di significato quando si cerca di adattarli in altre lingue.

E’ per questo motivo che nel nostro adattamento troverete solo una delle tante filastrocche e parti in rima presenti nel testo originale. La storia rimane comunque completamente comprensibile e godibile anche senza quelle parti.

In questa versione sono stati volutamente tralasciati due capitoli (quelli sulla tartaruga ed il grifone) per rendere la storia più scorrevole e non troppo lunga. Nonostante la mancanza di questi due capitoli, la storia non perde la sua magia ed il magnifico significato.

Speriamo che questa nostra versione vi piaccia quanto è piaciuta a noi riscriverla!

P.S. Alice è esistita veramente e si chiamava Alice Liddel, figlia di amici di famiglia di Lewis Carroll

😊

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Alice nel Paese delle Meraviglie 🐇🕓🎩🐱🧡

CAPITOLO 8 – Il campo da croquet della Regina

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare di Alice nel Paese delle Meraviglie!

CAPITOLO 8 – Il campo da croquet della Regina.


All’ingresso del giardino c’era un grande roseto e le rose che vi crescevano erano bianche, ma tre giardinieri a forma di carta da gioco erano intenti a dipingerle di rosso.
Alice si avvicinò incuriosita mentre uno di loro diceva:
– Attento Cinque! Non schizzarmi di vernice in quel modo!
– Non posso farci niente – disse Cinque, in tono imbronciato – Sette mi ha dato un colpo al gomito.

Sette gettò arrabbiato a terra il pennello, stava andando verso Cinque quando il suo sguardo cadde su Alice e si fermò all’improvviso. Anche gli altri la guardarono.

– Mi direste perché dipingete queste rose? – chiese Alice timidamente.
Due disse a bassa voce:
– Il fatto è che… questo avrebbe dovuto essere un roseto rosso, e per sbaglio ne abbiamo piantato uno bianco… se la Regina dovesse scoprirlo ci taglierebbe la testa a tutti…

In quel momento, Cinque, che stava guardando con ansia dall’altra parte del giardino, gridò:
– La regina! La regina! – e i tre giardinieri si gettarono subito con la faccia a terra, mentre Alice si guardò ansiosa di vedere la Regina.

Per primi c’erano i soldati armati di mazze, avevano tutti la forma di carte da gioco, con le mani e i piedi agli angoli. Subito dopo dieci cortigiani ornati di diamanti.
Dopo di loro vennero i figli reali, erano dieci e saltavano allegramente mano nella mano, tutti decorati con il simbolo dei cuori.

Poi vennero gli ospiti, per lo più Re e Regine, e tra loro Alice riconobbe il Bianconiglio che le passò davanti senza accorgersi di lei.

Poi seguiva il Fante di Cuori, che portava la corona del Re su un cuscino di velluto cremisi; e per ultimi arrivarono il Re e la Regina di Cuori.

Quando il corteo arrivò di fronte ad Alice, tutti si fermarono e la guardarono. la Regina chiese al Fante di Cuori:
– Chi è costei?!
Ma il Fante di Cuori si limitò a inchinarsi e sorridere.

La Regina, scuotendo la testa si rivolse direttamente ad Alice:
– Come ti chiami bambina?
– Il mio nome è Alice – disse molto educatamente.

– E chi sono questi? – chiese la Regina ad Alice indicando i tre giardinieri.
– E Come faccio a saperlo? – disse Alice, sorpresa – Non ne ho idea!
La Regina diventò tutta rossa per la rabbia e, dopo averla fissata per un momento, urlò – Tagliatele la testa!

– Ma non ha senso! – disse Alice a voce molto alta e decisa tanto che la Regina rimase in silenzio.
Il Re le posò una mano sul braccio e disse timidamente:
– Considera, mia cara, che è solo una bambina!

La Regina si allontanò con rabbia da lui e disse con voce alta e stridula ai giardinieri:
– Alzatevi!
I tre giardinieri balzarono immediatamente in piedi e cominciarono a inchinarsi al Re, alla Regina, ai figli reali e a tutti gli altri.

– Che cosa stavate combinando qui?!
– Cercavamo di fare un piacere a vostra maestà…
– Vedo… disse la Regina esaminando le rose.

– Tagliate le loro teste! – disse, e tre soldati si mossero verso gli sfortunati giardinieri per giustiziarli, ma loro corsero da Alice in cerca di protezione.

– Non vi decapiteranno – disse Alice nascondendoli in un grande vaso da fiori che stava lì vicino.
I tre soldati li cercarono senza trovarli, poi facendo spallucce se ne tornarono insieme agli altri.

– Sono state tagliate le teste?! – gridò la Regina.
– Le loro teste non ci sono più! – gridarono in risposta i soldati.
– Bene! – gridò la Regina, poi rivolgendosi ad Alice – Sai giocare a croquet?

– SÌ! – rispose Alice.
– Vieni! – ruggì la Regina e Alice si unì al corteo.
– Dov’è la Duchessa? – chiese Alice al Bianconiglio.

– Shhh… – disse il Bianconiglio in tono basso, avvicinò la bocca al suo orecchio e le sussurrò – È stata condannata a morte.
– Per che cosa? – chiese Alice.
– Ha dato uno schiaffo alla Regina…

– Andate ai vostri posti! – gridò la Regina con voce tonante, e la gente cominciò a correre in tutte le direzioni, scontrandosi l’una contro l’altra.

Alice pensava di non aver mai visto in tutta la sua vita un campo da croquet così curioso: era tutto creste e solchi, le palle erano ricci vivi, le mazze erano fenicotteri vivi, e i soldati dovevano piegarsi in due e stare sulle mani e sui piedi per fare gli archi da croquet.

La principale difficoltà che Alice trovò all’inizio fu nel gestire la sua “mazza” fenicottero: proprio quando gli aveva ben raddrizzato il collo e stava per dare un colpo al riccio, il fenicottero si girava e la guardava in faccia, con un’espressione così perplessa che non poteva fare a meno di scoppiare a ridere.
E quando finalmente il fenicottero aveva abbassato la testa, il riccio era scappato via.
Inoltre i soldati che formavano gli archi continuavano a spostarsi di qua e di là.

A complicare le cose, tutti giocavano insieme senza aspettare il proprio turno, litigando continuamente. In brevissimo tempo la Regina iniziò a scalpitare gridando un po’ verso tutti:
– Tagliategli la testa! – o – Tagliatele la testa!

Alice cominciò a sentirsi molto a disagio, quando notò qualcosa di strano nell’aria: un sorriso che si allargava svolazzando.

– Come va? – disse lo Stregatto mentre piano piano iniziava ad apparire tutta la testa.

Alice posò il suo fenicottero sentendosi molto contenta di avere qualcuno con cui parlare.
– Litigano tutti e non seguono nessuna regola…

– Ti piace la Regina? – chiese il Gatto a bassa voce.
– Per niente – disse Alice – è così… – Proprio in quel momento si accorse che la Regina era esattamente dietro di lei in ascolto, così continuò – …probabilmente vincerà, che non vale la pena cercare di batterla.
La Regina sorrise e passò oltre.

– Con chi stai parlando? – disse il Re, avvicinandosi ad Alice, e guardando la testa del Gatto con grande curiosità.
– È un mio amico, uno Stregatto – disse Alice – permettetemi di presentarvelo.

– Non mi piace affatto, bisogna portarlo via – disse il Re e gridò alla regina – Mia cara! Vorrei che tu portassi via questo gatto!
La Regina aveva un solo modo per risolvere tutte le difficoltà, grandi o piccole, disse senza nemmeno voltarsi:
– Tagliategli la testa!
– Vado a chiamare il boia – rispose il re e se ne andò.

Quando il boia arrivò disse che non si poteva tagliare una testa a meno che non ci fosse un corpo da cui tagliarla, e siccome dello Stregatto c’era soltanto la testa lui non avrebbe potuto eseguire gli ordini.

Il re e la Regina guardarono Alice con espressione interrogativa.
– Appartiene alla Duchessa, fareste meglio a chiedere a lei – disse Alice.
– È in prigione – disse la Regina, poi si rivolse al boia – portatela qui – E il boia partì come una freccia.

In quel momento la testa dello Stregatto cominciò a svanire lentamente e quando il boia tornò con la Duchessa, non c’era più.
E mentre il Re e il boia vagavano all’impazzata per cercarlo, il resto della comitiva si rimise a giocare.

… continua nel CAPITOLO 9: Chi ha rubato la torta?.

Note ad Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel Paese delle Meraviglie è un racconto veramente famoso, forse uno dei più famosi racconti per bambini.

Ne hanno fatto film, cartoni animati ed adattamenti teatrali.

Alice nel Paese delle Meraviglie è anche un racconto molto particolare dal punto di vista dello svolgimento, pieno di situazioni surreali e senza senso (il cui motivo fondamentalmente viene svelato nel finale) e anche soprattutto per i dialoghi tra i personaggi, non sempre semplici o immediatamente comprensibili.

Una delle più grandi sfide infatti, per chi vuole tradurre Alice nel Paese delle meraviglie, è cercare di ricondurre ad un senso molti dei “giochi di parole” e “nonsense” usati da Lewis Carroll, che ben si prestano ad essere usati nella lingua inglese, ma che subiscono un forte “lost in traslation” e perdita totale di significato quando si cerca di adattarli in altre lingue.

E’ per questo motivo che nel nostro adattamento troverete solo una delle tante filastrocche e parti in rima presenti nel testo originale. La storia rimane comunque completamente comprensibile e godibile anche senza quelle parti.

In questa versione sono stati volutamente tralasciati due capitoli (quelli sulla tartaruga ed il grifone) per rendere la storia più scorrevole e non troppo lunga. Nonostante la mancanza di questi due capitoli, la storia non perde la sua magia ed il magnifico significato.

Speriamo che questa nostra versione vi piaccia quanto è piaciuta a noi riscriverla!

P.S. Alice è esistita veramente e si chiamava Alice Liddel, figlia di amici di famiglia di Lewis Carroll

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CAPITOLO 7 – Un pazzo party col tè

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CAPITOLO 7 – Un pazzo party col tè.


Alice trovò davanti alla casa un tavolo apparecchiato con la Lepre Marzolina e il Cappellaio Matto che stavano prendendo il tè.
Un Ghiro era seduto in mezzo a loro, profondamente addormentato, mentre gli altri due lo usavano come cuscino per appoggiare il loro gomiti.

Il tavolo era grande, ma i tre erano tutti ammucchiati in un angolo.
– Non c’è posto! Non c’è posto! – gridarono quando videro arrivare Alice.

– C’è un sacco di posto! – disse Alice indignata, e si sedette ad un’estremità del tavolo.

– Prendi del vino – le disse in tono cordiale la Lepre Marzolina.
Alice guardò sulla tavola, ma sopra non vedeva altro che tè.
– Non vedo vino – osservò.

– Non ce n’è – disse la Lepre Marzolina.
– Allora non è stato molto gentile da parte tua offrirmelo – disse Alice arrabbiata.
– Non è stato molto cortese da parte tua sederti senza essere invitata – rispose la Lepre Marzolina.

– I tuoi capelli hanno bisogno di essere tagliati – disse all’improvviso il Cappellaio Matto. Per tutto il tempo aveva guardato Alice con grande curiosità.
– Il taglio dei miei capelli è una cosa che non ti riguarda! – disse Alice con una certa severità.

Il Cappellaio Matto allora spalancò gli occhi e disse:
– Perché un corvo è come una scrivania?
– Credo di poterlo risolvere, questo indovinello – aggiunse Alice ad alta voce.
– Credi davvero di sapere la risposta? – disse la Lepre Marzolina.
– Esattamente – disse Alice.

– Allora dovresti dire quello che pensi – continuò la Lepre Marzolina.
– Certo… – rispose in fretta Alice – almeno… almeno penso quello che dico… è la stessa cosa, sai.

– Non è la stessa cosa! – disse il Cappellaio – potresti anche dire che ‘vedo quello che mangio’ è la stessa cosa di ‘mangio quello che vedo’!

– Si potrebbe anche dire – aggiunse la Lepre Marzolina – che ‘mi piace quello che ottengo’ è la stessa cosa di ‘ottengo quello che mi piace’!
– Si potrebbe anche dire – aggiunse il Ghiro, che sembrava parlare nel sonno – che ‘respiro quando dormo’ è la stessa cosa di ‘dormo quando respiro’!

– Per te è la stessa cosa – disse il Cappellaio, e qui la conversazione si interruppe, e il gruppo rimase in silenzio per un minuto, mentre Alice pensava all’indovinello.

Alice si sentiva terribilmente perplessa.
– Il Ghiro dorme di nuovo – disse il Cappellaio Matto, e gli versò un po’ di tè caldo sul naso.
Il Ghiro scosse la testa con fastidio e disse, senza aprire gli occhi:
– Certo, certo; proprio quello che stavo per dire anche io.

– Hai già risolto l’indovinello? – disse il Cappellaio Matto rivolgendosi di nuovo ad Alice.
– No, ci rinuncio – rispose Alice, – qual è la risposta?
– Non ne ho la minima idea – disse il Cappellaio Matto.
– Nemmeno io – disse la Lepre Marzolina.

Alice sospirò stancamente – Penso che potresti fare qualcosa di meglio che sprecare il tempo facendo enigmi senza senso.
– Se conoscessi il Tempo bene come me, non parleresti di sprecarlo. È lui.
– Non ho capito – disse Alice.

– Certo che non hai capito! – disse il Cappellaio Matto, scuotendo la testa – Immagino che tu non abbia mai parlato con il Tempo!
– Forse no – rispose cautamente Alice – ma so battere il tempo quando ascolto la musica.

– Ah! questo spiega tutto, il Tempo non sopporta di essere battuto, abbiamo litigato lo scorso marzo… poco prima che impazzisse, sai… – (indicando con il cucchiaino la Lepre Marzolina) – era al grande concerto della Regina di Cuori, e dovevo cantare:

“Stella stellina
la notte si avvicina…”

– Conosci quella canzone, vero?
– Ho sentito qualcosa del genere – disse Alice.
– Ma poi continua, sai…

“La fiamma traballa
La mucca è nella stalla…”

Il Ghiro si scosse e cominciò a cantare nel sonno “Stella stellina, la notte si avvicina…” e continuò così a lungo che dovettero pizzicarlo per farlo smettere.

– Ebbene, avevo appena finito la prima strofa, quando la Regina balzò in piedi e gridò: ‘Sta ammazzando il tempo! Tagliategli la testa!’ – disse il Cappellaio Matto
– Che cosa orribile! – esclamò Alice.

– E da allora – continuò il Cappellaio in tono triste – il Tempo non fa più nulla di quello che gli chiedo! Adesso sono sempre le sei…
– È per questo il motivo che è sempre l’ora del tè? – chiese Alice.
– Sì, è così – disse il Cappellaio Matto con un sospiro – è sempre l’ora del tè e non abbiamo tempo per lavare le tazzine nel frattempo.

– Cambiamo argomento… lo interruppe la Lepre Marzolina, sbadigliando – Mi sto annoiando, propongo che Ghiro ci racconti una storia.

– Svegliati, Ghiro! – E lo pizzicarono su entrambi i lati contemporaneamente.

Il Ghiro aprì lentamente gli occhi. – Non dormivo, ho sentito ogni parola che dicevate.”

– Raccontaci una storia! – disse la Lepre di Marzolina.
– Sì per favore fallo! – implorò Alice.
– E fai presto o ti addormenterai di nuovo – aggiunse il Cappellaio Matto.

– C’erano una volta tre sorelline – cominciò in gran fretta il Ghiro – Elsie, Lacie e Tillie, e vivevano in fondo a un pozzo…
– Di cosa vivevano? – disse Alice.
– Vivevano di melassa – disse il Ghiro, dopo averci pensato un minuto o due.

– Ma perché vivevano in fondo a un pozzo? – chiese Alice.
– Prendi ancora un po’ di tè – disse molto seriamente la Lepre Marzolina ad Alice.
Alice si servì un po’ di tè, pane e burro, poi si rivolse al Ghiro e ripeté la sua domanda. – Perché vivevano in fondo a un pozzo?

Il Ghiro si prese ancora un minuto o due per pensarci, e poi disse – Era un pozzo di melassa… – poi iniziò a sbadigliare chiudendo gli occhi e si stava quasi addormentando quando, pizzicato dal Cappellaio Matto, si svegliò di nuovo e continuò: – …hai mai visto il ritratto di una melassa?

– Ora me lo chiedi… non credo… – disse Alice molto confusa.
– Allora non dovresti parlare! – disse il Cappellaio.

Questo gesto di maleducazione fu più di quanto Alice potesse sopportare, si alzò con grande disgusto e se ne andò. il Ghiro si addormentò all’istante, e nessuno degli altri si accorse della sua partenza, anche se lei si voltò un paio di volte, sperando quasi che la chiamassero indietro.
L’ultima volta che li guardò, stavano cercando di mettere il Ghiro nella teiera.

Camminando nel bosco notò che uno degli alberi aveva una porta sul tronco.
– Curioso… – pensò – ma oggi è tutto strano… – così ci entrò.

Si ritrovò quindi nel lungo corridoio di prima, vicino al tavolino di vetro.
– Questa volta me la caverò meglio – si disse, e cominciò col prendere la piccola chiave d’oro e aprire la porta che dava nel giardino.
Poi rosicchiò il fungo finché non fu alta circa 25 centimetri e passò oltre la porta.

Finalmente si ritrovò nel bellissimo giardino tra le luminose aiuole e le fresche fontane.

… continua nel CAPITOLO 8: Il campo da croquet della Regina.

Note ad Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel Paese delle Meraviglie è un racconto veramente famoso, forse uno dei più famosi racconti per bambini.

Ne hanno fatto film, cartoni animati ed adattamenti teatrali.

Alice nel Paese delle Meraviglie è anche un racconto molto particolare dal punto di vista dello svolgimento, pieno di situazioni surreali e senza senso (il cui motivo fondamentalmente viene svelato nel finale) e anche soprattutto per i dialoghi tra i personaggi, non sempre semplici o immediatamente comprensibili.

Una delle più grandi sfide infatti, per chi vuole tradurre Alice nel Paese delle meraviglie, è cercare di ricondurre ad un senso molti dei “giochi di parole” e “nonsense” usati da Lewis Carroll, che ben si prestano ad essere usati nella lingua inglese, ma che subiscono un forte “lost in traslation” e perdita totale di significato quando si cerca di adattarli in altre lingue.

E’ per questo motivo che nel nostro adattamento troverete solo una delle tante filastrocche e parti in rima presenti nel testo originale. La storia rimane comunque completamente comprensibile e godibile anche senza quelle parti.

In questa versione sono stati volutamente tralasciati due capitoli (quelli sulla tartaruga ed il grifone) per rendere la storia più scorrevole e non troppo lunga. Nonostante la mancanza di questi due capitoli, la storia non perde la sua magia ed il magnifico significato.

Speriamo che questa nostra versione vi piaccia quanto è piaciuta a noi riscriverla!

P.S. Alice è esistita veramente e si chiamava Alice Liddel, figlia di amici di famiglia di Lewis Carroll

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CAPITOLO 6 – Maiale e pepe

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CAPITOLO 6 – Maiale e pepe.


Alice rimase nascosta a guardare la casetta quando improvvisamente un valletto in livrea con la faccia da pesce uscì di corsa dal bosco e bussò forte alla porta. Fu aperto da un altro valletto in livrea, con la faccia tonda da rana

Alice era molto curiosa e si mise ad ascoltare.
Il Valletto-Pesce estrasse una grande lettera e la porse all’altro, dicendo in tono solenne:
– Per la Duchessa. Un invito della Regina per giocare a croquet.
Il Valletto-Rana ripeté, con lo stesso tono solenne:
– Dalla Regina. Un invito per la Duchessa a giocare a croquet.
Poi entrambi si inchinarono profondamente.

Il Valletto-Rana si sedette per terra vicino alla porta, fissando stupidamente il cielo.
Alice si avvicinò timidamente, nella casa c’era un rumore incredibile, un continuo ululare e starnutire, e ogni tanto un grande schianto, come se un piatto o una teiera fossero stati fatti a pezzi.

– Posso entrare? – chiese Alice al Valletto-Rana.
– Forse avrebbe senso bussare – disse il Valletto-Rana contemplando il cielo senza guardarla.

In quel preciso momento la porta di casa si aprì, e un grosso piatto volò nell’aria sfiorando la testa del Valletto-Rana ma lui non si mosse, come se nulla fosse successo.

– Ma posso entrare?! – chiese di nuovo Alice a voce più alta.
– Ma devi proprio entrare? – disse il valletto.
“È davvero incredibile” mormorò tra sé Alice, “il modo in cui hanno da discutere su tutto in questo posto. Mi sembra di impazzire!

– Quindi cosa devo fare?! – chiese Alice.
– Tutto quello che vuoi – rispose il Valletto-Rana, e cominciò a fischiettare.

– Oh, è inutile parlare con questo qui – disse Alice disperata, così aprì la porta ed entrò.

Alice si ritrovò in una grande cucina piena di fumo, la Duchessa era seduta al centro mentre allattava un bambino, la cuoca invece era china sul fuoco e mescolava la zuppa.

– C’è sicuramente troppo pepe in quella zuppa! – si disse Alice, mentre iniziava a starnutire.
Anche la Duchessa starnutiva e il bambino starnutiva e urlava. Gli unici che non starnutivano erano la cuoca e un grosso gatto sdraiato vicino al fuoco che sorrideva da un orecchio all’altro.

– Che strano gatto – disse Alice – come fa a sorridere in quel modo?
– È uno Stregatto del Cheshire – disse la Duchessa, – ed è fatto così. Maiale!

Disse l’ultima parola con una violenza così improvvisa che Alice sussultò, ma poi capì che era indirizzata al bambino, e non a lei, allora si fece coraggio, e continuò:

– Non sapevo che gli Stregatti del Cheshire sorridessero, in realtà non sapevo che i gatti potessero sorridere.
– Tutti possono – disse la Duchessa.

– Non conosco nessun gatto che lo faccia – disse Alice molto educatamente, sentendosi piuttosto contenta di aver iniziato una conversazione.
– Non conosci molto – rispose seccata la Duchessa.
Alice pensò che sarebbe stato meglio cambiare argomento.

In quel momento la cuoca tolse dal fuoco il paiolo della zuppa e si mise a lanciare contro la Duchessa e il bambino tutto quello che aveva a portata di mano: ferri da stiro, pentole, piatti e stoviglie.
La Duchessa non reagì per nulla quando venne colpita, mentre il bambino ululava già così tanto che era impossibile dire se i colpi gli facessero male oppure no.

– Ma cosa stai facendo!? – gridò Alice rivolta alla cuoca.
– Se ognuno si facesse gli affari propri – disse la Duchessa con un ringhio rauco – il mondo girerebbe meglio e più velocemente di quanto già non fa.

– Il che non sarebbe un vantaggio, visto che la terra impiega ventiquattr’ore per girare sul suo asse e…
Alice non fece in tempo a finire la frase che la Duchessa immediatamente replicò:
– A proposito di asce, tagliale la testa!

Alice lanciò un’occhiata piuttosto ansiosa alla cuoca, per vedere se intendeva obbedire al comando; ma la cuoca era tutta intenta a mescolare la zuppa, e non sembrava dare ascolto alla Duchessa, così continuò – Ventiquattr’ore, credo, o sono dodici? Io…

– Basta! Non ho mai potuto sopportare le cifre! – disse la Duchessa e ricominciò ad allattare il suo bambino, cantandogli una specie di ninna nanna molto rude. Poi si rivolse ad Alice.
– Ecco! Puoi dargli il biberon, se vuoi! – disse la Duchessa lanciando il bambino ad Alice – devo andare a prepararmi per giocare la partita di croquet con la Regina – e corse fuori dalla stanza.
La cuoca le lanciò dietro una padella ma la mancò di poco.

Alice afferrò il bambino con una certa difficoltà, non appena ebbe capito il modo corretto di dargli il biberon, lo portò fuori all’aria aperta.

Il bambino grugnì, e Alice lo guardò in faccia per vedere cosa avesse. Non c’era dubbio che avesse un naso molto all’insù, molto più simile ad un grugno di maiale che ad un nasino di bambino. Anche i suoi occhi stavano diventando estremamente piccoli.

Alice stava appena iniziando a pensare tra sé: “Ora, cosa devo fare con questa creatura?

Il bambino grugnì di nuovo e così violentemente che questa volta non potevano esserci dubbi: era diventato un maialino.

Alice posò giù la piccola creatura e si sentì piuttosto sollevata nel vederla trotterellare silenziosamente nel bosco, ma fu più sorpresa nel vedere lo Stregatto seduto sul ramo di un albero vicino a lei.

– Signor Stregatto, potrebbe per cortesia indicarmi la strada dove proseguire? – cominciò timidamente Alice.
– Dipende molto da dove vuoi arrivare – disse lo Stregatto
– Non mi interessa molto dove… – rispose Alice.
– Allora non importa da che parte vai – continuò lo Stregatto.
– … basta che io arrivi da qualche parte.. – aggiunse Alice come spiegazione.
– Oh, lo farai sicuramente, se solo cammini abbastanza a lungo – concluse lo Stregatto.

Alice provò allora con un’altra domanda – Cosa trovo qui vicino?
– Da quella parte… – disse lo Stregatto indicando con la zampa destra – …vive un Cappellaio, e da quella parte… – agitando l’altra zampa – …abita una Lepre Marzolina. Vai dove vuoi, tanto sono matti tutti e due.

– Ma non voglio andare dai matti – osservò Alice.
– Oh, non puoi farci niente – disse lo Stregatto – qui siamo tutti matti. Io sono matto, anche tu sei matta.

– Come fai a sapere che sono matta? – chiese Alice.
– Devi esserlo, altrimenti non saresti qui. Giochi a croquet con la regina oggi?
– Mi piacerebbe moltissimo, ma non sono stata invitata – disse Alice.
– Mi vedrai lì – disse lo Stregatto, e poi scomparve nel nulla.

Alice non ne fu molto sorpresa, iniziava ad abituarsi alle cose strane che accadevano in quel posto.
All’improvviso lo Stregatto ricomparve.

– A proposito, che ne è stato del bambino? Mi ero quasi dimenticato di chiedertelo.
– Si è trasformato in un maiale – disse tranquillamente Alice.
– Lo immaginavo – disse lo Stregatto, e scomparve di nuovo svanendo molto lentamente, cominciando dall’estremità della coda e finendo con il sorriso, che rimase come un alone nell’aria per qualche tempo dopo che il resto se n’era svanito.

“Bene! Ho visto spesso un gatto senza sorriso”, pensò Alice, “ma un sorriso senza gatto è la cosa più curiosa che abbia mai visto in tutta la mia vita.”

Non aveva fatto molta strada quando giunse alla casa della Lepre Marzolina, che era un po’ più grande. Sgranocchiò quindi un pezzetto di fungo fino a diventare circa mezzo metro di altezza.

Alice si avvicinò timidamente pensando “Mi sa che forse era meglio andare a trovare il Cappellaio!”

… continua nel CAPITOLO 7: Un pazzo party col tè.

Note ad Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel Paese delle Meraviglie è un racconto veramente famoso, forse uno dei più famosi racconti per bambini.

Ne hanno fatto film, cartoni animati ed adattamenti teatrali.

Alice nel Paese delle Meraviglie è anche un racconto molto particolare dal punto di vista dello svolgimento, pieno di situazioni surreali e senza senso (il cui motivo fondamentalmente viene svelato nel finale) e anche soprattutto per i dialoghi tra i personaggi, non sempre semplici o immediatamente comprensibili.

Una delle più grandi sfide infatti, per chi vuole tradurre Alice nel Paese delle meraviglie, è cercare di ricondurre ad un senso molti dei “giochi di parole” e “nonsense” usati da Lewis Carroll, che ben si prestano ad essere usati nella lingua inglese, ma che subiscono un forte “lost in traslation” e perdita totale di significato quando si cerca di adattarli in altre lingue.

E’ per questo motivo che nel nostro adattamento troverete solo una delle tante filastrocche e parti in rima presenti nel testo originale. La storia rimane comunque completamente comprensibile e godibile anche senza quelle parti.

In questa versione sono stati volutamente tralasciati due capitoli (quelli sulla tartaruga ed il grifone) per rendere la storia più scorrevole e non troppo lunga. Nonostante la mancanza di questi due capitoli, la storia non perde la sua magia ed il magnifico significato.

Speriamo che questa nostra versione vi piaccia quanto è piaciuta a noi riscriverla!

P.S. Alice è esistita veramente e si chiamava Alice Liddel, figlia di amici di famiglia di Lewis Carroll

😊

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CAPITOLO 5 – I consigli del Brucaliffo

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Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare di Alice nel Paese delle Meraviglie!

CAPITOLO 5 – I consigli del Brucaliffo.


Il Brucaliffo e Alice si guardarono per qualche tempo in silenzio.
Alla fine il Brucaliffo si tolse il narghilè di bocca e si rivolse a lei con voce languida e assonnata.
– Chi sei?
– Non lo so, signore, so chi ero quando mi sono alzata stamattina, ma penso di essere cambiata più volte da allora – rispose Alice, piuttosto timidamente.

– Cosa intendi? Spiegati! – disse severamente il Brucaliffo.
– Non riesco a spiegarmi signore… – disse Alice – perchè non sono me stessa, vede?!

– Non vedo – disse il Brucaliffo.
– Temo di non riuscire spiegarmi – rispose Alice molto educatamente – perché faccio fatica a capirlo pure io… avere così tante taglie diverse in un giorno mi rende confusa.

– Non lo è – disse il Brucaliffo.
– Beh, forse ora non la pensi così, ma quando dovrai trasformarti in una crisalide, e poi in farfalla, credo sembrerà un po’ strano, vero? – disse Alice

– Neanche un po’ – disse il Brucaliffo.
– Beh, forse lei ha un’altra sensibilità, a me fa tutto molto strano – rispose Alice.

– Tu! – disse il Brucaliffo con disprezzo – Chi sei?
Il che li riportò la conversazione all’inizio. Alice si sentì un po’ seccata e disse:
– Penso che dovresti dirmi tu chi sei, prima.

– Perché? – disse il Brucaliffo.
Alice non riusciva a pensare ad alcuna buona ragione mentre il Bruco sembrava essere molto irritato, quindi si voltò e fece per andarsene.

– Torna! – la chiamò il Brucaliffo – Ho qualcosa di importante da dirti!
Alice si voltò e tornò indietro.

– Mantieni la calma – disse il Brucaliffo.
– È tutto? – chiese Alice, reprimendo la rabbia meglio che poteva.

– No – disse il Brucaliffo – ti credi cambiata, vero?
– Temo di sì – disse Alice – Non riesco a ricordare le cose come prima e non mantengo la stessa statura per più di dieci minuti consecutivi!

– Di che taglia vuoi diventare? – chiese.
– Oh, non sono particolarmente esigente in fatto di dimensioni – rispose Alice – solo che non mi piace cambiare così spesso, sai?

– Non lo so – disse il Brucaliffo.
Alice non disse nulla, non era mai stata così contraddetta in tutta la sua vita, e sentiva che stava per perdere la pazienza.

– Ti senti bene con questa statura? – chiese il Brucaliffo.
– Vorrei essere un po’ più grande, signore, otto centimetri sono un’altezza così miserabile… – disse Alice.

– È davvero un’ottima altezza! – rispose rabbiosamente il Bruco sollevandosi in posizione eretta (era alto esattamente otto centimetri).

– Ma non ci sono abituata! – implorò la povera Alice in tono pietoso, e pensava tra sé “ma perchè qui si offendono tutti così facilmente?!”
– Col tempo ti abituerai – disse il Brucaliffo mettendosi in bocca il narghilè ricominciando a fumare.

Dopo un minuto o due il Brucaliffo sbadigliò un paio di volte e scese dal fungo strisciando via nell’erba, limitandosi a dire: – Un lato ti farà diventare più alta, mentre l’altro ti farà diventare più bassa.

“Un lato di cosa? L’altro lato di cosa?” pensò Alice tra sé.

– Del fungo – disse il Brucaliffo, come se le avesse letto nel pensiero, e un attimo dopo scomparve.

Alice rimase un attimo a guardare pensierosa il fungo, cercando di capire quali fossero le sue due facce ma poiché era perfettamente rotondo, alla fine allungò le braccia il più possibile attorno al fungo e con ciascuna mano prese un pezzetto.

Mordicchiò un po’ il pezzo nella mano destra per provare l’effetto, un attimo dopo sentì un colpo violento sotto il mento: aveva colpito il suo piede!

Era molto spaventata da questo cambiamento così improvviso, e poiché stava rimpicciolendosi rapidamente mangiò subito un po’ del pezzo che aveva nella mano sinistra.

Ora però si allungò a dismisura talmente tanto che la sua testa sbucò sopra le chiome degli alberi.
Alice allora si mise al lavoro con molta attenzione, mordicchiando a turno i pezzi del fungo e diventando ora più alta, ora più bassa, finché non riuscì a raggiungere la sua altezza abituale.

– Bene, ormai metà del mio piano è pronto! Sono tornata della mia giusta dimensione, ora devo entrare in quel bellissimo giardino… ma come faccio?!

Mentre diceva questo, si trovò improvvisamente in uno spazio aperto, dove c’era una graziosa casetta alta circa un metro.
– Chiunque abiti lì si spaventerà nel vedermi di queste dimensioni…
Così mordicchiò un pezzetto di fungo nella mano destra finché non fu venticinque centimetri di altezza.

… continua nel CAPITOLO 6: Maiale e pepe.

Note ad Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel Paese delle Meraviglie è un racconto veramente famoso, forse uno dei più famosi racconti per bambini.

Ne hanno fatto film, cartoni animati ed adattamenti teatrali.

Alice nel Paese delle Meraviglie è anche un racconto molto particolare dal punto di vista dello svolgimento, pieno di situazioni surreali e senza senso (il cui motivo fondamentalmente viene svelato nel finale) e anche soprattutto per i dialoghi tra i personaggi, non sempre semplici o immediatamente comprensibili.

Una delle più grandi sfide infatti, per chi vuole tradurre Alice nel Paese delle meraviglie, è cercare di ricondurre ad un senso molti dei “giochi di parole” e “nonsense” usati da Lewis Carroll, che ben si prestano ad essere usati nella lingua inglese, ma che subiscono un forte “lost in traslation” e perdita totale di significato quando si cerca di adattarli in altre lingue.

E’ per questo motivo che nel nostro adattamento troverete solo una delle tante filastrocche e parti in rima presenti nel testo originale. La storia rimane comunque completamente comprensibile e godibile anche senza quelle parti.

In questa versione sono stati volutamente tralasciati due capitoli (quelli sulla tartaruga ed il grifone) per rendere la storia più scorrevole e non troppo lunga. Nonostante la mancanza di questi due capitoli, la storia non perde la sua magia ed il magnifico significato.

Speriamo che questa nostra versione vi piaccia quanto è piaciuta a noi riscriverla!

P.S. Alice è esistita veramente e si chiamava Alice Liddel, figlia di amici di famiglia di Lewis Carroll

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CAPITOLO 4 – Il Bianconiglio e la brutta fine di Bill

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CAPITOLO 4 – Il Bianconiglio e la brutta fine di Bill


Invece era il Bianconiglio che si guardava intorno con ansia, come se avesse perso qualcosa, e mormorava tra sé:
– La Duchessa! La Duchessa! Mi farà giustiziare… Dove posso averli lasciati cadere, mi chiedo?

Alice intuì subito che stava cercando il ventaglio e il paio di guanti bianchi persi poco prima, si mise a cercarli ma non li vedeva da nessuna parte. Tutto intorno a lei sembrava essere cambiato, la pozza, il grande salone con il tavolo di vetro e la porticina erano scomparsi.

Il Bianconiglio notò Alice e la chiamò in tono arrabbiato: – Mary Ann! Che cosa fai qui?! Corri subito a casa e prendimi un paio di guanti e un ventaglio! Presto, muoviti!

Alice fu così spaventata che corse subito nella direzione indicata, senza cercare di spiegare al Bianconiglio che lei non era Mary Ann.

Mentre correva Alice si imbatté in una piccola e graziosa casetta, sulla cui porta c’era inciso il nome “BIANCONIGLIO”.
Alice entrò senza bussare e corse su per le scale.

Entrò in una stanzetta ordinata dove sopra a un tavolo c’erano un ventaglio e due o tre paia di minuscoli guanti bianchi. Li prese e fece per uscire, quando il suo sguardo cadde su una bottiglietta che stava vicino allo specchio.

Questa volta non c’era nessuna etichetta con la scritta “BEVIMI”, ma lei la stappò comunque e la bevve.
– So che succederà sicuramente qualcosa di interessante – si disse.

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Così accadde davvero, e molto prima di quanto si aspettasse si ritrovò con la testa appoggiata al soffitto. Posò in fretta la bottiglia sperando di non crescere oltre.

Purtroppo continuò a crescere così tanto che ben presto dovette inginocchiarsi sul pavimento, mettere un braccio fuori dalla finestra e un piede su per il camino.

A quel punto smise di crescere, tuttavia era molto scomoda, e, poiché sembrava non esserci alcuna possibilità di uscire da quella stanza, si sentiva molto demoralizzata.

“Era molto meglio la vita di casa” pensò la povera Alice, “quando non si diventava sempre più piccoli e non si veniva comandati da topi e conigli… eppure… è piuttosto movimentata questo genere di vita!
Quando leggevo le favole, immaginavo che una cosa del genere non potesse mai accadere, e ora eccomi qui, dentro una fiaba!

– Mary Ann! Mary Ann! Portami subito i guanti!
Poi si udì un leggero scalpiccio sulle scale. Alice sapeva che era il Bianconiglio che veniva a cercarla, e tremò tanto da far tremare anche la casa, dimenticandosi che ora era circa mille volte più grande del Bianconiglio e non aveva motivo di averne paura.

Poco dopo il Bianconiglio cercò di aprire la porta, ma il gomito di Alice la bloccava.
– Allora faccio il giro ed entro dalla finestra – lo sentì dire a se stesso.

“Non ci riuscirai…” pensò Alice, e, dopo aver aspettato un po’ le sembrò di sentire il Bianconiglio proprio sotto la finestra. Alice con il braccio fuori dalla finestra allungò la mano aperta e la richiuse velocemente, ma non riuscì ad afferrare nulla.

Sentì invece un piccolo grido, una caduta e poi uno schianto di vetri rotti. Alice pensò che era possibile che il Bianconiglio fosse caduto in una serra, o qualcosa del genere.

La voce arrabbiata del Bianconiglio urlava: – Pat! Pat! Dove sei?!
Alice udì una voce che non aveva mai sentito prima:
– Sono qui!
– Vieni ad aiutarmi! (Rumore di altri vetri rotti)

– Ora dimmi Pat, cos’è quella cosa nella finestra?!
– Sembra un braccio, vostro onore.
– Un braccio?! Chi ha mai visto un braccio di quelle dimensioni?!
– Sì vostro onore… però a me sembra un braccio per davvero.
– Beh, in ogni caso così non va bene… portalo via!

Dopo ci fu un lungo silenzio, Alice poteva sentire solo dei sussurri come: “Certo, non mi piace per niente, vostro onore!” oppure “Fai come ti dico io!”

Alla fine Alice allungò di nuovo il braccio fuori dalla finestra aprendo la mano e richiudendola velocemente. Questa volta ci furono due piccoli strilli e altri suoni di vetri rotti.

Aspettò per un po’ senza udire più nulla, poi sentì più voci che parlavano tutte insieme:
– Dov’è l’altra scala?
– L’ha presa Bill…
– Bill! Vieni qui!
– Non arriviamo nemmeno a metà altezza…
– Tieni, Bill! Afferra questa corda…
– Attento alle tegole e… oh… è andato giù per il camino! (si udì un forte schianto)
– E ora che facciamo? Qualcuno dovrà scendere nel camino… no, non ci vado io! Vacci tu!
– Non ci penso nemmeno!
– Bill! Devi scendere nel camino!

“Oh! Quindi Bill scende nel camino?” pensò Alice tra sé. “Non vorrei essere al posto di Bill per nulla al mondo, questo caminetto è così stretto… però potrei aiutarlo io!

Alice tirò il piede più che poté giù per il camino, e attese finché non sentì qualcosa che grattava vicino al suo piede e pensò: “Questo è Bill”.
Diede quindi un bel calcio secco su per il camino aspettando di sentire cosa succedeva.

La prima cosa che sentì fu un coro generale di “Ecco Bill!”
Poi il silenzio, e dopo ancora un’altra confusione di voci:
– Alzagli la testa… diamogli del Brandy… non soffocarlo… com’è andata vecchio mio? Cosa ti è successo? Raccontaci tutto!

– Dobbiamo bruciare la casa! – disse il Bianconiglio.
Alice allora gridò più forte che poteva: – Se lo fai, ti farò prendere da Dinah!
Ci fu immediatamente un silenzio mortale.
Dopo poco Alice sentì il Bianconiglio dire:
– Una carriola piena andrà bene, per cominciare.

“Una carriola piena di cosa?” pensò Alice. Ma non dovette aspettare a lungo, perché un attimo dopo una pioggia di sassolini entrò dalla finestra e alcuni di essi la colpirono in volto.

Alice notò con una certa sorpresa che i sassolini si stavano trasformando tutti in piccole torte e pensò che forse se ne mangiava qualcuna poteva tornare più piccola.

Così inghiottì una delle torte e fu felice di scoprire che cominciava a rimpicciolirsi.

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Non appena fu abbastanza piccola da poter uscire dalla porta, corse fuori di casa e trovò una folla di animaletti e uccellini ad attenderla.

La povera piccola lucertola Bill era nel mezzo, sorretta da due porcellini d’India, che le davano qualcosa da bere. Tutti si precipitarono addosso ad Alice non appena la videro, ma lei scappò più veloce che poteva, e presto si ritrovò al sicuro nel fitto bosco.

“La prima cosa che devo fare,” disse Alice tra sé e sé, mentre vagava per il bosco, “è tornare alla mia giusta dimensione; la seconda cosa è ritrovare la strada per quel bel giardino, penso sia il piano migliore.”

Sembrava un piano eccellente, senza dubbio. L’unico problema era che non aveva la minima idea di dove cominciare, e non riusciva a vedere nulla che sembrasse la cosa giusta da mangiare o da bere.

Vide però un grosso fungo alto più o meno quanto lei, e, quando ebbe guardato sotto, su entrambi i lati e dietro, le venne in mente che avrebbe potuto anche guardare e vedere cosa c’era sopra.

Si allungò in punta di piedi e sbirciò oltre il bordo del fungo, dove i suoi occhi incontrarono quelli di un grosso bruco azzurro, che sedeva in cima con le braccia conserte, fumando assopito un narghilè.

Poi il Brucaliffo aprì gli occhi e i loro sguardi si incrociarono.

… continua nel CAPITOLO 5: I consigli del Brucaliffo.

Note ad Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel Paese delle Meraviglie è un racconto veramente famoso, forse uno dei più famosi racconti per bambini.

Ne hanno fatto film, cartoni animati ed adattamenti teatrali.

Alice nel Paese delle Meraviglie è anche un racconto molto particolare dal punto di vista dello svolgimento, pieno di situazioni surreali e senza senso (il cui motivo fondamentalmente viene svelato nel finale) e anche soprattutto per i dialoghi tra i personaggi, non sempre semplici o immediatamente comprensibili.

Una delle più grandi sfide infatti, per chi vuole tradurre Alice nel Paese delle meraviglie, è cercare di ricondurre ad un senso molti dei “giochi di parole” e “nonsense” usati da Lewis Carroll, che ben si prestano ad essere usati nella lingua inglese, ma che subiscono un forte “lost in traslation” e perdita totale di significato quando si cerca di adattarli in altre lingue.

E’ per questo motivo che nel nostro adattamento troverete solo una delle tante filastrocche e parti in rima presenti nel testo originale. La storia rimane comunque completamente comprensibile e godibile anche senza quelle parti.

In questa versione sono stati volutamente tralasciati due capitoli (quelli sulla tartaruga ed il grifone) per rendere la storia più scorrevole e non troppo lunga. Nonostante la mancanza di questi due capitoli, la storia non perde la sua magia ed il magnifico significato.

Speriamo che questa nostra versione vi piaccia quanto è piaciuta a noi riscriverla!

P.S. Alice è esistita veramente e si chiamava Alice Liddel, figlia di amici di famiglia di Lewis Carroll

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CAPITOLO 3 – La corsa elettorale

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CAPITOLO 3 – La corsa elettorale


Era davvero un gruppo dall’aspetto strano quello che si era radunato sulla riva, ed erano tutti bagnati, irritati e a disagio.

La prima domanda, ovviamente era: come asciugarsi?
Si consultarono a riguardo e dopo pochi minuti sembrò del tutto naturale ad Alice ritrovarsi a parlare in modo familiare con loro, come se li conoscesse da tutta la vita.

Alla fine il Topo, che sembrava essere una persona di una certa autorità gridò:
– Sedetevi tutti e ascoltatemi! Presto vi farò asciugare! – e si sedettero tutti in un grande cerchio, con il Topo al centro.

– Ehm! – disse il Topo con aria importante – Siete pronti? Adesso vi racconto la cosa più seccante che io conosca: «Guglielmo il Conquistatore, la cui causa era favorita dal papa, fu presto sottomesso dagli inglesi che erano stati negli ultimi tempi molto abituati all’usurpazione e alla conquista. Edwin e Morcar, Conti di Mercia e Northumbria…

– Uh! – disse l’Opossum con un brivido.

Il Topo continuò per un po’, poi rivolgendosi ad Alice le chiese:
– Come stai adesso, mia cara?
– Più bagnata che mai – rispose Alice – non mi sto asciugando affatto.

– In tal caso – disse solennemente il Dodo, alzandosi in piedi – propongo che la riunione venga aggiornata per l’immediata adozione di rimedi più energici… tipo una corsa elettorale!
– Cos’è una corsa elettorale? – chiese Alice.

– Il modo migliore per spiegarlo è farlo, delimitiamo un percorso, una specie di cerchio, e poi uno, due, tre e via!
Cominciarono tutti a correre. Quando uno voleva smettere di correre si fermava, ma in ogni caso, dopo aver corso per circa mezz’ora, erano tutti abbastanza asciutti.

Il Dodo improvvisamente gridò:
– La corsa è finita! – tutti gli si affollarono attorno, ansimando e chiedendo – Ma chi ha vinto?!

A questa domanda il Dodo pensò molto, alla fine disse:
– Tutti hanno vinto e tutti devono avere un premio!
– Ma chi consegna i premi? – chiesero tutti in coro.

– Ma lei, naturalmente – disse il Dodo, indicando Alice con un dito, e subito tutta la comitiva le si fece intorno, gridando confusamente:
– Premi! Premi! Premi!

Alice, che non aveva idea di cosa fare, si mise la mano in tasca, tirò fuori una scatola di confetti (che per fortuna non si era bagnata nell’acqua salata) e li fece girare come premio. C’era esattamente un confetto a testa.

Tutti mangiarono i confetti rumorosamente, poi si sedettero di nuovo in cerchio e pregarono il Topo di dire loro qualcosa di più.

– Mi avevi promesso di raccontarmi la tua storia, lo sai… – disse Alice, – e perché odi… C. e G. – aggiunse in un sussurro, quasi timorosa che si offendesse di nuovo.

– La mia è una coda lunga e triste! – disse il Topo, voltandosi verso Alice e sospirando.
– È una coda lunga, certo – disse Alice, guardando con meraviglia la coda del Topo – ma perché la chiami triste?
Il Topo iniziò quindi a raccontare:

Disse Furia a un Topo
   incontrato per la casa
     “Andiamo subito davanti
         alla legge: io ti accuserò
             e non accetterò che tu
                dica di no, voglio una
                   bella udienza perché
                     ora non niente da
                   fare” disse il Topo,
                “Ma senza giudice
            e nessuna giuria
         si sprecano
      solo parole!”
   “Sarò giudice
    e la giuria”
      disse con
         astuzia
            il Furia,
              “di sicuro
                  troverò
                      la prova
                          e presto
                              sarai
                          giudicato
           e condannato!”

– Non mi stai ascoltando! – disse severamente il Topo ad Alice – Ma a cosa stai pensando?
– Chiedo scusa – disse Alice umilmente – sei arrivato alla terza curva, vero?

– Mi insulti dicendo queste sciocchezze! – disse il Topo alzandosi e allontanandosi.
– Vorrei avere Dinah qui, lo riporterebbe subito indietro! – disse Alice.
– E chi sarebbe Dinah? – chiese l’Opossum.
– Dinah è la mia gatta, è molto brava a prendere i topi, e dovreste vedere con gli uccellini! – rispose Alice.

La frase causò un notevole trambusto nel gruppo, alcuni uccelli volarono subito via e un canarino gridò con voce tremante ai suoi piccoli di venire via. Alla fine se ne andarono via tutti e Alice rimase sola.

“Vorrei non aver menzionato Dinah! Sembra che non piaccia a nessuno quaggiù, eppure sono sicura che sia la migliore gatta del mondo!” pensò
la povera Alice che ricominciò a piangere, perché si sentiva molto sola.

Dopo un po’, però, udì di nuovo un leggero scalpiccio di passi in lontananza, Alice alzò lo sguardo incuriosita sperando fosse il Topo che tornava indietro per finire la sua storia.

… continua nel CAPITOLO 4: Il Bianconiglio e la brutta fine di Bill.

Note ad Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel Paese delle Meraviglie è un racconto veramente famoso, forse uno dei più famosi racconti per bambini.

Ne hanno fatto film, cartoni animati ed adattamenti teatrali.

Alice nel Paese delle Meraviglie è anche un racconto molto particolare dal punto di vista dello svolgimento, pieno di situazioni surreali e senza senso (il cui motivo fondamentalmente viene svelato nel finale) e anche soprattutto per i dialoghi tra i personaggi, non sempre semplici o immediatamente comprensibili.

Una delle più grandi sfide infatti, per chi vuole tradurre Alice nel Paese delle meraviglie, è cercare di ricondurre ad un senso molti dei “giochi di parole” e “nonsense” usati da Lewis Carroll, che ben si prestano ad essere usati nella lingua inglese, ma che subiscono un forte “lost in traslation” e perdita totale di significato quando si cerca di adattarli in altre lingue.

E’ per questo motivo che nel nostro adattamento troverete solo una delle tante filastrocche e parti in rima presenti nel testo originale. La storia rimane comunque completamente comprensibile e godibile anche senza quelle parti.

In questa versione sono stati volutamente tralasciati due capitoli (quelli sulla tartaruga ed il grifone) per rendere la storia più scorrevole e non troppo lunga. Nonostante la mancanza di questi due capitoli, la storia non perde la sua magia ed il magnifico significato.

Speriamo che questa nostra versione vi piaccia quanto è piaciuta a noi riscriverla!

P.S. Alice è esistita veramente e si chiamava Alice Liddel, figlia di amici di famiglia di Lewis Carroll

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Alice nel Paese delle Meraviglie 🐇🕓🎩🐱🧡

“In tutto c’è una morale, se si sa trovarla.”

Alice nel paese delle meraviglie, scritto da Lewis Carroll, è un classico della letteratura per l’infanzia che vi trasporterà in un mondo straordinario e surreale.

La storia inizia quando la curiosa Alice, inseguendo uno strano coniglio bianco si infila in una buca nel terreno, precipitando in un regno fantastico popolato da personaggi eccentrici e situazioni assurde.

Attraverso avventure straordinarie e incontri unici, esplorerete insieme ad Alice questo mondo incantato, affrontando enigmi e scoprendo la sua straordinaria abilità di adattarsi a un regno dalle regole mutevoli e spesso incomprensibili.


Alla fine della pagina troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Alice nel Paese delle Meraviglie 🐇🕓🎩🐱🧡“!

“Alice nel Paese delle Meraviglie 🐇🕓🎩🐱🧡“

aspetta solo di essere ascoltata!
L’audiofiaba te la racconto io!

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⚜️

Alice nel Paese delle Meraviglie 🐇🕓🎩🐱🧡


Indice dei capitoli


CAPITOLO 1 – Nella tana del Bianconiglio.


Alice cominciava a stancarsi di stare seduta accanto alla sorella sulla riva del fiume senza fare niente. Una o due volte aveva sbirciato nel libro che sua sorella stava leggendo, ma non c’erano né immagini né fumetti, “e a che serve un libro”, pensò Alice, “senza immagini o fumetti?”

Alice, annoiata e assonnata, stava riflettendo se alzarsi a cogliere delle margherite, quando all’improvviso un coniglio bianco dagli occhi rosa le passò davanti.

Non c’era niente di strano in questo, né Alice trovò così strano sentire il Coniglio dire a se stesso: “Oh cielo! Oh cielo! È tardi!”
Ma quando il Coniglio tirò fuori un orologio dal taschino del panciotto, Alice balzò in piedi, perché le balenò in mente che non aveva mai visto prima un coniglio con un orologio nel taschino del panciotto.

Alice, incuriosita, gli corse dietro attraverso il campo. Fece appena in tempo a vederlo sparire in una grande tana sotto la siepe che, senza rendersene conto, ci cadde dentro anche lei!

La tana del coniglio era molto profonda, oppure lei cadeva molto lentamente, perché aveva tutto il tempo per guardarsi intorno, mentre scendeva.

Poi guardò ai lati del pozzo e notò che le pareti erano piene di armadi e di scaffali per libri, qua e là vedeva appese mappe e quadri.
Mentre scendeva, prese un barattolo da uno degli scaffali. C’era scritto sopra “MARMELLATA DI ARANCE”, ma, con suo grande disappunto, era vuoto. Rimise quindi il barattolo in uno degli armadi mentre ci cadeva accanto.

Giù, giù, giù!
Sarebbe mai finita la discesa?
Non c’era nient’altro da fare, quindi Alice iniziò presto a parlare da sola.

– Dinah mi mancherà molto stasera, immagino! – (Dinah era la sua gatta.) – Spero che si ricordino del suo piattino di latte all’ora del tè. Dinah,vorrei che tu fossi qui con me!

Alice si stava appisolando, quando all’improvviso… BUMP! Si adagiò sopra un mucchio di rami e foglie secche. La discesa era finita.

Alice in un attimo balzò in piedi, alzò lo sguardo ma in alto era tutto buio. Davanti a lei c’era un altro lungo passaggio e il Bianconiglio era là in fondo che lo percorreva di corsa.

Alice cominciò a correre e fece appena in tempo a sentirlo dire:
– Oh, come si è fatto tardi! – che il Bianconiglio svoltò l’angolo e non si vide più.

Alice si ritrovò in un corridoio lungo e basso, tutt’intorno al corridoio c’erano tante porte tutte chiuse. Dopo che Alice ebbe provato ad aprirle tutte senza successo si chiese come avrebbe fatto a uscire di lì.

All’improvviso si imbatté in un tavolino su cui c’era solo una minuscola chiave d’oro. Alice pensò che potesse aprire una delle porte del corridoio ma, o le serrature erano troppo grandi, oppure la chiave era troppo piccola, tanto che non ne apriva nessuna.

Tuttavia questa volta, vide una porticina alta circa quaranta centimetri che prima non c’era. Provò la piccola chiave d’oro nella serratura e, con sua grande gioia, la porta si aprì!

Alice si inginocchiò e guardò attraverso la porta: vide il giardino più bello che avesse mai visto. Purtroppo non riusciva nemmeno a mettere la testa oltre la soglia, tanto era piccola quella porta.
– Oh, come vorrei potermi accorciare come un telescopio! – si disse Alice.

Tornò quindi al tavolo, sperando quasi di trovarvi un’altra chiave. Questa volta però vi trovò sopra una piccola bottiglia (“che certamente prima non c’era”, pensò Alice), sulla quale c’era un’etichetta con su scritto “BEVIMI”.

– No, prima controllerò, e vedrò se c’è scritto ‘veleno’ oppure no – si disse Alice, perché non aveva mai dimenticato che, se si beve da una bottiglia con la scritta ‘veleno’, quasi sicuramente le avrebbe fatto male.

Ma su questa bottiglia non c’era scritto ‘veleno’ così Alice si azzardò ad assaggiare il contenuto, e, trovandolo molto buono (il sapore era un misto di crostata di ciliegie, crema pasticcera, ananas, tacchino arrosto e pane tostato imburrato), lo bevve tutto.

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– Che sensazione curiosa! – disse Alice. – Mi sembra di accorciarmi proprio come un telescopio!

E infatti era così!
Adesso era alta solo 25 centimetri e il suo viso si illuminò al pensiero di avere le dimensioni giuste per varcare la piccola porticina, ma quando ci arrivò davanti la trovò chiusa e si accorse di aver dimenticato la piccola chiave d’oro sopra il tavolino!

Quando tornò al tavolino per prenderla si rese conto che non poteva raggiungerla perché ora era troppo piccola. Alice si sedette sconfortata ai piedi del tavolino piangendo.

Il suo sguardo però cadde su una scatoletta di vetro che giaceva proprio lì sotto, l’aprì e vi trovò una piccolissima torta, sulla quale era scritto “MANGIAMI”.

– Se questa torta mi fa crescere potrò raggiungere la chiave, e se invece mi fa rimpicciolire potrò infilarmi sotto la porta, così in ogni caso riuscirò ad andare nel giardino, non mi importa cosa succederà!

Mangiò un po’ della torta e con ansia si tenne la mano sulla testa per sentire se stava crescendo. Fu piuttosto delusa di scoprire che rimaneva della stessa dimensione.

Così si mise all’opera e in breve tempo finì la torta…

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… continua nel CAPITOLO 2: La pozza delle lacrime.

Note ad Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel Paese delle Meraviglie è un racconto veramente famoso, forse uno dei più famosi racconti per bambini.

Ne hanno fatto film, cartoni animati ed adattamenti teatrali.

Alice nel Paese delle Meraviglie è anche un racconto molto particolare dal punto di vista dello svolgimento, pieno di situazioni surreali e senza senso (il cui motivo fondamentalmente viene svelato nel finale) e anche soprattutto per i dialoghi tra i personaggi, non sempre semplici o immediatamente comprensibili.

Una delle più grandi sfide infatti, per chi vuole tradurre Alice nel Paese delle meraviglie, è cercare di ricondurre ad un senso molti dei “giochi di parole” e “nonsense” usati da Lewis Carroll, che ben si prestano ad essere usati nella lingua inglese, ma che subiscono un forte “lost in traslation” e perdita totale di significato quando si cerca di adattarli in altre lingue.

E’ per questo motivo che nel nostro adattamento troverete solo una delle tante filastrocche e parti in rima presenti nel testo originale. La storia rimane comunque completamente comprensibile e godibile anche senza quelle parti.

In questa versione sono stati volutamente tralasciati due capitoli (quelli sulla tartaruga ed il grifone) per rendere la storia più scorrevole e non troppo lunga. Nonostante la mancanza di questi due capitoli, la storia non perde la sua magia ed il magnifico significato.

Speriamo che questa nostra versione vi piaccia quanto è piaciuta a noi riscriverla!

P.S. Alice è esistita veramente e si chiamava Alice Liddel, figlia di amici di famiglia di Lewis Carroll

😊

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Alice nel Paese delle Meraviglie 🐇🕓🎩🐱🧡

CAPITOLO 2 – La pozza delle lacrime

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare di Alice nel Paese delle Meraviglie!

CAPITOLO 2 – La pozza delle lacrime


Adesso Alice si stava allungando come il più grande telescopio che sia mai esistito!

La sua testa colpì il soffitto della sala, ora era alta più di tre metri. Alice prese la piccola chiave d’oro sul tavolino e corse verso la porta del giardino.

Ma povera Alice! Tutto quello che poteva fare, sdraiandosi su un lato, era guardare il giardino con un occhio solo, grande com’era le era impossibile passare.
Quindi si sedette e ricominciò a piangere.

Continuò a versare litri e litri di lacrime, finché non si formò una grande pozza tutt’intorno a lei che arrivava fino a metà del corridoio.

Ad un certo punto udì un leggero scalpiccio di piedi in lontananza e si asciugò in fretta gli occhi per vedere cosa stava succedendo. Era il Bianconiglio che tornava indietro e borbottava tra sé:
– Oh! la Duchessa, la Duchessa! Si arrabbierà se la faccio aspettare!

Quando il Bianconiglio le si avvicinò, Alice cercò di parlargli:
– Per favore, signor coniglio…
Ma il Bianconiglio sussultò, la guardò e corse via nell’oscurità più veloce che poteva. Nel correre via però gli caddero di mano un guanto bianco ed un ventaglio.

Alice lo guardò allontanarsi mentre iniziava a sventolarsi col ventaglio caduto al Bianconiglio – Com’è tutto strano oggi! Ieri la solita noia, oggi invece… Ma la vera domanda è: dove diavolo sono…?!

Mentre diceva queste parole si rese conto che si stava rimpicciolendo di nuovo, ora era alta circa mezzo metro e continuava a rimpicciolirsi rapidamente.

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Scoprì presto che la causa era il ventaglio del Bianconiglio e lo lasciò cadere subito subito a terra, giusto in tempo per evitare di rimpicciolirsi del tutto.

– Per un pelo! – disse Alice piuttosto spaventata – ora però posso passare attraverso la porticina e raggiungere il giardino!

Corse verso la porticina, ma la porticina era di nuovo chiusa e la piccola chiave d’oro era posata come prima sul tavolo di vetro!
– Non poteva andarmi peggio…! – pensò Alice

E mentre diceva queste parole scivolò e splash! Si ritrovò immersa fino al collo nell’acqua salata.
All’inizio pensò di essere caduta in mare, poi si rese conto di essere dentro alla pozza di lacrime che aveva pianto quando era alta tre metri.

Poco distante sentì qualcosa che sguazzava nella pozza, era un Topo che era finito dentro l’acqua come lei.

– Scusi signor Topo, conosce il modo per uscire da questa pozza? Sono molto stanca di nuotare…
Il Topo la guardò con una certa curiosità, ma non disse nulla.

“Forse non capisce la mia lingua” pensò Alice, “Magari conosce il francese…” e disse:
– Où est ma chatte? – che era la prima frase che le venne in mente.

Il Topo fece un salto improvviso fuori dall’acqua e sembrò tremare tutto per la paura.
– Oh, chiedo scusa! – esclamò in fretta Alice – Avevo dimenticato che ai topi non piacciono i gatti!

– Se tu fossi in me, ti piacerebbero i gatti?! – gridò il Topo con voce acuta.
– Beh, forse no… però se tu conoscessi la mia gatta Dinah penso che cambieresti idea, è una gattina così cara e tranquilla.
Il Topo aveva una faccia molto offesa.

Alice, che aveva fretta di cambiare argomento, disse
– Ti piacciono i… cani? C’è un cagnolino così carino vicino a casa nostra, vorrei mostrartelo! Da’ la caccia a tutti i topi e… oh, cielo! – esclamò Alice in tono addolorato. – Temo di averlo offeso di nuovo!
Infatti il Topo stava nuotando via da lei più veloce che poteva.

Allora lei gli gridò sottovoce:
– Topo caro! Torna ti prego, e non parleremo né di gatti né di cani se non ti piacciono!
Quando il Topo sentì quelle parole, si voltò e nuotò lentamente verso di lei. Aveva il viso pallido e disse con voce bassa e tremante:
– Andiamo a riva e poi ti racconterò la mia storia e capirai perché odio cani e gatti.

Nel frattempo la pozza d’acqua si stava riempiendo di uccelli e animali, anche loro caduti dentro chissà come… c’erano un’Anatra e un Dodo, un Opossum, un Aquilotto e molte altre creature curiose.
Alice fece strada e l’intero gruppo la seguì fino alla riva.

… continua nel CAPITOLO 3: La corsa elettorale.

Note ad Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel Paese delle Meraviglie è un racconto veramente famoso, forse uno dei più famosi racconti per bambini.

Ne hanno fatto film, cartoni animati ed adattamenti teatrali.

Alice nel Paese delle Meraviglie è anche un racconto molto particolare dal punto di vista dello svolgimento, pieno di situazioni surreali e senza senso (il cui motivo fondamentalmente viene svelato nel finale) e anche soprattutto per i dialoghi tra i personaggi, non sempre semplici o immediatamente comprensibili.

Una delle più grandi sfide infatti, per chi vuole tradurre Alice nel Paese delle meraviglie, è cercare di ricondurre ad un senso molti dei “giochi di parole” e “nonsense” usati da Lewis Carroll, che ben si prestano ad essere usati nella lingua inglese, ma che subiscono un forte “lost in traslation” e perdita totale di significato quando si cerca di adattarli in altre lingue.

E’ per questo motivo che nel nostro adattamento troverete solo una delle tante filastrocche e parti in rima presenti nel testo originale. La storia rimane comunque completamente comprensibile e godibile anche senza quelle parti.

In questa versione sono stati volutamente tralasciati due capitoli (quelli sulla tartaruga ed il grifone) per rendere la storia più scorrevole e non troppo lunga. Nonostante la mancanza di questi due capitoli, la storia non perde la sua magia ed il magnifico significato.

Speriamo che questa nostra versione vi piaccia quanto è piaciuta a noi riscriverla!

P.S. Alice è esistita veramente e si chiamava Alice Liddel, figlia di amici di famiglia di Lewis Carroll

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Aladino e il Genio della lampada 🧞

Un Viaggio Incantato nel Cuore delle Mille e una Notte

Questo racconto intramontabile, tramandato attraverso i secoli, ci trasporta in un mondo ricco di mistero e meraviglia, dove il giovane Aladino, un ragazzo di strada, si trova improvvisamente catapultato in un vortice di eventi straordinari.

Questo racconto incarna il desiderio umano di superare le sfide, di realizzare sogni impossibili e di scoprire il grande potere che solo la magia di un Genio della lampada può fare.


Alla fine del racconto troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Aladino e il Genio della lampada 🧞“!

Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da Silvia!

⚜️

Aladino e il Genio della lampada 🧞


C’era una volta Mustafà, di professione sarto, che aveva un figlio di nome Aladino.

Purtroppo Mustafà morì quando Aladino era solo un ragazzo, senza avergli potuto insegnare ad essere un sarto come lui. Così Aladino passava le giornate a bighellonare per strada insieme ad altri ragazzi.

Un giorno gli si parò davanti uno sconosciuto, probabilmente straniero, e gli chiese se non fosse il figlio di Mustafà il sarto.
– Lo sono, signore – rispose Aladino – ma è morto molto tempo fa.

Lo straniero gli si gettò al collo e lo abbracciò, dicendo:
– Sono tuo zio Jaffar e ti ho riconosciuto dalla tua somiglianza con mio fratello! Portami da tua madre così che io possa salutarla.

Aladino accompagnò lo zio a casa sua. Sua madre rimase molto colpita nel conoscere Jaffar.
– In effetti mio caro Aladino, tuo padre una volta mi ha accennato di avere un fratello – disse sua madre – ma non l’ho mai conosciuto… sai tuo padre non voleva mai parlare del suo misterioso passato…

Passarono così la serata, dove Jaffar raccontò dei suoi viaggi e i commerci che faceva nella sua città natale, la città dalle mura di fango. Alla fine Jaffar chiese se poteva prendere Aladino con sè per farlo diventare un mercante di stoffe come lui.
La madre acconsentì.

Così il giorno dopo Jaffar condusse Aladino fuori dalle porte della città. Quindi proseguirono il viaggio finché non raggiunsero l’imbocco di una stretta valle ai piedi di due montagne.

– Ci fermeremo qui – disse lo zio – ti mostrerò qualcosa di meraviglioso, intanto raccogli dei rami per accendere un fuoco.

Quando il fuoco fu acceso il mago vi gettò sopra una polvere magica dicendo allo stesso tempo alcune parole sconosciute. La terra ai loro piedi tremò leggermente e si aprì davanti a loro una botola fatta di una pietra piatta e quadrata con al centro un anello di ottone per sollevarla.

– Cosa hai fatto, zio? – chiese meravigliato Aladino.
– Non temere nulla ragazzo, adesso ti spiego una cosa… – Jaffar guardò Aladino intensamente negli occhi – Io non son un mercante di stoffe, sono un mago, come tuo padre Mustafà non era un sarto, ma mago pure lui…

Aladino sgranò gli occhi, poi Jaffar continuò:
– Per un motivo a me sconosciuto aveva deciso di bandire la magia dalla sua vita, ed è fuggito senza lasciare più traccia.
Aladino lo ascoltava con attenzione.

– Così facendo però ti ha privato del suo tesoro, che sta sepolto proprio qui sotto – disse indicando la botola di pietra.
Aladino guardò la botola e spalancò la bocca dallo stupore.

– Solo tu, figlio di Mustafà puoi aprire questo ingresso ed entrare nella Grotta delle Meraviglie, ma devi stare attento e fare esattamente quello che ti dico:

– Afferra l’anello sulla pietra, e tiralo con forza, ti appariranno delle scale, scendile e ai piedi di quei gradini troverai una porta aperta che conduce in tre grandi sale. Mi raccomando! Attraversale senza toccare nulla, o morirai all’istante… Queste sale conducono in un giardino, continua a camminare finché non arrivi a una nicchia nel muro dove c’è una lampada ad olio, prendila e torna subito indietro.

Aladino annuì attonito, poi tirò l’anello e la botola si aprì, scese le scale e fece come aveva detto Jaffar, attraversò le tre sale, poi il giardino e infine trovò la lampada. La prese e corse subito indietro.

Quando fu quasi in cima alle scale suo zio Jaffar lo bloccò gridando:
– Fermati! Prima di uscire passami subito la lampada!
– Perchè non posso uscire e poi dartela?! – rispose contrariato Aladino.
– Tu dammela e basta! – urlò Jaffar.

Aladino intuendo che Jaffar avrebbe preso la lampada e poi avrebbe richiuso la botola, urlò a sua volta – No! – e ridiscese correndo le scale.
– Stupido ragazzo! – sentì gridare alle sue spalle mentre la botola si chiudeva lentamente imprigionandolo nella grotta.

Per due giorni Aladino rimase nell’oscurità, piangendo e disperandosi. Poi non sapendo cos’altro fare prese la lampada e, dopo averla rigirata e rimirata a lungo, la prese tra le mani e la strofinò.

D’improvviso dalla lampada uscì del fumo denso e compatto, che prese le sembianze di una persona che con riverenza fece un inchino ad Aladino dicendo:
– Io sono il Genio della lampada, e sono qui per esaudire ogni tuo desiderio.

Aladino rimase di stucco, quasi spaventato, poi ripresosi chiese con un filo di voce:
– Veramente puoi esaudire ogni mio desiderio…?
Il Genio annuì.
– Allora fammi uscire di qui! – disse Aladino.

Il Genio schioccò le dita e si ritrovarono magicamente all’esterno della grotta, proprio sopra la botola di entrata. Di Jaffar non c’era più l’ombra.
– Come avete desiderato, mio signore – disse il Genio, che facendo un inchino sparì lentamente nella lampada.

Aladino corse come il vento verso casa, dove sua madre lo accolse a braccia aperte. Le raccontò tutta la sua avventura, poi strofinando la lampada fece apparire il Genio e gli chiese di preparare un sontuoso banchetto per entrambi.

Il Genio schioccò le dita e la tavola fu imbandita di ogni prelibatezza presente sulla faccia della terra. Sua madre quasi svenne dallo stupore.

Con l’aiuto del Genio, Aladino divenne il più ricco mercante della città, viveva in una reggia e aveva preso molte persone al suo servizio.

Un giorno il Sultano emanò un ordine molto strano: l’obbligo a tutti i cittadini di restare in casa con le persiane chiuse mentre la principessa sua figlia attraversava la città per andare al fiume a rinfrescarsi.

Aladino, incuriosito, fu preso dal desiderio di vedere la figlia del Sultano in viso, per verificare se fosse così bella come si raccontava. Così si nascose e quando finalmente la vide se ne innamorò all’istante.

In quel preciso momento decise che doveva chiederla in sposa al Sultano.
Così ordinò al Genio di preparare ogni giorno un sacchetto pieno d’oro e gioielli da consegnare al Sultano in segno di omaggio.

Fu così per sei giorni, finché il Sultano incuriosito da tutto quell’oro e quei preziosi decise di dare udienza ad Aladino.
Aladino si presentò al suo cospetto e, dopo le dovute cortesie, gli disse:
– Voglio il permesso di sposare sua figlia, la principessa Yasmin.

Il Sultano, per niente felice di dare sua figlia in sposa ad un mercante invece che ad un principe di lignaggio reale, sperava di prendere in giro Aladino, acconsentendo alle nozze ad una condizione: portargli quaranta forzieri ricolmi di oro e quaranta forzieri ricolmi di gioielli.

Aladino sorrise e disse:
– Come lei ordina.
Tornò quindi nella sua reggia e ordinò al Genio di preparare quanto richiesto. Dopo solo un’ora dall’udienza con Aladino, il sultano si vide consegnare i quaranta forzieri pieni d’oro e i quaranta forzieri pieni di gioielli da altrettanti servitori di Aladino.

Il sultano rimase a bocca aperta e acconsentì alle nozze tra Aladino e Yasmin, che vennero celebrate già il giorno seguente.

La notizia del matrimonio reale si sparse per tutto il medio oriente, e così Jaffar venne a sapere che Aladino non solo non era morto nella grotta, ma aveva addirittura sposato la figlia del Sultano, e tutto questo sicuramente grazie all’aiuto del Genio della lampada.

Jaffar voleva impossessarsi di quella lampada ad ogni costo, così architettò un astuto piano.
Una volta giunto al palazzo reale iniziò a frequentare la servitù di corte, finché non conobbe la signora che provvedeva alla pulizia delle camere reali.

Jaffar, travestito da mendicante, aspettò che Aladino si allontanasse per un viaggio di una settimana, e si avvicinò alla signora delle pulizie dicendole:
– Il principe Aladino non ha forse bisogno di lampade nuove per le sue reali camere? Se mi permette di ritirare le vecchie lampade gliele offro per un prezzo davvero simbolico, mi basta una forma di pane per cenare questa sera – e da una borsa tirò fuori una lampada nuova scintillante.

La signora delle pulizie si rammentò di una vecchia lampada che stava sempre nella camera del principe Aladino e, credendo di fare l’affare, corse subito a prenderla per darla a Jaffar assieme al pezzo di pane.

Jaffar prese la lampada magica e, dopo aver fatto la riverenza, uscì dalle porte della città e si nascose in un luogo solitario, dove rimase fino al calar della notte.
Quando finalmente tirò fuori la lampada e la strofinò, il Genio apparve.
– Io sono il Genio della lampada, e sono qui per esaudire ogni tuo desiderio.

Jaffar sorrise beffardamente e disse:
– Desidero portare via l’intera reggia di Aladino e la principessa Yasmin nella mia città dalle mura di fango, così che nessun suddito del Sultano possa mai trovarci.
Il Genio schioccò le dita e tutta la reggia con all’interno Yasmin e la servitù sparì all’improvviso.

In città si diffuse il panico, nessuno sapeva dove fossero finite la reggia e la principessa. Aladino tornò di fretta indietro dal suo viaggio ed incontrò il sultano che gli disse:
– Che magia è mai questa?! Solo un potente mago può fare questo!
– Lo so mio signore, e so anche chi potrebbe essere stato… – rispose Aladino.
– E allora và e ritorna con mia figlia, altrimenti ti passerò a fil di spada!

Aladino prese un destriero e si mise al galoppo. Aveva intuito che solo suo zio Jaffar era a conoscenza della lampada e dei suoi poteri, e solo lui avrebbe potuto usarla.
Iniziò quindi a viaggiare per il deserto verso la città dalle mura di fango di cui Jaffar gli aveva parlato la sera che lo conobbe.

Aladino cavalcò tutto il giorno e tutta la notte, finché all’alba non intravide la città dalle mura di fango e la sua reggia.
Arrivò fin sotto il palazzo, dove Yasmin lo stava aspettando sulla soglia della porta d’entrata.

I due si abbracciarono, poi Aladino chiese dove fosse Jaffar e dove fosse la sua lampada.
– Adesso non è qui, ma porta la lampada sempre con sé appesa al collo. Ha detto che se non acconsento a sposarlo mi ucciderà!

Aladino pensò a cosa fare, poi ebbe un’idea:
– Questa sera a cena indossa il tuo vestito più bello – le disse – e accogli il mago con un gran sorriso facendogli credere che mi hai finalmente dimenticato. Invitalo a bere il vino e digli che vuoi assaggiare il più prezioso delle sue riserve, andrà a prenderne un po’, e mentre se ne sarà andato ti dirò cosa fare…

Yasmin ascoltò Aladino e fece come lui aveva detto. Quella sera mise il suo vestito più bello ed invitò Jaffar a portarle il migliore tra i suoi vini, Jaffar andò quindi a prendere il vino.
In quel momento Aladino, uscì dal suo nascondiglio e diede una polverina a Yasmin:
– Versala tutta nella tua coppa, quando brinderete porgigliela in segno di pacificazione.

Yasmin versò la polverina nella sua coppa, poi Jaffar tornò col vino e brindarono. Yasmin porse la sua coppa a Jaffar che, lusingato dal gesto, la prese e bevve. Quasi all’istante Jaffar cadde svenuto sul pavimento.

Aladino ricomparve e velocemente prese la lampada che Jaffar portava appesa al collo, la strofinò e il Genio comparì al loro cospetto.
– Facci subito tornare a casa, reggia compresa, ma lascia qui Jaffar nella sua terra!
Il Genio schioccò le dita e in un battibaleno Aladino e Yasmin furono nuovamente a casa loro.

Il sultano fu immensamente felice di rivedere entrambi e indisse una festa che durò tre giorni e tre notti.

E Aladino e Yasmin vissero per sempre felici e contenti.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Pollicino 👦⚪⚪⚪ favola della buonanotte breve 🤏

Pollicino è tanto piccolo quanto furbo, e riuscirà a salvarsi dall’orco cattivo insieme a tutti i suoi fratelli!

Pollicino è una famosa fiaba di Charles Perrault, questa è la nostra versione breve e semplificata del racconto, adatta anche ai più piccoli!


Alla fine del racconto troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Pollicino 👦⚪⚪⚪ favola della buonanotte breve 🤏“!

Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da William!

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Pollicino 👦⚪⚪⚪ favola della buonanotte breve 🤏


Pollicino era l’ultimo di sette fratelli. La sua famiglia era poverissima e, una sera, sentì che il padre voleva abbandonare i bambini nel bosco perchè non avevano abbastanza cibo per tutti.

Allora corse al ruscello e raccolse tanti sassolini, poi tornò a letto.

Il mattino seguente i genitori portarono i bambini nel bosco, ma Pollicino, senza farsi vedere, lasciava cadere i sassolini, segnando la strada di casa.

Dopo un po’, il boscaiolo disse ai bambini di fermarsi e di aspettare i genitori.
Ma, quando arrivò la sera, i genitori ancora non erano tornati e i bambini avevano molta paura.
Ma Pollicino, seguendo la scia dei sassolini, riportò tutti a casa.

Quella sera però sentì che il padre li avrebbe abbandonati di nuovo, e decise di raccogliere altri sassolini. Purtroppo la porta di casa era chiusa e al posto dei sassolini prese un pezzetto di pane per farne briciole da lasciare sul sentiero.

Il mattino seguente i genitori portarono i bambini ancora più lontano nel bosco, e li abbandonarono di nuovo.
Pollicino, però, non riuscì a riportarli a casa perché gli uccellini avevano mangiato tutte le briciole lasciate sul sentiero!

I bambini erano disperati, ma Pollicino, arrampicatosi su un albero vide una casa.
– Andiamo a chiedere ospitalità! – esclamò.

Lì incontrarono un’orchessa, che non voleva accoglierli perché suo marito l’orco era ghiotto di bambini.
Ma alla fine, impietosita, li sfamò e li nascose.

Quando l’orco arrivò, annusando l’aria e sentendo odore di bambini, aprì subito il ripostiglio e trovò i fratellini dicendo di volerli mangiare.

Ma l’orchessa disse:
– Li cucinerò domani! – servì la cena all’orco e accompagnò i bambini a dormire.
Nella camera c’erano due letti, uno era per le sette figlie degli orchi, ognuna con in testa una coroncina, nell’altro avrebbero dormito i sette fratelli.

Non appena l’orchessa se ne andò, Pollicino scambiò i berretti con le coroncine delle orchette.

Poco dopo la porta della stanza si aprì: era l’orco, venuto a prenderli!

L’orco tastò le testoline dei fratelli ma, sentendo le coroncine, li lasciò lì e gettò in un sacco le sue figlie. Poi uscì.

– Scappiamo! – disse Pollicino e i bimbi fuggirono.

Quando l’orco si accorse di aver sbagliato, infilò gli stivali delle sette leghe e partì all’inseguimento dei bambini.

Con quegli stivali poteva fare passi lunghissimi e stava raggiungendo Pollicino e i suoi fratelli. Però era anche molto stanco, si fermò per riposare un attimo ma si addormentò.

Pollicino indossò gli stivali e tornò dall’orchessa.
– l’orco è stato rapito dai banditi! – gridò – se non riceveranno oro, lo uccideranno!
L’orchessa consegnò tutto quello che aveva a Pollicino, che tornò dai fratelli e li riportò a casa.

Quando la madre li vide, li abbracciò tutti.
I bambini mostrarono l’oro e Pollicino divenne messaggero del re, grazie agli stivali delle sette leghe.

Da quel momento la loro famiglia visse per sempre felice e contenta.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

🌟 Continua a leggere altre fiabe e favole della buona notte brevi! 🤏

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Jack e il fagiolo magico 🌱 favola della buonanotte breve 🤏

Jack ha trovato un fagiolo magico, ma ancora non sa quali avventure gli toccherà affrontare!

Jack e il fagiolo magico è un racconto popolare di origine inglese, questa è la nostra versione breve e semplificata del racconto, adatta anche ai più piccoli!


Alla fine del racconto troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Jack e il fagiolo magico 🌱 favola della buonanotte breve 🤏“!

Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da Silvia!

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Jack e il fagiolo magico 🌱 favola della buonanotte breve 🤏


C’erano una volta una vedova e suo figlio Jack. Erano poveri, perciò la donna decise di vendere la loro mucca.
Mandò Jack al mercato, ma lui scambiò la mucca con dei fagioli: gli avevano detto che erano magici, e se li avesse piantati quella sera, il giorno dopo la pianta sarebbe cresciuta fino al cielo.

La madre, arrabbiata, gettò i fagioli in giardino, all’alba, però, uno era cresciuto fin sopra le nuvole!

Subito Jack scalò la pianta. Giunto in cima, trovò un castello.

Bussò e una spaventosa Gigantessa gli aprì.

Jack cercò di scappare, ma lei lo acciuffò e lo trascinò nel castello, felice di aver trovato un servo.

– Però, quando mio marito il Gigante rincasa, ti nasconderò, o ti mangerà… –

– Farò tutto quello che volete – disse Jack spaventato – ma non fatemi mangiare…

La gigantessa annuì – ora devo nasconderti, sta arrivando – e lo rinchiuse in un grande armadio.

Poco dopo un vocione tuonò:
– Sento profumo di giovanotto! Lo voglio a colazione!

– Ma no – rispose la gigantessa – È la bistecca di elefante… siediti e mangia – e gli mise davanti un piatto enorme che gli fece dimenticare il giovanotto.

Jack osservava tutto dalla serratura dell’armadio.

Dopo colazione, il Gigante si fece portare la sua gallina, che depose un uovo d’oro. Poi si addormentò.

Allora Jack, incredulo, sgattaiolò fuori dall’armadio, prese la gallina e fuggì, portandola a casa.

Dopo qualche giorno, Jack si travestì, risalì il tronco del fagiolo e bussò alla porta del castello. La Gigantessa non lo riconobbe e lo trascinò dentro come la prima volta. Quando arrivò il marito, lo nascose nell’armadio.

Il Gigante tuonò:
– Sento profumo di giovanotto, lo voglio per pranzo!

– Ma no – rispose la gigantessa – È l’arrosto… siediti e mangia – e gli mise davanti un piatto enorme, che gli fece dimenticare il giovanotto.

Poi il Gigante si fece portare i suoi sacchi di denaro, contò le monete e si addormentò.

Jack allora sgusciò fuori dall’armadio, prese i sacchi di denaro e tornò a casa.

Qualche giorno dopo, Jack si arrampicò di nuovo, entrò nel castello di nascosto e si infilò nell’armadio.

Poco dopo il Gigante ruggì:
– Sento profumo di giovanotto, lo voglio a cena!

– Ma no – rispose la gigantessa – È il porcellino grigliato… siediti e mangia – e gli mise davanti un piatto enorme, che gli fece dimenticare il giovanotto.

Poi il Gigante si fece portare l’arpa magica fatta d’oro e diamanti e, mentre l’arpa suonava, si addormentò.

Jack sgattaiolò fuori dall’armadio, afferrò l’arpa e scappò.
Ma l’arpa gridò:
– Aiuto! Aiuto!

Il Gigante si svegliò e, infuriato, inseguì Jack. Stava per prenderlo, ma Jack riuscì a scendere dal fagiolo magico, prese l’ascia e tagliò il tronco. La pianta, come per magia, svanì e con lei sparirono il Gigante, la Gigantessa e il castello.

Jack e sua madre non credevano ai loro occhi.
Si erano liberati del Gigante e, grazie ai tesori, potevano vivere felici e contenti.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Il principe ranocchio 🐸 favola della buonanotte breve 🤏

Il principe ranocchio ha aiutato la principessina, ma lei non lo ringrazia nemmeno…

Riuscirà il principe ranocchio ad avere un bacio dalla principessina? Questa è la nostra versione breve e semplificata del racconto, adatta anche ai più piccoli!


Alla fine del racconto troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “Il principe ranocchio 🐸 favola della buonanotte breve 🤏“!

Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da William!

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Il principe ranocchio 🐸 favola della buonanotte breve 🤏


C’era una volta una principessina che amava giocare con la sua palla vicino alla pozza d’acqua in giardino, e si divertiva a lanciarla e riprenderla.

Un giorno però la palla cadde nell’acqua e la principessina cominciò a piangere disperata perché non riusciva a recuperarla.

– Se vuoi posso recuperare la palla. Tu in cambio cosa mi dai?
– Hai parlato tu? – chiese la principessina guardando un grosso ranocchio spuntato dallo stagno. Il ranocchio annuì.

– Ti do tutto quello che vuoi!
– Voglio essere tuo amico, mangiare, dormire e stare con te.
– Va bene! – esclamò la principessina, che però pensava “ma cosa dice? Starà scherzando!”

Il ranocchio recuperò la palla dandola alla principessina, che però corse via, senza aspettarlo.

Il giorno dopo si sentì battere forte al portone del castello del re e una voce disse:
– Principessina, sono il ranocchio, devi mantenere la promessa!

Il re chiese di cosa si trattasse e la principessina raccontò tutta la storia. Alla fine il re disse:
– Le promesse vanno mantenute, fate entrare il ranocchio!

Così il ranocchio sedette a tavola vicino alla principessina, e mangiò con appetito dal piatto della bambina.
Poi disse di voler dormire nella stanzetta della principessina.

Lei pregò il re di non acconsentire, ma il re la riprese:
– Non si deve disprezzare chi ti ha aiutato nel momento del bisogno!

Arrivati nella stanza il ranocchio disse:
– Dormirò con te. Se non lo farai, lo dirò a tuo padre.

La principessina, arrabbiatissima, lo scagliò con forza contro la parete.

Il ranocchio cadde privo di sensi e lei, in preda ai sensi di colpa, lo prese in braccio e lo strinse forte a sé.
– Oh no ranocchio, scusami… se potessi fare qualcosa per salvarti…

Con un filo di voce, il ranocchio sussurrò:
– … un bacio… solo un bacio… –

Anche se controvoglia, la principessina chiuse gli occhi e gli diede un bacio. Ma quando li riaprì, trovò davanti a sè un bel ragazzo.

– E tu chi sei?! – esclamò stupita.
– Sono il ranocchio, ma il mio vero nome è principe Enrico! Ero vittima di un incantesimo di una strega che solo il bacio di una principessa avrebbe potuto spezzare… grazie!

I due ragazzi divennero amici, poi si innamorarono e infine si sposarono, proprio di fronte alla pozza d’acqua dove si erano conosciuti.

E vissero tutti felici e contenti.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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I tre porcellini 🐷🐷🐷 favola della buonanotte breve 🤏

Per salvarsi dal lupo cattivo non bisogna essere pigri, ma bisogna impegnarsi e rimboccarsi le maniche!

I 3 porcellini è una fiaba classica che insegna a stare attenti al lupo cattivo e a fare le cose per bene e senza fretta, questa è la nostra versione breve e semplificata del racconto, adatta anche ai più piccoli!


Alla fine del racconto troverai anche il 🎨 Disegno da colorare di “I tre porcellini 🐷🐷🐷 favola della buonanotte breve 🤏“!

Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da Silvia!

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I tre porcellini 🐷🐷🐷 favola della buonanotte breve 🤏


C’erano una volta tre porcellini, Timmy, Tommy e Gimmy che abitavano con la mamma.
Un giorno la mamma disse – ormai siete grandi, è ora che ciascuno costruisca la propria casetta!
I porcellini, a malincuore, prepararono i bagagli e partirono.

Timmy prese il suo flauto.
Tommy raccolse il suo violino.
Gimmy invece prese la sua cassetta degli attrezzi.
Salutarono la mamma e si incamminarono allegri.
– Fate attenzione al lupo cattivo! – si raccomandò la mamma mentre li salutava.

E infatti, nascosto sulla collina, qualcuno stava osservando la scena… era il Lupo Cattivo!

Dopo aver camminato un po’, Gimmy disse:
– Io mi fermerò qui per costruire la mia casetta di mattoni.

Poco dopo anche Tommy decise di fermarsi:
– io costruirò la mia casetta qui, con questo legno!
E iniziò a inchiodare le assi di legno alla bell’è meglio, finito il lavoro prese il violino e cominciò a suonare.

Timmy proseguì, finché non trovò dei gran covoni di paglia con cui in fretta e furia costruì la sua casetta e uscì subito a suonare il flauto.

Gimmy invece lavorò a lungo, ma alla fine costruì una robusta casetta di mattoni. Ci fece persino un camino, per non avere freddo d’inverno.
Solo allora si prese il meritato riposo.

Il giorno seguente, il Lupo Cattivo si presentò alla casetta di paglia di Timmy e disse:
– Mi fai entrare, porcellino?
Ma Timmy, ricordando le parole della mamma, rispose:
– Fossi matto! Tu sei il Lupo Cattivo! – e chiuse la finestra.

Ma il Lupo, preso un gran respiro, soffiò così forte che la casetta di paglia volò via e Timmy scappò veloce da Tommy che lo accolse nella sua casetta di legno.

Ma poco dopo il Lupo bussò anche lì:
– Mi fai entrare, porcellino?

I due gridarono:
– Fossimo matti! Tu sei il Lupo Cattivo!
Ma il Lupo, preso un gran respiro, soffiò così forte che la casetta di legno volò via e Timmy e Tommy fuggirono veloci da Gimmy che li accolse
nella sua solida casa di mattoni.

Poco dopo arrivò il Lupo Cattivo.
– Mi fai entrare, porcellino?
– No! – risposero i tre in coro.
Ma il Lupo, preso un gran respiro, soffiò così forte che… non successe nulla.
La casetta di mattoni era ancora lì.

Il lupo provò e riprovò, ma niente.
Il Lupo allora provò a entrare dal camino, ma Gimmy aveva messo un pentolone d’acqua a bollire sul fuoco e il Lupo scendendo giù ci cadde dentro!

Il Lupo scappò via urlando dal dolore e nessuno lo vide mai più. Anche Timmy e Tommy costruirono una casa di mattoni e tutti e tre suonavano e ballavano insieme:

“Siam tre piccoli porcellini
siamo tre fratellini.
Mai nessuno ci dividerà
tra-lalla-la-là”

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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I musicanti di Brema 🐎🐕🐈🐓 favola della buonanotte breve 🤏

I musicanti di Brema voglio entrare a far parte della banda cittadina, ma sul loro cammino incontreranno una banda di briganti!

Un asino, un cane, un gatto ed un gallo vogliono andare fino a Brema a far parte della banda cittadina, questa è la nostra versione breve e semplificata del racconto, adatta anche ai più piccoli!


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Qui sotto trovi la fiaba da leggere, ma se vuoi puoi ascoltare l’audiofiaba 🧸 raccontata da William!

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I musicanti di Brema 🐎🐕🐈🐓 favola della buonanotte breve 🤏


C’era una volta un asino troppo vecchio per lavorare.

Siccome il padrone voleva liberarsi di lui, decise di scappare e andare a Brema in cerca di fortuna: avrebbe suonato nella banda cittadina.

Lungo la strada incontrò un cane.

Il cane era troppo vecchio per andare a caccia, e il padrone voleva liberarsene.

– Vieni con me a Brema, entreremo nella banda! – disse l’asino.
E il cane lo seguì.

Lungo la strada i due incontrarono un gatto

Il gatto era molto vecchio, e quel giorno aveva pure graffiato il sofà di casa. La sua padrona voleva liberarsene.
– Vieni con noi a Brema, entreremo nella banda! – disse l’asino.
E il gatto li seguì.

Poco dopo incontrarono un gallo.
Siccome era vecchio, la padrona voleva cucinarlo.

– Vieni con noi a Brema, entreremo nella banda! – disse l’asino.
E il gallo li seguì.

Ma Brema era lontana, si avvicinava la sera e i nostri amici erano stanchi e affamati.

L’asino notò una casetta nel bosco e decisero di andare a vedere.

Sbirciando da una finestra videro una banda di briganti, seduti ad una tavola riccamente imbandita.
I quattro volevano mangiare e prepararono un piano per cacciare via i briganti.

Sulla groppa dell’asino salì il cane, sulla groppa del cane salì il gatto e sulla groppa del gatto salì il gallo.

Iniziarono a fare un gran baccano: l’asino ragliava, il cane abbaiava, il gatto miagolava e il gallo cantava a squarciagola.

Poi, con un balzo, entrarono in casa.

I briganti, terrorizzati, scapparono nel bosco.

I nostri amici mangiarono a sazietà e poi andarono a dormire, sistemandosi in giro per la casa.

I briganti, però, volevano riprendersi il bottino e mandarono uno di loro a controllare la situazione.

Ma una volta dentro il brigante venne graffiato dal gatto, morso dal cane e prese un calcio dall’asino mentre il gallo gridava “chicchirichi!!

Allora fuggì e raccontò ai compari di aver incontrato una strega, un assassino, un mostro e un giudice! I briganti decisero quindi di andarsene per sempre.

Alla fine i quattro amici non andarono più a Brema ma decisero di vivere in quella casa per il resto dei loro giorni, felici e contenti.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Hänsel e Gretel 👦👧🏡 favola della buonanotte breve 🤏

Hansel e Gretel: Un’avventura tra coraggio e astuzia

Nel profondo di una foresta misteriosa, due giovani fratelli si trovano intrappolati in una sfida che metterà alla prova il loro coraggio.

L’incontro con la strega che abita in una casa di dolciumi segnerà il culmine della loro avventura.

I due fratelli riescono con intelligenza e coraggio a sconfiggere la strega, e troveranno infine la via del ritorno, carichi di tesori che cambieranno per sempre la vita della loro famiglia.

Questa è la nostra versione breve e semplificata del racconto, adatta anche ai più piccoli! (O a quando siete molto stanchi…)


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Hänsel e Gretel 👦👧🏡 favola della buonanotte breve 🤏


C’era una volta, in una foresta, una casetta dove vivevano due fratellini, Hänsel e Gretel.
Il papà era un povero taglialegna e i bimbi un giorno lo accompagnarono nel bosco per aiutarlo col suo lavoro.

Mentre ammucchiavano dei rami, Hänsel gridò:
– Guardate, una lepre! Rincorriamola!
I bambini la inseguirono ma si allontanarono troppo e si persero nel bosco.

I due si ritrovarono su un sentiero pensando fosse quello di casa e accelerarono il passo perché ormai si era fatta sera.
Ma non era la strada giusta e giunsero ad uno slargo con al centro una buffa casetta azzurra, dal tetto rosa e la porta e le finestre cicciotte come salsicce.
Hänsel e Gretel si avvicinarono e videro che la casa era fatta di goloso marzapane!

Affamati, iniziarono a mangiare pezzetti di casa, ma ad un certo punto la porta di cioccolato si aprì e una vecchietta evidentemente miope chiese con voce forte e minacciosa chi fossero.
– Siamo due bambini – risposero – ci siamo persi nella foresta e spinti dalla fame abbiamo dato qualche morso alla sua casa… ci perdoni… –

La vecchietta cambiò espressione, e la voce si addolcì – Oh poverini! Entrate, non vorrete passare la notte lì fuori! – e i bambini, grati, entrarono.
La casa era piccola ma accogliente e piena di oggetti preziosi. I bimbi cenarono e la vecchietta li accompagnò in una stanzetta con due lettini dove Hänsel e Gretel si addormentarono.

Ma al mattino seguente ebbero un’amara sorpresa: Hänsel si svegliò rinchiuso in una grossa gabbia e Gretel era costretta a fare da serva alla vecchietta.
– Dai da mangiare a tuo fratello che deve ingrassare, così potrò farne un gustoso arrosto! – disse malignamente la vecchia a Gretel uscendo dalla stanza.
– La vecchietta è una strega cattiva… – mormorò in lacrime Gretel passando del pollo ad Hänsel.
– Non piangere Gretel, ce la caveremo – rispose Hänsel. Poi osservò il pollo e gli venne un’idea…

La vecchia strega miope ogni sera ordinava ad Hänsel di porgerle il dito per tastarlo e sentire se fosse ingrassato abbastanza per cucinarlo.
Ma Hänsel, invece del dito, le porgeva un osso di pollo. La strega tastava l’osso e pensava che il bambino fosse ancora troppo magro.

Continuò così quasi per un mese, finchè la strega si infuriò:
– Non è possibile che non ingrassi mai! Sono stufa, ti mangerò lo stesso! – urlò.

Accese il forno e quando lo aprì infilandoci la testa per controllare se fosse caldo, Gretel le diede uno spintone facendola cadere dentro, poi chiuse lo sportello e liberò Hänsel.

I due raccolsero tutto il cibo e gli oggetti preziosi che poterono e, scappando nella foresta, finalmente ritrovarono il sentiero che portava a casa, dove c’erano la mamma e il papà che li stavano aspettando a braccia aperte.

E grazie a tutto l’oro e l’argento che avevano sottratto alla strega cattiva, non soffrirono mai più la fame.

E vissero tutti felici e contenti.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Riccioli d’oro e i tre orsi 👱‍♀️🐻🐻🐻 favola della buonanotte breve 🤏

Riccioli d’oro è una bimba un po’ monella e combinerà un sacco di guai nella casa dei tre orsi…

La fiaba di Riccioli d’oro e i tre orsi è molto divertente, questa è la nostra versione breve e semplificata del racconto, adatta anche ai più piccoli!


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Riccioli d’oro e i tre orsi 👱‍♀️🐻🐻🐻 favola della buonanotte breve 🤏


C’erano una volta papà orso, mamma orsa e il piccolo orsetto che vivevano in una casetta.

Un giorno mamma orsa preparò la zuppa, e mentre aspettavano che si raffreddasse, uscirono a fare una passeggiata, dimenticando la porta aperta.

Poco dopo, arrivò una bambina di nome Riccioli d’Oro, per via dei capelli ricci e dorati.
Riccioli d’Oro bussò, ma non ebbe risposta.
Vedendo la porta aperta, entrò a curiosare.
Sentì il profumo di zuppa, e la assaggiò.

La zuppa nella scodella più grande era troppo bollente, quella nella scodella media invece era troppo fredda.
Quindi mangiò tutta la zuppa nella scodella piccola, perché era perfetta.

Poi Riccioli d’Oro decise di riposarsi un po’.
La poltrona più grande era troppo alta, quella media troppo scomoda.
La poltroncina piccolina, invece, era comodissima, e Riccioli d’Oro si dondolò finché… la ruppe!

Riccioli d’Oro decise di andare nella camera da letto degli orsi.

Il letto più grande era troppo alto, quello medio era troppo largo!
Il lettino piccolino, invece, era perfetto, e lei si addormentò.

I tre orsi tornarono a casa.
Entrati, papà orso esclamò:
‒ Chi ha assaggiato la mia zuppa?!
Mamma orsa esclamò:
‒ Chi ha assaggiato la mia zuppa?!
Il piccolo orsetto singhiozzò:
‒ Chi ha mangiato tutta la mia zuppa…?!

Papà orso vide le poltrone in disordine, e disse:
‒ Chi si è seduto sulla mia poltrona?!
Mamma orsa disse:
‒ Chi si è seduto sulla mia poltrona?!
Il povero orsetto invece pianse:
‒ Chi ha rotto la mia poltroncina…?!

I tre orsi andarono in camera da letto.
Papà orso, vedendo i letti sottosopra, esclamò:
‒ Chi ha dormito nel mio letto?!
Mamma orsa disse:
‒ Chi ha dormito nel mio letto?!
Il piccolo orsetto ringhiò:
‒ Chi sta dormendo nel mio lettino!!?

I tre orsi, guardando la bimba, gridarono:
‒ E tu chi sei?!
Riccioli d’Oro si svegliò di soprassalto, vide i tre orsi e corse via terrorizzata senza farsi mai più rivedere.

I tre orsi rimasero senza parole, poi però papà orso aggiustò la poltroncina, la mamma diede un po’ di zuppa al piccolo orsetto e finalmente mangiarono tutti la zuppa felici e contenti!

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 7 – Nel castello della Regina delle Nevi

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare della Regina delle Nevi!

La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 7 – Nel castello della Regina delle Nevi.


Nessuno stava di guardia al cancello d’entrata del castello. Avvicinandosi, Gerda vide che le pareti erano fatte di neve pressata e ghiaccio. Salì i gradini che portavano alla porta d’entrata, che era spalancata, ed entrò.

Un lugubre silenzio aleggiava in tutte le gelide stanze che formavano il castello. Erano più di cento stanze fatte di ghiaccio e neve, tutte illuminate dall’aurora boreale.

Il salone principale sembrava infinito, al suo centro c’era addirittura un lago ghiacciato. Appena oltre il lago svettava l’imponente trono di ghiaccio della Regina delle Nevi, alto decine di metri, vuoto e ricoperto di neve fresca. Sembrava che il palazzo fosse completamente deserto.

Gerda camminava con passo lento ma deciso, al suo passaggio il lago ghiacciato si crepava leggermente, ma non cedeva e solo dopo averlo attraversato tutto, guardando ai piedi del maestoso trono, vide qualcosa rannicchiato alla sua base.
Era Kay, inginocchiato per terra che cercava di ricomporre alcuni pezzi di ghiaccio come se fossero un puzzle, ma non ci riusciva.
Era completamente blu in viso per via del freddo, ma non se ne accorgeva minimamente perché la Regina delle nevi aveva steso su di lui un incantesimo che gli impediva di sentire freddo.

Gerda cominciò a correre più veloce che poteva, quasi cadde, ma continuò finchè non arrivò da lui e lo abbracciò più forte che poteva. Era ghiacciato.

– Kay! Kay! Mio piccolo Kay finalmente ti ho ritrovato! – singhiozzava tra le lacrime Gerda.
Gli occhi di Kay la guardavano vuoti e privi di qualunque emozione.

Gerda lo abbracciò ancora più forte, i loro visi erano così vicini che le sue lacrime si posarono sulle guance di Kay ghiacciando all’istante. Ma una di queste lacrime, come per miracolo, cadde nei suoi occhi.

Gli occhi di Kay ebbero un barlume di vita, quasi sembravano aver riconosciuto Gerda, la guardarono, si inumidirono e finalmente piansero. Piansero così tanto che le sue lacrime riuscirono a portare via la scheggia di vetro che ancora aveva negli occhi.

Per l’emozione Gerda strinse ancora più forte Kay e pianse ancora di più. Un’altra sua lacrima cadde sul suo cuore di ghiaccio e portò via l’altra scheggia di vetro che vi albergava dentro.

Kay poco a poco diventava sempre meno freddo, le sue guance riprendevano colore e cominciava a muoversi finché alla fine, con la poca energia che aveva in corpo, abbracciò Gerda.
Fu in quel momento che la riconobbe.

– Gerda… – disse Kay con un filo di voce.
– Kay… – rispose Gerda sorridendo e accarezzandogli il viso.
– … perdonami, ti ho fatto soffrire… – continuò il ragazzo.
– Non importa, ora siamo di nuovo insieme…

Kay stava ritornando il ragazzo gentile e spensierato che era sempre stato. Iniziò a raccontare a Gerda di come, quando era stato rapito dalla Regina delle Nevi, non riuscisse a ribellarsi a lei nè a contrariarla, anzi gli sembrava che quel gelido e tetro castello dove lo aveva portato fosse il posto più bello del mondo.

Spiegò alla ragazza che la Regina delle Nevi erano ormai giorni che era andata via dal castello, e non sapeva nemmeno lui dove. Forse era andata a cercare divertimento portando il gelo nel cuore di altre persone…

Gerda e Kay si presero per mano e, fianco a fianco, uscirono dal castello. Ai piedi della scalinata d’entrata li stava aspettando la renna, che li fece salire in groppa e li portò dalla donna della Lapponia.

La donna della Lapponia li sfamò e li fece riposare. Il giorno successivo, sempre in groppa alla renna, viaggiarono fino alla donna di Finlandia, che li abbracciò e diede loro tutte le provviste per tornare a casa. Gerda e Kay salutarono lei e la renna e s’incamminarono.

Giunsero nella foresta, dove su un maestoso destriero incontrarono una ragazza: era Paska, la figlia della brigantessa. Aveva deciso di viaggiare il mondo da sola alla ricerca delle avventure che aveva sempre sognato, e li accompagnò ai confini del regno.

Gerda e Kay furono accolti dalla Principessa e dal Principe, che li vestirono riccamente e diedero loro due cavalli per tornare a casa.
Lungo il viaggio di ritorno incontrarono la piccola casetta della Maga dei Fiori, che li abbracciò e li benedisse.

Finalmente, dopo tanto viaggiare, ritornarono nella loro città, nelle loro case.
Gerda e Kay si tenevano mano nella mano.
Lì ritrovarono la nonna e tutto il resto, esattamente come lo avevano lasciato, come se il tempo non fosse passato mai.

Ma invece per loro il tempo era passato, perché quando entrarono dalla porta, scoprirono di essere cresciuti.
Scoprirono di volersi ancora più bene di quando tutta la loro avventura era iniziata, e scoprirono che non potevano più fare a meno l’una dell’altro.

Nel cortile di casa ritrovarono le loro piccole seggioline, e si sedettero tenendosi per mano. Erano diventati adulti, eppure sembravano ancora due bambini, bambini nel cuore,

C’erano le rose sui davanzali delle finestre ed era già estate, una calda e splendida estate.

⚜ Fine della fiaba ⚜

Note alla Regina delle Nevi

La Regina delle Nevi è forse il racconto più lungo e complesso scritto da Hans Christian Andersen.

Racconta la storia di crescita e maturità di due ragazzi, Kay e Gerda, che dovranno affrontare le loro paure più profonde per poter alla fine essere finalmente felici insieme.

Il significato profondo di questa storia lo si intuisce già daslla suddvisione in sette capitoli, che in realtà possono essere letti quasi come storie assolutamente indipendenti tra loro, ma che insieme formano una elaborata storia in cui Gerda dimostrerà di riuscire ad affrontare il mondo contando solo sulle proprie forze, e un pizzico di fortuna (che non guasta mai).
In fondo Gerda ha sempre avuto tutte le capacità di cui aveva bisogno, solo non sapeva ancora di possederle.

Mentre Kay, grazie all’amore di Gerda, solo alla fine si renderà conto di quanto illusorie e pericolose siano state le sue ambizioni.

Questo racconto è stato alla base dell’ispirazione per il famoso film della Disney “Frozen”.

Una precisazione, nel racconto originale di Andersen, Gerda incontra prima la donna di Lapponia e poi la donna di Finlandia, che però è un controsenso in quanto, ipotizzando un viaggio verso nord, si incontra prima la Finlandia e poi la Lapponia (che è una regione della stessa Finlandia).
Per essere il più coerenti possibile con la geografia, abbiamo volutamente scambiato i nomi dei due personaggi.

Speriamo che la nostra versione vi piaccia!

😊

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 6 – La donna di Finlandia e la donna di Lapponia

🖌 Disegno da colorare 🎨

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 6 – La donna di Finlandia e la donna di Lapponia


La renna, con in groppa Gerda, correva così veloce che sembrava letteralmente volare in mezzo alla foresta. In lontananza si sentivano gli ululati dei lupi, sopra di loro un’aurora boreale di fuoco illuminava la strada.

Si fermarono solo quando giunsero presso una piccola casetta in Finlandia, così piccola che per entrarci bisognava accucciarsi.

Dentro c’era solo una vecchia donna della Finlandia, che stava cucinando del pesce sul fuoco. La donna le accolse e le invitò ad accomodarsi. Dentro la casetta faceva così freddo che Gerda batteva i denti e non riusciva a parlare.

Fu la renna a raccontare tutta la loro storia alla vecchia, che la ascoltò con attenzione.
– Povere creature! – esclamò la vecchietta dopo aver sentito tutta la storia di Gerda e Kay – avete ancora molta strada da fare, dovete arrivare fino in Lapponia, è lì che vive la Regina delle Nevi nel suo castello di ghiaccio, e ogni notte accende il cielo con i suoi magici fuochi azzurri.

La vecchina porse del cibo a Gerda, che mangiò tutto.
– Vi mando da una mia amica, vive in Lapponia e troverete la sua casa proprio lungo il cammino, dovete portarle un messaggio da parte mia!
Detto questo la donna di Finlandia, che non aveva carta su cui scrivere, prese un pesce essiccato sotto sale e vi incise sopra un messaggio, poi lo diede a Gerda – Ora andate!

Gerda e la renna ringraziarono la vecchina e partirono di corsa alla volta della donna di Lapponia.
Trovarono la sua casetta dopo molte ore di viaggio. Bussarono alla porta e, una volta entrate, videro una vecchietta con indosso giusto una vestaglia leggera; dentro la casa faceva effettivamente un caldo infernale.

Gerda si tolse praticamente tutti i vestiti, mentre la renna poverina faceva fatica a stare in piedi per l’eccessivo caldo, tanto che la vecchina le posò un pezzo di ghiaccio sulla fronte.

Gerda diede poi il pesce secco alla donna che lo lesse attentamente fino ad impararlo a memoria. Poi lo gettò nella pentola a cuocere perché il cibo non andava sprecato.

Ascoltò anche lei la storia di Gerda narrata dalla renna, poi diede del cibo alla ragazza e con un cenno della testa indicò alla renna di seguirla in un’altra stanza.

Quando furono sole la renna disse:
– Tu sei una maga vero? Potresti dare una pozione magica a Gerda che le infonda la forza di dodici uomini così che possa sconfiggere la Regina delle Nevi?
– La forza di dodici uomini non le sarebbe di grande aiuto, cara mia… il piccolo Kay vive ormai da molto tempo con la Regina delle Nevi, e pensa di essere nel posto più bello del mondo, ma solo perché nel suo cuore e nei suoi occhi ci sono delle schegge di vetro magiche. Se non togliamo quelle, non sarà mai libero e la Regina delle Nevi lo avrà sempre in suo potere…

La renna ascoltò, poi aggiunse:
– Non puoi darle qualcosa che dia a Gerda del potere su di lei?
– Non posso darle più potere di quanto già ne abbia! Non vedi quanto è grande? Non vedi come tutti quelli che incontra la aiutano, e quanto ha camminato nel mondo con le sue sole gambe? Il potere si trova nel suo cuore innocente. Solo lei può togliere le schegge di vetro dal piccolo Kay, noi non possiamo aiutarla!
Tornarono quindi da Gerda.

– Il giardino della Regina delle Nevi è a pochi chilometri da qui, porta Gerda fino al grande cespuglio di bacche rosse che cresce in mezzo alla neve nel giardino del castello. Poi devi tornare qui più in fretta che puoi! – disse la donna rivolgendosi alla renna.
La donna della Lapponia aiutò Gerda a risalire sulla renna, si salutarono e la renna corse via più veloce che poteva. In breve tempo lo scintillante castello di ghiaccio della Regina delle Nevi fu all’orizzonte.

Il freddo era insopportabile e stava per iniziare anche una tormenta di neve. Riuscirono a raggiungere il cespuglio di bacche rosse, dove la renna fece scendere Gerda dal suo dorso.
Gerda abbracciò al collo la renna, si salutarono con le lacrime agli occhi, poi la renna si girò e corse più veloce che poteva per tornare indietro dalla donna della Lapponia.

Gerda era rimasta sola nella fredda e gelida tormenta di neve.
Di fronte a lei si stagliava in tutta la sua maestosità il castello di ghiaccio.
Facendosi coraggio Gerda decise di entrare.

… continua nel CAPITOLO 7: Nel castello della Regina delle Nevi

Note alla Regina delle Nevi

La Regina delle Nevi è forse il racconto più lungo e complesso scritto da Hans Christian Andersen.

Racconta la storia di crescita e maturità di due ragazzi, Kay e Gerda, che dovranno affrontare le loro paure più profonde per poter alla fine essere finalmente felici insieme.

Il significato profondo di questa storia lo si intuisce già daslla suddvisione in sette capitoli, che in realtà possono essere letti quasi come storie assolutamente indipendenti tra loro, ma che insieme formano una elaborata storia in cui Gerda dimostrerà di riuscire ad affrontare il mondo contando solo sulle proprie forze, e un pizzico di fortuna (che non guasta mai).
In fondo Gerda ha sempre avuto tutte le capacità di cui aveva bisogno, solo non sapeva ancora di possederle.

Mentre Kay, grazie all’amore di Gerda, solo alla fine si renderà conto di quanto illusorie e pericolose siano state le sue ambizioni.

Questo racconto è stato alla base dell’ispirazione per il famoso film della Disney “Frozen”.

Una precisazione, nel racconto originale di Andersen, Gerda incontra prima la donna di Lapponia e poi la donna di Finlandia, che però è un controsenso in quanto, ipotizzando un viaggio verso nord, si incontra prima la Finlandia e poi la Lapponia (che è una regione della stessa Finlandia).
Per essere il più coerenti possibile con la geografia, abbiamo volutamente scambiato i nomi dei due personaggi.

Speriamo che la nostra versione vi piaccia!

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 5 – La figlia del brigante

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 5 – La figlia del brigante


Gerda stava attraversando la foresta buia, la sua carrozza sfavillava e brillava, e non ci volle molto prima che attirasse l’attenzione dei banditi.

L’attesero in un punto in cui la strada era stretta, e assalirono la carrozza gridando:
– Oro! Oro!
Afferrarono i cavalli e legarono il cocchiere, poi aprirono la carrozza e tirarono fuori Gerda.

– Guarda guarda che bel bocconcino! – esclamò la Regina dei Briganti sguainando la spada.
– No mamma! Non farle del male – gridò una ragazza che stava in mezzo ai banditi – voglio che diventi la mia compagna di giochi, e che mi dia tutti i suoi vestiti!

Era Paska, la figlia della Regina dei Briganti. Tutti si misero a ridere, e sua madre fece fatica a nascondere l’imbarazzo, ma alla fine acconsentì perfino a regalarle la carrozza.

Portarono Gerda al loro accampamento nei boschi, Paska la prese e la condusse in disparte.
– Sei una principessa? – le chiese.
– No, non lo sono… – rispose Gerda.
– E cosa ci facevi tutta sola su una carrozza ricoperta d’oro?!
Gerda tra le lacrime iniziò a raccontare la sua storia.

Paska la ascoltava in silenzio, poi alla fine le asciugò le lacrime.
– Questa notte dormirai con me, ho un sacco di animaletti da farti conoscere – le disse indicando alcuni colombi appollaiati su un albero lì vicino.

Andarono nella tenda di Paska e, mentre entravano, Gerda notò un coltello appeso alla sua cintola.
– Tieni il coltello con te anche quando dormi? – le chiese guardandola un po’ impaurita.
– Dormo sempre col coltello, non si sa mai quello che può succedere… – rispose Paska.

Gerda si coricò accanto a Paska. Faceva fatica ad addormentarsi, tanti pensieri si affollavano nella sua testa. Paska si addormentò subito e russava ormai sonoramente quando un colombo bianco si posò vicino alla loro tenda e iniziò a tubare “Tuuuu… tuuuu… tuuuu…” faceva il colombo.

Gerda, infastidita dal richiamo del colombo, gli gridò a mezza voce:
– Basta! Cosa vuoi? Non si riesce a dormire!
Il colombo smise di tubare, aspettò qualche istante e poi disse:
– Tu sei alla ricerca di un ragazzo di nome Kay?

Gerda si alzò di scatto e lo raggiunse fuori dalla tenda.
– Cosa sai di Kay?! – gli chiese.
– Lo abbiamo visto seduto accanto alla Regina delle Nevi sulla sua slitta, prova a chiedere anche alla renna… – e la indicò legata ad un albero.

La renna, sentendosi chiamata in causa, si girò verso Gerda.
– E’ sicuramente andata al nord, nel regno delle nevi, lì ha il suo castello di ghiaccio – disse.
Gerda sospirò.

– Cos’è tutto questo baccano?! Gerda torna dentro! – era Paska mezza addormentata ma con la mano sull’impugnatura del coltello.
Gerda guardò i colombi e la renna, poi ubbidì.

Al mattino Gerda raccontò a Paska tutto quello che aveva saputo.
– Renna, vieni qua! E’ vero quello che hai detto a Gerda? Tu sai come arrivarci?
Alla renna brillarono gli occhi – certo che so come arrivarci! Ci sono nata e cresciuta là!

Paska diede uno sguardo al campo dei briganti, erano tutti belli svegli, soprattutto sua madre.
– Ascoltami – disse Paska a Gerda – adesso non c’è possibilità, ma nel primo pomeriggio, subito dopo pranzo di solito fanno tutti un sonnellino, anche mia madre, forse allora potrò aiutarti…
Gerda l’abbracciò e la ringraziò in lacrime.

Aspettarono che tutti si fossero addormentati, poi Paska si avvicinò alla renna – E’ ora che tu ritorni da dove sei venuta… – le disse.
La renna capì subito cosa intendeva e iniziò a saltare di gioia – devi portare Gerda con te – e aiutò la ragazza a montare in groppa alla renna, poi tagliò la corda che la teneva legata all’albero.

Paska ridiede a Gerda i suoi vestiti e anche del cibo per il viaggio.
Gerda le prese le mani e la ringraziò di cuore in lacrime.
– Non è il momento di piangere… E ora và! E tu stai attenta a Gerda! – disse rivolgendosi alla renna e dandole una pacca. La renna cominciò a correre per il bosco innevato.

Gerda si voltò a guardarla per un ultimo saluto, di fronte a lei ora si stagliava il cielo illuminato dalle aurore boreali.

… continua nel CAPITOLO 6: La donna di Finlandia e la donna di Lapponia

Note alla Regina delle Nevi

La Regina delle Nevi è forse il racconto più lungo e complesso scritto da Hans Christian Andersen.

Racconta la storia di crescita e maturità di due ragazzi, Kay e Gerda, che dovranno affrontare le loro paure più profonde per poter alla fine essere finalmente felici insieme.

Il significato profondo di questa storia lo si intuisce già daslla suddvisione in sette capitoli, che in realtà possono essere letti quasi come storie assolutamente indipendenti tra loro, ma che insieme formano una elaborata storia in cui Gerda dimostrerà di riuscire ad affrontare il mondo contando solo sulle proprie forze, e un pizzico di fortuna (che non guasta mai).
In fondo Gerda ha sempre avuto tutte le capacità di cui aveva bisogno, solo non sapeva ancora di possederle.

Mentre Kay, grazie all’amore di Gerda, solo alla fine si renderà conto di quanto illusorie e pericolose siano state le sue ambizioni.

Questo racconto è stato alla base dell’ispirazione per il famoso film della Disney “Frozen”.

Una precisazione, nel racconto originale di Andersen, Gerda incontra prima la donna di Lapponia e poi la donna di Finlandia, che però è un controsenso in quanto, ipotizzando un viaggio verso nord, si incontra prima la Finlandia e poi la Lapponia (che è una regione della stessa Finlandia).
Per essere il più coerenti possibile con la geografia, abbiamo volutamente scambiato i nomi dei due personaggi.

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 4 – Il principe e la principessa

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 4 – Il principe e la principessa


Dopo aver corso a lungo per i boschi, Gerda si riposò sotto un grande albero.

Saltellando nella neve arrivò da lei un grosso corvo nero, si fermò a guardarla e poi disse:
– Cra! Cra! Buongiorno! Cosa ci fai qui sola nel bosco, bimba mia?

Gerda si sentiva sola e stanca e, meravigliata che il corvo potesse parlare, gli confidò tutta la sua storia. Infine gli chiese se avesse visto Kay.
– Può essere… – rispose il corvo.
– Dimmi dove! – esclamò la ragazza.
– Credo di aver visto il giovane che descrivi… vive nel castello, insieme alla principessa. Ma non illuderti, ti ha completamente dimenticato…

Colpita da quest’ultima frase Gerda rimase in silenzio. Nel suo cuore però si faceva largo uno sprazzo di felicità: ora sapeva dov’era Kay.
– Quindi adesso vive con una principessa… ma almeno sta bene? E lei come lo tratta?

Il corvo la guardò profondamente a lungo, poi riprese la parola:
– Devi sapere che in questo regno c’era una volta una principessa straordinariamente intelligente, dolce e gentile, che amava imparare ogni cosa. Leggeva ogni libro di sapienza e studiava le regole che governavano il mondo. Poi giunse il momento per lei di diventare regina, e quindi di prendere marito. Ma non voleva far da compagna ad un re tutto impettito, altezzoso e noioso, no, lei voleva un uomo a cui far domande e da cui ricevere risposte.

Gerda ascoltava il corvo rapita.

– La principessa quindi decise di andare in giro per il suo regno a cercare qualcuno che fosse degno di diventare il suo compagno.
– E lo ha trovato in Kay… è sempre stato molto intelligente, parlare con lui era meraviglioso… – concluse la frase Gerda.
Il corvo la guardò senza dire nulla.

– Devi portarmi al castello, subito! – esclamò Gerda.
– Devo prima chiedere consiglio a una cornacchia mia amica che vive lì dentro perché, devo dirtelo, una ragazzina come te non la lascerebbero mai entrare – le rispose il corvo – aspettami qui, tornerò al più presto – poi allargò le ali e prese il volo in direzione del castello.
Quando il corvo tornò era ormai sera. Nel becco aveva del pane e del formaggio e li pose nelle mani di Gerda – tieni, avrai fame – le disse.
Gerda lo ringraziò molto e iniziò a mangiare. Aveva molta fame.

– Sei riuscito a trovare il modo di farmi entrare nel castello? – gli chiese.
– Tutti gli ingressi sono difesi dalle guardie d’argento, da lì è impossibile passare…
A Gerda cominciarono a formarsi le lacrime agli occhi, pensando che non avrebbe mai più potuto rivedere Kay. Il corvo però continuò a parlare.

– Aspetta a piangere mia cara… la cornacchia mia amica mi ha detto che esiste un passaggio nascosto che dalle stalle permette di entrare direttamente nel castello. Seguimi, ti accompagnerò.
A Gerda non sembrava vero, finalmente avrebbe ritrovato Kay!

Camminò veloce seguendo il corvo in volo. Arrivarono al giardino posteriore del castello, poi si infilarono nelle stalle e in fondo, mezza coperta dalla paglia, trovarono una piccola porta. In quel momento comparve anche la cornacchia, che portava un mazzo di chiavi nel becco. Lo fece cadere proprio ai piedi di Gerda, lei prese le chiavi e aprì la porta.

Davanti a loro si apriva uno stretto corridoio, attraverso il quale Gerda seguì la cornacchia. Camminarono attraversando piccoli stanzini e ampi saloni, finché non furono in una camera da letto. Lì qualcuno stava dormendo, ma Gerda intravedeva solo una nuca di un giovane illuminata dalla fioca luce della luna.

– Kay! – gridò sottovoce Gerda.
Il giovane si voltò di soprassalto, ma non era Kay… subito dopo si alzò anche una giovane ragazza ed entrambi erano molto sorpresi per la singolare visita.

Erano in realtà la principessa e il principe del castello. Il corvo, sentendo il racconto di Gerda, si era sbagliato in buona fede, convinto che Kay fosse davvero il ragazzo che la principessa aveva cercato.
Gerda si mise a piangere disperata, la principessa ed il principe la consolarono e la invitarono a raccontare la sua storia. Una volta finito il racconto, decisero di aiutarla.

La fecero dormire nel castello, la vestirono come una dama di corte e le diedero una carrozza con cui poter andare alla ricerca di Kay.
– Grazie mille, non vi dimenticherò mai! – disse Gerda salutandoli.
– Ti auguriamo di ritrovare al più presto il tuo Kay! – le risposero.

Così Gerda partì e, poco dopo, si ritrovò fuori dal regno alla ricerca delle tracce di Kay.

… continua nel CAPITOLO 5: La figlia del brigante

Note alla Regina delle Nevi

La Regina delle Nevi è forse il racconto più lungo e complesso scritto da Hans Christian Andersen.

Racconta la storia di crescita e maturità di due ragazzi, Kay e Gerda, che dovranno affrontare le loro paure più profonde per poter alla fine essere finalmente felici insieme.

Il significato profondo di questa storia lo si intuisce già daslla suddvisione in sette capitoli, che in realtà possono essere letti quasi come storie assolutamente indipendenti tra loro, ma che insieme formano una elaborata storia in cui Gerda dimostrerà di riuscire ad affrontare il mondo contando solo sulle proprie forze, e un pizzico di fortuna (che non guasta mai).
In fondo Gerda ha sempre avuto tutte le capacità di cui aveva bisogno, solo non sapeva ancora di possederle.

Mentre Kay, grazie all’amore di Gerda, solo alla fine si renderà conto di quanto illusorie e pericolose siano state le sue ambizioni.

Questo racconto è stato alla base dell’ispirazione per il famoso film della Disney “Frozen”.

Una precisazione, nel racconto originale di Andersen, Gerda incontra prima la donna di Lapponia e poi la donna di Finlandia, che però è un controsenso in quanto, ipotizzando un viaggio verso nord, si incontra prima la Finlandia e poi la Lapponia (che è una regione della stessa Finlandia).
Per essere il più coerenti possibile con la geografia, abbiamo volutamente scambiato i nomi dei due personaggi.

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 3 – Il giardino della Maga dei Fiori

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 3 – Il giardino della Maga dei Fiori


Kay sedeva di fianco alla Regina delle Nevi, e nonostante lei gli sorridesse, lui iniziava ad avere sempre più paura.

La neve scendeva copiosa, e loro scivolavano veloci nella foresta buia. Kay iniziava anche ad avere molto freddo, di quel passo in poco tempo si sarebbe congelato.

La Regina delle Nevi se ne accorse e gli disse:
– Ti stai congelando ragazzo mio, vieni sotto il mio mantello – e aprendo il suo mantello di candida pelliccia, lo abbracciò – hai ancora freddo? – chiese lei.

Kay fece cenno di sì col capo, la signora di ghiaccio sorrise:
– Adesso ti darò un altro bacio sulla fronte, e dimenticherai tutto, anche di avere freddo – e mentre gli accostava le labbra sulla fronte, gli occhi di Kay divennero grigi e freddi. In un istante aveva perso del tutto la memoria di sé e di tutte le persone a lui care, Gerda compresa.

La Regina delle Nevi continuò il suo viaggio verso il suo castello di ghiaccio. Intorno a loro il vento fischiava e la neve sibilava, mentre Kay riposava nel suo abbraccio.

Gerda pianse tutta la notte e non riuscì a dormire. Tutto il paese aveva preso parte alle ricerche di Kay, ma nessuno ne trovò la benché minima traccia.

Per Gerda quello fu un inverno lungo e buio.

Quando arrivò la primavera, la ragazza prese coraggio e si disse: “devo ritrovare Kay!” e, infilandosi le sue scarpette rosse, partì.

Viaggiò a lungo, finché non arrivò ad un fiume dov’era attraccata una barchetta: sembrava la stesse aspettando.

Gerda salì sulla barca e, come d’incanto, la corrente la portò via. “Forse il fiume sa dove posso trovare Kay” pensò.

La barca oltrepassò campi e alberi, fino ad arrivare ad un giardino con un ciliegio e una strana casetta, che aveva strane finestre rosse e blu e il tetto di paglia. Lì la barchetta si accostò alla riva e si fermò.

Gerda scese dalla barca mentre dalla casetta uscì una donna molto anziana. Si appoggiava a un bastone e indossava un ampio cappello di paglia con sopra dipinti degli splendidi fiori.

– Vieni, raccontami chi sei e come sei arrivata qui – le disse la vecchina.
Gerda sulle prime ne ebbe paura, poi guardandola negli occhi capì che era una signora buona e le raccontò tutto.

L’anziana signora l’ascoltò e le disse di non essere triste. La invitò poi a stare da lei per qualche tempo, avrebbe potuto raccogliere le ciliegie e sentire il profumo del suo giardino pieno di fiori.

Gerda iniziò a mangiar ciliegie, e la vecchina prese a spazzolarle gli splendidi capelli dorati. Più glieli spazzolava, e più Gerda si sentiva serena e tranquilla.

L’anziana signora la ospitò nella sua casetta per la notte e il giorno seguente portò Gerda a vedere il suo giardino pieno di fiori. Erano di tutti i tipi ed erano tutti meravigliosi. C’era solo una piccola porzione di giardino fatta di terra brulla e senza fiori, ma Gerda non vi fece caso.

Mentre passavano la giornata a raccontarsi le loro vite, la vecchina continuava a spazzolare i capelli di Gerda, e la ragazza era ogni giorno sempre più serena e pensava sempre meno a Kay. Finché non se ne scordò del tutto.

La vecchina era in realtà la Maga dei Fiori, una strega buona che cercava soltanto un po’ di compagnia. Ascoltando la storia di Gerda aveva fatto sprofondare le rose del giardino sotto terra, in modo che lei non potesse vederle. E con un incantesimo, mentre le pettinava i capelli, le faceva perdere il ricordo di Kay.

Le giornate passavano veloci e spensierate, Gerda curava il giardino e la vecchina col cappello di paglia le stava accanto.

“Le dona proprio quel cappello di paglia” pensò Gerda mentre innaffiava dei gerani. Poi guardò meglio i fiori dipinti sul cappello, e vide una rosa proprio come quelle che stavano nel suo giardino di casa e che piacevano tanto anche a Kay.

– Kay!! – gridò Gerda come risvegliandosi da un sogno – devo trovare Kay!! – si guardò intorno, spaesata, era ormai quasi autunno e non aveva ancora trovato Kay.

Si inginocchiò in lacrime proprio nel pezzo di giardino privo di fiori, una goccia cadde sul terreno e subito sbocciò una rosa.

Gerda la guardò incredula, era una rosa bella e splendida, che sembrava volerle dire qualcosa. La ragazza avvicinò l’orecchio e sentì sussurrare:
– Cerca dove sorge il castello di ghiaccio…

Gerda salutò di fretta la Maga dei Fiori che la pregò invano di rimanere, e corse via per il bosco più veloce che poteva. Dal cielo stava iniziando a cadere qualche piccolo fiocco di neve.

… continua nel CAPITOLO 4: Il principe e la principessa

Note alla Regina delle Nevi

La Regina delle Nevi è forse il racconto più lungo e complesso scritto da Hans Christian Andersen.

Racconta la storia di crescita e maturità di due ragazzi, Kay e Gerda, che dovranno affrontare le loro paure più profonde per poter alla fine essere finalmente felici insieme.

Il significato profondo di questa storia lo si intuisce già daslla suddvisione in sette capitoli, che in realtà possono essere letti quasi come storie assolutamente indipendenti tra loro, ma che insieme formano una elaborata storia in cui Gerda dimostrerà di riuscire ad affrontare il mondo contando solo sulle proprie forze, e un pizzico di fortuna (che non guasta mai).
In fondo Gerda ha sempre avuto tutte le capacità di cui aveva bisogno, solo non sapeva ancora di possederle.

Mentre Kay, grazie all’amore di Gerda, solo alla fine si renderà conto di quanto illusorie e pericolose siano state le sue ambizioni.

Questo racconto è stato alla base dell’ispirazione per il famoso film della Disney “Frozen”.

Una precisazione, nel racconto originale di Andersen, Gerda incontra prima la donna di Lapponia e poi la donna di Finlandia, che però è un controsenso in quanto, ipotizzando un viaggio verso nord, si incontra prima la Finlandia e poi la Lapponia (che è una regione della stessa Finlandia).
Per essere il più coerenti possibile con la geografia, abbiamo volutamente scambiato i nomi dei due personaggi.

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 2 – Kay e Gerda

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La Regina delle Nevi ❄ CAPITOLO 2 – Kay e Gerda


Nella periferia della grande città vivevano due poveri bambini, si conoscevano fin da quando erano nati, essendo i loro genitori vicini di casa, e passavano tutti i giorni assieme.
Lui si chiamava Kay e lei si chiamava Gerda.

Le loro case erano molto vicine, tanto vicine che bastava scavalcare una grondaia e attraversare una finestra per passare da una soffitta all’altra.

D’estate i due bambini prendevano le loro seggiole e si sedevano all’ombra dei ciliegi e delle rose nel giardino vicino, dove facevano giochi meravigliosi.

D’inverno, quando faceva troppo freddo per giocare fuori nel cortile, pulivano ben bene i vetri delle finestre per potersi guardare dalle rispettive case. Si salutavano sempre prima di andare a dormire.

Un pomeriggio in cui fuori stava nevicando fitto, Kay e Gerda si erano raccolti vicino alla stufa a fare compagnia alla vecchia nonna.

– Vedete miei piccoli – disse la nonna – quella neve è come le api bianche che sciamano!
Kay, pensieroso e colpito dall’affermazione della nonna, rispose:
– Anche le api bianche hanno una regina?
– Certo che ce l’hanno! E vola proprio dove le api sono più fitte. É la più grande di tutte e non si posa mai a terra. Dove vola lei il cielo è sempre più scuro e, se per caso si avvicina ad una finestra, la fa ghiacciare in modo strano, come se volesse disegnare un fiore. Si chiama la Regina delle Nevi!

I bambini guardavano incantati i fiocchi di neve scendere fuori dalla finestra. Ad un certo punto Gerda chiese:
– Ma la Regina delle Nevi può entrare anche nelle case?
Subito Kay rispose – lasciala pure entrare, ci penserò io a infilarla nella stufa per scioglierla!
Risero tutti, poi la nonna continuò raccontando altre storie.

Quella sera Kay, prima di addormentarsi, pulì con la mano il vetro ghiacciato della finestra e guardò fuori. Dalla casa di fronte Gerda aveva già fatto lo stesso e i due bambini si salutarono.

Gerda spense la candela della sua stanzetta mentre Kay rimase ancora qualche minuto a guardare la neve scendere copiosa. Guardò in particolare un grosso fiocco di neve posarsi sulla fioriera appesa al davanzale della finestra.

Quel fiocco di neve si era posato con una delicatezza inusuale, facendo uno svolazzo molto elegante prima di fermarsi. Dopo qualche istante il fiocco di neve iniziò a ingrandirsi, crescendo fino a diventare una elegante donna fatta di ghiaccio e tutta di bianco vestita.

I suoi occhi splendevano come le stelle e dopo un battito di ciglia incrociò lo sguardo incredulo di Kay. Gli fece un cenno con la mano, che tese quasi ad invitarlo a uscire di casa e seguirla in mezzo alla tormenta di neve.

Kay fece un balzo all’indietro per lo spavento e cadde per terra. Riuscì a vedere una grande ombra che passava davanti alla finestra, sembrava un enorme uccello che aveva spiccato il volo.

Quando Kay ebbe di nuovo il coraggio di avvicinarsi alla finestra e guardare fuori sulla fioriera, vide che la donna di ghiaccio era svanita.
“Che fosse la Regina delle Nevi…?” pensò Kay.

Quel freddo inverno passò senza che la donna di ghiaccio si facesse più vedere. Arrivarono finalmente la primavera e poi la calda estate, le rose del roseto sbocciavano ed erano profumate più che mai.

Kay e Gerda stavano all’ombra, sfogliavano un libro illustrato. Erano completamente assorti nella lettura quando Kay all’improvviso esclamò:
– Ahi! Ho una fitta al cuore, mi fa molto male… e mi è entrato qualcosa nell’occhio e mi brucia!

Gerda prese subito il capo di Kay e guardò bene mentre sbatteva gli occhi, ma non vide niente. Il ragazzo, per tranquillizzarla, le disse che forse il granello di polvere se n’era andato, anche se in realtà gli faceva ancora tanto male.

Kay non poteva immaginare che nel suo occhio si fosse conficcata proprio una delle minuscole schegge dello specchio fabbricato dal folletto malvagio. E, per ironia della sorte, una scheggia aveva raggiunto anche il suo cuore.

Gerda, in lacrime per lo spavento, corse a prendere una pezzuola bagnata con cui pulire bene l’occhio di Kay. Lui si calmò un poco, poi guardò in viso Gerda e le disse in modo sgarbato:
– Perché stai piangendo?! Sei proprio brutta quando piangi!

Gerda rimase di stucco per il tono tutt’altro che gentile di Kay. Il ragazzo guardandosi intorno iniziò a dire cose cattive e malevoli:
– Ma guarda quella mela sull’albero, viene mangiata da un verme… e poi queste rose sono proprio brutte e orribili… e quel libro illustrato è solo uno stupido passatempo per bambini!

– Kay! Ma cosa stai dicendo!? – Urlò Gerda al ragazzo. Non si era mai comportato in quel modo e non lo aveva mai visto così arrabbiato.

Kay la guardò con disprezzo e corse via. Da quel momento diventò insopportabile, trattava male anche la povera nonna quando gli raccontava le storie della buonanotte.

La piccola Gerda a poco a poco si allontanò da lui, non capiva il perché la prendesse sempre in giro e usasse sempre parole scortesi con lei. Non poteva sapere che era tutta colpa delle schegge malvagie conficcate nel suo occhio e nel suo cuore…

Tornò quindi l’inverno e, nonostante tutto, prima di dormire Kay puliva ancora il vetro dal ghiaccio e salutava brevemente Gerda.

Una di quelle sere entrambi rimasero a guardare la neve cadere fuori dalle loro finestre. Ad un certo punto qualcosa attirò l’attenzione di Kay, che come un fulmine aprì la finestra e si sporse sul davanzale.

Sulla fioriera si era posato un fiocco di neve molto speciale, più grande degli altri, e Kay lo prese fra le mani. Gerda, che osservava la scena, pensò che il ragazzo volesse buttarsi giù dalla finestra, allora gli urlò:
– Cosa stai facendo Kay!? Attento!!

Ma Gerda non credette ai propri occhi quando vide il grande fiocco di neve tra le mani di kay trasformarsi in una bellissima e maestosa donna di ghiaccio. Era la Regina delle Nevi.

La donna prese il ragazzo per mano e magicamente lo accompagnò fino a terra, volando con dolcezza. Lì apparve dal nulla una slitta di ghiaccio trainata da cavalli, anch’essi fatti di ghiaccio.

– Kay!!! – gridò disperata Gerda, ma il ragazzo non la sentiva.

La Regina delle Nevi, prese la testa di Kay e gli diede un bacio sulla fronte. D’improvviso il ragazzo sembrò diventare di ghiaccio anche lui. Salirono sulla slitta e sparirono nella buia notte in mezzo alla tormenta di neve.

– Kay!!! – gridò ancora più forte Gerda, ma ormai Kay non c’era più…

… continua nel CAPITOLO 3: Il giardino della Maga dei Fiori

Note alla Regina delle Nevi

La Regina delle Nevi è forse il racconto più lungo e complesso scritto da Hans Christian Andersen.

Racconta la storia di crescita e maturità di due ragazzi, Kay e Gerda, che dovranno affrontare le loro paure più profonde per poter alla fine essere finalmente felici insieme.

Il significato profondo di questa storia lo si intuisce già daslla suddvisione in sette capitoli, che in realtà possono essere letti quasi come storie assolutamente indipendenti tra loro, ma che insieme formano una elaborata storia in cui Gerda dimostrerà di riuscire ad affrontare il mondo contando solo sulle proprie forze, e un pizzico di fortuna (che non guasta mai).
In fondo Gerda ha sempre avuto tutte le capacità di cui aveva bisogno, solo non sapeva ancora di possederle.

Mentre Kay, grazie all’amore di Gerda, solo alla fine si renderà conto di quanto illusorie e pericolose siano state le sue ambizioni.

Questo racconto è stato alla base dell’ispirazione per il famoso film della Disney “Frozen”.

Una precisazione, nel racconto originale di Andersen, Gerda incontra prima la donna di Lapponia e poi la donna di Finlandia, che però è un controsenso in quanto, ipotizzando un viaggio verso nord, si incontra prima la Finlandia e poi la Lapponia (che è una regione della stessa Finlandia).
Per essere il più coerenti possibile con la geografia, abbiamo volutamente scambiato i nomi dei due personaggi.

Speriamo che la nostra versione vi piaccia!

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La storia di Rudolph la renna 🦌 🎅

Una renna diversa dalle altre può salvare il Natale?

In un paese lontano del Nord, vive Rudolph, un giovane e forte cucciolo di renna. La sua curiosità è grande quanto il suo segreto: un naso speciale che si illumina di un rosso brillante. Questa unicità, però, lo rende lo zimbello di tutti, fino al giorno in cui anche Babbo Natale sembra escluderlo dal suo team.

Ma quando una terribile bufera di neve minaccia di cancellare la Notte di Natale, quella stessa diversità diventerà l’unica speranza. Una fiaba senza tempo che celebra il coraggio di essere sé stessi e dimostra come ciò che ci rende diversi sia, in realtà, la nostra forza più grande.


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“La storia di Rudolph la renna 🦌 🎅“

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La storia di Rudolph la renna 🦌 🎅


Le renne abitano lassù a nord, dove le notti d’inverno sono lunghissime e la neve è bianchissima. Babbo Natale va sempre lì a cercare quelle più forti e più veloci: gli servono per far volare la sua slitta.

Lì a nord viveva una famiglia di renne che aveva cinque piccoli. Il più giovane si chiamava Rudolph ed era un cucciolo particolarmente vivace e curioso.
Lui infilava il suo naso dappertutto. Ed era un naso veramente particolare. Infatti, quando Rudolph era felice, arrabbiato o si emozionava, il naso si illuminava e diventava rosso come un pomodoro.

I suoi genitori ed i suoi fratelli lo trovavano adorabile e lo amavano per questa sua particolarità, ma fin dall’asilo era diventato lo zimbello dei compagni.
“Rudolph ha il naso rosso! Rudolph ha il naso rosso!” lo prendevano in giro.
E alla scuola elementare andò anche peggio! Rudolph cercava con tutti i mezzi di nascondere il suo naso ma non ci riusciva.

Aveva provato a rimanere sempre serio, a metterci un cappuccio di gomma e addirittura a dipingerlo di nero, ma non c’era niente da fare. In qualche modo quel naso rosso e luminoso saltava sempre fuori e i suoi compagni ridevano a crepapelle. Rudolph ci restava molto male: piangeva amareggiato, e i suoi genitori e i suoi fratelli non riuscivano mai davvero a consolarlo.

Passarono gli anni e Rudolph divenne un giovane forte e agile. Finché fu abbastanza grande da poter partecipare alla selezione delle renne che avrebbero trainato la slitta di Babbo Natale.
Anche quell’anno, infatti, l’inverno era ormai alle porte e la visita di Babbo Natale visita si avvicinava. In vista di quell’appuntamento, le renne giovani e forti si facevano belle. Le loro pellicce venivano strigliate e spazzolate fino a brillare come il rame, le corna venivano lucidate fino a risplendere più della neve. Ed ecco che arrivò il gran giorno.

Tutte le renne si riunirono nel piazzale dove di solito atterrava Babbo Natale in quell’occasione e, nell’attesa, cercavano di intimorire e impressionare gli altri concorrenti. Ciascuno avrebbe infatti voluto essere scelto: trainare la slitta di Babbo Natale è un onore immenso!
Tra di loro c’era anche Rudolph, e bisogna ammettere che spiccava tra gli altri per bellezza e vigore.

Babbo Natale atterrò puntuale. Era partito da casa sua con la slitta leggera trainata solo da Donner, il suo fedele caporenna.
Babbo Natale si mise subito al lavoro ed esaminò ogni concorrente. Siccome le renne erano molte e Babbo Natale ne avrebbe scelte solo otto, ci volle molto tempo per guardarle tutte con attenzione e il tempo sembrava non passare mai. Anzi, a Rudolph sembrava un’eternità.

Quando finalmente toccò a lui, però, il suo naso diventò incandescente per l’agitazione, era quasi luminoso come il sole.
Babbo Natale lo guardò e sorrise amichevole, ma scosse la testa. – Sei grande e robusto. E sei un bellissimo giovanotto – disse – ma purtroppo non posso sceglierti. Il tuo naso rosso potrebbe spaventare i bambini.

Non potete immaginare la tristezza ed il dolore che queste parole diedero a Rudolph.
Corse nel bosco più veloce che poteva, scalpitando e ruggendo per la rabbia. A tutti gli scoiattoli che venivano a chiedergli cosa succedesse, rispondeva: – Guarda come brilla il mio naso. Nessuno ha bisogno di una renna con il naso rosso! – e piangeva per la tristezza.

Piano piano si calmò e tornò a casa, dove i suoi genitori e i suoi fratelli lo abbracciarono forte. Lui riprese le sue normali attività, cercando di non badare a quanto si vantavano i suoi compagni che erano stati scelti da Babbo Natale. Spesso tornava nel bosco a salutare gli scoiattoli che l’avevano aiutato quel giorno che era stato tanto triste.

Intanto il Natale si avvicinava e tutti erano così occupati con i preparativi per le feste, che nessuno si accorse che il tempo peggiorava ogni giorno di più.
Al punto che Babbo Natale, quando lesse le previsioni per la notte della Vigilia, disse preoccupato: – Come potrò trovare la strada per arrivare alle case dei bambini? Nevicherà così tanto che rischio di non vedere nemmeno le mie renne!

Quella notte non riuscì a dormire. Doveva trovare una soluzione. Perciò decise di tornare al paese delle renne, forse loro avrebbero potuto aiutarlo.
Ma nevicava così tanto che Babbo Natale non riusciva a vedere niente tranne una luce rossa. Tutto ciò che era intorno a lei era illuminato a giorno.

Babbo Natale si avvicinò e si accorse che quella luce proveniva dal naso della renna che lui aveva scartato. La ricordava benissimo.
– Ciao – le disse – mi ricordo ti te. Ti dissi che il tuo naso avrebbe spaventato i bambini, ma mi rendo conto che è eccezionale. Illumina a giorno la strada anche nella bufera. Ti va di essere la prima delle renne attaccate alla mia slitta e di mostrarmi così la strada per raggiungere i bambini?

Rudolph non credeva alle sue orecchie: per l’emozione inciampò nella neve e il suo naso divenne ancora più rosso.
Finalmente rispose: – Naturalmente, lo farò volentieri. Mi fa un enorme piacere.
– Allora ti aspetto domani sera con tutti gli altri. Dobbiamo partire puntuali per essere sicuri che i bambini ricevano i loro doni a mezzanotte.

Figuratevi la faccia dei compagni di Rudoplh quando lo videro a capo della squadra di renne. Loro l’avevano sempre preso in giro per il suo naso bizzarro, ma proprio quel naso si era rivelato indispensabile per permettere a Babbo Natale di portare a termine la sua missione.
Nonostante la bufera di neve, la slitta partì puntuale e fece tutto il suo giro senza intoppi. La luce del naso di Rudolph aveva guidato le renne sane e salve.

Il giorno dopo Rudolph venne festeggiato come un eroe. Le renne ballarono e cantarono felici perché una di loro era entrata nella storia.
Da allora Rudolph è sempre a capo della slitta di Babbo Natale, per illuminargli la strada e far sì che tutti i bambini ricevano il loro regalo di Natale.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Il primo albero di Natale 🎄

Chi ha inventato la magica tradizione dell’albero di Natale?

La Vigilia di Natale, Babbo Natale è triste: lo spirito della festa sta svanendo. I bambini ricevono giocattoli, ma hanno dimenticato la gioia di cantare e stare insieme. Con il suo fedele elfo Gimpy, vaga nel bosco innevato, in cerca di un’idea per riaccendere la vera magia del Natale.

L’incontro con un abete straordinario, scintillante di ghiaccioli argentei sotto la luna, ispirerà un’idea geniale.
Un’idea che, partendo dalla casa più umile del villaggio, cambierà per sempre il modo di festeggiare il Natale!


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“Il primo albero di Natale 🎄“

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Il primo albero di Natale 🎄


La vigilia di Natale, nel tardo pomeriggio, Babbo Natale camminava nel bosco col suo sacco in spalla, tutto nervoso…
Tra poco sarebbe dovuto partire con la sua slitta per portare i doni ai bambini di tutto il mondo, ma un pensiero lo tormentava.
Rifletteva su come lo spirito del Natale fosse cambiato negli ultimi anni.

Certo, i bambini erano felici di ricevere giocattoli e dolci, ma lui avrebbe voluto che cantassero e ballassero con le loro famiglie per festeggiare il Natale, cosa che purtroppo ormai accadeva sempre più raramente.
Avrebbe voluto riportare di nuovo tutta questa gioia ai bambini, ma non gli era venuta nessuna bella idea.
“Adesso ne parlerò con il mio aiutante Gimpy.” pensò. “Dobbiamo incontrarci per organizzare la distribuzione dei regali, magari insieme riusciamo a trovare una soluzione anche per questa cosa.”

Gimpy stava già aspettando Babbo Natale nella casetta in mezzo al bosco da dove partivano tutti i regali. Appena vide Babbo Natale gli corse incontro, ma si fermò, vedendolo così cupo.
– Cosa succede, Babbo Natale? Non sei pronto per andare a portare i regali ai bambini?-
– Non lo so – rispose Babbo Natale. – Quest’anno mi sento tanto stanco, forse è successo qualcosa che mi ha fatto perdere l’entusiasmo. Cibo e giocattoli vanno bene, ma bisognerebbe trovare un’idea nuova per rendere davvero felici le persone, per farle di nuovo cantare e ridere di gioia…

– Ci avevo pensato anch’io sai, ma non è così facile – disse Gimpy pensieroso.
– Lo so – continuò Babbo Natale, – E io ormai sono troppo vecchio. A forza di pensare ad inventare qualcosa, mi è perfino venuto mal di testa. Se si va avanti così, rischiamo che il Natale diventi una festa come tutte le altre, e questo mi renderebbe davvero molto triste.

Nel frattempo era arrivata la sera. La luna ormai saliva in cielo e il tempo iniziava a stringere, perciò decisero di fare una passeggiata: camminare nel bosco li avrebbe forse aiutati a trovare un po’ di ispirazione.
Cammina cammina, giunsero ad una grande radura circondata da piccoli e grandi abeti. Era un posto bellissimo. La neve brillava sui rami degli alberi e, sotto la luce della luna, sembrava fatta d’argento.
Gli abeti scuri per la notte e bianchi per la neve formavano un paesaggio incantato.

Rimasero però colpiti da un abete in particolare: aveva dei ghiaccioli che penzolavano dalla punta dei rami e che scintillavano per i riflessi di luce. Non avevano mai visto niente di simile.
Gimpy si avvicinò a quell’abete ed esclamò: – Che meraviglia! Babbo Natale, non è bellissimo quest’albero?
– Sì, davvero… – rispose Babbo Natale.

Erano lì incantati a guardarlo, quando Gimpy all’improvviso disse – Dammi delle mele!
– Mele? – chiese meravigliato Babbo Natale
– Su, veloce, ho avuto un’idea. Dobbiamo legarle con delle cordicelle in modo da poterle appendere all’abete.

Babbo Natale era molto perplesso, ma iniziò a cercare nel suo grande sacco e trovò sia delle mele che un po’ di corda.
Fabbricò dei piccoli lacci con la corda e, dopo averci legato le mele, le diede a Gimpy. L’elfo le prese, le lucidò bene fino a farle diventare di un rosso acceso e le appese all’albero. Quando finì sorrise soddisfatto.
– Già che ci siamo, attacchiamoci anche delle noci – continuò Gimpy.
Babbo Natale era sempre più confuso, non riusciva a capire dove l’elfo volesse andare a parare. Ma lo vedeva così deciso che non replicò.

Gimpy sfregò le noci su un panno speciale che portava sempre con sé, così da farle diventare dorate.
Quando ebbero finito, Gimpy chiese ancora: – Per caso nel tuo sacco hai delle luci, Babbo Natale?
– Purtroppo no, ma ho delle candeline, e dei fiammiferi per accenderle.
– Perfetto! – gridò Gimpy con gioia. Così presero anche tutte le candeline e le misero sui rami dell’abete e sulla sua cima. Poi le accesero.

Lo spettacolo era meraviglioso.

Nel buio, questo piccolo albero brillava come una stella, le mele mandavano riflessi rossi e le noci lo facevano splendere come se fosse d’oro. Gimpy batteva le mani e rideva felice, mentre Babbo Natale non era più arrabbiato.
Gimpy, serio ma felice, guardò Babbo Natale e disse – Ora portiamo l’albero giù in paese così com’è.
Così fecero. Giunsero in paese a notte fonda, quando tutti ancora dormivano. Gimpy indicò la porta della casa più povera del villaggio, la aprì piano e aiutò Babbo Natale a portare dentro l’abete.

Lo sistemarono in mezzo al salotto e Babbo Natale ci lasciò sotto anche un sacco di belle cose: dolci, giochi, mele e noci. Poi, sempre in silenzio, andarono via.
La mattina dopo, il più piccolo dei bambini che abitavano in quella casa si alzò per primo e, come sempre, andò in salotto.
Immaginate quanto grande fu lo stupore nel vedere lo spettacolo dell’albero addobbato!

Corse subito a svegliare mamma, papà e i fratelli, e tutti, sbalorditi per quella meravigliosa sorpresa, cominciarono a ballare e cantare intorno all’albero tenendosi per mano.
La gioia era talmente grande che non guardarono nemmeno i regali: l’albero era il vero dono per tutti.
I vicini, sentendo tutto quel cantare, corsero a vedere e a poco a poco tutto il paese si riversò in quella casa.

Rimasero tutti incantati e volevano tutti un abete così in casa loro!
Andarono nel bosco a prendere un abete e lo addobbarono con mele, noci e luci, proprio come quello fatto da Babbo Natale e Gimpy.
Quando fu sera, in ogni casa si poteva vedere brillare un albero e si potevano sentire canti di Natale.

Nel giro di pochi anni tutte le famiglie del mondo iniziarono ad addobbare un abete per Natale.
Ma la cosa più importante era che Babbo Natale era riuscito a rendere unica e indimenticabile la festa del Natale.

⚜️ Fine della fiaba ⚜️

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Il piccolo principe 💫 CAPITOLO 9

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Il Piccolo Principe 💫 CAPITOLO 9


C’era, accanto al pozzo, un rudere di un vecchio muro di pietra.
contro ogni speranza ero riuscito a riparare il mio aereo e, quando tornai la sera successiva, vidi da lontano il mio piccolo principe seduto lassù, con le gambe penzoloni. Stava parlando con qualcuno:
– Quindi non ricordi? – disse – Non è proprio qui!

Qualcuno gli rispose, perchè poi aggiunse:
– Sì! Sì! Il giorno è giusto, ma non il posto…
Camminai verso il muro, ancora non vedevo né sentivo nessuno, eppure il piccolo principe rispose ancora:
– … certo… Vedrai la mia traccia nella sabbia, devi solo aspettarmi lì. Ci vediamo stasera…

Ero a pochi metri dal muro e ancora non riuscivo a vedere nulla.
Il piccolo principe dopo un breve silenzio disse ancora:
– Hai del buon veleno? Sei sicuro che non mi farai soffrire a lungo?

Mi fermai. Il mio cuore sprofondava, ma continuavo a non capire.
– Ora vattene – disse – voglio tornare giù!

Così abbassai gli occhi anch’io e saltai dallo spavento!
C’era uno di quei serpenti gialli che se ti mordono ti uccidono in trenta secondi. Il serpente si lasciò sprofondare dolcemente nella sabbia e sparì.

Arrivai al muro giusto in tempo per prendere al volo il mio piccolo principe, pallido come la neve.
– Cosa significa?! Perché parlavi col serpente?!

Lo feci bere, non osavo chiedergli altro. Mi guardò cupo in viso e mi mise le braccia al collo. Sentivo il suo cuore battere come quello di un uccello morente a cui hanno sparato con un fucile.

Lui mi disse:
– Sono contento che tu abbia abbia riparato il tuo aereo, ora puoi tornare a casa…
– Come lo sai?
Non mi rispose, ma ha aggiunse:
– Anche io oggi vado a casa… – poi malinconicamente – è molto più lontano… è molto più difficile…

Sentivo che stava accadendo qualcosa di straordinario. Lo stringevo forte fra le braccia come un bambino, eppure mi sembrava che stesse sprofondando in un abisso senza che io potessi fare nulla per trattenerlo…

Aveva uno sguardo serio, perso molto lontano:
– Ho le tue pecore, e ho la cassetta e la museruola… – sorrise malinconicamente.

Aspettai a lungo, sentivo che a poco a poco si stava scaldando:
– Hai paura…? – aveva molta paura, ovviamente! Ma sorrise:
– Sarò molto più spaventato stasera…

Di nuovo mi sentii congelare al pensiero di quello che poteva succedere, e capii che non potevo sopportare l’idea di non sentire mai più quella risata. Per me era come una fontana nel deserto.

– Piccolo principe, voglio ancora sentirti ridere…
Ma lui mi disse:
– Stasera, sarà un anno che ho lasciato il mio pianeta, la mia stella sarà proprio sopra dove sono caduto l’anno scorso…

– É solo un brutto sogno… il serpente, l’appuntamento con una stella… vero?
Ma senza rispondermi disse:
– Ciò che è importante, non si vede…
– Certo…
– È come il fiore. Se ami un fiore che è su una stella, è dolce di notte guardare il cielo. Tutte le stelle sono fiorite.
– Certo…

– Guarderai le stelle di notte. La mia stella è troppo piccola per mostrarti dov’è, meglio così… sarà per te una delle tante stelle, e ti piacerà guardarle… saranno tutte tue amiche. E poi ti faccio un regalo… – e rise di nuovo.
– Ah! Piccolo uomo… mi piace sentire quella risata!

– Sarà questo il mio regalo… sarà come per l’acqua…
– Cosa intendi?
– Le stelle non sono tutte uguali per le persone: per quelli che viaggiano, le stelle sono guide. Per altri non sono altro che piccole luci. Per altri ancora sono problemi. Per il mio uomo d’affari erano oro. Ma tutte quelle stelle tacciono… tu, avrai stelle che nessuno ha…

– Cosa intendi?
– Quando guarderai il cielo, di notte, visto che io vivrò su una di esse e riderò, allora sarà per te come se ridessero tutte le stelle. Avrai stelle che sanno ridere!
E rise di nuovo.

– Sarai felice di avermi conosciuto, tu sarai sempre mio amico. Avrai voglia di ridere con me, e a volte aprirai la tua finestra, proprio così, per divertirti… e i tuoi amici saranno molto sorpresi di vederti ridere mentre guardi il cielo. Allora dirai loro: “Sì, le stelle mi fanno sempre ridere!” E penseranno che sei pazzo. Ti ho fatto uno scherzo molto brutto…
E rise di nuovo.

– Sarà come se ti avessi dato, al posto delle stelle, mucchi di sonagli che sanno ridere…
E rise di nuovo. Poi tornò serio:
– Questa notte…sai, non venire.

– Non ti lascerò.
– Sembrerà che io stia soffrendo… sembrerà un po’ come se stessi morendo… non venire a vederlo, non ne vale la pena…

– Non ti lascerò.
Era preoccupato per me.
– È per via del serpente… i serpenti sono cattivi, potrebbe morderti…

– Non ti lascerò.
Ma qualcosa lo rassicurò:
– È anche vero però che non hanno veleno per un secondo morso…

Quella notte non lo vidi partire, era scappato senza far rumore. Quando riuscii a raggiungerlo, camminava deciso con passo rapido.
Mi disse solo:
– Ah! Sei tu…
E mi prese per mano, ma si rabbuiò:
– Stai sbagliando, ne soffrirai… sembrerò morto, ma non sarà vero…

Rimasi in silenzio.
– Capisci… è troppo lontano! Non posso portare con me questo corpo, è troppo pesante…

Rimasi in silenzio.
– Sarà come una vecchia scorza abbandonata. Non sarà che una triste vecchia scorza…

Rimasi in silenzio.
Si scoraggiò un poco, ma si fece forza:
– Sarà bello, sai? Anch’io guarderò le stelle… tutte le stelle saranno pozzi con una carrucola arrugginita, tutte le stelle mi verseranno da bere…

Rimasi in silenzio.
– Sarà così divertente! Tu avrai cinquecento milioni di sonaglietti, io avrò cinquecento milioni di fontane…
E anche lui tacque, perché piangeva…

– È qui. Lasciami andare da solo.
E si sedette perché aveva paura.

Poi disse:
– Sai… il mio fiore… ne sono responsabile! Ed è così debole! Ed è così ingenuo… ha quattro spine inutili per proteggersi dal mondo…
Mi sedetti pure io, perché non riuscivo più a stare in piedi.

– Questo è tutto… – concluse il piccolo principe.
Esitò ancora un po’, poi si alzò.
Fece un passo.
Io non riuscivo a muovermi.

Non ci fu che un lampo giallo vicino alla sua caviglia.
Rimase immobile per un momento.
Non gridò.
Poi cadde dolcemente senza nemmeno un rumore, sulla morbida sabbia.

EPILOGO

Sono già passati sei anni… Non ho mai raccontato questa storia prima.
Gli amici che mi hanno rivisto tornare sono stati molto felici di vedermi vivo.
Ero triste, ma dissi loro che era per la stanchezza…

So benissimo che è tornato sul suo pianeta, perché, all’alba, non trovai il suo corpo. Non era un corpo così pesante…
Adesso mi piace ascoltare le stelle di notte, sono come cinquecento milioni di sonaglietti…

Guardai il disegno della museruola: l’avevo disegnata senza il cinturino in pelle! Non avrebbe mai potuto legarla al muso delle pecore.
“Cosa sarà successo sul suo pianeta? Forse le pecore hanno mangiato il fiore… ma certo che no! Il piccolo principe ogni notte rinchiude il suo fiore sotto una teca di vetro, e guarda attentamente le sue pecore…”

Quindi sono felice.

E tutte le stelle sorridono dolcemente.

È un grande mistero questo. Per te che ami il piccolo principe, come per me, niente nell’universo è uguale se da qualche parte, non sappiamo dove, una pecora che non conosciamo ha mangiato una rosa, o forse no…

Guarda il cielo. Chiediti: le pecore hanno mangiato il fiore o no? E vedrai come tutto cambia…

E nessun adulto capirà mai perché conta così tanto!

Un giorno disegnai il paesaggio più bello e più triste del mondo: un deserto.
È lo stesso paesaggio in cui il piccolo principe è apparso sulla terra, e poi è scomparso.

Se mai viaggerai in Africa, nel deserto, ti prego di non avere fretta, aspetta solo un po’ sotto le stelle!

Se poi un bambino viene da te, se ride, se ha i capelli d’oro e se non risponde mai quando viene interrogato, indovinerai chi è.
Quindi sii gentile, non lasciarmi così triste: scrivimi presto che il piccolo principe è tornato…

⚜ Fine della fiaba ⚜

Note al piccolo principe

La versione del piccolo principe che avete appena letto non è una rielaborazione di una fiaba o racconto classico come di solito facciamo, ma una vera e propria traduzione/riduzione dall’originale francese.

Il piccolo principe in realtà e un’unica lunga, magnifica e immensa poesia, che se fosse stata riassunta in forma di racconto avrebbe perso tutto il significato e la magia che contiene.

Non si può arrivare alla frase “l’essenziale è invisibile agli occhi” senza aver raccontato e descritto tutti i passaggi che sono serviti al piccolo principe per arrivare fin lì…

Il piccolo principe è un’opera abbastanza inscindibile dai dolci acquarelli dello stesso Saint-Exupery, molte parti del racconto original efanno direttamente riferimento ai disegni che bisogna guardare e “inserire” all’interno della storia. Non potendo inserirli su fabulinis, è qui che abbiamo deciso di rimaneggiare più “pesantemente” il piccolo principe, descrivendo dove possibile i disegni in modo che entrassero a far parte del racconto, facendo in modo di poterli immaginare anche senza poterli vedere.

Speriamo che questo adattamento vi sia piaciuto!

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Il piccolo principe 💫 CAPITOLO 8

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Il Piccolo Principe 💫 CAPITOLO 8


– Buongiorno – disse il piccolo principe.
– Buongiorno – disse il controllore dei treni.
Dopo tanto viaggiare il piccolo principe aveva trovato una stazione dei treni, e finalmente, gli uomini.

– Cosa stai facendo qui?
– Smisto i viaggiatori in pacchi da mille – disse il controllore.
Passò un treno veloce che fece tremare la cabina del controllore.

– Hanno fretta. – disse il piccolo principe – Cosa stanno cercando?
– Anche chi guida il treno lo ignora – disse il controllore.
E passò un altro treno veloce nella direzione opposta.

– Stanno già tornando? – chiese il piccolo principe.
– Non è lo stesso treno… – rispose il controllore.
– Non erano felici dov’erano?
– Non si è mai felici dove si è – disse il controllore.

E passò rombando un terzo treno veloce.
– Inseguono il primo treno? – chiese al piccolo principe.
– Non stanno inseguendo proprio niente – disse il controllore – dormono lì dentro, oppure sbadigliano. Solo i bambini schiacciano il naso contro i vetri per guardare fuori.

– Solo i bambini sanno quello che cercano… – disse il piccolo principe – perdono tempo per una bambola di pezza e lei diviene così importante che, se gli viene tolta, piangono…
– Sono fortunati – disse il controllore.

E il piccolo principe continuò il suo viaggio.

– Buongiorno – disse il piccolo principe.
– Buongiorno – disse il venditore caramelle dissetanti.
– Perché vendi queste caramelle?
– È un grande risparmio di tempo, ne prendi una e per una settimana non senti più il bisogno di bere. Facendo i calcoli si risparmiano cinquantatré minuti a settimana.

– E cosa se ne fa di cinquantatré minuti?
– Ci fai quello che vuoi…
“Io, si disse il piccolo principe, se avessi cinquantatré minuti da spendere, camminerei molto lentamente verso una fontana”. Il piccolo principe se ne andò…

Era ormai l’ottavo giorno nel deserto e avevo ascoltato la storia del mercante bevendo l’ultima goccia della mia scorta d’acqua:
– Sono molto belli, i tuoi ricordi, ma non ho ancora riparato il mio aereo e non ho più niente da bere… sarei felice anch’io se potessi camminare molto lentamente verso una fontana!

Lui mi guardò e rispose: – Ho sete anche io… cerchiamo un pozzo.

Feci un gesto di stanchezza: è assurdo cercare un pozzo, a caso, nell’immensità del deserto. Tuttavia partimmo.

Dopo aver camminato per ore in silenzio arrivò la notte e le stelle cominciarono ad illuminarsi. Le vidi come in sogno, con un po’ di febbre, per la mia sete.

Le parole del piccolo principe danzavano nella mia memoria:
– Anche tu hai sete? – Gli chiesi.
Ma non mi rispose, mi disse semplicemente:
– L’acqua può fare bene anche al cuore…
Non capivo la sua risposta ma rimasi zitto, sapevo benissimo che non bisognava interrogarlo.

Era stanco, si sedette e io mi sedetti accanto a lui. Dopo un po’ di silenzio disse ancora:
– Le stelle sono belle, per via di un fiore che non puoi vedere…
– Certo – risposi e guardai, senza parlare, le pieghe della sabbia sotto la luna.

– Il deserto è bellissimo – aggiunse…
Ed era vero. Ho sempre amato il deserto. Stavamo su una duna di sabbia, senza vedere niente, senza sentire niente, eppure qualcosa risplendeva nel silenzio…

– Ciò che rende bello il deserto – disse il piccolo principe – è che da qualche parte nasconde un pozzo…
Fui sorpreso di capire improvvisamente questo misterioso splendore della sabbia.
– Sì – dissi – che sia una casa, le stelle o il deserto, ciò che le rende belle è invisibile…
– Sono contento – disse – che tu sia d’accordo con la mia volpe.

Quando il piccolo principe si addormentò, lo presi in braccio e ripartii. Mi sembrava di portare un fragile tesoro. Mi sembrava persino che non ci fosse niente di più fragile sulla Terra. Guardai, alla luce della luna, quella fronte pallida, quegli occhi chiusi, quelle ciocche di capelli che tremavano al vento, e mi dissi: “quello che vedo è solo apparenza, quello che più conta è invisibile…”

Mentre le sue labbra semiaperte abbozzavano un sorriso, mi dicevo ancora: “Ciò che mi commuove così tanto di questo piccolo principe addormentato è la sua fedeltà ad un un fiore, è l’immagine di una rosa che brilla in lui come la fiamma di una lampada, anche quando dorme…”

E intuii come fosse ancora più fragile. Bisogna proteggere bene le lampade, una folata di vento può spegnerle…

E camminando, all’alba, trovai il pozzo.

Il pozzo che avevamo raggiunto non assomigliava ad altri pozzi del Sahara, i pozzi sahariani sono semplici buchi scavati nella sabbia. Questo sembrava un pozzo di villaggio, ma lì non c’era nessun villaggio, e pensavo di sognare.

– È strano – dissi – è tutto pronto: la carrucola, il secchio e la fune…
Il piccolo principe rise, tirò la corda e la carrucola cigolò.
– Lascia fare a me – gli dissi – è troppo pesante per te.

Lentamente sollevai il secchio fino al bordo, nell’acqua ancora tremante vidi tremare il sole.
– Ho sete, dammi da bere – disse il piccolo principe.
E capii cosa stava cercando!

Portai il secchio alle sue labbra, bevve con gli occhi chiusi. L’acqua era dolce, era nata dal camminare sotto le stelle tutta la notte, dal cigolare della carrucola, dallo sforzo delle mie braccia. Faceva bene al cuore, come un regalo.
Come quand’ero bambino e la luce dell’albero di Natale, la musica della messa di mezzanotte e la dolcezza dei sorrisi facevano risplendere i regali che ricevevo.

– Gli uomini del tuo pianeta – disse il piccolo principe – coltivano cinquemila rose nello stesso giardino… e non trovano quello che cercano…

– Non riescono a trovarlo – risposi.
– Eppure quello che stanno cercando potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ d’acqua… – disse, e poi aggiunse: – Ma gli occhi sono ciechi, bisogna cercare con il cuore!

Bevvi anche io, stavo bene. La sabbia all’alba è color del miele.
– Devi mantenere la tua promessa – mi disse piano il piccolo principe, che si sedette di nuovo accanto a me.
– Quale promessa?
– Sai…una museruola per la mia pecora…sono responsabile di quel fiore!

Tirai fuori dalla tasca i miei schizzi. Il piccolo principe li vide e disse ridendo:
– I tuoi baobab assomigliano un po’ ai cavoli…
– Oh! – dissi sottovoce, ero così orgoglioso dei miei baobab!

– La tua volpe…le sue orecchie…sembrano un po’ corna…e sono troppo lunghe! – e rise di nuovo.
– Sei ingiusto, ometto, non sapevo disegnare…
– Oh! andrà bene – disse – i bambini capiranno i tuoi disegni.

Quindi disegnai una museruola. Avevo il cuore pesante quando glielo diedi dicendogli:
– Hai progetti che ignoro…

Senza rispondermi mi disse:
– Sai, domani sarà un anno che sono arrivato qui sulla terra… ero caduto qui vicino… – e arrossì.

Senza capire perché provai uno strano dolore e gli domandai:
– Quindi non è un caso che la mattina che ti ho incontrato, otto giorni fa, stavi camminando così, tutto solo, a mille miglia da tutte le regioni abitate… stavi tornando dove sei caduto?

Il piccolo principe arrossì di nuovo. Non ha mai risposto alle mie domande, ma quando arrossiva significava “sì”, vero?
– Ora devi lavorare… torna al tuo aereo, ti aspetto qui. Torna domani sera…

Ma non ero per nulla rassicurato, mi ricordai della volpe: si rischia di piangere un po’ se ci lasciamo addomesticare…

… continua nel CAPITOLO 9

Note al piccolo principe

La versione del piccolo principe che avete appena letto non è una rielaborazione di una fiaba o racconto classico come di solito facciamo, ma una vera e propria traduzione/riduzione dall’originale francese.

Il piccolo principe in realtà e un’unica lunga, magnifica e immensa poesia, che se fosse stata riassunta in forma di racconto avrebbe perso tutto il significato e la magia che contiene.

Non si può arrivare alla frase “l’essenziale è invisibile agli occhi” senza aver raccontato e descritto tutti i passaggi che sono serviti al piccolo principe per arrivare fin lì…

Il piccolo principe è un’opera abbastanza inscindibile dai dolci acquarelli dello stesso Saint-Exupery, molte parti del racconto original efanno direttamente riferimento ai disegni che bisogna guardare e “inserire” all’interno della storia. Non potendo inserirli su fabulinis, è qui che abbiamo deciso di rimaneggiare più “pesantemente” il piccolo principe, descrivendo dove possibile i disegni in modo che entrassero a far parte del racconto, facendo in modo di poterli immaginare anche senza poterli vedere.

Speriamo che questo adattamento vi sia piaciuto!

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Il piccolo principe 💫 CAPITOLO 7

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Il Piccolo Principe 💫 CAPITOLO 7


Fu allora che apparve la volpe.
– Buongiorno – gli disse.
– Buongiorno – rispose il piccolo principe, che si voltò ma non vide nulla.
– Sono qui, sotto il melo – continuò la volpe.
– Chi sei? – disse il piccolo principe vedendola – sei piuttosto carina…
– Sono una volpe – rispose.

– Vieni a giocare con me – aggiunse il piccolo principe – sono così triste…
– Non posso giocare con te, non sono addomesticata.
– Ah! Scusa – disse il piccolo principe che, dopo averci riflettuto, aggiunse:
– Cosa significa “addomesticata”?

– Non sei di qui vero? – disse la volpe – cosa stai cercando?
– Sto cercando gli uomini – disse il piccolo principe – Cosa significa addomesticata?

– È una cosa ormai dimenticata – disse la volpe – Significa “creare legami”
– Creare legami?
– Certo… per me tu sei solo un ragazzino simile a centomila altri ragazzini, e non ho bisogno di te. E neanche tu hai bisogno di me, ma, se mi addomestichi, avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai unico al mondo per me e io sarò unica per te.

– Comincio a capire… c’è un fiore… credo che mi abbia addomesticato…
– È possibile – disse la volpe – succede di tutto sulla Terra…

– Oh, non è sulla Terra! – disse il piccolo principe. La volpe sembrava molto incuriosita:
– Su un altro pianeta?
– Sì.

– Interessante! – concluse la volpe, che poi continuò il suo discorso:
– La mia vita è monotona, io caccio i polli, gli uomini danno la caccia a me. Tutti i polli sono uguali e tutti gli uomini sono simili, quindi sono un po’ annoiata. Ma, se mi addomestichi, la mia vita diventerà luminosa. Riconoscerò il tuo passo, che sarà diverso da tutti gli altri… e poi guarda i campi di grano laggiù, Il grano per me è inutile, ma tu hai i capelli d’oro come il grano, e questo mi farà ricordare di te.

La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
– Per favore…addomesticami… – gli disse.
– Volentieri – rispose il piccolo principe – ma non ho molto tempo. Ho amici da scoprire e tante cose da sapere.

– Conosciamo solo le cose che addomestichiamo. Gli uomini non hanno più il tempo di sapere nulla e comprano le cose già pronte… ma gli amici non si trovano in negozio e ormai gli uomini non hanno più amici… se vuoi un amico, addomesticami!
– Cosa dovrei fare? – disse il piccolo principe.
– Devi essere molto paziente – rispose la volpe – Per prima cosa ti siederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e non dirai niente. La lingua è fonte di incomprensione, ma man mano che passano i giorni potrai sederti un po’ più vicino…

Il giorno dopo il piccolo principe tornò.
– Sarebbe stato meglio tornare alla stessa ora – disse la volpe – Se vieni, per esempio, alle quattro del pomeriggio, alle tre comincerò ad essere felice. Più passa il tempo, più mi sentirò felice, e alle quattro sarò agitato e preoccupato; questo è il prezzo della felicità!
Ma se ti presenterai in un momento qualsiasi, non saprò mai a che ora preparare il mio cuore… ci vogliono i riti.

– Cos’è un rito? – disse il piccolo principe.
– È qualcosa di troppo dimenticato. – disse la volpe – Il rito è ciò che rende un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore. C’è un rito, per esempio, tra i cacciatori: il giovedì ballano con le ragazze del villaggio, e quindi per loro il giovedì è una giornata meravigliosa! Se i cacciatori ballassero in qualsiasi momento, le giornate sarebbero tutte uguali…

Così il piccolo principe addomesticò la volpe, finchè non arrivò l’ora della sua partenza.
– Piangerò – disse la volpe.
– È colpa tua, tu hai voluto che ti addomesticassi… — disse il piccolo principe.
– Hai ragione – disse la volpe.
– Però ora piangerai! – continuò il piccolo principe.
– Certo – rispose la volpe.
– Quindi, cosa ci hai guadagnato?!
– Ho guadagnato il colore del grano – disse la volpe – Vai a vedere di nuovo le rose, capirai che la tua è unica al mondo… poi torna a salutarmi e io ti farò dono di un segreto.

Il piccolo principe tornò a vedere le rose e capì che non erano affatto come la sua rosa, non erano niente di niente per lui.

– Voi siete belle, ma siete vuote per me – disse alle rose – La mia rosa vi somiglia, ma solo lei è importante per me, perché è lei che ho annaffiato, che ho protetto dal vento, che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi. Solo lei è la mia rosa.

E ritornò dalla volpe:
– Addio… – le disse.
– Addio… – disse la volpe – Eccoti il mio segreto, è molto semplice: si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.

– L’essenziale è invisibile agli occhi – ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.
– È il tempo che hai passato con la tua rosa che la rende così importante.
– È il tempo che ho passato con la mia rosa… – ripetè il piccolo principe, per ricordarselo.

– Gli uomini hanno dimenticato questa verità – disse la volpe – non devi dimenticarlo: diventi responsabile per sempre di ciò che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…
– Io sono responsabile della mia rosa… – ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.

… continua nel CAPITOLO 8

Note al piccolo principe

La versione del piccolo principe che avete appena letto non è una rielaborazione di una fiaba o racconto classico come di solito facciamo, ma una vera e propria traduzione/riduzione dall’originale francese.

Il piccolo principe in realtà e un’unica lunga, magnifica e immensa poesia, che se fosse stata riassunta in forma di racconto avrebbe perso tutto il significato e la magia che contiene.

Non si può arrivare alla frase “l’essenziale è invisibile agli occhi” senza aver raccontato e descritto tutti i passaggi che sono serviti al piccolo principe per arrivare fin lì…

Il piccolo principe è un’opera abbastanza inscindibile dai dolci acquarelli dello stesso Saint-Exupery, molte parti del racconto original efanno direttamente riferimento ai disegni che bisogna guardare e “inserire” all’interno della storia. Non potendo inserirli su fabulinis, è qui che abbiamo deciso di rimaneggiare più “pesantemente” il piccolo principe, descrivendo dove possibile i disegni in modo che entrassero a far parte del racconto, facendo in modo di poterli immaginare anche senza poterli vedere.

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Il piccolo principe 💫 CAPITOLO 6

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Il Piccolo Principe 💫 CAPITOLO 6


Il settimo pianeta fu quindi la Terra.
La Terra non era un pianeta qualsiasi! C’erano centoundici re, settemila geografi, novecentomila uomini d’affari, sette milioni e mezzo di bevitori, trecentoundici milioni di vanitosi, e quasi due miliardi adulti.

Gli esseri umani occupano pochissimo spazio sulla terra, se stessero tutti in piedi e un po’ vicini tra loro, starebbero facilmente in una pubblica piazza lunga venti miglia e larga venti miglia. Potremmo stipare l’umanità sull’isolotto più piccolo del Pacifico.

Gli adulti, ovviamente, non ti crederanno, pensano di occupare molto spazio. Si considerano importanti come i baobab. Consigliate loro di fare il calcolo, amano i numeri: gli piacerà.

Il piccolo principe, una volta sulla terra, fu sorpreso di non vedere nessuno. Aveva già paura di aver trovato il pianeta sbagliato, quando vide qualcosa muoversi nella sabbia.

– Buongiorno – disse il piccolo principe educatamente.
– Buongiorno – disse il serpente.

– Su quale pianeta sono? – chiese il piccolo principe.
– Sulla Terra, in Africa – rispose il serpente.
– Ah!… ma non c’è nessuno qui sulla Terra?
– Qui sei nel deserto, non c’è nessuno nei deserti. La Terra è grande – disse il serpente.

Il piccolo principe si sedette su un sasso e guardò il cielo:
– Mi chiedo se le stelle sono illuminate in modo che ognuno possa un giorno ritrovare la sua, guarda il mio pianeta, è lassù… Ma quanto è lontano!

– È bello – disse il serpente – Cosa ci fai qui?
– Ho delle difficoltà con un fiore – disse il piccolo principe.

– Ah… – disse il serpente.
Rimasero in silenzio.

– Dove sono gli uomini? – riprese finalmente il piccolo principe – Si è un po’ soli nel deserto…
– Siamo soli anche tra gli uomini – disse il serpente.

Il piccolo principe lo guardò a lungo:
– Sei una bestia buffa, sottile come un dito…
– Ma io sono più potente del dito di un re – disse il serpente.

Il piccolo principe sorrise:
– Non sei molto potente… non hai nemmeno le gambe… non puoi nemmeno viaggiare…

– Posso portarti più lontano di una nave – disse il serpente mentre avvolgeva la caviglia del piccolo principe come un braccialetto d’oro – chiunque tocco, lo faccio ritornare alla terra da cui è venuto. Ma tu sei puro e vieni da una stella…
Il piccolo principe non rispose nulla.

– Mi fai pietà, così debole, su questa Terra di granito… Posso aiutarti un giorno, se ti mancasse troppo il tuo pianeta io posso…
– Oh! Ho capito benissimo – disse il piccolo principe – ma perché parli sempre per enigmi?
– Perché li risolvo tutti… – disse il serpente.
E rimasero in silenzio.

Il piccolo principe si decise ad attraversare il deserto e incontrò solo un fiore, un piccolo fiore con solo tre petali…
– Buongiorno – disse il piccolo principe.
– Buongiorno – rispose il fiore.
– Sai dove sono gli uomini?
Il fiore qualche giorno prima aveva visto passare una carovana:

– Uomini? Ne ho visti sei o sette, ma non si sa mai dove trovarli, Il vento li fa vagare, mancano di radici…

Il piccolo principe ringraziandolo continuò il suo cammino salendo su un’alta montagna.
Le uniche montagne che avesse mai conosciuto erano i suoi tre vulcani alti fino alle ginocchia, e usava il vulcano spento come sgabello.
“Da una montagna così alta, pensò, vedrò tutto il pianeta e tutti gli uomini…” ma intorno a sè non vide altro che rocce aguzze.

– Buongiorno! – urlò al vento.
“Buongiorno… buongiorno… buongiorno…” gli rispose l’eco.
– Chi sei?! – disse il piccolo principe.
“Chi sei… chi sei… chi sei…” rispose ancora l’eco.
– Siate miei amici? Io sono solo – disse.
“Io sono solo… io sono solo… io sono solo…” rispose l’eco.

“Che strano pianeta!” pensò allora il piccolo principe, “è tutto un deserto e agli uomini manca l’immaginazione, ripetono tutto quello che gli viene detto… almeno a casa mia avevo un fiore, e parlava sempre per primo…”

Ma accadde che il piccolo principe scoprì finalmente una strada e incontrò un giardino pieno di rose.
– Buongiorno – disse il piccolo principe.
– Buongiorno – risposero le rose.
Il piccolo principe le guardò, sembravano tutte il suo fiore.

– Chi siete? – chiese loro, stupito.
– Siamo rose.
– Ah! – disse il piccolo principe…

Si sentiva molto triste, il suo fiore gli aveva detto che era l’unico della sua specie nell’universo. Ed ecco che qui invece ce n’erano cinquemila, tutti uguali, in un solo giardino!

“Pensavo di essere ricco con un fiore unico nel suo genere, e invece ho solo una comune rosa. Una rosa e tre vulcani che mi arrivano al ginocchio… non fanno di me un gran principe…”
Si sdraiò sull’erba, e pianse.

… continua nel CAPITOLO 7

Note al piccolo principe

La versione del piccolo principe che avete appena letto non è una rielaborazione di una fiaba o racconto classico come di solito facciamo, ma una vera e propria traduzione/riduzione dall’originale francese.

Il piccolo principe in realtà e un’unica lunga, magnifica e immensa poesia, che se fosse stata riassunta in forma di racconto avrebbe perso tutto il significato e la magia che contiene.

Non si può arrivare alla frase “l’essenziale è invisibile agli occhi” senza aver raccontato e descritto tutti i passaggi che sono serviti al piccolo principe per arrivare fin lì…

Il piccolo principe è un’opera abbastanza inscindibile dai dolci acquarelli dello stesso Saint-Exupery, molte parti del racconto original efanno direttamente riferimento ai disegni che bisogna guardare e “inserire” all’interno della storia. Non potendo inserirli su fabulinis, è qui che abbiamo deciso di rimaneggiare più “pesantemente” il piccolo principe, descrivendo dove possibile i disegni in modo che entrassero a far parte del racconto, facendo in modo di poterli immaginare anche senza poterli vedere.

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Il piccolo principe 💫 CAPITOLO 5

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Il Piccolo Principe 💫 CAPITOLO 5


Il quinto pianeta era molto curioso. Era il più piccolo di tutti e c’era spazio appena sufficiente per una lanterna e per l’uomo che la accendeva.

Il piccolo principe pensò: “Forse quest’uomo è assurdo. Tuttavia, è meno assurdo del re, del vanitoso, dell’uomo d’affari e del bevitore, almeno il suo lavoro ha un senso… quando accende la sua lanterna è come se stesse dando alla luce una stella, o un fiore. Quando la spegne, fa addormentare il fiore o la stella. Questo lavoro è davvero utile e bellissimo”.

Si avvicinò salutandolo rispettosamente:
– Buongiorno, perchè spegne la lanterna?
– Questo è l’ordine – rispose l’uomo.
– Qual è l’ordine?
– È di spegnere la mia lanterna.
E subito la riaccese.

– Ma perché l’ha riaccesa?
– Questo è l’ordine – rispose l’uomo.
– Non capisco – disse il piccolo principe.
– Non c’è niente da capire – disse l’uomo della lanterna – un ordine è un ordine.
E spense la lanterna.

Poi si asciugò la fronte con un fazzoletto e continuò:

– Faccio un mestiere terribile. Era ragionevole una volta, quando accendevo alla sera e spegnevo al mattino, avevo tutto il resto della giornata per riposarmi e il resto della notte per dormire…

– E da allora gli ordini sono cambiati?
– Gli ordini non sono cambiati – disse l’uomo – È qui che sta il dramma! Il pianeta di anno in anno ha iniziato a ruotare sempre più velocemente e gli ordini non sono cambiati! Ora che il pianeta fa un giro completo al minuto, non ho mai riposo, accendo e spengo una volta al minuto!

– Bello! Da te le giornate durano un minuto!
– Non è affatto bello! – disse l’uomo della lanterna – Lo sai che stiamo parlando insieme da un mese ormai?
– Un mese?!
– Sì, trenta minuti qui equivalgono a trenta giorni! – e riaccese la lanterna.

Il piccolo principe lo guardò e provò simpatia per lui. Ricordò i tramonti sul suo pianeta. Voleva fare qualcosa per lui:
– Sai… conosco un modo per riposarti se vuoi…
– Dimmi…
– Il tuo pianeta è così piccolo che gli giri intorno in tre passi, devi solo camminare lentamente per stare sempre al sole. Quando vorrai riposarti camminerai… e la giornata durerà quanto vorrai.

– Non mi serve a molto, quello che vorrei poter fare è dormire…
– Allora non hai fortuna – disse il piccolo principe.
– Non ho fortuna – disse l’uomo – e spense la lanterna.

Questo, pensò il piccolo principe, proseguendo il suo viaggio, sarebbe stato disprezzato da tutti gli altri, dal re, dal vanitoso, dal bevitore, dal commerciante. Tuttavia, è l’unico che non mi sembra ridicolo, forse è perché si prende cura di qualcosa che non sia se stesso.

Sospirò e pensò che quella era l’unica persona che avrebbe potuto diventare suo amico. Ma quel pianeta era troppo piccolo e non c’era posto per due…

Ciò che il piccolo principe non osava ammettere a se stesso era che su quel pianeta avrebbe potuto vedere millequattrocentoquaranta tramonti ogni ventiquattro ore!

Il sesto pianeta era dieci volte più grande ed era abitato da un vecchio signore che scriveva libri enormi.

– Ecco un esploratore! – gridò quando vide il piccolo principe.
Il piccolo principe si sedette sul tavolo e sospirò un poco. Aveva già viaggiato tanto!

– Da dove vieni? – gli chiese il vecchio signore.
– Cos’è questo grande libro? Cosa stai facendo qui? – disse il piccolo principe.
– Sono un geografo – disse il vecchio signore.

– Cos’è un geografo?
– È uno studioso che sa dove sono i mari, i fiumi, le città, le montagne e i deserti.
– Molto interessante – disse il piccolo principe e lanciò uno sguardo intorno a sé sul pianeta del geografo. Non aveva mai visto prima un pianeta così maestoso.

– È molto bello, il tuo pianeta. Ci sono oceani?
– Non posso saperlo – disse il geografo.
– Ah… – Il piccolo principe rimase deluso – E le montagne?
– Non posso saperlo – rispose il geografo.
– E città, fiumi e deserti?
– Non posso sapere nemmeno quello – disse il geografo.

– Ma tu sei un geografo!
– Esatto, ma non sono un esploratore! Su questo pianeta mancano gli esploratori… Il geografo non lascia mai il suo ufficio. Ma riceve gli esploratori, li interroga e prende nota dei loro viaggi.

E tu mi sembri proprio un esploratore! Descrivimi il tuo pianeta!
Il geografo aprì il suo grande libro e affilò la sua matita.
– Quindi? chiese il geografo.

– Oh! Il mio pianeta non è molto interessante, è piccolissimo. Ho tre vulcani, due attivi e uno spento.Ho anche un fiore.

– Noi geografi non annotiamo i fiori – disse.
– Perchè?! Sono molto belli!
– Perché i fiori sono effimeri.
– Cosa significa “effimero”?

La “geografia” non passa mai di moda, è raro che una montagna cambi posto, è molto raro che un oceano si svuoti della sua acqua. Scriviamo cose eterne.

– Ma i vulcani spenti possono svegliarsi – lo interruppe il piccolo principe – Cosa significa “effimero”?
– Se i vulcani sono estinti o svegli, per noi è la stessa cosa , ciò che conta per noi sono le montagne, quelle non cambiano.
– Ma cosa significa “effimero”? – ripeté il piccolo principe che, in vita sua, non aveva mai rinunciato a una domanda una volta che l’aveva fatta.

– Significa “che scompare in fretta”.
– Il mio fiore è destinato a scomparire in fretta?
– Certo.
Il mio fiore è effimero, si disse il piccolo principe, e ha solo quattro spine per difendersi dal mondo! E l’ho lasciato solo a casa!
Questo fu il suo primo momento di rimpianto, ma riprese coraggio e chiese:

– Cosa mi consiglieresti di visitare?
– Il “Pianeta Terra” – rispose il geografo – Ha una buona reputazione…
E il piccolo principe se ne andò, pensando al suo fiore.

… continua nel CAPITOLO 6

Note al piccolo principe

La versione del piccolo principe che avete appena letto non è una rielaborazione di una fiaba o racconto classico come di solito facciamo, ma una vera e propria traduzione/riduzione dall’originale francese.

Il piccolo principe in realtà e un’unica lunga, magnifica e immensa poesia, che se fosse stata riassunta in forma di racconto avrebbe perso tutto il significato e la magia che contiene.

Non si può arrivare alla frase “l’essenziale è invisibile agli occhi” senza aver raccontato e descritto tutti i passaggi che sono serviti al piccolo principe per arrivare fin lì…

Il piccolo principe è un’opera abbastanza inscindibile dai dolci acquarelli dello stesso Saint-Exupery, molte parti del racconto original efanno direttamente riferimento ai disegni che bisogna guardare e “inserire” all’interno della storia. Non potendo inserirli su fabulinis, è qui che abbiamo deciso di rimaneggiare più “pesantemente” il piccolo principe, descrivendo dove possibile i disegni in modo che entrassero a far parte del racconto, facendo in modo di poterli immaginare anche senza poterli vedere.

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Il piccolo principe 💫 CAPITOLO 4

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Il Piccolo Principe 💫 CAPITOLO 4


Il secondo pianeta che visitò era abitato da un vanitoso:

– Ah! Ah! Arriva un ammiratore! – gridò il vanitoso non appena vide il piccolo principe.
Perché, per i vanitosi, gli altri uomini sono ammiratori.

– Salve – disse il piccolo principe – Hai un buffo cappello.
– È per salutare – rispose l’uomo vanitoso – è per salutare quando vengo acclamato, ma purtroppo nessuno passa mai di qui.

– Ah sì? – disse il piccolo principe, che non capiva.
– Batti le mani – consigliò il vanitoso.

Il piccolo principe batté le mani e Il vanitoso si inchinò modestamente, sollevando il cappello.
“È più divertente della visita al re” si disse il piccolo principe che ricominciò a battere le mani. L’uomo vanitoso riprese a salutare sollevando il cappello.

Dopo cinque minuti di battimani il piccolo principe si stancò della monotonia del gioco:
– E per far cadere il cappello, cosa si deve fare?
Ma l’uomo vanitoso non lo udì. I vanitosi non sentono altro che lodi.

– Mi ammiri molto? – chiese al piccolo principe.
– Cosa significa ammirare?
– Ammirare significa riconoscere che sono l’uomo più bello, più elegante, più ricco e più intelligente del pianeta.

– Ma sei solo sul tuo pianeta!
– Fammi questo piacere, ammirami comunque!
– Ti ammiro – disse il piccolo principe alzando le spalle, e non avendo più nulla da chiedere al vanitoso, se ne andò.

Gli adulti sono decisamente strani, si disse durante il suo viaggio.

Il pianeta successivo era abitato da un bevitore. Questa visita fu brevissima, ma fece venire al piccolo principe in una grande malinconia:

– Cosa fai? – chiese al bevitore, che trovò in silenzio davanti a una serie di bottiglie di vino vuote insieme ad altre piene.
– Bevo – rispose con aria triste.
– Perché stai bevendo? – chiese il piccolo principe.
– Per dimenticare – rispose il bevitore.

– Per dimenticare cosa? – domandò il piccolo principe che già provava compassione per lui.
– Per dimenticare che mi vergogno – confessò il bevitore, abbassando la testa.
– Vergogna di cosa? – continuò il piccolo principe, che voleva aiutarlo.

– Mi vergogno di bere! – disse il bevitore che si chiuse poi in un cupo silenzio.

E il piccolo principe se ne andò, perplesso.
Gli adulti sono decisamente molto, molto strani, si disse durante il viaggio.

Il quarto pianeta era abitato da un uomo d’affari. Era così impegnato che non alzò nemmeno la testa quando arrivò il piccolo principe.

– Ciao – gli disse – La tua sigaretta è spenta.
– Tre e due fanno cinque, cinque e sette dodici, dodici e tre quindici. Buongiorno. Quindici e sette ventidue, ventidue e sei ventotto. Non ho tempo per riaccenderla. Ventisei e cinque trentuno… uff! Quindi sono cinquecentoeunmilioneseicentoventiduemilasettecentotrentuno!

– Cinquecento milioni di cosa?
– Eh? Sei ancora qui? Cinquecento e un milione… non so… ho tanto lavoro! Dico sul serio, non perdo tempo a giocare! Due e cinque sette…

– Cinquecento milioni di cosa?! – ripeteva il piccolo principe, che mai in vita sua aveva rinunciato a una domanda una volta che l’aveva fatta.

L’uomo d’affari alzò la testa:
– Nei cinquantaquattro anni che ho vissuto su questo pianeta, sono stato disturbato solo tre volte: la prima volta ventidue anni fa, da un insetto che mi girava intorno facendo un rumore terribile e ho commesso quattro errori in una sola aggiunta. La seconda volta è stata undici anni fa, per un attacco di reumatismi. La terza volta… eccolo! Quindi stavo dicendo cinquecento e un milione…

– Milioni di cosa?
L’uomo d’affari capì che non c’era speranza di pace:
– Milioni di quelle piccole cose che a volte vedi nel cielo.
– Mosche?
– No, piccole cose che brillano.
– Api?
– Ma no! Piccole cose d’oro che fanno sognare ad occhi aperti le persone pigre. Ma sono serio io! Non ho tempo per sognare ad occhi aperti.

– Ah! Le stelle!?
– Giusto, le stelle.
– E quindi ci sono cinquecento milioni di stelle?

– Cinquecentounomilioniseicentoventiduemilasettecentotrentuno. Sono un uomo serio io, sono uno preciso io.
– E che cosa ci fai con le stelle?

– Cosa me ne faccio?
– Sì.
– Niente, le possiedo.
– Possiedi le stelle?
– Sì.
– Ma ho incontrato un re che…
– I re non possiedono, loro “regnano”, è molto diverso.

– E a che serve possedere le stelle?
– Mi rende ricco.
– E a che serve essere ricchi?

– A comprare altre stelle, se qualcuno ne trova.

“Questo ragiona un po’ come il bevitore” si disse il piccolo principe.
Tuttavia, continuò con altre domande:

– Come si possono possedere le stelle?
– Di chi sono? – ribatté, scontroso, l’uomo d’affari.
– Non lo so, di nessuno.
– Allora sono mie, perché ci ho pensato per primo io.

– E questo basta?
– Certo. Quando trovi un diamante che non appartiene a nessuno, è tuo. Quando trovi un’isola che non appartiene a nessuno, è tua. Quando sei il primo ad avere un’idea, la brevetti ed è tua. Io possiedo le stelle, dal momento che nessuno prima di me ha mai pensato di possederle.

– E cosa ci fai?
– Mi occupo di loro. Le conto e le riconto – disse.
Il piccolo principe non era ancora soddisfatto.

– Io, se ho una sciarpa, posso metterla al collo e portarla via. Se ho un fiore, posso cogliere il mio fiore e portarlo via. Ma non puoi prendere le stelle!
– No, ma posso depositarle.

– Cosa significa?
– Significa che scrivo su un pezzo di carta il numero delle mie stelle. E poi chiudo quel pezzo di carta in un cassetto.
– E questo basta?
– Basta.

Il piccolo principe aveva idee molto diverse rispetto agli adulti su quali siano le cose serie.

– Io, disse ancora, ho un fiore che innaffio tutti i giorni. Ho tre vulcani che pulisco ogni settimana, e spazzo anche quello spento. È utile ai miei vulcani, ed è anche utile al mio fiore, che io li possegga. Ma tu non sei utile alle stelle…

L’uomo d’affari aprì la bocca ma non trovò nulla da poter dire per rispondere, e il piccolo principe se ne andò.

Gli adulti sono decisamente strani, si disse durante il suo viaggio.

… continua nel CAPITOLO 5

Note al piccolo principe

La versione del piccolo principe che avete appena letto non è una rielaborazione di una fiaba o racconto classico come di solito facciamo, ma una vera e propria traduzione/riduzione dall’originale francese.

Il piccolo principe in realtà e un’unica lunga, magnifica e immensa poesia, che se fosse stata riassunta in forma di racconto avrebbe perso tutto il significato e la magia che contiene.

Non si può arrivare alla frase “l’essenziale è invisibile agli occhi” senza aver raccontato e descritto tutti i passaggi che sono serviti al piccolo principe per arrivare fin lì…

Il piccolo principe è un’opera abbastanza inscindibile dai dolci acquarelli dello stesso Saint-Exupery, molte parti del racconto original efanno direttamente riferimento ai disegni che bisogna guardare e “inserire” all’interno della storia. Non potendo inserirli su fabulinis, è qui che abbiamo deciso di rimaneggiare più “pesantemente” il piccolo principe, descrivendo dove possibile i disegni in modo che entrassero a far parte del racconto, facendo in modo di poterli immaginare anche senza poterli vedere.

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Il piccolo principe 💫 CAPITOLO 3

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Il Piccolo Principe 💫 CAPITOLO 3


Imparai presto a conoscere meglio il fiore.
Sul pianeta del piccolo principe, c’erano sempre stati fiori semplicissimi, che non occupavano spazio e che non disturbavano nessuno.

Ma questo fiore era germogliato da un seme portato da chissà dove, e il piccolo principe aveva osservato molto da vicino questo germoglio che non somigliava a nessun altro.

Poteva essere un nuovo tipo di baobab. Ma l’arbusto smise presto di crescere e iniziò a preparare un bocciolo di fiore.

Il piccolo principe assistette alla formazione del fiore che non aveva nessuna fretta di mostrarsi, sceglieva con cura i suoi colori e sistemava i petali uno per uno.

E infine un mattino si mostrò nel pieno del suo splendore, e disse sbadigliando:
– Ah! Mi sono appena svegliato… scusami… sono ancora tutto arruffato…

Il piccolo principe non poté trattenere la sua ammirazione:
– Come sei bello!
– Vero – rispose il fiore.
Il piccolo principe intuì che non era un fiore troppo modesto, ma era così tenero!

– Credo sia ora di colazione – aggiunse il fiore – saresti così gentile da pensare a me…?

Il piccolo principe, tutto confuso, andò a prendere un annaffiatoio e con l’acqua fresca gli diede da bere.

Il fiore iniziò subito a tormentare il piccolo principe con la sua vanità un po’ permalosa. Un giorno, per esempio, parlando delle sue quattro spine,gli disse:
– Possono venire, le tigri, con i loro artigli!
– Non ci sono tigri sul mio pianeta – obiettò il piccolo principe – e poi le tigri non mangiano l’erba.
– Non sono un’erbaccia! – rispose il fiore.
– Perdonami…

– Non ho paura delle tigri, ma odio le correnti d’aria… non potresti farmi un riparo? – e iniziò a tossire in modo forzato.

“Questo fiore è molto complicato…” pensò il piccolo principe, iniziando a dubitare della serietà del fiore. Gli costruì un globo di vetro con cui coprirlo la sera

– Non avrei dovuto ascoltarlo – mi confidò quel giorno – non bisogna mai ascoltare i fiori, basta guardarli e respirarli. Lui profumava tutto il mio pianeta, e mi rendeva felice… non avrei dovuto andarmene via, avrei dovuto intuire la sua tenerezza nascosta dalla sua vanità. I fiori sono così incoerenti, ma ero troppo giovane per apprezzarlo.

Immaginai il piccolo principe, la mattina della sua partenza, mettere in ordine il suo pianeta, pulire attentamente i suoi vulcani attivi. Aveva due vulcani attivi, comodi per riscaldare la colazione al mattino. Aveva anche un vulcano spento, ma siccome “non si sa mai”, pulì anche quello.

Se adeguatamente puliti, i vulcani bruciano lentamente e costantemente, senza eruzioni.

Il piccolo principe sradicò, con un po’ di malinconia, gli ultimi germogli di baobab. Pensava che non sarebbe mai più tornato.
E, quando annaffiò il fiore e lo mise sotto il suo globo di vetro, scoprì di voler piangere.

– Addio – disse al fiore.
Ma lui non gli rispose.
– Addio – ripeté.
Il fiore tossì.
– Sono stato stupido – gli disse infine – ti chiedo scusa, cerca di essere felice.

Fu sorpreso dall’assenza di rimproveri da parte del fiore. Non capiva questa calma dolcezza.

– Ti voglio bene – disse il fiore – non te l’ho mai detto, cerca di essere felice anche tu e lascia stare questo globo di vetro, non lo voglio più!
– Ma il vento… ?
– Non ho molto freddo… L’aria fresca della notte mi farà bene. Sono un fiore.
– Ma gli animali…?
– Devo sopportare due o tre bruchi, ma poi conoscerò le farfalle… altrimenti chi mi farà compagnia? … tu sarai lontano… quanto alle grandi bestie, non temo nulla, ho i miei artigli.

E mostrò ingenuamente le sue quattro spine, poi aggiunse:
– Non stare lì impalato, è fastidioso! Hai deciso di partire e allora vai!.

Non voleva che lo vedessi piangere. Era un fiore così orgoglioso…

Il piccolo principe partì, e il primo pianeta che visitò era abitato da un re. Il re, vestito di porpora ed ermellino, sedeva su un trono semplice ma maestoso.

– Ah! Ecco un suddito – gridò il re vedendo arrivare il piccolo principe.
Il piccolo principe si domandò “Come può conoscermi visto che non mi ha mai visto prima?”

Non sapeva che per i re il mondo è semplice. Tutte le persone sono sudditi.

– Avvicinati, così posso vederti meglio – disse il re, che era molto orgoglioso di essere re per qualcuno.
Il piccolo principe cercò un posto dove sedersi, ma il pianeta era tutto ingombrato dal magnifico mantello di ermellino. Così rimase in piedi e, stanco, sbadigliò.

– È contro l’etichetta sbadigliare in presenza di un re – gli disse il monarca – Lo proibisco.
– Non posso farne a meno – rispose il piccolo principe – Ho fatto un lungo viaggio e non ho dormito…

– Allora ti ordino di sbadigliare, non vedo nessuno sbadigliare da anni. Andiamo! sbadiglia di nuovo. È un ordine.

– Non mi escono a comando… – disse il piccolo principe arrossendo.

Il re borbottò qualcosa seccato. Non era preoccupato per la sua autorità non rispettata, però non tollerava la disobbedienza. Era un monarca assoluto, ma siccome era anche molto bravo, dava ordini ragionevoli.

– Posso sedermi? – domandò timidamente il piccolo principe.

– Ti ordino di sederti – rispose il re, che maestosamente tirò indietro un lembo del suo mantello di ermellino.

Il piccolo principe fu sorpreso. Il pianeta era minuscolo. Su cosa potrebbe regnare il re?

– Sire… su cosa regni?
– Su tutto – rispose il re, con grande semplicità.
– Su tutto?
Il re con gesto discreto indicò il suo pianeta, gli altri pianeti e le stelle.

– Su tutto questo? – chiese il piccolo principe.
– Su tutto questo… – rispose il re.

Perché non solo era un monarca assoluto, ma era un monarca universale.

– E le stelle ti obbediscono?

– Certo – gli disse il re – Obbediscono immediatamente, non tollero l’indisciplina.

Tale potere stupì il piccolo principe. Se l’avesse avuto lui, avrebbe potuto assistere non a quarantaquattro, ma a settantadue, o anche a cento, o addirittura a duecento tramonti nello stesso giorno, senza dover mai spostare la sedia! E poiché si sentiva un po’ triste per il ricordo del suo piccolo pianeta abbandonato, chiese al re:

– Vorrei vedere un tramonto… Fammi un favore, ordina al sole di tramontare…

– Se ordinassi a un generale di volare da un fiore all’altro come una farfalla, o di trasformarsi in un uccello marino e non eseguisse l’ordine ricevuto, non sarebbe colpa del generale. Sarebbe colpa mia.
Dobbiamo chiedere a ciascuno ciò che ciascuno può dare

– L’autorità si basa principalmente sulla ragione – continuò il re – Se ordinassi al mio popolo di gettarsi in mare, avrei una rivoluzione. Ottengo obbedienza perché i miei ordini sono ragionevoli.

– Quindi il mio tramonto? – gli ricordò il piccolo principe che non dimenticava mai una domanda una volta che l’aveva fatta.
– Il tuo tramonto lo avrai, lo richiederò. Ma aspetterò finché le condizioni non saranno favorevoli.
– Quando sarà? – domandò il piccolo principe.
– Ehm… sarà… sarà… questa sera intorno alle sette e quaranta! E vedrai quanto bene sarò obbedito.

Il piccolo principe sbadigliò. Si dispiacque per il tramonto mancato. E poi iniziava ad annoiarsi:
– Non ho più niente da fare qui – disse al re – parto!

– Non andare – rispose il re che era così orgoglioso di avere finalmente un suddito – Non andare, ti nomino ministro!
– Ministro di cosa?
– Di… di giustizia!
– Ma qui non c’è nessuno da giudicare!

– Non si sa mai – gli disse il re – Non ho ancora visitato tutto il mio regno, sono molto vecchio e camminare mi stanca.
– Oh! Ma io l’ho già visto – disse il piccolo principe sporgendosi per dare un’altra occhiata dall’altra parte del pianeta – Non c’è nessuno nemmeno lì…

– Giudicherai te stesso! – rispose il re – È molto più difficile giudicare se stessi che giudicare gli altri. Se riesci a giudicarti bene è perché sei una persona saggia.
– Posso giudicarmi ovunque, non ho bisogno di vivere qui – rispose il piccolo principe.

Il piccolo principe, terminati i suoi preparativi per la partenza, non voleva dare troppo dolore al vecchio monarca:
– Se Vostra Maestà volesse essere obbedita puntualmente, potrebbe darmi un ordine ragionevole. Potrebbe ordinarmi, per esempio, di andarmene entro un minuto. Mi sembra che le condizioni siano favorevoli…

Il re non rispose, il piccolo principe dapprima esitò, poi, con un sospiro, se ne andò.

– Ti nomino mio ambasciatore – si affrettò a gridare il re con una grande aria di autorità mentre il piccolo principe si allontanava.

Gli adulti sono molto strani, si disse il piccolo principe durante il suo viaggio.

… continua nel CAPITOLO 4

Note al piccolo principe

La versione del piccolo principe che avete appena letto non è una rielaborazione di una fiaba o racconto classico come di solito facciamo, ma una vera e propria traduzione/riduzione dall’originale francese.

Il piccolo principe in realtà e un’unica lunga, magnifica e immensa poesia, che se fosse stata riassunta in forma di racconto avrebbe perso tutto il significato e la magia che contiene.

Non si può arrivare alla frase “l’essenziale è invisibile agli occhi” senza aver raccontato e descritto tutti i passaggi che sono serviti al piccolo principe per arrivare fin lì…

Il piccolo principe è un’opera abbastanza inscindibile dai dolci acquarelli dello stesso Saint-Exupery, molte parti del racconto original efanno direttamente riferimento ai disegni che bisogna guardare e “inserire” all’interno della storia. Non potendo inserirli su fabulinis, è qui che abbiamo deciso di rimaneggiare più “pesantemente” il piccolo principe, descrivendo dove possibile i disegni in modo che entrassero a far parte del racconto, facendo in modo di poterli immaginare anche senza poterli vedere.

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Il piccolo principe 💫 CAPITOLO 2

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Il Piccolo Principe 💫 CAPITOLO 2


Mi sento molto triste nel raccontare questi ricordi.

Sono già passati sei anni da quando il mio amico è andato via con le sue pecore.

Se provo a raccontarlo qui, è per non dimenticarlo.
È triste dimenticare un amico. Non tutti hanno avuto un amico.

E rischio di diventare anch’io come gli adulti a cui interessano solo i numeri.

È anche per questo che ho comprato una scatola di colori e matite. È difficile tornare a disegnare, alla mia età.

Faccio qualche errore nel disegnarlo. Qui il piccolo principe è troppo grande. Lì è troppo piccolo. Sono anche titubante riguardo al colore del suo costume.

E sono sicuro che sbaglierò su alcuni dettagli più importanti, Ma perdonatemi, il mio amico non mi ha mai dato spiegazioni.

Forse pensava che fossi come lui, Ma io, purtroppo, non so vedere le pecore attraverso le scatole.
Forse sono un po’ come gli adulti. Devo essere invecchiato.

Ogni giorno imparavo qualcosa di più sul suo pianeta, sulla partenza, sul viaggio.

È così che, il terzo giorno, ho vissuto il dramma dei baobab.

Anche questa volta è stato grazie alle pecore, perché all’improvviso il piccolo principe mi interrogò, come preso da un serio dubbio:

– È vero che le pecore mangiano gli arbusti?
– Sì. È vero.
– Meno male! Sono felice.

Non capivo perché fosse così importante che le pecore mangiassero gli arbusti. Ma il piccolo principe aggiunse:

– Quindi mangiano anche i baobab?

Gli dissi che i baobab non erano arbusti, ma alberi grandi come chiese e che, anche se portasse con sé un intero branco di elefanti, questo branco non supererebbe un solo baobab.

L’idea del branco di elefanti fece ridere il piccolo principe:
– Bisognerebbe metterli uno sopra l’altro… – poi osservò saggiamente:
– Anche i baobab, prima di crescere, sono piccoli.
– Giusto! Ma perché vuoi che le tue pecore mangino i baobab?
– Beh, è ovvio! – disse.

Mi ci volle un po’ per capire questo problema da solo.

Sul pianeta del piccolo principe, c’era, come su tutti i pianeti, erba buona e erba cattiva. E quindi dei buoni semi di erbe buone e dei cattivi semi di erbe cattive.

Ma i semi sono invisibili. Dormono nel segreto della terra finché non hanno voglia di svegliarsi.

Così si allunga verso il sole un bel rametto di ravanello o rosa.
Ma se è una pianta cattiva, la pianta va sradicata subito, non appena l’hai riconosciuta.

C’erano semi terribili sul pianeta del piccolo principe… questi erano semi di baobab. Il suo pianeta ne era infestato. Ma un baobab, se te ne accorgi troppo tardi, ingombra l’intero pianeta!

– È una questione di disciplina – mi disse più tardi il piccolo principe – devi pulire accuratamente il pianeta, devi sradicare i baobab non appena li distingui dalle rose, si somigliano molto quando sono giovani… è un lavoro molto noioso ma molto facile.

A poco a poco capivo la sua piccola vita malinconica. Per molto tempo aveva avuto come momento di svago solo la dolcezza dei tramonti.

Il quarto giorno al mattino mi disse:
– Mi piacciono i tramonti. Andiamo a vedere un tramonto…
– Dovremo aspettare…
– Aspettare cosa?
– Che il sole tramonti…

All’inizio sembrava molto sorpreso, poi si mise a ridere e disse:
– Credo sempre di essere a casa!

In effetti quando è mezzogiorno negli Stati Uniti, il sole tramonta sulla Francia. Basterebbe poter andare in Francia in un minuto a guardare il tramonto, ma la Francia è troppo lontana.

Sul suo piccolo pianeta invece, tutto ciò che bastava fare era tirare indietro la sedia di qualche passo per guardare il tramonto ogni volta che voleva…

– Un giorno, ho visto il sole tramontare quarantatré volte! Sai… quando si è tristi si amano i tramonti…

Il quinto giorno, sempre grazie alle pecore, compresi un’altro segreto della vita del piccolo principe. Mi chiese bruscamente:

– Una pecora, se mangia arbusti, mangia anche fiori?
– Una pecora mangia tutto ciò che trova.
– Anche i fiori con le spine?
– Sì, anche i fiori che hanno le spine.
– Allora le spine, a cosa servono?

Non lo sapevo. In quel momento ero molto preoccupato perché l’acqua da bere stava finendo e non riuscivo a riparare l’aereo.

– Le spine, a cosa servono?

Il piccolo principe non ha mai rinunciato a una domanda una volta che l’ha fatta. Ero molto irritato e gli diedi una risposta a caso:

– Le spine sono inutili, è pura cattiveria da parte dei fiori!
– Oh!

Ma dopo un silenzio mi rispose con rancore:
– Non ti credo! I fiori sono deboli e ingenui, si rassicurano come meglio possono e pensano di essere terribili con le loro spine…

Non risposi, poi Il piccolo principe continuò:
– E tu credi che i fiori…
– Ma no! Ma no! non credo niente! Ho detto una risposta a caso, mi occupo di cose serie io!

Mi guardò stupito.
– Cose serie!?

Mi vide con chino sul motore del mio aereo mentre cercavo di ripararlo.

– Parli come un adulto!

Mi fece un po’ vergognare poi, spietato, aggiunse:

– Tu confondi tutto… mescoli tutto! – disse – Conosco un pianeta dove c’è un uomo che non ha mai annusato un fiore, non ha mai guardato una stella e non ha mai amato nessuno. E tutto il giorno ripete come te: “Sono un uomo serio! Sono un uomo serio!” e questo lo fa gonfiare d’orgoglio. Ma non è un uomo, è un fungo!

– Cosa?!
– Un fungo!

Il piccolo principe era bianco per la rabbia.

– I fiori producono spine da milioni di anni. Le pecore mangiano fiori da milioni di anni. E non è serio cercare di capire perché fanno di tutto per fare spine che non servono a nulla? Non è importante la guerra delle pecore e dei fiori? … E se io conosco un fiore unico al mondo, che non esiste da nessuna parte se non sul mio pianeta, e se una pecorella può mangiarlo tutto in una volta, così di colpo, non è importante questo!?

Arrossì, poi proseguì:

– Se qualcuno ama un fiore che esiste solo in un esemplare tra milioni di stelle, gli basta guardarlo per essere felice. Dice a se stesso: “Il mio fiore è là da qualche parte…” Ma se la pecora mangia il fiore, per lui è come se, all’improvviso, tutte le stelle si fossero spente! Questo non è importante!?

All’improvviso scoppiò in lacrime. Era già scesa la notte. Non mi importava più del motore del mio aereo o dell’acqua che scarseggiava. Vicino a una stella, su un pianeta, il mio, la Terra, c’era un piccolo principe da consolare! Lo presi tra le mie braccia cullandolo e gli dissi:

– Il fiore che ami non è in pericolo… disegnerò una museruola per le tue pecore e un’armatura per il tuo fiore… io… – non sapevo proprio cosa dirgli.

Mi sono sentito molto a disagio. Non sapevo come raggiungerlo, dove raggiungerlo…
È così misterioso, il paese delle lacrime.

… continua nel CAPITOLO 3

Note al piccolo principe

La versione del piccolo principe che avete appena letto non è una rielaborazione di una fiaba o racconto classico come di solito facciamo, ma una vera e propria traduzione/riduzione dall’originale francese.

Il piccolo principe in realtà e un’unica lunga, magnifica e immensa poesia, che se fosse stata riassunta in forma di racconto avrebbe perso tutto il significato e la magia che contiene.

Non si può arrivare alla frase “l’essenziale è invisibile agli occhi” senza aver raccontato e descritto tutti i passaggi che sono serviti al piccolo principe per arrivare fin lì…

Il piccolo principe è un’opera abbastanza inscindibile dai dolci acquarelli dello stesso Saint-Exupery, molte parti del racconto original efanno direttamente riferimento ai disegni che bisogna guardare e “inserire” all’interno della storia. Non potendo inserirli su fabulinis, è qui che abbiamo deciso di rimaneggiare più “pesantemente” il piccolo principe, descrivendo dove possibile i disegni in modo che entrassero a far parte del racconto, facendo in modo di poterli immaginare anche senza poterli vedere.

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Pinocchio 🤥 CAPITOLO 9

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 9:
Pinocchio diventa un bambino.


Piano piano Pinocchio riaprì gli occhi. Era tutto buio e non vedeva nulla.
– Ma dove sono? – disse con sorpresa, iniziando a tastarsi tutto – ma mi è tornata la voce! Ma sono di nuovo un burattino!!!
Tutto felice iniziò a saltellare nel buio più completo, finché i suoi occhi non si abituarono all’oscurità e videro un piccolo chiarore baluginare in lontananza.

Si incamminò lentamente, i suoi piedi sguazzavano come se fosse dentro una pozzanghera d’acqua grassa e sdrucciolevole, nell’aria c’era un forte odore di pesce.
Man mano che camminava, la luce si faceva sempre più distinta.

E sapete cosa trovò? Una tavola apparecchiata con seduto un vecchietto coi capelli tutti bianchi.
Pinocchio non credette ai suoi occhi.
– Papà, papà mio! – era Geppetto e gli corse subito incontro per abbracciarlo.
– Figliuolo mio! – gli rispose ricambiando l’abbraccio.
– Si, si, sono io papà! Sapessi quante avventure ho passate… – e Pinocchio prese a raccontargli tutto quello che gli capitato: il Gatto e la Volpe, la Fata Turchina, il Campo dei Miracoli, la scuola, il Paese dei Balocchi, il circo…

– Ma papà, dove siamo?
– Siamo nella pancia del gigantesco Pesce-Cane, che mi ha divorato quando ho costruito una barchetta per venirti a cercare dall’altra parte del mondo, e ora ha inghiottito pure te…
– Dobbiamo fuggire!
– E come?
– Scappando dalla bocca del Pesce-Cane.

All’inizio Geppetto era titubante, ma Pinocchio prese la candela e la sua mano e iniziarono a risalire su per lo stomaco del grande pesce, fino ad arrivare alla bocca.
– Aspettiamo che apra la bocca e poi ci lanciamo! – disse Pinocchio a Geppetto, e non appena il Pesce-Cane la aprì, si tuffarono in mare, nuotando verso riva.

Giunti a riva, si riposarono un attimo e si asciugarono per quello che potevano, poi si incamminarono in cerca di un capanno per passare la notte.
Ma sulla strada Pinocchio incontrò due vecchie conoscenze: il Gatto e la Volpe.

– Pinocchio, amico nostro, facci la carità! – i due erano conciati male e vestiti di stracci, le zampe fasciate e tremavano dal freddo.
– Non mi imbrogliate più voi due, ben vi sta se adesso patite la fame, le mie quattro monete d’oro non vi hanno portato fortuna! – così Pinocchio li salutò e li lasciò lì dov’erano a chiedere l’elemosina.

Cammina cammina, Pinocchio e Geppetto arrivarono ad una graziosa casetta di paglia, bussarono alla porta ma nessuno rispose. Così entrarono e non videro nessuno, ma poi una voce li salutò.
I due si voltarono, era il Grillo Parlante!
– Oh! Mio caro grillino! – disse Pinocchio, salutandolo gentilmente.
– Ora mi chiami il “tuo caro Grillino”, ma ti ricordi quando mi hai tirato dietro il martello a casa di Geppetto?

– Hai ragione… se vuoi vendicarti tira un martello addosso a me, ma lascia stare il mio papà Geppetto – rispose Pinocchio con lo sguardo basso.
– Non preoccuparti, ti ho già perdonato.
– Ora però devi aiutarmi, il mio papà è molto stanco e ha bisogno di un bicchiere di latte.
– Vai a chiedere al fattore che ha tre mucche.

Pinocchio corse dal fattore e gli chiese del latte.
– Per un bicchiere di latte fa un soldo – gli rispose il fattore.
– Ma io non ho nemmeno un soldo bucato!
– Allora potresti far girare la ruota per turare su l’acqua dal pozzo, sai il mio ciuchino si è ammalato proprio ieri.

– Potrei vedere quel ciuchino? – chiese Pinocchio.
– Certo! – gli rispose il fattore, conducendolo nella stalla. Dentro, disteso sulla paglia, c’era una vecchia conoscenza di Pinocchio.
Era Lucignolo, malato e stanco per aver girato la ruota ogni giorno, tutto il giorno, dal momento che si erano lasciati al mercato.

A Pinocchio si strinse il cuore, e allora iniziò a girare la ruota, guadagnando il bicchiere di latte da portare a Geppetto.
E da quel giorno in poi, per più di cinque mesi, si alzò ogni mattina per andar a girare la ruota al posto di Lucignolo e guadagnare un bicchiere di latte da portare al suo caro papà.
La sera, stanco dalla fatica, Pinocchio si esercitava sempre a leggere e scrivere usando un vecchio libro usato e tutto consumato, comprato per un soldo al paese.

Finché una mattina disse a suo padre:
– Vado qui al mercato di paese, mi compro una giacchina, un berretto e un paio di scarpe, che quando torno ti sembrerò un gran signore!
E uscito di casa cominciò subito a correre tutto allegro e contento.

Sulla strada incontrò un cane vestito da cocchiere, era quello che aveva portato Pinocchio svenuto e appeso all’albero, dalla Fata Turchina.
– Come sta la mia cara Fata?! – gli chiese subito Pinocchio.
– Male, molto male, si è ammalata e sta in ospedale, e non ha neppure più nulla per potersi permettere neppure un boccone di pane.

Pinocchio prese i quaranta soldi che aveva in tasca e li diede al cane.
– E il tuo vestito nuovo? – gli chiese il cane.
– Non mi importa! Venderei anche quelli che ho addosso per la mia Fatina! Ora va’ e portale questi soldi, e tra due giorni torna qui che te ne darò altri!
Il cane prese i soldi e corse subito dalla Fata.

Pinocchio tornò a casa e disse a Geppetto che non aveva trovato nessun vestito che gli andasse bene.
Quella sera Pinocchio, invece di star sveglio fino alle dieci a studiare, andò a letto dopo mezzanotte; e invece di lavorare sodo otto ore al giorno, iniziò a lavorarne dieci.

Così una sera, stanco ma felice, si addormentò e sognò che la Fata dai capelli turchini lo perdonava di tutte le monellerie fatte fino a quel giorno, e gli dava un bacio sulla fronte.
Lì finì il suo bel sogno e continuò a dormire beato fino al mattino.

La mattina Pinocchio riaprì gli occhi. Si sentiva strano, si stiracchiò tutto e si guardò allo specchio: non era più un burattino ma un ragazzo in carne ed ossa!
Pinocchio gridò di felicità.

Nella camera entrò Geppetto richiamato dal grido, e rimase di stucco nel vedere il suo burattino trasformato in un ragazzo vero! Pinocchio lo abbracciò forte.
– Ma come è potuto succedere?! – gli chiese Pinocchio.
– Sai a volte quando i ragazzi, da monelli diventano buoni, hanno la capacità di cambiare aspetto, loro e tutta la famiglia intera…

Pinocchio guardò in un angolo della camera, sopra una seggiola c’era seduto sopra un burattino, e dopo un po’ che lo guardava, disse dentro di sé con grandissima emozione:
– Com’ero buffo quando ero un burattino, e come son contento di essere diventato un ragazzo perbene!

⚜ Fine della fiaba ⚜

Curiosità su Pinocchio

● Carlo Lorenzini, vero nome di Carlo Collodi, scrisse Pinocchio in un momento di difficoltà della sua vita.

● In realtà il vero Pinocchio era lui stesso, sempre pronto a far “bambinate” e pieno di debiti al gioco d’azzardo, si mise così a scrivere una storiella per bambini per guadagnare qualche soldo. Ma già dopo pochi capitoli si era stancato e aveva scritto la parola fine del suo racconto più o meno quando i due banditi appendono Pinocchio all’albero.

● Ma ormai Pinocchio aveva iniziato a viver di vita propria dentro l’entusiasmo e l’immaginazione dei bambini tanto che, a furor di popolo, fu costretto a tirar giù Pinocchio dall’albero e rimetterlo di corsa a vagabondare per la sua strada. Una strada piena di avventure e di crescita interiore che lo porterà a diventare finalmente un bambino in carne ed ossa.

● La verità è che dentro le pagine del libro, ognuno di noi può immedesimarsi in Pinocchio, perchè racconta con parole semplici e senza troppi giri di parole, il birbante che si nasconde dentro tutti i bambini.

● Pinocchio è anche stato un racconto da cui poi sono stati ripresi concetti e modi di dire che oggi sono di uso comune, come:

  • “le bugie dal naso lungo o dalle gambe corte” per indicare chi mente;
  • “il paese dei balocchi” per indicare un luogo immaginario e fantastico dove non si fa nulla dalla mattina alla sera;
  • “Sono fritto!” che si riferisce ad un momento non presente nella nostra versione della fiaba, dove Pinocchio rischia di essere messo in padella e mangiato da un pescatore.
  • “Il Gatto e la Volpe” per indicare una coppia di persone poco affidabili

● Il libro divenne talmente famoso in tutto il mondo (è il libro in lingua italiana più venduto nella storia e vanta ben 240 traduzioni in lingua estera) che anche Tolstoj nel 1936, ne scrisse una versione molto simile.

● Di Pinocchio si sono fatti film di animazione (il più famoso è sicuramente quello della Walt Disney) che dal vero (come non ricordare il Pinocchio interpretato da Benigni nel 2002 o, l’ultimo del 2019, con alla regia Garrone in cui sempre lo stesso Benigni interpreta Geppetto?)

● E la canzone di Edoardo Bennato sul Gatto e la Volpe chi può scordarla?
ascoltatela su youtube 😉

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Pinocchio

Pinocchio

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 8

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 8:
Il Paese dei Balocchi.


Il viaggio era durato tutta la notte, e al mattino erano finalmente arrivati.
Nel paese c’erano solo ragazzi, dagli otto ai quattordici anni, tutti che correvano a destra e sinistra, che urlavano e gridavano, che giocavano e si divertivano tra loro. Era un pandemonio incredibile.
Festa dalla mattina alla sera e feste in ogni angolo del paese.

Pinocchio, Lucignolo e tutti gli altri ragazzi che avevano fatto il viaggio assieme sul carretto, si fiondarono in mezzo alla baraonda, e nel giro di pochi minuti diventarono amici di tutti.
– Che spasso! – diceva Lucignolo.
– Che bella vita! – gli faceva eco Pinocchio.

Parlando con gli altri ragazzi, però, a volte non si capivano. Quelli che erano lì da più tempo spesso sbagliavano a pronunciare le parole, dicevano “arin metica” al posto di aritmetica, “abasso la schola” al posto di abbasso la scuola ecc. Ma nè Pinocchio né Lucignolo ci badarono più di tanto.
Così in quel paese della cuccagna continuarono a divertirsi, non facendo nulla e non aprendo mai più un libro, per ben cinque mesi

Una mattina, però, accadde una cosa strana. Svegliandosi, Pinocchio si accarezzò la testa e al posto delle sue minuscole orecchie intagliate nel legno, trovò due enormi orecchie da asino.
Subito cercò uno specchio e, disperato, vide le due grandi orecchie ai lati della testa.

Poco dopo bussò alla porta Lucignolo, anche a lui erano spuntate due enormi orecchie da asino ed era disperato tanto quanto Pinocchio. Ma non riuscirono nemmeno a chiedersi cosa fosse successo che le loro gambe iniziarono a tremare, così che dovettero mettersi giù a quattro zampe.
In pochi minuti tutti e due si erano trasformati in due Asini completi, giusta punizione per chi, non volendo saperne di libri, scuole e maestri, passava le giornate a giocare e perdere tempo.

Qualcuno bussò alla porta, era l’omino che guidava il calesse. Era venuto a prenderli per venderli al mercato.
Lucignolo fu comprato da un contadino, mentre Pinocchio fu comprato dal direttore di un circo.

Il direttore del circo lo aveva comprato per preparare un grande spettacolo mai visto prima: un asino danzante.
Pinocchio non poteva neppure lamentarsi, perché al posto di parlare ragliava, e il direttore del circo lo convinse ad imparare il balletto a suon di frustate.

Così arrivò il giorno del debutto di Ciuchino-Pinocchio. Iniziò a fare i suoi numeri, prima al trotto, poi al galoppo e infine il salto nel cerchio, ma mentre saltava, Pinocchio, si accorse che tra il pubblico c’era la Fata Turchina che lo osservava, e cadde malamente azzoppandosi una gamba.

Per il circo Ciuchino-Pinocchio era ormai diventato inutile, così il direttore lo portò sopra una scogliera e lo buttò in mare.
Ciuchino-Pinocchio, non sapendo nuotare, andò subito a fondo, si agitò tutto cercando di ritornare a galla, ma per lo spavento e per lo sforzo piano piano perse i sensi e si lasciò trascinare dalla corrente…

… continua nel CAPITOLO 9

Curiosità su Pinocchio

● Carlo Lorenzini, vero nome di Carlo Collodi, scrisse Pinocchio in un momento di difficoltà della sua vita.

● In realtà il vero Pinocchio era lui stesso, sempre pronto a far “bambinate” e pieno di debiti al gioco d’azzardo, si mise così a scrivere una storiella per bambini per guadagnare qualche soldo. Ma già dopo pochi capitoli si era stancato e aveva scritto la parola fine del suo racconto più o meno quando i due banditi appendono Pinocchio all’albero.

● Ma ormai Pinocchio aveva iniziato a viver di vita propria dentro l’entusiasmo e l’immaginazione dei bambini tanto che, a furor di popolo, fu costretto a tirar giù Pinocchio dall’albero e rimetterlo di corsa a vagabondare per la sua strada. Una strada piena di avventure e di crescita interiore che lo porterà a diventare finalmente un bambino in carne ed ossa.

● La verità è che dentro le pagine del libro, ognuno di noi può immedesimarsi in Pinocchio, perchè racconta con parole semplici e senza troppi giri di parole, il birbante che si nasconde dentro tutti i bambini.

● Pinocchio è anche stato un racconto da cui poi sono stati ripresi concetti e modi di dire che oggi sono di uso comune, come:

  • “le bugie dal naso lungo o dalle gambe corte” per indicare chi mente;
  • “il paese dei balocchi” per indicare un luogo immaginario e fantastico dove non si fa nulla dalla mattina alla sera;
  • “Sono fritto!” che si riferisce ad un momento non presente nella nostra versione della fiaba, dove Pinocchio rischia di essere messo in padella e mangiato da un pescatore.
  • “Il Gatto e la Volpe” per indicare una coppia di persone poco affidabili

● Il libro divenne talmente famoso in tutto il mondo (è il libro in lingua italiana più venduto nella storia e vanta ben 240 traduzioni in lingua estera) che anche Tolstoj nel 1936, ne scrisse una versione molto simile.

● Di Pinocchio si sono fatti film di animazione (il più famoso è sicuramente quello della Walt Disney) che dal vero (come non ricordare il Pinocchio interpretato da Benigni nel 2002 o, l’ultimo del 2019, con alla regia Garrone in cui sempre lo stesso Benigni interpreta Geppetto?)

● E la canzone di Edoardo Bennato sul Gatto e la Volpe chi può scordarla?
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Pinocchio

Pinocchio

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 7

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 7:
Pinocchio va a scuola.


Quei quattro mesi di prigione sembrarono a Pinocchio un’eternità. Li aveva passati pensando a suo papà Geppetto, alla Fata Turchina e anche a quei due ladri del Gatto e la Volpe. Ma ora finalmente poteva uscire.

Appena fuori, iniziò a correre verso la casa della Fata Turchina, ma non appena arrivò sul posto si accorse che la casa della Fata non c’era più, al suo posto c’era una lapide che riportava questa scritta:

Qui giace
la Fata Turchina
Morta di dolore
per essere stata abbandonata
dal suo caro Pinocchio

Pinocchio a quel punto si inginocchiò sulla tomba ed iniziò a piangere disperato.
Il suo pianto attirò l’attenzione di un grosso uccello che volava lì in tondo.
– Se tu Pinocchio? – gli chiese l’uccello.
– Si sono io… – gli rispose Pinocchio singhiozzando.
– Vieni con me allora! Tuo padre Geppetto, disperato, si sta fabbricando una barca per andarti a cercare in mare!

A quel punto il grande uccello prese Pinocchio sulla groppa ed iniziò a volare più veloce che poteva, ma arrivati alla spiaggia videro tanta gente affollata che gridava in direzione di una barchetta in balìa delle onde di un mare grosso e tempestoso.

– Papà!!! – gridò Pinocchio, gettandosi giù dalla groppa dell’uccello e cadendo sulla spiaggia. Ma Geppetto, per via del forte vento e delle grandi onde, non lo sentì.
Allora Pinocchio si gettò in mare per raggiungerlo, ma il mare era troppo mosso, e lui non sapeva nuotare… Per fortuna che era fatto di legno e riusciva a stare a galla!

Dopo molte ore di naufragio, Pinocchio si ritrovò su una spiaggetta di un’isola sconosciuta. Pinocchio si incamminò per un sentiero, e vide tante persone che andavano avanti e indietro per la strada. La pancia gli brontolava dalla fame, ma non aveva neppure un soldo bucato per pagarsi del pane, così decise di sedersi e chiedere l’elemosina.

Tutti quelli che passavano, però, lo prendevano a male parole: “trovati un lavoro!”, “scansafatiche!”, “vergognati!” gli dicevano. Finchè non passò una donna con una sciarpa che le copriva parte del volto e due brocche piene d’acqua.
– Scusi signora, posso avere una sorsata d’acqua? – chiese Pinocchio.
– Bevi pure ragazzo mio! – gli rispose la donna.

Pinocchio, per la sete, bevve quasi tutta una brocca d’acqua, poi disse alla donna:
– La sete me la son levata, avete per caso anche qualcosa da mangiare?
– Se mi aiuti a portare a casa una di queste brocche d’acqua, ti darò un bel pezzo di pane.
Pinocchio allora prese la brocca e aiutò la donna a portarla fino a casa.

Entrati in casa la tavola era già apparecchiata con pane, affettati e anche il dolce. Pinocchio non credeva ai suoi occhi e si lanciò sul cibo, iniziando a divorare tutto quanto, poi una volta finito tutto quello che stava sulla tavola guardò in volto la padrona di casa che, togliendosi la grande sciarpa che le copriva la faccia, gli stava sorridendo.

– Ma tu… – Pinocchio sgranò gli occhi, quasi non credeva a quello che vedeva.
– Cos’è tutta questa meraviglia? – gli rispose lei, iniziando a sorridere ancor di più.
– Ma tu sei la Fata Turchina!!! – e con un balzo la abbracciò.

– Birba d’un burattino, dov’eri finito?
– Sapessi mia cara Fata… ma com’è che sei cresciuta?
– E’ una magia… mi hai lasciato che ero una bambina e ora mi ritrovi che sono una donna.

– Anche io voglio cambiar vita! Da domani prometto che andrò a scuola e diventerò un bravo ragazzo.
Così il giorno dopo Pinocchio iniziò ad andare a scuola. All’inizio tutti lo prendevano in giro perché era un burattino, ma in poco tempo diventò uno studente modello, e i maestri lo lodavano.

Ma un giorno, tornando da scuola, un gruppo di monelli suoi compagni di classe gli andarono incontro, uno di loro, Lucignolo, gli disse:
– La sai la notizia? Stanotte passa il carretto che porta i bambini al “Paese dei Balocchi”, dove si fa quel che si vuole dalla mattina alla sera. Ci sono divertimenti e dolci per tutti e soprattutto, non si deve mai andare a scuola! Noi andiamo, vieni anche tu?

Sulle prime Pinocchio non voleva andare, ma poi Lucignolo e tutti gli altri continuavano a decantargli tutte le meravigliose cose che avrebbero fatto e tutti i divertimenti che avrebbero trovato, tanto che il tempo passò e si era già fatto buio.
Dopo poco iniziarono a sentire il rumore del carretto che si avvicinava.

– Eccolo! – gridò Lucignolo verso il carretto guidato da un omino e trainato da dodici piccoli asinelli.
Tutti i ragazzi facevano a gara per saltarci su. Salito sul carro, Lucignolo gridò a Pinocchio:
– Dai vieni anche tu che ci divertiamo!
– No, io resto – gli rispose con un filo di voce Pinocchio.
– Dai vieni anche tu che ci divertiamo! – ripeterono tutti in coro.

Il carretto a quel punto ripartì, e Lucignolo gli urlò per l’ultima volta:
– Mai più scuola Pinocchio, mai più!
Pinocchio, sentendo quelle parole, senza pensarci troppo, prese la rincorsa e saltò sul carretto anche lui, dicendo fra sé e sé “chissà cosa penserà di me la povera Fata Turchina”. Ma ormai il carretto si stava già allontanando verso il Paese dei Balocchi.

… continua nel CAPITOLO 8

Curiosità su Pinocchio

● Carlo Lorenzini, vero nome di Carlo Collodi, scrisse Pinocchio in un momento di difficoltà della sua vita.

● In realtà il vero Pinocchio era lui stesso, sempre pronto a far “bambinate” e pieno di debiti al gioco d’azzardo, si mise così a scrivere una storiella per bambini per guadagnare qualche soldo. Ma già dopo pochi capitoli si era stancato e aveva scritto la parola fine del suo racconto più o meno quando i due banditi appendono Pinocchio all’albero.

● Ma ormai Pinocchio aveva iniziato a viver di vita propria dentro l’entusiasmo e l’immaginazione dei bambini tanto che, a furor di popolo, fu costretto a tirar giù Pinocchio dall’albero e rimetterlo di corsa a vagabondare per la sua strada. Una strada piena di avventure e di crescita interiore che lo porterà a diventare finalmente un bambino in carne ed ossa.

● La verità è che dentro le pagine del libro, ognuno di noi può immedesimarsi in Pinocchio, perchè racconta con parole semplici e senza troppi giri di parole, il birbante che si nasconde dentro tutti i bambini.

● Pinocchio è anche stato un racconto da cui poi sono stati ripresi concetti e modi di dire che oggi sono di uso comune, come:

  • “le bugie dal naso lungo o dalle gambe corte” per indicare chi mente;
  • “il paese dei balocchi” per indicare un luogo immaginario e fantastico dove non si fa nulla dalla mattina alla sera;
  • “Sono fritto!” che si riferisce ad un momento non presente nella nostra versione della fiaba, dove Pinocchio rischia di essere messo in padella e mangiato da un pescatore.
  • “Il Gatto e la Volpe” per indicare una coppia di persone poco affidabili

● Il libro divenne talmente famoso in tutto il mondo (è il libro in lingua italiana più venduto nella storia e vanta ben 240 traduzioni in lingua estera) che anche Tolstoj nel 1936, ne scrisse una versione molto simile.

● Di Pinocchio si sono fatti film di animazione (il più famoso è sicuramente quello della Walt Disney) che dal vero (come non ricordare il Pinocchio interpretato da Benigni nel 2002 o, l’ultimo del 2019, con alla regia Garrone in cui sempre lo stesso Benigni interpreta Geppetto?)

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Pinocchio

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 6

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 6:
Il Campo dei Miracoli.


Mentre correva per il bosco, Pinocchio vide sul sentiero due persone che gli sembrava di conoscere. Erano il Gatto e la Volpe, che appena si accorsero di Pinocchio gli corsero incontro a fargli le feste.
– Ecco il nostro caro Pinocchio – gridò la Volpe abbracciandolo – cosa ci fai qui?!
– Cosa ci fai qui?! – ripetè anche il Gatto, che aveva una delle zampette tutta fasciata.

– Voi non ci crederete, ma ieri notte ho incontrato due banditi che volevano rubarmi le monete d’oro!
Il Gatto e la Volpe fecero una faccia sbalordita.
– Ma io sono scappato – continuò Pinocchio – e adesso vado incontro al mio papà Geppetto.
– Bravo! – gli dice la Volpe – ma le monete d’oro?
– Le ho qui in tasca! Me ne sono rimaste solo quattro che una l’ho dovuta spendere all’osteria del Gambero Rosso…
– E pensare che quelle quattro monete potrebbero diventare più di mille domani… – sospirò la Volpe – perché non vai a seminarle nel Campo dei Miracoli? E’ a pochi chilometri da qui!
Pinocchio esitò un attimo, pensò alla Fata Turchina, a Geppetto e anche al Grillo Parlante, ma poi scrollò le spalle e disse – Va bene, andiamo!

Dopo aver camminato due buone ore, arrivarono finalmente al Campo dei Miracoli.
– Eccolo! – esclamò la Volpe – ora scava una buca poco profonda, mettici le monete, ricopri tutto di terra, annaffia un po’ e vedrai che tra soli venti minuti sarà già cresciuta una piantina.

Una volta fatto tutto, la Volpe disse a Pinocchio che era stato un piacere aiutarlo e, insieme al Gatto gli consigliarono di andare a riposarsi al paesino che avevano attraversato poco prima e aspettare lì che il Campo dei Miracoli facesse il suo dovere.
Quindi Pinocchio e il Gatto e la Volpe si salutarono e se ne andarono ognuno per la sua via.

Pinocchio, ascoltando il consiglio della Volpe, andò al paese, dove rimase giusto i venti minuti che erano necessari al Campo dei Miracoli per far spuntare la piantina dalle monete d’oro, poi tornò di corsa indietro.
Ma della sua piantina non trovò nemmeno l’ombra, anzi dove aveva lasciato le monete d’oro era rimasta solo una buca senza nulla dentro.

Sopra la sua testa Pinocchio sentì un pappagallo ridere.
– Cosa ridi tu!?
– Rido perché mentre tornavi al paesino qui vicino, il Gatto e la Volpe son tornati qui a prendersi le tua monete d’oro! – gli rispose il Pappagallo.

Pinocchio, a bocca aperta, non voleva credere al pappagallo e iniziò a scavare nella buca, senza trovare nulla… A quel punto si disperò e decise di tornare al paese a denunciare il Gatto e la Volpe.
Il giudice che lo accolse era un grosso Gorilla con gli occhiali d’oro, e Pinocchio iniziò a raccontargli tutto.

Il giudice ascoltò attentamente Pinocchio con occhi fissi, senza mai dire nulla. Alla fine chiamò le due guardie accanto a sé.
– Questo burattino ha derubato quattro monete d’oro, mettetelo subito in prigione per quattro mesi!
– No! Lei non ha capito! Non sono io il ladro, sono stati… – ma Pinocchio non riuscì a finire la frase che le guardie lo presero e lo portarono dritto in cella.

… continua nel CAPITOLO 7

Curiosità su Pinocchio

● Carlo Lorenzini, vero nome di Carlo Collodi, scrisse Pinocchio in un momento di difficoltà della sua vita.

● In realtà il vero Pinocchio era lui stesso, sempre pronto a far “bambinate” e pieno di debiti al gioco d’azzardo, si mise così a scrivere una storiella per bambini per guadagnare qualche soldo. Ma già dopo pochi capitoli si era stancato e aveva scritto la parola fine del suo racconto più o meno quando i due banditi appendono Pinocchio all’albero.

● Ma ormai Pinocchio aveva iniziato a viver di vita propria dentro l’entusiasmo e l’immaginazione dei bambini tanto che, a furor di popolo, fu costretto a tirar giù Pinocchio dall’albero e rimetterlo di corsa a vagabondare per la sua strada. Una strada piena di avventure e di crescita interiore che lo porterà a diventare finalmente un bambino in carne ed ossa.

● La verità è che dentro le pagine del libro, ognuno di noi può immedesimarsi in Pinocchio, perchè racconta con parole semplici e senza troppi giri di parole, il birbante che si nasconde dentro tutti i bambini.

● Pinocchio è anche stato un racconto da cui poi sono stati ripresi concetti e modi di dire che oggi sono di uso comune, come:

  • “le bugie dal naso lungo o dalle gambe corte” per indicare chi mente;
  • “il paese dei balocchi” per indicare un luogo immaginario e fantastico dove non si fa nulla dalla mattina alla sera;
  • “Sono fritto!” che si riferisce ad un momento non presente nella nostra versione della fiaba, dove Pinocchio rischia di essere messo in padella e mangiato da un pescatore.
  • “Il Gatto e la Volpe” per indicare una coppia di persone poco affidabili

● Il libro divenne talmente famoso in tutto il mondo (è il libro in lingua italiana più venduto nella storia e vanta ben 240 traduzioni in lingua estera) che anche Tolstoj nel 1936, ne scrisse una versione molto simile.

● Di Pinocchio si sono fatti film di animazione (il più famoso è sicuramente quello della Walt Disney) che dal vero (come non ricordare il Pinocchio interpretato da Benigni nel 2002 o, l’ultimo del 2019, con alla regia Garrone in cui sempre lo stesso Benigni interpreta Geppetto?)

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Pinocchio

Pinocchio

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 5

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 5:
La Fata Turchina


Da una delle finestre si affacciò una bambina dai capelli turchini, che disse:
– In questa casa non c’è nessuno…
– E tu chi saresti allora?
La Bambina dai capelli turchini guardò i due banditi avvicinarsi di corsa vero la casa, e chiuse le imposte della finestra.

– Eccoti qua! Ora ti daremo una bella lezione – gridarono i banditi, prendendo Pinocchio. Lo portarono sotto una grande quercia, lo legarono e lo appesero ad uno dei rami dell’albero.
– E ora sputa le monete! – continuarono i banditi.

Pinocchio faceva di no con la testa tenendo la bocca chiusa. Intanto uno dei due banditi, quello a cui Pinocchio aveva dato un morso, si leccava la zampetta, che sembrava essere quella di un gatto.
Le ore passavano, Pinocchio dondolava piano piano al vento, ma non apriva la bocca.

I due banditi, assonnati e sfiniti decisero di andarsene a dormire.
– Ci vediamo domani burattino, e vedi di farci la cortesia di farti trovare con la bocca spalancata piena di monete… – e s’incamminarono sparendo nel buio della notte.
Pinocchio pensava a quanto fosse in pensiero per lui Geppetto, poi sbadigliò e si addormentò.

La bambina dai capelli turchini aveva assistito a tutta la scena dalla finestra, preoccupata per quel povero burattino. Battendo le mani, chiamò un un cane vestito da cocchiere che camminava sulle due zampe.
– Lo vedi quel burattino penzoloni dall’albero? Portamelo qui.
Il cane obbedì subito e, pochi minuti dopo, Pinocchio era steso sotto le coperte di un grande letto in una delle camere della casa.

Pinocchio pareva morto, e subito la bambina convocò i dottori più bravi della zona: un Corvo, una Civetta ed un Grillo Parlante. Il Corvo si avvicinò a pinocchio, lo guardò, gli tastò il polso e disse:
– Questo burattino è morto, ma se non è morto, è sicuramente vivo.
– No, no, mio collega – gli rispose subito la Civetta – Questo burattino è sicuramente vivo, ma se non è vivo, è certamente morto.

A quel punto prese la parola il Grillo Parlante.
– Io quel burattino lo conosco, è un birbante – a quelle parole Pinocchio aprì a fessura un occhio per vedere cosa succedeva, ma il Grillo continuò – è un monello, uno svogliato, un vagabondo!

Pinocchio piano piano si nascose sotto le lenzuola, e senza farsi vedere prese le monete d’oro dalla bocca e le mise in tasca.
– Quel burattino è un disubbidiente che fa morire di crepacuore il suo papà.
Da sotto le lenzuola si sentiva singhiozzare, era Pinocchio che piangeva.

La fata fece cenno ai dottori di uscire dalla stanza. Pinocchio da sotto le lenzuola guardò la bambina.
– Chi sei tu? – le chiese Pinocchio.
– Sono la Fata Turchina, e voglio aiutarti – poi poggiò la sua mano sulla fronte e sentì che aveva la febbre. Gli preparò allora un bicchiere d’acqua con dentro la medicina.

– Raccontami Pinocchio, com’è che ti sei ritrovato di notte inseguito dai banditi?
Allora Pinocchio le raccontò tutta la sua avventura, fino a quando i due banditi, per prendergli le monete d’oro, lo appesero all’albero.
– E dimmi, se le avevi in bocca, dove sono adesso le monete d’oro?
– Le ho perse! – le risponde Pinocchio.

Appena detta la bugia, il suo naso che già era grosso, gli si allungò di colpo di due dita.
– E dove le hai perse?
– Nel bosco qui vicino… – a questa seconda bugia il naso gli si allungò ancora.
– Allora sarà facile ritrovarle – continuò la Fata.
– Ora che mi ricordo le monete non le ho perse, le ho inghiottite prima quando ho bevuto la medicina…

A questa terza bugia il naso di Pinocchio diventò talmente lungo che non potè più girarsi dentro la stanza senza urtare qualcosa. La Fata Turchina lo guardò e scoppiò a ridere.
– Perché ridi!? – le chiese Pinocchio che stava per mettersi a piangere.
– Rido per le bugie che hai detto. Sai ci sono due tipi di bugie, quelle dalle gambe corte e quelle dal naso lungo. Le tue, come puoi vedere, sono bugie dal naso lungo.

Allora Pinocchio iniziò a piangere a dirotto, e la Fata lo lasciò piangere per una buona mezz’ora. Poi, quando le sembrava che Pinocchio fosse veramente pentito, battè le mani e fece arrivare due picchi che presero a beccargli il nasone, riportandolo alle dimensioni naturali.

– Prometto che non dirò più bugie mia Fata… – le disse Pinocchio asciugandosi le lacrime.
La Fata Turchina lo abbracciò e gli disse:
– Ho pensato anche al tuo papà, l’ho già fatto avvisare ed entro stasera sarà qui.
Pinocchio iniziò a saltare dalla felicità.
– Non vedo l’ora di poterlo abbracciare! Posso corrergli incontro?!
– Vai Pinocchio, ma stai attento a non perderti!
Ma ormai Pinocchio stava già correndo verso il bosco per abbracciare di nuovo Geppetto.

… continua nel CAPITOLO 6

Curiosità su Pinocchio

● Carlo Lorenzini, vero nome di Carlo Collodi, scrisse Pinocchio in un momento di difficoltà della sua vita.

● In realtà il vero Pinocchio era lui stesso, sempre pronto a far “bambinate” e pieno di debiti al gioco d’azzardo, si mise così a scrivere una storiella per bambini per guadagnare qualche soldo. Ma già dopo pochi capitoli si era stancato e aveva scritto la parola fine del suo racconto più o meno quando i due banditi appendono Pinocchio all’albero.

● Ma ormai Pinocchio aveva iniziato a viver di vita propria dentro l’entusiasmo e l’immaginazione dei bambini tanto che, a furor di popolo, fu costretto a tirar giù Pinocchio dall’albero e rimetterlo di corsa a vagabondare per la sua strada. Una strada piena di avventure e di crescita interiore che lo porterà a diventare finalmente un bambino in carne ed ossa.

● La verità è che dentro le pagine del libro, ognuno di noi può immedesimarsi in Pinocchio, perchè racconta con parole semplici e senza troppi giri di parole, il birbante che si nasconde dentro tutti i bambini.

● Pinocchio è anche stato un racconto da cui poi sono stati ripresi concetti e modi di dire che oggi sono di uso comune, come:

  • “le bugie dal naso lungo o dalle gambe corte” per indicare chi mente;
  • “il paese dei balocchi” per indicare un luogo immaginario e fantastico dove non si fa nulla dalla mattina alla sera;
  • “Sono fritto!” che si riferisce ad un momento non presente nella nostra versione della fiaba, dove Pinocchio rischia di essere messo in padella e mangiato da un pescatore.
  • “Il Gatto e la Volpe” per indicare una coppia di persone poco affidabili

● Il libro divenne talmente famoso in tutto il mondo (è il libro in lingua italiana più venduto nella storia e vanta ben 240 traduzioni in lingua estera) che anche Tolstoj nel 1936, ne scrisse una versione molto simile.

● Di Pinocchio si sono fatti film di animazione (il più famoso è sicuramente quello della Walt Disney) che dal vero (come non ricordare il Pinocchio interpretato da Benigni nel 2002 o, l’ultimo del 2019, con alla regia Garrone in cui sempre lo stesso Benigni interpreta Geppetto?)

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Pinocchio

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 4

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 4:
Il gatto e la volpe


– Buongiorno Pinocchio – lo salutò la volpe.
– Com’è che sai il mio nome? – domandò il burattino.
– Conosco bene il tuo papà, l’ho visto ieri in maniche di camicia che tremava dal freddo.
– Povero papà… ma se tutto va bene non dovrà mai più patire il freddo, perché oggi son diventato un gran signore!

– Un gran signore, tu?! – la volpe si mise a ridere sonoramente, e il gatto rideva anche lui.
– C’è poco da ridere, guardate qui, sono cinque monete d’oro! – Pinocchio le tirò fuori dalla tasca e le fece vedere al gatto e alla volpe.

Per la sorpresa il gatto cieco spalancò entrambi gli occhi e la volpe zoppa saltò con entrambe la gambe, poi aggiunse: – E cosa ne vuoi fare di tutti questi soldi?
– Voglio comprare una nuova giacca al mio papà ed un abbecedario per me!
La volpe guardò Pinocchio con aria pensosa e gli disse – Vuoi raddoppiare le tue monete d’oro?
– Magari fosse possibile… – gli rispose Pinocchio.

– Basta che tu ci segua nel paese dei Barbagianni, dove c’è il Campo dei Miracoli. Tu in quel prato fai una piccola buca, ci metti dentro le monete e le annaffi. Poi te ne vai tranquillo a letto e, quando la mattina dopo torni, ci trovi un albero pieno di monete d’oro.
Pinocchio non credeva alle sue orecchie, eppure il Gatto e la Volpe gli sembravano due persone perbene, quindi decise di seguirli.

S’incamminarono per il paese dei Barbagianni, ma cammina cammina, arrivò la sera e si fermarono stanchi morti all’osteria del Gambero Rosso, dove si riempirono per bene la pancia.
La volpe ordinò all’oste:
– Dateci due buone camere, una per noi e una per il nostro amico Pinocchio, ma svegliateci a mezzanotte, che dobbiamo ripartire per un lungo viaggio!
– Certamente – rispose l’oste alla volpe strizzandogli l’occhio.

Pinocchio, non appena si mise sotto le coperte si addormentò subito, e iniziò a sognare di alberi strapieni di monete d’oro, ma mentre stava sognando di afferrare le monete, l’oste entrò in camera per dirgli che era ormai mezzanotte.

– I miei amici Gatto e Volpe sono pronti?
– Sono partiti due ore fa, il figlio maggiore del Gatto non stava bene e sono dovuti correre via senza poter pagare la cena purtroppo… – Ah… – disse Pinocchio allungando una moneta d’oro all’oste per saldare il conto – e dove hanno detto che li avrei ritrovati?
– hanno detto di incontrarvi domani mattina al Campo dei Miracoli.

Pinocchio si incamminò nella notte scura e silenziosa, interrotta ad un certo momento solo da uno strano sbattere d’ali che sembrava seguirlo.
– Chi va là? – gridò Pinocchio dalla paura.
– Sono il Grillo Parlante! Non fidarti ragazzo mio di chi dice di farti ricco dalla mattina alla sera, sono solo imbroglioni!

– Non darmi fastidio grillaccio del malaugurio! – gli rispose indispettito Pinocchio.
– Ricordati Pinocchio, i ragazzi che non ascoltano i buoni consigli, prima o poi se ne pentono…
– Bla bla bla… buona notte, Grillo.
– Stai attento, che di notte ci sono in giro i banditi…
Ma Pinocchio ormai camminava a passo spedito e non lo sentiva più.

Pochi minuti dopo Pinocchio, pensieroso per le parole del Grillo parlante, sentì dei rumori dietro di sé e vide due persone tutte vestite di nero che lo stavano seguendo.
Pinocchio capì subito che si trattava dei banditi, proprio come aveva detto il Grillo Parlante.
“Vorranno le mie monete d’oro” pensò il burattino, e con un gesto veloce le tolse dalla tasca e se le mise in bocca, iniziando a correre.

Ma una mano gli afferrò forte il braccio, e una voce orribile gli disse:
– O la borsa o la vita!
Pinocchio, che con le monete in bocca non poteva parlare, cercò sbracciandosi in tutti i modi di far capire che era solo un povero burattino.

– Meno storie e fuori i soldi! – gridavano minacciosamente i due banditi – se non ci dai le monete prima tireremo il collo a te, e poi anche a tuo padre!
– No! Il mio povero babbo no! – gridò allora Pinocchio, ma facendo così i banditi videro le monete d’oro nella sua bocca.
– Sputa subito le monete, birbante! – gli gridarono.
Ma Pinocchio non le sputava.

Allora i due banditi lo presero e cercavano in tutti i modi di aprirgli la bocca. Ma Pinocchio non mollava, anzi, morse una delle mani dei banditi facendolo urlare di dolore, e riuscì a liberarsi.
Iniziò a correre a più non posso verso una casetta lì vicino e, arrivato alla porta, iniziò a bussare forte.

… continua nel CAPITOLO 5

Curiosità su Pinocchio

● Carlo Lorenzini, vero nome di Carlo Collodi, scrisse Pinocchio in un momento di difficoltà della sua vita.

● In realtà il vero Pinocchio era lui stesso, sempre pronto a far “bambinate” e pieno di debiti al gioco d’azzardo, si mise così a scrivere una storiella per bambini per guadagnare qualche soldo. Ma già dopo pochi capitoli si era stancato e aveva scritto la parola fine del suo racconto più o meno quando i due banditi appendono Pinocchio all’albero.

● Ma ormai Pinocchio aveva iniziato a viver di vita propria dentro l’entusiasmo e l’immaginazione dei bambini tanto che, a furor di popolo, fu costretto a tirar giù Pinocchio dall’albero e rimetterlo di corsa a vagabondare per la sua strada. Una strada piena di avventure e di crescita interiore che lo porterà a diventare finalmente un bambino in carne ed ossa.

● La verità è che dentro le pagine del libro, ognuno di noi può immedesimarsi in Pinocchio, perchè racconta con parole semplici e senza troppi giri di parole, il birbante che si nasconde dentro tutti i bambini.

● Pinocchio è anche stato un racconto da cui poi sono stati ripresi concetti e modi di dire che oggi sono di uso comune, come:

  • “le bugie dal naso lungo o dalle gambe corte” per indicare chi mente;
  • “il paese dei balocchi” per indicare un luogo immaginario e fantastico dove non si fa nulla dalla mattina alla sera;
  • “Sono fritto!” che si riferisce ad un momento non presente nella nostra versione della fiaba, dove Pinocchio rischia di essere messo in padella e mangiato da un pescatore.
  • “Il Gatto e la Volpe” per indicare una coppia di persone poco affidabili

● Il libro divenne talmente famoso in tutto il mondo (è il libro in lingua italiana più venduto nella storia e vanta ben 240 traduzioni in lingua estera) che anche Tolstoj nel 1936, ne scrisse una versione molto simile.

● Di Pinocchio si sono fatti film di animazione (il più famoso è sicuramente quello della Walt Disney) che dal vero (come non ricordare il Pinocchio interpretato da Benigni nel 2002 o, l’ultimo del 2019, con alla regia Garrone in cui sempre lo stesso Benigni interpreta Geppetto?)

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Pinocchio

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 3

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 3:
Mangiafuoco e il teatro dei burattini.


Il giorno dopo Pinocchio uscì di casa per andare a scuola col suo abbecedario sotto braccio, ma non appena voltò la via, sentì in lontananza una musica di pifferi molto invitante.

La musica veniva dalla piazza grande del paese e, incuriosito da tutta la gente che si accalcava davanti, Pinocchio prese la strada che portava alla piazza.
– So che dovrei andare a scuola, ma ci andrò domani, oggi voglio sentire i pifferi… – disse tra sé Pinocchio.

Arrivato in piazza, Pinocchio chiese ad un signore cosa fosse quel trambusto.
– Ti basta leggere il cartello appeso lì sopra ragazzo mio – rispose il signore.
– Mi piacerebbe tanto, ma non so leggere… – disse mortificato Pinocchio.
– Bravo asino! Allora te lo leggerò io, è il gran teatro ambulante dei burattini. Lo spettacolo comincia proprio ora.
– E quanto costa lo spettacolo?
– Quattro soldi.

Pinocchio sapeva di non avere nemmeno un soldo bucato, ma voleva a tutti i costi vedere quello spettacolo.
– Buon uomo, mi prestereste quattro soldi?
L’uomo lo guardò dall’alto in basso, poi aggiunse:
– Ti do’ quattro soldi in cambio dell’abbecedario.

Pinocchio tentennò un attimo, ma poi diede l’abbecedario al signore e prese i quattro soldi, dimenticando il sacrificio che Geppetto aveva fatto per comprarglielo.

Pinocchio entrò così nel teatro dei burattini. In scena sul palco c’erano Arlecchino e Pulcinella, che non appena si accorsero che Pinocchio, burattino come loro, era venuto a vederli, iniziarono ad urlare di gioia e fargli tutte le feste possibili.

Lo invitarono a salire sul palco, lo abbracciarono e lo portarono in trionfo. Ma giù nella platea gli spettatori iniziarono ad arrabbiarsi perché lo spettacolo si era interrotto, e urlavano “vogliamo la commedia di Arlecchino e Pulcinella!”

In quel momento uscì il burattinaio, si chiamava Mangiafuoco, era un omone grande e grosso, con una barba lunga fino ai piedi e con due occhi rossi come il fuoco. In mano aveva una frusta ed iniziò a schioccarla.

– Perché sei venuto a gettar lo scompiglio nel mio teatro?! – gridò forte Mangiafuoco.
– Ma la colpa non è stata mia! – ribattè disperato Pinocchio.
– Basta così, adesso facciamo i conti.

Mangiafuoco prese il burattino e lo portò in cucina. Sulla stufa c’era un bell’arrosto, ma mancava la legna per finire di cuocerlo e Mangiafuoco era intenzionato ad usare Pinocchio come legna da ardere.

Pinocchio, capita la fine che avrebbe fatto, iniziò a piangere e implorare pietà – Non voglio morire! Non voglio morire! – gridava.
Mangiafuoco, che era sì un omaccione, ma in fondo aveva il cuore tenero, iniziò a commuoversi, finché, scappata anche una lacrimuccia, starnutì sonoramente.

Arlecchino e Pulcinella, che avevano seguito la scena nascosti, sorrisero e gioirono, sapevano che il burattinaio si era commosso, e non avrebbe fatto del male a Pinocchio.

– Grazie di avermi risparmiato la vita, sua… eccellenza – aggiunse Pinocchio.
A sentirsi chiamare eccellenza, Mangiafuoco divenne ancora più tenero, e iniziò a chiedere a Pinocchio da dove arrivasse e che cosa ci facesse lì nel suo teatro.

Così Pinocchio raccontò tutta la sua storia.
– Sei un bravo ragazzo Pinocchio mio, tieni, ti do’ cinque monete d’oro, portale al tuo caro papà Geppetto e salutalo tanto da parte mia. – Grazie mille signor Mangiafuoco, non saprò mai come ringraziarla – Pinocchio abbracciò Mangiafuoco, Arlecchino e Pulcinella e si incamminò per la strada di casa, lungo la quale incontrò una volpe zoppa ed un gatto cieco…

… continua nel CAPITOLO 4

Curiosità su Pinocchio

● Carlo Lorenzini, vero nome di Carlo Collodi, scrisse Pinocchio in un momento di difficoltà della sua vita.

● In realtà il vero Pinocchio era lui stesso, sempre pronto a far “bambinate” e pieno di debiti al gioco d’azzardo, si mise così a scrivere una storiella per bambini per guadagnare qualche soldo. Ma già dopo pochi capitoli si era stancato e aveva scritto la parola fine del suo racconto più o meno quando i due banditi appendono Pinocchio all’albero.

● Ma ormai Pinocchio aveva iniziato a viver di vita propria dentro l’entusiasmo e l’immaginazione dei bambini tanto che, a furor di popolo, fu costretto a tirar giù Pinocchio dall’albero e rimetterlo di corsa a vagabondare per la sua strada. Una strada piena di avventure e di crescita interiore che lo porterà a diventare finalmente un bambino in carne ed ossa.

● La verità è che dentro le pagine del libro, ognuno di noi può immedesimarsi in Pinocchio, perchè racconta con parole semplici e senza troppi giri di parole, il birbante che si nasconde dentro tutti i bambini.

● Pinocchio è anche stato un racconto da cui poi sono stati ripresi concetti e modi di dire che oggi sono di uso comune, come:

  • “le bugie dal naso lungo o dalle gambe corte” per indicare chi mente;
  • “il paese dei balocchi” per indicare un luogo immaginario e fantastico dove non si fa nulla dalla mattina alla sera;
  • “Sono fritto!” che si riferisce ad un momento non presente nella nostra versione della fiaba, dove Pinocchio rischia di essere messo in padella e mangiato da un pescatore.
  • “Il Gatto e la Volpe” per indicare una coppia di persone poco affidabili

● Il libro divenne talmente famoso in tutto il mondo (è il libro in lingua italiana più venduto nella storia e vanta ben 240 traduzioni in lingua estera) che anche Tolstoj nel 1936, ne scrisse una versione molto simile.

● Di Pinocchio si sono fatti film di animazione (il più famoso è sicuramente quello della Walt Disney) che dal vero (come non ricordare il Pinocchio interpretato da Benigni nel 2002 o, l’ultimo del 2019, con alla regia Garrone in cui sempre lo stesso Benigni interpreta Geppetto?)

● E la canzone di Edoardo Bennato sul Gatto e la Volpe chi può scordarla?
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Pinocchio

Pinocchio

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 2

Pinocchio 🤥 CAPITOLO 2:
Il grillo parlante.


Mentre il povero Geppetto veniva condotto in carcere, Pinocchio se la filava via per tornare in fretta a casa e, non appena entrato, si sedette per terra, stanco ma contento.
– Cri-cri-cri!
– Chi è?! – disse subito Pinocchio.
– Sono io!

Pinocchio girò la testa e vide un grosso grillo poggiato al muro.
– E tu chi sei?!
– Io sono il Grillo Parlante e abito in questa casa da più di cent’anni.
– Oggi però questa casa è mia – disse Pinocchio – quindi vattene.
– Io non me ne andrò di qui finché non mi avrai ascoltato.

– Dimmi quello che hai da dire e vattene – gli rispose sgarbatamente Pinocchio.
– Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori, non avranno mai nulla di buono dalla vita.
– Canta pure grillo mio, tanto io domani me ne andrò di casa, che se rimango qui di sicuro mi manderanno a scuola! – gli rispose ormai spazientito Pinocchio.

– Così rimarrai un somaro e tutti ti prenderanno in giro! Se non vuoi studiare, perché non impari un mestiere e ti guadagni da vivere? – rispose il grillo parlante a tono.
– Io di mestiere voglio fare il vagabondo!
– Tutti quelli che fanno questo mestiere, prima o poi finiscono in ospedale o in prigione.
– Guarda che mi sto arrabbiando grillaccio del malaugurio!
– Sei proprio una testa di legno… – sospirò il grillo scuotendo la testa.

A queste ultime parole, Pinocchio prese un martello e glielo lanciò contro, mancandolo solo per un soffio. Il grillo però non ci pensò due volte e, con un salto, si buttò fuori dalla finestra. Pinocchio udì solo un flebile “cri-cri-cri” un po’ arrabbiato che si allontanava.

– Ecco, adesso senza quel grillaccio potrò finalmente mangiare qualcosa.
Pinocchio iniziò a cercare per tutta la casa qualcosa da mangiare, ma non trovò nulla finchè, stanco, affamato e assonnato, si sedette sulla sedia, distese le gambe sulla stufa (che era ancora accesa e caldina) e si addormentò.

Il giorno dopo Geppetto fu liberato e tornò di corsa a casa. Era molto arrabbiato e deciso a sgridare sonoramente Pinocchio, ma quando entrò e vide il suo burattino ancora addormentato con le gambe ormai tutte bruciacchiate distese sulla stufa, il suo cuore si intenerì.

– Ma cosa ti è successo Pinocchio!
Pinocchio si risvegliò di soprassalto.
– Le mie gambe! Mi si sono bruciate le gambe! – Pinocchio cominciò a piangere e Geppetto lo prese tra le braccia chiedendogli cosa fosse successo. Pinocchio raccontò del grillo parlante, della fame, di come non avesse trovato nulla da mangiare e di come poi si fosse addormentato con i piedi sulla stufa, per scaldarsi un po’.

– Non lo farò più! Non lo farò più, prometto! – piangeva Pinocchio.
Geppettò lo abbracciò, prese subito a fargli un nuovo paio di gambe e gliele incollò così bene che non si vedeva neppure la giuntura.

Pinocchio era talmente felice di riavere le gambe che, per ringraziare e far felice Geppetto, gli disse che il giorno dopo sarebbe andato a scuola.
– Per andare a scuola serve un vestito – così dicendo, Geppetto prese della carta a fiorellini e gli confezionò un vestitino, con della mollica di pane fece il cappellino.

– Ora per andare a scuola mi manca solo l’abbecedario – disse Pinocchio.
Geppetto non aveva molti soldi, ma per il suo Pinocchio avrebbe fatto qualunque cosa, perciò prese la sua giacca di fustagno rattoppata e gli disse di aspettarlo a casa.

Poco dopo Geppetto rincasò con l’abbecedario, ma addosso non aveva più la sua giacca. Pinocchio capì subito che Geppetto, pur di comprargli l’abbecedario, aveva venduto la sua giacca, nonostante fosse inverno e facesse freddo. Gli corse incontro e lo abbracciò forte forte.

… continua nel CAPITOLO 3

Curiosità su Pinocchio

● Carlo Lorenzini, vero nome di Carlo Collodi, scrisse Pinocchio in un momento di difficoltà della sua vita.

● In realtà il vero Pinocchio era lui stesso, sempre pronto a far “bambinate” e pieno di debiti al gioco d’azzardo, si mise così a scrivere una storiella per bambini per guadagnare qualche soldo. Ma già dopo pochi capitoli si era stancato e aveva scritto la parola fine del suo racconto più o meno quando i due banditi appendono Pinocchio all’albero.

● Ma ormai Pinocchio aveva iniziato a viver di vita propria dentro l’entusiasmo e l’immaginazione dei bambini tanto che, a furor di popolo, fu costretto a tirar giù Pinocchio dall’albero e rimetterlo di corsa a vagabondare per la sua strada. Una strada piena di avventure e di crescita interiore che lo porterà a diventare finalmente un bambino in carne ed ossa.

● La verità è che dentro le pagine del libro, ognuno di noi può immedesimarsi in Pinocchio, perchè racconta con parole semplici e senza troppi giri di parole, il birbante che si nasconde dentro tutti i bambini.

● Pinocchio è anche stato un racconto da cui poi sono stati ripresi concetti e modi di dire che oggi sono di uso comune, come:

  • “le bugie dal naso lungo o dalle gambe corte” per indicare chi mente;
  • “il paese dei balocchi” per indicare un luogo immaginario e fantastico dove non si fa nulla dalla mattina alla sera;
  • “Sono fritto!” che si riferisce ad un momento non presente nella nostra versione della fiaba, dove Pinocchio rischia di essere messo in padella e mangiato da un pescatore.
  • “Il Gatto e la Volpe” per indicare una coppia di persone poco affidabili

● Il libro divenne talmente famoso in tutto il mondo (è il libro in lingua italiana più venduto nella storia e vanta ben 240 traduzioni in lingua estera) che anche Tolstoj nel 1936, ne scrisse una versione molto simile.

● Di Pinocchio si sono fatti film di animazione (il più famoso è sicuramente quello della Walt Disney) che dal vero (come non ricordare il Pinocchio interpretato da Benigni nel 2002 o, l’ultimo del 2019, con alla regia Garrone in cui sempre lo stesso Benigni interpreta Geppetto?)

● E la canzone di Edoardo Bennato sul Gatto e la Volpe chi può scordarla?
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Pinocchio

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Il Mago di Oz 🌪️ CAPITOLO 7

🖌 Disegno da colorare 🎨

Alla fine del racconto troverai anche il disegno da colorare del Mago di Oz!

Il Mago di Oz 🌪 CAPITOLO 7:
La Strega Buona del Sud.

Dorothy, vedendo ogni sua speranza di ritornare a casa dagli zii sfumare, si mise a piangere disperata. Tutti corsero a consolarla.
Quando si fu calmata, lo Spaventapasseri cercando di rincuorarla le disse che avrebbero potuto vivere tutti assieme felici lì a Oz, e che non le sarebbe mai mancato nulla.

– Ma io voglio tornare nel Kansas dai miei zii – piagnucolò ancora Dorothy.
Ci fu silenzio per un lungo momento, poi lo Spaventapasseri riprese la parola dicendo:
– Perché non chiami le Scimmie Alate e non chiedi loro di portarti nel Kansas?

Così Dorothy chiamò le Scimmie Alate che arrivarono in un battibaleno, ma alla richiesta della bambina il Re delle Scimmie dovette scuotere il capo.
– Purtroppo non possiamo, noi apparteniamo solo a questo magico paese, e non abbiamo possibilità di andare dove tu ci chiedi. Arrivederci mia signora… – e volarono via lasciando ancor più triste e sconsolata Dorothy, pensando che aveva pure sprecato il secondo dei tre desideri della Cuffia d’Oro per niente.

Lo Spaventapasseri nel frattempo si era rimesso a pensare e pensare, finchè chiamò la guardia della Città di Smeraldo e gli chiese:
– Dorothy deve tornare a casa nel Kansas, conosci qualcuno che può aiutarla?

– Forse Glinda, la Strega Buona del Sud… – rispose la guardia – è una potente maga e regna sul popolo dei Quadling, il suo castello è al limite del deserto, forse lei vi può aiutare.

– Come posso raggiungerla? – chiese Dorothy.
– Basta andare verso sud – e salutando, la guardia se ne andò.
Dorothy era pronta a partire, ma con gran sorpresa si accorse che anche tutti gli altri lo erano!

– Noi veniamo con te! – dissero in coro lo Spaventapasseri, il Boscaiolo di Latta e il Leone. E così partirono.
Il viaggio fu tranquillo e sereno, finché non si ritrovarono in una fitta foresta piena di alberi secolari.

– Che luogo magnifico! – esclamò il leone – è proprio il posto dove vorrei passare il resto dei miei giorni!
Dopo pochi passi si ritrovarono in una radura dove un rumore forte e cupo li colse d’improvviso. Centinaia di animali feroci di ogni tipo erano lì radunati: tigri, orsi, lupi e molti altri, Dorothy ebbe molta paura.

Ma il Leone, sentendo i latrati degli animali li tranquillizzò, e spiegò loro che erano in assemblea per discutere di un pericolo tremendo. Il Leone si avvicinò loro per capire meglio cosa stesse succedendo, tutti gli animali nel vederlo arrivare si inchinarono.

– Benvenuto Re degli animali! – esclamò una tigre.
– Cosa succede, vi vedo preoccupati – rispose il Leone.
– E’ così, una creatura orribile ci sta minacciando, si tratta di un ragno gigante che sta seminando terrore in tutta la foresta… – continuò la tigre.

– Ma non ci sono leoni a difendervi? – proseguì il Leone.
– Si c’erano ma sono stati tutti mangiati dal ragno. – disse la tigre.
– Allora, se mi farete diventare il vostro re, io ucciderò il ragno!

Tutti gli animali radunati gridarono di gioia acclamando il Leone che poco dopo partì alla caccia del ragno. Non ci mise molto, lo trovò mentre stava dormendo sonoramente e, con una zampata ben assestata lo eliminò.

Quando ritornò nella radura fu portato in trionfo per tutta la foresta. Tutti gli animali si inchinarono al suo cospetto e lo proclamarono Re della foresta.

Il Leone promise che sarebbe tornato presto, prima doveva mantenere la promessa di accompagnare Dorothy fin dalla Strega Buona del Sud, così ripartirono tutti insieme.

Purtroppo, dopo qualche ora di cammino, si trovarono davanti ad un muro altissimo ed invalicabile, che sembrava non avere confini.

– E adesso come facciamo a scavalcare questo muro? Il castello della Strega Buona del Sud deve essere giusto dall’altra parte… – disse Dorothy.
– Perché non chiami le Scimmie Alate per farci trasportare dall’altra parte? – chiese il Boscaiolo di Latta.

– Buona idea! – Dorothy si mise la Cuffia d’Oro in testa, pronunciò la formula magica e in un attimo le scimmie furono lì da loro – portateci dall’altra parte del muro! – chiese la bambina.

– Sarà fatto! – disse il Re delle Scimmie, così li presero e li trasportarono dall’altra parte del muro, dove finalmente si poteva vedere il castello della Strega Buona del Sud – questa era l’ultima volta che potevi chiamarci, ti auguriamo buona fortuna, addio! – disse il Re prima di sparire definitivamente nel cielo con tutta la sua banda.

Non molto lontano, davanti a loro si stagliava il castello di Glinda, la Strega Buona del Sud. Felici per aver raggiunto finalmente la meta si avviarono di buon passo.

Arrivati sotto le mura del castello furono accolti da una guardia che dopo aver ascoltato la loro storia li fece accomodare in una stanza in attesa di essere accolti dalla Strega.

La guardia ritornò presto e li accompagnò alla grande sala di Glinda. Entrarono e finalmente videro la Strega che li accolse con un sorriso.

– Cosa posso fare per te bambina mia? – disse con un tono gentile e premuroso.
Dorothy le raccontò tutta la sua storia, dal tornado fino alla mongolfiera di Oz, infine disse:
– Sono qui a chiederle se può aiutarmi a tornare a casa dai miei zii, nel Kansas.

– Posso aiutarti bimba mia, ma in cambio devi darmi la Cuffia d’Oro – disse Glinda.
– Certamente! Tanto ormai a me non serve più… – Dorothy gliela porse, e la Strega la guardò brillare fra le sue mani.

– Penso che avrò bisogno dei servigi delle Scimmie Alate per le tre volte che mi sarà concesso – disse Glinda – una per riportare lo Spaventapasseri a Oz, dove dovrà regnare con saggezza, una per portare il Boscaiolo di Latta nei regni dell’ovest, dove i Munchkin aspettano una persona che li possa governare con cuore e l’ultima per riportare il Leone nella sua amata foresta.

Tutti, sentendo queste parole furono immensamente felici, Glinda era proprio una strega buona.

Poi Dorothy chiese – Ma io come faccio a ritornare a casa dei miei zii?!
La strega sorrise – Bimba mia, tu sei completamente all’oscuro degli straordinari poteri racchiusi nelle tue scarpette d’argento, saranno loro a riportarti a casa, oltre il deserto.

Dorothy rimase stupita, avrebbe potuto ritornare subito a casa e non lo sapeva! Però a ripensarci non avrebbe vissuto una fantastica avventura assieme allo Spaventapasseri, il Boscaiolo di Latta e il Leone Codardo. Poi guardò la Strega in cerca di spiegazioni.

– Non devi far altro che battere tre volte i tacchi e comandare di essere portata ovunque tu desideri – disse Glinda.

Dorothy guardò le scarpette, poi guardò i suoi compagni di avventure e li abbracciò affettuosamente uno per uno. Poi prese un grosso respiro e batté tre volte i tacchi delle scarpette d’argento.

In quel momento d’istinto chiuse gli occhi stringendo forte al petto Toto, e chiese con un filo di voce di essere riportata a casa, nel Kansas. Per un momento ebbe paura di riaprirli e avere di nuovo la delusione di essere ancora a Oz con lo Spaventapasseri, il Boscaiolo di Latta ed il Leone.

Ma quando li riaprì zia Em era lì davanti a lei e le corse incontro a braccia aperte. Finalmente Dorothy era tornata a casa.

⚜ Fine della fiaba ⚜

🖌 scarica il disegno da colorare del mago di Oz! 🎨

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scarica il disegno da colorare del Mago di Oz

Curiosità sul Mago di Oz

● “Il Mago di Oz” fu solo il primo di una lunga serie di episodi (in tutto 13) che Baum scrisse sul paese incantato di Oz.

● Il libro è stato tradotto in oltre 50 lingue nel mondo.

● Del racconto fu realizzato nel 1939 uno dei film più amato di tutti i tempi: “The Wizard of Oz” interpretato da Judy Garland che è anche la cantante della famosissima canzone della colonna sonora “Over the Rainbow”. Se non la conoscete e volete ascoltare uno dei brani più belli della storia della musica seguite questo link su youtube.

● Nel film le scarpette di Dorothy non sono d’argento ma rosse, il cambiamento fu fatto per farle spiccare meglio sul grande schermo (Il Mago di Oz fu uno dei primi grandi film realizzato a colori)

● Sempre nel film il finale è stato cambiato: Dorothy alla fine si sveglia, il mondo di Oz era solo stato un lungo magnifico sogno…

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Il meraviglioso Mago di Oz

Il meraviglioso Mago di Oz